La Terra d’Otranto ieri e oggi (8/14): LECCE

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica è greca, cioè Λουπίαι (leggi Lupìai), ed è attestata in un frammento della Vita di Cesare di Nicola Damasceno (I secolo a. C.): Cesare [Ottaviano] salpò con le navi che aveva a portata di mano mentre era ancora in corso pericolosissimamente l’ inverno e, attraversato il mare Ionio, raggiunse il più vicino promontorio della Calabria dove nulla di chiaro era stato annunziato agli abitanti sulle ultime novità da Roma [l’uccisione di Giulio  Cesare]. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi verso Lecce.1

Λουπίαι continua in Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 6: Si è parlato sufficientemente delle piccole città sulla costa; nell’interno si trovano Rudie, Lecce …2

La forma latina esatta trascrizione della greca è Lùpiae, la cui attestazione più antica è in Pomponio Mela (I secolo d. C.), Chorographia, II, 66: … in Calabria Brundisium, Valetium, Lupiae … (… in Calabria Brindisi, Valesio, Lecce …).

In Giulio Capitolino, uno dei sei storici della Historia Augusta (compilazione del IV secolo d. C.), ricorre la forma Lòpiae3.

In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, II, 12 ricorre la forma Λουππίαι (leggi Luppìai).

Tutte le forme fin qui riportate sono di numero plurale.

La trascrizione latina al singolare della variante tolemaica si ha nella Tabula Peutingeriana (copia del XIII secolo  di un originale del IV secolo d. C.), VIII,  7, dove compare Luppia (da leggere Lùppia), evidenziato in rosso nell’immagine sottostante.

 

Nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.) ricorre il singolare Lùpia in IV, 31 e il plurale  Lupiae in V, 1.

Nei Geographica, di Guidone (XII secolo d. C.) ricorre in 28 Lictia4 e in 71 Liccia5.

Questa forma antica che cronologicamente è la più vicina appare come la madre di Lecce e consente di tracciare la seguente probabile trafila:  Λουπίαι (Nicola Damasceno)>Lùpiae (Pomponio Mela)>Liccia [Guidone,  con passaggi –u->-i– e –ppi->-cci– come in sacciu (io so) dal latino sapio]>*Liccie (recupero dell’originario numero plurale)]>Lecce.

Per completare questa sezione va detto che Lupia venne associato a lupa da Iacopo Antonio Ferrari (XVI secolo) che in Apologia paradossica,  Mazzei, Lecce, 1702 (cito dalla seconda edizione, stessi editore e luogo, uscita nel  1728, pagg. 253-255) così scrive: Che dunque la Città di Lecce sia, Signor Eccelso, stata una delle tre stazioni d’Italia, noi ne crediamo d’averlo assai ben provato con quel testimonio di C. Plinio, che ‘l disse più chiaro dell’altre6, a cui noi ci aggiugneremo il conghietural giudizio delle sue antichissime insegne della lupa fosca posta sotto l’ombra d’una gran quercia verde carca di ghiande d’oro in campo bianco, animal imperioso, e non soggiacente, dedicato dalla cieca antichità a Marte, e così parimente lo arbore della quercia, per esser durissima, di lunga vita, e che non fa punto stima del furor de’ venti, portatale questa insegna dalli suoi antichi Triumviri nel vessillo, con cui condussero la sua Colonia de’ Cittadini Romani, secondo l’antico costume Romano, e lasciatala per sua perpetua insegna; conciossiecchè i Romani, quando mandavano le lor Colonie o de’ lor propri Cittafini, o de’ Sotj loro del nome latino eliggevano prima i loro Triumviri cioè tre commissarj, i quali eseguendo il mandato d’un consiglio de’ diece uomini, a chi era del Senato, o dalla plebe Romana questa partenza per una antica legge data, riferita da Cicerone in tal sentenza: Decem viri quae municipia, quasque colonias velint, ducant colonos, quos velint, et eis agros dividant quibus in locis velint. Che al volgar dice: I Decemviri tutti quei municipij, e tutte quelle Colonie, che a loro piacerà, le conducano, li Coloni che vorranno, e loro spartino li terreni, che vorranno, andavano dove erano da questi mandati alli territorj descritti propri del popolo Romano, e vi conducevano quei poveri Cittadini Romani, overo i di loro compagni del nome latino, ed a quei designavano le nove Città per abitazioni, e spartivano per iugeri, cioè per tumoli, o moggi di terra i loro territorj, acciocchè con quei avessero essi potuto, ed i loro figlioli vivere, e campare; e perché soleva essere a loro frequente l’uso dei vessilli, con cui conducevano le Colonie, mentre alcune volte portavano in quelli dipinto un Leone, altre volte un Dragone, e spesso un Tauro, alla nostra Città vi portarono la Lupa dipinta sotto quella quercia, fosse per rendersi conforme al nome della Città, che LUPIA era quella, e la quercia per dimostrare con quel gieroglifico di quella, e di questa che la natura della nostra Città sia imperiosa, e che più presto elle comandi all’altre  Città che obbedisca altrui, per essere natuuralmente inchinata al mestiere dell’arme, e per l’albero, che quanto più si cerca di sbatterlo con tagliarli li rami, tanto più ingrandisce, e fassi ricco di rami, di fronde, e di frutta. Ed ecco il testimonio infallibile, che Lecce fu Colonia de’ Romani, di quella marmorea iscrizione ritrovata in Napoli , la quale la portò il Galateo alla sua Iapigia, e che ora sta a Santa Maria della Libera7.

Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae pubblicato la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON8, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è pingue e ricco di ogni frutto, donde forse fu detta Lupiae dal fatto che è fertile, cioè pingue). Senza scomodare LIPARON, che comporterebbe la spiegazione non facile dell’evoluzione fonetica, è strano che l’umanista di Galatone non abbia pensato direttamente al primitivo λίπος.

Ci fu poi chi pensò bene di arcaicizzare la congettura del Ferrari a meno di 150 anni dalla sua formulazione, molto probabilmente partendo dall’idea (ancora oggi comune a molti pseudostudiosi …) che più antico è più bello; solo che bisogna provarlo, almeno citando uno straccio di fonte e senza confondere le idee al lettore sprovveduto o semplicemente troppo fiducioso . Ecco cosa Luigi Tasselli (1630-1694) scrive in Antichità di Leuca, II, XV, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pag. 240:se io volessi scrivere, chi fu il vero, e germano fondatore di questa Illustrissima Città, mi arriva in questo Pomponio Mela, Mario Massimo suo commentatore, Giulio Capitolino, Eutropio, e Antonio Galateo de situ Iapygiae, che mi accertano essere stata fondata e Lecce, e Rugge da Malennio Re 107 anni prima della guerra di Troia in quel luogo dove si vede9; e perché nel luogo disegnato s’incontrò disgratiatamente Malennio Re con una Lupa stesa sotto una Quercia, quindi si fu, che le diede per sua impresa una Quercia con di sotto una Lupa, Lupas, Lypias, Lopias, Lupium, Lyspiam, Lypiam e Aletium10 ancora, hebbe su quei principii a chiamarsi Lecce; la quale poi da Licio Idomeneo fu amplificata; onde n’hebbe ancora il titolo di quasi Fondatore.

La lupa si avviava ad essere una fissa perché venne ripresa dal dottissimo Alessio Simmaco Mazzocchi che in Commentariorum in Regii Herculanensis Musei aeneas tabulas Heracleenses pars I, Gessari, Napoli, 1754, pag. 524, partendo dall’affermazione di Pausania (II secolo d. C.) secondo la quale il nome più antico di Lecce era Sibari11, realizza una cucitura, di cui non sarebbe capace il più disinvolto dei sarti, solo sulla base di alcune assonanze:  Scitum est Lupum Hebraice Zeeb, sive contracte Zeb vocari. Usitatum est autem ferarum animantium vocabulis addi  Bar, hoc est Agri sive Saltus aut Silvae. In Paraphrasi Chald. Psalmi L. 10 Thor bar est Taurus saltuum sive taurus silvestris, de quo ibidem subjicitur: Qui depascit unoquoque die montes mille. Pari ratione Zeb-bar sive (lenita scilicet Z in pronuntiatione) Sebbar erit lupus saltuum. Tyrrhenis autem (qui aevo antiquissimo tota Italia dominabantur) nulla amicior vocalis quam U fuit. Itaque ex Sebar fecere Συβαρ, Sybar. Cetera vocabulo addita ad Graecae terminationis modulum pertinet (È noto che in ebraico lupo si dice zeeb o, in forma contratta, zeb. Si usa poi aggiungere ai nomi degli animali bar , cioè campi o balze o selve. Nella parafrasi di un salmo caldeo alla line 10 thor bar equivale a toro delle balze o toro selvatico, intorno al quale ivi è aggiunto: Quello che in ciascun giorno pascola in mille monti. Per un simile motivo Zeb-bar oppure, lenita Z nella pronuncia, Sebbar corrisponderà a lupo delle balze. Ai Tirreni poi che da età antichissima dominavano in tutta l’Italia, nessuna vocale fu più gradita della u. E così da Sebar fecero Συβαρ, Sybar. Le restanti lettere sono pertinenti al modello della terminazione greca).

Riassumo quanto fin qui detto dal Mazzocchi: da un orientale Zeb-bar si sarebbe sviluppato prima il tirrenico Subar che in greco sarebbe diventato Σύβαρις (leggi Siùbaris). Riassumo ora per brevità pure la conclusione lasciandola al giudizio del lettore: nel passaggio dal mondo greco a quello romano sarebbe stata operata una sorta di traduzione del primo originario componente,  favorita dal fatto che in greco lupo è λύκος e in latino lupus; e così si sarebbe passati da Sibari a Lecce, sempre terra di lupi.

Chiudo questa parte con la segnalazione, mio malgrado, del link  http://www.iltaccoditalia.info/nws/?p=11431 dove il lettore potrà trovare nel periodo conclusivo del post un esempio eloquente di quanti danni possa fare col trascorrere del tempo una notizia campata in aria e maldestramente manipolata, lascio giudicare al lettore se in buona o in mala fede.

Di buon grado, invece, segnalo l’ottimo lavoro di Giovanna Falco; il lettore troverà le tre parti in cui esso si articola in

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/

Ed ora la parola passa al Pacichelli.

Pacichelli  (A), pagg. 169-173

 

Pacichelli (B, anno 1682 e 1684; C, anno 1686)

Qui et a Lecce a’ preti si dà titol di papa: per esempio papa Francesco, e così ciascun del suo nome, forsi alludendo alle lor comodità e benefici, mentre son ricchi almen di circa a dugento ducati di rendite.

Più avanti nella stessa provincia, scendendo per poche miglia in terra dal mare, ove torna meglio in acconcio, andai a vedere la bellissima e real città di Lecce, ne’ Salentini, fondata da Malennio, re loro, ed accresciuta da Littio Idomeneo, conforme stima il Padre Antonio Beatillo Giesuita nella Vita di Sant’Irene, e il Padre De Anna in quella del venerabile Padre Bernardino Realino. Più a lungo però scrivon il Galateo, con le antichità della provincia De situ Japigiae, e l’Infantino in 4 nella Lecce sacra. Ivi la fede si radicò per le gloriose operazioni di Sant’Oronzio, suo cittadino, oggi gran protettore, e Fortunato, di lui fratello, allievi di San Giusto, un de‟ discepoli del Signore, e Vescovi successivamente. Ha ella tre miglia di giro, con vie larghe e ben lastricate, giardini, fontane, fabriche nobili della pieta, che si cava nel suo fertile territorio, ch’è dolce e si lavora a guisa di legno con pialla. Non sa invidiar Napoli nello splendore e magnificenza delle chiese e de’ chiostri di tutti gli ordini, col sontuoso collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione, e il tempio vaghissimo de’ Teatini a Sant’Irene protettrice, con sette monasteri di Suore, tre spedali e varie confraternite. La Catedrale, col titolo della Vergine Assunta e piazza avanti, è stata rinovata nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda, in forma sì nobile e vasta, con le cappelle ricche di marmi, gli epitafi delle quali, con quel della fronte, si trascrivon dal Abate Francesco De Magistris In Statu Rerum Memorab. Neap. I, numero 43, foglio 29, che non cede ad altre di questo dominio. La piazza grande ha il Seggio chiuso, di ferro, fontana e piramide, con la statua di Sant’Oronzio, sendo sparse le botteghe de’ negozianti. Poco discosto è il castello con fosso, ponte e presidio spagnuolo, assai valido. Han concetto le sue belle coperte di bombace per la state. Stimasi la più cospicua e più popolata città del reame, ove soggiornavan quantità di nobili e ricche fameglie, con molto lusso e con galanteria verso de’ forestieri, numerandosi a 3300 i fuochi. Vi risiede il Preside col suo tribunale, il Vescovo gode vasta giurisdizione in ventisette castelli, de’ quali Squinzano si appressa ad ottocento case, e Campiano a mille, in clima abondante e salubre. È munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.

Volle vedermi cavalcare il medico, ed io, ringraziatolo, me gli offersi, sollecitando per nove miglia di aggradevoli oliveti e di qualche minor casale l’arrivo a Lecce, scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre. Alle 21 ora, entrato in questa metropoli della Provincia di Otranto, fei cercar dell’Abate Don Scipione de Raho, cui recava lettere da Taranto. E mentre nel venerdì, alla funzion della Buona Morte, presi la benedizzione a caso da’ Padri della Compagnia, lo rinvenne il mio cameriere ne’ Teatini. Egli non permise che in alcun chiostro io mi fermassi, conforme l’avea fatto richiedere, ma mi volle e condusse subito in sua casa, che ha forma di palazzo, chiamando l’unico suo nipote, ritornato dalla Laurea Legale di Roma, e mi offerse cioccolata, o vin fresco, o acqua e conserve, mostrandomi (con intendimento discreto) le altre comodità. Gustai del vin rosso con due biscottini e, perché il cavallo poco prima e in pianura mi era caduto addosso, mi fei fare una chiarata, non permettendo ch’ei chiamasse chirurgo, sì come volea. Si cenò per tempo, seco solamente, in quella stessa stanza terrena, del pesce tonno, apparecchiato in varie guise con sollecitudine, dandomi luogo da giacere con libertà, e col camerieri nella contigua. Fattami rader la barba la mattina e trovandomi alleggierito nella gamba (ch’era la destra), uscii seco in carrozza. Guardammo l’interiore la mattina e la sera la parte di fuori, accorciando io la dimora mentre si riscaldava la stagione. Di due miglia e mezo si misura il giro di questa città, con quattro porte, buona cortina di mura e castello, inchiudendo non più di nove mil’anime, tutte civili verso il forastiero, diminuite dopo il contagio e la mortalità del 1679, con fameglie antiche e riguardevoli, alcuni Baroni però che col feudo di pochi carlini, altri col solo dottorato, han luogo nel Magistrato supremo. Vi ha trecento carrozze, mantenute con poca spesa. Le fabriche son di pietra bianca, che nasce là, si lavora con pialla e riceve impression di figure col coltello, della quale vidi curiose gelosie. Non si alzan molto a cagion del peso, che fa cadere spesso le mura ed i volti. Son provvedute di giardini di agrumi quasi tutte, e di cisterne per l‟acqua, sendo questo liquore in molti pozzi salmastro e in varie sorgenti profonde caldissimo, e scarseggiandosi di neve, che vien da Martina, 20 miglia lontano, a prezzo talvolta di un carlino il rotolo. Ogni chiesa ha la facciata, ed alcune bellissima, di pietra con le statue e cornici alla romana. Quella di Santa Irene, protettrice della città, offiziata da’ Padri Teatini, è maestosa, con le cappelle sfondate, in una delle quali presso la porta tre tele di San carlo Borromeo e, nella croce alla sinistra, San Gaetano, dipinti a Parma da un loro laico, ha un cornicione largo, ma il tetto desidera il volto o ‘l soffitto. Nell’abitazione una picciola libreria senza rarità. Vasto è il collegio de’ Pagri Giesuiti, con la fronte di grata apparenza, ma dentro è sconcio ne‟ dormitori, non piacendo che alcuni camerini nuovi, i passeggi ne’ chiostri da basso con la stanza cangiata in cappella dal Venerando Padre Realino da Carpi, sepolto ivi non si sa dove, presso alla sagrestia, restando finita di corpo grande la chiesa, nella piazza della quale il palazzo di buon’aspetto del fratello dell’Abate Cristalli di Nardò, già crocifero di Papa Alessandro VII. Bellissimo è il monastero e magnifica, forsi più di tutte, la chiesa di Santa Croce de’ Celestini, vicino alle mura, che vidi coperta di setini, col trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore. Osservai quattro parochiali, una delle quali vaghissima nella maggior piazza, che ha la statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V, una fonte artifiziale con quella del Re di Spagna Carlo II, e una colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Ercole, diminuita, però, con la statua di rame di Sant’Oronzo, valutata 300 ducati, benché tutta la spesa di questa mole e sua trasportazione arrivi a ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedestallo sono incise le inscrizzioni, che riferisco. E ultimamente, nell’anno 1684, in tempo del Signor sindico Domenico Stabile, che vi cooperò non poco e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro statue de’ protettori non ancora intagliate, né fuse a gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea. Così, dunque, da un lato:

COLUMNAM HANC, QUAM BRUNDUSINA

CIVITAS SUAM AB ERCULE OSTENTANS

ORIGINEM PROFANO OLIM RITU IN SUA

EREXERAT INSIGNIA, RELIGIOSO TANDEM

CULTU DIVO SUBIECIT ORONTIO, UT

LAPIDES ILLI QUI FERARUM DOMITOREM

EXPRESSERANT, CELAMINE, VOTO, AEREQ;

LUPIENSIUM EXCULTO, TRUCULENTIORIS

PESTILENTIAE MONSTRI TRIUMPHATORE

POSTERIS CONSIGNARENT

 

E dall’altro:

SISTE AD HANC METAM FAMAE

AUGUSTUM QUONDAM ROMANI FASTUS,

NUNC ELIMINATAE LUIS TROPHAEUM

COLUMNAM VIDES, POTIORI NUNC HERCULI

D. ORONTIO SACRAE. NON PLUS ULTRA

INSCRIBIT ORONTIUS SCAGLIONE, PATRITIUS

NON SINE NUMINE PRIMUS, HUTUSCE

NOMINIS PATRIAE PATER. STATUA

AB ALTERA BASI. ILLAM CUM STATUA

EREXIT. ANNO DOMINI SALU. MDCLXXXIV

 

Si denominan le accennate parrocchiali il Vescovado, Santa Maria della Porta (che ha una Vergine devotissima), Santa Maria della Grazia in piazza, e Santa Maria della Luce.

Sette sono i chiostri delle donne, oltre la Clausura delle Convertite, e dodeci degli uomini, ciascun de’ quali osservai e spezialmente la cappella ne’ Conventuali, o stanza bassa, vicina al giardino, abitata da San Francesco, e la memoria di lui in marmo, con un albero di melangoli che piantò.

In Sant’Angelo de gli Agostiniani l’infermaria e la cappella del Giugno, autor del bel libro degli epigrammi che intitola Centum Veneres, mancato nel marzo dell’anno corrente 1686, soggetto che fioriva in amendue le Academie di questa città, cioè a dire ne’ Trasformati, che han per simbolo Dafne, e negli Spioni, che portan per impresa il cannocchiale con le parole Scrutabor Naturalia, e spiegano materie meteorologiche. Di lui si legge nel chiostro così:

D.O.M.

VENERAB. D. AUGUSTINI FRATRES

HUIC MOLI AEGROTANTIUM INFIRMANTI

SI QUI HYGEAE AUT MACHAO ARTE EGERENT

NOSOCOMIUM AERE SIBI SUFFECTO

A IO: BAPT. IUNIO I.C. LYCIEN. PATRITIO

PRO EIUS ARAE DEIPARAE AC SANCT. DICATAE

CENSU, DOTEQ; COLLATA

PACTO MISSARUM PROVENTU

IUNIOR. FAMIL. PIETAT. ERGO

SUPPOSUERE ANNO DOMINI M.D.C. LXXXII.

 

Nel destro lato della chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo esponea fronte un’aquila con doppia corona su le due faccie coronate con un diadema, sotto la quale Pietas et Iustitia, et appresso così:

D.O.M.

AETER. NUM.

DIU TANTUM UT SAPERET PRORSUSQ. DEDISC. HUMANA

CASURA AETHE. SUB SOLE UNIVERSA

AEVITER UBI SINE DEO NIHIL

ALCYON VEL MAGNI NEUTIQ. DIES

RELIGI. ITAQ. IPSE MERITO PERAM. UNUS COLEN. UNA

GENS HIC IUNIA

AEDIC. HANC SACR. OB PIET. EXTRUCT. SCITEQ. ERECTAM

PEC. SANE SUA INNOC. AT TAM PARTA.

FOR. TAM. ADUOC. QUAM IN MAGIST. MUN

FID. QUIP. IN CULP. PROFESS. HAUD ELOQUENT.

AVERRUNC. EXTERNOR. AFFECTIB.

OPTAT. SUPPLEXQ. LIT. EXORAT.

ANNO DOM. MDCLXXVII.

 

Dentro la cappella, ch’è molto vaga e divota, si legge a destra in un marmo:

QUOUSQUE TREMESCES VIATOR?

MORTALES ETENIM AEQUE OMNES

DIU SANE VIXIT QUI BENE. QUI MALE, NEC VIXIT DIU

VIRTUTE TANTUM VIVITUR. SUA QUISA; MORITUR

MORTE.

IUNIORUM TAMEN, EN HIC OSSUA, EN HIC CINERES

INEVITABILI HUMANAM IN SORTEM EDICTO

OMNIUM CUI PRORSUS INTEREST PARENDUM

NATUS ES? NIL NISI MORIENDUM RESTAT.

NULLI NAMQ. DETUR MISSIO. MIGRANDUM OMNINO

TIBI HINC SAPIS NON IMMEMOR AT SIBI

SUISQ. IO. BAP. IUNIUS I.V.C. LYCIENS. PATRITIUS

HOC QUIDEM VIVENS PROSPEXIT SEPULCHRO

ANNO SAL. HUM. M. DC. LXXVII.

 

A sinistra in questa forma:

DEO UNI AC TRINO

CARMELITARUM DEIPARAE COELITIBUS UNA

SOCIATIS

NOMINE NON IMPARIBUS. DISPARIBUS MINUS

VIRTUTE

INULTA UTERQ; ADEO EXECRATUS EST FLAGITIA

MINOR UT ALTER FIT CAPITE. EX FORO ALTER

EX TORRIS

UNIUS ITAQ, AEMULATUS EXEMPLAR

ELIMINATIS ALTERIUS NEC. MORIBUS

PERTICOSAM QUO ABIGERET. TUNICATAM QUO

INDUER. QUIETEM

FORENSI HAUD EXOCULATUS PULVERE

CAUSAR. VELUT MILES CAUSIDIC. PROTINUS

EXESSIT. ABSTI. ARENA

HINC SACELLUM HOC. DIC. DOT. IO. BAPT. IUNIUS

I.C. LYC. PATRITIUS

SUI SUORUMQ, PIETATIS ITEMQ; RELIGIONIS

TESTIM.

A.R.H.M. MDC. LXXVII

 

Nel pavimento, poi, che cuopre il sepolcro:

ACCOLAE CIVES ADVENAE

OSSUA EN HIC TAND. UNA ET CINERES

PATRITIAE IUNIOR. LYC. FAMILIAE

QUORUM TOT SANE VIVORUM

SCITUS UBIQ; QUISQ; EMICUIT. LIT. AMUSUS NEMO

ADEO QUOD PRAETER VIRTUTEM

NEMINEM SIBI MERITO SCRIPSIT HAEREDEM

LITARUNT AT UT CAETERIS.

GRAPHIARIO IURIS ERGO HOC HUMANUM LAPIDE

SUA ETENIM QUEMQ; VICISSIM OPPRIMIT DIES

QUORS. TERRA ET PULU NUNC SUPERBITIS AD VANA?

NOSTRO QUAM NIL SUMUS QUISQ; VESTRUM EDISCAT

EXEMPLO

DEO VIVENDUM DECUSQ; NAM CUIQ; SUUM.

POSTERITAS DUBIO PROCUL REPENDET, ET

AETERNITAS

AN. SAL. HUM. MDCLXV.

 

In fine, di raro vidi al di dentro la casa oggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo. Passai quindi a veder fuori, dopo desinare e preso riposo, il magnifico monastero de’ Padri Olivetani, col chiostro nobilissimo, giardino, massarie e feudi uniti, un de’ quali frutta solamente carlini, foresteria da prencipi, bellissimo quarto dell’Abate, poco anzi Procuratore in Napoli, che volle accompagnarmi e farmi vedere il vago e da lui ripolito tempio, con cupola e torre alta, con le statue a di [sic] altari in tre picciole navi, e la sepoltura di Ascanio Grandi poeta, gli antenati del quale servirono in primo luogo nella Segreteria del Conte Principe Tancredi. Avanti la sua facciata, son costituite di fabrica botteghe in gran numero per la fiera, che si disputa nel Regal Consiglio con la città di Bitonto. Posseggon que’ Monaci la torre o ’l giardino del sudetto Tancredi. Passai dopo al convento e alla bella chiesa de gli Scalzi di Sant’Agostino: ha quella per nome il tempio, con vago e vasto chiostro de’ Riformati di San Francesco in numero di 60 ben trattenuti, che mi mostrarono una spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo Legno della Croce, donato ad un de’ loro frati dalla Principessa Donna Olimpia Panfili, et un chiodo assai grosso con la punta tagliata, che sembrava nuovo, del medesimo nostro Redentore, costumato ad infondersi nell’acqua per divozion de gl’infermi, non però datasi a me questa a gustare per la poltroneria di un laico sagrestano, il tutto custodito in una croce di argento fra le supellettili della sagrestia. Al Lazzaretto, governato dalla città, ove osservai alcuni sucidi lebbrosi, da me non mai più veduti. A San Giacomo, chiesa allegra de’ Riformati di San Pietro di Alcantara, che sono venti et hanno bellissime tele a gli altari. Ameno e vasto è il lor giardino con una grotta dedicata oggi al Santo e alla sua statua, già piena di terra, la quale vuotandosi tre anni sono, scoverse, forsi non senza presagio de’ sinistri avvenimenti del Turco nella Pannonia e Peloponneso, piccioli e galanti specchi, quasi mosaici nelle mura, e fra essi nel volto, in buon carattere maiuscolo, nel petto di un’aquila e sovra una cometa, queste parole:

CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR

OTTOMANI SUPERBIA OCCIDET

Dicono che vi fosse una fonte, vivendo l’accennato Conte Tancredi, vicina ad una chiesetta vecchia, e molti bell’ingegni han preso quinci a poetare della prossima distruzzione della tirannia de’ musulmani. Io, quantunque in Napoli avessi giudicato spurio et imaginario questo concetto, lo conobbi per legitimo, deducendosi dal tempo, che si vede esser lontano dalla memoria, e da’ registri anche de’ nostri vecchi. Qui, fra gli alberi, è un delizioso passeggio di carrozze la sera, e fra tre strade una vaga fontana a forza di argani. V’incontrai fra molti il Preside, pure in carrozza, con un de gli Auditori, in questa residenza, della provincia di Otranto, e due Alabardieri dietro. I Cappuccini, al numero di 50, m’introdussero nel lor convento, su l’ora dell’Ave Maria, ch’è il primo della provincia, a veder la speziaria, l’infermaria e la biblioteca. Lasciai un miglio fuori i Domenicani nel lor convento col noviziato e chiesa grande, offiziata da venti Padri, restandone un altro dentro. E non entrai nell‟accennato castello fabricato da Carlo V, che passò in città per la porta chiamata Reale. Ma chi vuol saper più, legga la Lecce Sagra del Signor Francesco Bozi, patrizio, e attenda in breve la Lecce Moderna di Don Giulio Cesare Infantino, curato di Santa Maria della Luce. Doleasi il Signor Abate de Raho che io non volessi dimorar seco la domenica, e di non aver pronta qualche galanteria da donarmi, sì come sarebbe stato un de’ forzierini, o scrittori di pelle figurata e dorata nelle coverte o tabacchiere di paglia istoriate, che da 25 carlini son discese al valor di un tarì. Pur donommi un paio di guanti di Roma e alcune confitture, e volea per lo rinfresco far lavorar un pastone. Mi fé veder l’abito e il medaglione dell‟Ordine della Milizia Cristiana dell’Immacolata Concezzione, fondato in tempo e co’ privilegi di Papa Urbano Ottavo, conforme al bollario, non ammesso da que’ censori che supponeano tali esenzioni diminuisser in sommo il regal vassallaggio. Portommi nel quarto superior della casa a vedere i ritratti al vivo e in piedi de’ suoi genitori, cioè del Signor Mario de Raho, nobile antico, che, senza curarsi di que’ seggi, riseder volle in Lecce, ed era vestito col robbone di quella milizia. Egli, con dispensa pontificia, vi professò e fu promosso al sacerdozio, restando viva la Signora Andriana Ricci, sua consorte, in quello stesso quarto, disgionta da lui, che soggiornava di sotto, avendo ella votato castità perpetua nelle mani di Monsignor Girolamo de Coris, Vescovo di Nardò, ginocchiata avanti di lui e del suo intiero capitolo, con le mani giunte. Qualche volta si parlavano, e mangiavano insieme per la Pasqua.

Osservai dalle sue stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati.

Pervenni a Lecce in tre altre. Ivi fu la mia pausa, fino alla metà del giorno seguente, in casa del compitissimo Abate Don Scipione de Raho. Con esso lui tornai a visitar vari amici, spiccando fra loro la cortesia e la bellezza nelle donne. Mostrommi egli di nuovo il soffitto nella chiesa Madrice, e la cappella del Santissimo Crocefisso, col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria e per cenno di Monsignor Vescovo Pignatelli. Seco io andai a rallegrarmene, scusandolo della restituzion della visita, con gradir le più benigne offerte, mentre mi raccontò gli sconcerti de’ suoi Diocesani, armati di centinaia di scoppette per resister al Sagro Sinodo convocato, e m’invitò alla bella funzione della prima pietra alla chiesa delle Monache di Santa Chiara.

 

 

Pacichelli, mappa

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da  http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg

A Duomo e Vescovato (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Puglia_Lecce1_tango7174.jpg)

B    Regio Castello/Castello di Carlo V (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/lecce/lecce.htm)

C   Piazza, Colonna con S. Oronzio, statua di Carlo V a cav., e fontana con altra statua del Re/Piazza s. Oronzo (mappa/adattamento da http://farm3.staticflickr.com/2427/3556658537_7380b5809a_o.jpg)

Da notare nel dettaglio della mappa le due statue equestri: la prima dell’imperatore Carlo V, la seconda, con fontana, di Carlo II (Nostro Signore è detto nella didascalia e Carlo II morì nel 1700, il che dovrebbe render certa la presenza delle due statue nella piazza almeno fino alla metà del XVIII secolo). Memoria di una fontana ancora più antica e funzionante ad energia animale (e agli animali in questione, come si vedrà, non si faceva mancare il biscottino …) è nelle Cronache di M. Antonello Coniger (vissuto tra il XV ed il XV secolo; cito dall’edizione apparsa in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pag. 512):

1498 … In questo anno ne la Cetà de Lecce uno ammaistrò dui cani de manera, che soli tiravano acqua a la fontana de la Piazza de Lecce in abondancia, ben vero l’huomo le dava le Calette.                                                                                                                                                                                                                                                                  

11

 

D   Seggio/Sedile (mappa/http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/5332140.jpg)

 

E  S. Irene (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce_Chiesa_di_Sant%27Irene_dei_Teatini.jpg)

 

F  Colleggiata de’ Gesuiti/Palazzo di giustizia (mappa/immagine tratta da http://www.arte.it/foto/500×375/9e/5114-038.jpg)

 

G  Mo di S. Croce/Palazzo dei Celestini/S. Croce  (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce.jpg)

H  Sp(eta)le della Trinità/S. Nicola (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

I  Porta Reale/Porta Napoli (mappa/immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Porta_Napoli_a_Lecce.jpg)

 

K Porta di Rugge/Porta Rudiae (mappa/immagine tratta da http://www.isoladipazze.net/images/lecce_portarudiae.jpg)

Stemma di Lecce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce-Stemma.png)

D’argento alla lupa passante di nero, attraversante il fusto di un albero di leccio di verde, sradicato e ghiandifero d’oro (D.P.R. 20 aprile 1942)

Da notare la diversa direzione di marcia della lupa. Lo stemma, comunque, sembra il frutto di un’ambiguità glottologica, dal momento che l’etimo, di cui si è parlato, di Lupiae da lupa, tenendo conto della variante è foneticamente sovrapponibile a quello da leccio. Quest’ultima proposta, comunque, a mio avviso, dev’essere considerata come paretimologica, propiziata, cioè dalla sovrapposizione popolare, probabilmente antica, di lezza/lizza nome dialettale del leccio: infatti, tenendo presente che leccio è derivato dal latino ìlìceu(m)=della quercia, aggettivo neutro da ilex=quercia, la congruenza fonetica di quest’ultimo con la forma latina di partenza Lupiae mi appare di problematica dimostrazione. Ad ogni modo:  è evidente come nella creazione dello stemma l’autorità presunta o reale del Ferrari prima  e del Tasselli poi abbia avuto un peso determinante.

 

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

____________

1 Fragmenta historicorum Graecorum, Didot, Parigi, 1849, v. III, pag. 436: Καῖσαρ δ’ἀνήχθη τοῖς  ἐπιτυχοῦσι πλοίος, χειμνῶος ἔτι ὄντος σφαλερώτατα, καὶ διαβαλὼν τὸν Ἰόιον πόντον, ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα οὐδέν πω σαφὲς διήγγελτο τοῖς  ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν Ρὠμῃ νεωτερισμοῠ. Ἐκβὰς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας. Λουπίας è accusativo di Λουπίαι.

2  Τὰ μὲν οὖν ἐν τῷ παράπλῳ πολίχνια εἴρηται. ἐν δὲ τῇ μεσογαίᾳ Ῥοδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι

3 Vita di Marco Aurelio Antonino (I, 8): Cuius familia in originem recurrens a Numa probatur sanguinem trahere ut Marius Maximus docet; item a rege Sallentino Malemnio, Dasummi filio, qui Lopias condidit (Si accetta che la sua [di M. Antonino] famiglia andando a ritroso nell’origine traesse il sangue da Numa, come insegna Mario Massimo; parimenti dal re salentino Malennio, figlio di Dasummo, che fondò Lecce]). Lopias è accusativo di Lopiae.

4 Dehinc urbs Lictia Idomenei regis … (Poi la città Lecce del re Idomeneo …). Peccato che nella Mappa di Soleto la posizione geografica non coincide con quella dell’attuale Lecce, perché il ΛΙΚ (leggi LIK) evidenziato in rosso nell’immagine sottostante sarebbe stato l’abbreviazione perfetta di Lictia.

 

5 … Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum … [ …Brindisi, Lecce, Otranto, Castro (?) …].

6 Qui il Ferrari non so se volutamente o meno  si lascia prendere la mano dagli intenti apologetici e confonde Lecce con Alezio, con una forzatura che potrebbe pure essere accettabile se fosse corroborata (ma così non è) dalla  tradizione manoscritta.  Ecco il brano originale di Plinio (Naturalis historia, III, 11): Oppida per continentem a Tarento Uria, cui cognomen ib Apulam Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Taranto, inde XXXIII promuntorium quod Acran Iapygiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia. Ab eo Basta oppidum et Hydruntum … (Città interne [a partire] da Taranto: Oria detta di Messapia per l’omonima apula, Alezio; sulla costa invero Seno, Gallipoli, che ora è Anxa, a 75 miglia da Taranto, quindi a 33 miglia il promontorio che chiamano  estremità iapige, dove l’Italia si protende più lontano nel mare. Da esso la città di Vaste e Otranto …).

7 Ecco il testo dell’iscrizione che fu rinvenuta a Pozzuoli (CIL, X, 1795):

 

M(arco) Bassaeo M(arci) f(ilio) Pal(atina) / Axio / patr(ono) col(oniae) cur(atori) r(ei) p(ublicae) IIvir(o) mu/nif(ico) proc(uratori) Aug(usti) viae Ost(iensis) et Camp(anae) / trib(uno) mil(itum) leg(ionis) XIII Gem(inae) proc(uratori) reg(ionis) Cala/bric(ae) omnibus honorib(us) Capuae func(to) / patr(ono) col(oniae) Lupiensium patr(ono) municipi(i) / Hudrentinor(um) universus ordo municip(um) / ob rem publ(icam) bene ac fideliter gestam / hic primus et solus victores Campani/ae preti(i)s et aestim(atione) paria gladiat(orum) edidit / l(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)

Traduzione: A Marco Basseo Axio, figlio di Marco, della (tribù) Palatina, patrono della colonia, curatore dello stato, duumviro generoso, procuratore di Augusto per la via Ostiense e Campana, tribuno militare della XIII legione Gemina, procuratore della regione calabrese, con tutti gli onori designato a Capua patrono della colonia dei Leccesi, patrono del municipio degli Otrantini, tutto l’ordine dei concittadini per il potere pubblico bene e fedelmente esercitato. Qui primo e solo. I Vincitori. Con l’apprezzamento e la stima della Campania allestì gli spettacoli dei gladiatori. Il luogo fu dato per decreto dei decurioni.

A Lupiensium, genitivo plurale, corrisponde un nominativo plurale Lupienses, a sua volta forma sostantivata di un aggettivo Lupiensis/Lupiense. Tenendo presente che Athenienses deriva da Athenae va da sé che Lupienses suppone una derivazione da Lupiae attraverso un  originario *Lupiienses con la naturale contrazione delle due vocali simili.

A propositi di etnici va ricordato che un Lyppiensie  e un Lyppiensis (che suppongono un Lyppia o un Lyppiae) sono presenti, rispettivamente,  nella prima redazione (IV secolo d. C.) e nella  seconda (IV-V secolo d. C.) del  Liber coloniarum (in F. Blume, K. Lachman e A. Rudorff, Die Römische Feldmesser, Reimer, Berlino, 1848, pagg. 211 e 262).

8 È la trascrizione del greco λιπαρόν (leggi liparòn) neutro dell’aggettivo col significato di grasso, ricco. La voce, a sua volta, è derivata dal sostantivo λίπος (leggi lipos)=grasso (dal quale in italiano il segmento lipo– che entra in molti composti, nonché, con lo stesso significato,  il salentino lippu/llippu).

9 Fin qui andiamo bene; però, tutto ciò che segue, come il lettore sarebbe indotto a credere, non è da ascrivere a nessuno degli autori appena citati ma è pura invenzione (in assenza di riferimento a qualsiasi straccio di fonte, magari orale, sono obbligato a pensarlo) del Tasselli.

10 La serie toponomastica è tratta quasi tal quale dal De situ Japygiae del Galateo dove si legge: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium a Lictio Idomeneo, alii Liceam.

Patù (Lecce). Veretum e il finis-terrae

di Stefano Todisco
 
 

Estremità dell’Italia, ultimo porto della Puglia meridionale, Finis Terrae così la chiamavano gli antichi: il confine della terra. Santa Maria di Leuca ed in particolare il santuario ivi fondato rappresenta il sommo limite di un promontorio che si getta tra due mari, l’Adriatico e lo Ionio, l’angolo di roccia che accoglie le onde da oriente e da occidente.

Il promontorio Iapigio detto Finis Terrae
Il promontorio Iapigio detto Finis Terrae

 

Un santuario messapico rupestre e l’inesplorato santuario di Minerva

Questo luogo, secoli prima di Cristo, divenne il posto ideale per ospitare un santuario marittimo, ricovero per i marinai che si spingevano avanti e indietro tra la Messapia (l’antico nome del Salento) e le coste italiche e greche. Sul capo di Leuca si trova Punta Ristola, sede di una grotta (la Porcinara) dove in tempi remoti si svolgevano riti in onore del dio Batas, nume maschile portatore della saetta. (1)

Il promontorio Meliso protegge un fianco della grotta ed accoglie, sulla propria sommità, i ruderi di un muraglione, unico indizio dell’antico insediamento dell’età del Bronzo. Suggestivo accesso alla Porcinara era un piccolo sentiero che tagliava il percorso di un’altra caverna, la Grotta del Diavolo, ove sono stati trovati vasi offerti alle divinità ctonie e marittime; da qui infatti si sente il rumore dei marosi sugli scogli. Superato questo antro si saliva la scalinata, intagliata nella roccia della grotta Porcinara, che permetteva di raggiungere l’acropoli attraversando l’area sacra. Il nome Batas (saettatore) è inciso sulla roccia ed è associato agli ex voto dei naviganti antichi.

L’equivalente di Zeus per i messapi era Zis ma l’aggettivo Batas potrebbe comunque riferirsi alla principale delle divinità, la cui caratteristica era quella di folgorare i nemici.

I fedeli appartenevano a più etnie: in base alla foggia dei vasi rinvenuti, gli attendenti erano indigeni messapi ma anche marinai greci che dedicarono vasi attici pregiati. Su una di queste offerte era incisa la parola “anetheke” (egli ha dedicato). (2)

Altre dediche a Leucotea e a Fortuna sono state rinvenute sulle pareti della grotta. (3)

Spesso si sente parlare del santuario della dea Minerva, costruito nel luogo ove ora è il santuario della Madonna de Finibus Terrae: la notizia, screditata dalle ricerche archeologiche, trova consensi grazie ad un reperto importante e ad una antica notizia.

Il primo è un’ara romana, custodita nella chiesa cristiana e che porta la scritta postuma:

“UBI OLIM MINERVAE SACRI
FICIA OFFEREBANTUR
HODIE OBLATIONES DEIPARAE RECIPIVNTUR”

(Traduzione: “Dove una volta si offrivano sacrifici a Minerva oggi si accettano offerte per la madre di Dio”)

Il secondo è un passo della Geografia di Strabone che cita:

“…dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena,
che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio,
il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale,
volgendosi poi in direzione del capo Lacinio…” (3)

Coi dati in nostro possesso è possibile identificare il santuario di Atena con quello di Minerva (stessa divinità, una con nome greco, l’altra in latino) ma non collocabile sotto l’attuale santuario. I greci chiamavano “Akra Iapygia” (estremità, capo, promontorio Iapigio) il capo di Santa Maria di Leuca e la descrizione di Strabone sembra collimare con la geografia dei luoghi in questione.

Il prof. D’Andria ipotizza, nel suo volume “Castrum Minervae”, che il famoso santuario sia da collocare tra Melendugno (fraz. Roca Vecchia) e Otranto (fraz. Porto Badisco), dove la natura dei luoghi potrebbe adattarsi alla descrizione dello storico greco d’età augustea.

 

Patù, l’antica Veretum messapica

Percorrendo per due km la strada che da Santa Maria di Leuca si dirige verso nord, a Patù, è possibile addentrarsi nei piccoli sentieri tra uliveti e vitigni per incappare nei ruderi dell’antico abitato messapico-romano di Veretum, poco noto e di scarso livello dal punto di vista architettonico-artistico ma di un certo interesse archeologico.

Citato sulla Tabula Peutingeriana, compare come estrema località del Salento a dieci miglia da Ugento e a dodici da Castra Minervae.

Veretum - Patù sulla tabula Peutingeriana
Veretum – Patù sulla tabula Peutingeriana

Distrutto nel IX secolo dai pirati saraceni giunti a razziare le coste italiane, Veretum conserva pochissime evidenze antiche ma di chiara matrice insediativa: un pavimento sul banco roccioso mostra alcuni buchi per l’inserimento dei pali di un edificio.

pavimento antico a Veretum
Pavimento antico a Veretum

La chiesetta medievale di San Giovanni Battista è il silenzioso testimone della desolazione del luogo insieme al ben più noto monumento chiamato “Le Centopietre”: si tratta di un piccolo edificio, alto 2,6 metri e misurante 7,2 x 5,5 metri di lato, realizzato con pietre rettangolari riutilizzate dagli edifici dell’abitato pre-cristiano. (4)

Centopietre, esterno
Centopietre, esterno

Centopietre, interno
Centopietre, interno

Centopietre, interno
Centopietre, interno

Centopietre, interno
Interno della Cripta del Crocefisso a Ugento

Si è incerti, ancora oggi, sulla funzione della struttura: monumento funerario messapico o tomba di un cavaliere cristiano? Infatti un tale Geminiano, secondo una leggenda, fu araldo delle milizie cristiane accorse per ricacciare i saraceni e da questi ucciso, contrariamente alle leggi dell’ambasceria.

Sempre secondo il mito, in seguito allo scontro armato che ebbe luogo nell’877 ai piedi della collina di Patù, detta Campo Re, le forze cristiane riuscirono a sconfiggere gli invasori riprendendo il corpo del cavaliere per la sepoltura che avvenne in questo piccolo santuario litico.

Unico indizio certo sono gli affreschi che labilmente si vedono sulle pareti interne, datati al periodo bizantino (XI-XIV secolo).

Entrando nella chiesa di San Giovanni Battista è possibile vedere un cippo con l’iscrizione latina:

M. FADIO M.F.
FAB. VALERIANO
POST MORTEM
FADIVS VALERIANVS PATER
ET MINA VALERIANA MATER
L.D.D.D. (LOCVM DATVM DECRETVM DECURIONVM)

[Traduzione: Fadio Valeriano padre e Mina Valeriana madre, dopo la morte, (lasciarono) il possedimento concesso tramite decreto dei decurioni, a Marco Fadio figlio di Marco e a Fabio Valeriano.]

stele dei Fadii da Veretum
Stele dei Fadii da Veretum

La sua datazione oscilla tra I e II secolo d.C. ed è un ulteriore indizio della vivacità di un centro abitato fino all’età romana, momento in cui fu elevato a livello di municipium. È plausibile pensare che l’acropoli dell’antico borgo sia concentrata nella zona sotto l’attuale chiesetta della Madonna di Vereto, punto apicale della collina che ospita il sito in questione. (5)

Quanto al nome potrebbe collegarsi al greco (6) patos (= suolo, terreno) e non a pathos (= passione, sofferenza) come vuole la leggenda.

Qualche rudere dell’antica cinta muraria si incontra tra la vegetazione che avvolge il luogo. Il modesto successo turistico di questo centro messapico deve il fatto alla mancanza di una metodica ricerca archeologica.

muri a secco a Veretum
M
uri a secco a Veretum

 

Note

  • (1) F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, p. 39.
  • (2) ibidem, pp.39, 40.
  • (3) E. GRECO, Magna Grecia, p. 204.
  • (3) STRABONE, Geografia VI, 3, 5-6.
  • (4) M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, p. 113.
  • (5) C. DAQUINO, I Messapi e Vereto, pp. 256-257.
  • (6) G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani. p. 563.

Bibliografia

  • M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, Novara, 2009.
  • F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, Fasano, 2000.
  • F. D’ANDRIA, Castrum Minervae, 2009.
  • C. DAQUINO, I Messapi e Vereto, Cavallino, 1991.
  • G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani. Torino, 1990.
  • E. GRECO, Magna Grecia, Bari, 1980.
  • STRABONE, Geografia, VI, 3.

 

Foto e crediti

Tutte le foto sono state da me scattate, ad eccezione di quelle delle Centopietre e della stele dei Fadii.

Per le fotografie di Veretum:
http://www.lameta.net/blogsalento/?p=294

Per le fotografie de Le Centopietre:
http://www.torrevado.info/salento/cento-pietre.asp
http://www.lameta.net/blogsalento/?p=406

Info

Per raggiungere Le Centopietre e la chiesa di San Giovanni Battista si tenga come riferimento l’area tra via Rigno e via Aldo Moro.

Note dell’autore

chi scrive ha visitato il luogo nell’agosto del 2007. Purtroppo, un po’ a causa della mancanza di segnaletica, un po’ per la scarsità di fruizione turistica del luogo, questo sito non può ancora conoscere la notorietà che meriterebbe, in virtù dell’amenità del luogo e dell’antichità che qui si respira.

Due antichissime cartografie di Terra d’Otranto

Due tuffi nel passato del Salento

di Armando Polito

L’immagine del titolo non è casuale, dal momento che il mare che circonda la nostra penisola ed essa stessa nei millenni ne hanno viste di cotte e di crude.  Se penso che i tuffatori professionisti per raggiungere certi risultati in vista di manifestazioni sportive di rilievo debbono allenarsi per anni e che anche il tuffatore comune deve avere una certa esperienza per non sfracellarsi, sento che il mio destino è segnato; siccome sono un incosciente, proseguo, ma il lettore che non vuol incorrere nella fatale conclusione di questa avventura può tranquillamente rinunciare a seguirmi nella folle impresa…

La foto riproduce la penisola salentina come appare nella Tabula Peutingeriana1.

Nella parte superiore leggiamo, procedendo da sinistra a destra, i toponimi: Brundisi(um), Pastium, Balentium, Luppia(e), Ydrunte, Castra Minervae; nella parte inferiore: Scamnium, Orbius, Tarento, Manduris, Neretum, Baletium, Uzintum e Veretum.

Centellinando l’ossigeno, mi accingo ad osservarli più da vicino: Brundisi(um) è (che bravo!) Brindisi. Pastium richiede un pò più di tempo, problema non di poco conto per chi è in apnea, ma, per fortuna, ci soccorre Plinio2 a dirci che si tratta di un fiume (dunque si direbbe, a prima vista, un idronimo, non un toponimo3). Balentium è l’odierna Valesio, Luppiae  Lecce, Ydrunte Otranto, Castra Minervae è Castro.

La distanza tra i luoghi è indicata in cifre romane: così sappiamo che tra Brindisi e Valesio c’era la distanza di 10 miglia4, tra Valesio e Lecce di 15, tra Lecce e Otranto di 25, tra Otranto e Castro di 8. Lascio al lettore ogni giudizio sulla precisione delle cifre, pur tenendo conto della diversità dei percorsi viari rispetto agli attuali.

Bisogna fare in fretta perché le bolle cominciano ad uscire con una frequenza preoccupante…

Nella parte inferiore leggiamo: Tarento (Taranto), Manduris (Manduria), Neretum (Nardò), Baletium (Alezio), Uzintum (Ugento) e Veretum (nelle vicinanze dell’odierna Patù).  Distanze: tra Taranto e Manduria 20 miglia, tra Manduria e Nardò 29, tra Nardò e Alezio 10, tra Alezio e Ugento 10, tra Ugento e Patù 10.

Sono costretto a risalire per prendere una boccata d’aria, anche perché col prossimo tuffo ho intenzione di raggiungere una profondità (non in senso metaforico, visti i risultati non certo esaltanti ottenuti col primo…) enormemente maggiore. Al mio emergere qualche timido applauso di pochi amici è sovrastato dalle variopinte espressioni con cui gli altri spettatori esprimono la loro rabbiosa delusione per non essere riusciti a liberarsi per sempre di me. Poi il silenzio preoccupato degli amici e quello di nuovo speranzoso degli altri mentre iperventilo i miei magri polmoni. Mi rituffo e, questa volta dopo un tempo più lungo, ai miei occhi si presenta questo spettacolo incredibile.

È la mappa di Soleto5.

Essa reca in forma abbreviata per alcuni, estesa per altri, con lettere messapiche per alcuni, greche per altri, 13 toponimi. Passo ad esaminarli singolarmente dopo aver fatto notare agli estremi inferiori la simpatica rappresentazione del mare con due tratti zigzagati.

TARAS èTaranto6; NAR è Nardò; BAL è Alezio; BAS è Vaste; OZAN è Ugento; HYDR è Otranto; SOL sarebbe per tutti Soleto (io su questo toponimo e su altri ho un’ opinione che qui non posso esprimere perché debbo risparmiare l’aria)7. I restanti toponimi pongono non pochi problemi di identificazione: MYOS potrebbe essere Muro, STY Sternatia, GRACHA potrebbe essere conneso con il GRA di alcune monete, LIOS non trova corrispondente nella toponomatica delle fonti antiche e meno ancora in quella moderna; LIK fa pensare a Leuca ma la sua posizione contrasta con la precisione quasi satellitare degli altri; infine per l’ultimo toponimo in alto a sinistra è problematica pure la lettura essendo state le lettere parzialmente erose da un’ulteriore frattura che il frammento deve aver subito in epoca posteriore.

La bellezza toglie il fiato e io ne ho appena appena per risalire. Quando con gli occhi strabuzzati la mia testa penetra il pelo dell’acqua, lo spettacolo non cambia: i pochi amici di prima, noncuranti dello stile poco apprezzabile dei miei tuffi, si precipitano attorno a me felici perché, almeno, ho salvato la vita; per gli altri rimane la speranza che prima o poi…

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1 Si tratta della copia medioevale (probabilmente del XIII secolo) di una carta stradale risalente ad età   romana. Tale documento, attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna sotto il nome di Codex Vindobonensis 324, fu rinvenuto nel 1507 da Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I in luogo imprecisato e deve la  sua denominazione corrente al secondo proprietario, Konrad Peutinger (1465-1567), cancelliere di Ausburg. È un rotolo di pergamena lungo m. 6,80 e largo cm. 34, composto di 11 segmenti in origine incollati fra loro e successivamente (nel 1863) staccati in 11 fogli. Essa contiene una rappresentazione del mondo conosciuto dagli antichi (Europa, Asia, Africa), che si estendeva dalle colonne d’Ercole fino alle estreme regioni orientali (India, Cina, Birmania, isola di Ceylon). La mancata  raffigurazione di Britannia, Spagna e parte occidentale dell’Africa induce a supporre che una parte della Tabula sia andata perduta.

2 Naturalis Historia, III, 102: Poediculorum oppida Rudiae, Gnatia, Barium, amnes Iapyx a Daedali filio rege, a quo et Iapygia Amita, Pactius, Aufidus ex Hirpinis montibus Canusium praefluens.[(Città dei Pedicoli sono Rudie (oggi Lecce), Egnazia, Bari; fiumi lo Iapige dal re figlio di Dedalo, dal quale anche lo iapigio Amita, il Pazio, l’Aufido (oggi Ofanto), il Canusio (da cui l’odierna Canosa) che nasce dai monti dell’Irpinia. È una caratteristica di Plinio, purtroppo, il disordine topografico delle sue citazioni.

3 Ma la presenza nel testo pliniano del fiume Canusio che poi ha dato il nome a Canosa ci autorizzano ampiamente a supporre che il Pastium della Tabula (sviluppo del pliniano Pactius) sia un toponimo (anche perché solo quelli la Tabula riporta).

4 Il miglio romano corrispondeva a mille passi (un passo, che per i Romani era la distanza intercorrente tra il punto di distacco e di appoggio di uno stesso piede nel camminare, corrispondeva a m.1,48), cioè a circa 1,5 Km).

5 Si tratta di un ostrakon, cioè un piccolo frammento (cm. 5,9×2,8) di ceramica a vernice nera venuto alla luce a Soleto il 21 agosto 2003 durante gli scavi condotti da Thierry Van Compernolle dell’Università Paul Valery (Montpellier III) sul quale è graffito il profilo della costa salentina. Il frammento e i graffiti sono datati alla seconda metà del V secolo a. C. e non starò certo a tediare il lettore sullo strano destino di questo reperto (dalla maggior parte degli studiosi ritenuto autentico, da altri, con motivazioni per me molto traballanti, un falso) che, dopo essere stato oggetto di un apposito congresso internazionale tenutosi a Montpellier dal 10 al 12 marzo 2005 e la vedette unica di una mostra tenuta dal Museo Archeologico di Taranto dal 16 novembre 2005 al 14 febbraio 2006, è caduto nel dimenticatoio. Basti pensare che per motivi finanziari gli atti del congresso alla data in cui scrivo (16 luglio 2010) non sono stati ancora pubblicati…

6 Da notare la dimensione dei caratteri e il tratto piuttosto deciso e nervoso; è come se contenessero un’annotazione di ordine politico e psicologico col messaggio: Qui comanda Taranto!

7 Non è un’abile, per me meschina, scusa; la motivazione della mia tesi richiederebbe almeno una ventina di pagine.

Ugento. Da Ozan messapica a Uxentum romana: la città odierna sopra quella antica

di Stefano Todisco


Attestata sull’area dell’antica città messapica chiamata Ozan, l’odierna Ugento è uno dei centri culturali più brillanti della provincia di Lecce. Sul suo territorio trova posto un museo archeologico, dedicato all’artista Salvatore Zecca nel 1968, restaurato per la riapertura del 2009-2010 in occasione della quale è ritornato il famoso Zeus di Ugento (vedi voce sotto).

tomba dell'atleta nel museo di Ugento
Tomba dell’atleta nel museo di Ugento

I reperti ivi conservati fanno comprendere l’intenso scambio di idee tra il popolo messapico, simbolo del Salento antico, e quello greco. Questa simbiosi è presente sullo stemma della città: il dio greco Eracle, con la clava, e la scritta del nome preromano del luogo (Ozan).

Un altro museo, nel Palazzo Colosso, ospita l’omonima collezione archeologica con testimonianze ugentine dal VI secolo a.C. all’altomedioevo.

Ma l’archeologia ugentina non è stipata solo nei luoghi della fruibilità visiva: nella zona a nord del centro abitato, prospiciente la campagna, si ergono gli orgogliosi resti delle possenti mura messapiche. Erano queste un circuito difensivo di 9 km di lunghezza, spesso 8 metri, e realizzato con grandi massi squadrati, nel IV secolo a.C. (1)

Mura di Ugento
Mura di Ugento

Il muraglione, munito di circa 90 torri, testimonia il clima turbolento che si era creato in Puglia tra V e III secolo a.C. in seguito all’arrivo di invasori stranieri (guerre contro Taranto, spedizione di Alessandro il Molosso, spedizione di Pirro d’Epiro ed espansionismo romano dopo la guerra annibalica).

In piazza Italia e all’angolo tra via Acquarelli e via Trieste è possibile vedere ciò che resta di questa opera difensiva antica.

Ozan fu uno dei baluardi della “dodecapoli messapica” (2), potente federazione che con la presenza di città-fortezze, a breve distanza l’una dall’altra, impedì ai coloni greci di penetrare nel territorio salentino per fondare nuovi insediamenti. (3)

ricostruzione di una porta di una città messapica
Ricostruzione di una porta di una città messapica

Il municipio romano di Uxentum è testimoniato sulla Tabula Peutingeriana col toponimo di Uzintum, equidistante dieci kilometri sia da Alezio (Baletium) sia da Patù-Vereto (Veretum).

Ugento indicata come Uzintum sulla tabula Peutingeriana
Ugento indicata come Uzintum sulla tabula Peutingeriana

Ugento segnata come OZAN sulla mappa di Soleto
Ugento segnata come OZAN sulla mappa di Soleto, V secolo a.C.

L’antico porto: Torre San Giovanni

L’antico porto di Ugento era Torre San Giovanni (IV-III secolo a.C.), luogo in cui sono state ritrovate tracce dell’emporio di epoca romana ed alcune tombe di guerrieri cartaginesi della flotta di Annibale che anche qui sbarcò durante gli anni della guerra contro Roma.

A poche centinaia di metri da Torre San Giovanni si trovano delle isolette, dette Le Pazze, davanti alle cui coste è stato trovato un insediamento dell’età del Ferro.

Una leggenda narra del naufragio delle navi di Pirro presso le secche di Ugento, un tratto di mare insidioso in cui, nei giorni di bassa marea, emerge uno scoglio roccioso a due kilometri dalla costa di Torre Mozza-Marina di Ugento. (4)

 

Lo Zeus di Ugento

Scoperta fortuitamente, nel 1961, sull’acropoli messapica, la statuetta bronzea di Zeus testimonia gli antichi scambi tra cultura greca e cultura indigena. L’artista, dal chiaro manierismo greco arcaico, suggerì un’iconografia ellenistica della divinità messapica: nudo, nell’atto di scagliare col braccio destro una saetta (andata perduta), regge con la mano sinistra un oggetto, purtroppo non pervenuto, plausibilmente un volatile.

La semplicità artistica del nudo è nascosta dalla torsione del corpo (conquista artistica della tarda scultura arcaica greca) e soprattutto dalle fattezze decorative del capo: l’eccellenza dell’artista è dimostrata dalla barba e dai baffi a rilievo, dalla fila di riccioli sulla fronte, dalle trecce corpose e zigrinate che ricadono sul petto e sulla schiena (tipiche dei kouroi greci di VI secolo a.C.). Una corona di foglie d’alloro, poggiante su una benda con fiori, rimanda alla decorazione del capitello dorico della colonna su cui si ergeva la statua. (5)

La statuetta è alta 74 cm, compresa la base. Stilisticamente viene datata al periodo tra 520 e 500 a.C.

Fino a pochi mesi fa è stato esposto al museo archeologico nazionale di Taranto; di recente è ritornato a far parte dei mirabilia ugentini.

Zeus di Ugento

Zeus di Ugento sul capitello

ricostruzione della collocazione della statua di Zeus
Ricostruzione della collocazione della statua di Zeus

Al momento della scoperta era collocato in una cavità roccioso e coperto dal suo capitello. Non si conoscono le ragioni di tale occultamento, è possibile che si trattasse di un episodio anti-ellenistico che investì le comunità di Messapi, Peuceti e Dauni (i 3 popoli della Puglia antica, detta Japigia).

Infatti nel 473 a.C. ci fu una battaglia tra greci di Taranto (aiutati dai greci di Reggio) e Japigi (6): la sconfitta tarantina fu una delle peggiori per una città greca, tanto che lo storico Erodoto parla di phònos Hellenikòs mèghisto, enorme strage di greci. (7)

 

La cripta del crocifisso e della Madonna di Costantinopoli

Percorrendo la strada che da Ugento porta a Casarano, all’altezza del bivio per Melissano si incontra un piccolo edificio, di nuovo allestimento, che porta all’ipogea cripta del Crocifisso. Questo luogo sotterraneo, ricavato dall’estrazione della roccia, è un posto carico di misticismo: scendendo una scalinata si accede alla sala principale, ricca di affreschi parietali che mostrano scene sacre (annunciazione, crocifissione, Cristo Pantocratore, San Nicola) e profane come animali stilizzati (leone, toro) o immaginari (Idra, Grifone), stelle e scudi templari e teutonici sul soffitto.

Cripta del Crocifisso
Cripta del Crocifisso

Cripta del Crocifisso. Annunciazione
Cripta del Crocifisso. Annunciazione

Cripta del Crocifisso. Crocifissione
Cripta del Crocifisso. Crocifissione

Cripta del Crocifisso. Scudi dipinti sul soffitto
Cripta del Crocifisso. Scudi dipinti sulla volta

Il perimetro dell’ipogeo era interessato dalla collocazione di 8 sepolture. La cripta si ritiene una realizzazione di VIII secolo d.C., ascrivibile ad ambiente bizantino ed utilizzato poi, come dimostrano gli scudi degli ordini cavallereschi, fino al periodo delle crociate. L’attuale entrata è ben successiva, di XVII secolo.

 

Note

  • (1) M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, p. 153.
  • (2) STRABONE, Geografia, VI, 3.
  • (3) S. TREVISANI, Viaggio nella Puglia archeologica, p. 62.
  • (4) M. BERNO, op. cit.
  • (5) F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, p. 41.
  • (6) ARISTOTELE, Politica V, 3, 7; DIODORO SICULO, Biblioteca Storica XI, 52, 1-4.
  • (7) ERODOTO, Storie VII, 169-172.

Bibliografia

Info

Collezione A. Colosso
via Messapica 28
Tel. 0833554843
orario: mar-dom h. 10-12 e 18-20

Museo civico archeologico Salvatore Zecca
via della Zecca 1
Tel. 0833555819
email museo@comune.ugento.le.it
orario: mar-dom h. 10-12 e 18-20

Nota dell’autore

Chi scrive ha visitato Ugento tra 2004 e 2008. Le foto della cripta sono state scattate dallo stesso, le ricostruzioni e gli altri scatti sono tratti dai siti internet citati in bibliografia.

La cripta del Crocifisso ad Ugento

di Valeria Sasso

Ugento, Città d’Arte. Un’arte, dalle molteplici forme, che evoca secoli di storia; un’arte che suggestiona e conforta l’osservatore contemporaneo perché frutto gentile e nobile del genio umano.

Emblema di quest’arte eloquente è la cripta detta del Crocefisso, un luogo di culto ipogeo, scavato nella roccia, che racchiude mirabili affreschi, echi di cultura bizantina. Detto ipogeo è situato all’ingresso di Ugento per chi vi giunge da Casarano, in un’area, di notevole interesse archeologico, che registra la presenza umana almeno dal IV secolo a.C. È opportuno ricordare, brevemente, la presenza di un tratto del circuito murario della città messapica, conservatosi in località denominata Porchiano (a sud-ovest dell’ipogeo); il rinvenimento di una necropoli messapica in località denominata S. Antonio (a sud-est dell’ipogeo); l’esistenza di un villaggio rupestre, forse di origine tardo-romana, a nord dell’ipogeo; il recente rinvenimento di alcune tombe medioevali presso il lato occidentale dell’invaso.

Il contesto si arricchisce ulteriormente se si considera l’ubicazione della cripta di Ugento sulla cosiddetta Via Sallentina. Il percorso di quest’ultima si evince dalla Tabula Peutingeriana, una rappresentazione cartografica del mondo antico redatta, probabilmente, nel IV secolo d.C. ma pervenutaci in una copia medioevale. La Tabula offre un quadro completo del sistema stradale della penisola salentina: vi sono indicate la via Appia, la via Traiana, il suo prolungamento “calabro” (da Brindisi ad Otranto) e la via “salentina” (da Otranto a Taranto attraversando Castra Minervae, Veretum, Uzintum, Baletium, Neretum e Manduris).

Acquisita al patrimonio del Comune di Ugento, la cripta è stata sottoposta ad accurati interventi di restauro conservativo delle strutture murarie e degli affreschi ed è stata restituita al pubblico, in uno splendore rinnovato, il 13 gennaio 2006.

I predetti interventi, oltre a migliorare la leggibilità delle decorazioni già note, hanno permesso l’individuazione e la riapertura dell’ingresso originario (posto sulla parete occidentale dell’invaso), nonché la scoperta di inediti affreschi.

Le nuove acquisizioni hanno offerto maggiori possibilità di comprensione e di interpretazione: il programma iconografico, come in altre chiese rupestri dell’Italia meridionale, appare di tipo votivo, legato ad una committenza privata e ad una funzione funeraria; sembrerebbe, dunque, superata l’ipotesi di una funzione eremitica.

L’aspetto odierno della cripta è il risultato di modifiche operate in età moderna, probabilmente a partire dal sec. XVI, consistenti nell’elevazione, sopra l’ipogeo, di una semplice costruzione, funzionale all’attuale ingresso (posto sul lato settentrionale); nella collocazione di due colonne all’interno, sostenenti un soffitto prevalentemente piano; nell’aggiunta di un altare sulla parete orientale, sovrastato da un affresco seicentesco raffigurante la Crocifissione (da cui il nome della cripta).

La semplicità dell’architettura esterna cela il fascino, quasi inaspettato,

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