Gli stemmi dell’antico palazzo Rondachi di Otranto

 Presentazione

di Marcello Semeraro e Antonella Candido

 

L’identificazione di stemmi anonimi presenti su edifici, affreschi e manufatti è un esercizio molto importante non solo per l’araldista, ma anche per lo storico dell’arte. Le insegne araldiche, infatti, sono tra pochi elementi in grado di fornire uno “stato civile” (una datazione, una provenienza, una committenza) e un “contesto” all’opera su cui sono riprodotte. Questo più ampio e proficuo approccio nell’interpretazione dei segni araldici manifesta tutta la sua validità scientifica nel caso degli stemmi scolpiti sui resti dei parapetti di due balconi monumentali conservati all’interno del castello aragonese di Otranto.

Come vedremo, l’analisi storico-araldica delle insegne ha consentito di gettare una nuova luce sulle origini e le vicissitudini edilizie dello storico palazzo idruntino di via Rondachi sul quale un tempo erano collocati i balconi.

Per comodità di esposizione, preferiamo iniziare la disamina partendo dal parapetto quasi integro che fa bella mostra di sé nella sala rettangolare del castello (fig. 1).

Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale
Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale

 

Il manufatto è formato da nove lastre rettangolari in pietra locale, scomposte e allineate su una pedana. Sulle sette lastre centrali si ammirano decorazioni in bassorilievo recanti sette busti maschili e femminili in maestà, ognuno dei quali è racchiuso da un serto di alloro, tipico corollario dell’iconografia celebrativa. Sulle due lastre laterali, decorate a traforo, campeggiano due scudi sagomati con contorni mistilinei, di foggia diversa, databili al XVI secolo. Purtroppo, come spesso avviene, e contrariamente a quanto doveva essere in origine, questi manufatti si presentano oggi privi di smalti. Il primo esemplare mostra una colonna con base e capitello, sostenente un putto che impugna con la mano destra una croce latina (fig. 2); il secondo reca nel primo quarto lo stesso stemma, benché stilisticamente diverso, partito con un altro raffigurante un albero nodrito1 su un ristretto di terreno2, movente dalla punta dello scudo (fig. 3).

Fig. 2
Fig. 2. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma
Fig. 3
Fig. 3. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma di alleanza matrimoniale

 

Quest’ultimo esemplare partecipa evidentemente delle caratteristiche dell’arme di alleanza matrimoniale: a destra (sinistra per chi guarda) le insegne del marito, a sinistra (destra per chi guarda) quelle della moglie. Il balcone appare nella sua interezza in una riproduzione fotografica realizzata nel primo decennio del Novecento (1910 ca.) dai fratelli Alinari, dalla quale si evince che esso dominava il prospetto di casa Carrozzini e che gli stemmi erano posizionati ai lati del parapetto (fig. 4).

Fig. 4
Fig. 4 – Balcone di casa Carrozzini, Otranto ca. 1910, stabilimento tipografico dei fratelli Alinari (Archivi Alinari, Firenze)

 

Altre foto d’epoca con altri particolari del suddetto edificio sono contenute fra le illustrazioni del secondo volume del Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli3, pubblicato nel 1912 (fig. 5).

Fig. 5
Fig. 5. Balcone di casa Carrozzini (dal Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli, foto Perazzo).

 

Tuttavia, nessuno dei due stemmi poc’anzi descritti corrisponde all’arme portata dalla famiglia Carrozzini, la quale sia nella versione blasonata dal Montefusco (“un cervo che tira un carro su cui è inginocchiato un uomo nudo con le mani giunte; il tutto sulla pianura erbosa”4), sia in altre varianti lapidee attestate a Soleto, differisce per la presenza di un emblema parlante5 costituito da una carrozza o da una sua parte (la ruota). Ciò significa che la committenza del balcone deve essere ricercata necessariamente altrove. Va premesso che l’identificazione dei titolari si è rivelata un’operazione particolarmente difficile, sia per la scarsità di fonti storiche su questo edificio, sia perché il contenuto blasonico degli stemmi non è facilmente ascrivibile a famiglie note. In casi di questo genere, le ricerche mediante collazione sulle fonti più specificamente araldiche (gli stemmari) possono rivelarsi fruttuose. E così è stato per il primo stemma e per il primo quarto del secondo, mentre si possono formulare solo delle ipotesi a proposito del secondo quarto del partito. Nel celebre Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, lo storico e araldista Amilcare Foscarini descrive un’arme identica, attribuendola ai Rondachi: “una colonna con base e capitello su cui sta un puttino ignudo che impugna colla destra una croce”6. Lo stesso blasone viene riportato nello Stemmario di Terra d’Otranto di Luigiantonio Montefusco7. In entrambi i casi non si hanno indicazioni sulla cromia delle figure e del campo.

I Rondachi furono una nobile famiglia idruntina di origini greche, annoverata fra le più illustri della città dallo storico Luigi Maggiulli8 ed estinta nella seconda metà del Seicento9. Fra il XVI e il XVII secolo la casata possedette vari feudi in Terra d’Otranto, tra i quali vanno ricordati Casamassella, Castiglione d’Otranto, Giurdignano, una quota dei laghi Alimini, Serrano e Tafagnano10. Un Domenico, vissuto nel XVII secolo, fu canonico della cattedrale di Otranto oltre che dotto nelle scienze e nelle lettere11.

Fra le famiglie nobili di Otranto, i Rondachi non furono comunque i soli a vantare un’origine ellenica giacché essa è attestata anche per altre schiatte come i Leondari, i Morisco e i Calofati12. Resta da capire, dopo aver identificato la famiglia di provenienza dello stemma in esame, a quale singolo personaggio detta arma apparteneva. Sfortunatamente non è stato possibile raggiungere questo obiettivo a causa soprattutto della difficoltà di stabilire, sulla base delle fonti a nostra disposizione, dei precisi riferimenti storico-genealogici sui vari membri di Casa Rondachi.

Ancora più problematica risulta essere l’identificazione dello stemma muliebre rappresentato nel secondo quarto dell’arma di alleanza matrimoniale, allusivo, come abbiamo visto, alla consorte di un Rondachi. Ciò dipende da una serie di limiti oggettivi a cui lo studioso va incontro nella lettura dell’arme, legati sia alla composizione araldica in sé, che si presenta acroma e generica nella sua figura principale – il termine “albero” è stato non a caso usato perché non se ne conosce la specie – sia alla lacunosità delle fonti con cui poter fare un raffronto. Va osservato, a tal proposito, che fra tutte le famiglie nobili e notabili idruntine riportate dal Maggiulli e dal Foscarini, solo di alcune di esse si conosce il blasone13.

Fra queste ultime, soltanto i Cerasoli (“d’argento, al ciliegio di verde”14), i Pipini (“d’azzurro, alla quercia al naturale, sostenuta da due leoni controrampanti d’oro”15) e i Dattili (“d’azzurro, alla palma di dattero d’oro, accostata da due stelle dello stesso”16 ) innalzavano un albero come figura principale, ma nessuno dei tre blasoni, nel suo complesso, sembra corrispondere a quello in argomento. Il quadro risulta ulteriormente complicato dal fatto che, come abbiamo poc’anzi ricordato, non disponiamo di solide fonti storico-genealogiche sui vari esponenti di Casa Rondachi, dalle quali avremmo potuto ricavare dati utili per la conoscenza delle insegne araldiche delle rispettive consorti.

Nel corso delle nostre indagini, tuttavia, siamo riusciti a rintracciare una fonte che si è rivelata di notevole importanza. Si tratta di una lettera del 15 ottobre 1893, scritta dal barone Filippo Bacile di Castiglione e pubblicata nel 1935 dalla rivista Rinascenza Salentina17. Storico nonché studioso di araldica, il Bacile apparteneva ad una nobile famiglia di origini marchigiane che possedette in Terra d’Otranto i feudi di San Nicola in Pettorano e di Castiglione d’Otranto, lo stesso, quest’ultimo, che qualche secolo prima era appartenuto ai Rondachi18.

La lettera, indirizzata a Luigi Maggiulli, descrive un viaggio ad Otranto durante il quale il Bacile poté visionare di persona uno storico palazzo di cui all’epoca era proprietario tale Don Peppino Bienna. In quell’occasione egli vide sulla facciata non uno, ma due parapetti che costituivano “la parte più notevole19 dell’edificio. “Quei parapetti hanno in tre lati corti e su fondi a trafori geometrici che indicano il passaggio dal XV al XVI secolo […] tre armi: una sola con una figura; le altre con due, perchè partite, ripetendo però a destra sempre questa figura; e a sinistra un’altra. La prima, dunque, è una colonna, su piedistallo, sormontata da un puttino tenente nella destra una croce. Nelle armi partite vi è 1°: la descritta; 2°: un albero su breve terrazza direi quasi accorciata20.

Il secondo parapetto, posto “in linea quanto divergente dal primo ma, tripartito e con bassorilievi21, conteneva dunque un terzo scudo che replicava la stessa combinazione d’armi per alleanza coniugale che abbiamo osservato nell’esemplare riprodotto nella figura 3. Ammirato dalle fattezze dell’edificio, il Bacile volle cercarne i proprietari originari e seppe era appartenuto alla famiglia Rondachi “che si era imparentata con la Scupoli, a cui dovrebbe appartenere la 2° partizione delle due armi22.

Si tratta di un documento importante perché oltre a confermare la committenza Rondachi, offre anche un indizio per l’identificazione dello stemma muliebre. Di origini ignote e non annoverata dal Maggiulli fra le più illustri di Otranto, la famiglia Scupoli divenne celebre per aver dato i natali a Lorenzo (*1530 †1610), chierico teatino nonché autore del celebre Combattimento spirituale23, e probabilmente anche a Giovanni Maria Scupola, pittore otrantino contemporaneo dei fratelli Bizamano24. Purtroppo non si conoscono altre attestazioni dell’arma portata da questa famiglia.

Allo stato attuale delle nostre ricerche non possiamo pertanto né confermare né confutare l’ipotesi di attribuzione del quarto muliebre suggerita al Bacile che, tuttavia, va tenuta in considerazione in vista di ulteriori, auspicabili approfondimenti. Nella lettera summenzionata si parla anche di un secondo parapetto presente sulla facciata, che dovette essere di dimensioni minori rispetto al primo. Fino a qualche settimana fa i resti di questo manufatto giacevano isolati e decontestualizzati nella sala triangolare del castello.

Tuttavia, grazie al nostro interessamento, si è provveduto a spostarli nell’adiacente sala rettangolare, dove sono attualmente ammirabili. Essi corrispondono perfettamente a quanto descritto dal barone di Castiglione. Si riconoscono tre lastre rettangolari decorate con pregevoli bassorilievi che riproducono diverse figure, comprese tre colonne che sembrano avere una relazione allusiva con l’arma Rondachi (fig. 6).

Fig. 6
Fig. 6. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare delle lastre del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi

Una quarta lastra, che si presenta in uno stato frammentario, reca scolpito su un fondo a traforo uno blasone partito Rondachi – (Scupoli?) del tutto simile a quello raffigurato sul parapetto maggiore, sebbene la composizione risulti stilisticamente differente (fig. 7).

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Fig. 7. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, frammenti della lastra del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi, con stemma partito Rondachi – (Scupoli?).

 

L’analisi dell’araldista salentino presenta, invece, alcuni aspetti problematici per quanto riguarda il numero originario delle lastre del parapetto più grande. Egli, infatti, descrive “cinque scompartimenti racchiusi in elettissimi pilastrini” recanti “cinque medaglioni con teste che sporgono da serti circolari25, mentre se ne contano due in più nelle foto novecentesche di casa Carrozzini e nel manufatto visibile nella sala rettangolare del castello. Riteniamo che questa divergenza si possa spiegare ipotizzando un errore di conteggio da parte dello studioso. Tale supposizione si basa sul fatto che la sequenza dei sette busti raffigurata su ogni pannello difficilmente troverebbe una spiegazione se non venisse considerata come parte integrante dell’intero corredo decorativo della parte frontale del parapetto maggiore, lo stesso manufatto, peraltro, che qualche anno dopo apparirà nella sua interezza nelle riproduzioni novecentesche del balcone di casa Carrozzini.

E’ probabile che ogni busto racchiuso dalla corona d’alloro sia da intendersi come allusivo ad un personaggio di Casa Rondachi e che, di conseguenza, l’insieme costituito dai bassorilievi figurati e dalle insegne araldiche agnatizie e matrimoniali (che all’epoca erano sicuramente radicate nell’esperienza visiva degli osservanti) sia stato ideato per celebrare la famiglia proprietaria del palazzo nonché per ostentarne il rango. E’ bene precisare, però, che allo stato attuale delle nostre indagini queste considerazioni sono e restano delle mere ipotesi, da prendere con le dovute cautele.

Da un punto vista cronologico e stilistico, entrambi i parapetti presentano fattezze ascrivili al XVI secolo, probabilmente opera raffinatissima di Gabriele Riccardi26. Nel primo decennio del Novecento lo storico palazzo sito in via Rondachi dovette subire dei rimaneggiamenti che andarono a modificare in parte la struttura della facciata, tanto è vero che il prospetto dell’edificio, nel frattempo divenuto casa Carrozzini, era costituito da un solo balcone.

Le vicende che interessarono questa dimora nel lasso di tempo successivo a quello documentato dalle foto presentano, invece, non pochi lati oscuri. Stando a quanto si ricava dall’introduzione alla lettera del Bacile – pubblicata, come abbiamo visto, dalla rivista Rinascenza salentina agli inizi del 1935 – a quella data l’edificio non esisteva più perché fu abbattuto a causa delle sue precarie condizioni27. Si apprende che grazie all’interessamento del Maggiulli e della Soprintendenza ai Monumenti della Puglia e alla munificenza della famiglia Bienna, i pezzi del balcone furono smontati, affidati all’amministrazione comunale e conservati “in apposito luogo28.

Di parere diverso è lo studioso Paolo Ricciardi, secondo il quale casa Carrozzini fu acquistata dall’arcivescovo Cornelio Sebastiano Cuccarollo (1930-1952) e abbattuta dal suo successore Mons. Raffaele Calabria (1952-1960) per far posto ad una palazzina attualmente utilizzata come archivio diocesano (piano terra) e uffici pastorali (primo piano)29.

Comunque sia, delle lastre lapidee dei due parapetti si perse ogni traccia fino agli inizi degli anni ’90, quanto esse furono rinvenute all’interno del materiale di riempimento del fossato del castello aragonese e collocate nelle sale interne della fortezza idruntina. Ulteriori e più puntuali indagini, basate soprattutto su fonti archivistiche, potranno chiarire meglio le fasi e le vicissitudini edilizie a cui andò incontro quella che un tempo era l’antica dimora di una nobile famiglia otrantina della quale oggi non restano che i frammenti degli antichi balconi e un’intitolazione toponomastica a perpetuarne la memoria.

 

* Desidero esprimere il mio più profondo ringraziamento alla dottoressa Patricia Caprino (Laboratorio di Archeologia Classica dell’Università del Salento), alla quale va il merito di avermi segnalato il caso, suscitando il mio interesse e la mia curiosità. Un ringraziamaneto particolare va anche a Mons. Paolo Ricciardi, noto cultore di storia otrantina, per la sua generosa disponibilità. (Marcello Semeraro)

  1. Si dice di vegetali che nascono o escono da una figura o partizione.
  2. Terreno che è molto ridotto o isolato da entrambi i lati.
  3. Cfr. G. Gigli, Il tallone d’Italia: II (Gallipoli, Otranto e dintorni), Bergamo 1912, pp. 86-87.
  4. Cfr. L. Montefusco, Stemmario di Terra d’Otranto, Lecce 1997, p. 35.
  5. Le armi o le figura parlanti sono quelle che recano raffigurazioni allusive al nome del titolare.
  6. A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978, vol. 1, p. 181.
  7. Cfr. L. Montefusco, op. cit., p. 106.
  8. Cfr. L. Maggiulli, Otranto: ricordi, Lecce 1893, p. 97.
  9. Cfr. A. Foscarini, op. cit., p. 181.
  10. Cfr. ibidem; cfr. inoltre L. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d’Otranto: la provincia di Lecce, Lecce 1994, ad voces.
  11. A. Corchia, Otranto toponomastica, in Note di storia e cultura salentina (a cura di F. Cezzi), Galatina 1991, p. 133.
  12. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 32, 118, 146. Quello delle famiglie nobili di origine ellenica giunte in Terra d’Otranto e, più in generale, nel Sud Italia per sfuggire alla dominazione ottomana, resta un fenomeno tutto sommato poco esplorato dagli studiosi. L’araldica, da questo punto di vista, potrebbe fornire un interessante terreno di ricerca.
  13. Cfr. L. Maggiulli, op. cit., pp. 93-104; A. Foscarini, op. cit., ad voces.
  14. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 46-47.
  15. Cfr. ivi, pp. 169-170.
  16. Cfr. ivi, p. 59.
  17. Cfr. F. Bacile, Il palazzo dei Rondachi in Otranto, in Rinascenza salentina, 1 (gen-feb 1935), pp. 42-45.
  18. Cfr. A. Foscarini, op. cit. p. 16.
  19. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 43.
  20. Cfr. ivi, p. 44.
  21. Cfr. ibidem.
  22. Cfr. ivi, p. 45.
  23. Cfr. P. Ricciardi, Lorenzo Scupoli e il presbitero Pantaleone. Due maestri idruntini intramontabili e universali, Galatina 2010, pp. 9-10.
  24. Cfr. ivi, p. 307.
  25. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 44.
  26. Cfr. M. Cazzato, V. Cazzato (a cura di), Lecce e il Salento. Vol. 1: i centri urbani, le architetture e il cantiere barocco, Roma 2015, pp. 320-321.
  27. Cfr. F. Bacile, op. cit, p. 42.
  28. Cfr. ibidem.
  29. Cfr. P. Ricciardi, Otranto devota, Galatina 2015, p. 255.

 

La “Nuova cartoguida di Carpignano e Serrano”

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«Promuovere il territorio attraverso un prodotto editoriale ad ampia distribuzione, puntando sul turismo culturale e sulla valorizzazione della ricco patrimonio storico, culturale e paesaggistico. Sono lieta di presentare la Nuova Cartoguida Turistica – dichiara l’Assessore alla Cultura e Turismo del comune di Carpignano, Lucia Antonazzo – che vuole offrire un’occasione unica di scoperta e di emozione, per turisti ma anche per i residenti, di uno dei territori più importanti e suggestivi di Terra d’Otranto. L’augurio è che questa pubblicazione possa portare i cittadini, i turisti e tutti gli appassionati di cicloturismo a conoscere e ad apprezzare Carpignano Salentino e Serrano, due centri che presentano una ricchezza particolare da un punto di vista storico, culturale e paesaggistico».

La “Nuova Cartoguida di Carpignano e Serrano”, pratica e maneggevole nel suo formato tascabile, è stata pensata per il turista che soggiorna nel territorio ma anche per il residente che vuole scoprire aspetti meno noti della realtà che lo circonda.

È stata realizzata nell’ambito del Progetto WBB Wander by Bicycle finanziato dal Programma di iniziativa comunitaria Interreg Italia-Grecia 2007-2013, promosso dal Comune di Martano in collaborazione con i comuni di Sternatia, Zollino, Carpignano Salentino e il COTUP Consorzio degli Operatori Turistici Pugliesi per l’Italia e Patras municipal enterprise for planning & development s.a., Achaia s.a. – developing company of local authorities e Region of Western Greece per la Grecia.

Scopo della Cartoguida è quello di scoprire e valorizzare un territorio caratterizzato da affascinanti ambienti naturali, ricco di storia, cultura e tradizioni, in cui il tempo e l’uomo hanno lasciato tracce significative che aspettano solo di essere conosciute, lette e interpretate.

È un invito al viaggio. Una passeggiata a ritroso nella memoria, scandita dai sapori, dai profumi e dai colori del paesaggio, lenta e ritmata dalle tradizioni che mirabilmente custodiscono schegge di ricordi del passato. Un viaggio che, puntando al recupero e alla riscoperta dei caratteri più salienti dell’identità mediterranea di questi luoghi, consente al viaggiatore di trascorrere una passeggiata per nutrire profondamente corpo e spirito attraverso la conoscenza di alcuni aspetti pregnanti della cultura locale.

Realizzata da Sandro Montinaro, redatta sia in italiano che in inglese, la cartoguida è distribuita gratuitamente ed è consultabile anche dai telefonini di ultima generazione grazie al QR code appositamente elaborato che, letto da qualsiasi telefono cellulare o smartphone munito di fotocamera e di un apposito programma di lettura, permette, grazie a internet, l’accesso immediato a tutti i contenuti presenti nella versione cartacea della cartoguida sia in italiano che in inglese.

I QR code sono sistemati nei pressi dei principali luoghi di interesse storico-artistico di entrambi i centri sfruttando la segnaletica esistente e consultabili presso tutti i luoghi pubblici, negozi e strutture ricettive del territorio.

Infatti, è stata intenzione del comune di Carpignano Salentino distribuire gli adesivi con il QR code a tutte le attività commerciali al fine di dotarle di uno strumento utile per la promozione e valorizzazione del territorio.

Oltre all’excursus storico dei due centri, sulle due cartoguide è possibile trovare tutta una serie di informazioni: i Beni culturali di particolare interesse storico, artistico e naturalistico (chiese e cappelle, palazzi, colombaie, menhir, sepolture neolitiche, frantoi ipogei, monumenti, costruzioni in pietra a secco, ulivi secolari e così via); un ricco corredo fotografico utile per stimolare la fantasia del visitatore e trovare spunti per partire alla scoperta del territorio; le informazioni (turistiche, geografiche, i numeri utili, e le festività civili e religiose) utili sia ai turisti che ai residenti. Infine, sono localizzate le strutture turistico ricettive presenti nel territorio (Bar, Ristoranti, Hotel, Agriturismi e B&B).

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L’olio della poesia

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Serrano (Lecce): 22 luglio 2014, consegna del premio “L’olio della poesia”, XIX edizione

di Rocco Boccadamo

 

Si prova, immancabilmente, una sensazione di semplice e leggero incanto nel ritrovarsi, al primo saluto della sera, nella piccola autentica bomboniera di piazza Lubelli, cuore della, a sua volta, minuscola, affascinante e un tantino misteriosa località salentina di Serrano.

Quest’anno, la manifestazione prende corpo nel giorno di Santa Maria Maddalena, una figura di divinità che, allo scrivente, viene sempre spontaneo d’immaginare come una donna giovane e fascinosa, volto incorniciato da una lunga treccia.

Ricorrenza canonica che, in un’altra cittadina del basso Salento, Castiglione d’Otranto, è contraddistinta da una secolare fiera – mercato a mera impronta paesana, una volta definita “fiera delle cipolle” e accompagnata dal semplice e indicativo proverbio “A Santa Maria Maddalena, va alla vigna e se ne vene prena (pregna)”, a voler così riferirsi, non si sa esattamente essendo di analoga intensità la verosimiglianza insita nelle due distinte e distanti opzioni, o ai primi acini d’uva che iniziano a maturare nei vigneti ad alberello classici del territorio (i cippuni), o a un tutt’altro genere di maturazione che arriva a lievitare dentro a un’immaginaria giovane contadina recatasi a lavorare, giustappunto, nella vigna.

piero di cosimo - santa maria maddalena
piero di cosimo – santa maria maddalena

Sia come sia, in questo 2014, la ricorrenza del 22 luglio, non se ne adonti la Santa, grazie alla concomitanza dell’evento serranese, da parte sua ormai divenuto adulto, sembra ritrarre un’indicativa ascesa di solennità, insieme con un alone d’ideale magia.

Per la verità, nell’odierna occasione, il cielo, in alto, è insolitamente accompagnato da nubi sparse, da cui, a certo punto, promanano finanche accenni di pioggia, e però si tratta di gocce sparute, soltanto per un attimo, quasi come un discreto segno di partecipazione, della volta tinta di blu scuro, alla festa. In fondo, senza il minimo disturbo, forse volendo riconoscere che, ad accarezzare il capo e a plasmare il sentimento e la suggestione dei tanti invitati e ospiti, stasera concorrono, bastevoli, altre gocce che profumano, con naturale maggiore intensità, di vita, passione, lavoro, tradizione, tanta fatica, ossia a dire gocce d’olio. E, come già notato da taluni commentatori, non poteva trovarsi un connubio più puntuale di quello tra il frutto o le lacrime degli ulivi da una parte e la poesia dall’altra, giacché la poesia nasce anch’essa da stille dell’animo, sempre, anche quando è espressa sotto forma di versi e parole d’allegria e di gioia.

Ancora un rilievo: da lassù, non si affaccia alcun profilo della luna, come se Selene avesse scelto di starsene in disparte, lasciando il posto, nella cornice di piazza Lubelli, a una sua gemella, inanimata e tuttavia non meno fulgida, “La luna dei Borboni”, il titolo di un volume che racchiude le più belle, indicative e conosciute poesia di un grande, ma ancora non adeguatamente apprezzato, poeta salentino, Vittorio Bodini, di cui cade adesso il centenario della nascita. Bodini, cantore del Capo di Leuca, di ulivi, carrettieri, contadini, arti e mestieri umili, volti riarsi, raggi accecanti. Per precisa scelta organizzativa, alla sua figura è dedicato il prologo della diciannovesima edizione dell’Olio della poesia e suscita viva emozione la presenza sul palco della figlia del poeta, Valentina, alla quale è consegnata una targa in ricordo del chiarissimo letterato.

Bodini

Al solito, l’evento di Serrano si articola in tre punti e momenti.

Il primo, l’attribuzione di un segno di riconoscimento, il Premio millennium, a un esponente salentino distintosi nel campo della promozione culturale e della poesia in particolare, individuato e scelto, nell’occasione, in Maurizio Leo, che riceve in premio una pregevole scultura in pietra leccese, una sorta di simbolo identitario dell’interiorità materiale di questa terra.

Quindi, un’assegnazione, il Premio Salento d’amare, in certo qual modo alla carriera, andata, quest’anno, a un famoso personaggio artistico nel campo della composizione musicale e della canzone, Vinicio Capossela, istrionico e originale talento pur in una veste d’estrema semplicità, star di spessore internazionale e, però, dalle origini radicate nel meridione d’Italia, in Irpinia per la precisione. Pecularietà aggiuntiva, l’artista in discorso è una presenza frequente fra i nostri muretti di pietra, i nostri uliveti, avendo egli, da un ventennio, preso dimora, per le sue parentesi di riposo, nel paesino di Patù, giusto verso la punta estrema della nostra penisola, lì a gustarsi il fascino della natura in terra e sul mare di S.Gregorio, insieme con la genuina semplicità dei nuovi compaesani, essendo divenuto cittadino onorario della località prescelta.

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Infine, al centro dell’evento, il vero e proprio “olio della poesia”, premio consistente in un quintale d’extra vergine di oliva e in un soggiorno a Otranto. Nella presente tornata della manifestazione, si rende onore al merito di un grande poeta e scrittore milanese, Maurizio Cucchi, il quale, a prescindere dalla sua moderna e accesa personalità, non è completamente azzardato configurarlo alla stregua di un Manzoni dei tempi presenti.

Colpisce e incanta, il maestro Cucchi, già col fascino che trasuda dal volto incorniciato da una folta canizie; ma, soprattutto, sono le sue riflessioni, i versi e le parole che giungono direttamente al cuore di che ascolta o legge. Dà l’idea, Cucchi, di voler tracciare ideali confini della vita, ancorando mirabilmente immagini e volti del passato recente e anche lontano a passi e a azioni della quotidianità corrente.

Circa duemila i presenti dinanzi al proscenio serranese, che assistono, coinvolti, alle scansioni dell’evento, in una serata per di più impreziosita, con maestria e spessa vena artistica,  grazie alla lettura di brani per opera dell’attore salentino Francesco Piccolo, anima della compagnia teatrale  “La Busacca” e all’esecuzione d’avvincenti intermezzi musicali a cura di un giovanissimo talento di casa nostra, Vincenzo Tommasi di Calimera, il quale, con la sua chitarra, conferisce un vero e proprio abbraccio al premio “Olio della poesia”.

A Serrano (Lecce), la XVIII^ edizione del premio “L’olio della poesia”

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di Rocco Boccadamo

 

Il Salento, ieri, era appena terra e patria dei nativi, poco conosciuta di là dai confini geografici, oggi, invece, è anche terra di molti, giunti da lontano, di tanti che hanno scelto di visitarlo, apprezzandolo e innamorandosene immediatamente.

Insieme con i tesori della natura posti innanzi agli occhi di tutti, dal mare d’incanto agli innumerevoli monumenti, siti e angoli di fantastica bellezza, annovera anche altri, speciali aspetti di attrazione, magici, affascinanti, basta saperli cogliere e indugiarvi con gli occhi e la mente.

Fra essi restanti, si colloca il mirabile cielo che sovrasta le distese di terra rossa e i bianchi agglomerati di case: vuoi che si offra, nell’arco diurno, con il suo caratteristico azzurro intenso, voi che si affacci silente, nel suo manto blu scuro, punteggiato da infinite lanterne scintillanti.

Già, le notti salentine, rappresentano, da sole, uno spettacolo, anzi addirittura una sorta di  palinsesto che trasmette,  di continuo, capolavori sotto forma di mute parole e pensieri sussurrati. Tale programmazione, ha il pregio di calare e infondere negli animi un’invisibile catena di comunicazione, che non solo penetra dentro, ma resta e mantiene tracce indelebili in seno ai rosari delle suggestioni e dei sentimenti individuali.

Sì, dunque, non sono un elemento qualsiasi o una parentesi comune, le notti di qui, bensì un mondo a se stante e aggiuntivo, che merita di essere vissuto e attraversato appassionatamente, con abbandono totale: senza accorgersene, ci si arricchisce della sua vicinanza.

Da queste parti, non vi sono ricchezze o risorse materiali in abbondanza, le infrastrutture appaiono carenti, le opportunità di lavoro scarse; tuttavia e per fortuna, intorno, v’è dovizia di angoli meravigliosi a  portata di mano, di cui la gente del posto, potrà apparire strano, si nutre e idealmente si riempie, scorrono diffusi i buoni sentimenti, s’inanellano sogni a ritmo intenso, anch’essi tonificanti, intorno alle ore con le stelle.

 

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Nel Salento, rappresenta, Serrano, una minuscola località di appena millequattrocento anime, un puntino situato nel triangolo pianeggiante fra Lecce, Maglie e Otranto, è frazione del comune di Carpignano Salentino e si trova immediatamente a margine dell’area nota come Grecìa Salentina.

Un paesello, un piccolo centro come molti, e però diventato unico ed eccezionale grazie a una manifestazione che vi si svolge d’estate, un avvenimento di carattere culturale, un premio letterario, che, in omaggio alla coltura agricola prevalente nel suo territorio e alle tradizioni popolari maggiormente radicate fra gli abitanti, a suo tempo è stato felicemente e appropriatamente intitolato “L’olio della poesia”.

La nota distintiva originale è che, materialmente e puntualmente, il premio consiste in un quintale di olio extra vergine di oliva, donato da una locale azienda consortile.

Il premio in questione, inaugurato nel 1996, ha progressivamente acquisito visibilità, risonanza e apprezzamento di livello crescente, sicché, oggi, può dirsi che, nel novero delle manifestazioni del genere, sia arrivato a varcare notevolmente i confini strettamente regionali e pure quelli nazionali, approdando fino al traguardo della cultura europea.

Di assoluto spessore le personalità cui, negli anni, è stato assegnato, basti ricordare  i nomi di Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Alda Merini, Nico Orengo, Arturo Morales, Valerio Magrelli, Adonis.

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Serrano, piazza Lubelli
Serrano, piazza Lubelli

Nella 18^ edizione, svoltasi giovedì 25 luglio 2013, come al solito nell’eccezionale cornice, un’autentica bomboniera, di Piazzetta Lubelli, il riconoscimento è andato al poeta Franco Loi, nato a Genova nel 1930 da padre sardo e madre di Parma, trasferitosi a Milano a sette anni, prima, da ragazzo e da giovane, operaio presso varie aziende e poi nella stazione ferroviaria di Milano smistamento, poi, già ultra trentenne, studioso a tempo pieno e poeta in dialetto milanese.

Accanto a Loi, sono stati attribuiti riconoscimenti anche al noto cantante e musicista Roberto Vecchioni (premio Salento d’amare) e all’editore salentino Cosimo Lupo (premio millennium).

Infine, una targa alla memoria è stata dedicata a due preclari personaggi della cultura e della poesia nati nel Salento, Antonio Leonardo Verri e Gino Pisanò.

Una breve digressione personale: d’ora in avanti, perché non immaginare, in uno al premio “L’olio della poesia” e al “popolo della poesia”, anche “la stella della poesia”?.

 

Franco Loi
Franco Loi

Giuseppe Conte e l’Olio della Poesia

LE OCCASIONI DI PEPPINO CONTE.  GIUSEPPE CONTE E L’OLIO DELLA POESIA

di Paolo Vincenti

“I sognatori si giocano la vita come i bersagli dei freddi tiratori di coltelli e i poeti sono i sognatori e piacciono alle prostitute” : avercene di sognatori come Giuseppe Conte, classe 1952, una vita “di fughe e di pretesti”, spesa per la poesia e per la crescita culturale salentina, spesa a cercare, ogni mattina,“ il nettare di un giorno”,  a inseguire parole, a prendere “le misure del cuore” di tutti quelli che ha incontrato e continua ad incontrare sulla sua strada. Fra fogli, telefonini e documenti vari, sparsi sulla sua disordinata scrivania, Conte ci apre il suo archivio di ricordi, offrendo alla nostra adorante e mai soddisfatta curiosità  la sua lunga e varia esperienza di vita, di lavoro e di cultura.

“I sognatori si giocano la vita e come un branco di stanchi gabbiani sono corrosi di viaggi fruttuosi ma pure inconcludenti”: avrà anche avuto dei viaggi andati a vuoto, ma un viaggio sicuramente fruttuoso per Conte è stato l’Olio della Poesia, da quando, nel 1995, con un gruppo di amici, fra cui Giovanni Invitto, decise di organizzare una serata culturale, nel suo paese natale, Serrano, frazione di Carpignano Salentino.

In quella serata, intitolata La parola e il suono, si può cogliere il germe di quello che sarebbe diventato uno dei più originali appuntamenti culturali dell’anno, sicuramente l’evento estivo più interessante e prestigioso della provincia leccese. Nel variegato panorama dei premi salentini, infatti, L’olio della Poesia, che si tiene proprio a Serrano di Carpignano Salentino (patria, fra gli altri, di Liborio Salomi e Temistocle De Vitis),  si distingue da tutti gli altri per la sua originalità e per la poeticità della proposta: questo evento ha visto passare, nel piccolo paese della Grecìa Salentina, poeti del calibro di Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni ed Alda Merini. In questa serata, interamente dedicata alla parola poetica, che richiama a Serrano tantissima gente, stipata fino all’inverosimile nella ristretta Piazza Lubelli, si compie ogni anno un piccolo miracolo.

La poesia, ritenuta cosa noiosa, difficile, per pochi, diventa invece partecipazione, comunione di intenti, ascolto attento e quasi religioso. “Questa comunione”, scrive Fabio Tolledi in un vecchio numero di “Lecce Sera”, “è

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