Dall’antica Grecia al Salento. Appunti per una storia della tessitura

Tessere

di Maria Grazia Anglano

Donna.

E’ nella donna, il silenzioso mistero, del tempo del creare.

Da sempre trova in lei, la sua casa. E la paziente attesa tesse.

La sua unicità irripetibile.

 

All’apertura del passo, rintocca il telaio. Mentre la navetta scorre, nel varco, degli alterni fili dell’ordito. Gesti rituali, di un improbabile danza, scanditi ritmicamente, nel sonoro vuoto della propria stanza.

E’ antica quasi quanto l’uomo quest’arte e nel tempo è diventata più di una semplice necessità, assumendo sempre più caratteristiche identificative di popoli, cultura, stato sociale e non ultima capacità decorativa e creativa.

La tessitura ha superato secoli, tradizioni e miti, basta pensare all’Odissea, dove Penelope nel “tessere” riaffermava la sua capacità di scegliere, una fiduciosa attesa. Oppure ad Aracne, che della sua abilità, ne fa addirittura un’amara sfida agli dei. Condannata per questo, a tessere per sempre, la sua tela dalla bocca.

Dal mito all’arco della nostra storia, la tessitura ha conosciuto alterni momenti, legati strettamente alle vicissitudini, del periodo storico.

Così come anche per la storia dell’arazzo. Inizialmente aveva caratteristiche grezze e prettamente nomadi, serviva di volta, in volta, ora per separare un ambiente, ora per coprire una finestra ecc.

Finché queste grossolane tessiture non iniziarono ad acquisire delle decorazioni più proprie e ad assurgere a un compito più prettamente

Le immagini negli arazzi di Casa Comi

di Maria Grazia Presicce

L’arte è divenuta sin dall’antichità impegno primario nella creazione d’immagini-simbolo attraverso schemi differenti nel tempo e nello spazio e, le stesse, hanno una straordinaria capacità comunicativa, evocativa, persuasiva ed emozionale. Guardandole l’uomo ricorda, si riallaccia ad avvenimenti e si avvicina col cuore al pensiero che ha creato quell’immagine. In un’opera, in generale, arte e simbolo sono imprescindibili l’una dall’altro perché ogni autore, da sempre, nel realizzarla la pervade d’intimi effluvi, desiderando conferire un senso al suo manufatto, impregnandolo del suo mondo esteriore ma, ancor di più del suo mondo interiore, delle sue sensazioni più nascoste.

Il simbolo della spirale

 

Il simbolo, in fondo, è sempre parte basilare di un’opera d’arte, ne costituisce il fulcro interpretativo e spesso lo stesso manufatto artistico diventa vettore del simbolo in essa racchiuso. A ben pensarci, arte e simbolo sono coesi l’una all’altro nella storia dell’umanità sin dalle sue origini perché l’uomo, da sempre, ha avvertito la necessità di capire il mondo che lo circondava e, desiderando rendere visibile il sacro nella sua quotidianità, lo ha rappresentato nelle forme artistiche più varie ed anche su supporti più disparati caricando le immagini di una forte simbologia.

Considerando, poi, che l’arte, in genere, è l’illustre linguaggio in cui il segno e il simbolo vengono esplicitati per consegnarli alla società come valori di autenticità e sacralità, è quasi scontato per quel segno essere metafora di comunicazione per chi le sta di fronte.

L’arte, come la poesia, va “scritta” e interpretata secondo il proprio pensiero e per farlo si possono usare varie chiavi di lettura; non vi è dubbio, però, che proprio grazie a questa sua rappresentatività impregnata di simboli e metafore, l’opera d’arte, più della poesia, si presenta ai nostri occhi come fonte inesauribile di segni, di messaggi silenziosi e d’impercettibili vibrazioni che scuotono nel profondo e che, spesso, fanno parte del nostro modo di essere mondo nel mondo e della nostra coscienza solitaria e silente.

Girolamo Comi, forse, si era avvicinato all’arte grazie al suo amico Evola[2] ed era amante dell’arte in genere.

Forse anch’egli aveva provato a cimentarsi nel disegno; infatti nei suoi diari, conservati gelosamente nelle teche della biblioteca provinciale di Lucugnano, ritroviamo in alcune pagine schizzi e disegni o forse simboli.

 Brani del diario Comi[3]  

 

Nel momento in cui ho cominciato ad interessarmi agli arazzi presenti nel Palazzo del poeta Girolamo Comi ( oggi Biblioteca della provincia di Lecce) mi ha colpito l’interesse di questo poeta verso l’arte del tessere, sia perché arte

Ricordi dall’Ariacorte: ‘a Valeria ‘e l’Ancilu

di Rocco Boccadamo

Si mantengono permanentemente verdi, taluni ricordi, anche lontani, succede anzi maggiormente proprio per i lontani, quelli relativi alla prima età, giacché, allora, la memoria recava molto spazio e, perciò, le vicende e i volti vi si sono allocati saldamente e permangono vivi e presenti anche a distanza.

In questi appunti, si rievoca un quartiere del paesello, il mio quartiere, l’Ariacorte, uno dei più antichi e caratteristici angoli del piccolo borgo.

Lì, sono nato e ho vissuto sino a 19 anni.

In fondo, l’Ariacorte, con le sue brevi stradine, i suoi incroci, i suoi angoli, è stata, per la mia persona, una seconda culla, una “naca” secondo il gergo paesano, che, prodigiosamente, abbassava le fiancate man mano che crescevo, aprendomi alla vista orizzonti viepiù ampi.

Mi era cara, l’Ariacorte, mi è stata cara dai primi passi, sino a quando non ho lasciato il paese. Ma, l’amo tuttora, rivedo le sue vestigia, anche se cambiate dal punto di vista degli abitanti, e rivedo me stesso, dei tempi sereni e leggeri che si vivevano con piacere, ancorché si disponesse di poco, un tutt’uno di comunità, di sparuto insieme, dai vecchi ai giovanissimi, ai neonati, ci si conosceva indistintamente, ognuno sapeva, degli altri, confidenze, piaceri e dispiaceri, notizie buone e meno buone.

A distanza di molti decenni dalle mie prime esperienze, dell’Ariacorte, mi sovvengono fra le altre, in maniera particolare, due figure, alle quali mi è venuto spontaneo, in quest’occasione, di dedicare il titolo delle note, una coppia di coniugi, Valeria e Angelo.

Mi ricordo dei suddetti, marito e moglie, che ancora versavano in età media, sui quaranta o cinquanta, mentre io sgambettavo con il mio brio, la mia intraprendenza, il non stare fermo un attimo, girare ovunque, infilarsi normalmente anche nelle case dei vicini, il che non era difficile, per il semplice motivo che le porte erano lasciate aperte, vigendo l’abitudine di considerarsi, nel gruppo di strade del rione, semplicemente una famiglia allargata.

Valeria e Angelo, figure unite e affiatate, non avevano avuto la gioia di vedere la loro casa allietata e confortata da prole, vivevano soli: però, penso di poter dire, pur con i limiti dei ricordi di bambino e di ragazzo, che, tutto sommato, si facevano buona compagnia, intensamente, a vicenda.

Marittima

Valeria aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare  tante cose.

Grazie alla sua abilità, alla sua iniziativa e al suo impegno, era riuscita a emergere in seno alla comunità, arrivando, dopo aver fatto la normale trafila da operaia per lunghi anni, al ruolo di maestra, di “mescia”, del magazzino, ossia a dire di una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello.

Un compito di responsabilità e, soprattutto, di capacità di coordinare, di ascoltare, le 60 o 70 operaie paesane, amiche e magari parenti, che lavoravano in quell’opificio: era lei a guidarle, ne controllava il lavoro, le seguiva, però senza supponenza, davvero una buona “mescia” di magazzino, Valeria.

Questo faceva a tempo pieno per 3 – 4 mesi all’anno, praticamente da novembre a marzo, nei restanti periodi, solitamente, accompagnava il marito Angelo in campagna, aiutandolo a coltivare le loro piccole proprietà o a raccogliere qualche frutto, ma soprattutto ella, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano.

Sicché, nel locale a piano terra della sua abitazione, aveva sistemato un antico, semplice ma efficace telaio in legno, di legno duro, di quello buono che dura a lungo, “ strumento” che, talvolta, passava di generazione in generazione, magari a quello stesso telaio avevano lavorato la mamma e la nonna di Valeria.

A un certo punto era pervenuto a lei, ponendosi non come comune mezzo di lavoro, bensì a guisa d’attrezzatura prodigiosa, attraverso la quale ella tirava fuori la sua capacità di artigiana, o meglio, d’artista tessitrice.

Sì, anche su questo fronte, era una maestra, Valeria, non una semplice tessitrice.

Di comuni operatrici, n’esistevano in ogni famiglia, era abitudine che ciascun nucleo, appunto, avesse in casa un telaio, mediante il quale, con ore e ore di paziente lavoro, si predisponevano i tessuti da utilizzare per il confezionamento dei corredi delle figlie femmine.

Valeria aveva imparato e fatto esperienza già in casa dei suoi genitori prima di sposarsi, successivamente s’era messa a lavorare, a tessere, per conto delle altre famiglie, la sua attività non era un lavoro incentrato sui tessuti che poi sarebbero stati utilizzati per il grosso, l’ordinario del corredo, bensì un lavoro fine, si dedicava a realizzare eleganti coperte, o copriletti, o tovaglie di pregio, talora in materie prime particolarmente delicate, come  lino o seta,  articoli davvero di  altissima qualità che oggi, basta osservare in una vetrina dei negozi di lusso capi magari neppure  realizzati manualmente o artigianalmente, segnerebbero prezzi di vendita considerevoli.

Durante i pomeriggi e/o le giornate intere nel locale terraneo di fronte al telaio, Valeria vedeva passare innumerevoli famiglie, generazioni di ragazze e giovani che si rivolgevano a lei per l’approntamento di manufatti di particolare pregio, gli ultimi, i migliori, che avrebbero fatto fare bella figura ai fini del “giudizio” dei compaesani, parenti e familiari sulla qualità del corredo.

Già, corredo. Una parola che, al paese, era pronunciata quasi mai, allora si parlava di “dota”, con la a finale, a volersi riferire a tutti i capi di biancheria o di arredamento per la casa degli sposi, della camera da letto o dei tavoli da pranzo, che avrebbero composto il corredo che la donna portava, giustappunto, in dote.

L’arte della tessitura praticata da Valeria era ineguagliabile, ella era, forse, l’unica o la più brava del paese, per cui aveva sempre una clientela in coda e, talvolta, a chi si presentava, doveva dire “ guarda che avrai da aspettare un bel po’ di tempo”, ma non v’era chi non fosse paziente ad attendere il proprio turno, tanto era ambìto il poter dire “io ho quattro, cinque elementi del mio corredo realizzati da Valeria”.

Da parte sua, il marito Angelo passava prevalentemente il suo tempo in campagna, faceva il contadino in via permanente, da giovane s’era saltuariamente spostato fuori del paese, per attendere al lavoro nei frantoi oleari o della vendemmia e della vinificazione dei grappoli, soprattutto nel Brindisino.

Due persone fatte l’una per l’altra, sconosciuta una parola a tono elevato, o una discussione, vuoi fra loro e tanto meno nei rapporti con i compaesani.

Molto devote, non mancavano mai alle novene, alle funzioni dei periodi prossimi alle grandi festività, per l’appunto, religiose.

Sia Angelo, sia Valeria, erano benvoluti da chicchessia, anche da noi ragazzini, che, nonostante le nostre intemperanze, ci “sforzavamo”, in fondo, di sopperire, nei loro confronti, alla mancanza diretta di prole.

Sovente, abitando ad appena venti – trenta metri di distanza, mi recavo e trascorrevo ore nel locale di Valeria. In qualche occasione, l’aiutavo nei lavori preparatori a quella che sarebbe stata la sua opera di tessitura, piccole fasi, ognuna con la sua importanza nel processo d’insieme.

Dei filati, realizzati mediante la paziente filatura, in casa, con il fuso, della relativa materia prima di produzione familiare, o acquistati sottoforma di balle dal commerciante ambulante Pasqualino Distante, che girava fra i paesi con il suo calesse e la trombetta d’ottone per richiamare e attirare i clienti, una delle prime cose che si faceva era di trasformarli in matasse, in grandi matasse, attraverso un arnese o attrezzo chiamato “macinula”.

A seguire, da dette matasse, con una lunga asta metallica detta “cusifierru” – recante in alto una circonferenza e in basso una punta sottile – che si faceva ruotare su una base in legno massiccio d’ulivo, durissimo, con una o due piccole incavature, base detta misula, infilando, attraverso la punta sottile, coni di canna già appositamente predisposti, denominati canneddri e canneddre, con la rotazione a forza di mani e di braccia del cusifierru poggiato sulla misula e partendo dal capo della matassa, si realizzavano innumerevoli, centinaia o migliaia di cilindretti di filato avvolto.

A tale lavoro di incannulatura, s’aggiungeva quindi un altro stadio denominato di orditura, nel senso che si formavano lunghissimi segmenti di filato, successivamente raccolti a guisa di salsicce: dopo di che, partiva il lavoro al telaio di Valeria. La quale, attraverso determinate sezioni dell’attrezzatura chiamate” lizzi”, ordinava detti filati continui a seconda del tipo di tessuto e del capo da realizzare.

La tessitura vera e propria consisteva nell’intercalare, a questi segmenti tesi lungo le varie parti del telaio e assicurati, nella loro consistenza iniziale d’avvio processo, a una sorta d’asse cilindrico posto all’estremità posteriore del telaio stesso, altri filati. A tal fine, si faceva andare avanti e indietro, da destra a sinistra o viceversa, una piccola barchetta di legno detta spoletta, all’interno della quale si sistemavano i ricordati canneddri o canneddre, azionando contemporaneamente una pedaliera per ottenere i giusti movimenti per l’intreccio, ricavando così il panno di tessuto vero e proprio o finale.

Questo, il lavoro di massima di una tessitrice,

Nel caso di Valeria, merita di sottolinearlo, intervenivano, però, tecniche ben più fini, che presupponevano, ovviamente, tempi maggiori e mutevoli a seconda della complessità, delle dimensioni e del pregio del capo realizzando, con lavoro di forbicine, di piccole cuciture, di sistemazione di fili, di disegni di trame sul tessuto, un processo che, al termine, dava luogo a vere e proprie opere d’arte.

Valeria e Angelo, due personaggi dell’Ariacorte che, pur non essendo gli unici, rammento con maggior piacere e intensità di sentimento.

Non avendo figli, la loro casa, compreso il locale occupato dal telaio, è pervenuta a diversi eredi nipoti, i quali, come spesso accade in situazioni di beni indivisi, non l’hanno utilizzata direttamente, sicché, a distanza d’anni, l’immobile ha finito con l’essere venduto a terzi, è arrivata gente di fuori, turisti che ormai rappresentano una componente indicativa della popolazione del paesello.

E’ vero, i nuovi proprietari sono presenti solo nei tre mesi estivi, salvo qualche breve puntata nel resto dell’anno, nondimeno, quando capita di scoprire quell’uscio socchiuso o si nota qualcuno che entra o esce, anche se sono mutate le facce, le fogge e il modo di muoversi, sembra di vedere gli abitanti di un rosario di stagioni fa, ovvero Valeria e Angelo.

Frugando tra i ricordi

di Rocco Boccadamo

Nato nel lontano 1941, i miei primi ricordi risalgono, più o meno, a quando avevo tre anni. All’epoca, nelle famiglie del Salento, era in vigore la tradizione di preparare il corredo per le figlie femmine un po’ alla volta, nel corso di lunghe stagioni di paziente e faticosa tessitura a mano.

Per approvvigionarsi  della principale materia prima, vale a dire il filato di cotone, la gente del mio paese ricorreva ad un venditore ambulante, in gergo “cuttunaro”, il quale girava attraverso i vari centri abitati a bordo di un calesse trainato da un cavallo bianco e carico di “ballette” – grossi gomitoli – giustappunto di cotone.

disegno di grafica di Vitale Mariano

 

Il bravo commerciante era solito annunciare la sua presenza e richiamare l’attenzione della potenziale clientela suonando una trombetta d’ottone luccicante, con cadenzato, prolungato e accentuato rigonfiamento delle gote, una smorfia facciale che restava in me impressa assai più che il resto della scena.

Allora, i bambini non venivano alla luce nelle cliniche o in ospedale come adesso, ma direttamente nelle case dei genitori, nel lettone: le partorienti si avvalevano solo dell’assistenza della levatrice e dell’aiuto delle altre donne, già mamme, della famiglia.

Così accadde nel 1944 per la nascita di mia sorella.

La mattina successiva a tale lieto evento, la nonna e le zie, con le quali ero rimasto a dormire per l’occasione, mi condussero a salutare mia madre e a conoscere la nuova arrivata.

Fu per me un attimo davvero importante sollevare il lenzuolo sulla piccola culla di legno e scorgere il visetto della neonata: un faccino particolarmente paffuto e rubicondo, al punto da farmi esclamare fra la meravigliata ilarità dei presenti :”Ma  questa bimba assomiglia proprio ad una “cuttunara” (accezione dialettale al femminile di venditore di cotone)!”

Evidentemente, l’immagine del venditore con tromba, sul calesse tirato dal cavallo bianco, si stagliava dominante nella mia infantile memoria.

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