L’arte di intrecciare il giunco ad Acquarica del Capo (II parte)

di Tommaso Coletta

La raccolta

Che il giunco sia un’erba palustre dovrebbe essere noto un po’ a tutti, se non altro per averlo notato sulle dune o nei terreni a ridosso delle nostre spiagge. La pianta è formata da steli filiformi più o meno sottili, alti da un metro a un metro e mezzo, allo stato vegetativo di colore verde.

La raccolta, essendo un lavoro molto duro e all’epoca anche pericoloso per via della malaria, è stata da sempre riservata agli uomini. Questi, nel periodo estivo, partivano di notte, in bicicletta o con i traìni, per recarsi alli paduli che, se andava bene, erano situati nelle vicine attuali marine di Torre Mozza o Lido Marini, ma il più delle volte la destinazione era per i paduli molto più estesi e quindi abbondanti di materia prima, situati ad Avetrana, Laghi Alimini, Le Cesine. Quindi si trattava di fare dei viaggi da 100-150 km. considerando poi che al ritorno, dopo ore e ore di duro lavoro sotto il sole, portavano sulla bicicletta un carico fino a un quintale di paleddhu, si comprende benissimo la fatica bestiale di questi uomini.

Cestinaie all'opera, tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria
Cestinaie all’opera, foto tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria”

A tal proposito riporto un aneddoto che spesso mi raccontava mio padre il quale durante il ritorno da uno di questi viaggi in bicicletta, di notte, dovendo affrontare una lunga salita, staccò la dinamo dalla ruota per rendere meno faticosa la pedalata. Caso volle che quasi al culmine della salita fu fermato dai Carabinieri che gli contestarono il fatto di procedere sulla strada a luci spente e che pertanto dovevano fargli la multa. Mio padre cercò di chiarire i motivi della sua trasgressione spiegando che lui normalmente viaggiava con i fanali accesi ma che, dovendo affrontare la salita con un quintale di paleddhu sul portapacchi e stanco com’era, aveva fatto la furbata di disinserire la dinamo. I

L’arte di intrecciare il giunco ad Acquarica del Capo, patria delle sporte

Fische, fiscareddhe, sporte e spurteddhe: ovvero l’arte di intrecciare il giunco (paleddhu) ad Acquarica del Capo

di Tommaso Coletta

ph Paolo Giuri

Cogliendo l’occasione dell’articolo di Armando Polito “N’era nna fiata la fesca… ecc.” e incoraggiato dall’appassionato invito di Marcello Gaballo, proverò a far venire a galla i miei ricordi d’infanzia per raccontare qualcosa sulla lavorazione del giunco e come questa caratterizzava la vita stessa del mio paese Acquarica del Capo, patria delle sporte.

Durante la mia infanzia, primi anni ’60, in quasi tutte le case del mio paese c’era la presenza di una donna giovane o anziana, mamma o nonna, che seduta per terra, su una vecchia coperta o un sacco di iuta, intrecciava lu paleddhu per realizzare una fisca, una sporta, un cestino. Gran parte delle donne acquaricesi infatti, oltre a seguire le faccende di casa, contribuivano all’economia domestica attraverso la produzione e la vendita di vari manufatti di paleddhu.

Si rimaneva incantati a seguire quelle dita che così velocemente spostavano i fili di paleddhu a sinistra e a destra, sopra e sotto intrecciandoli strettamente fra loro. Via via che si andava avanti ad intrecciare, i fili di paleddhu che si stavano lavorando diventavano sempre più corti e quindi occorreva inserirne degli altri, in maniera da costituire un continuum, un filo senza fine. Per far questo, la mano scartava di lato, prendeva un nuovo filo di paleddhu dal mazzetto posto a fianco lungo le gambe e veniva inserito nelle maglie in lavorazione e così si procedeva fino alla fine.

La tipologia di intreccio non era sempre la medesima ma variava, oltre che in funzione del tipo di prodotto che si voleva realizzare, anche in base allo stadio di lavorazione: il fondo, i fianchi, l’orlo finale. Inoltre, e questo succedeva specialmente per i prodotti di fattura più fine, non destinati all’uso quotidiano, ognuna di queste artiste, in base alla propria fantasia e maestria, creava l’articolo ricorrendo alla combinazione di diversi stili di intreccio, oppure inserendo dei fili di paleddhu colorati (di cui dirò dopo) e, a volte, impreziosendo il prodotto finale con nastri e passamanerie varie.

Terminata la fase di lavorazione che definiremo “grezza”, giusto per

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