La specchia del cavolo*

di Armando Polito

 

* Ringrazio Paolo Cavone per avermi dato l’opportunità di occuparmi qui dell’argomento, dato che la questione non poteva essere liquidata in poche battute, con l’invito rivoltomi in https://www.facebook.com/203849783159662/photos/a.223441477867159.1073741852.203849783159662/244758789068761/?type=1&comment_id=244810595730247&notif_t=comment_mention

 

Mio caro lettore, ti autorizzo fin da ora ad attribuire al cavolo del titolo il noto uso eufemistico se quanto sto per dire dovesse  sembrarti, sia pure alla fine, completamente campato in aria.

Ma cominciamo da specchia, della quale riporto la definizione fornita dalla Treccani on line:  nella penisola salentina, termine usato per indicare cumuli artificiali di pietre in forma di grandi coni, alti fino a 18 m, circondati da un muro, interpretati come torri di vedetta, e di altri di minore altezza, racchiudenti tombe a cassa e corredo di tradizione appenninica misto a forme della prima età del ferro.

Aggiungo che, a parte Specchia, il comune in provincia di Lecce con lo stesso etimo che fra poco vedremo, come nome comune la voce, oltre che accompagnare come apposizione vari toponimi, tende ad entrare ufficialmente nel linguaggio scientifico come già è avvenuto, per esempio, per uluzziano da Uluzzu (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/)

Il suo etimo è collegato al concetto di sopraelevazione insito nel cumulo: spècula in latino significa osservatorio, altura, vigilanza. Il concetto di base è quello del verbo spècere=guardare, per cui spècula ha come primo significato quello di osservatorio; poi, siccome si guarda meglio stando in posizione elevata, si è passati ai concetti di altura e vigilanza; da spècula, per sincope di –u– si è avuto specla, attestato, insieme con speccla, da parecchi diplomi normanni, e di cui è rimasta traccia nelle varianti sflega (Soleto) e sfleca (Calimera , Sternatia e Zollino), da cui specchia in virtù di un’evoluzione fonetica normalissima (come in màcula>*macla>macchia). La voce specchia oggi indica qualsiasi mucchio di pietre, anche di formazione recente, qual è quello residuale del dissodamento dei campi.

Per il cavolo debbo scomodare una mappa antica e più precisamente quella, dedicata al Regno di Napoli, facente parte  del Theatrum orbis terrarum di Abraham Ortelius pubblicato ad Anversa da Gilles Coppens de Diest  nel 1570. L’opera è visibile e scaricabile in https://archive.org/details/theatrumorbister00orte, link dal quale ho tratto il frontespizio

e la tavola che ci interessa, dalla quale con zoomate progressive ci avvicineremo ora al toponimo sul quale ci soffermeremo.

Siamo arrivati a destinazione, cioè a Torre del caulo. Ci troviamo esattamente nella zona in cui fino a qualche decennio fa erano visibili i pochi resti della Specchia Caulone (nell’immagine di testa in una foto di G. Palumbo tratta dal contributo di Nicola Vacca Noterelle galateane, per i cui estremi bibliografici rinvio alla nota)1.

Che il degrado della specchia fosse già in stadio avanzato da parecchi secoli ce lo prova la testimonianza del Galateo (1444-1517) che nel De situ Iapygiae, uscito postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558, scriveva: A castello divi Cataldi  sex millibus passuum abest castellum in Lupiensi agro, cui nomen Caulon; distat a Monasterio Ceratensi, quod videmus, duobus millibus passuum; videtur ingens structura fuisse, nunc nihil est nisi acervus lapidum, qui exusti videntur, deinde tempore exesi; vix duobus a mari distat stadiis, vestigia quae ad mare procedunt adhuc cernuntur. Nescio si fuerit Caulon, quem, remota C litera, Horatius Aulonem dixit: incolae speculam Caulonis  appellant. In huius peninsulae editioribus locis frequentes sunt cumuli lapidum quos incolae speculas nominant:  has numquam me vidisse memini, praeterquam in hoc tractu. Has congeries non nisi magna numerosae multitudinis manu coacervatas fuisse credibile est. Paucis in locis ubi lapides non sunt (omnes enim colles asperi et lapidosi) ex terra facti sunt cumuli tantae magnitudinis ut aspicientibus montes videantur; quamvis tempus et hominum manus et pecus omne non parvam partem decacuminavit.  Monumenta haec fuisse illustrium virorum existimo; mos enim erat vetustissimorum Graecorum et ante illos forte Iapygum super cadavera clarorum virorum ingentem lapidum, aut arenarum molem accumulare; unde fortasse cumuli, aut tumuli sepulchra dicuntur (Dal castello di S. Cataldo dista sei miglia in agro di Lecce un castello chiamato Caulone; dista dal monastero di Cerrate, che vediamo, due miglia; sembra che sia stato di ragguardevole struttura, ora non c’è nulla se non un cumulo di pietre che appaiono bruciate; dista dal mare appena due stadi. Non so se Caulone sia stato quello che, eliminata la lettera C, Orazio chiamò Aulone: gli abitanti lo chiamano Specchia di Caulone. Nei luoghi alquanto elevati di questa penisola sono frequenti i cumuli di pietre che gli abitanti chiamano specchie: ricordo di non averne mai visti se non in questo tratto. C’è da credere che questi cumuli siano stati ammassati non senza la grande fatica di parecchia gente. In pochi luoghi dove non ci sono pietre ( tutti i colli infatti sono aspri e sassosi) sono realizzati con la terra cumuli di tanta grandezza che a chi li guarda sembrano monti, sebbene il tempo e la mano degli uomini e ogni tipo di bestiame ne abbia privato della sommità buona parte. Credo che questi fossero monumenti di uomini illustri; infatti era costume degli antichissimi Greci e prima di loro forse degli Iapigi di accumulare di accumulare sopra i cadaveri degli uomini illustri una grande massa di pietre o di sabbia; perciò forse i sepolcri son detti cumuli o tumuli).

Intanto il nome latino tramandatoci dal Galateo è Caulon, dal cui accusativo (Caulonem) è l’italiano Caulone. Il Galateo suggerisce pure una prima etimologia ipotizzando che il nome del monte Aulon (in italiano Aulone) ricordato da Orazio derivi, per la perdita della consonante iniziale, proprio da Caulon e corrisponda, quindi, alla nostra specchia.

Vediamo cosa dice esattamente Orazio (Odi, II, 6, 5-21): Tibur Argeo positum colono/sit meae sedes utinam senectae,/sit modus lasso maris et viarum/militiaeque./Unde si Parcae prohibent iniquae,/dulce pellitis ovibus Galaesi/flumen et regnata petam Laconi/rura Phalantho./Ille terrarum mihi praeter omnis/angulus ridet, ubi non Hymetto/mella decedunt viridique certat/baca Venafro,/ver ubi longum tepidasque praebet/Iuppiter brumas et amicus Aulon/fertili Baccho minimum Falernis/invidet uvis (Volesse il cielo che Tivoli  fondata dal colono argivo fosse la sede della mia vecchiaia,  il limite, per me stanco, del mare e dei viaggi e della guerra. Se le Parche ingiuste mi tengono lontano da lì possa io raggiungere la corrente del Galeso dolce per le lanose pecore e i campi su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra mi sorride più di ogni altro, dove il miele non è inferiore a quello dell’Imetto e l’ulivo gareggia con quello verdeggiante di Venafro, dove Giove offre una lunga primavera e un tiepido inverno e l’amico Aulone dalla fertile vite per nulla invidia  le uve del Falerno).

A me sembra che l’angolo di terra di cui parla Orazio sia caratterizzato dalla presenza dominante e accentratrice del fiume Galeso, che è ben lontano dalla nostra specchia (di seguito evidenziati entrambi nella mappa antica), in territorio tarentino.

E me lo conferma Marziale, Epigrammi, XIII, 125, che a distanza di poco più di un secolo sembra riecheggiare Orazio:  Tarentinum. Nobilis et lanis et felix vitibus Aulon/ Det pretiosa tibi vellera, vina mihi (Il territorio tarentino. L’Aulone famoso per le lane e fertile di viti dia a te lane, a me vini preziosi).

Molto probabilmente la proposta di identificazione/derivazione di Aulon con/da Caulon nasce nel Galateo anche per suggestione del commento di Pomponio Porfirione (II-III secolo d. C.) ai versi di Orazio appena riportati: Aulon locus est contra Tarentinam regionem ferax boni vini (Aulone è un luogo, di fronte alla regione tarentina, che produce buon vino). Torneremo a breve su quel contra=di fronte.

Non aiuta certo a far chiarezza Servio (IV-V secolo d. C.) che nel suo commento al verso 533 del libro III dell’Eneide virgiliana scrive: CAULONISQUE ARCES. Aulon mons est Calabriae, ut Horatius “et amicus Aulon fertilis Baccho”, in quo oppidum fuit a Locris conditum, quod secundum Hyginum, qui scripsit de situ urbium Italicarum, olim non est. Alii a Caulo, Clitae Amazonis filio, conditum tradunt (Le rocche di Caulone. Aulone è un monte di Calabria, come dice Orazio “e l’amico Aulone fertile di vite”, sul quale fu fondata dai Locresi una città che secondo Igino, che scrisse sul sito delle città italiche, da molto tempo non c’è più. Altri tramandano che fu fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita).

Al di là del passaggio fatto quasi di soppiatto da Caulonis (genitivo che suppone un nominativo Caulon) ad Aulon, quel Calabriae (già da secoli Calabria era il nome dell’attuale Terra d’Otranto, mentre Brutium era quello dell’attuale Calabria), collocherebbe il monte nel nostro territorio ed escluderebbe Caulonia calabrese, nonostante si dica che su di esso venne fondata una città dai Locresi.

Come abbiamo fatto prima con Orazio, leggiamo ora l’originale virgiliano (Eneide, III, 551-553): Hinc sinus Herculei, si vera est fama, Tarenti/cernitur; attollit se diva Lacinia contra/Caulonisque arces et navifragum Scylaceum (Da qui si vede il golfo dell’erculea, se ciò che si dice è vero, Taranto; di fronte si levano la dea Lacinia e le rocche di Caulone e Squillace famosa per i naufragi). Il contra virgiliano consente di capire meglio il contra Tarentinam regionem di Porfirione, in cui avevo lasciato in sospeso quel contra che, dunque, indica una posizione frontale, anche se un po’ defilata, rispetto a Taranto ma non certo rispetto ad un punto ancor più frontale e lontano, addirittura, sulla costa adriatica.

La testimonianza di Virgilio non lascia adito a dubbi. Le rocche di Caulone si trovano di fronte a Taranto insieme con (il tempio del) la dea Lacinia (da cui Capo Lacinio, oggi Capo Colonna) e Squillace; dunque, siamo nell’attuale Calabria e le rocche di Caulone non sono altro che l’odierna Caulonia in provincia di Reggio Calabria.

E, ove ce ne fosse stato bisogno, ecco la conferma di Ovidio (Metamorfosi, XV, 703-706: Linquit Iapygiam laevisque Amphrisia remis/saxa fugit, dextra praerupta Celennia parte,/Romethiumque legit Caulonaque Nariyciamque/evincitque fretum Siculique angusta Pelori (Lascia la Iapigia, evita virando a sinistra le rocce amfrisie [non identificate] e a destra le scogliere Celennie [non identificate] e tocca Romezio [non identificata] e Caulona [l’originale Caulona per Caulonem è un accusativo alla greca) e Naricia [Locri] e supera lo stretto e le insidie del siculo Peloro).

Insomma il padre dell’ipotesi  di Aulone derivante per aferesi da Caulone sembra, per il momento, essere stato Servio che, a complicare ulteriormente le cose, mette in campo anche Caulo il figlio dell’amazzone. Il Caulo del testo originale serviano è un caso ablativo che suppone un nominativo Caulus e un accusativo Caulum da cui dovrebbe derivare in italiano Caulo; e infatti, nella mappa, per non fare torto a nessuno, compare Torre del caulo, con la preposizione articolata e con l’iniziale minuscola, come se fosse un nome comune, quasi italianizzazione del dialettale càulu=cavolo.

A questo punto, con tutto il rispetto per gli autori antichi e per il Galateo (che, pur non citandolo, mostra di conoscere Servio), esibisco troppa e perversa fantasia se mi viene in mente, anche in base alla descrizione data all’inizio della specchia, che quest’ultima nella forma ricorda tutt’altro che vagamente una testa di cavolo e se dico che, quindi, il toponimo potrebbe essere il frutto di una similitudine popolare  (e non solo, come vedremo, in riferimento all’ortaggio …)?

Al cavolo, in un certo senso mostra di credere pure Girolamo Marciano (1571-1628) che in Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto,  uscito postumo nel 1855 a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride, a pag. 397 così si esprimeva: Tra queste due torri [Rinalda e Spiecchiolla (sic, poco prima)] alquanto infra terra si vedono le rovine di un antichissimo castello detto dal volgo la Specchia di Caulone, dove si vede un grandissimo tumulo di pietre guaste, e corrose dal tempo, e le reliquie di una grossa muraglia, che incominciava da questa parte orientale della marina, e passando per il castello trascorreva sino all’altra occidentale, terminando al porto piccolo di Taranto per ispazio di miglia quaranta, come in molti luoghi tra questo spazio se ne vedono molti antichi vestigi, fatto per quanto si dice dai Japigii, nel tempo che debellarono i Messapi, e si divisero la regione tra di loro. Perciocché i Messapi possedevano la parte boreale della provincia, e gli Japigi l’australe, ed il castello da questa parte posero per termine e guardia del mare orientale, perciocché dalla parte occidentale si guardava dalla città di Taranto, chiamandolo Caulone quasichè estremo capo della divisione, e della lunga muraglia, denotando la voce Καυλός (leggi Caulòs) appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza. Strabone dice che Caulonia nella Magna Grecia, edificata dai Greci, fu prima detta Aulona, quasi Vallonia, dalla vicina valle; perciocchè la voce Αὺλόν (leggi Aulòn) oltre che dinota valle, significa parimente il tratto di un lungo e stretto mare, come il Jonio che si stringe come un canale tra il capo d’Otranto e i monti Cerauni, nella riva occidentale del quale fu edificato questo castello e nell’orientale la città oggi detta Aulona. Si vedono oltre di questo in molti luoghi della provincia grandissimi cumuli, e montetti di pietre misti con terra, che gli abitatori del paese chiamano Specchie, le quali paiono opere di grandissima potenza, e di numerose mani, con tutto che il tempo le abbia in gran parte spianate. Il Galateo stima essere state queste Specchie sepolture di uomini illustri; il che non è credibile, perchè sebbene quegli antichi Greci facevano simili sepolcri e grandi tumuli agli uomini insigni, non per questo è da credere, che le specchie che si vedono in questa regione siano stati sepolcri. Imperciocchè il nome Specchia, derivante dal verbo latino speculor, non significa altro che luogo eminente, donde è solito farsi le guardie, e le spie a’ nemici.  

Pure per il Marciano tutto si riduce ad un’aferesi di C-, ma all’Aulone oraziano egli sostituisce, con un ragionamento arzigogolato e che mi sembra troppo al servizio di una pur sacrosanta ipotesi di lavoro, nientemeno che la città oggi detta Aulona, cioè l’odierna Valona in Albania. Tutto questo con due pezze giustificative.

La prima è di natura filologica ed è basata su Αὺλόν da una parte e Καυλός dall’altra. Su Αὺλόν debbo preliminarmente dire che in greco esiste αὐλός, di genere maschile, con i significati di flauto, tubo, canale, zampillo, sfiatatoio, imbuto. Il Morciano s’inventa un neutro Αὺλόν senza rendersi conto che Aulona è spiegata meglio dalla voce derivata αὐλών/αὐλῶνος (leggi aulòn/aulònos)=gola montana, canale. Quanto a Καυλός quel denotando la voce Καυλός appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza mi pare una definizione anch’essa strumentale, tirata per i capelli. Basta, infatti, considerare che Καυλός negli autori greci è usato con i significati di estremità della lancia, fusto di pianta arbustacea o di candelabro, cavolfiore, dotto del pene, collo della vescica, gambo di amo. Perciò l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza può andare d’accordo  stentatamente solo con il primo significato che ho riportato, che, essendo di evidente derivazione analogica, non è quello nativo.

Colgo l’occasione per far notare come direttamente da questa voce greca deriva il latino tardo càulus che in Vindiciano, (IV secolo d. C.), Epitome Altera, XXVIII, assume il significato di glande (quasi un parente del quarto registrato per il greco): De veretro. Veretrum est oblungum, natura nervosum, forinsecus venosum, membrano coopertum fortissimo, habens fistolam rectam in medio ab inizio usque ad summum. Cacumen eius dicitur caulus sive dartus2 (Il pene. Il pene è lungo, nervoso di natura, all’esterno venoso, coperto da una membrana resistentissima, ha al centro un condotto diritto dall’inizio fino alla sommità. La sua parte terminale si chiama caulus o dartus3).

Dalla voce del latino tardo, poi, è derivato per epentesi eufonica di –v– l’italiano cavolo (che ha conservato pure il significato traslato che, come abbiamo appena visto, è piuttosto datato; nasce dunque per similitudine e, perciò, in italiano secondo me cavolo per cazzo non ha origini, come si potrebbe pensare, eufemistiche, legate, cioè, alla sostituzione della parola “sporca” con un’altra “pulita” avente in comune con la prima la sillaba iniziale) ed il dialettale càulu (usato per indicare solo l’ortaggio, il che corroborerebbe il mio dubbio precedente sul valore eufemistico fin dall’origine di cavolo per cazzo; infatti, almeno nel dialetto di Nardò, è usato a tal fine non càulu ma cagnu=cane; curioso, poi, è il fatto che cagnu sia usato solo a questo scopo e che per indicare l’animale si usi, come in italiano, cane, nonostante cagnu sia il padre di cagnùlu, a Nardò canicèddhu,=cagnolino). Nel latino classico, invece, sempre connesso con la voce greca, è attestato caulis (anche nelle varianti colis e coles) nel significato generico di fusto ed in quello specifico di cavolo. Dall’accusativo di caulis (caulem), infine, è derivato l’italiano caule.

La seconda pezza giustificativa è di natura letteraria, cioè è utilizzata la fonte Strabone (I secolo a. C. – I secolo d. C. ). Ecco le parole originali del geografo greco (Geographia, VI, 1, 10): Μετὰ δὲ Λοκροὺς Σάγρα, ὃν θηλυκῶς ὀνομάζουσιν, ἐφ᾽ οὗ βωμοὶ Διοσκούρων, περὶ οὓς Λοκροὶ μύριοι μετὰ Ῥηγίνων πρὸς δεκατρεῖς μυριάδας Κροτωνιατῶν συμβαλόντες ἐνίκησαν.  Ἀφ᾽ οὗ τὴν παροιμίαν πρὸς τοὺς ἀπιστοῦντας ἐκπεσεῖν φασιν ‘ἀληθέστερα τῶν ἐπὶ Σάγρᾳ.’ Προσμεμυθεύκασι δ᾽ ἔνιοι καὶ διότι αὐθημερὸν τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος Ὀλυμπίασιν ἀπαγγελθείη τοῖς ἐκεῖ τὸ συμβάν, καὶ εὑρεθείη τὸ τάχος τῆς ἀγγελίας ἀληθές. Ταύτην δὲ τὴν συμφορὰν αἰτίαν τοῖς Κροτωνιάταις φασὶ τοῦ μὴ πολὺν ἔτι συμμεῖναι χρόνον διὰ τὸ πλῆθος τῶν τότε πεσόντων ἀνδρῶν. Μετὰ δὲ τὴν Σάγραν Ἀχαιῶν κτίσμα Καυλωνία, πρότερον δ᾽ Αὐλωνία λεγομένη διὰ τὸν προκείμενον αὐλῶνα. Ἔστι δ᾽ ἔρημος· οἱ γὰρ ἔχοντες εἰς Σικελίαν ὑπὸ τῶν βαρβάρων ἐξέπεσον καὶ τὴν ἐκεῖ Καυλωνίαν ἔκτισαν (Dopo Locri il Sagra che ha un nome femminile, sulle cui sponde ci sono gli altari dei Dioscuri, presso i quali 10000 Locresi insieme con Reggini, scontratisi con 130000 Crotoniati, vinsero. Dicono che da questo fatto derivi il proverbio riferito agli increduli “Più vero di ciò che successe sulla Sagra”. Alcuni aggiungono la leggenda che nello stesso giorno, mentre ad Olimpia si svolgevano i giochi, pure lì fu annunziato l’accaduto e la velocità di diffusione ne consacrò la veridicità. Dicono che la disfatta fu la causa per i crotoniati di non poter durare ancora per molto tempo per il gran numero di caduti. Dopo il Sagra c’è Caulonia fondata dagli Achei, prima detta Aulonia per la valle che le giace di fronte. È deserta: gli abitanti infatti furono scacciati dai barbari in Sicilia  e lì fondarono Caulonia).

A questo punto è chiaro che il Caulonisque arces/Aulon di Servio è figlio dell’alternanza Aulonia/Caulonia di Strabone, ma rimane il mistero dell’aggiunta di C- (per la quale il Marciano mette in campo l’incrocio tra Αὺλόν e Καυλός) e la presenza della Caulonia siciliana ultima arrivata; comunque, possiamo affermare che tanto con lei quanto con quella tarentina la nostra specchia non ha nulla a che fare. E poi c’è da mettere in conto il fenomeno antico dell’omonimia di tanti toponimi e, con riferimento alla mappa, la loro deformazione o italianizzazione con effetti spesso esilaranti (per non parlare di errori macroscopici come, sottolineato dallo stesso Paolo nel link indicato, un Aletium collocato pari pari nel posto allora come ora occupato da Lecce), tra cui, tutto è probabile, anche quanto ho avuto occasione di dire sulla possibile responsabilità del càulu, per cui Specchia del caulo potrebbe essere italianizzazione di Specchia ti lu càulu.

E, per chiudere, ora, mio caro lettore, cominci a sospettare che il titolo sia stato particolarmente azzeccato? Continua a sospettare, ma auguriamoci che qualche ricercatore della domenica (e pure degli altri giorni della settimana …), suggestionato da quanto ho scritto, non avanzi l’ipotesi che, dopo il menhir, anche la specchia (e a maggior ragione Specchia Caulone, in cui il secondo componente ha tutta l’aria di essere un accrescitivo …) avrebbe il diritto di vedersi riconosciuto il titolo di simbolo fallico …

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1 Caulone e Calone in Cesare Teofilato, Di alcuni Megaliti Sallentini, in Rinascenza salentina, anno I, n. 3 (maggio 1933), XI-XII, pp. 140-150, solo Calone nei pionieri di storia locale: Sigismondo Castromediano, Sulle Specchie di Terra d’Otranto, Lecce, Tipografia Salentina, 1873-74; G. Nicolucci, Brevi note sui monumenti megalitici e sulle così dette Specchie di Terra d’Otranto, Atti dell’Accademia Pontaniana, v. XXIII, Tipografia della Regia Università di Napoli, Napoli, 1893; Charles Lenormant, I truddhi e le Specchie di Terra d’Otranto, in Gazzette archeologique, VII (1881), Parigi, p. 82; L. De Simone, La specchia Calone e L. De Giorgi, Le specchie di Terra d’Otranto in Rivista storica salentina, Lecce, anno II (1904-1905), pp. 313-334 e 481-513; Paolo Dovara, Le specchie della penisola salentina in Corriere meridionale, XXI (1910), Lecce, p. 34; P. Maggiulli, Specchie e trulli in Terra d’Otranto, Tipografia editrice leccese, Lecce, 1909; Calone in altri storici locali  (tutti i contributi di seguito citati sono leggibili in http://www.emerotecadigitalesalentina.it/): Luigi Scoditti, Specchie e Paretoni nel Salento, in La zagaglia, anno II, (1960), v. VIII, pp. 52-56; Nicola Vacca, Noterelle galateane, in Rinascenza salentina, anno XI, 1943, pp. 65-96; Marcellino Leone, Terra d’Otranto dall’origine alla colonizzazione romana, in La zagaglia, anno VII (1965), pp. 308-320; Antonio Franco, Sopravvivenza delle opere d’arte nel Salento, in La zagaglia, anno XVI, n. 56 (dicembre 1972), pp. 292-301; Aldo Caputo, Nella terra dei Titani, in Idomeneo, n. 6, pp. 225-231.

Calone compare in documenti medioevali come nome di un feudo brindisino, ma non so (e vale anche per il Calone del saggio di Primaldo Coco che non ho potuto consultare: Vestigi di vita canonicale in Brindisi sulla fine del secolo XIII e vicende del casale di Calone (presso Mesagne), Tipografia Giurdignano, Lecce, 1913) se corrisponda topograficamente al nostro.

2 Cito  il testo latino da Valentino Rose, Theodori Prisciani Euporiston libri III cum physicorum fragmento et additamentis Pseudo-Theodoreis; accedunt Vindiciani Afri quae feruntur reliquiae, Teubner, Lipsia, 1894, pag. 479.

3 Chiara trascrizione del greco δαρτός (leggi dartòs)=scorticato, scuoiato (fimosi e circoncisione a parte …).

 

 

 

Una probabile nuova specchia in territorio di Alliste

lato nord-est della costruzione
lato nord-est della costruzione

testi e foto di Francesco Giannelli

 

 

La passione e lo studio del territorio vengono spesso gratificati da chi sa ben porsi nei confronti del nostro paesaggio, mai sufficientemente studiato e valorizzato.

Una terra generosa, plurimillenaria, che porta ancora in sé i segni dell’uomo antico, almeno fino a quando si cercherà di tutelarla e difenderla dai numerosi tentativi di antropizzazione, non sempre leciti e rispettosi.

In una delle mie recentissime escursioni, questa volta sulla Serra “Calaturo” di Alliste, credo di essermi imbattuto in una presunta specchia o fortificazione di epoca remota. Mi pare che essa sia sconosciuta ai più, e non la ritrovo tra quelle censite dal De Giorgi in Alliste, che in questo comune classificò solo Specchia Sciuppano e Specchia dell’Alto. Per quel che ne so il felice mio ritrovamento non mi pare sia stato censito da altri studiosi locali e sono ben lieto di renderlo noto ai lettori di questo sito e a quanti si interessano di questo argomento.

specchia  (10)

Alla segnalazione aggiungo anche qualche dato, per supportare la notizia e per coinvolgere gli esperti, sebbene stia per inviare dovuta comunicazione alla Soprintendenza.

Ciò che mi ha colpito sono state soprattutto le dimensioni notevoli della costruzione, circa 24 mt di diametro, con un muro perimetrale che in alcuni punti dell’alzato registra un’altezza compresa tra i 2 e 2,5 mt.

Costruita con massi non perfettamente squadrati, colpisce la dimensione notevole di alcuni di quelli incastrati in più punti e soprattutto di alcuni massi che formano il basamento, almeno per quello che si riesce a intravedere.

particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato est
particolare del muro sul lato est

La mia inadeguata formazione archeologica mi impedisce di formulare ipotesi fondate, ma non risulta insufficiente a ritenere l’affascinante costruzione un’opera di fortificazione o forse anche solo di avvistamento, considerando la strategica posizione, ad un’altitudine di 61 mt s.l.m., che permette di godere di una meravigliosa vista panoramica del territorio circostante, compresi, a sud, il tratto di costa prospiciente Ugento e fino a Torre Pali, ad est tutta la vallata fino alla serra di Casarano e di sant’Eleuterio (Parabita). Un’ulteriore, inevitabile, considerazione riguarda il collegamento a vista tra la nostra e la nota Specchia dell’Alto in direzione nord, quasi anticipasse la collaudata comunicazione tra le torri costiere meridionali che sarebbero sorte qualche secolo dopo.

vista dal lato sud
vista dal lato sud

 

vista dal lato ovest
vista dal lato ovest

Arnesano. Il villaggio neolitico di Riesci

via Velardo, direzione Riesci (ph Luigi Paolo Pati)

IL VILLAGGIO NEOLITICO DI  RIESCI IN CERCA DI TUTELA. ART. 9 DELLA COSTITUZIONE

 

di Luigi Paolo Pati

 

 Le prime testimonianze della presenza umana, stabilitasi  a Riesci in agro di Arnesano (Lecce), vennero rinvenute in un’area compresa tra Carmiano, Monteroni, Lecce e la stazione di Surbo, già Collezione De Simone, custodita nella Casa Museo di villa S. Antonio in Arnesano; questa ricca e importante raccolta di oggetti litici di età neolitica,  ora è al Museo Provinciale di Lecce ( Nicolucci 1879, Jatta 1914, De Giorgi 1922).

In  prossimità di Arnesano (contrada Li Tufi) furono rilevate tracce di un insediamento dell’età del Bronzo (Delle Ponti 1968).

Tutto il materiale litico e i frammenti di terracotta rinvenuti a Riesci, oltre ai fondi di capanne con intorno i fori dei pali, vasche di raccolta dell’acqua o buchi di libagione, fosse di combustione, alcuni tratti di muro megalitico e ad un articolato sistema viario,  costituiscono i resti del Villaggio Neolitico di Riesci (L.P.Pati 1986 e 2006).

La testimonianza più nota, ampiamente trattata in letteratura, è la sepoltura a grotticella artificiale scoperta nel 1968, completa di corredo, conservato nel

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