Libri. Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano

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L’ATTIVITA’ LETTERARIA DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO E L’ULTIMO LIBRO DI FABIO D’ASTORE

 

di Paolo Vincenti

“Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano. (Archivio Castromediano di Lymburg)”, edito da Mario Congedo (2015), è l’ultima fatica di Fabio D’Astore, Presidente della Società “Dante Alighieri” di Casarano e docente di Lettere presso la Scuola Media – Istituto Comprensivo di Ruffano. D’Astore è un profondo conoscitori dell’attività letteraria del “duca bianco” Sigismondo Castromediano, avendo ad essa dedicato molti studi, fra i quali “Mi scriva, mi scriva sempre… Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano” (Pensa multimedia 1998);  “Dall’oblio alla storia. Manoscritti di salentini tra Sette e Ottocento” (Congedo editore 2001); Le biblioteche private nel Salento e “La Biblioteca” di Sigismondo Castromediano, in “Archivi e Biblioteche: la formazione professionale e le prospettive della ricerca in Puglia (Atti del Convegno di Studi, Arnesano 25 ottobre 2002)”, a cura di F. de Luca, Milella 2005;  Beni culturali e identità nazionale in Sigismondo Castromedianoin “L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi (Atti del Convegno di Studi, Cavallino, 30-31 ottobre 2003)”, a cura di A. Quondam e G. Rizzo, Bulzoni 2005.

La figura di Castromediano, cui è intitolato il nostro Museo Provinciale di Lecce, indefesso ricercatore di memorie patrie, personaggio di spicco del Risorgimento italiano, è stata appena affrontata dal recentissimo libro “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura. Atti del convegno Nazionale di Studi (Cavallino di Lecce, 30 novembre-1 dicembre 2012)”, a cura di F. D’Astore e A.L.Giannone, edito da Congedo per il “Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo” (2014). Nel libro, a lumeggiare sul Castromediano letterato è stato proprio D’Astore col suo saggio “Passi inediti di un manoscritto delle Memorie di Sigismondo Castromediano”. Nello specifico, D’Astore si è soffermato sull’opera maggiore di Castromediano, quella per cui noi tutti lo conosciamo come scrittore, ossia le “Memorie” di cui, anche alla luce di documenti di recente acquisizione, D’Astore sta curando la riedizione critica. Varrà la pena ricordare che il libro “Carceri e galere politiche. Memorie del Duca Sigismondo Castromediano”, del 1895,  che riporta ai duri anni trascorsi dal liberale Castromediano in prigione, ed è una delle opere più significative della memorialistica risorgimentale, è stato ripubblicato in ristampa fotomeccanica, prima nel 2005 e poi nel 2011 da Congedo per le cure di Gaetano Gorgoni. E di questa opera, di cui si conoscono numerose varianti, si è anche di recente ritrovata una nuova versione, manoscritta, recante la stesura completa delle Memorie, grazie allo studioso Gigi Montonato che ne riferisce in “Notizia intorno al recupero di un manoscritto delle Memorie”, nel volume degli Atti sopra riportato.

Ora, in quest’ultimo libro appena pubblicato, con il patrocinio della Città di Cavallino e del “ Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo”, con una Premessa di Gaetano Gorgoni e una puntuale Prefazione di Antonio Lucio Giannone, D’Astore si occupa del materiale contenuto nell’archivio dei Castromediano di Lymburg a Cavallino di Lecce, oggi riordinato e inventariato grazie a Rosellina D’arpe la quale, dopo avere annunciato le linee guida del  lavoro nel convegno del 2008, i cui atti sono stati poi pubblicati in “I Castromediano di Lymburg e il loro archivio – primi interventi e prospettive. Atti del convegno di Studi (Cavallino di Lecce, 28 novembre 2008)”, a cura di R. D’Arpe, edito da Congedo nel 2010 (e in cui è contenuto il saggio di D’Astore “Lettere a Sigismondo Castromediano e suoi scritti giovanili”), ha poi reso noto l’esito del lavoro svolto, nel Convegno del 2012 e quindi nel saggio “Un contributo alla storia di Terra D’Otranto: i Castromediano di Lymburg e la loro memoria storica”, contenuto nel già citato “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura” (2014).

Torniamo al libro che si presenta. Nel Catalogo dei manoscritti di argomento letterario, D’Astore censisce i seguenti testi: un manoscritto cartaceo, autografo, contenente “Il parricida cegliese. Versi”(fra 1834 e 1837); un ternione cartaceo, autografo, contenente “Cenni biografici. Caballino” (1839); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente la novella “Il forzato di Brindisi” (1839), la poesia “Alla bella dormente. Versi” e “Il suicida”; un manoscritto cartaceo autografo contenente la breve prosa autobiografica “Schizzo del mio carattere” (1839), la prosa di viaggio “Frammenti d’impressioni in un viaggio fatto al Capo di Leuca” (fra 1838 e 1840), la novella “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839); un senione cartaceo, autografo, contenente la stesura definitiva di “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839), la poesia “Discorso preceduto ad un’Accademia di poesia pel Natale di Cristo e recitato nella parrocchiale di Caballino nel 1842” (1839), e il breve racconto autobiografico “Parlo di lei. Al Cappuccino P.Alessandro da Uggiano la Chiesa” (1842); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il breve racconto autobiografico “La Carità italiana. A Giovanni Grassi – Lettera” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, dal titolo “Indirizzo di nobil cuore” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il dramma storico “Il sacco di Pavia”; un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto paesaggistico “Un sogno” (1860-1862); un altro contenente la versione francese, “Un reve”, dello scritto di sopra; un altro contenente lo scritto “Esposizioni e riflessioni sul dramma intitolato La vita come Dio la manda di Olimpia Savio Rossi” (1859); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto autobiografico “Emendamenti, aggiunte e dichiarazioni alla biografia di Sigismondo Castromediano per Bartolomeo De Rinaldis” (1863) con due aggiunte del 1865; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente delle varianti dell’opera “Memorie”; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente ancora altre versioni dell’opera sua maggiore “Memorie”; un manoscritto cartaceo, idiografo, contenente tre stesure dell’opera “Caballino – comune presso Lecce e l’antica Sibaris in Terra D’Otranto” (1890 circa); un altro contenente il testo “Commento al libro secondo delle Odi di Orazio”; un quaterno cartaceo che tratta di problematiche letterarie; e infine un duerno cartaceo contenente il testo “De Petronio satyrarum auctore quaestiones”. Di questa imponente mole, D’Astore analizza e riporta  nelle pagine centrali del libro, alcune opere, che, anche a detta di A.L. Giannone, sono le più interessanti e letterariamente pregevoli: tutte prodotte dal Castromediano prima dell’arresto e della lunga degenza nelle galere borboniche, dunque fra  il 1838 e il 1846. Il libro ci fa conoscere la produzione giovanile di Castromediano, su cui si erano soffermati in passato altri studiosi, data l’importanza di questa produzione nella ricostruzione della bibliografia ma anche dei motivi di ispirazione, dei modi e degli accenti della sua carriera letteraria.  D’Astore cataloga questi scritti con grande competenza filologica, fornendo tutte le varianti delle opere e corredando il testo di un poderoso apparato critico. Viene fuori un quadro il più possibile completo del personaggio Castromediano; il vasto diorama della sua produzione letteraria denota una ampiezza di interessi ed  un eclettismo che lo rendono figura di intellettuale universale . Dalla prosa ai versi, dalle novelle ai racconti, dagli scritti di contenuto amoroso al dramma storico, dalla memorialistica al racconto di viaggio, agli scritti di carattere erudito, spazia fra i generi e gli stili, la sua versatilità. Tutti questi caratteri, l’autobiografismo, la passione civile, le istanze didattiche e pedagogiche, l’amore per la nostra terra, presenti in nuce negli scritti giovanili, troveranno poi massima esplicazione nelle opere della maturità. Perciò il libro  realizzato da D’Astore appare prezioso e necessario, nella pur fecondissima messe di studi fiorita intorno alla figura del Duca Castromediano.

Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

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di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

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Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Il delfino “stizzoso” dell’antico stemma di Terra d’Otranto

di Armando Polito

Comincio della stizza che traspare dalla relazione (è la n. XVII) che Sigismondo Castromediano presentò al Consiglio provinciale nel 1871: Se nella Relazione ultima fu rettificato lo stemma di detta Città, ora è opportuno occuparci di quello ancor più importante della Provincia; ora, che l’Onorevole Deputazione Provinciale avvertita dallo scempio che se n’è fatto, volle sapere veramente qual fosse, prima che avesse a riprodurlo nell’aula del Consiglio Provinciale, e ordinarlo per ogni dove appartiene e deve apparire. Il nostro stemma adunque è fra i più cospicui e più onorevoli di quanti se ne abbiano. Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di taranto, Brindisi, ecc. e, dinota la via del mare da essi valicata, quando le colonie qui giunsero da prima, ed il mare stesso che a simiglianza d’isola questa nostra carissima terra circonda. Le armi degli Aragonesi ne formano il campo, che quei reali di Napoli per privilegio e gratitudine concessero ai nostri padri men lontani, i quali diedero loro aiuti, prima nel farli conseguire pacifico il dominio dell’eredità e delle ricchezze di Giovanne-Antonio del Balzo-Orsini, Principe di Taranto e Conte di Lecce, fatto morire soffocato; secondo per aver contribuito moltissimo col proprio valore e coi propri sacrifizi a che Alfonso Duca di Calabria, figlio di Ferdinando I d’Aragona discacciasse i Turchi da Otranto, i quali espugnata l’avevano nel 1480. Perc iò stesso venne ordinato pure che la mezza luna venisse morsa dal Delfino onde avvertire che qui una volta fu doma la potenza ottomana, e l’Italia salvata da un’altra barbarie. Quanta splendida e veneranda moria! E pure da men di quarant’anni a questa parte l’altrui ignoranza, o lo spirito dissennato di novità ebbe ad alterare e modificare, se non del tutto, a trasformare cotanta memoria. Del Delfino ne fecero un mostro tra il pesce e la serpe, della luna le sue zanne, ed il campo armarono di tre mazze nerborute ed a schiancio distese. L’arma stessa scolpita per quattro volte e dai suoi quattro lati, nella guglia fuori Porta di Napoli, è una scempiatezza (1). Il nostro stemma dev’essere il seguente: Delfino stizzoso di colore naturale con mezza luna in bocca e verticalmente guizzante sui pali vermigli d’Aragona, anch’essi verticali in campo d’oro. Lo scudo che ciò racchiude può essere il sannitico, ma la corona che lo sormonta dev’essere la turrita d’oro sopra cerchio d’oro, quale l’assegnò la Consulta Araldica del Regno nel suo regolamento; avvegnacchè la corona sugli stemmi, non formando parte intrinseca dei medesimi, ad altro non serve se non a indicare il titolo della persona, o dell’ente cui quelli appartengono. E se pel passato Provincie e Comuni adottarono corone reali e feudali fu per adulare i propri Re e i propri feudatari, e così loro testimoniarsi sudditi e vassalli. Ma oggi cotale abuso è bandito, oggi che con la libertà della patria le leggi concessero autonomia alle Provincie e ai Comuni (2).

(1) Questa guglia innalzata a memoria di Ferdinando I di Borbone rimpetto ad un arco di trionfo dedicato a Carlo V serve ad indicare il principio delle tre vie principali, che vanno a Brindisi, Taranto, a Gallipoli, e la sua composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati.

(2) Ѐ buono notare, ch’io errai nella Relazione dell’anno passato quando dissi, che la corona del Comune di Lecce fosse la comitale. Allora ignorava le disposizioni del regolamento sopracitato. La corona dello stemma per Lecce è ivi medesimo indicata, quella della Città; cioè la murale con cinque torri e quattro guardiole di oro, fuori i muriccioli d’argento che le uniscono.1

In sintesi il Castromediano mostra di non gradire le metamorfosi mostruose subite dal delfino e lancia i suoi strali contro l’ideatore dell’obelisco di Porta Napoli con tanta rabbia che ne altera, non so se volutamente, pure il cognome, che è Cepolla e non Coppola. Per farla completa, poi, estende la sua stroncatura pure all’opuscoletto2 in cui il Cepolla dà ragione delle sue scelte. Io l’ho letto e debbo dire che una certa valenza esplicativa, pur nella sua stringatezza, esso è in grado di esercitare, anche se non con sufficiente profitto per un lettore comune che avrebbe bisogno di essere accompagnato passo passo con un commento aggiuntivo. Insomma, non potrebbe essere utilizzato nemmeno a stralci in un saggio-guida sul monumento, la cui lettura, assolvendo oggi esso più di prima alla funzione di rotatoria, non può essere effettuata senza seri rischi per la propria incolumità e senza l’ausilio, comunque, di un buon binocolo.

Ad ogni buon conto il Castromediano non fu l’unico a dare un giudizio negativo sul nostro.3 Quanto ai pali verticali non adottati nel monumento e da lui definiti tre mazze nerborute ed a schiancio distese (nell’uso del regionale toscano schiancio, parente dell’italiano sguincio, cui corrisponde il salentino sguinciu, trovo un’ulteriore nota spregiativa) credo che sia stata una scelta consapevole e dettata dall’esigenza di dare un continuum alla rappresentazione, cosa impossibile se i pali fossero stati verticali e, per giunta, inglobati nello scudo.

foto dell'autore
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Condivido, invece, integralmente l’opinione del Castromediano sull’inopportunità di far assumere al delfino sembianze più o meno mostruose (chi, pur non essendo un mostro, addenta un braccio dell’avversario non ha certamente un’espressione pacifica …). Credo, tuttavia, che abbia giocato un ruolo determinante una lunga tradizione iconografica relativa ai mostri marini, adottata subito, come vedremo, nelle rappresentazioni dello stemma, non senza qualche sorpresa, a meno che io non abbia bisogno urgente di nuovi occhiali …

Ѐ tempo di passare ora al delfino e alla sua stizza reale o presunta. La prima descrizione araldica che io conosco dello stemma, concordemente ripresa in seguito non senza una fedeltà che per me è plagio, è quella di Scipione Mazzella in Descrittione del Regno di Napoli, Cappello, Napoli, 1601, dove a pag. 188 si legge: Fa per insegna questa Regione quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine della quale arme fu posta in uso l’anno 1481, al tempo che Alfonso d’Aragona Duca di Calavria figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli discacciò i Turchi dalla città d’Otranto, e dagli altri luoghi; onde volendo gli huomini di questa Provintia mostrare il grandissimo servitio, che ‘l suo Re fatto haveva loro in liberarli dalle mani dell’empio tiranno Maumet II Re de Turchi, per questo fecero la già dett’insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferd. D’Aragona. Il Delfino non fu cosa inventata, già che anticamente, per quanto le medaglie chiariscono, il Delfino con Nettuno erano proprie insegne del paese de’ Salentini. Ma v’aggiunsero solamente la meza Luna in bocca del Delfino. Volendo dinotare, che la nuova Signoria, che ‘l tiranno Maumet s’haveva ingegnato d’occupare di sì bella Regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de’ proprii habitanti, tolta.  

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 81 dall’immagine di seguito riprodotta.

Siccome prima ho parlato di una fedeltà di alcuni autori che per me è plagio lascio alle considerazioni del lettore quanto scrive Enrico Bacco in Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, Gio. Giacomo Carlino e Costantino Vitale, Napoli, 1609, pagg. 61-62: Fa per arme quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un Delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa insegna fu nell’anno 1481, al tempo, che Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando primo Re di Napoli discacciò i Turchi della città d’Otranto, e da gli altri luoghi convicini; onde volendo gli huomini di questa Provincia mostrare il gran beneficio, che il suo Re fatto loro havea in liberargli dell’empio Tiranno Maumetto secondo Re de Turchi, alzarono la già detta Insegna, mostrando per li quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona. Il Delfino non fu cosa novamente inventata, già che anticamente, per quanto si scorge nelle medaglie, il Delfino con Nettunno erano proprio insegne del paese de’ Salentini, ma vi aggiunsero solamente la mezza Luna in bocca del Delfino, volendo dinotare, che la nova Signoria, che ‘l Tiranno Maumetto s’havea ingegnato di occupare di sì bella regione, gli fu per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e virtù de i proprii habitanti tolta.

Il testo appena riportato è preceduto a pag. 60 dalla tavola di seguito riprodotta.

 

Ingrandisco ora la parte dello scudo per far notare  come ad una descrizione accurata dello stemma non corrisponda un disegno altrettanto agevolmente leggibile, tant’è che distinguere chiaramente la mezzaluna è impresa improba e non manca anche l’ambiguità (assente nella precedente rappresentazione) delle due protuberanze sulla testa del delfino, la prima evocante una corona, la seconda la parte terminale di una tromba (e il pensiero va al potere e alla guerra). Il corpo del delfino, poi, appare ricoperto di squame (dettaglio mostruoso sì, ma questa volta il pensiero va alla corazza, dunque una seconda volta, alla guerra).

Premesso che il lavoro del Bacco ebbe moltissime edizioni, mi soffermerò su quella corretta ed accresciuta da Cesare De Engenio, uscita per la prima volta a Napoli per i tipi di Scoriggio nel 1620. A pag. 129 c’è la tavola che riproduco di seguito e al suo fianco replico quella del 1609 per un più agevole confronto.

I cambiamenti hanno coinvolto solo le figure di contorno; lo scudo è rimasto immutato. Tuttavia questo rispetto del disegno originario nel dettaglio non viene mantenuto quasi un secolo dopo, quando il testo di questa edizione viene inserito nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae uscito a Lione per i tipi di Vander Aa nel 1723, a cura di Giovanni Giorgio Grevio e Pietro Burmanno. A pag. 17 di quest’ultima edizione c’è la tavola che riproduco di seguito.

Ingrandisco lo stemma che ci interessa e replico quello del 1609 (ripreso, come abbiamo visto, tal quale nel 1629.

 

Qui non solo della mezzaluna non c’è nemmeno l’ombra ma la testa del delfino è diventata quella di una donna. Una personificazione della (madre) Terra d’Otranto frutto della fantasia del disegnatore?

Col tempo non ci furono solo cambiamenti di natura iconografica ma anche descrittiva.

Il delfino è definito stizzoso dal Mazzella e dal Bacco ma in Placido Troyli, Istoria generale del Reame di Napoli, s. n., Napoli, 1747, a pag. 460 si legge: Fa per sua Impresa quattro Pali rossi in un Campo d’Oro, con al disopra un Delfino squamato, colla mezza Luna in bocca. Sono i Pali le Armi Gentilizie di Aragona, il Delfino l’antica Insegna de Salentini, e la mezza Luna quella della Porta Ottomana, mercè il valore di Alfonso d’Aragona Duca di Calabria, e Figlio di Fernando Re di Napoli, secondo Arrigo Bavo (a) nella sua Brieve descrizione della Provincia d’Otranto.  

Il delfino da stizzoso è diventato squamato e Arrigo Bacco è diventato Arrigo Bavo.

Trascrivo ora la nota (a) e verrà fuori un’altra sorpresa: Arrigo Bavo in descript. Reg. Neapol.: “Insigne eius sunt Trabae quatuor rubrae in Campo aureo per longitudinem extensae. Super illas cernitur Delphinus squamatus, qui Lunam dimidiatam ore tenet. Origo huius Insignis referenda venit ad Annum 1481, quo tempore Alphonsus Aragonensis, Dux Calabriae, Ferdinandi I Regis Neapolis Filius, ab Urbe Otranto repulit Turcas, ut et ab aliis in vicinia Locis. Cives itaque, et Incolae, in testimonium accepti tanti a Rege suo beneficii, qui eos ab impia Mahometi II Turcarum Imperatoris tyrannide liberavit, hoc sibi Insigne assumpserunt. Quatuor nam illae Trabes rubrae in aureo Campo, Insigne exprimunt Regis Ferdinandi Aragonensis. Delphinus res nova haud est. Iam olim enim, prout ex vetustis discimus Numismatibus, Delphinus enim cum Neptuno Insigne fuit Salentinorum. Verum accessit illi modo Luna dimidiata, quam ore tenet: qua innuitur Imperium Turcarum, quod hic stabilire Tyrannus Mahometes voluit, fortiter et feliciter ab Alphonso et Incolis a tam populata Regione propulsum”.  

Questo testo in latino, attribuito dal Troyli al Bavo (leggi Bacco; l’errore può essere stato di lettura, propiziato dalla scarsa nitidezza dei caratteri o, più probabilmente, dovuto a svista nella loro composizione), corrisponde esattamente, tradotto, al testo italiano del Bacco riportato all’inizio, che per me, come ho detto, è parafrasi, se non plagio, dal Mazzella.

Riassumendo: il delfino è stizzoso nel testo italiano del Mazzella (e poi del Bacco), sarebbe squamatus in quello latino dello stesso Bacco; ho usato il condizionale perché non sono riuscito a trovarne l’edizione latina per così dire “nativa”, ammesso che essa sia mai esistita. Suppongo perciò che il Troyli abbia attribuito al Bavo (Bacco) quella che in realtà è la traduzione latina fedele del testo originale in italiano del Bacco fatta qualche anno prima da Sigeberto Avercampo e pubblicata nel nono tomo del Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae,  Lione, Vander, 1723, come chiaramente si legge (Ex Italicis Latina fecit, Praefationem atque Indicem adiecit SIGEBERTUS HAVERCAMPUS) nel frontespizio della sezione relativa, che riproduco di seguito.

Credo, così, di aver individuato il responsabile del delphinus squamatus, che probabilmente sarà stato indotto a tanto proprio dalle rappresentazioni iconografiche che abbiamo visto.

Il fascino dell’horror, però, era destinato a continuare ad esercitare la sua azione perché la locuzione è una costante di tante pubblicazioni successive. Ne cito, tra le tante, due: Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Manfredi, Napoli, 1798, pag. 118: Per sua impresa fa quattro Pali rossi in campo d’oro con un Delfino squamato di sopra colla mezza luna in bocca; Martino Marinosci, Flora salentina, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870, pag. 7: … ha per sua impresa quattro pali rossi in campo d’Oro con un delfino squamato avente in bocca una mezzaluna ….   

La storia iconografica dello stemma registra anche un cambio di orientamento del delfino, come si può osservare nella tavola di seguito riprodotta tratta da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag. 150.

 

Mi rimarrebbe un dubbio sulla paternità di stizzoso. In Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto del filosofo e medico Girolamo Marciano di Leverano. Aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria, prima edizione del manoscritto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, pagg. 126-127 si legge: Fa oggi per arme ed insegne la Provincia di Otranto quattro pali vermigli per lungo in campo d’oro, sopra de’ quali è posto un delfino stizzoso, che tiene in bocca una mezza Luna. L’origine di questa impresa fu nell’anno 1481 nel tempo che Alfonso d’Aragona Duce di Calabria, figliuolo di Ferdinando I Re di Napoli, discacciò il Turco dalla città di Otranto, e dalla Provincia. Onde volendo gli uomini del paese dimostrare il gran beneficio ricevuto dal loro Re, per averli liberati dalle mani dell’empio tiranno Maometto II Re de’ Turchi, alzarono le già dette insegne, dimostrando per i quattro pali vermigli in campo d’oro l’arme del Re Ferdinando d’Aragona, e vi aggiunsero il delfino, antica insegna del Paese, con la mezza Luna in bocca, volendo intendere che la nuova signoria, che il tiranno Maometto si aveva occupata di sì bella Regione, fu a lui per la sollecitudine del valoroso Alfonso, e per la virtù de’ propri paesani tolta, e discacciatine via i Turchi.

Scipione Mazzella visse dalla metà del XVI secolo fino ai primi anni del successivo, Girolamo Marciano dal 1571 al 1628, Domenico Tommaso Albanese dal 1638 al 1685. L’unica cosa certa è che non è possibile distinguere nella pubblicazione appena indicata se il pezzo citato sia da ascrivere al testo originale del Marciano o alle aggiunte dell’Albanese ma, siccome esso appare come una parafrasi di quello del Bacco (da sempre è più facile allungare che sintetizzare …), a sua volta parafrasi di quello del Mazzella, ritengo, non fosse altro che per motivi cronologici, quest’ultimo il padre di stizzoso.

Concludo dicendo che la sfuriata del Castromediano fu accolta perché direi che il delfino dell’attuale stemma della provincia di Lecce (prima immagine in basso) ha perso molto della sua squamosità, pur conservando l’atteggiamento stizzoso. Ed è anche, sia pur dall’alto in basso (era il contrario nell’iconografia precedente), verticalmente guizzante, così come appare, sia pure orizzontalmente invertito, a partire dal 1498 nella marca tipografica di Aldo Manuzio (seconda immagine in basso), alla quale il Castromediano non poteva non riferirsi, quasi un ritorno alle origini polemicamente ricordate con Il Delfino che assume ci venne dai nostri vetustissimi padri, come si osserva nelle loro monete di Taranto, Brindisi, ecc. (terza e quarta immagine in basso).

Resterà così?

 

immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
immagini tratte rispettivamente da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/c/cc/Provincia_di_Lecce-Stemma.png e http://edit16.iccu.sbn.it/web_iccu/imain.htm
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jpg
moneta di Taranto ( IV secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/taras/Fischer_649.jp
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg
moneta di Brindisi (III secolo a. C.); immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/brundisium/AEUncia.jpg

 

 

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1 Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale relatore duca Sigismondo Castromediano, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, pagg. 22-23.

2 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827.

3 Il Mommsen in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

L. G. De Simone in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese.

Dello stesso parere Luigi Maggiulli e ancora Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere.

 

 

 

 

 

 

 

Sigismondo Castromediano

SIGISMONDO CASTROMEDIANO

di Lymburgh

Nella storia del Risorgimento salentino Sigismondo occupa un posto preminente

di Rino Duma

il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)
il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)

Sigismondo Castromediano nasce a Cavallino il 20 gennaio 18111 da Domenico, marchese di Cavallino e duca di Morciano, e da A. Teresa dei marchesi Balsamo. Consultando le memorie della famiglia, si legge che essa discende da Kiliano di Lymburgh della Franconia, sceso in Italia, nel 1155, alla testa di un consistente esercito in aiuto di Guglielmo il Malo contro il pontefice Adriano IV.

Della sua adolescenza si conosce molto poco. All’età di otto anni, inizia a frequentare gli studi presso il Real Collegio di Lecce, situato nell’ex Convento di San Francesco della Scarpa; poi, a 18 anni, forse per motivi familiari, è costretto ad abbandonare la scuola, senza conseguire alcun titolo di studio.

Tra gli anni ’30 e ’40, Sigismondo trascorre la sua giovinezza tra tanta noia e con poco entusiasmo. Si legge nelle sue Memorie “…Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni, altro non merita”.

Si dedica alla campagna per curare gli interessi di famiglia, ma, nei momenti di riposo, compone poesie, scrive novelle, si diletta a riportare su fogli di carta riflessioni sul momento politico poco felice in cui versa il Salento e il Regno delle Due Sicilie.

Meritano giusta menzione i sonetti “Per Ippolita Colonna Principessa di Francavilla” (1832), sonetto; “Marco Giunio Bruto” (1835), sonetto; “Bambino sognante” (1836), breve lirica in versi doppi senari.

Tra i lavori in prosa, invece, si ricorda lo “Schizzo del mio carattere” (1839), breve scritto autobiografico; “Caballino – Cenno panografico” (1839); “Carità italiana” (1846) breve racconto storico.

Nel 1839, dopo anni e anni di continui litigi tra i vari eredi, il palazzo feudale di Cavallino viene diviso per sentenza del giudice in numerose quote, cosicché Sigismondo è costretto ad abbandonare l’antica dimora insieme alla madre e ai fratelli. Il padre, inetto e poco di buono, abbandona la famiglia e va a vivere a Napoli. Gli anni che seguono sono molto tristi e segnati dalla morte del fratello Gianbattista (1840) e la sorella Gaetana (1845).

sigismondo_castromediano

Comincia ad interessarsi con maggiore continuità di politica; frequenta salotti letterari e politici a Lecce, conosce molti esponenti liberali salentini, tra cui il medico Gennaro Simini, i gallipolini Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Emanuele Barba e Antonietta de Pace, i leccesi Salvatore Stampacchia e Giuseppe Libertini, il manduriano Nicola Schiavoni Carissimo, il magliese Oronzo De Donno ed altri. Nella mente cominciano a lievitargli i primi pensieri liberali, ma è ancora incerto e titubante se sposare la causa monarchica costituzionale o quella repubblicana. Alla fine propende per la prima e s’impegna con ogni forza per diffonderla.

A fine gennaio 1848, re Ferdinando II, pressato dal popolo, che invoca a gran voce la Costituzione, dagli altri regnanti italiani, che l’hanno ripetutamente promessa ai propri cittadini, e dal pontefice Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione, pur tra tante limitazioni.

I liberali e i repubblicani ritengono che sia poco democratica e liberale, cosicché, tramite i propri rappresentanti in seno alla camera dei Deputati, reclamano importanti modifiche, che sono immediatamente respinte dal monarca.

Dopo i duri alterchi tra le parti, si arriva all’ineluttabile sommossa del 15 maggio tra i repubblicani e la guardia nazionale da una parte e la polizia borbonica dall’altra. Quest’ultima, meglio armata e ben organizzata, ha facile sopravvento sulle masse popolari, attestate sulle barricate di Via Toledo e Via Santa Brigida. La repressione di Ferdinando è immediata e spietata.

A questo punto, scatta nella mente di Sigismondo l’idea di combattere con ogni energia il dispotismo del re borbonico, reo di non aver mantenuto le promesse e di aver sospeso sine die la Costituzione.

Rientrato a Lecce, Sigismondo, insieme ad altri patrioti, sceglie di onorare e servire sino in fondo l’ideale democratico e libertario per il quale si era da sempre battuto. Nel mese di giugno viene costituito nel capoluogo salentino il Partito Patriottico Provinciale, alla cui presidenza è eletto il gallipolino Bonaventura Mazzarella, mentre come segretari sono scelti Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno, Alessandro Pino e Sigismondo Castromediano. Questo incarico, insieme a quello di redattore del giornale salentino di ispirazione repubblicana il “Troppo Tardi”, gli costerà molto caro.

Informato che i gendarmi gli stanno dando la caccia, Sigismondo, grazie all’aiuto di alcuni parenti, si nasconde in una casetta di campagna. Nel mese di settembre sono catturati Nicola Schiavoni Carissimo, il sacerdote don Nicola Valzani, l’operaio Michelangelo Verri e lo studente Leone Tuzzo. Purtroppo anche per lo stesso Sigismondo scattano le manette il 30 ottobre 1848.

Così il duca di Cavallino descrive, nelle Memorie, il suo arresto: “Ad esular quindi mi decisi anch’io, e non potendo dal mio covo ricercare i mezzi, fu giocoforza andarli a rinvenire in Lecce. Ma quando un imbarco per l’Albania erasi convenuto, fui tradito, e al terzo giorno arrestato…” con la pesantissima accusa di «cospirazione commessa in illecita associazione per più giorni dal 29 giugno suddetto in poi, ad oggetto di distruggere il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale».

Il processo si protrae per lungo tempo ed è una disgustosa farsa. L’avvocato difensore Pasquale Ruggieri, dopo avere scagionato il suo assistito fornendo evidenti prove, esalta, con un’appassionata arringa difensiva, la figura del Castromediano, definendolo “uomo ineccepibilmente onesto e cittadino lealmente liberale, privo di qualsiasi colpa, se non quella di aver amato fortemente e sinceramente la Patria”.

Il Pubblico Ministero Chieco, un ex carbonaro, chiede per il Castromediano, lo Schiavoni, il Verri e il Tuzzo la pena «dell’ultimo supplizio», cioè l’impiccagione “al laccio col terzo grado di pubblico esempio, cioè da trascinarsi sul luogo del patibolo a piedi nudi, coperti di tunica nera, col velo sul volto e alle spalle una tabella d’infamia”.

Purtroppo, la richiesta di pena capitale è pronunciata, non tanto per le colpe a lui addebitate, ma quanto perché Sigismondo è un nobile, un discendente dei baroni, marchesi, duchi Castromediano, signori feudatari sempre privilegiati, sempre favoriti dai Sovrani napoletani. Il Pubblico Ministero, infatti, chiede la massima pena adducendo le seguenti motivazioni: “… È comprensibile la ribellione di un civile, di un intellettuale borghese, ammissibile pure la rivolta di un popolano, ma non è immaginabile, e perciò stesso maggiormente punibile, il tradimento di un nobiluomo!”.

Buon per Sigismondo che il Tribunale trasformi la condanna a morte in un una detenzione ad anni trenta.

Il cavallinese, dapprima viene rinchiuso nelle carceri dell’Udienza a Lecce, dove assiste impotente alla morte dell’amico carissimo Epaminonda Valentino, e poi trasferito nelle luridi prigioni di Montefusco prima e Montesarchio poi, dove vi rimane sino al 1859. Molto emblematica è la scritta che campeggia all’ingresso del primo carcere.

Chi trase a Montefusco e poi se nn’esce
po’ di’ ca ‘n terra ‘n’ata vota nasce”.

Qui le condizioni degli incarcerati sono estremamente inumane: le celle sono molto umide e prive di finestre; la luce filtra attraverso lo spioncino della porta. I detenuti sono legati a due a due per le caviglie, con una catena a sedici maglie, lunga tre metri e mezzo, pesante dieci chilogrammi, cosicché ogni movimento dell’uno, deve essere necessariamente fatto dall’altro, anche durante i momenti intimi dei bisogni fisiologici. I pagliericci sono pieni di parassiti, le muffe inverdiscono le pareti e nell’ambiente numerosi topastri scorazzano liberamente, infastidendo i detenuti, soprattutto durante le ore notturne, con dolorosi morsi che provocano incurabili ulcere e piaghe. Le razioni alimentari sono scarse e poco energetiche, il clima è estremamente insalubre e freddo, sicché le condizioni di salute dei reclusi scadono di giorno in giorno, divenendo molto precarie. Alcuni amici di Sigismondo muoiono di stenti o si ammalano gravemente; lui stesso soffre maledettamente di reumatismi agli arti.

Finalmente, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II concede la grazia a tutti i condannati del processo di Lecce, con l’obbligo dell’esilio negli Stati Uniti d’America. Il bastimento Stromboli che trasporta gli esiliati, dopo aver varcato lo stretto di Gibilterrra, si dirige, grazie ad un abile stratagemma, in Irlanda. In seguito Sigismondo si reca con gli altri profughi in Gran Bretagna e poi a Torino. Qui viene ben accolto dal Cavour e qui rimane sino alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nel 1861 si presenta come candidato nel collegio di Campi Salentina al nuovo Parlamento italiano ed è eletto, riportando un gran numero di preferenze. Si trasferisce a Torino e vi rimane sino al 1865. Risiedendo nella capitale, Sigismondo prende a frequentare il salotto della famiglia Savio di Bernstiel. Ben presto la baronessa Adele Savio, giovane di vent’anni, è toccata da spontanei impulsi di ammirazione e di stima per il cinquantaduenne di Cavallino. Più volte il duca, innamorato della giovane nobile, pensa di manifestarle il proprio amore, ma, essendo molto più anziano di lei, soffoca il desiderio e rinunzia all’idea del matrimonio. L’amore tra i due rimane sempre puro e ideale.

Scaduto il mandato parlamentare, si candida nuovamente, ma questa volta non viene eletto. Egli non si amareggia più di tanto per l’insuccesso, anzi, scrivendo a un amico, gli dice: ”…del resto vengano i nuovi, e, se sapranno fare meglio di noi, siano i benvenuti”.

Rientra nel Salento quando ormai il suo organismo è cagionevole: la lunga detenzione, infatti, ha lasciato un segno evidente sia nel corpo sia nello spirito. L’uomo non ha più i grandi entusiasmi d’un tempo, ma, ciò nonostante, si distingue come consigliere provinciale.

Nella sua Cavallino ora può riprendere a vivere come ai tempi giovanili, curando i grandi interessi per l’archeologia, dilettandosi a seguire le colture campestri dei vecchi contadini e dedicandosi alla stesura definitiva delle sue “Memorie”, dove emerge un commovente spaccato delle condizioni di vita dei detenuti nelle orribili carceri borboniche. Nel 1868, su sua istanza, è fondato il Museo archeologico per la tutela, la raccolta, la conservazione, l’esposizione dei reperti e degli oggetti rari, preziosi e interessanti.

Con l’approssimarsi della vecchiaia, la salute è sempre più precaria: ha molta difficoltà nel deambulare, la vista peggiora di giorno in giorno, il suo corpo si spegne lentamente.

Il 26 agosto 1895, nell’antico palazzo paterno, l’insigne patriota serenamente chiude gli occhi al sonno della morte tra le amorevoli premure dell’inseparabile baronessa Adele Savio, unico suo grande amore.

1 Alcune fonti asseriscono che sia nato il 22 gennaio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Per una storia della cartapesta leccese. Come nasce la cartapesta

cartapesta

di Cristina Manzo

 

Lecce, in su l’estrema punta d’Italia, è una piccola città molto interessante: belle chiese si ammirano di stile barocco, negozi eleganti risplendono come in una capitale e, quello che è più strano, vi suona una parlata che non è pugliese: pare toscana, ma senza aspirazioni. Che strano negozio è questo? Era la bottega di uno statuario. Per chi lo ignorasse, come io lo ignoravo, le statue delle immagini sacre sono una specialità di Lecce, che data da qualche secolo. Esse vanno per tutte le parti del mondo, Italia, Francia, Spagna, America. Così mi diceva con un certo orgoglio lo statuario. Altrove hanno provato a farle, e non sono riusciti. Sono quelle statue alla grandezza quasi naturale, ben drappeggiate, colorite splendidamente, ben fiorite. Sono quelle che noi vediamo sugli altari, specie delle chiese campestri. Questi santi e sante, immersi nella contemplazione del cielo, evidentemente ignorano i progressi dell’arte. Forse altri pensa, come io pensavo, che fossero di gesso. Macché! Sono di carta, e perciò molto commerciabili per la loro leggerezza, e nel tempo stesso resistentissime per anni ed anni. Nulla di più resistente della cartapesta, diceva lo statuario.”[…] Dunque santi di carta! E lo statuario mi indicava risme di carta grigiastra come quelle dei pacchi, che poi si mutano in statue dei santi. Con speciale processo questa carta diventa pastosa come creta; e si plasmano manti, chiome, come si vuole. Ho visto santi e sante in perfetto nudismo grigio, che poi vengono accuratamente vestiti e coloriti come in un istituto di bellezza.”[1]

 

Così si esprimeva Alfredo Panzini a proposito dell’arte della cartapesta leccese, un’arte le cui origini restano incerte e si perdono nella notte dei tempi.[2]

cartapesta

Di fatto, come sostiene Panzini, non possiamo stabilire con estrema precisione quando, e chi,  iniziò a produrre la cartapesta nel Salento, anche se  parrebbe che alcune statue di cartapesta esistessero in Terra d’Otranto già attorno al quindicesimo secolo. Si potrebbe parlare quindi della prima metà del seicento. Infatti Sigismondo Castromediano, così ci tramanda:[3]

Se dovessi credere a certa tradizione caballinese, la quale asserisce che la madonna che ancora conservo in questo mio avito palazzo, venne ordinata da una mia avola, donna Beatrice Acquaviva, moglie del duca, Francesco de’ Castromediano Sanseverino Marchese di Caballino, direi che già esistesse fin dal secolo diciassettesimo, giacché la nobildonna morì nel 1647.”[4]

La giovane e gentile signora marchesa “donna Bice” aveva portato nel cuore da Napoli a Cavallino un particolare fervore devozionale per S. Domenico di Guzmàn, e facilmente convinse il marito a includere nei progetti edilizi anche la fondazione di un convento per ospitarvi i monaci Domenicani. Subito fu iniziata la costruzione del chiostro con licenza del padre rrovinciale dei Padri Predicatori, con consenso del Rev. Capitolo di Cavallino, con beneplacito di S. E. mons. Scipione Spina vescovo di Lecce. La chiesa del convento fu eretta sullo stesso sito della vecchia cappella di S. Nicolò; contiguo fu costruito il chiostro sul luogo di un vecchio palazzo e al posto di alcune casupole e nell’area di un cortile, di una stalla e di un pozzo. La facciata è piuttosto semplice, decorata da un gruppo scultoreo, ai lati del portale, raffigurante S. Omobono e S. Francesco di Paola, attribuibile all’artista salentino Mauro Manieri da Lecce. L’interno è a croce latina con una sola navata voltata a crociera. Accanto all’altare principale il marchese Francesco Castromediano, feudatario di Cavallino, nonché duca di Morciano e Cavaliere dell’Ordine di Calatrava, fece erigere nel 1637 una cappella di famiglia in origine dedicata a S. Benedetto. Al suo interno è ancora visibile il monumento sepolcrale del marchese e di sua moglie Beatrice Acquaviva d’Aragona. La leggenda narra che alla morte di Beatrice, Francesco decise di seppellirla nella cappella dei Castromediano all’interno della chiesa parrocchiale. In segreto, tuttavia, e d’accordo, con il parroco, ordinò che le fosse estratto il cuore per conservarlo in una grossa urna d’argento fino alla propria morte, quando i loro cuori sarebbero stati racchiusi in un’unica urna.[5] Ora, proprio questa piccola parentesi storica, legata al Salento, di cui siamo a conoscenza, parrebbe suffragare maggiormente, l’ipotesi secondo cui  Lecce acquisì la  preziosa e sublime tradizione  della cartapesta proprio da Napoli, tra il ‘600 e soprattutto il ‘700. Mentre a fondamento della veridicità del periodo, riscontriamo la stessa notizia che riguarda la statua posseduta da donna Bice, anche in uno scritto a cura di Franco Galli, “L’inizio della lavorazione della cartapesta leccese potrebbe risalire al secolo diciassettesimo, infatti, Castromediano riferisce che intorno al 1646, donna Bice Acquaviva possedeva una Madonna in cartapesta.”[6].

Una delle attrattive maggiori di questo nuovo materiale, era rappresentata dal fatto che la cartapesta riusciva ad apparire esteriormente alla stregua di materiali pregevoli, rari e costosi., ma al tempo stesso era facilmente maneggevole e plasmabile, cioè si modellava con estrema facilità, ed aveva un peso specifico a lavoro ultimato, molto inferiore agli altri materiali conosciuti ed usati sino ad allora, come la pietra, il marmo e il legno.

cartapesta

A Napoli, dove era in uso già da tempo, veniva impiegata anche per le maschere, durante le recite teatrali, ed è  sempre qui che  nascono le numerose figure sacre di Santi, che ancora oggi si possono ammirare all’interno delle chiese o durante le processioni. Inoltre Napoli risulta essere stata la patria per eccellenza dei presepi in cartapesta. Il figuraro e il madonnaro nel diciassettesimo secolo erano diventati lavoratori specializzati incoraggiati dallo stesso re di Borbone, Carlo III, mentre la regina Amalia di Sassonia faceva lei stessa gli abiti per le statue.[7]

Ma sul rapporto con Napoli torneremo.

Tuttavia ci si potrebbe chiedere, per quale motivo i leccesi avvertirono l’esigenza di interessarsi a quest’arte? “La cartapesta – sosteneva Vittorio Bodini – è figlia della noia leccese. Basta solo vedere dove è nata, nelle botteghe dei barbieri…A Lecce il più glorioso capitolo scritto dai barbieri è la cartapesta.”[8]

Non possiamo negare che ciò corrisponda in parte a verità, perché furono davvero i barbieri a lavorarla tra i primi. I figari salentini ne fecero ben presto il passatempo preferito.

Ma è anche credibile quello che si domanda  il Ròiss, quando scrive “ Verso il 1841 la classe dei barbieri aveva preso a imitare e a copiare i lavori dei cartapestai, interessata ai guadagni  che essi procuravano?”[9]

In effetti uno dei motivi fu sicuramente questo; le richieste aumentavano, i guadagni non mancavano, i pagamenti erano in contanti e alla consegna, così molti furono i barbieri che diedero una svolta alla loro arte, cambiando attrezzi e mestiere. Era il periodo aureo della cartapesta, quello che il Ròiss chiama “dell’artigianato artistico, il più lungo, che va dalle origini sino al 1915.[10]

cartapesta

Da alcune fonti storiche sembrerebbe che la cartapesta sia stata impiegata per la realizzazione degli archi eretti in onore della consorte di Ferrante Gonzaga, quando nel 1549 arrivò a Lecce, così come sembrerebbe essere stata impiegata ripetutamente per l’allestimento di addobbi e strutture apposite durante tutte le feste e le cerimonie  che popolavano anticamente la nostra Lecce Barocca.

Ma, anche in questi casi non si ha ancora una tecnica autonoma. Possiamo tuttavia affermare che a livello di domanda sociale c’erano invece tutte le condizioni affinché una tecnica del genere si sviluppasse: tra le fine del sedicesimo e per tutto il diciassettesimo secolo; infatti, la città diventa, dopo Napoli, il centro del Mezzogiorno più ricco di insediamenti religiosi.[11]

La definizione più esatta, di questa materia plastica, come la chiamano alcuni, continua ad essere quella più antica rinvenuta in un dizionario enciclopedico edito a Venezia nel 1830, “carta macerata in acqua e ridotta liquida o in pasta”[12].

In tutti i  dizionari linguistici: inglesi, francesi e tedeschi essa viene definita con un unico termine, uguale per ogni idioma: papier maché.

La cartapesta è nata come espressione di arte povera, essa infatti utilizzava solo materiali di scarto che non potevano influire in nessun modo sull’economia già povera degli umili artigiani che la lavoravano. I materiali erano la vecchia carta, il filo di ferro, la segatura, la paglia, stracci, colla fatta in casa e gesso.

La colla si otteneva mescolando in un pentolino acqua e farina, e cuocendo il miscuglio a fuoco lento fino ad ottenere un liquido trasparente. Una volta costruita l’anima del pupo e avergli dato forma con gli strati di carta pressata e la colla, si poteva decidere o di fiammeggiarne l’esterno, lasciando così l’opera al naturale, che assumeva una colorazione tra il verdastro e il marrone, oppure di colorarla con più colori.

cartapesta

I coloranti erano ricavati da sostanze naturali, soprattutto di origine vegetale e animale che si trovavano e si trovano tutt’ora in natura, ma i costi erano molto elevati e la preparazione lunga e laboriosa, così come l’applicazione. Uno dei più costosi era  il colore blu. I pigmenti blu erano due: l’oltremare, che veniva ottenuto dai lapislazzuli, quindi molto prezioso, e l’azzurrite. Esso veniva usato maggiormente in quadri religiosi per rappresentare il cielo e la Madonna o le sante, e  la chiesa, a causa dei costi proibitivi era davvero l’unica a potersi permettere una tale spesa.

Le tonalità della  terra: ocre, marroni, giallini e un po’ di rossi, si  potevano creare con pochi elementi naturali facilmente reperibili e quindi erano nell’uso della tinteggiatura quelli più diffusi.

Per ottenere la brillantezza del colore si ricorreva a  piccoli frammenti di conchiglie, che venivano polverizzate e mischiate al pigmento colorato.

Con tali semplici e umili ingredienti artistici, quest’arte, oramai importantissima, è riuscita ad  acquisire un prestigio autorevole riconosciuto ormai in tutto il mondo. Abbiamo già detto che le chiese sono state per lungo tempo le maggiori istituzioni committenti delle opere di cartapesta. Uno dei motivi è sicuramente la leggerezza del composto, che diminuiva di molto il peso delle statue rispetto a quelle realizzate in legno, in ferro o in bronzo, e sicuramente anche la dolcezza delle espressioni dei volti e delle fattezze, che si potevano ottenere con un materiale così morbido da lavorare, così plasmabile. Gli artigiani, dunque, facendo di necessità virtù, cominciarono a specializzarsi, e ad affinarsi nella loro sottile maestria, per la realizzazione di statue di santi.

Negli animi dell’epoca, l’arte del sacro in cartapesta nasce come impegno religioso, come contributo personale al fiorire di un sentimento  che trova nelle nuove chiese cristiane il luogo privilegiato di espressione.

La realizzazione di numerosi lavori sacri in cartapesta ebbe la funzione di richiamo al culto dei fedeli attratti da vere e proprie opere nelle quali si riflettevano i tratti caratteristici della religiosità salentina.

Sin dai tempi più remoti l’uomo ha avvertito il bisogno di esternare il proprio credo  attraverso i riti e la realizzazione di simulacri con effigi di divinità alle quali veniva spesso attribuito un aspetto antropomorfo.

Con l’’iconoclastia  (dal greco εἰκόν – eikón, “immagine” e κλάζω – klázo, “distruggo”) che è stato un movimento di carattere politico-religioso sviluppatosi nell’impero bizantino intorno alla prima metà del secolo VIII, la cui base dottrinale era l’affermazione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in una forma di idolatria, detta “iconolatria”[13], ci fu la convinzione di dover necessariamente distruggere tutto il  materiale iconografico. Solo in tempi più recenti, la chiesa cattolica ha fatto sì che arte e religione, bellezza e fede fossero  interdipendenti, e possiamo  ipotizzare che in occidente difficilmente avremmo avuto uno sviluppo dell’arte, una storia dell’ arte, una disciplina chiamata estetica, se il secondo concilio di Nicea[14] nel 787 non avesse approvato il culto delle immagini. Le immagini sacre non sono destinate, però, ad essere venerate come degli idoli, ma servono per richiamare alla memoria e per venerare il santo rappresentato. Bisogna pensare che una statua sacra, qualsiasi santo essa rappresenti, non possiede in sé la sacralità; è il rapporto tra essa e il credente che fa sì che l’oggetto, il simbolo, realizzato in un qualsiasi materiale acquisti contenuto spirituale. Non è, perciò, una questione di materia, o di struttura, ma di relazione tra il credente e la statua, tra l’uomo e l’oggetto che, senza la presenza del primo, non avrebbe alcun significato. Il simulacro in questo modo diventa l’oggetto che media, che si fa carico delle sofferenze e delle attese di quell’ umanità che ripone la speranza in esso, per un riscatto terreno e per una sopravvivenza eterna.

cartapesta

La statua considerata così come confine di varco, come limes, diventa finestra tra visibile e invisibile, appartenendo a  due mondi: l’aldiquà e l’aldilà, è posta tra il tempo e l’ eternità.

Naturalmente, la maestria dell’artista sta nel far sì che l’immagine da lui plasmata riesca a rendere, espressivamente, il più possibile quei sentimenti idealizzati dal credente. Le effigi religiose perciò costituiscono oggetto di studio nel quale si intersecano aspetti e contenuti diversi.

Così la cartapesta, materia povera, si affermò come alternativa economica alle costose statue in legno o in pietra e, nelle mani degli artisti dell’Ottocento e del Novecento, assunse grandi possibilità plastiche e consentì la realizzazione di grandi opere ancora visibili in moltissime chiese della zona.

Molte furono le botteghe artigiane aperte nel capoluogo salentino a seguito del diffondersi della fama di quest’arte, e molte furono le zone dove gli artigiani del posto furono chiamati a fare dimostrazione della loro abilità.

All’inizio, parlando di territori al di fuori dell’Italia, fu l’Inghilterra il paese dove questo materiale riscosse maggiore successo, a partire dalla seconda metà del Settecento. Infatti, da quel momento, la cartapesta venne impiegata al posto dello stucco nelle decorazioni di soffitti e muri. Intorno al 1760, per i lavori di costruzione e rifinitura della chiesa di West Wycombe vennero chiamati operai italiani e questo evento fu una delle saldature fra la tradizione italiana più antica e le nuove diramazioni che l’attività sviluppò in Inghilterra successivamente[15].

Tornando  nel Salento, i primi tangibili riconoscimenti di quest’arte  si hanno alla fine del Seicento, quando in città viene realizzato in cartapesta il controsoffitto della chiesa di Santa Chiara, ad imitazione di quello in legno, più pesante e oneroso. Il soffitto di Santa Chiara fu realizzato in vari pezzi che vennero poi montati sul posto, nel 1738. Diverse fonti attribuiscono questo soffitto a Mauro Manieri che in quegli anni operava per conto del vescovo di Lecce in Piazza Duomo.

Abbiamo poi un’opera antica del  1782, firmata Pietro Surgente (1742-1827), detto mesciu Pietru te li Cristi, un nomignolo  che gli fu attribuito proprio per la sua attività: è un S. Lorenzo ubicato a Lizzanello nell’antica chiesa dedicata al Santo. Gli storici seriori, tra i quali Nicola Vacca (Appunti storici sulla cartapesta leccese, 1934), non riuscendo a collocare la cartapesta in contesti più generali, hanno cercato di nobilitare la materia rintracciandone gli incunaboli[16], ora in questa, ora in quest’altra opera seicentesca. Furono sforzi destinati al fallimento, minati alla base, non tanto da un inconcludenza metodica, quanto da errori valutativi veri e propri, perché, a scorrere gli inventari delle istituzioni ecclesiastiche o quelli post mortem dei salentini del diciassettesimo secolo, non si trova il minimo accenno a statue in cartapesta.[17]

Anche Pietro Marti avanzò l’ipotesi secondo la quale le origini della cartapesta leccese possono esser fatte risalire ai primordi del secolo diciassettesimo, quando il moltiplicarsi dei templi e delle fraterie e la universalità della Compagnia di Gesù, volendo dare sviluppo al culto esterno, domandarono alle arti una miriade di lavori, dovunque e comunque concepiti[18].

 


[1] Cit. da  Costumi, cartoline, cartapesta, a cura di A. Sabato, Lecce, 1993, pp177-18

[2] Mario De Marco, La cartapesta leccese, Edizioni del Grifo, 1997, pp.5,6

[3] Idem, p.9

[4] Cit. da Sigismondo Castromediano, L’arte della cartapesta in Lecce, in “Corriere Meridionale”, IV, n 17, Lecce, 1893, p.2 ( la Madonna in cartapesta di donna Bice Acquaviva, di delicatissima fattura, è tutt’ora conservata nel palazzo ducale di Cavallino).

[5]  Don Francesco (1598-1663), segnò l’epoca più splendida del casato de’ Castromediano del ramo cavallinese, progredito con lo sfruttamento delle vaste proprietà terriere e dei residenti vassalli d’ogni ceto. Egli sin da giovane si esercitò con passione nell’equitazione competitiva e nell’uso delle armi.,dimostrò la sua abilità e perizia dapprima nel corso del servizio militare prestato con il grado di Capitano nell’esercito di re Filippo IV di Spagna, e poi nei tornei e nelle giostre che si organizzavano a Lecce, a Nardò, a Gallipoli, a Conversano, a Bari; alcune volte si recò sino a Napoli per cimentarsi a singolar tenzone con altri cavalieri in spettacolari incruenti duelli; e alla presenza di nobiluomini boriosi, di dame vanitose, di donzelle ammirate, il prode baroncino cavallinese si esaltava e riusciva molto spesso vincente. Era un giovane aitante e altero don Francesco, orgoglioso delle prerogative feudatarie, geloso dei privilegi della casata, fiero delle benemerenze degli avi, superbo della propria discendenza paterna e ora pure di quella materna, tanto che volle prendere per sé i due cognomi Castromediano e Sanseverino, e anche nello stemma di sua famiglia volle inquartare gli emblemi delle due casate. L’anno 1627 i residenti cavallinesi assistettero impressionati e compiaciuti a un avvenimento memorabile. Le settimane precedenti, guidati dai fattori del marchese, avevano ripulito le strade e le piazzuole del casale e incalcinato le facciate delle case; diretti da un architetto, avevano appeso ghirlande di fiori per le vie e innalzato archi di trionfo. Tutti vestiti a festa poterono vedere arrivare tutta la nobiltà di Terra d’Otranto: principi, conti, duchi, marchesi, baroni, cavalieri, con le rispettive consorti, che venivano a Cavallino per partecipare alle feste organizzate in occasione delle nozze di don Francesco Castromediano Sanseverino con la nobile damigella Beatrice, figlia diciottenne di don Giovanni Acquaviva d’Aragona dei Conti di Conversano e Duchi di Nardò. Notizie storiche tratte dal sito “ www.antoniogarrisiopere.it/28_c22_I—-Castr—–.html”

[6] L’ultima cartapesta, divagazioni su Lecce settecentesca ed una poesia di Vittorio Bodini, “Quaderni della Banca del Salento”, n. 1, a cura di Franco Galli, 1975.

[7] Natale, storia, racconti, tradizioni, Ed. Paoline,  2005, p. 105.

[8] Cit. da R. Barletta, Appunti e immagini su cartapesta, terracotta, tessitura a telaio, Fasano, 1981, p. 4

[9] Ròiss (Franco Rossi) Cartapesta e cartapestai, Maestà di Urbisaglia, Macerata 1983, cit. p.117

[10] Idem, cit. p. 84

[11] Caterina Ragusa, Guida alla cartapesta leccese. La storia, i protagonisti, la tecnica, il restauro, A cura di Mario Cazzato, Congedo editore,1993, pp.6,7

[12] A. Bazzarini, Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere ed arti, Francesco Andreola, Venezia 1830-1837.

[13] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

[14] Il secondo concilio di Nicea fu convocato nel 787, su richiesta di papa Adriano I, dall’ imperatrice d Oriente Irene, per deliberare sul culto delle immagini, proibito nel 726 da un editto imperiale di Leone III l’Isaurico e dal concilio tenutosi a Costantinopoli nel 754, nonostante l’ opposizione di papa Gregorio III, che fu costretto a recarsi a Bisanzio e ritrattare. Il concilio negò l’ ecumenicità del concilio del 754 e dichiarò la liceità del culto delle immagini.

[15] L. VALGENTINA, Muse, De Agostini, Novara 1965, vol. III, p. 120.

[16] Con il termine incunabolo (o incunabulo) si definisce convenzionalmente un documento stampato con la tecnologia dei caratteri mobili e realizzato tra la metà del XV secolo e l’anno 1500 incluso. A volte è detto anche quattrocentina.

[17] Caterina Ragusa, Guida alla cartapesta…, cit., pp.5,6

[18] P. MARTI,  La modellatura in carta, Tip. Ed. Salentina, Lecce 1894. (opuscolo)

Lecce. Il monumento a Sigismondo Castromediano

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

Occorre fare un passo indietro per conoscere la storia di questo manufatto e dell’uomo che l’ha ispirato. Si può seguire questo percorso leggendo il monumento che racchiude i momenti salienti della vita di questo grande personaggio, non solo patriota e poi deputato salentino della prima legislatura del Regno d’Italia, ma anche infaticabile custode della storia della nostra terra.

Il monumento, opera dello scultore Antonio Bortone (1844-1938), fu commissionato nel 1898 da Giuseppe Pellegrino, all’epoca Sindaco di Lecce, e, realizzato grazie ai contributi di Umberto I il Ministero l’Amministrazione Provinciale / il Capoluogo i comuni cittadini[1], fondi in parte raccolti grazie alla sottoscrizione aperta da Adele Savio, la nobildonna torinese cui Castromediano dedicò le Memorie[2].  Pellegrino insistette molto per farlo realizzare, tant’è vero che Bortone gli scrisse: «Se il monumento a Castromediano è veramente piaciuto ne sono essenzialmente contento per te mio buon amico che per vedere attuato quel tuo nobilissimo pensiero hai dovuto sopportare non poche amarezze e lottare molto»[3].

Bortone ha ritratto il Duca in piedi, appoggiato con la mano sinistra a una sedia, dov’è stata posata frettolosamente una coperta. Reca nella mano destra, porgendolo al visitatore, il manoscritto delle sue Memorie, l’opera in cui racconta i moti del 1848, la condanna, gli undici anni di carcere, l’esilio.

Potrebbe aver voluto rappresentare idealmente uno dei momenti più significativi della vita di Sigismondo Castromediano: l’incontro tra il duca e

Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari

Libri/ Rossella Barletta, Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari, Capone Editore

 

Pietra su pietra

di Maurizio Nocera

Perché interessarsi ancora (e sempre) dell’architettura rurale pugliese? Perché attraverso lo studio ed il recupero di questa realtà noi possiamo conoscere le origini, i costumi, le tradizioni di chi ci ha preceduto, di chi ha segnato questo territorio con il lavoro e con la speranza di lasciare testimonianze vive e utili alle generazioni che sarebbero venute. Ma anche per tentare, dopo decenni e decenni di abbandono, di progettare per dette aree un loro riutilizzo attraverso una riqualificazione ambientale, e così poter ritornare a rivivere e ad essere utili per i nuovi orizzonti turistico-culturali. Per fare tutto ciò, però, occorre avviare progetti e studi che identifichino e descrivano dettagliatamente le aree rurali, per le quali occorre poi tracciare le necessarie linee di intervento per la riqualificazione ed il loro recupero funzionale.

È importante quindi avere come obiettivo immediato il recupero dei trulli dell’area della Murgia brindisina, barese e tarantina, il recupero delle “pajare” e delle “caseddhe” del Salento, di quelle del foggiano e della Bat, infine occorre recuperare il vasto patrimonio dei muretti a secco che, per migliaia di chilometri, insistono in tutta la regione. Studiare le aree rurali pugliesi significa narrare la loro secolare storia; significa descrivere le loro caratteristiche costruttive; significa conoscere la differenza tra trullo primordiale e trullo evoluto, tra trullo e “pajara” o “furneddhu”, e tra questi e le “caseddhe”. Ciò è per noi importante per capire l’evoluzione della caratteristica struttura abitativa rurale dei pugliesi.

Il Risorgimento in Puglia

Giuseppe Pisanelli

di Paolo Rausa

Il Mezzogiorno d’Italia ha svolto un ruolo non secondario nel processo risorgimentale, con un contributo notevole di vite perdute, per lo più sottaciuto nei documenti storici e nelle cerimonie ufficiali rievocative. Il Sud aveva per tempo già dato prova della sua vocazione repubblicana nella breve e tragica esperienza istituzionale della Repubblica Napoletana nel 1799 e poi nei moti rivoluzionari del 1820-21 e del 1848.

Anche la Puglia è stata componente significativa di questo lungo processo storico-culturale, che ha coinvolto i figli della borghesia e i semplici cafoni. A cominciare da Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli e fulgido esempio di donna coraggiosa e intelligente, che è andata oltre le convenzioni che discriminavano le donne. Al grande giurista e politico tricasino Giuseppe Pisanelli (18121879), autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia ed esule per la sua azione di animatore contro la monarchia borbonica, poi nominato Ministro di Grazia e Giustizia da Garibaldi e confermato nel Governo nel nascente Regno d’Italia. A  Sigismondo Castromediano di

25 Aprile. Il contributo dei Salentini alla liberazione dell’Italia dal Nazifascismo

 

di Maurizio Nocera*

Ricorre quest’anno il 64° anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, entrata in vigore l’1 gennaio 1948. Si tratta di una data storica per il popolo italiano, che ancora una volta si vede costretto a dover lottare per difenderla da chi la vorrebbe stravolger  e deturpare. Per avere un’idea del periodo incredibile che stiamo vivendo, si pensi, ad esempio, all’ultima assurda proposta di un disegno di legge da parte di cinque dissennati parlamentari del partito di Berlusconi, che avrebbero voluto depennare la XII norma finale della Costituzione, che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.

C’è chi crede che basti rivedere e cambiare qualche titolo ad un libro di storia oppure raccontare una favola in più nel tanto chiassoso, fastidioso, retorico e continuo apparire in pubblico, per stravolgere il significato di eventi storici così grandi e così alti nella coscienza civile degli italiani. Coloro che intendono stravolgere i significati profondi della nostra storia e i principi sacrosanti della Carta fondamentale dello Stato si sbagliano, perché la lotta di Liberazione e la Resistenza partigiana, condotte  con spirito di abnegazione da centinaia di migliaia di uomini e donne in ogni parte d’Italia, a volte fino all’olocausto della propria vita, sono tuttora valide,

Lecce. Le offese al monumento a Sigismondo Castromediano. Bisogna porre rimedio!

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

 

Kia + Gigi 12/10/10 Gigi ti amo by la tua Kia.

Kia conosci la storia del marmo su cui hai immortalato la tua dichiarazione d’amore? Lo sai che Sigismondo Castromediano, quell’omone in bronzo che porge un libro, non è solo il nome del Museo visitato durante qualche gita scolastica? Lo sai che hai impresso la tua firma a fianco a un elenco di nomi di persone che nel 1848 hanno sacrificato la loro libertà per perseguire un ideale?

ph Giovanna Falco

E che dire dei tanti altri “geroglifici” che imbrattano il monumento a Sigismondo Castromediano, posto al centro della piazzetta omonima sita a metà strada tra Palazzo Carafa e Palazzo dei Celestini? Per non parlare della macabra ridipintura delle unghie della statua della Libertà!

 
 
 

 

le unghie “smaltate” dal solito buontempone con cattivo gusto (ph Giovanna Falco)

 

 

Cari amministratori, perché in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia non ponete rimedio a questi atti di tracotanza giovanile, ripulendo il monumento dedicato agli avvenimenti che in Terra d’Otranto ne hanno permessa l’attuazione? Giacché, potreste correggere gli strafalcioni compiuti da chi in seguito ha messo mano al monumento, trasferendo ai posteri un’errata memoria: per cui Maurizio Casaburi e Francesco Erario, operai di Manduria condannati a nove anni di ferri, passano ai posteri come M. Casapuri e F. Isario, e il leccese don Giovanni De Michele, condannato a tre anni di carcere, è eternato come O. De Michele.

Ci si chiede, inoltre, perché sulla base del monumento è riportata la data MDCCCXII: non si riferisce ad alcun episodio della vita di Castromediano, nato il 20 gennaio 1811 e morto il 20 agosto 1895!

Eppure, nell’accorato discorso inaugurale del monumento a Sigismondo Castromediano, il 4 giugno 1905, Giuseppe Pellegrino declamava: «Noi

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