Libri/ La mistica Chiara d’Amato da Seclì

La mistica Chiara d’Amato da Seclì.

Modi e forme del vivere in clausura nel Seicento barocco

di Vincenza Musardo Talò   

Nell’immaginario collettivo, la clausura – da sempre campo fertile della mistica, quasi luogo liminale tra immanenza e trascendenza – evoca suggestive immagini di figure di donne antiche, uscite dal mondo, delle sepolte vive, come faceva intendere il rito della professione dei voti monastici, precedente il Vaticano II. E si ignora, forse, che la monaca claustrale è una donna di Dio, è sponsa Christi, è una vergine che vive come fonte sigillata nell’orto interclusus che è il monastero, secondo una scelta di vita (libera o, a volte, nei secolo scorsi, forzata), nell’ideale cammino della perfezione spirituale, quotidianamente impegnata in un apostolato fuori dal mondo, ma per il mondo. Non è facile, dunque, calarsi nel variegato universo del monachesimo femminile e soprattutto nel significato di quegli aspetti più reconditi, entro cui si sommano la sofferenza eroica e la fatica di un’anima nel farsi santa, nel tessere la geografia mistica della sua anima, cercando l’inesprimibile e l’intima vicinanza dell’infinito. Il monastero, il coro, la cella si fanno, allora, dimensioni privilegiate dello spirito, “luoghi” entro cui la religiosa cerca di accorciare le distanze tra il sè e il Cristo suo sposo.

Tanto, perché il pregevole, quanto scrupoloso e severo studio di C. De Donno sulla mistica figura di Chiara d’Amato da Seclì, claustrale vissuta nel secolo XVII, tra le raccolte e antiche mura del monastero di S. Chiara di Nardò, ripropone all’attenzione della storiografia agiografica il topos delle religiose estatiche in età moderna. In tal senso, il ritratto di questa mulier religiosa, così come delineato dall’Autore, ben si attaglia per essere collocato all’interno delle

Suor Chiara D’Amato dei duchi di Seclì

di Raimondo Rodia
Seclì, chiesetta annessa all’ex convento francescano

Nella seconda metà del 500 (1550) divennero feudatari di Seclì con il titolo di duchi i D’Amato, nobili spagnoli venuti in Italia al seguito degli aragonesi, padroni dell’Italia meridionale. Con la famiglia D’Amato Seclì visse un periodo di sviluppo e benessere, trasformandosi da antica fortezza in residenza signorile, “la fortezza diventa palazzo”.

Del primo duca si hanno poche notizie. Il suo successore, Guido, fu un uomo coraggioso e colto. Partecipò alla battaglia di Lepanto, dove la flotta cristiana inflisse una durissima sconfitta alla flotta turca. Tornato nel suo feudo fece costruire il convento dei frati minori osservanti con l’annessa chiesa dedicata alla Madonna degli Angeli. Diede inizio alla costruzione del palazzo feudale ed ingrandì la chiesa matrice dedicata a S. Maria delle Grazie. Verso il 1610 a Guido successe Ottavio e a questi, verso il 1615 il figlio Francesco. Nel 1647, quando il popolo si ribellò alle numerose imposte dei signori spagnoli (rivolta di Masaniello a Napoli), l’ultimo dei D’Amato, Antonio, fu coinvolto in un episodio di rivolta popolare scoppiata nel Salento contro i signori locali. A seguito della rivolta scoppiata a Nardò, il duca neretino fece imprigionare don Antonio Bonsegna, alleato dei rivoltosi. II popolo neretino allora per ottenere la liberazione del Bonsegna mandò due frati francescani, del convento di Sant’Antonio da Padova di Nardò, dal barone di Seclì, Antonio D’Amato, minacciandolo che avrebbero sequestrato e poi bruciato la sorella Suor Chiara, se non avesse convinto il duca di Nardò, suo cugino, a rilasciare il Bonsegna. Questa rivolta ebbe fine con la liberazione del Bonsegna. Antonio era fratello di Suor Chiara, al secolo Isabella D’Amato duchessa di Seclì nata il 14 marzo 1618 e morta a Nardò il 7 luglio 1693, figlia del duca Francesco.
Isabella crebbe a Seclì nel palazzo paterno segnalandosi, fin dalla prima infanzia, per dolcezza, pietà e semplicità. Decisivi per la sua formazione furono i rapporti con i frati minori osservanti del locale convento di S. Antonio, dai quali apprese la narrazione degli eroici martìri subiti dai missionari francescani. A dieci anni la bambina aveva già deciso di dedicare la propria vita a Cristo e, di giorno in giorno, rafforzava il suo ardore cristiano e la sua spiritualità, che accompagnava con digiuni rigorosi e severe pene corporali. Trascorreva la sua giornata raccogliendosi in preghiera nella cappella di famiglia dove ebbe l’apparizione della Madonna. Era vestita di bianco e aveva una collana d’oro. Da allora le visioni non si contarono più.
Nel 1636, all’età di 18 anni, Isabella entrava nello storico monastero di S. Chiara a Nardò insieme alla sorella minore Giovanna. Dodici anni più tardi, il 10 agosto 1648, ella poteva finalmente prendere i voti con il nome di Suor Chiara. Ispirandosi a S. Caterina da Siena di cui assume il nome, Suor Chiara conduce la sua vita di clarissa all’interno della comunità monastica neretina, in preghiere, veglie penitenziali, autoflagellazioni, ratti, deliqui, bassi sfaccendamenti a favore delle consorelle, febbri a rischio mortale, e insperate guarigioni. Le sue estasi, aggiungendosi a costanti digiuni, le causavano forti debilitazioni e spossatezze che la gettavano solitamente in uno stato di profonda prostrazione. Esse arrivavano improvvise, “alle volte con il boccone in bocca”, e suor Chiara scoloriva e impietriva per ore, ridestandosi solamente quando la superiora la richiamava all’obbedienza.
Seclì, statua della Vergine conservata nella chiesetta

Durante l’estasi Suor Chiara si assentava dal mondo e senza rendersene conto, veniva assorbita completamente dalle visioni in cui si immergeva la sua mente. Talvolta mentre era in trance manifestava straordinarie qualità divinatorie e profetiche che le permettevano di vedere in anticipo eventi anche personali, come la sua stessa morte, in ogni dettaglio. Ma anche vicende fuori della sua portata relative a persone che non conosceva. Quelle estasi non di rado si accompagnavano alla levitazione, esattamente come succedeva al conterraneo San Giuseppe da Copertino. Ad una di quelle estasi fu presente il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro Papa Benedetto XIII, nel corso di una sua visita a Nardò all’amico vescovo Orazio Fortunato.

Suor Chiara morì martedì 7 luglio 1693, dopo aver ricevuto l’estrema unzione e la benedizione papale “in articulo mortis” dal vescovo. Si aprì subito il processo di beatificazione che purtroppo non fu mai concluso. In una visione a Suor Chiara le appariva Gesù con due cuori nelle mani, uno era di carne, l’altro era di materiale lucente come il cristallo. Suor Chiara diceva di non avere il cuore perché le era stato tolto da Gesù ricevendo il suo che era lucente come il cristallo.
Erano trascorsi sette anni dalla morte di Suor Chiara ed il vescovo Mons. Orazio Fortunato ordinò la traslazione della salma dalla cripta alla sepoltura comune delle monache. Il vicario Orazio Giocoli, ricordandosi della confessione di Suor Chiara, volle accertarsi se tutto ciò fosse vero. Ordinò al medico De Pandis di aprire il petto e ricercare il cuore. Tutti gli organi erano al loro posto, il cuore non c’era.
Dopo la sua morte si diede inizio al processo di beatificazione, avendo Suor Chiara vissuto tutta la vita dedicandosi interamente a Dio e al prossimo e avendo compiuto numerosi miracoli. Si dice che qualche giorno dopo la sua morte, non avendo della defunta alcuna immagine, le consorelle decisero di riesumare il cadavere, conservato nella cripta del convento per far eseguire ad un pittore il ritratto.
Erano trascorsi oltre 8 giorni dalla morte, eppure il cadavere, estratto dal sepolcro, non era rigido, non presentava il “rigor mortis”, anzi il corpo si prestava facilmente ai movimenti che le suore gli facevano fare per metterlo seduto sulla sedia della cella, davanti al tavolo in adorazione del crocifisso, per il ritratto.
Quando il pittore cercò di mettere in una posizione più corretta il volto di Suor Chiara, questo si ritrasse quasi disapprovando di essere toccato dalle mani di un uomo. Fatto il ritratto, il processo di beatificazione ebbe inizio. I prelati incaricati per il processo dovevano vedere il corpo della suora, per questo si decise di riesumare nuovamente il cadavere di Suor Chiara. Ma aperto il sarcofago si vide, con grande stupore, che le spoglie di Isabella D’amato erano sparite e non avendole più trovate il processo di beatificazione non potette procedere.
Questo mistero fu spiegato solo molto tempo dopo, quando una suora del convento, in fin di vita, disse che Suor Chiara era stata sepolta dalle consorelle, dopo la riesumazione, in un luogo nascosto che sarebbe stato individuato dal ritrovamento di una lapide con il nome della defunta e la data della sua morte. Ma la lapide descritta dalla suora non si è ancora trovata.
Ancora oggi nel ristrutturato castello di Seclì, oggi di proprietà comunale, in quella che era la cappella di famiglia c’è come una macchia, sembra quasi di umido, accanto alla finestra, un ombra inginocchiata che non trova pace.
Molte storielle di fantasmi vengon raccontate sull’austero castello di Seclì ieri della nobile famiglia d’Amato ed oggi tornato a far parlare di sè.

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