Alfredo Mariano, tra gli ultimi costruttori di traini del Salento

foto Cantoro - Supersano
foto Cantoro – Supersano

Mesciu   Alfredu

di Maria Antonietta Bondanese

“Acqua alle rote!” L’espressione proverbiale che invita a fare in fretta, evoca l’atto delle “ferratura” delle ruote. Operazione di sveltezza e precisione. Alfredo Mariano, carpentiere da decenni per bravura e per passione, me ne spiega le fasi.

Tutto è foggiato a mano: il mozzo, i dodici raggi da inserire a due a due nelle “caviglie”, cioè i gavelli o parti della circonferenza uniti mediante la “ mmicciatura”.

Per dare compattezza e durata alla ruota, si prepara quindi il cerchio esterno in ferro. Non solo “mesciu d’ascia”, Alfredo è anche eccellente fabbro, perché « in questo mestiere se non sai lavorare ferro e legno, non puoi fare niente», dice con un sorriso, leggendomi in volto ammirazione e rispetto per un’arte che richiede competenze diverse, dall’uso sapiente di scalpello, pialla e sgorbia a quello di tornio, incudine, mazze e martelli.

Foto Cantoro - Supersano
Foto Cantoro – Supersano

 

Da una spessa spranga di ferro si ottiene, infatti, con pazienza un cerchio, saldato alle due estremità, dilatato poi a caldo, su un letto di brace, essendo il suo diametro più piccolo rispetto a quello della ruota cui è destinato. Con apposite tenaglie viene calato sulla ruota, battuto per un perfetto incastro e subito raffreddato, in modo che aderisca senza bruciare il legno.

Un canovaccio che è lo stesso da tempo immemorabile, cui però l’abilità e la personale esperienza aggiungono sempre piccoli o nuovi accorgimenti perché ogni “pezzo” che esce dalle mani del carpentiere – traino, biroccio, calesse o sciarabbà – sia un capolavoro, motivo di orgoglio e di prestigio per il suo artefice.

Patrimonio di perizia e conoscenze che potrebbe essere fatto salvo dalle nuove generazioni se considerato non come relitto di un passato perduto ma come vitale artigianato da reinterpretare nel presente. «Da ragazzo – ricorda Alfredo – guardavo lavorare ‘mesciu Giorgi’, vicino casa mia…allora il mestiere si imparava con gli occhi, senza chiedere niente». Scampato nel 1981 ad un grave incidente nel quale subisce la menomazione del braccio destro – momenti di dramma che ancora vibrano nella voce commossa della moglie Rita e di Alfredo la cui profonda devozione alla Madonna di Celimanna lo aveva spinto solo una settimana prima ad intervenire per spegnere un incendio da corto circuito al contatore del santuario -, dopo qualche anno Alfredo cessa la sua attività nell’azienda agricola Frascaro e inizia, con intraprendenza e coraggio, a lavorare il legno, riproducendo prima eleganti vascelli inglesi in miniatura, poi restaurando e costruendo gli antichi mezzi di locomozione, carrozze e traini, memore dell’arte di ‘mesciuGiorgi’.                                                                                                                  

foto Cantoro - Supersano
foto Cantoro – Supersano

 

Le suggestive sfilate di traini, sciarrette e sciarabbà che l’Associazione “Tradizioni Popolari” di Supersano propone nel maggio fiorito per le vie del nostro paese, già da qualche lustro, attestano curiosità ma anche interesse nei più giovani, emozionando gli anziani che, nei primi anni del secondo dopoguerra, vedevano interminabili file di carretti passare la notte del 14 agosto, diretti a Torrepaduli, a San Rocco, il santo taumaturgo tanto venerato.

Avanzavano lentamente, con le lanterne accese sistemate in basso, sotto il carretto, per rischiarare la strada, in un’atmosfera di sacrale attesa, di umile gioia, tra stornelli e suoni di tamburello. Un sentimento della festa che nessun mezzo di trasporto odierno potrebbe mai ricreare. Anni difficili, di miseria, ma proiettati verso una speranza di riscatto in un’ Italia che risorgeva dalle macerie della guerra. I fallimenti della riforma agraria, della Cassa per il Mezzogiorno, e poi ancora dell’ “aggancio del Sud all’Europa” hanno ucciso, uno dopo l’altro, quella speranza determinando oggi l’ennesima fuga a Nord di braccia e cervelli del Meridione.

Mola, trapano, troncatrice, calandra e “stringicantu”, sega e saldatrice: varie le macchine e gli attrezzi con cui Alfredo ha realizzato nel tempo straordinari manufatti che hanno lasciato Via Castagna per raggiungere committenti da ogni provincia di Puglia, tanto prezioso e ormai raro è il suo talento. Strumenti che raccontano un’altra storia, non di fallimenti ma di una battaglia vinta grazie a ingegnosità e inventiva.

Le stesse che leggiamo nelle geometrie di muretti a secco che delimitano confini e “cisure” nelle nostre campagne. Merletti di pietre, muta bellezza di una architettura senza architetti. Bellezza da custodire integra, per una rinascita dei nostri luoghi, un ritorno nei vecchi centri storici, a ripristinare case dalle volte a botte o a stella, a restituire l’anima a cose e mestieri dismessi.

Foto Cantoro - Supersano
Foto Cantoro – Supersano

 

Bellezza che riluce dal traino ben fatto, il quale va non solo bilanciato in modo da “nè mpicare annanzi, né mpicare arretu” ma va pure “stracallato” – sottolinea compiaciuto Alfredo -, reso gradevole agli occhi con decorazioni a colori vivaci, rosso, bianco, indaco, giallo e curato nei minimi dettagli: dalla “lettéra”, il piano di seduta, alle sponde laterali, dette “ncasciati”, al “valenzinu”, il bilancino con ‘tappone’ di ferro per attaccare il cavallo. Bordature e filettature conferiscono infine simmetria e nitore all’opera, eseguita a “regola d’arte” come vuole la tradizione di un mestiere dalla forte identità.

Emblema di un Sud che non si arrende agli schemi omologanti della globalizzazione e sa valorizzare la memoria collettiva, con le proprie forme di vita, le proprie forme di pensiero e di lavoro.

 

Aldo De Bernart e la foresta di Supersano

supersano-celimann
Cripta di Coelimanna a Supersano

di Maria A. Bondanese

 

Un dì

per queste balze  

salmodiando salian

di buon mattino

barbuti monaci di S. Basilio.

Li accompagnava

un timido raggio di sole  

tra le rame del Bosco Belvedere

e il cinguettio gioioso degli uccelli      

saltellanti nella guazza.

 

Sembra di vederli quei monaci pensosi, evocati dal verso gentile¹ di Aldo de Bernart che alla profonda cultura, alla perizia di storico, al rigore di studioso univa la dedizione per i nostri luoghi, la cui identità ha insegnato ad amare e riscoprire. Luoghi in cui specchie, dolmen e pietrefitte rinviano ad epoche remote, a un tempo immobile, circolare ed arcano, laddove chiese, torri e castelli, densi di memoria, raccontano come dalla periferia vengano i fili alla trama della grande storia.                                                                                   Il tratto armonioso, l’eloquio dotto e persuasivo, Aldo de Bernart era solito sbalzare fatti e personaggi della realtà municipale con dovizia di particolari e vivida precisione, così da significarne il ruolo nella storia di questo territorio, segnato da lenti ma inarrestabili mutamenti nel suo patrimonio architettonico, viario e paesaggistico. Casali e masserie costellano la campagna salentina offrendosi testimoni silenti di un sistema insediativo antico ma residuale, come tratturi e sentieri, stretti tra filiere di muretti a secco, appaiono relitti di suggestive ma ormai desuete percorrenze.

La via misteriosa, via della ‘perdonanza’, serba però ancor oggi intatto l’incanto che l’esatta e suasiva descrizione fattane da Aldo de Bernart² riesce a trasmettere al lettore. In età medievale, quando viandanti e pellegrini si muovevano «per mulattiere insicure e per sentieri alpestri»³, la via misteriosa o «via degli eremiti»⁴ incardinando, tra le ombre della boscaglia, le chiese rupestri della Madonna di Coelimanna (Supersano) e della Madonna della Serra (Ruffano), costituiva quel percorso di crinale che dai dintorni di Supersano si snodava lungo il Salento delle Serre fino a S. Maria di Leuca.

«Legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi»⁵, il percorso di crinale lambiva la ‘foresta’⁶ plurimillenaria di Belvedere sulla quale amabilmente, in più di un’occasione⁷, Aldo de Bernart ha voluto soffermarsi, catturato dal fascino dell’immenso latifondo di querce, pressochè scomparso.

Pochi esemplari ne attestano ancora la superba bellezza ma la sua storia è narrata nel “Museo del Bosco”(MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso.

quercia spinosa
quercia spinosa

L’eccezionale polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni : Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»⁸ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere» , come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»⁹.

La caccia, la pesca, la raccolta di frutti e legna, di giunchi e canne palustri, la coltura di lino e canapa, l’allevamento di pecore e suini erano le attività più praticate all’interno del Bosco, assieme alla produzione di carbone. Tali le risorse del magnifico Belvedere, da conferire ai casali che di esso disponevano un valore di stima superiore a quelli che ne erano privi. Aldo de Bernart ricorda come «Fabio Granai Castriota, barone di Parabita, quando nel 1641 vende a Stefano Gallone, barone di Tricase, la Terra di Supersano con il bosco Belvedere e con il feudo di Torricella e della sua foresta, con i relativi diritti feudali, realizza il prezzo di 40.000 ducati»¹⁰. Cifra ragguardevole per i tempi e addirittura doppia rispetto all’ “apprezzo” che, nel 1531, ne aveva fornito Messer Troyano Carrafa nella compilazione dei feudi confiscati in Terra d’Otranto ai baroni schieratisi contro la Spagna.

La relazione¹¹, contenuta nell’ Archivio General de Simancas, rientrava nei lavori della commissione incaricata, nel 1530, dall’imperatore Carlo V di redigere l’elenco e la stima dei beni sottratti ai nobili ribelli, durante l’annoso conflitto tra francesi e spagnoli in Italia, che aveva travolto anche l’assetto feudale di Terra d’Otranto e giungerà a conclusione solo nel 1559. Al di là delle umane traversie, il Bosco continuava a prosperare lungo una superficie di oltre 32 kmq., delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro, ricca di acque alluvionali che sboccavano, come ricordava il ruffanese Raffaele Marti, «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni»¹².

Nel fitto bosco di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, si ergevano anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco, cui facevano corona piante e fiori del sottobosco e della macchia mediterranea quali alloro, corbezzolo, lentisco, mirto, viburno, pungitopo, rosmarino, gelso, rose di San Giovanni e senza che vi mancassero mele, pere, sorbe, nespole, uva allo stato selvatico. “Delizie” definisce perciò Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹³, in cui trovavano asilo cervi, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli, lepri, conigli, tassi, martore e puzzole accanto ai voraci lupi e ai possenti cinghiali, di cui l’ultimo sarà abbattuto nel 1864. Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane abbondanti in autunno ma che, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano »¹⁴, propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, aveva annotato che è «in luogo di aria non sana»¹⁵ .

Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del Sombrino entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino»¹⁶. Supersano, tra l’altro, acquista d’allora fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo – Supralzanum – di origine prediale, avanzerà l’ipotesi che il suo nome potesse essere «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»¹⁷, con chiara allusione alla bontà del clima.

Ma il Bosco, il cui legname pregiato nel 1464 era stato richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce¹⁸, subisce un progressivo e drastico impoverimento al punto che lo stesso Arditi nel 1879, scriveva :«Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»¹⁹. Non estranea comunque alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese.

Dopo lunga contesa con i Principi Gallone, in possesso del Bosco di Belvedere che assicurava loro «la pingue rendita di L.42.500»²⁰, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici.

«Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, viepiù affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»²¹. Mutato il contesto paesistico, solo il Casino della Varna, stupendo ritrovo di caccia d’impianto seicentesco tuttora esistente nell’agro di Torrepaduli, la cui «mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa», non più luogo d’incontro di nobili per lieti conviti, «rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere»²². La cui memoria però, intesa non come semplice conservazione e inerte deposito di dati ma piuttosto azione creativa e trasfigurazione del passato, è custodita nel Museo del Bosco di Supersano.

Nella memoria, infatti, tutto ci è coevo²³: il monaco filosofo Giorgio Laurezios di Ruffano, insegnante di filosofia morale per i novizi che “salmodiando salian” alla chiesa-cripta della Coelimanna, in una Supersano fantasma del XIII secolo con appena 120 abitanti terrazzani sparsi per le campagne, come ci ha spiegato Aldo de Bernart, maestro di vita, arte, letteratura, la cui missione educatrice e culturale resta operante nella mente e nell’animo di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

 

pubblicato nel volume antologico Luoghi delle cultura Cultura dei luoghi, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Grifo Editore

 

Note

¹ A. De Bernart, Notizia su Giorgio Laurezios di Ruffano e la sua scuola di filosofia nella Supersano medievale, «Memorabilia» 28, Ruffano, aprile 2011, riportato anche da «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 20

² Cfr. A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina 1994. Di Mario Cazzato è doveroso sottolineare la lunga e fruttuosa collaborazione con Aldo de Bernart nella valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico salentino.

³ Ivi, p. 23

⁴ Cfr. C. Sigliuzzo, Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento, in Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. I, Galatina 1957,               pp.73-76

⁵ A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, cit., p.15

⁶ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente» (C. U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, p. 140-141).

⁷ Cfr. A. De Bernart, La foresta di Supersano, «Il nostro Giornale», a. IV-n. unico, Supersano, 8 maggio 1980; A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere in A. de Bernart-M. Cazzato-E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, pp. 29-34

⁸ F. De Paola, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589) in M. Spedicato, I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85

Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano

¹⁰ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., p.31

¹¹ Cfr. F. De Paola, “O con Franza o con Spagna…” Note sulla geografia feudale di terra d’Otranto nel primo Cinquecento , in               M. Spedicato (a cura di) Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro,Galatina , 2008,                       pp. 85-87

¹² R. Marti, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23

¹³ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., ivi

¹⁴ C. De Giorgi, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, 1882, rist. Galatina 1975, Vol. I, p.148

¹⁵ L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.

¹⁶ R. De Vitis, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.                                                                                                             Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia,                                              cfr. M.A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25

¹⁷ G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p.577

¹⁸ Cfr. G. Fiorentino, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. Arthur-V. Melissano (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24

¹⁹ G. Arditi, op. cit., p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco di Belvedere perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.

²⁰ A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²¹ M. Mainardi, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108

²² A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²³ Cfr. Maria A. Bondanese, Sul tempo ed altro, «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 21

Supersano e il suo Museo del Bosco

bosco

di Paolo Vincenti

A Supersano è nato il Mubo, ossia il Museo del Bosco, inaugurato nel dicembre 2011. E’ un progetto che viene da lontano e nasce dalla acquisita consapevolezza da parte dei supersanesi della eccezionale portata storica di cui il proprio comune è depositario.

Un progetto che inizia moltissimi anni fa quando gli studiosi locali pubblicavano le ricognizioni storiche sull’antico Bosco di Belvedere, di cui Supersano era parte integrante, sul sito archeologico della zona Scorpo dove sorgeva un villaggio bizantino, sulla Specchia Torricella e sulla chiesa rupestre della Coelimanna.

Un progetto che prende il via a seguito di una importante campagna di scavi eseguiti in località Scorpo dal Laboratorio di Archeologia Medievale dell’ Università del Salento, guidato dal prof. Paul Arthur.

Si è così scoperto che le origini di Supersano risalgono addirittura al Paleolitico e questa zona era frequentata fin dalla notte dei tempi. Il Bosco del Belvedere si può definire un enorme polmone verde dove, fino a poco più di cento anni fa, si estendeva  un’area boschiva che interessava l’agro di ben quindici comuni.

Il Mubo, realizzato con fondi regionali PIS 14, nasce proprio per raccontare la storia di queste eccezionali scoperte e dello specifico ecosistema del Belevedere. Nelle intenzioni dei proponenti, “il Museo vuole porsi come punto di riferimento per un vasto territorio al di là dei limiti comunali di Supersano. L’allestimento coniuga le esigenze didattiche con una attenta ricostruzione ambientale, archeologica e storica, garantita dalla partecipazione al progetto di docenti dell’Università del Salento sotto la direzione scientifica del prof. Paul Arthur.

Le diverse sale espositive, le ricostruzioni grafiche realizzate dallo studio Inklink di Firenze, i reperti archeologici, la riproduzione di manufatti ceramici e degli strumenti litici atti alla loro lavorazione, consentono al visitatore di fruire di un percorso informativo di particolare interesse e suggestione.”  Questo progetto è costato molti sforzi ai suoi ideatori e realizzatori.

Ed ora, a descrivere il frutto del pluriennale lavoro, è stato pubblicato, a cura di Maria A.Bondanese, il Catalogo: “Supersano. Arte e Tradizione, scoperta e conoscenza. Mubo Museo del Bosco”, con il patrocinio del Comune di Supersano, della Provincia di Lecce e dell’Università del Salento. Con i testi di Maria Bondanese e la grafica di Simone Massafra, è un utile strumento di conoscenza(ha anche un sito: www.museodelbosco.it) a vantaggio dei tanti turisti che soprattutto d’estate affollano le nostre contrade ma anche dei salentini che vogliano conoscere le meravigliose ricchezze custodite da questo territorio. Perché di quanto fatto rimanga traccia, perché il comune supersanese venga maggiormente conosciuto ed apprezzato, perché il museo del bosco non sia una cattedrale nel deserto. Ci hanno insegnato infatti che un museo non debba essere solo deposito di conservazione di oggetti del passato ma centro di ricerca attivo, di produzione ed elaborazione di documenti. Del pari, un museo non dovrebbe fare solo una esposizione di materiali e oggetti vari, ma incoraggiare anche una loro riproposizione, non essere solo un museo didattico, luogo di confronto teorico, ma anche didascalico, e svolgere quelle funzioni tecniche che sono date dalla natura stessa degli oggetti musealizzati.

Ci hanno pure insegnato che un museo, ogni museo pubblico, è vincolato alla sua funzione sociale ma anche alle scelte di politica culturale operate da chi deve governarlo. E dunque, se sulla serietà del lavoro condotto fin qui garantisce la direzione scientifica del Prof. Paul Arthur (la cui prestigiosa firma compare in calce alla presentazione del libro), alle diverse amministrazioni comunali che si succederanno spetterà il compito di gestire il Mubo.

ll Museo del Bosco è ospitato nello storico Castello Manfredi, sede del Comune, nel cuore del centro abitato. L’iter espositivo si snoda attraverso sette sale, su due piani, un book shop e la torre medievale. Davvero consigliabile una sua visita.

Il libro che lo documenta è diviso in quattro sezioni tematiche. Nella prima sezione, dopo la Presentazione del Prof. Paul Arthur ed i Saluti dei passati sindaco e consigliera alla cultura del Comune di Supersano, Dott. Roberto De Vitis e Prof.ssa Maria Bondanese, vengono offerte delle tracce sul territorio di Supersano e sulla sua storia, sul Castello Manfredi e sulla Torre Medievale.

Nella seconda sezione, si entra nel vivo della trattazione, con la descrizione particolareggiata del Museo, delle sue Sale e della collezione in esse contenuta. Nella terza sezione tematica, vengono trattati i luoghi di interesse del territorio di Supersano e segnatamente “La cripta della Madonna della Coelimanna”, a cura di Stefano Cortese, “Il santuario della Vergine di Coelimanna”, a cura di Stefano Tanisi, “L’albero della manna”, a cura di Francesco Tarantino, i Menhir, le Masserie, “ I percorsi naturalistici”, a cura di Michela Ippolito, e la Chiesa Matrice.

La quarta sezione raccoglie le Informazioni utili, ricettività, gastronomia, numeri d’emergenza, insomma tutto ciò che il turista che viene a Supersano deve sapere. Al libro, che per essere un opuscolo reca un apparato bibliografico davvero poderoso, si affiancano alcune brochures, anch’esse molto curate dal punto di vista grafico, che offrono uno strumento di più  agile consultazione. Chiaro che il museo, per sua stessa definizione, è un contenitore di reperti del passato, di oggetti che non hanno più vita nel presente. Dunque, per il suo status semiologico, esso non può parlare il linguaggio della vita ma un meta- linguaggio, cioè il linguaggio della riflessione sulla vita. Resta fermo però che, se non “vitalmente”, certo “museograficamente”,  un museo  debba essere “vivo” e parlare ad un pubblico quanto più vasto possibile.

Lettera aperta agli abitanti di Supersano

 

 di Ezio Sanapo

 

Ho riflettuto molto ultimamente sulla enorme quantità di soldi che si spendono per la tutela e la salvezza delle anime degli abitanti del mio paese:

Nell’arco degli ultimi sessanta anni nel mio paese hanno accorciato la Chiesa Madre e nello stesso tempo ne hanno edificata una nuova in un’altra piazza negli anni 50. Inspiegabilmente hanno abbattuto e ricostruito, nuova di zecca, un’altra chiesa, che era la più antica del paese negli anni 60. Hanno pavimentato, un’altra volta, e intonacato i muri esterni della Chiesa Madre negli anni 80. Hanno stonacato invece la chiesa della santa protettrice del paese che era stata edificata “per miracolo” negli anni 90. Hanno rifatto il campanile e tutto il look interno, sempre della stessa Chiesa Madre negli anni 2000.

Senza parlare della costruzione di un imponente Oratorio che è l’unico intervento forse, fatto senza fare scempio e recare danni irrimediabili al patrimonio storico del paese.

Tutti questi lavori, opportuni o meno, sono stati realizzati con il contribuito dei cittadini, sia che li avesse messi lo Stato, sia che li abbiano messi di tasca propria. Il tutto con l’approvazione benevola della sovraintendenza alle belle arti.

Se gli abitanti del mio paese avessero speso almeno un terzo di quella cifra per le nostre scuole, oggi avrebbero scuole degne di essere frequentate, perché la scuola insegna Valori e Regole che è molto difficile insegnare in una scuola che strutturalmente non è in regola. Diventa difficile anche per chi nella stessa scuola insegna religione, che serve per la tutela dell’anima, se quella dei bambini ha, oppure no, un valore analogo a quella degli adulti.

In questi ultimi tre mesi, ho potuto visitare varie scuole dei paesi limitrofi e mi dispiace dover ammettere che la scuola del mio paese è la peggiore.

Nel mio paese le Chiese durano secoli (se non le abbattono volontariamente), le scuole invece durano pochi decenni, se tutto va bene, ed è, questa, la prova scontata che ogni cosa è durevole solo se fatta con amore.

Non scrivo tutto ciò per polemizzare con qualche amministrazione in particolare perché a memoria d’uomo, tutte le amministrazioni comunali, che si sono susseguite, (compresi gli abitanti che le hanno votate) nessuna si è veramente preoccupata di investire per il futuro del paese partendo dalle strutture della scuola, che sono fondamentali per la formazione dei bambini, Ma ci  preoccupiamo solo  della loro anima quando diventerà adulta.

Degli adulti di oggi è ammirevole la disponibilità di tante perpetue e sacrestani che si offrono volontariamente tutti i giorni a portare fiori freschi e a tenere pulite e ordinate le Chiese del mio paese, molto bene!

Sarebbe bello però se almeno un terzo di tanto interessamento lo riservassero anche per le Scuole frequentate dai loro figli che oltre ad avere un’anima, hanno tutto un futuro davanti: se lo avessero fatto già prima, avremmo oggi amministrazioni comunali che si sarebbero comportate di conseguenza per non perdere consensi.

Forse toccherà anche a me un giorno, preoccuparmi della mia anima. Da bambino ho dovuto sempre arrangiarmi da solo, da anziano invece avrò forse tutto il conforto della Chiesa e di tutti i Santi. Cambierò l’acqua dei vasi sugli altari tutti i giorni per meritarmelo e mi sentirò finalmente a casa mia, anche se non è il paese che io sognavo da bambino, anzi, non è proprio un paese per…bambini, ma dei bambini conserverò il ricordo della loro anima “alunna”, dei loro sguardi limpidi e sinceri dove posso ancora scorgere le radici della mia stessa anima incontaminata, con …”l’elmo di carta e la spada di legno” a difendere la sua identità e la sua purezza.

Il rapporto con la Terra, l’Arte e il Paesaggio

terra-d'otranto

di Ezio Sanapo

“ Quando gli uomini hanno grossi problemi, devono rivolgersi ai bambini, sono loro ad avere il sogno e la libertà”  

( F. Dostoevskij )

Ricominciare dalla Scuola

E’ il percorso che io e Maurizio Nocera in collaborazione con “LE STANZIE Agriturismo” stiamo facendo, a cominciare dall’Istituto comprensivo di Supersano che comprende anche i comuni di Nociglia, Botrugno e S.Cassiano.

I temi che porteremo all’attenzione degli  studenti delle scuole elementari, medie ed insegnanti sono:

 Il rapporto con la Terra, l’Arte e il Paesaggio.

La Terra come matrice della nostra esistenza, l’Arte come regolatrice delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti e il paesaggio come testimonianza della nostra identità e della nostra storia.

Queste tre importanti e indispensabili componenti della nostra vita sono sottoposte, in questi ultimi decenni all’abbandono e al degrado.

Lo scopo è rimodulare con esse un rapporto nuovo, partendo dai bambini che, oltre ad essere più sensibili e ricettivi, hanno più di ogni altro la possibilità di coinvolgere gli adulti.

Chiunque può unirsi all’iniziativa e contribuire ad allargarla per coinvolgere tutto il nostro territorio.

Maurizio Nocera, LE STANZIE” ed io ringraziamo le ditte di artigiani che su nostro invito si sono unite per eseguire gratuitamente la pitturazione dei locali della scuola in occasione della manifestazione.

 

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ISTITUTO COMPRENSIVO

(Botrugno – Nociglia – S. Cassiano- Supersano)

IL MONDO CHE VORREI

Terra- Arte- Paesaggio

L’umanità sa, l’ha sperimentato sulla propria pelle, che un mondo ideale, perfetto, luminoso, nella realtà non esiste, come pure sa che esso è difficilmente raggiungibile. Tuttavia, essa sa pure che un tale mondo ideale irraggiungibile possa essere ugualmente perseguibile, e per questo s’impegna quotidianamente e vive nella speranza di un domani migliore.

Oggi sappiamo che il pianeta sul quale viviamo non è più in buone condizioni fisiche, molti acciacchi lo tormentano e, purtroppo, la causa di questi suoi mali è dovuta a scelte sbagliate fatte da noi stessi umani.

Qualcuno oggi si è accorto di tutto questo e cerca con infinita umiltà di correre ai ripari, rimodulando il suo rapporto con la TERRA, col PAESAGGIO e con l’ARTE, partendo proprio da quello che è sempre stato (ed è) l’humus vivo della stessa umanità: i giovani, gli studenti e tutti coloro che amano sentirsi partecipi di un nuovo processo di rivitalizzazione del pianeta Terra.

All’interno di questa progettualità, l’ISTITUTO COMPRENSIVO di SUPERSANO (Scuole Elementari e Medie),  LE STANZIE e l’artista EZIO SANAPO, hanno pensato bene di proporre una serie di eventi per dare il loro contributo alla rivitalizzazione del proprio territorio e del Salento.

20 dicembre 2013

-SUPERSANO-

Aula Magna

                    ISTITUTO COMPRENSIVO SUPERSANO

Ore 9,00: Presentazione del Progetto:

IL MONDO CHE VORREI

L’intento dell’incontro è assegnare la tematica IL MONDO CHE VORREI agli studenti per un loro elaborato (tema, poesia, disegno e altro frutto della creatività dell’età evolutiva) da consegnare entro il primo marzo 2014. Una giuria di esperti valuterà gli elaborati e, ai migliori classificati, il 22 marzo, inizio della primavera e Giornata Mondiale della Poesia, indetta dall’Unesco, assegnerà dei Premi-Libro.

 

Ore 10,00:Inaugurazione Mostra di

EZIO SANAPO

Interventi:

Prof.ssa Caterina SCARASCIA ( Preside),

Maria BONDANESE (Consigliera alla Cultura),

Franco CONTINI (Docente Accademia di Belle Arti di Lecce),

Alessandro LAPORTA (Direttore Biblioteca Provinciale),

Francesco PASCA (Critico d’Arte).

 

Ore 11,00-13,00: Convegno

LA TERRA NOSTRA GRANDE MADRE:

SALENTO DA AMARE

Interventi:

dott. Roberto DE VITIS, (Sindaco di Supersano, Saluto),

Ing. Gianni CARLUCCIO, (Proiezione diapositive su Salento da amare).

Prof. Giovanni INVITTO, (Salento Terra d’Ospitalità).

Dott. Agr. Gigi SCHIAVANO (Comitato “La notte verde Ritorno alla Terra” di Castiglione)

Coordina: Maurizio NOCERA.

 

LE STANZIE:

Ore 13,30-15,00 Ristoro ( buffet con panini e vino)

Intermezzo musicale di WALTER DELLA FONTE

Ore 15,00: Convegno

IL PAESAGGIO NOSTRO ORIZZONTE DI VITA

Dr. Giovanni GIANGRECO (Sovrintendenza Prov.),

“Il territorio urbano rurale del Salento”

Interventi:

Raffaele BAGLIVI (Architetto),

Lorenzo CAPONE (Editore),

Antonio CARLINO (Impiegato),

Mario CAZZATO (Architetto),

Ada DONNO (Presidente AWMR-Italia),

Nunzio PACELLA (Giornalista),

Vincenzo RUGGERI (Giuggianello),

Salvatore SCIURTI (Architetto),

Nello SISINNI (Architetto),

Alessandro TURCO (referente Fondazione Tonino Guerra)

altri.

Conclusioni:

Dr. Salvatore BIANCO (Ispettore Sovrintendenza Provincia di Lecce).

Coordina: Simona VARRAZZA (Portavoce “Le Stanzie”)

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Il verde Salento che vuole rinascere!

 

La riscoperta del frassino meridionale e del Bosco di Belvedere. La produzione della dolce manna salentina, dal marchio “Foresta Belvedere”. Il ritrovato Orniello, il Frassino orno, stretto cugino del Frassino meridionale!

di Oreste Caroppo

Ritrovai alcuni esemplari di Frassino ossifillo o meridionale (Fraxinus angustifolia), ancora perfettamente vegetanti, alcuni anni fa, nell’area dei Paduli-Bosco Belvedere, in particolare negli agri di Scorrano, Surano e Nociglia, lungo alcuni corsi d’acqua, dopo decenni di creduta scomparsa locale, di questa storica e ben nota specie autoctona igrofila dell’antica foresta chiamata “Bosco Belvedere”, che si estendeva in tutto il cuore del basso Salento. Il primo esemplare di un gruppo relitto di non più di 5 alberi, lo scovai con immensa gioia, nel pomeriggio del 10 agosto del 1995, protetto in una umida vallata tra gli ulivi, lungo un corso d’acqua nascosto da alte canne domestiche (Arundo donax L.), Pioppi neri (Populus nigra L.), e tantissimi Olmi campestri (Ulmus minor L.), dove anche viveva, e vive, qualche pruno selvatico e querce caducifoglie. Era lungo il Canale del “Fosso la Castagna”, così chiamato, non lontano da contrada Silva, nei Paduli, in agro di Scorrano.

“Paduli”, segno dell’atavica presenza di estese paludi, acquitrini, ancor oggi in quei luoghi persistenti nelle stagioni piovose per parecchi mesi all’anno. “Silva”, il nome della selva impenetrabile in latino, eco toponomastico dell’antica locale Foresta del Belvedere. Allo stesso modo il termine “Foresta” non è andato perduto, ma è passao ad indicare alcune voragini

Supersano. La Vergine di Coelimanna tra principi, pastorelli e briganti

di Massimo Negro

Coelimanna mantiene fede al suo nome. Gli antichi latini direbbero “nomen omen”. In effetti questo sito è una vera e propria manna dal cielo per coloro a cui piace raccogliere e raccontare storie sul nostro passato e sulla nostra terra. E’ una mirabile sintesi di leggende, di religiosità, di arte e di storia.  Tutte concentrate in questo piccolo spazio del nostro Salento.

Da dove cominciare?

Partiamo dalle leggende, dalle storie più antiche, per poi avvicinarci ai nostri giorni e alla mia visita alla cripta.

La prima di questa storie racconta di una guarigione miracolosa, in un periodo della nostra storia imprecisato. Un principe romano era stato colpito da un morbo che lo avrebbe condotto alla morte se non fosse intervenuta la Vergine Maria, apparendo allo sfortunato con il titolo di Coelimanna, e guarendolo. La leggenda racconta che il principe, una volta guarito, volle recarsi sul luogo a cui rimandava l’apparizione, ma durante il tragitto qualcosa di strano accadde. Infatti il cavallo d’improvviso iniziò ad inginocchiarsi dapprima all’ingresso del paese, poi una seconda volta lungo la strada che conduceva verso il bosco. Infine si ebbe ad inginocchiare una terza ed ultima volta nel luogo in cui, per devozione e per ringraziamento per la guarigione ricevuta, il principe fece erigere un Santuario. Secondo la leggenda, i luoghi in cui il cavallo si inginocchiò improvvisamente sono dove oggi sono posti dei menhir, lungo la strada che dal paese conduce verso il Santuario.

Come tutte le leggende che si rispettino non vi è  nulla di documentato. Certo è che questa commistione tra religiosità cristiana, l’apparizione miracolosa della Vergine, e quella pagana, rappresentata dai menhir, lascia validamente supporre che il luogo fosse abitato sin dai tempi più antichi e poi successivamente “convertito” ad una differente destinazione religiosa.

La seconda storia che si racconta, e che ebbe più della prima a lasciare chiare evidenze nella religiosità popolare del luogo, narra di un’apparizione della Vergine di Coelimanna ad una pastorella.

Il P. Antonio da Stigliano, cappuccino, così riferisce la tradizione sul Santuario.

“Conduceva alla pastura, su quella verde collina, il suo gregge, una pastorella innocente, quando all’improvviso un giorno, proprio il Sabato precedente alla prima Domenica di Luglio, le si fece innanzi una maestosa Signora, la quale col suo celestiale sorriso le disse: Figliuola mia, va a chiamarmi il Curato di Supersano; la fanciulla modestamente osservava che il suo gregge senza di lei si sarebbe disperso, danneggiando nelle terre vicine e la sconosciuta ed affettuosa Signora le rispose che nella di lei assenza lo avrebbe Ella custodito.
Pronta allora al comando reca l’avviso al Parroco, il quale, animato da zelo, non mancò di condursi sul luogo al fianco della santa fanciulla. Costei giunta sulla collina gli additava quella gran Donna tenutasi nascosta dietro un cespuglio. Il fortunato sacerdote, nulla di straordinario avendo osservato, ritonò in Parrocchia, dove nella seguente Domenica, avendo narrato al popolo l’apparizione prodigiosa, predicò che ognuno si provvedesse di ferro per aprire quel folto cespuglio, ove si ascose la Donna apparsa il giorno innanzi alla pastorella innocente. Non mancò certo la preghiera, dopo che il popolo processionalmente raccolto ed avviatosi sul luogo aprì con sollecitudine il cespo additato. Fu scoperto un antro, ove si rinvenne una cappella (l’attuale Cripta) avente in mezzo un altare con nicchia, in cui un affresco è l’immagine bellissima della regina del Cielo, fregiata da un’iscrizione greco-latina che dice: Virgo Manna Coeli.”

L’apparizione della Vergine alla pastorella si narra che avvenne nel XV secolo. A ricordo dell’evento venne eretto l’attuale Santuario della Beata Vergine di Coelimanna (inizi del XVI secolo, rifatto e ultimato nel 1746). All’interno dell’edificio religioso, posta sull’altare, vi è una rappresentazione in cartapesta dell’apparizione miracolosa che in modo efficace racconta visivamente quell’evento.

La terza storia, a noi più recentemente e in questo caso anche documentata, è solitamente poco conosciuta e raramente accostandola alla storia del Santuario e all’adiacente e più antica cripta.
Siamo negli anni subito dopo l’unità d’Italia. Anni di speranze per molti infrante e di grandi difficoltà economiche, aggravate o causate da una legislazione neounitaria dai tratti ritenuti particolarmente vessatori verso la popolazione del meridione.
Siamo negli anni in cui frequentemente la contestazione e l’esasperazione sfociava in fenomeni di ribellione violenta. Siamo negli anni del banditismo, negli anni di Quintino Ippazio Venneri detto “Macchiorru” (1).

Quintino Ippazio Venneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836. Nel 1859 si unì all’esercito Borbonico come soldato di leva. Tornato a casa nel 1860 dopo la disfatta e la resa del Regno, si unì nel 1861 alle forze reazionarie e per questo venne arrestato, rimanendo in carcere per circa un anno. Tornato al paese ci restò poco e nel mese di ottobre del 1862 si diede alla macchia.

I fatti compiuti dal Venneri e dalla sua banda furono numerosi. A lui e ai suoi venne anche attribuita la morte di un prete di Melissano, don Marino Manco ritenuto filo-sabaudo (2). La fine della storia del Venneri si intreccia con il sito di Coelimanna.

“La cattura di Quintino Venneri” di R. Rizzelli “Pagine di Storia Galatinese” 1912.

“La cattura, anzi, l’uccisione di Quintino Veneri, avvenne in modo tragico ed emozionante. La stazione dei carabinieri Ruffano, nel colmo della notte del 23 marzo 1863, fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, un chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. L’ora tarda non permise ai militi della benemerita arma di avvisare il comandante della Guardia Nazionale di stanza alla masseria Grande dei signori De Marco di Maglie, e postasi in armi in soli otto carabinieri, al comando di un brigadiere, corse a Cirimanna. Il drappello dei valorosi giunse sul posto in sul far del giorno e nell’accerchiare la chiesetta non potette fare a meno di non prevenire il capo banda Veneri il quale, non potendo evadere, si pose in sugli attenti per difendersi. La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito: l’Arma benemerita aveva liberato la contrada del capo banda ma aveva rimesso la pelle di un suo valoroso soldato.

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie – la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio”.

Ora non ci resta che raccontare della cripta e degli affreschi al suo interno.

Dire che il luogo ispira al silenzio e alla contemplazione può sembrare quasi ironico, visto che il sito è ora inglobato nell’attuale cimitero di Supersano. Ma in effetti così è, come in tutte le cripte di origine basiliana, dove quei santi visi e mani benedicenti fungono quasi da macchina del tempo nel  riportarti indietro in un’epoca in cui il sentimento religioso riusciva ad esprimere vette artistiche di incommensurabile valore. La bellezza paesaggistica del sito resta tutt’ora, ancorché inglobata nel cimitero, in quanto la cripta e il Santuario si trovano adagiati sul fianco delle Serre, lungo una collina dalla vegetazione fitta e lussureggiante in cui ci si può inoltrare grazie a dei sentieri che portano ad immergersi nel verde del bosco.

La cripta ha un ingresso alquanto anonimo. Uno scavo in piano nel costoso roccioso  con una piccola porticina d’ingresso. Riguardo lo stato dei luoghi è difficile ipotizzare come dovessero essere originariamente, anche a motivo della successiva costruzione del Santuario che venne adagiato nel costone accanto alla grotta. Inoltre, accanto alla cripta vi è un secondo ingresso che conduce in un diverso antro messo in comunicazione con il primo da un cunicolo evidentemente scavato anch’esso. E’ probabile che se la cripta costituisse il luogo di preghiera, la seconda grotta potrebbe essere stata adibita a ricovero dei monaci.

In questo secondo antro non si notano tracce di affreschi.  Riguardo il cunicolo si racconta che dovesse portare addirittura sino a Leuca; ma nella realtà non va più lontano di qualche metro.

La cripta dalla forma quadrangolare appare divisa in due parti, quasi fossero due navate, per quanto dalle dimensioni irregolari, separate quasi nel mezzo da un pilastro e da archi. E’ probabile che la prima parte della cripta, quella in cui si accede dall’ingresso, sia quella più antica e che la seconda venne scavata ed aggiunta in un’epoca più tarda. Ad avvalorare questa ipotesi, sia la differente altezza della volta, più alta ed ampia nella seconda sezione, sia la decorazione paretale ben diversa dalla prima. Infatti se nella prima sezione sono visibili affreschi riconducibili quasi per intero alle mani e all’ingegno dei monaci basiliani, nella seconda vi sono in particolare motivi floreali e visi di angeli di fattura diversa e più grossolana rispetto a quella di ispirazione bizantina. Ciascuna sezione ha un suo altare, ma su questi vi ritornerò a breve nella descrizione del ciclo pittorico.

Iniziamo a raccontare le sacre immagini presenti all’interno riprendendo quanto ebbe a scrivere nell’800 il De Giorgi nei suoi Bozzetti di viaggio per i luoghi del Salento.

“… volti affusolati, grandi occhi ovali, lineamenti un po’ grossolani ed abbigliamenti ricchi di pieghe in parte cancellate dall’umidità … Quanta espressione in quelle poche linee che rappresentano la Vergine col Bambino … Che atteggiamento ispirato e terribile in quel San Giovanni Battista dagli occhi pieni di vita e dai capelli scarmigliati! … Quei vecchi dipinti parlano al cuore, e questi nostri [dei moderni realisti] si direbbe che son destinati più ad accarezzare la retina, che ad invitare alla preghiera …”

La prima figura che si incontra, a sinistra dell’ingresso, è seriamente danneggiata e regge un Evangelio su cui si possono leggere, anche se con una certa difficoltà, sulla prima pagina “EGO SUM LUX MUNDI”, mentre sulla  seconda “QUI SEQUI TUR MEN ABUL ATI IN”, cioè “ Io sono la luce del mondo chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Tale figura dovrebbe rappresentare un Cristo in trono con la mano benedicente alla greca.

La seconda figura è stata attribuita a San Giovanni Evangelista, anche se le iscrizioni sul libro aperto sono quasi illeggibili, così come l’iscrizione esegetica. Di questa il Fonseca, nel 1979, riesce a leggere poche lettere – “EVAN…”.
La terza figura è la classica rappresentazione di San Nicola a mezzo busto. L’affresco ha una particolarità; reca il nome del santo scritto sia in greco che in latino. Questo particolare testimonia la progressiva latinizzazione che ebbero a subire queste comunità inizialmente di rito greco.

L’ultima figura di santo presente sul lato sinistro dell’ingresso è quella di San Giovanni Battista, vestito con una tunica, benedicente alla greca e con un cartiglio in mano da cui poco o nulla si può leggere. Questo è il Battista che tanto ebbe ad impressionare il De Giorgi durante la sua visita. Anche su questo affresco il Fonseca rintracciò la doppia iscrizione in latino e greco.

Sulla parete a destra dell’ingresso vi è un bellissimo dittico con Sant’Andrea prima e San Michele a seguire. Sant’Andrea indossa tunica e mantello, e regge un cartiglio arrotolato in mano.
Il San Michele non è l’arcangelo ma si ritiene possa essere San Michele Maleinos, rappresentato con un bastone e croce astile, attributi con cui si raffigurano i santi eremiti.

A seguire una bellissima Vergine in trono con bambino benedicente alla greca.

 Sul pilastro a destra vi sono rappresentati due santi. Un santo diacono attribuito a Santo Stefano, dal nimbo perlinato che regge con una mano un incensiere e con l’altra probabilmente l’epigonation per l’elemosine. Secondo Medea potrebbe essere San Lorenzo.
Un santo Vescovo che regge un Evangelio e benedice alla greca. La fattura di quest’ultima figura appare di un periodo diverso (forse XV – XVI secolo) rispetto alle altre figure presenti in questa sezione della cripta (XIII – XIV secolo).

Sullo stesso pilastro una suggestiva Vergine della Misericordia con il tipico mantello aperto in cui sono raffigurati dei flagellanti incappucciati.

L’ultimo affresco presente nella prima sezione della cripta è posto sopra l’altare e rappresenta una Vergine con Bambino. La Vergine con la mano sinistra regge un frutto.

Oltrepassato l’arco, la seconda sezione della cripta è caratterizzata dalla presenza di un bell’altare barocco con incastonata l’icona di una Vergine con Bambino. Molto probabilmente la costruzione di questo altare è riconducibile allo stesso periodo in cui all’esterno venne elevato il Santuario.

Il resto di questa sezione appare molto particolare in quanto le decorazioni sono caratterizzate da numerosi ed estesi motivi floreali e da un bellissimo cielo stellato.  Lungo la parete in cui è presente un sedile in pietra per l’officiante, sono rappresentati un San Rocco e una Crocifissione.

Prima di uscire dalla cripta, vi vorrei far notare alcune strane figure dipinte presenti nei pressi dell’ingresso. Difficile dire cosa siano e a cosa siano servite.

Prima di lasciarci vorrei brevemente tornare sul nome del sito, Coelimanna, manna dal cielo. Perché questo nome? Una delle possibili risposte può essere data dalla presenza in quei luoghi dell’albero della manna. Ad avvalorare questa tesi, sono stati individuati di recente alcuni esemplari di questi alberi nella zona compresa tra il Santuario e la Chiesa della Madonna della Serra (3).

Il sito è stato interessato da un restauro nel corso del 2001. Purtroppo l’umidità presente all’interno è abbondante e rischia con il tempo di compromettere ulteriormente lo stato degli affreschi. Addirittura su una parete erano cresciuti dei funghi.

 

Ringraziamenti. Sezione inusuale ma con piacere dovuta. Intanto un grazie al mio amico “Pasquino Galatino” che mi ha introdotto alla figura di Quintino Venneri. Un grazie anche a Michela Ippolito e all’amico Marco Cavalera che hanno reso possibile la mia prima visita al sito in occasione di una due giorni dedicata alla cripta e ad altri bei luoghi della  zona di cui scriverò in seguito. Ringraziamento doppio, visto che grazie a quella visita ho avuto il piacere di conoscere Marco di Salogentis.it, Franco e Bea di Japigia.com e Lupo Fiore un altro instancabile camminatore del Salento.

Fonti e riferimenti utili:

– (1) Sulla vita di Quintino Venneri rimando alla lettura dei numerosi articoli e note presenti in questo sito:  http://www.pinodenuzzo.com/controstoria/macchiorru.htm

– (2) Sul racconto dell’uccisione di Don Marino Manco, rimando allo scritto dell’amico Stefano Cortese anch’esso raccolto nel sito su indicato.

– (3) Articolo di Francesco Tarantino
https://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/03/l%E2%80%99albero-della-manna-nelle-campagne-di-supersano-le/

– Sempre su questo luogo potete leggere su: http://www.japigia.com/le/supersano/index.shtml?A=coelimanna
http://www.salogentis.it/2011/12/11/la-cripta-di-santa-maria-coelimanna-a-supersano/

– Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento – Fonseca, Bruno, Ingrosso, Marotta – Congedo Editore, Galatina 1979.

pubblicato su

http://massimonegro.wordpress.com/2012/03/07/supersano-la-vergine-di-coelimanna-tra-principi-pastorelli-e-briganti/

L’albero della manna ricompare dopo 800 anni

 
 
di Francesco Tarantino
Da oltre 10 anni cercavo questa pianta chiamata “albero della manna” nel territorio di Supersano.
Di fatto era nota la presenza fin dal ‘700 del Frassino meridionale (Fraxinus Oxycarpa) nel Bosco Belvedere di Supersano, pianta spontanea citata da alcune fonti sia a Supersano che nei canaloni dei Laghi Alimini; questa pianta ama i luoghi umidi e freschi, ma anche il caldo estivo. Tutto corrisponde all’habitat di Supersano, ma fin qui  nulla di nuovo sia da un punto di vista storico che archeobotanico.
In realtà vi è un altro albero di Frassino nel Meridione d’Italia: è il Frassino orniello (Fraxinus ornus), detto “albero della manna” coltivato e non spontaneo fin dal Medioevo (XII-XIV secolo) grazie ai monaci bizantini. Era coltivato perchè produceva dalla linfa una sostanza dolce e medicamentosa chiamata “manna”. E’ nota la sua presenza e coltivazione in Calabria, in Sicilia ed in Puglia in provincia di Bari e sul Gargano. Nulla sulla presenza e

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