Sigismondo Castromediano

SIGISMONDO CASTROMEDIANO

di Lymburgh

Nella storia del Risorgimento salentino Sigismondo occupa un posto preminente

di Rino Duma

il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)
il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)

Sigismondo Castromediano nasce a Cavallino il 20 gennaio 18111 da Domenico, marchese di Cavallino e duca di Morciano, e da A. Teresa dei marchesi Balsamo. Consultando le memorie della famiglia, si legge che essa discende da Kiliano di Lymburgh della Franconia, sceso in Italia, nel 1155, alla testa di un consistente esercito in aiuto di Guglielmo il Malo contro il pontefice Adriano IV.

Della sua adolescenza si conosce molto poco. All’età di otto anni, inizia a frequentare gli studi presso il Real Collegio di Lecce, situato nell’ex Convento di San Francesco della Scarpa; poi, a 18 anni, forse per motivi familiari, è costretto ad abbandonare la scuola, senza conseguire alcun titolo di studio.

Tra gli anni ’30 e ’40, Sigismondo trascorre la sua giovinezza tra tanta noia e con poco entusiasmo. Si legge nelle sue Memorie “…Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni, altro non merita”.

Si dedica alla campagna per curare gli interessi di famiglia, ma, nei momenti di riposo, compone poesie, scrive novelle, si diletta a riportare su fogli di carta riflessioni sul momento politico poco felice in cui versa il Salento e il Regno delle Due Sicilie.

Meritano giusta menzione i sonetti “Per Ippolita Colonna Principessa di Francavilla” (1832), sonetto; “Marco Giunio Bruto” (1835), sonetto; “Bambino sognante” (1836), breve lirica in versi doppi senari.

Tra i lavori in prosa, invece, si ricorda lo “Schizzo del mio carattere” (1839), breve scritto autobiografico; “Caballino – Cenno panografico” (1839); “Carità italiana” (1846) breve racconto storico.

Nel 1839, dopo anni e anni di continui litigi tra i vari eredi, il palazzo feudale di Cavallino viene diviso per sentenza del giudice in numerose quote, cosicché Sigismondo è costretto ad abbandonare l’antica dimora insieme alla madre e ai fratelli. Il padre, inetto e poco di buono, abbandona la famiglia e va a vivere a Napoli. Gli anni che seguono sono molto tristi e segnati dalla morte del fratello Gianbattista (1840) e la sorella Gaetana (1845).

sigismondo_castromediano

Comincia ad interessarsi con maggiore continuità di politica; frequenta salotti letterari e politici a Lecce, conosce molti esponenti liberali salentini, tra cui il medico Gennaro Simini, i gallipolini Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Emanuele Barba e Antonietta de Pace, i leccesi Salvatore Stampacchia e Giuseppe Libertini, il manduriano Nicola Schiavoni Carissimo, il magliese Oronzo De Donno ed altri. Nella mente cominciano a lievitargli i primi pensieri liberali, ma è ancora incerto e titubante se sposare la causa monarchica costituzionale o quella repubblicana. Alla fine propende per la prima e s’impegna con ogni forza per diffonderla.

A fine gennaio 1848, re Ferdinando II, pressato dal popolo, che invoca a gran voce la Costituzione, dagli altri regnanti italiani, che l’hanno ripetutamente promessa ai propri cittadini, e dal pontefice Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione, pur tra tante limitazioni.

I liberali e i repubblicani ritengono che sia poco democratica e liberale, cosicché, tramite i propri rappresentanti in seno alla camera dei Deputati, reclamano importanti modifiche, che sono immediatamente respinte dal monarca.

Dopo i duri alterchi tra le parti, si arriva all’ineluttabile sommossa del 15 maggio tra i repubblicani e la guardia nazionale da una parte e la polizia borbonica dall’altra. Quest’ultima, meglio armata e ben organizzata, ha facile sopravvento sulle masse popolari, attestate sulle barricate di Via Toledo e Via Santa Brigida. La repressione di Ferdinando è immediata e spietata.

A questo punto, scatta nella mente di Sigismondo l’idea di combattere con ogni energia il dispotismo del re borbonico, reo di non aver mantenuto le promesse e di aver sospeso sine die la Costituzione.

Rientrato a Lecce, Sigismondo, insieme ad altri patrioti, sceglie di onorare e servire sino in fondo l’ideale democratico e libertario per il quale si era da sempre battuto. Nel mese di giugno viene costituito nel capoluogo salentino il Partito Patriottico Provinciale, alla cui presidenza è eletto il gallipolino Bonaventura Mazzarella, mentre come segretari sono scelti Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno, Alessandro Pino e Sigismondo Castromediano. Questo incarico, insieme a quello di redattore del giornale salentino di ispirazione repubblicana il “Troppo Tardi”, gli costerà molto caro.

Informato che i gendarmi gli stanno dando la caccia, Sigismondo, grazie all’aiuto di alcuni parenti, si nasconde in una casetta di campagna. Nel mese di settembre sono catturati Nicola Schiavoni Carissimo, il sacerdote don Nicola Valzani, l’operaio Michelangelo Verri e lo studente Leone Tuzzo. Purtroppo anche per lo stesso Sigismondo scattano le manette il 30 ottobre 1848.

Così il duca di Cavallino descrive, nelle Memorie, il suo arresto: “Ad esular quindi mi decisi anch’io, e non potendo dal mio covo ricercare i mezzi, fu giocoforza andarli a rinvenire in Lecce. Ma quando un imbarco per l’Albania erasi convenuto, fui tradito, e al terzo giorno arrestato…” con la pesantissima accusa di «cospirazione commessa in illecita associazione per più giorni dal 29 giugno suddetto in poi, ad oggetto di distruggere il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale».

Il processo si protrae per lungo tempo ed è una disgustosa farsa. L’avvocato difensore Pasquale Ruggieri, dopo avere scagionato il suo assistito fornendo evidenti prove, esalta, con un’appassionata arringa difensiva, la figura del Castromediano, definendolo “uomo ineccepibilmente onesto e cittadino lealmente liberale, privo di qualsiasi colpa, se non quella di aver amato fortemente e sinceramente la Patria”.

Il Pubblico Ministero Chieco, un ex carbonaro, chiede per il Castromediano, lo Schiavoni, il Verri e il Tuzzo la pena «dell’ultimo supplizio», cioè l’impiccagione “al laccio col terzo grado di pubblico esempio, cioè da trascinarsi sul luogo del patibolo a piedi nudi, coperti di tunica nera, col velo sul volto e alle spalle una tabella d’infamia”.

Purtroppo, la richiesta di pena capitale è pronunciata, non tanto per le colpe a lui addebitate, ma quanto perché Sigismondo è un nobile, un discendente dei baroni, marchesi, duchi Castromediano, signori feudatari sempre privilegiati, sempre favoriti dai Sovrani napoletani. Il Pubblico Ministero, infatti, chiede la massima pena adducendo le seguenti motivazioni: “… È comprensibile la ribellione di un civile, di un intellettuale borghese, ammissibile pure la rivolta di un popolano, ma non è immaginabile, e perciò stesso maggiormente punibile, il tradimento di un nobiluomo!”.

Buon per Sigismondo che il Tribunale trasformi la condanna a morte in un una detenzione ad anni trenta.

Il cavallinese, dapprima viene rinchiuso nelle carceri dell’Udienza a Lecce, dove assiste impotente alla morte dell’amico carissimo Epaminonda Valentino, e poi trasferito nelle luridi prigioni di Montefusco prima e Montesarchio poi, dove vi rimane sino al 1859. Molto emblematica è la scritta che campeggia all’ingresso del primo carcere.

Chi trase a Montefusco e poi se nn’esce
po’ di’ ca ‘n terra ‘n’ata vota nasce”.

Qui le condizioni degli incarcerati sono estremamente inumane: le celle sono molto umide e prive di finestre; la luce filtra attraverso lo spioncino della porta. I detenuti sono legati a due a due per le caviglie, con una catena a sedici maglie, lunga tre metri e mezzo, pesante dieci chilogrammi, cosicché ogni movimento dell’uno, deve essere necessariamente fatto dall’altro, anche durante i momenti intimi dei bisogni fisiologici. I pagliericci sono pieni di parassiti, le muffe inverdiscono le pareti e nell’ambiente numerosi topastri scorazzano liberamente, infastidendo i detenuti, soprattutto durante le ore notturne, con dolorosi morsi che provocano incurabili ulcere e piaghe. Le razioni alimentari sono scarse e poco energetiche, il clima è estremamente insalubre e freddo, sicché le condizioni di salute dei reclusi scadono di giorno in giorno, divenendo molto precarie. Alcuni amici di Sigismondo muoiono di stenti o si ammalano gravemente; lui stesso soffre maledettamente di reumatismi agli arti.

Finalmente, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II concede la grazia a tutti i condannati del processo di Lecce, con l’obbligo dell’esilio negli Stati Uniti d’America. Il bastimento Stromboli che trasporta gli esiliati, dopo aver varcato lo stretto di Gibilterrra, si dirige, grazie ad un abile stratagemma, in Irlanda. In seguito Sigismondo si reca con gli altri profughi in Gran Bretagna e poi a Torino. Qui viene ben accolto dal Cavour e qui rimane sino alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nel 1861 si presenta come candidato nel collegio di Campi Salentina al nuovo Parlamento italiano ed è eletto, riportando un gran numero di preferenze. Si trasferisce a Torino e vi rimane sino al 1865. Risiedendo nella capitale, Sigismondo prende a frequentare il salotto della famiglia Savio di Bernstiel. Ben presto la baronessa Adele Savio, giovane di vent’anni, è toccata da spontanei impulsi di ammirazione e di stima per il cinquantaduenne di Cavallino. Più volte il duca, innamorato della giovane nobile, pensa di manifestarle il proprio amore, ma, essendo molto più anziano di lei, soffoca il desiderio e rinunzia all’idea del matrimonio. L’amore tra i due rimane sempre puro e ideale.

Scaduto il mandato parlamentare, si candida nuovamente, ma questa volta non viene eletto. Egli non si amareggia più di tanto per l’insuccesso, anzi, scrivendo a un amico, gli dice: ”…del resto vengano i nuovi, e, se sapranno fare meglio di noi, siano i benvenuti”.

Rientra nel Salento quando ormai il suo organismo è cagionevole: la lunga detenzione, infatti, ha lasciato un segno evidente sia nel corpo sia nello spirito. L’uomo non ha più i grandi entusiasmi d’un tempo, ma, ciò nonostante, si distingue come consigliere provinciale.

Nella sua Cavallino ora può riprendere a vivere come ai tempi giovanili, curando i grandi interessi per l’archeologia, dilettandosi a seguire le colture campestri dei vecchi contadini e dedicandosi alla stesura definitiva delle sue “Memorie”, dove emerge un commovente spaccato delle condizioni di vita dei detenuti nelle orribili carceri borboniche. Nel 1868, su sua istanza, è fondato il Museo archeologico per la tutela, la raccolta, la conservazione, l’esposizione dei reperti e degli oggetti rari, preziosi e interessanti.

Con l’approssimarsi della vecchiaia, la salute è sempre più precaria: ha molta difficoltà nel deambulare, la vista peggiora di giorno in giorno, il suo corpo si spegne lentamente.

Il 26 agosto 1895, nell’antico palazzo paterno, l’insigne patriota serenamente chiude gli occhi al sonno della morte tra le amorevoli premure dell’inseparabile baronessa Adele Savio, unico suo grande amore.

1 Alcune fonti asseriscono che sia nato il 22 gennaio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Il Salento dei Malladrone, Pappamusci, Patipaticchia, Battilocchio e delle Caremme

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Siamo quello che siamo stati.

Quello che ogni giorno proviamo e sentiamo dentro di noi, l’abbiamo già vissuto mille volte. Da bambini. Da adolescenti. Da ragazzi. Da piccoli uomini o piccole donne. Poi, siamo entrati nel pieno della vita.

Quello che siamo stati è il nostro futuro. Sempre. Anche quando il futuro ci sembra lontano e irraggiungibile. O ha tutta l’aria di essere passato.

Siamo la nostra memoria. Fatta di giorni o di semplici momenti che ci hanno fatalmente segnato. Giorni e momenti indimenticabili. Impossibili da raccontare se non a se stessi, nell’intimo del proprio ricordo, della propria emozione, che calda rivive nei sensi e nell’anima.

Non è soltanto nostalgia né un rifugio né una fuga dal tempo. È il sogno concreto della nostra condizione di esseri intelligenti e sempre un po’ romantici, della nostra piccola personale epopea. E non importa davvero come essa sia stata. Perché sappiamo assai bene – ognuno a suo modo, e nonostante tutto – che è stata bella e completa. Perché sappiamo che in quel tempo reale e ideale siamo cresciuti giorno dopo giorno, assaporando i misteri e la bellezza della vita, cominciando a conoscere, a scoprire, a soffrire, ad amare, a sperare, a combattere, a vincere, e qualche volta a perdere, senza che nessuna ferita ci sia mai apparsa irrimarginabile. La vita ci voleva forti e sereni.

Più tardi, quando saremmo diventati ‘grandi’, il nostro tempo primordiale avrebbe assunto le dimensioni del sogno. Così, quando ci capita di guardare indietro, spesso ci sembra di rivederci come se fossimo ‘altri’, come se la nostra infanzia e adolescenza fossero irreali, raccontati o dipinti dalla nostra o dall’altrui immaginazione.

Ecco allora che in nostro soccorso, per non disorientarci più di quanto dovremmo, viene la visione custodita con cura di quel tempo non lontano e tuttavia remotissimo. Una visione che assume i contorni del racconto, della poesia, della leggenda.

 

Siamo stati anche noi parti attive delle leggende salentine. Di certo, da bambini, abbiamo vissuto in un’aura fantastica, talora fors’anche spaventevole ma che oggi ci appare semplicemente magica. Di volta in volta, a seconda delle occasioni, i nostri genitori e i nostri nonni o i compagni più saputi e più grandi ci facevano ‘toccare con mano’ i personaggi e i luoghi concreti dove i racconti favolosi della nostra terra avevano avuto origine, e noi stessi li abbiamo poi tramandati ai nostri figli e nipoti. Com’è nell’ordine delle cose del mondo.

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

Il Malladrone di Gallipoli, per esempio. Figura spregevole, degna del più assoluto disprezzo. L’incarnazione del male, della cattiveria, dell’empietà. Occhi iniettati di sangue, riso beffardo, sguardo sprezzante, e denti rabbiosi, in una verosimiglianza terribilmente sbalorditiva. Oggetto e soggetto di leggende raccapriccianti, come quella che lo vogliono pronto a scendere dalla croce e vagare nottetempo nei vicoli della Città Vecchia, per il semplice e perfido piacere di spaventare a morte i nottambuli solitari. O l’altra, ancora più nota, che parla delle sue vesti sempre lacerate e cenciose: ogni qualvolta vengono restaurate o rifatte ex novo, il giorno dopo ridiventano squarciate e disfatte: i gallipolini dicono che è egli stesso a strapparle e dilaniarle coi suoi denti mostruosi.

Il famigerato Misma (nome del Malladrone) non si pentì mai dei suoi orrendi misfatti, nonostante sul Calvario fosse stato accanto a Gesù Cristo, il quale nella sua somma misericordia lo perdonò d’ogni colpa. Non lo perdonò mai il popolo. Tant’è che la statua lignea in un’ala della chiesa di san Francesco d’Assisi che lo rappresenta con un ghigno feroce in tutta la sua scelleratezza – opera del XVII secolo del frate Vespasiano Genuino – è continuamente visitata a simbolo e a ludibrio perpetuo della malvagità umana.

Nell’estate del 1895 fu ‘ammirata’, fra i tanti, anche da Gabriele D’Annunzio. I gallipolini, e non solo, continuano a portare i propri figli al cospetto di un simile crudele personaggio per suscitaresentimenti frammisti di esecrazione e pietà, o di vergogna e apprensione, come testimoniano questi versi, tratti dalla tradizione popolare: «Pùh, ci sì bruttu, cu te càscia ‘utta! / Ci te vitia de notte, largu sia / cu sta facce rrignata e cusì brutta / sarà ca me cacava pe la via!».

Anche a Galatina, nella chiesa dell’Addolorata, c’era un’analoga statua (in cartapesta) che suscitava ribrezzo e timore: era quella di Patipaticchia, lo spietato flagellatore di Cristo, che veniva esposta al furore dei fedel nel periodo della Settimana Santa dedicato alla visitazione dei Sepolcri: chiunque vi si avvicinasse – uomini, donne, vecchi o bambini – si scagliava contro questa trista figura, e si ‘vendicava’ (in una sorta di inconscio esorcismo e affrancamento espiatorio dei propri peccati), conficcandovi spilli e chiodi, o graffiandone il corpo in un frastuono di urla e imprecazioni.

 

Tra la fine del Carnevale e la Pasqua intercorrono, com’è noto, i quaranta giorni della Quaresima. È altresì noto che in questo periodo, e già dal mercoledì delle Ceneri, in molti paesi del Salento dove la tradizione è ancora radicata – si pensi al territorio intorno a Gallipoli, ai comini del Capo di Leuca o alla Grecìa Salentina –, appare appesa ai crocicchi delle strade la tipica Quaremma o Caremma, un fantoccio raffigurante una vecchia brutta e sdentata, vestita di abiti scuri, che in una mano tiene il fuso e la conocchia, e nell’altra un’arancia amara, simbolo di afflizione e pentimento, con sette penne di cappone o gallina conficcate, che vengono poi sfilate una alla volta per ogni settimana di Quaresima, fino all’ultima, levata a mezzodì della domenica di Pasqua, ora in cui la Quaremma verrà definitivamente bruciata, in un rito salvifico da colpe e peccati.

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Probabilmente ispirata alle famose Parche della mitologia greca, e precisamente a Cloto, che filava il destino degli uomini, la nostra Quaremma serviva soprattutto a monito del periodo di lutto, penitenza e sacrificio che tutti i cristiani dovevano osservare tra le Ceneri e la Pasqua, richiamandoli non soltanto ad una severa osservanza morale, con le varie liturgie religiose e la recita del Rosario, ma anche ad un comportamento di igiene alimentare, che prevedeva fra l’altro il mangiare di magro e, in alcuni giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno.

Ancora oggi, le maggiori solennità della Quaresima si svolgono il Giovedì e il Venerdì Santo: dapprima con la visita ai Sepolcri, in un’atmosfera di commossa partecipazione e di silenzio assoluto (anche le campane vengono legate per non fare il minimo rumore, e l’unico suono udibile è quello stridulo del tipico attrezzo in legno detto tròzzula o tròccula); poi con la mesta e affollatissima processione dei Misteri, che assume il valore di una spettacolare sacra rappresentazione, particolarmente in alcune città come Taranto, Gallipoli, Grottaglie o Francavilla Fontana (qui con la famosa processione de li Pappamusci, di derivazione spagnola).

 

Da Pasqua a Pasquetta ovvero dal divino al terreno. Se per un verso l’uomo sente di dover rispettare e onorare le leggi etiche e religiose, egli ha altresì il bisogno naturale di esprimere la propria gioia di vivere. E una delle occasioni più festose dell’anno è certamente quella del Lunedì dell’Angelo o in Albis, che prende nome dall’incontro che le pie donne giunte al Santo Sepolcro ebbero con un Angelo ”in albis vestibus” (con bianche vesti), che le avvertì che Cristo era risorto.

In questo giorno, in molti paesi si festeggia appunto la “Pasquetta”, con la tradizionale gita fuori porta, che esalta il piacere della convivialità. La maggior parte dei salentini ama riversarsi sulle marine: Gallipoli, Porto Cesareo, Torre dell’Orso, Otranto, Santa Maria di Leuca, Castro… Quest’ultima meta, in particolare, offre anche la possibilità di una visita alla famosa Grotta Zinzulusa, il cui nome sembra derivare da una suggestiva leggenda.

Si narra infatti che un certo Battilocchio, barone di Castro, uomo di estrema crudeltà, essendo assai geloso della bella moglie Rosaura, un giorno la uccise, costringendo peraltro la loro giovane figlia Margherita a vivere di stenti e a vestire di stracci. La buona fata Amelinda, scoperto l’intrigo e mossa a pietà, liberò la giovane da quella schiavitù e la diede in sposa al principe Bellomo, dopo aver gettato le vesti lacerate che fino a quel momento l’avevano a malapena ricoperta. Portati via da un vento particolarmente impetuoso, gli stracci o zìnzuli, nel dialetto salentino, andarono a pietrificarsi sulle pareti di una grotta, che da allora venne appunto chiamata Zinzulusa.

E lo snaturato barone Battilocchio? Il meno che gli poteva capitare fu di sprofondare nei meandri più lugubri della stessa grotta, facendo scaturire il laghetto Cocito, che alcuni dicono sia l’anticamera dell’Inferno.

Certo, viene da pensare che se anche al mondo d’oggi ci fossero le buone fate come Amelinda certe prepotenze e ingiustizie, forse, non ci sarebbero più…

Alla prossima.

 

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Giuseppe Manzo (1849-1942) e la cartapesta leccese (seconda parte)

di Cristina Manzo

 

Giuseppe ManzoDal principio Giuseppe mise su bottega in società col De Pascalis ( esattamente l’anno dopo il suo incarico di insegnamento) poi questi lo abbandonò dopo appena cinque anni di lavoro in comune per mettere su bottega da solo, poiché era profondamente convinto che “la vera opera d’arte dev’essere espressione di un solo pensiero e di una sola volontà” [2].

 

Quando ciò avvenne fu il De Pascalis a trasferire la sua attività, mentre il Manzo rimase nei locali originari.

Il laboratorio era incorporato nel palazzo del conte Romano, che sorge nell’omonima piazzetta adiacente all’ingresso posteriore del Duomo. Aveva due ingressi: il principale dalla piazzetta e il secondario da via degli Ammirati; attualmente è il negozio di abbigliamento della ditta Andretta.

Il grande locale era diviso in tre settori: modellatura delle teste, armatura e vestitura della statua […] il laboratorio era un cenacolo d’arte frequentato da amici e da clienti del maestro Manzo […] fervente religioso, il maestro prima di iniziare il lavoro si segnava con la croce.[3]

Se per l’artista De Pascalis, che ebbe vita breve ( morì a soli trentatré anni), si deve parlare di un’attività artistica limitata nel tempo,  non fu così per il maestro Manzo che morì all’età di 93 anni. “Trascorse la sua lunga vita, – si legge in una cronologia del tempo – nell’adempimento dei suoi doveri religiosi, nei santi affetti della famiglia, nell’estasi dell’arte di cui fu sommo maestro.”[4]

 

Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale  laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli,  scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)
Foto di Giuseppe Manzo davanti al suo reale laboratorio, in piazzetta Romano, con tutti i suoi amici e discepoli, scattata nel 1898 (collezione privata. riproduzione vietata)

 

Nel 1890, un po’ avanti nell’età, a 41 anni sposò l’omonima ma non parente Giuseppina Manzo. Da quest’unione nacquero quattro figli, Bartolo e Francesco che morirono in tenera età, e Anna e Antonio, che sarà il padre di Dino. Quando la moglie del maestro, Giuseppina, morì in giovane età, le sorelle di lei Rosaria e Chiara, che restarono nubili, aiutarono Giuseppe a crescere i  due figli.

Oronzo, fratello di Giuseppina, aveva una merceria in piazza S. Oronzo, che poi lascerà in eredità al nipote Antonio, che a sua volta la lascerà al figlio Dino, nipote di Giuseppe, che oggi gentilmente ci concede parte dei suoi ricordi per meglio conoscere la vita del nonno.

Giuseppe Manzo a Lecce veniva chiamato da tutti don Pippi.

“Don Pippi – si legge in una bella pubblicazione  dei padri passionisti di Novoli- era di media statura, tarchiato ed era solito lavarsi il viso con acqua e aceto. Era un uomo buono, semplice e disponibile. Per due anni fu presidente della leccese Società Operaia di Mutuo Soccorso (1902.1903).[5]

Le responsabilità familiari e civili non lo distoglieranno però dalla sua arte, anzi costituiranno per essa stimolo e ricerca, giacché l’arte, a nostro parere non dovrebbe mai esser disgiunta da un impegno sociale e umano.  E Giuseppe Manzo incarna anche la figura ideale di artista che traduce in azione politica e culturale l’operosità del suo genio.

Inizia così la sua intensa attività, che per circa un cinquantennio lo vedrà produrre opere commissionate alla sua bottega da enti pubblici e privati, ecclesiastici per lo più, dalle più svariate parti del mondo.

Sue sculture sono infatti documentate e presenti a Londra, Parigi, Tokio, il Cairo, New York, Rio De Janeiro, Melbourne, oltre che in tutt’Italia, e naturalmente nel Salento. Nella sua bottega presero forma opere meravigliose, e non solo a carattere religioso, e qui la cartapesta diventerà emozione e arte, impareggiabile per maestosità, teatralità, bellezza e sentimento.

“Quando dava l’espressione ai volti si appartava ed entrava quasi in estasi. Ciò faceva non perché era geloso dell’arte, ma poiché aveva bisogno di isolarsi, di entrare in sintonia con il soggetto, con lo spirito che il tema e il simulacro dovevano manifestare.”[6]

 

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[2]  P. Marti, La modellatura in carta, Lecce 1984,  p. 40.

[3] Ivi, pp. 29-30.

[4]   Nicola Caputo, Quei tre fratelli di nome Gesù – le statue di Giuseppe Manzo nella processione dei misteri di Taranto, Scorpione editrice s.r.l., Martina Franca 1991, p. 6.

[5] Idem, pp.19,21.

[6] I Padri Passionisti a Novoli, 1887-1987, (Lecce) 1894, p. 128.

 

Per la prima parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/giuseppe-manzo-1849-1942-e-la-cartapesta-leccese-prima-parte/

Per la terza parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/15/giuseppe-manzo-terza-parte/

Per la quarta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/18/giuseppe-manzo/ 

Per la quinta parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/24/manzo-ultima-parte/

 

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