La specchia del cavolo*

di Armando Polito

 

* Ringrazio Paolo Cavone per avermi dato l’opportunità di occuparmi qui dell’argomento, dato che la questione non poteva essere liquidata in poche battute, con l’invito rivoltomi in https://www.facebook.com/203849783159662/photos/a.223441477867159.1073741852.203849783159662/244758789068761/?type=1&comment_id=244810595730247&notif_t=comment_mention

 

Mio caro lettore, ti autorizzo fin da ora ad attribuire al cavolo del titolo il noto uso eufemistico se quanto sto per dire dovesse  sembrarti, sia pure alla fine, completamente campato in aria.

Ma cominciamo da specchia, della quale riporto la definizione fornita dalla Treccani on line:  nella penisola salentina, termine usato per indicare cumuli artificiali di pietre in forma di grandi coni, alti fino a 18 m, circondati da un muro, interpretati come torri di vedetta, e di altri di minore altezza, racchiudenti tombe a cassa e corredo di tradizione appenninica misto a forme della prima età del ferro.

Aggiungo che, a parte Specchia, il comune in provincia di Lecce con lo stesso etimo che fra poco vedremo, come nome comune la voce, oltre che accompagnare come apposizione vari toponimi, tende ad entrare ufficialmente nel linguaggio scientifico come già è avvenuto, per esempio, per uluzziano da Uluzzu (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/)

Il suo etimo è collegato al concetto di sopraelevazione insito nel cumulo: spècula in latino significa osservatorio, altura, vigilanza. Il concetto di base è quello del verbo spècere=guardare, per cui spècula ha come primo significato quello di osservatorio; poi, siccome si guarda meglio stando in posizione elevata, si è passati ai concetti di altura e vigilanza; da spècula, per sincope di –u– si è avuto specla, attestato, insieme con speccla, da parecchi diplomi normanni, e di cui è rimasta traccia nelle varianti sflega (Soleto) e sfleca (Calimera , Sternatia e Zollino), da cui specchia in virtù di un’evoluzione fonetica normalissima (come in màcula>*macla>macchia). La voce specchia oggi indica qualsiasi mucchio di pietre, anche di formazione recente, qual è quello residuale del dissodamento dei campi.

Per il cavolo debbo scomodare una mappa antica e più precisamente quella, dedicata al Regno di Napoli, facente parte  del Theatrum orbis terrarum di Abraham Ortelius pubblicato ad Anversa da Gilles Coppens de Diest  nel 1570. L’opera è visibile e scaricabile in https://archive.org/details/theatrumorbister00orte, link dal quale ho tratto il frontespizio

e la tavola che ci interessa, dalla quale con zoomate progressive ci avvicineremo ora al toponimo sul quale ci soffermeremo.

Siamo arrivati a destinazione, cioè a Torre del caulo. Ci troviamo esattamente nella zona in cui fino a qualche decennio fa erano visibili i pochi resti della Specchia Caulone (nell’immagine di testa in una foto di G. Palumbo tratta dal contributo di Nicola Vacca Noterelle galateane, per i cui estremi bibliografici rinvio alla nota)1.

Che il degrado della specchia fosse già in stadio avanzato da parecchi secoli ce lo prova la testimonianza del Galateo (1444-1517) che nel De situ Iapygiae, uscito postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558, scriveva: A castello divi Cataldi  sex millibus passuum abest castellum in Lupiensi agro, cui nomen Caulon; distat a Monasterio Ceratensi, quod videmus, duobus millibus passuum; videtur ingens structura fuisse, nunc nihil est nisi acervus lapidum, qui exusti videntur, deinde tempore exesi; vix duobus a mari distat stadiis, vestigia quae ad mare procedunt adhuc cernuntur. Nescio si fuerit Caulon, quem, remota C litera, Horatius Aulonem dixit: incolae speculam Caulonis  appellant. In huius peninsulae editioribus locis frequentes sunt cumuli lapidum quos incolae speculas nominant:  has numquam me vidisse memini, praeterquam in hoc tractu. Has congeries non nisi magna numerosae multitudinis manu coacervatas fuisse credibile est. Paucis in locis ubi lapides non sunt (omnes enim colles asperi et lapidosi) ex terra facti sunt cumuli tantae magnitudinis ut aspicientibus montes videantur; quamvis tempus et hominum manus et pecus omne non parvam partem decacuminavit.  Monumenta haec fuisse illustrium virorum existimo; mos enim erat vetustissimorum Graecorum et ante illos forte Iapygum super cadavera clarorum virorum ingentem lapidum, aut arenarum molem accumulare; unde fortasse cumuli, aut tumuli sepulchra dicuntur (Dal castello di S. Cataldo dista sei miglia in agro di Lecce un castello chiamato Caulone; dista dal monastero di Cerrate, che vediamo, due miglia; sembra che sia stato di ragguardevole struttura, ora non c’è nulla se non un cumulo di pietre che appaiono bruciate; dista dal mare appena due stadi. Non so se Caulone sia stato quello che, eliminata la lettera C, Orazio chiamò Aulone: gli abitanti lo chiamano Specchia di Caulone. Nei luoghi alquanto elevati di questa penisola sono frequenti i cumuli di pietre che gli abitanti chiamano specchie: ricordo di non averne mai visti se non in questo tratto. C’è da credere che questi cumuli siano stati ammassati non senza la grande fatica di parecchia gente. In pochi luoghi dove non ci sono pietre ( tutti i colli infatti sono aspri e sassosi) sono realizzati con la terra cumuli di tanta grandezza che a chi li guarda sembrano monti, sebbene il tempo e la mano degli uomini e ogni tipo di bestiame ne abbia privato della sommità buona parte. Credo che questi fossero monumenti di uomini illustri; infatti era costume degli antichissimi Greci e prima di loro forse degli Iapigi di accumulare di accumulare sopra i cadaveri degli uomini illustri una grande massa di pietre o di sabbia; perciò forse i sepolcri son detti cumuli o tumuli).

Intanto il nome latino tramandatoci dal Galateo è Caulon, dal cui accusativo (Caulonem) è l’italiano Caulone. Il Galateo suggerisce pure una prima etimologia ipotizzando che il nome del monte Aulon (in italiano Aulone) ricordato da Orazio derivi, per la perdita della consonante iniziale, proprio da Caulon e corrisponda, quindi, alla nostra specchia.

Vediamo cosa dice esattamente Orazio (Odi, II, 6, 5-21): Tibur Argeo positum colono/sit meae sedes utinam senectae,/sit modus lasso maris et viarum/militiaeque./Unde si Parcae prohibent iniquae,/dulce pellitis ovibus Galaesi/flumen et regnata petam Laconi/rura Phalantho./Ille terrarum mihi praeter omnis/angulus ridet, ubi non Hymetto/mella decedunt viridique certat/baca Venafro,/ver ubi longum tepidasque praebet/Iuppiter brumas et amicus Aulon/fertili Baccho minimum Falernis/invidet uvis (Volesse il cielo che Tivoli  fondata dal colono argivo fosse la sede della mia vecchiaia,  il limite, per me stanco, del mare e dei viaggi e della guerra. Se le Parche ingiuste mi tengono lontano da lì possa io raggiungere la corrente del Galeso dolce per le lanose pecore e i campi su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra mi sorride più di ogni altro, dove il miele non è inferiore a quello dell’Imetto e l’ulivo gareggia con quello verdeggiante di Venafro, dove Giove offre una lunga primavera e un tiepido inverno e l’amico Aulone dalla fertile vite per nulla invidia  le uve del Falerno).

A me sembra che l’angolo di terra di cui parla Orazio sia caratterizzato dalla presenza dominante e accentratrice del fiume Galeso, che è ben lontano dalla nostra specchia (di seguito evidenziati entrambi nella mappa antica), in territorio tarentino.

E me lo conferma Marziale, Epigrammi, XIII, 125, che a distanza di poco più di un secolo sembra riecheggiare Orazio:  Tarentinum. Nobilis et lanis et felix vitibus Aulon/ Det pretiosa tibi vellera, vina mihi (Il territorio tarentino. L’Aulone famoso per le lane e fertile di viti dia a te lane, a me vini preziosi).

Molto probabilmente la proposta di identificazione/derivazione di Aulon con/da Caulon nasce nel Galateo anche per suggestione del commento di Pomponio Porfirione (II-III secolo d. C.) ai versi di Orazio appena riportati: Aulon locus est contra Tarentinam regionem ferax boni vini (Aulone è un luogo, di fronte alla regione tarentina, che produce buon vino). Torneremo a breve su quel contra=di fronte.

Non aiuta certo a far chiarezza Servio (IV-V secolo d. C.) che nel suo commento al verso 533 del libro III dell’Eneide virgiliana scrive: CAULONISQUE ARCES. Aulon mons est Calabriae, ut Horatius “et amicus Aulon fertilis Baccho”, in quo oppidum fuit a Locris conditum, quod secundum Hyginum, qui scripsit de situ urbium Italicarum, olim non est. Alii a Caulo, Clitae Amazonis filio, conditum tradunt (Le rocche di Caulone. Aulone è un monte di Calabria, come dice Orazio “e l’amico Aulone fertile di vite”, sul quale fu fondata dai Locresi una città che secondo Igino, che scrisse sul sito delle città italiche, da molto tempo non c’è più. Altri tramandano che fu fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita).

Al di là del passaggio fatto quasi di soppiatto da Caulonis (genitivo che suppone un nominativo Caulon) ad Aulon, quel Calabriae (già da secoli Calabria era il nome dell’attuale Terra d’Otranto, mentre Brutium era quello dell’attuale Calabria), collocherebbe il monte nel nostro territorio ed escluderebbe Caulonia calabrese, nonostante si dica che su di esso venne fondata una città dai Locresi.

Come abbiamo fatto prima con Orazio, leggiamo ora l’originale virgiliano (Eneide, III, 551-553): Hinc sinus Herculei, si vera est fama, Tarenti/cernitur; attollit se diva Lacinia contra/Caulonisque arces et navifragum Scylaceum (Da qui si vede il golfo dell’erculea, se ciò che si dice è vero, Taranto; di fronte si levano la dea Lacinia e le rocche di Caulone e Squillace famosa per i naufragi). Il contra virgiliano consente di capire meglio il contra Tarentinam regionem di Porfirione, in cui avevo lasciato in sospeso quel contra che, dunque, indica una posizione frontale, anche se un po’ defilata, rispetto a Taranto ma non certo rispetto ad un punto ancor più frontale e lontano, addirittura, sulla costa adriatica.

La testimonianza di Virgilio non lascia adito a dubbi. Le rocche di Caulone si trovano di fronte a Taranto insieme con (il tempio del) la dea Lacinia (da cui Capo Lacinio, oggi Capo Colonna) e Squillace; dunque, siamo nell’attuale Calabria e le rocche di Caulone non sono altro che l’odierna Caulonia in provincia di Reggio Calabria.

E, ove ce ne fosse stato bisogno, ecco la conferma di Ovidio (Metamorfosi, XV, 703-706: Linquit Iapygiam laevisque Amphrisia remis/saxa fugit, dextra praerupta Celennia parte,/Romethiumque legit Caulonaque Nariyciamque/evincitque fretum Siculique angusta Pelori (Lascia la Iapigia, evita virando a sinistra le rocce amfrisie [non identificate] e a destra le scogliere Celennie [non identificate] e tocca Romezio [non identificata] e Caulona [l’originale Caulona per Caulonem è un accusativo alla greca) e Naricia [Locri] e supera lo stretto e le insidie del siculo Peloro).

Insomma il padre dell’ipotesi  di Aulone derivante per aferesi da Caulone sembra, per il momento, essere stato Servio che, a complicare ulteriormente le cose, mette in campo anche Caulo il figlio dell’amazzone. Il Caulo del testo originale serviano è un caso ablativo che suppone un nominativo Caulus e un accusativo Caulum da cui dovrebbe derivare in italiano Caulo; e infatti, nella mappa, per non fare torto a nessuno, compare Torre del caulo, con la preposizione articolata e con l’iniziale minuscola, come se fosse un nome comune, quasi italianizzazione del dialettale càulu=cavolo.

A questo punto, con tutto il rispetto per gli autori antichi e per il Galateo (che, pur non citandolo, mostra di conoscere Servio), esibisco troppa e perversa fantasia se mi viene in mente, anche in base alla descrizione data all’inizio della specchia, che quest’ultima nella forma ricorda tutt’altro che vagamente una testa di cavolo e se dico che, quindi, il toponimo potrebbe essere il frutto di una similitudine popolare  (e non solo, come vedremo, in riferimento all’ortaggio …)?

Al cavolo, in un certo senso mostra di credere pure Girolamo Marciano (1571-1628) che in Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto,  uscito postumo nel 1855 a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride, a pag. 397 così si esprimeva: Tra queste due torri [Rinalda e Spiecchiolla (sic, poco prima)] alquanto infra terra si vedono le rovine di un antichissimo castello detto dal volgo la Specchia di Caulone, dove si vede un grandissimo tumulo di pietre guaste, e corrose dal tempo, e le reliquie di una grossa muraglia, che incominciava da questa parte orientale della marina, e passando per il castello trascorreva sino all’altra occidentale, terminando al porto piccolo di Taranto per ispazio di miglia quaranta, come in molti luoghi tra questo spazio se ne vedono molti antichi vestigi, fatto per quanto si dice dai Japigii, nel tempo che debellarono i Messapi, e si divisero la regione tra di loro. Perciocché i Messapi possedevano la parte boreale della provincia, e gli Japigi l’australe, ed il castello da questa parte posero per termine e guardia del mare orientale, perciocché dalla parte occidentale si guardava dalla città di Taranto, chiamandolo Caulone quasichè estremo capo della divisione, e della lunga muraglia, denotando la voce Καυλός (leggi Caulòs) appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza. Strabone dice che Caulonia nella Magna Grecia, edificata dai Greci, fu prima detta Aulona, quasi Vallonia, dalla vicina valle; perciocchè la voce Αὺλόν (leggi Aulòn) oltre che dinota valle, significa parimente il tratto di un lungo e stretto mare, come il Jonio che si stringe come un canale tra il capo d’Otranto e i monti Cerauni, nella riva occidentale del quale fu edificato questo castello e nell’orientale la città oggi detta Aulona. Si vedono oltre di questo in molti luoghi della provincia grandissimi cumuli, e montetti di pietre misti con terra, che gli abitatori del paese chiamano Specchie, le quali paiono opere di grandissima potenza, e di numerose mani, con tutto che il tempo le abbia in gran parte spianate. Il Galateo stima essere state queste Specchie sepolture di uomini illustri; il che non è credibile, perchè sebbene quegli antichi Greci facevano simili sepolcri e grandi tumuli agli uomini insigni, non per questo è da credere, che le specchie che si vedono in questa regione siano stati sepolcri. Imperciocchè il nome Specchia, derivante dal verbo latino speculor, non significa altro che luogo eminente, donde è solito farsi le guardie, e le spie a’ nemici.  

Pure per il Marciano tutto si riduce ad un’aferesi di C-, ma all’Aulone oraziano egli sostituisce, con un ragionamento arzigogolato e che mi sembra troppo al servizio di una pur sacrosanta ipotesi di lavoro, nientemeno che la città oggi detta Aulona, cioè l’odierna Valona in Albania. Tutto questo con due pezze giustificative.

La prima è di natura filologica ed è basata su Αὺλόν da una parte e Καυλός dall’altra. Su Αὺλόν debbo preliminarmente dire che in greco esiste αὐλός, di genere maschile, con i significati di flauto, tubo, canale, zampillo, sfiatatoio, imbuto. Il Morciano s’inventa un neutro Αὺλόν senza rendersi conto che Aulona è spiegata meglio dalla voce derivata αὐλών/αὐλῶνος (leggi aulòn/aulònos)=gola montana, canale. Quanto a Καυλός quel denotando la voce Καυλός appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza mi pare una definizione anch’essa strumentale, tirata per i capelli. Basta, infatti, considerare che Καυλός negli autori greci è usato con i significati di estremità della lancia, fusto di pianta arbustacea o di candelabro, cavolfiore, dotto del pene, collo della vescica, gambo di amo. Perciò l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza può andare d’accordo  stentatamente solo con il primo significato che ho riportato, che, essendo di evidente derivazione analogica, non è quello nativo.

Colgo l’occasione per far notare come direttamente da questa voce greca deriva il latino tardo càulus che in Vindiciano, (IV secolo d. C.), Epitome Altera, XXVIII, assume il significato di glande (quasi un parente del quarto registrato per il greco): De veretro. Veretrum est oblungum, natura nervosum, forinsecus venosum, membrano coopertum fortissimo, habens fistolam rectam in medio ab inizio usque ad summum. Cacumen eius dicitur caulus sive dartus2 (Il pene. Il pene è lungo, nervoso di natura, all’esterno venoso, coperto da una membrana resistentissima, ha al centro un condotto diritto dall’inizio fino alla sommità. La sua parte terminale si chiama caulus o dartus3).

Dalla voce del latino tardo, poi, è derivato per epentesi eufonica di –v– l’italiano cavolo (che ha conservato pure il significato traslato che, come abbiamo appena visto, è piuttosto datato; nasce dunque per similitudine e, perciò, in italiano secondo me cavolo per cazzo non ha origini, come si potrebbe pensare, eufemistiche, legate, cioè, alla sostituzione della parola “sporca” con un’altra “pulita” avente in comune con la prima la sillaba iniziale) ed il dialettale càulu (usato per indicare solo l’ortaggio, il che corroborerebbe il mio dubbio precedente sul valore eufemistico fin dall’origine di cavolo per cazzo; infatti, almeno nel dialetto di Nardò, è usato a tal fine non càulu ma cagnu=cane; curioso, poi, è il fatto che cagnu sia usato solo a questo scopo e che per indicare l’animale si usi, come in italiano, cane, nonostante cagnu sia il padre di cagnùlu, a Nardò canicèddhu,=cagnolino). Nel latino classico, invece, sempre connesso con la voce greca, è attestato caulis (anche nelle varianti colis e coles) nel significato generico di fusto ed in quello specifico di cavolo. Dall’accusativo di caulis (caulem), infine, è derivato l’italiano caule.

La seconda pezza giustificativa è di natura letteraria, cioè è utilizzata la fonte Strabone (I secolo a. C. – I secolo d. C. ). Ecco le parole originali del geografo greco (Geographia, VI, 1, 10): Μετὰ δὲ Λοκροὺς Σάγρα, ὃν θηλυκῶς ὀνομάζουσιν, ἐφ᾽ οὗ βωμοὶ Διοσκούρων, περὶ οὓς Λοκροὶ μύριοι μετὰ Ῥηγίνων πρὸς δεκατρεῖς μυριάδας Κροτωνιατῶν συμβαλόντες ἐνίκησαν.  Ἀφ᾽ οὗ τὴν παροιμίαν πρὸς τοὺς ἀπιστοῦντας ἐκπεσεῖν φασιν ‘ἀληθέστερα τῶν ἐπὶ Σάγρᾳ.’ Προσμεμυθεύκασι δ᾽ ἔνιοι καὶ διότι αὐθημερὸν τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος Ὀλυμπίασιν ἀπαγγελθείη τοῖς ἐκεῖ τὸ συμβάν, καὶ εὑρεθείη τὸ τάχος τῆς ἀγγελίας ἀληθές. Ταύτην δὲ τὴν συμφορὰν αἰτίαν τοῖς Κροτωνιάταις φασὶ τοῦ μὴ πολὺν ἔτι συμμεῖναι χρόνον διὰ τὸ πλῆθος τῶν τότε πεσόντων ἀνδρῶν. Μετὰ δὲ τὴν Σάγραν Ἀχαιῶν κτίσμα Καυλωνία, πρότερον δ᾽ Αὐλωνία λεγομένη διὰ τὸν προκείμενον αὐλῶνα. Ἔστι δ᾽ ἔρημος· οἱ γὰρ ἔχοντες εἰς Σικελίαν ὑπὸ τῶν βαρβάρων ἐξέπεσον καὶ τὴν ἐκεῖ Καυλωνίαν ἔκτισαν (Dopo Locri il Sagra che ha un nome femminile, sulle cui sponde ci sono gli altari dei Dioscuri, presso i quali 10000 Locresi insieme con Reggini, scontratisi con 130000 Crotoniati, vinsero. Dicono che da questo fatto derivi il proverbio riferito agli increduli “Più vero di ciò che successe sulla Sagra”. Alcuni aggiungono la leggenda che nello stesso giorno, mentre ad Olimpia si svolgevano i giochi, pure lì fu annunziato l’accaduto e la velocità di diffusione ne consacrò la veridicità. Dicono che la disfatta fu la causa per i crotoniati di non poter durare ancora per molto tempo per il gran numero di caduti. Dopo il Sagra c’è Caulonia fondata dagli Achei, prima detta Aulonia per la valle che le giace di fronte. È deserta: gli abitanti infatti furono scacciati dai barbari in Sicilia  e lì fondarono Caulonia).

A questo punto è chiaro che il Caulonisque arces/Aulon di Servio è figlio dell’alternanza Aulonia/Caulonia di Strabone, ma rimane il mistero dell’aggiunta di C- (per la quale il Marciano mette in campo l’incrocio tra Αὺλόν e Καυλός) e la presenza della Caulonia siciliana ultima arrivata; comunque, possiamo affermare che tanto con lei quanto con quella tarentina la nostra specchia non ha nulla a che fare. E poi c’è da mettere in conto il fenomeno antico dell’omonimia di tanti toponimi e, con riferimento alla mappa, la loro deformazione o italianizzazione con effetti spesso esilaranti (per non parlare di errori macroscopici come, sottolineato dallo stesso Paolo nel link indicato, un Aletium collocato pari pari nel posto allora come ora occupato da Lecce), tra cui, tutto è probabile, anche quanto ho avuto occasione di dire sulla possibile responsabilità del càulu, per cui Specchia del caulo potrebbe essere italianizzazione di Specchia ti lu càulu.

E, per chiudere, ora, mio caro lettore, cominci a sospettare che il titolo sia stato particolarmente azzeccato? Continua a sospettare, ma auguriamoci che qualche ricercatore della domenica (e pure degli altri giorni della settimana …), suggestionato da quanto ho scritto, non avanzi l’ipotesi che, dopo il menhir, anche la specchia (e a maggior ragione Specchia Caulone, in cui il secondo componente ha tutta l’aria di essere un accrescitivo …) avrebbe il diritto di vedersi riconosciuto il titolo di simbolo fallico …

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1 Caulone e Calone in Cesare Teofilato, Di alcuni Megaliti Sallentini, in Rinascenza salentina, anno I, n. 3 (maggio 1933), XI-XII, pp. 140-150, solo Calone nei pionieri di storia locale: Sigismondo Castromediano, Sulle Specchie di Terra d’Otranto, Lecce, Tipografia Salentina, 1873-74; G. Nicolucci, Brevi note sui monumenti megalitici e sulle così dette Specchie di Terra d’Otranto, Atti dell’Accademia Pontaniana, v. XXIII, Tipografia della Regia Università di Napoli, Napoli, 1893; Charles Lenormant, I truddhi e le Specchie di Terra d’Otranto, in Gazzette archeologique, VII (1881), Parigi, p. 82; L. De Simone, La specchia Calone e L. De Giorgi, Le specchie di Terra d’Otranto in Rivista storica salentina, Lecce, anno II (1904-1905), pp. 313-334 e 481-513; Paolo Dovara, Le specchie della penisola salentina in Corriere meridionale, XXI (1910), Lecce, p. 34; P. Maggiulli, Specchie e trulli in Terra d’Otranto, Tipografia editrice leccese, Lecce, 1909; Calone in altri storici locali  (tutti i contributi di seguito citati sono leggibili in http://www.emerotecadigitalesalentina.it/): Luigi Scoditti, Specchie e Paretoni nel Salento, in La zagaglia, anno II, (1960), v. VIII, pp. 52-56; Nicola Vacca, Noterelle galateane, in Rinascenza salentina, anno XI, 1943, pp. 65-96; Marcellino Leone, Terra d’Otranto dall’origine alla colonizzazione romana, in La zagaglia, anno VII (1965), pp. 308-320; Antonio Franco, Sopravvivenza delle opere d’arte nel Salento, in La zagaglia, anno XVI, n. 56 (dicembre 1972), pp. 292-301; Aldo Caputo, Nella terra dei Titani, in Idomeneo, n. 6, pp. 225-231.

Calone compare in documenti medioevali come nome di un feudo brindisino, ma non so (e vale anche per il Calone del saggio di Primaldo Coco che non ho potuto consultare: Vestigi di vita canonicale in Brindisi sulla fine del secolo XIII e vicende del casale di Calone (presso Mesagne), Tipografia Giurdignano, Lecce, 1913) se corrisponda topograficamente al nostro.

2 Cito  il testo latino da Valentino Rose, Theodori Prisciani Euporiston libri III cum physicorum fragmento et additamentis Pseudo-Theodoreis; accedunt Vindiciani Afri quae feruntur reliquiae, Teubner, Lipsia, 1894, pag. 479.

3 Chiara trascrizione del greco δαρτός (leggi dartòs)=scorticato, scuoiato (fimosi e circoncisione a parte …).

 

 

 

A Specchia Sette volte Lussuria

SETTE VOLTE LUSSURIA

 

PITTURA, SCULTURA, FOTOGRAFIA, VIDEOART, GRAFICA E VARIE INSTALLAZIONI  A SPECCHIA

 

Agnolo Bronzino, La Lussuria Smascherata (1540-1545)
Agnolo Bronzino, La Lussuria Smascherata (1540-1545)

di Paolo Vincenti

 

“SEVEN” – “Lussuria – Lust. I 7 Peccati Capitali come non li avete mai visti”. Imperdibile questa mostra artistica, ospitata dal 25 maggio al 30 giugno 2013, nell’ ex Convento dei Francescani Neri a Specchia. Un viaggio multisensoriale fra i sentieri aggrovigliati del sesto peccato capitale, la lussuria appunto, grazie alle opere di artisti nazionali ed internazionali che espongono in questa grande manifestazione specchiese.

Con il commento critico di Vincenzo Mazzarella, la mostra, a cura di Roberto Ronca di “Spazio-Tempo Arte” , con il patrocinio di: Parlamento Europeo, Regione Campania e Comune di Specchia, consta di pitture, sculture, fotografie, grafica e installazioni interattive, che rendono entusiasmante la sua visita, anche grazie alla prestigiosa cornice dello storico immobile che la ospita, vero valore aggiunto dell’evento.

 

Il Vernissage di presentazione si è tenuto il 25 maggio 2013. Si tratta di una mostra itinerante che, in svariate località d’Italia ha già esposto, con grande successo di pubblico, gli altri peccati di Gola, Invidia, Accidia, Superbia e Avarizia. Sicché questo in corso è il sesto appuntamento di sette (Seven) ed il prossimo sarà quello con l’ Ira.  “SEVEN è un grande evento che vuole attirare l’attenzione dell’artista e dello spettatore sulla complessità di interpretare con immagini attuali, al di fuori della iconografia classica, un pensiero antico”, è scritto nel comunicato stampa di presentazione dell’evento e questo è pure ciò che mi spiega, capitato quasi per caso in un assolato pomeriggio di maggio in quel di Specchia, la brava Debora Salardi, coordinatrice del progetto.  “I 7 peccati capitali possono essere uno stimolo verso l’interpretazione libera”, dice Debora, “e anzi è proprio nell’attualità della visione di artisti contemporanei che si può trovare la vera essenza del peccato, oggi. Seven è una mostra che affronta ognuno dei 7 peccati, uno per volta. Ogni peccato viene sviscerato, osservato, fissato, ricordato.

Gli artisti creano 1 opera per ognuno dei 7 argomenti. 7 eventi, quindi, che nel loro essere parte, creano il tutto”.  Mentre nel dedalo dei corridoi del vecchio Convento ammiro le varie opere visive, il sottofondo musicale che mi accompagna è quello di Fausto Degada tratto dal suo cd “Luxuria”.

Oltre al catalogo che si può acquistare a Specchia, per saperne di più si può consultare il sito www.7sins.it ( ma anche il sito dell’associazione, www.spaziotempoarte.com). Al netto delle polemiche che questo evento ha potuto alimentare (e che non credo abbiano potuto arrecar danno alla mostra, ma semmai a creare ancora più attenzione), bisogna riconoscere che si tratta di una manifestazione di larghissimo respiro che non lascerà certo delusi quanti avranno la ventura di fruirne.

 

Gli artisti  che espongono:

Gennaro Angelino, Riccardo Antonelli, Alfredo Avagliano, Luigi Ballarin, Maddalena Barletta, Fabrizio Bellanca, Claudia Bianchi, Gabriela Bodin, Raffaele Boemio, Veronica Bonini, Matteo Bosi, Brizzo, Veronica Cantero Yanez, Massimo Cappellani e Katia Di Rienzo, Francesco Carbone, Alessandra Carloni, Cosimo Carola, Diego Cautiero, Viviana Cazzato, Sonia Ceccotti, Adele Ceraudo, Elena Cermaria, Gianluca Chiodi, Alfonso Cometti e Paolo Emilio Colombo, Ugo Cordasco, Mariana Cornea , Dario de Cristofaro, Tony De Summa, Mimmo Di Dio, Gerardo Di Salvatore, Djoma Djumabaeva, Dorian Rex, Rita Esposito, Paolo Facchinetti, Nicla Ferrari, Daniele Galdiero, Luisella Gandini, Roberto Girardi, Irene Gittarelli, Lucio Greco, Gruppo Sinestetico, Theo Hues, Gerardo Iorio, Maria Karzi, Agnieszka Kierszstan, Bozena Krol Legowska, Stefanie Krome , Michail Kudinow, Josef Leitner, Odilia Liuzzi, Marla Lombardo, Jeanette Luchese, Luna Hal, Laura Libera Lupo, Mad Alena, Antonella Maggi, Sofia Maglione, Alessandra Mai, Angelo Maisto, Dario Manco, Claudia Mazzitelli, Francesco Mestria, Constantin Migliorini, Fabio Mingarelli, Massimiliano Mirabella, Luca Morselli, Piero Motta, Romano Nannini, Mariangela Neve, Noil Klune, Giulio Orioli, Francesco Paolicchi, Stefano Piancastelli, Azzurra Piccardi, Luca Piccini, Anna Pozzuoli, Penelope Przekop, Alessandro Rietti, Flavio Risi, Enrico Robusti, Fausto Rullo, Rosita Russo, Giuseppe Sassone, Sonikasik, Antonella Soria, Dominik Stahlberg, Meri Tancredi, Nina Todorovic, Ivan Toninato, Elina Tsingiroglou, Veronica Vecchione, Claudia Venuto, Angela Vinci, Johan Wahlstrom, Mari Yamagiwa, Pasquale Zeno, Alessandro Ziveri.

 

 

Il fenomeno dei dolmen nella Puglia meridionale

 

Dolmen Scusi (Minervino di Lecce). Foto N. Febbraro

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si iniziano ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe a grotticella costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Nel Salento meridionale una tomba a grotticella è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine

La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia

 

di Stefano Cortese

Il complesso dei Francescani Neri a Specchia Preti, fondato secondo la tradizione da san Francesco reduce dall’oriente[1], presenta ancora oggi -oltre ai locali del convento e un frantoio ipogeo con i suoi torchi alla calabrese- una chiesa conventuale che custodisce pregevoli altari e frammenti decorativi bassomedievali.

In prossimità del lato destro dell’ingresso nel 1532 Antonio Mariglia fa costruire una cappella a pianta quadrata e coperta da una volta a crociera, espediente che ricorre -sia per la posizione che per la tecnica costruttiva- nella cappella dei Tolomei nel convento di santa Maria la Nova a Racale, collocabile qualche decennio prima[2]. Un altro confronto per l’ubicazione della cappella e datazione può essere effettuato con la cappella dell’Annunciazione nel santuario della Madonna della Strada a Taurisano[3], dove anche le tematiche affrescate sembrano essere di gusto francescano.

Il ciclo decorativo della cappella di Specchia risulta essere complesso: lo sguardo viene catalizzato dall’episodio frontale, ovvero Gesù con la croce che incontra

A Specchia (Lecce), Borgo Cardigliano

 

La storia

A ridosso delle murge salentine, a 165 metri sul livello del mare, sorge “Borgo Cardigliano”, un unicum nell’ambito del turismo rurale, sia per la sua struttura che per la sua storia.

I primi documenti ufficiali riguardanti il territorio di Cardigliano risalgono alla metà del 1400 ma la scoperta di alcune tombe ipogee lascia supporre che il luogo fosse sede di insediamenti umani già nell’età del bronzo, mentre altri reperti archeologici inducono a ritenere che esso sia stato abitato anche dall’antico e, per molti aspetti, ancora misterioso, popolo dei Messapi.

Nel 1452, comunque, il nome di Cardigliano compare in alcuni documenti aragonesi che riportano il territorio come  parte dei possedimenti dei Baroni Balsamo, nobile famiglia di origine siciliana che arricchisce Specchia (paese in cui vive e nel cui agro l’attuale borgo rientra) di varie ed interessanti opere architettoniche ma si disinteressa di Cardigliano che rimane un disorganico insieme di “pajare” (tipiche costruzioni a secco simili ai nuraghi sardi) usate dai contadini nella stagione estiva.

Verso la metà del 1700 tutta la zona risulta appartenere ai Duchi Zunica di Alessano i quali ne mantengono la proprietà fino al primo ventennio del 1900, quando viene acquistata dai Greco, ricca famiglia di commercianti di tessuti originaria di Castrignano dei Greci.

Il borgo, inteso nella sua attuale struttura, nasce negli anni tra il 1920 e il 1930 per volere di Giovanni Greco il quale, forte dell’amicizia con Achille Starace, uno dei gerarchi fascisti più in vista, ottiene la concessione per trasformare una comune distesa di campi di circa 200 ettari in una moderna azienda agricolo-industriale per la lavorazione dei tabacchi levantini e, in segno di riconoscenza, intitola allo stesso Starace e alla di lui moglie, donna Ines, le due ville da poco ultimate.

La costruzione della piccola chiesa, che per la sua particolare facciata ricorda la basilica di San Marco a Venezia, completa la struttura urbana del piccolo borgo, struttura in tutto rispondente ai canoni dell’epoca caratterizzati da un estremo rigore formale unito ad una chiara esigenza di rappresentatività.

Cardigliano, così, inizia a vivere un periodo di intensa attività: c’è il forno, il frantoio, uno spaccio di generi alimentari, un “dopo lavoro”, viene aperta anche una scuola per i figli di quei contadini che qui abitano stabilmente e che, ormai, hanno raggiunto le cento unità mentre nelle ore lavorative si contano anche seicento persone.

Alla morte di Giovanni Greco, avvenuta nel 1949, i figli fanno costruire un cimitero, unica opera mancante, in cui far riposare le spoglie del padre.

Verso la metà degli anni sessanta, per Cardigliano, comincia un lento ma inesorabile processo di emigrazione, anche a causa della fine del monopolio dei tabacchi, che culminerà, nel decennio successivo, in un definitivo abbandono.

Il piccolo borgo diventa, quindi, luogo di ritrovo per gruppi di vandali il cui unico divertimento è quello di distruggere edifici ed attrezzi arrecando gravi e, spesso, irreparabili danni all’intera struttura.

Negli anni ottanta l’Amministrazione Comunale di Specchia acquista l’intera struttura ed i terreni circostanti ed avvia una serie di lavori di recupero. A completare il quadro vi è stato un progetto pilota del Ministero dell’Ambiente in base al quale, grazie ad un sistema eolico-fotovoltaico-solare, tutto il Borgo viene alimentato da fonti di energia pulita nel più completo rispetto della natura e del paesaggio.

 

 

Descrizione:

Villaggio agricolo della prima metà del ‘900, dedito alla coltivazione e lavorazione dei tabacchi levantini, Borgo Cardigliano si presenta come singolare hotel-resort nella penisola salentina. Immerso nel verde e nella quiete di un ambiente rurale seducente, il Borgo è stato restaurato nel più assoluto rispetto del paesaggio e dell’ambiente; conserva, infatti, tutte le caratteristiche architettoniche tipiche del Salento, dalle volte a stella e a botte ai pavimenti in basolato e granigliato. L’atmosfera incantata che vive nei profumi e nei colori di questo posto riporta alla mente il vecchio Meridione bucolico. Allo stesso tempo, l’hotel offre ai suoi ospiti tutti i moderni comforts di una struttura all’avanguardia per incontri di lavoro, esclusivi eventi e ricevimenti ed indimenticabili vacanze.

A disposizione degli Ospiti, il ristorante ‘il mandorlo’ dove degustare piatti ispirati alla cucina italiana classica o tipica pugliese, esaltati dalla freschezza e genuinità dei prodotti, un’accogliente sala tv e sala lettura, internet-point con rete wi-fi, sale per incontri di lavoro fino a 250 posti, una piscina semiolimpionica e una per bambini immerse nel verde e costeggiate da un inebriante viale della lavanda;  campo da tennis e da  calcetto, un incantevole giardino di melograni per momenti di relax, ampi spazi verdi per salutari passeggiate in un ambiente tranquillo e incontaminato, una chiesa dallo stile orientaleggiante che si impone sulla maestosa  Piazza delle Fontane,  un ampio parcheggio interno.

L’albergo, ricavato negli antichi magazzini del tabacco, riceve i suoi ospiti in un’ampia hall dove il brillante pavimento in battuto veneziano e le luminose vetrate esaltano le caratteristiche volte a stella, finemente affrescate dalle mani esperte di abili artigiani locali. Dalla lobby due ampi corridoi conducono alle camere junior suites e superior, tutte situate al piano terra, arredate in modo elegante con mobili raffinati in stili differenti da camera a camera,  sono dotate di tv-color, frigo-bar, aria condizionata, telefono, asciugacapelli e servizi. Le camere standard, da due e quattro posti letto, più semplici e sobrie, ma nel contempo comode e funzionali, hanno l’ingresso dalla piazza delle fontane o dal giardino dei melograni.

Il residence, ottenuto da un attento recupero delle vecchie abitazioni dei coloni, tutte con soffitti a stella, è suddiviso in appartamenti da due e sei posti letto,e alloggi con soppalco da 4 posti letto, tutti dotati di tv-color, telefono, frigo e servizi.

 

 

Meeting e congressi

Un incontro d’affari, un prestigioso convegno, un congresso, una convention aziendale, uno special event  trovano una cornice funzionale e suggestiva a Borgo Cardigliano. Gli spazi disponibili, quattro sale riunioni tutte con luce naturale, in grado di ospitare fino a 250 persone, permettono grande  flessibilità nell’organizzazione e gestione di diversi appuntamenti. Le sale sono perfettamente attrezzate con la tecnologia più innovativa e possono essere allestite secondo le richieste di ogni singolo evento.

Gli ambienti, preziosi e curati, si adattano a qualunque esigenza: i giardini, la Corte delle Tabacchine e la Piazza delle Fontane sono location ideali per l’allestimento di coffee-break e aperitivi d’incontro, sempre raffinati e personalizzati. Il ristorante ‘Convivio’ organizza colazioni di lavoro e cene di gala per rendere gli incontri memorabili.

La cura dell’evento in ogni suo dettaglio è affidata alla professionalità e cortesia dello staff.

Sala dei Melograni

Ricavata dai vecchi magazzini del tabacco, è situata al piano Hall, gode di luce naturale e offre un ambiente elegante e raffinato con vista sulla piazza adiacente da un lato  e su un suggestivo giardino di melograni dall’altro. Ideale per incontri e riunioni che richiedano un ambiente caldo ed accogliente, è indicata per presentazioni di libri e mostre di pittura in una cornice unica per eleganza e prestigio.

Sala Greco

Sala plenaria, situata al piano terra, ha un’imponente volta a botte ed è illuminata da ampie finestre. Può ospitare fino a 220 persone disposte a platea, è dotata dei più moderni supporti tecnologici e offre la possibilità di usufruire di un ampio patio esterno che dà sulla piazza principale. L’ingresso laterale si apre su un ampio spazio adibito a welcome-desk e guardaroba.

Sala degli Ulivi

Caratterizzata da alte volte a stella in pietra salentina a vista e dalla pavimentazione in chianche di pietra leccese, la sala gode di luce naturale e si affaccia su una suggestiva corte. Ideale per la presentazione ed esposizione di prodotti e lanci promozionali, è fruibile anche per l’allestimento di rinfreschi e buffet.

Sala delle Mangiatoie

Nasce dalle vecchie stalle, ne conserva le mangiatoie e il pavimento in basolato, usufruisce di un angolo bar funzionale e di un ampio cortile antistante.

Da Specla Presbiterorum a Specchia. Note sul grazioso centro salentino che merita una visita

di Cesare Paperini

Il paese trae il proprio nome dal termine specchie, il quale stava ad indicare un accumulo di pietre piatte (anche di notevoli dimensioni) risalenti all’età del ferro, destinate alla difesa e a fungere da postazione di vedetta.

La lontananza dal mare e l’essere posizionata su una dolce collina, in un territorio totalmente pianeggiante, fecero di Specchia un luogo sicuro per gli uomini del primo Medioevo, tanto che la popolazione aumentò in breve tempo. Specchia Preti venne anche chiamata dal 1400 sino al 1700 e l’appellativo era una corruzione di Petri, ad indicare appunto gli enormi cumuli di pietrame che caratterizzavano il centro salentino, forse derivati da operazioni di sbancamento del terreno sassoso oppure da improvvisate postazioni di vedetta.

Antiche leggende trasmesse nelle calde serate estive le volevano sepolcri di antichi eroi morti in battaglia.

Il suo nome era conosciuto sino al 1700 quale “Specla Presbiterorum”, per essere appartenuto a sacerdoti regolari e secolari ed ospitava un convento voluto e sostenuto economicamente da nobili della Lombardia e del ducato Toscano, in cui trovarono rifugio nel corso dei secoli perseguitati politici ed esiliati, tra cui, si racconta, nel 1498, Pandolfo IV Malatesta.

Le origini della città sembra intorno all’anno Mille. Sottoposta nei secoli alla dominazione dei Normanni, ebbe tra i feudatarii discendenti dei Montoroni, Orsini, del Balzo, Guarini, Artus, Protonobilissimo, de Capua, della Ratta, Astore, Falcone, Pignatelli, Ripa e Risolo.

Il termine Preti venne eliminato dopo l’Unità d’Italia, grazie ad un regio decreto con il quale, nel 1873, Vittorio Emanuele II accoglieva la richiesta del consiglio comunale di adottare per il paese solamente il nome di Specchia.

Lo stemma civico di Specchia rappresenta un mandorlo che cresce su un cumulo di pietre. Questa rappresentazione rimanda agli alberi di mandorlo, una coltivazione tipica della campagna specchiese e che in passato costituì una discreta fonte di rendita per il paese, tanto che il nome completo del casale era “Specchia Mendolia”, per distinguerlo da Specchia Gallone, frazione di Minervino.
GLI ILLUSTRI:
Bernardino Colella (XVI-XVII secolo) grande filosofo e medico pubblicò molte opere.
Ignazio Balsamo (1543 – 1614) filosofo gesuita insegnò lettere in Francia a Tour, Tolosa ed Avignone.
Ercole Balsamo (1543-1518), gesuita, insegnante di filosofia e uomo di grande spiritualità, passò buona parte della sua vita in Francia dove ottenne vasti consensi anche da parte delle autorità ecclesiastiche
Giovanni Antonio Santoro, arciprete, istituì le Figlie della Carità, fondò l’ospedale e molte altre opere umanitarie; morì nel 1874.

Specchia oggi:
Popolazione: 4966 abitanti
Altitudine: 131 s.l.m.
Superficie: 24.74 kmq
Distanza dal capoluogo: 51 Km

Ancora oggi il centro storico di Specchia rivela un tipico impianto medievale, ampliato nel XV sec. – il periodo di ricostruzione delle mura – intorno al primitivo nucleo costituito dal castello. Si ritiene che la data della ricostruzione di Specchia, dopo le devastanti guerre tra Angioini e Aragonesi, sia il 1452, e che il merito vada a Raimondo del Balzo. Ma poiché la strada principale si chiama ancora “rua”, il francesismo riporta alla dominazione angioina, cioè al XIV sec., quando doveva già esistere un nucleo organizzato.

Delle antiche mura che cingevano il paese rimangono solo alcuni frammenti lungo la via che lo circonda ad occidente, mentre nelle mura di levante si nota uno dei più antichi esempi dello stemma di Specchia. Le mura più recenti risalgono a 150 anni fa e sono state da poco ristrutturate.
Il centralissimo castello Risolo è una struttura fortificata di impianto cinquecentesco, originariamente isolata e ora congiunta ad altre costruzioni, tra le quali emergono due torrioni alti e quadrati posti sugli spigoli dell’antica costruzione quadrangolare.
Il fronte orientale su piazza del Popolo è occupato da una cortina settecentesca a due livelli, mentre al centro si apre il portone bugnato sovrastato da uno stemma muto e da due statue. Appartenuto a importanti famiglie, si devono ai Protonobilissimi, marchesi di Specchia nei sec. XVI e XVII, gli interventi di trasformazione da castello a palazzo marchesale.
La parte più suggestiva del borgo è quella dietro il castello, dove tra scalinate e strade brevi e strette, tra i vicoli e le corti, si svolge la vita della gente, quasi sempre all’aperto, lasciando i sogni dietro le finestre socchiuse.
La chiesa e l’annesso convento dei Francescani Neri hanno una data certa, il 1531, quando si svolse nel convento il Capitolo dei Francescani Neri, come riportato in una iscrizione. Del 1532 è la costruzione della cappella di S. Caterina Martire, splendidamente affrescata con scene della vita di S. Caterina e del suo martirio. La cripta, scavata nella roccia è sorretta da 36 colonnine su quattro linee e porta sulle pareti tracce di affreschi.
La chiesa Parrocchiale fu edificata nel 1605 ma ha subito molti rifacimenti. I pilastri sono in pietra leccese, stuccati alla veneziana, mentre gli archi trionfali sono decorati con motivi floreali.
Di costruzione secentesca sono anche le chiese dell’Assunta e di S. Antonio, con annesso convento dei Domenicani.
Più interessante è la chiesa di S. Nicola, edificata nel IX-X sec. e nel 1587 restaurata ed adattata al rito latino, come ricordato dalla lapide posta sulla facciata.
Era di rito greco anche la chiesa di S. Eufemia, la cui abside è disposta verso oriente, secondo l’uso bizantino, perché da questo punto cardinale sorge il sole, simbolo della divinità di Cristo. La pianta è rettangolare mentre l’abside, costituita da blocchi regolari di pietra locale, ha forma poligonale. Su di essa si apre una grande bifora che illumina l’interno. La chiesa, databile fine IX-inizi X sec., è un brandello di medioevo che rivive in questo angolo di Salento.
Da vedere, infine, il frantoio ipogeo, recentemente restaurato, testimonianza storica dell’importanza per Specchia della produzione dell’olio.

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