S. Pietro, S. Paolo e il tarantismo

di Sonia Venuti

Molti studi si sono fatti su questo fenomeno che da secoli affliggeva le popolazioni pugliesi e non solo, sul morso della tarantola, e tante ipotesi sul legame che unisce il tarantismo con la devozione alle figure dei  Santi Pietro e Paolo.

Alcuni azzardano che il fenomeno del tarantismo abbia una stretta connessione  con la cultura greca che è sempre stata molto forte in puglia, e che con il culto delle divinità quali quelle di Dionisio, Cibele, Demetra ed altre ancora venivano praticati riti orgiastici di carattere spiccatamente erotico.

La gente danzava follemente al suono della musica, vestita d’indumenti sgargianti con il capo cinto da pampini di vite, agitando il tirso, pronunciando parole oscene, strappandosi gli abiti di dosso, frustandosi l’un l’altro, bevendo vino.

L’analogia tra questi riti e i sintomi del tarantismo è impressionante: qual è dunque il nesso religioso?

Il Cristianesimo giunse tardi in Puglia e s’imbattè in una popolazione primitiva e tenacemente legata ai propri costumi, presso la quale antiche credenze e consuetudini erano profondamente radicati.

In competizione col paganesimo, il cristianesimo dovette cercare in tutti i modi d’imporsi sulla popolazione: le antiche festività religiose pagane furono mantenute, ma intese a commemorare eventi cristiani.

Le chiese erano erette su precedenti luoghi di devozione tra le rovine dei templi, elementi degli antichi culti come le processioni furono accolti nelle modalità cristiane, ma vi erano tuttavia dei limiti che la chiesa non riuscì ad oltrepassare, e non essendo subito in grado di assimilare i riti orgiastici del culto di Dionisio  dovette contrastarli.

Da qui, non sappiamo esattamente in che anno, ma di sicuro nel corso del medioevo, i vecchi riti si trasformarono nei sintomi di una malattia, e di conseguenza la musica, la danza, e l’insieme di quei comportamenti orgiastici di colpo furono legittimati e tutti coloro che indulgevano in queste pratiche non erano più peccatori, ma povere vittime della tarantola.

Il culto di S. Pietro, in questo contesto, nasce innanzitutto dall’ipotesi fortemente indiziaria che il santo sia sbarcato in Puglia dalla Palestina e, dopo essere passato dalla città d’Otranto, dove a testimonianza del suo passaggio, è stata eretta la chiesa di S. Pietro, questi si spostò nel casale galatino, dove “vennero a sentirlo parlare di Dio tutti quasi di quei casali circonvicini”.

Il principale responsabile della sempre più forte idenficazione città-santo protettore la si deve all’arcivescovo Gabriele Adarzo di Santander, che nel corso del suo arcivescovato fece erigere in territorio galatino piccole colonne ed epigrafi, che oggi non esistono più, nei luoghi in cui si ipotizza sia passato o abbia riposato il Santo durante il suo cammino verso Roma.

Per concludere, S. Pietro giunse nel 44 inGalatina e secondo lo storico Da Lama “tutto quel popolo si fece battezzare dalle sue mani  nel nome di Cristo e le donne(….) conforme imprigionasti in piccola rete più pesci, così ti chiamano, aprono la bocca a mille ringraziamenti, vedendosi esenti dal tormento della tarantola, e se in Roma annientasti le magie d’un Simone, in Galatina hai posto in fuga il veleno di questo verme, mago potente, che incanta col bacio, né si scioglie l’incanto se non col ballo. E s’a Paolo in Malta ubidirono gli serpenti, a S. Pietro in Galatina ubbidiscono le tarantole”.

S. Paolo, sempre secondo la tradizione, nella città di Galatina giunse  in incognito, dopo la predicazione di S. Pietro e dopo aver navigato verso i nostri mari, giungendo  al promontorio di Leuca.

Per timore dei persecutori si fermò una sola notte in una casa ancora esistente, di proprietà di un uomo pio, che per questa ragione viene detta casa di S. Paolo.

Il medico non galatinese Antonio Caputi racconta”I Galatinesi raccontano varie storie su questa visita, ma ciò che è più importante affermano che abbia chiesto a Dio, per i meriti di Gesù Cristo, che a quell’uomo pio, per ricompensa della sua pietà, fosse concesso a suo favore o a quello dei suoi discendenti di sanare tutti quelli che fossero stati morsi da animali velenosi come scorpione, vipera, falangi e simili, facendo il segno della croce sulla ferita e facendoli bere al tempo stesso l’acqua di un pozzo lì esistente. Estinta ora la discendenza di quell’uomo pio, gli ammalati morsi dalla tarantola, da uno scorpione o dalla vipera, finchè il veleno è attivo, si conducono a quel pozzo ancora esistente per implorare la guarigione da S. Paolo”

In definitiva, nella casa dove passò prima S. Pietro e poi S. Paolo, come deduzione diretta del Caputi, gli apostoli lasciarono in perpetuo ricordo, agli abitanti di quella casa, la virtù e la grazia di guarire attraverso lo sputo chiunque fosse stato morso dalla tarantola.

Gli ultimi eredi della dinastia dei guaritori sono due sorelle che, per non far andare perduta la virtù e la grazia di guarire, prima di morire sputarono nel pozzo, e da qui, la credenza del “pozzo miracoloso” giunta a valorizzare le “case di S. Paolo”; queste erano le sorelle Farina Francesca e Polisena.

Il culto del santo crebbe molto a metà del ‘700, fino al punto che la famiglia Mory fece erigere un altare, e fu dato inizio alla contestatissima costruzione della cappella, da parte degli allora padroni delle “case di S. Paolo” i conti Vignola.

Le donne chiedevano degli specchi davanti ai quali sospiravano e urlavano con atteggiamenti inverecondi, altri preferivano essere lanciati in aria, o scavavano delle fosse e si rotolavano nella terra come i maiali, e tutti bevevavno vino e danzavano fino a liberarsi dagli effetti del morso, e si dice che se non si faceva in tempo a praticare il rito purificatore della musica, si poteva verificare  anche la morte del tarantato.

Pare solo i frati Francescani fossero immuni dal morso della tarantola, in ragione del fatto che S. Francesco avesse istituito un legame speciale anche con quegli animali, e ogni 29 Giugno in ricorrenza della festività dei Santi Apostoli  convergevano in Galatina tutti i tarantati dei paesi limitrofi, che a suon di tamburelli epuravano il loro corpo e la loro anima.

 

Storia del pasticciotto salentino

di Sonia Venuti

Il pasticciotto, dolce tipico galatinese,  è nato per caso nel 1740 nell’antica e rinomata pasticceria Andrea Ascalone ubicata ancora oggi, come allora, nella storica sede dell’odierna Via Vittorio Emanuele II, cuore del centro storico  e fulcro intorno al quale ruotava molto del dinamismo e della vita cittadina.

La fragranza del suo profumo accompagna  la storia di Galatina attraverso i secoli da ben nove generazioni, approdando ai giorni nostri senza aver perso nulla, negli anni, del suo antico sapore.

Nato col nome di bocconotto, piccolo boccone di pasta frolla farcito di crema pasticcera, insieme ad un altro dolce tipico Galatinese dita d’apostolo”, nome trasformato in seguito in “africano”, il pasticciotto è divenuto il dolce galatinese per antonomasia che andrebbe gustato, per esaltarne il sapore, con una tazza di cioccolata calda o granita al caffè.

In uso da sempre per i galatinesi quale  dolce tipico della domenica e delle festività in genere, è consigliato ai turisti  come tappa obbligata di degustazione nella visita alla città.

L’antica pasticceria Ascalone, un tempo anche rinomata gelateria e servizio ricevimenti, ha legato il suo nome nel corso dei secoli a tutte le famiglie della nobiltà prima, e della nuova borghesia poi, con la sua presenza costante nei giorni  importanti quali feste di fidanzamento,  matrimoni battesimi e quant’altro,  attraverso la produzione di piatti tipici, dolci e gelati, quest’ultimi conservati in appositi contenitori con una miscela di  ghiaccio e sale, per mantenere la giusta temperatura.

Requisita dagli Americani, subito dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, la pasticceria Ascalone produceva  i sui rinomati prodotti  esclusivamente per gli aeroporti di Galatina e Brindisi, ove erano di stanza molti soldati delle truppe

L’ulivo testimone di civiltà

di Sonia Venuti

Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore.

Ma dovrebbe scendere lui di persona, non mandare il Figlio;

non è il momento dei bambini

(John Maynard Keynes)

Una prova tangibile di questo mio esordire la possiamo trovare nell’ultima proposta di legge presentata alla quinta commissione della Regione Puglia per modificare la legge già esistente sulla tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali della nostra regione, da parte del Consigliere Regionale Massimo Cassano.

Rammento ancora quando  da ragazza qualcuno mi leggeva i passi della Bibbia relativi al Vecchio Testamento, allorquando dopo lo scatenarsi della furia degli elementi,  dopo il Diluvio Universale, punizione  inferta da Dio all’uomo per la sua stupidità,  avidità e  sete di potere,  giunse in volo sull’arca di Noè  una colomba, con un ramoscello d’ulivo in bocca.

L’ulivo il nostro  patriarca verde, come giustamente qualcuno lo ha definito in qualche commento a caldo sulla proposta di legge, è presente nella vita

Note storiche e vicende feudali su Taurisano, dalle origini all’Ottocento

di Sonia Venuti

Esistono diverse teorie sulla nascita e sull’origine del toponimo e della città di Taurisano,  e sono tre le più accreditate che vanno da quella del monaco ed erudito del  ‘600 Luigi Tasselli secondo il quale il nome Taurisano  è una derivazione del nome Taurus o Taurius o Taurisanus, di un centurione Romano stabilitosi nella zona, in una villa in cui nei tempi antichi si addestravano “alli giuochi dei tori”; questa villa s’ingrandì con il decadimento degli adiacenti casali di Varano, Pompignano, Ortenzano  e Cardigliano,  che a causa delle razzie dei saraceni e dall’opprimente peso dell’imposizione delle tasse le popolazioni abbandonarono, per stabilirsi in un posto più sicuro. Teoria questa che sposa quella dello storico Arditi, secondo il quale però l’appellativo Taurisano specificherebbe la presenza di un bovile, un luogo adatto a pascere i tori e atto alla riproduzione di “tori sani”, da qui Taurisano.

Secondo altri la nascita di questo agglomerato ha una connotazione tutta religiosa,  accreditando la nascita dello stesso intorno alla primitiva cappella di S.Maria della Strada e  del mercante miracolato, per concludere che il paese esistesse già alla fine del XIII sec., al tempo dell’infeudamento del territorio per opera di Tancredi d’Altavilla, allorquando le popolazioni si trasferirono nel feudo di Taurisano costruendo le loro casupole intorno al castello feudale di Hugo de Tauresano, che oltre alla protezione concesse loro un trattamento fiscale più vantaggioso.

Concettualmente possiamo datare la nascita di Taurisano intorno agli anni 1268-1269, anche se per essere esatti già alla fine del XII sec. l’ultimo re della dinastia Normanna, Tancredi d’Altavilla, volendo ricompensare venti capitani leccesi per essersi distinti a fianco del suo avo Roberto contro Guglielmo I il Malo, conferì loro il titolo di Cavaliere e li nominò Baroni di  altrettanti feudi dipendenti dalla Contea di Lecce, che qualche anno dopo fu aggregata al Principato di Taranto, infeudando così il territorio di Taurisano insieme alla terra di Specchia e donandoli a Filiberto Monteroni o Montoroni.

Quella dei Monteroni o Montoroni è una delle famiglie più antiche in Terra d’Otranto e tenne il feudo di Taurisano fino al 1256 e dal 1444 al 1536.

Nel 1228 il sovrano Federico II di Svezia organizzò la sesta crociata e nel 1240 concesse il Principato di Taranto, di cui faceva anche parte la Baronia di Taurisano, al figlio naturale Manfredi che però, avendo molti contrasti  politici con i pontefici, indusse Innocenzo IV ad offrire la corona dell’Italia Meridionale a Carlo D’Angiò,  che accettò ben volentieri accorrendo in suo aiuto, sconfiggendo Manfredi  a Benevento e insediandosi sul trono di Napoli col nome di Carlo I, e la sua dinastia regnò per due secoli. Al suo seguito, molti nobili francesi arrivarono nel Salento, che fu lottizzato e dato in loro possesso al punto che molti feudi furono frantumati per poter accontentare tutti.

Barone di Taurisano fu nominato Hugo che poi diverrà De Tauresano. Fu in questo frangente, diventando vassalli dei Del Balzo Orsini, che il casale di Taurisano conobbe il suo periodo di massimo splendore che non si ripeterà più nella storia. Fu in quello stesso periodo che fu edificata la chiesa romanica di S. Maria della Strada introducendo il culto della Vergine del Santo cordone da Valenciennes, città delle Fiandre francesi.

Gli stessi feudatari per dare un’impulso all’incremento demografico e all’economia agricolo-pastorale del villaggio, attuarono un’imposizione fiscale morbida.

Questa fase di prosperità e serenità durò poco perché con il consolidarsi del sistema feudale francese, sia borghesi che servi della gleba furono gravati in tutti i feudi da tasse e balzelli per far fronte alle condizioni pietose in cui gravava il regno.

Le scorrerie degli Ungari e dei Saraceni, le epidemie carestie e terremoti, desolarono la Terrad’Otranto che con  le guerre di successione tra Angioini ed Aragonesi visse il suo completo tracollo.

Primo feudatario di Taurisano del periodo aragonese fu Roberto di Monteroni che nel 1452 ricopriva la carica di Goverantore di Taranto, essendo stata la sua famiglia al fedele servizio di Giovanni del Balzo Orsini principe di Taranto. A Roberto successe il figlio Raffaele che ingrandì i suoi domini con la donazione del feudo di Sammarzano da parte della madre Adelisia Taurisano, riscosciutogli in seguito dal sovrano napoletano Ferdinando I d’Aragona.

A Raffaele successe Francesco Monteroni, del quale si ricorda come impresa

Lotte contadine a Taurisano

di Sonia Venuti

Fatalismo, servilismo, insolenza, malcostume, ipocrisia, si radicarono nella popolazione Taurisanese, così come in tutta la popolazione meridionale, nell’arco dei due secoli di dominazione spagnola, determinando la disgregazione della vita comunitaria e gravissimi ritardi sociali, e favorendo la formazione di una mentalità querula basata sulla remissività, sulla rinuncia, sulla rassegnazione, che sarebbero sfociate in seguito nel clientelismo e nell’assistenzialismo da una parte e nella reazione malavitosa dall’altra.

Nonostante quest’atteggiamento così radicato soprattutto nelle masse contadine, anche Taurisano recepì i primi sussulti di idee liberali, che si facevano strada in tutto il territorio italiano, dopo l’abolizione della legge sulla feudalità , portando alla condanna di un gruppo di Taurisanesi per società segrete e moti carbonari, tra cui due ecclesiastici.

Alla fine del’800 e inizio ‘900, l’aspetto sociale del paese iniziava a trasformarsi, con l’avvento di una nuova borghesia che essendo in possesso di capitali liquidi frutto del commercio di olio vino e fibre tessili, andava direttamente in conflitto con le tradizionali famiglie degli agrari nelle lotte per l’assunzione del controllo della pubblica amministrazione, ricorrendo a volte a

Otranto. Quel 29 luglio del 1480

Il sacrificio di un popolo tra storia e leggenda

di Sonia Venuti

“ A ciascun uomo nella vita capita almeno un’ora in cui dare prova di sé;  viene sempre,  per tutti.  A noi l’hanno portata i Turchi

(Maria Corti)

“Era un Venerdì,  quel 29 Luglio del 1480, quando le vedette sugli spalti di Otranto scorgevano il filo dell’orizzonte nereggiare di navi: novanta galee, quindici maone, quarantotto galeotte. A bordo, diciottomila uomini. Turchi. I musulmani, comandati dal pascià Agomaht, avrebbero voluto sbarcare a Brindisi, porto più agevole, ma il vento contrario li aveva costretti a scegliere Otranto, la più orientale delle città della penisola”.

E’ questo il prologo di una delle pagine di storia salentina più cruente e più cariche di umanità, svoltasi in un periodo in cui era già in atto il declino di un’epoca quale il medioevo che aveva visto si tanti eroici cristiani dare la vita per fedeltà a Cristo,ma mai una città intera, e  né a tutt’oggi si conosce un episodio come quello di Otranto.

“La mattina del 14 agosto gli ottocento, la corda al collo, furono condotti sul colle della Minerva, poco distante dalla città. Per tutto il tragitto l’apostata rinnegato cercò di convincerli a cambiare idea, ma quelli resistevano, confortandosi l’un l’altro. Uno dei prigionieri, Antonio Primaldo, un vecchio sarto, risponde: «Crediamo tutti in Gesù, figlio di Dio, siamo pronti a morire mille volte per lui». E aggiunge: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime».

Il primo ad essere decapitato fu il sarto. Miracolosamente il suo tronco si rizzò in piedi e non ci fu verso di atterrarlo finché l’ultima esecuzione non fu compiuta. Uno dei carnefici, al vedere il prodigioso evento, si convertì e cominciò a protestarsi cristiano. Venne immediatamente impalato, sorte prescritta per tutti i musulmani apostati “(questi fatti vennero descritti da testimoni oculari al processo di beatificazione dei martiri otrantini).

Alla notizia della caduta di Otranto, Ferdinando II d’Aragona inviò le sue truppe che dopo un anno  riuscirono a riconquistare la città, e quando arrivarono, trovarono sul colle della Minerva, i cadaveri ancora intatti come se fossero morti da poco. Un cane riconobbe dall’odore il suo padrone e gli si mise a scodinzolare accanto. Le teste avevano gli occhi rivolti al cielo e sorridevano. La notte la collina splendeva di luci, e così la cattedrale quando

Cronache galatinesi fra gli anni ’20 e ‘40 del secolo scorso

uno dei palazzi del centro storico di Galatina

di Sonia Venuti

”Duce, Duce, lu pane ci lu ‘nduce”

Galatina, è noto, racchiuse in sé un movimento abbastanza largo di opposizione al regime, comprendente tutte le categorie sociali e varie ispirazioni politiche.

Tale opposizione aveva sfumature, valenze e incidenze diverse: si andava dalla non omologazione di alcune famiglie cattoliche, al disimpegno dei socialisti ( Avv. Gaetano Cesari), alla ostilità dei comunisti rappresentata da una nutrita schiera di artigiani (barbieri, meccanici, muratori, falegnami), capeggiati da Carlo Mauro.

L’adesione al fascismo, a Galatina come in gran parte d’Italia, fu propria della piccola borghesia, del sottoproletariato e delle classi ricche. La maggior parte della gente accettava con passività il Regime, senza partecipazione ma anche senza ostilità “Duce, Duce lu pane ci lu ‘nduce/ lu  ‘nduce lu furnaru, menzu duce e menzu ‘maru”

Galatina da “Valloniana” a fascista

La Galatina ufficiale, quella delle istituzioni comunali e del notabilato, divenne fascista solo dopo la presa del potere da parte di Mussolini. La famiglia Vallone, che sin dall’Unità d’Italia aveva governato la città, aveva espresso in diverse legislature il proprio deputato nella persona del repubblicano ing. Antonio Vallone. Sindaco della città era il fratello , il medico Vito.

I Vallone, come si è detto, rimasero estranei al fascismo, tanto che Vito Vallone aderì solo a cose fatte (1923) ed il popolo istintivamente distingueva tra la minoranza estremista degli squadristi e “i fascisti di don  Vito”, moderati per natura.

Il 7 febbraio 1925 muore l’on. Antonio Vallone e la partecipazione al lutto è corale.

Il Partito Fascista dice che “onorare il Cittadino benemerito è sacro dovere di tutti” e invita i propri iscritti a partecipare ai funerali che si svolgono il giorno 8.

 

balcone di uno dei palazzi più belli del centro storico di Galatina

“Ti mandu lu Caddara”

Gli anni ’30 furono terribili anche per i Galatinesi,  la miseria dilagava e la disoccupazione era alle stelle; con salari di fame le tabacchine prendevano la tubercolosi nelle fabbriche di tabacco.

Per cucinare la povera gente, non potendo comprare la legna, usava le “ramaje” risulta della monda delle olive.

Non era spettacolo raro vedere in giro braccianti di poco più di cinquant’anni letteralmente piegati in due a causa del duro lavoro, e non era raro neanche vederli la domenica sotto i grandi portoni padronali in attesa di ricevere l’elemosina.

I senza tetto  venivano ospitati in un grande locale in via Tanza, chiamato “cambarone” (camerone), dove le famiglie si divedevano gli spazi con lenzuola appese ai fili di ferro.

Il  giovedì giorno di mercato in piazza S. Pietro, venivano effettuate delle vendite all’incanto di beni pignorati a poveracci insolventi dall’Ufficiale Giudiziario d’allora soprannominato “caddara”; da qui il detto “ti mandu lu caddara” cioè “ti faccio pignorare la casa”. Qualche sollievo alla miseria dilagante lo diedero i lavori per la fognatura e per la costruzione dell’Edificio Scolastico di Piazza Cesari: per poter lavorare il Sabato (il “sabato fascista” era dedicato alle esercitazioni premilitari e alle “adunate”) bisognava ottenere il permesso scritto dal Segretario Politico.

La vita culturale

La vita culturale era molto stentata e le pubblicazioni erano scarsissime. L’unica rivendita di giornali era presso la cartoleria Mengoli, in Via Vittorio Emanuele II, vicino all’antica e rinomata pasticceria Ascalone.

Circolava uno strillone di nome “lenardu”, che per strillare “La Tribuna” gridava “Latri….buna”; circolava anche un banditore  chiamato “Giuju” (Giulio) che faceva precedere le comunicazioni ufficiali ai cittadini dal suono di una campana. Altre figure caratteristiche erano”lu Chiccu”, venditore ambulante di gelati (Gelati alla Maiella, quattru sordi la pagnottella) e due bravi pupari (“Pici Nera” e  “Naticeddrhu”) che allietavano i bambini con spettacoli di marionette.

Il Razzismo e demografia

Nel 1939 il Comune di Galatina si adegua alle leggi razziali e nel regolamento organico degli impiegati e salariati comunali stabilisce che gli stessi debbano essere cittadini italiani “di razza ariana”, avere buona condotta morale e politica ed essere iscritti al Partiti Nazionale Fascista. Per attuare la politica demografica del Regime si insediala Commissione Comunaleper  l’assegnazione dei premi di natalità.

Radio Londra

Anche a Galatina nel ’39 si svolsero manifestazioni per chiedere l’entrata in guerra, che videro però la partecipazione del solo mondo studentesco, dagli alunni delle elementari agli universitari.

Gli slogan erano i soliti.:gli “Eia, Eia, alalà” si sprecavano. Si cantava “ e se la Francia ci fa la spia/Nizza, Savoia e Tunisia”; ma dopo l’ubriacatura iniziale, l’atmosfera cupa della guerra spinse gl’italiani a “controllare” l’andamento delle vicende belliche attraverso l’ascolto di emittenti radiofoniche straniere quali Radio Londra e Radio Mosca. Dell’EIAR non si fidava nessuno.

Erano seguiti i commenti del Col. Stevens e di Mario Correnti (Palmiro Togliatti), e i locali pubblici erano tappezzati con cartelli con su scritto: “Vincere”, “taci il nemico ti ascolta”, e l’oscuramento era rigoroso.

L’ascolto delle radio straniere, non avveniva solo nelle poche case fornite di tali apparecchi, ma anche in sedi pubbliche, e molti degli ascoltatori erano iscritti al fascio.

Una casa in cui l’ascolto era metodico e continuo era quella di Carlo Mauro, in piazzetta S.Lorenzo, 8. L’ubicazione non era delle più felici perché era circondata dalla Casa del Fascio, sempre piantonata, e dall’abitazione del Maresciallo dei Carabinieri.

La sera, confusi tra i clienti dello studio legale, convenivano nel salotto della casa dove era installata una Radio Marelli, persone della più varia estrazione sociale: meccanici come Gino Luceri, barbieri come Pippi Marra, falegnami come Gaetano Cudazzo, avvocati come Gaetano Cesari, medici come Pietro Miorano, giovani magistrati come Giacinto Epifani. Naturalmente non tutti in una volta e con una certa discontinuità per non dare nell’occhio.

Duelli aerei su Galatina

Quando la guerra cominciò a farsi sentire, ci furono mitragliamenti e bombardamenti al vicino campo d’aviazione.

Per le segnalazioni delle incursioni aeree, il Comune istituì il servizio di allarme e cessato pericolo affidato ai sagrestani, e Anglani Paolo, è incaricato come motociclista per il segnale di allarme a mezzo di sirena a mano.

La grazia della Madonna delle Grazie.

Il 25 Luglio 1943 la radio annuncia la caduta del regime fascista, e l’8 Settembre fu proclamato l’armistizio (giorno della Madonna delle Grazie e l’evento fu considerato dal popolo una grazia).

I Tedeschi abbandonarono l’aeroporto, e grazie all’intercessione di una figura prestigiosa quale quella di Carlo Mauro, si evitò il peggio dei tumulti in città, così come invece avvenne nella maggior parte delle città pugliesi.

Si cominciarono a vedere in giro le prime truppe alleate: indiani, neri,inglesi, americani. La miseria dilagava e il contrabbando e la prostituzione proliferavano.

Si rivedeva il pane bianco, si scoprivano le chewin  gum e le caramelle col buco e ci si prostituiva per una stecca di sigarette

I Galatinesi si vestivano con i tessuti dei paracadute, il Commissario Prefettizio, Luigi Vallone cercava di coordinare gli aiuti e la distribuzione di viveri, mentre il comune di Galatina doveva ricorrere a prestiti presso la locale Banca Fratelli Vallone per pagare gli stipendi ai propri dipendenti.

Rinasce la Democrazia

A fatica iniziano a ricostituirsi le leghe dei lavoratori , e i vecchi partiti rinascono. Il I° Luglio 1945 si insediala Giunta Comualesu designazione del locale Comitato di Liberazione Nazionale.

La vita sociale dei contadini si svolgeva in piazza e nelle rinomate cantine de “lu Muscia” “l’Ossu” “lu Rasceddhra” tutte nel centro storico.

Vi era  una frequentata casa di tolleranza “la Rosetta”, ed il ceto medio si ritrovava nei Bar Cafaro  e Gran Caffè.

Il ceto medio-alto conveniva nei vari Circoli “Savoia” “Cittadino” o dei “Signori”.

Escono le prime pubblicità dell’”Idrolitina” dell”Amarena Fabbri” e del “Rabarbaro Zucca” mentre sugli schermi del cine-teatro Tartaro compaiono i primi film americani con attori protagonisti come Glenn Miller, George Murphy, Mirna Loy. Le attrici italiane più conosciute sono AlidaValli e Clara Calamai.

Le prime elezioni amministrative

Alle prime amministrative del dopoguerra, a Galatina entrano in competizione tre liste:

A destra,“Lu Tarloci”  (l’Orologio) capeggiata da Luigi Vallone ,la Democrazia Cristiana col debutto in politica di Beniamino De Maria con lo Scudo Crociato e le sinistre unite con la lista del “Sole”.

La vittoria dell’Orologio è schiacciante, perché raccoglie i consensi del vecchio notabilato prefascista, mentrela D.C. Raccogliei suoi voti nella classe impiegatizia e nel ceto medio.

L a sinistra, nonostante avesse come capo lista l’avv. Gaetano C esari, non riesce a mandare neanche un rappresentante.

La campagna elettorale si svolge in perfetto stile prefascista: comizi, volantini e manifesti polemici. Particolarmente accesa fu la contrapposizione tra valloniani e democristiani: ai primi si rinfacciava la posizione sociale “fatto v’avete Dio d’oro e d’argento”; per i secondi gli epiteti più gentili erano “collitorti”, “baciapile” e “democristiani”. Famoso rimase un volantino dal titolo “Viva viva lu Tarloci” che iniziava così “ viva viva lu Tarloci/ pè lle terre e pè  lli mari,/ Se squajara Soli eCroci/ se scacara l’avversari”.

Il 7 Aprile 1946 si riunisce il primo Consiglio Comunale e viene eletto Sindaco Luigi Vallone con 25 voti.

La Bandiera “te lu Pippi”

di  Sonia Venuti

Gusto il mio caffelatte mentre osservo dalla finestra della mia cucina la bandiera italiana che sventola sul terrazzo “te lu Pippi”; il momento della colazione è per me  quello in cui sono sola a riflettere e e rimuginare i miei pensieri, e mentre lo faccio osservo  il cielo e quella bandiera, che oltre ad indicarmi la direzione del vento nella giornata, facendomi intuire il clima che dovrò affrontare, è il mio contatore personale  delle vittime Italiane, nei  vari conflitti in cui L’italia è impegnata con il suo esercito:   stamattina era a mezz’asta, si onorava la 40a vittima Italiana nel conflitto Afghano, Roberto Marchini 28 anni.

Era assente “lu Pippi” il 02 luglio,  quando è caduto il caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo 29 anni; lui non era in casa era andato a far visita alla figlia che si trova in Basilicata, e mi sembrava strana quella bandiera che sventolava al vento, svettante in cima all’asta.

“lu Pippi”, la prima cosa che ha fatto al rientro dal week-end, è stato salire sul terrazzo ed ammainarla, in segno di rispetto per il soldato caduto, per la patria, per suo figlio che combatte in prima linea questa assurda guerra e per se stesso.

Ad ogni notizia di soldati caduti in quello e altri conflitti in cui ci sono presenze dell’esercito italiano, “lu Pippi” si affanna a salire sul terrazzo ad ammainare la bandiera ,  per  rendere onore alle giovani vittime, sperando sempre nel  suo cuore che non sia la volta in cui deve essere lui a raccogliere l’infausta notizia, e sperando sempre che suo figlio torni sano e salvo.

E’ in questo modo che “lu Pippi” vive questa condizione di padre di un soldato (giovane ufficiale dell’esercito) impegnato a portare la “pace” in quelle terre

Retaggi culturali salentini

particolare di un dipinto eseguito da un seguace di Francesco Maggiotto (1738-1805) (da: http://www.anticoantico.com/)

di Sonia Venuti

Sembra ancora ieri, quando i nostri padri emigravano in nazioni come Germania e Francia, per poter migliorare il loro status sociale,con l’ausilio di un lavoro che la madre patria non riusciva ad offrirli.

Durante i loro ritorni in patria, al paese, facevano “incetta” di quei beni di prima necessità, come il caffè da portare con sé in quei paesi freddi e senza sole, dove la cultura dell’espresso all’italiana, andava prendendo piede lentamente,  in sordina, e dove per poter accedere a quel gusto bisognava organizzarsi.

Le madri , le nonne ed i parenti, quando i loro familiari partivano, iniziavano un piccolo via vai, quasi come  fosse una processione di quelle in cui si rende onore  al santo , e si portavano in dono pacchi di zucchero e caffè, indispensabili per la “sopravvivenza” di coloro che si apprestavano a partire.

Quando l’emigrante si sedeva davanti a quella tazza di bollente liquido di color nero intenso, si inebriava di quel profumo, che lo trasportava indietro, nella sua terra d’origine facendogli  rivivere momenti d’appartenenza, indispensabili per poter proseguire quel percorso intrapreso per migliorare se stesso e la famiglia, privandolo del beneficio primario che poteva donargli la sua terra.

Retaggi d’altri tempi, qualcuno oserebbe pensare, e invece no, se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che sono più vivi che mai, a dispetto del tempo che è trascorso e della tecnologia che ha preso il sopravvento, e dal fatto che gli emigranti non sono più gli italiani in cerca di lavoro all’estero, ma gli extracomunitari che vengono a lavorare da noi, come mano d’opera a basso prezzo o come badanti.

Sono i datori di lavoro,  gli amici e le varie conoscenze (nei rapporti  che ognuno di loro è riuscito a costruire) che,  nel momento in cui o viene il familiare a trovarli in Italia o sono loro stessi a partire per tornare al paese d’origine per un periodo più o meno breve, rinnovano  la processione del “caffè” , rimasta  immutata nel tempo, a dispetto delle regole e dei limiti che impone oggi la tecnologia nei mezzi di trasporto, e in quei15 kgdi bagaglio massimo che ognuno può portare con sé in aereo, troveremo sempre un pacco di “caffè” italiano, che intraprende un lungo viaggio verso paesi e culture lontane.

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