tra “tracce di ellenismo” nel Basso Salento e il culto di San Rocco nell’area mediterranea

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di Ermanno Inguscio*

 

Accogliamo oggi, nella nostra Comunità di Ruffano e Torrepaduli, una nutrita delegazione di cittadini ateniesi, a ravvivare quel “fil rouge” che lega la nostra civiltà occidentale alla “classica grecità” di concittadini europei, in visita nel Salento, il quale si configura nella storia come un’autentica esclave griko-ellenofona, che presenta ancora oggi, al di là dei centri noti della Grecìa “grika”, significativi resti culturali in campo archeologico-artistico, in campo storico-linguistico e nel contesto antropologico delle tradizioni popolari. Nel linguaggio comune dei nostri dialetti persistono ancora parole di chiara derivazione ellenica. Non è infatti, la nostra, quella del Salento, secondo l’espressione del De Martino, la “terra del rimorso”: un autentico grosso chiodo (detto “cintrune”, in ambito popolare,  “kentron” in greco, ad indicare un’idea fissa, che ti perseguita), piantato nella coscienza collettiva, sulla quale la musicoterapia della pizzica, genere musicale popolare in contatto proprio a Torrepaduli con il culto di San Rocco, cerca da secoli di addolcire il disagio interiore personale e spesso di una collettività intera? E non mancano altri termini, ancora in uso in ambito popolare, come matthra, cuddhura,limmu,stompu, vespra, pitta, pittule,,mantili  e canduscia e, in quello botanico-culinario,  come cirasa, milu,tolica, cicora, cutugnu, sita e carrofulu.

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L’isola linguistica dell’Hellas otrantina” non si riduce nel Salento soltanto all’area delle nove comunità ellenofone della “Grecìa salentina”, su cui oggi è stato abilmente innestato il marchio commerciale de “La Notte della Taranta”. Essa fu innegabilmente molto più vasta e interessò tutti i centri abitati di quella magica “terra tra i due mari”, lo Jonio e l’Adriatico. La storia delle nostre tradizioni popolari, delle arti figurative e delle scienze umane salda in un unico snodo strategico, su molti territori del Bacino mediterraneo, e del Salento in particolare, le radici greco-romane della nostra civiltà e la stessa tradizione del culto a Santi dell’era cristiana, come quello a San Marco Evangelista, a San Paolo, a San Teodoro d’Amasea, a San Rocco di Montpellier. L’innesto sulla matrice religiosa pagana del culto cristiano ai Santi, trovano espressione la cultura e la fede popolari, espressioni autentiche di identità civile. Non è dunque fuori luogo accostare espressioni tipiche della fede religiosa (celebrazione del momento festivo, danze popolari, ricerca di relazione tra simili e ricerca dell’Assoluto) con lo studio delle civiltà mediterranee, che, come quella della Grecia antica, impose ai forti romani e alla loro tradizione giuridica, il primato del pensiero e della filosofia classica in ogni campo dello scibile umano.

Ecco perché oggi, davanti agli eredi della civiltà ellenica, che ci onorano della loro presenza, per un intero giorno, non possiamo che definirci fortunati fruitori di una relazione speciale. Come speciale dovette essere la coesistenza tra generazioni di nostri antenati in era magno-greca e bizantina, che fecero la civiltà dell’Italia Meridionale, toccando eccellenze in ogni campo. Antenati che seppero comunicare in un contesto bilingue, l’uno di derivazione dialettale, l’altro certamente “griko”, gustando le affinità e le differenze di idiomi divenuti una seconda lingua madre, a cui ci si accostava con ancestrale fiducia e capacità comunicativa. Si viveva, per secoli di contatti con il mondo bizantino-greco, in un contesto linguistico apprezzato e trasmesso di generazione in generazione a perpetuare le caratteristiche della propria civiltà, divenuta una ed amata. Quella lingua “grika”, anche a Ruffano e Torrepaduli, era un comune strumento linguistico almeno sino agli inizi del Settecento, quando poi venne edificata la Chiesa Matrice della “Natività” sul preesistente sito di rito greco. Ciò è confermato da mons. Giuseppe Ruotolo, che scrivendo nel 1969 sul culto greco a Ruffano, riportando il De Rossi (1711), attestava lo stile greco della chiesa parrocchiale, l’osservazione del rito greco e i rettori greci come ricordato da don Gabriele Capasso, sacerdote greco. Estremamente significativa è poi stata la presenza dei numerosi copisti nel  Salento di manoscritti greci, come quello di Giorgio da Ruffano, conservato nella Queriniana di Brescia e studiata dallo stesso André Jacob. Proprio allo studioso belga, bizantinista di fama mondiale, avevo scritto, in un suo breve soggiorno romano, per avere notizie circa l’antica grancia  su cui insisteva la chiesetta di San Teodoro di Amasea a Torrepaduli. Covavo infatti la segreta speranza che l’insigne storico mi potesse dare traccia, magari nell’Archivio Segreto Vaticano, per uno studio a tal proposito più approfondito e documentato. Non ebbi risposta scritta, ma egli di persona, in un Convegno di studi ad Andrano, qualche tempo dopo, mi suggerì di perseverare nella ricerca archivistica, poiché, in tale campo, parole testuali, “le sorprese sono sempre dietro l’angolo”. V’è da immaginare, dunque, quanto lavoro di ricerca ci resta da fare. E in tal senso, da tempo, mi spinge alla ricerca l’etnomusicologo Pierpaolo De Giorgi. Ma nella stessa direzione, quanto a impegno finanziario-editoriale, dovranno sostenerci la “Fondazione Notte di San Rocco” e il suo Presidente Pasquale Gaetani.

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Quanto all’ambito artistico, campo sconfinato di testimonianze storico-documentali presenti sul nostro territorio, l’esempio più grande di testimonianza di arte bizantina nella diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, è proprio l’affresco della cripta di San Marco a Ruffano (sec. XII), nel quale il Diehl  aveva stabilito una relazione tra pittura parietale e illustrazione libraria dei codici miniati: qui il modello in ambito monumentale risulta un fenomeno artistico di “trasferimento” diretto dalla decorazione libraria. L’impronta dell’Evangelista Marco, già attestata nel IV secolo dell’arte del periodo romano, è un modello riscontrabile in diversi codici miniati cristiani. L’affresco ruffanese di San Marco, insieme alla raffigurazione di San Pietro, venne realizzato al tempo  in cui il Salento, con l’Abbazia di Casole, visse la “rinascenza-resistenza” culturale bizantina, tra l’ultimo  venticinquennio del XIII secolo e l’inizio del XIV, periodo che “segna il momento più intenso della produzione di libri greci in Terra d’Otranto”.  Il fenomeno dei manoscritti italo-greci, ad opera di copisti salentini, è la testimonianza di una intensa attività intellettuale, che vide il Salento come crocevia culturale tra l’Italia Meridionale e l’Oriente.

E concludiamo, spendendo almeno una parola per questo tempio, Chiesa-Santuario dedicato a San Rocco di Montpellier, retto oggi da don Mario Ciullo. Davanti all’ottocentesca facciata della chiesa del Pellegrino francese, ogni anno a Torrepaduli, nell’ampio sacro contenitore, area dello spazio tempo per il rito del “ballo di San Rocco” e della “notte della pizzica scherma salentina”, si perpetua il rito di una danza infinita, fatta nelle “ronde” di suonatori-guaritori e attori-ballerini alla ricerca di se stessi e di un contatto con la folla.

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Assoluta protagonista, la folla di intenditori, sin dal 2008, il 18 agosto di ogni anno, nella celebrazione  della “Notte di San Rocco, tamburello, pizzica e scherma in ronde”, ad opera del Concertone della omonima Fondazione. Ma un tempo, sin dal 1531, tra i due centri abitati, noti per il detto popolare “Manci a Turre e bivi a Rufano”, vi era soltanto una chiesetta “extra moenia”, ricovero di pellegrini , di ammalati, di animali, di bambini “esposti” alla carità di una famiglia disposta ad accogliere alla vita un nuovo essere umano. In quella chiesetta, per secoli, hanno trovato asilo e conforto religioso, come negli ostelli della Via Francigena verso Roma e Santiago de Compostela, pellegrini, preti di rito latino, papas di rito greco, viandanti, sulla “via della perdonanza”, forse in cerca di avventure e imbarcarsi per Gerusalemme. In quei luoghi di culto e di passaggio, sulla direttrice Sud, che da Roma portava, via Gargano, a Gerusalemme, anche le chiesette di San Rocco costituivano tappe obbligate per rinfrancarsi e fare il punto per la propria meta.

Qui, almeno sin dall’anno Mille, al tempo delle grandi Crociate, si incanalavano flussi di mercanti-avventurieri, pellegrini-guerrieri, imbattendosi in contrade dove l’idioma “griko” richiamando il fascino di città ricche come Bisanzio, ne aumentava il desiderio di conquista. Oggi quel patrimonio linguistico resiste ancora, pur con i pericoli della globalizzazione, nei paesi della Hellàs otrantina. Ma nei paesi circostanti, come Ruffano, la storia greca forse giace ancora tra le pieghe polverose dei documenti d’archivio, che invece, andrebbero  squarciati dalla luce della ricerca. E chi vi parla ricorda ancora, da bambino che frequentava a Corigliano d’Otranto l’ultimo anno di scuola elementare, l’affascinante e oscuro dialogo tra paesani, davanti al quale si dilatava la mia curiosità infantile. Quella curiosità-meraviglia di uno scolaretto, che aveva dovuto, per motivi familiari, abbandonare una classe di compagni, frequentata tra i banchi anche dall’indimenticabile Amedeo De Rosa. Lo avevo ritrovato da adolescente a rincorrere il pallone sul “campu te Santu Roccu” e da adulto, sul palco delle performances dei “Tamburellisti di Torrepaduli”.

L’incipit di quel vecchio campo comunale, da sempre area fieristica per la fiera di San Rocco, è scandito da una stele-ricordo, ad opera dell’Amministrazione comunale, in ricordo del tamburellista De Rosa, che aveva contribuito a rendere onore alla nostra terra, con la musica della pizzica-scherma di Torrepaduli, sino in Cina e in Canada.

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Quanto a San Rocco, sotto la cui ala devozionale prendevano forma la creatività artistico-musicale di Amedeo De Rosa e la mia passione di futuro storico, affinata in decenni di insegnamento nei licei statali della Penisola, mi capita, da qualche tempo, di prendere parte a simposi internazionali e meetings scientifici su tematiche rocchine. In quei prestigiosi contesti, in giro per l’Europa, come a Montpellier nell’estate del 2012 e più di recente a Lisbona, nell’ottobre del 2013, ho relazionato, nella capitale lusitana, sulle tracce di cultura correlate al culto di San Rocco nei Paesi del Bacino mediterraneo e sul riverbero di quelle in ambito antropologico e sociale. Ho comunicato così l’entusiasmo delle popolazioni del Meridione d’Italia per il Santo Pellegrino, patrono della peste; ho rimarcato la specificità della tradizione religiosa e culturale del Santo guaritore di Torrepaduli; ho esposto le caratteristiche della magia della “notte di San Rocco” e della sua tipica danza scherma, a fronte del vanto della “danza dei bastoni”degli spagnoli delle Asturie di Llanes e dei festeggiamenti al Santo a Cidad Velha nelle Isole di CapoVerde.

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Soprattutto ho avuto modo di prospettare ad un pubblico di studiosi provenienti da tutta Europa e persino dal Brasile, le potenzialità di un turismo religioso e culturale, volto alla fruizione giovanile, secondo le “direttive” del Consiglio d’Europa, a cui meritoriamente si ispirano molte iniziative, come quella dello scambio Italia-Grecia di oggi, della “Fondazione Notte di San Rocco. Tamburello, pizzica scherma in ronde”, sotto la regia del presidente Gaetani. Agli amici Greci, al cui capo di Governo è oggi affidata la guida del primo semestre europeo del 2014, noi sentiamo di dover confermare quei sentimenti di amicizia espressi questo pomeriggio dal sindaco, Carlo Russo, nella nostra Sala Consiliare del comune di Ruffano. A loro, a tutti noi, resta l’impegno, non di poco conto, di tenere alto il valore di una Europa, “casa comune” di tanti popoli, che, con modalità diverse, hanno fatto la storia della nostra civiltà e di riscoprire e rinsaldare i vincoli di pace e solidarietà per affrontare le problematiche impellenti di un pianeta esposto alle sfide della globalizzazione.

 

* testo della relazione pronunciata in occasione dello Scambio Culturale Italia-Grecia. Ruffano, 07 gennaio 2014. nella Chiesa-Santuario di San Rocco in Torrepaduli.

“La scherma, il codice, la ronda” (…nella notte di San Rocco a Torre Paduli)

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di Daniele Vigna

La processione è finita, i pellegrini si radunano sul sagrato della chiesa.
Vengono a piedi dai paesi vicini e dormiranno all’aperto questa notte.
Qualche fuoco prende vita e scalda le pelli dei tamburi, le rami dei cimbali
brillano e già cominciano a fremere.
Ci si ritrova dopo un anno ed è naturale salutarsi con rispetto prima di
entrare nella chiesa del santo a inginocchiarsi e a pregare con devozione.
Il segno della croce, un ultimo sguardo e si lascia l’altare alle spalle
insieme all’odore d’incenso e di cera misto alle voci cadenzate dei rosari.
Dirimpetto c’è il clamore della festa che comincia a prendere vita con i suoi
grandi cerchi fatti di uomini e di tamburi: le ronde.
Ci si raduna, qualche frase per definire i ruoli sostituita, a volte, solo da
uno sguardo, tanto lunga è ormai la conoscenza. In mezzo a centinaia di persone
sbocciano i cerchi. “A nome te Diu!” grida un anziano, il pollice comincia a
battere la pelle del primo tamburo e gli altri lo seguono; il cerchio, come una
rosa, fiorisce, si allarga e comincia a srotolarsi un ritmo lento e regolare,
possente, lo si sente vibrare nei piedi e salire nel ventre, nel petto.
Tthumm! Tthumm! Tthum tthum tthum!
I primi due sfidanti fanno un cenno, prendendosi per mano si fermano, si
guardano negli occhi, presentano simbolicamente le armi: l’indice e il medio
distesi e il pollice chiude le altre dita. Le gambe sono flesse e leggere, il
baricentro basso, la colonna distesa, le spalle dritte e lo sguardo fermo. Si
gira ancora, studiandosi e aspettando il momento giusto per cogliere una
breccia nella difesa dell’avversario. A turno una volta si attacca, una volta
si difende, muovendosi e respirando assieme al ritmo del suono. Secondo il
codice antico, chi viene colpito più volte esce fuori dalla ronda. Il rituale
lentamente comincia a rivivere svelandosi e i tamburi battono la cadenza
catturando il pulsare del cuore: tthum! Tthum! Tthum tthum tthum!
Un altro cenno, altri due avversari si prendono per mano e inizia una nuova
sfida: il codice vuole che ogni attacco venga presentato e sferrato sull’ultimo
accento della terzina assieme al battere sonoro del piede al suolo. Nessuno può
trasgredire, mancare di rispetto all’avversario significa offendere la ronda e
con forza essere cacciati via tra il disprezzo di tutti.
Nessuno può disturbare la ronda, “Ci nu ssai ‘soni statte ccasa!”, e per farne
parte bisogna conquistarsene la fiducia e il rispetto anno dopo annno. Ogni
gesto si impara bene osservando e affrontando l’avversario, ogni regola viene
compresa dopo ogni sbaglio e ancor più attraverso i consigli preziosi dei
maestri, festa dopo festa, anno dopo anno, a patto di saperli sedurre col
rispetto, la perseveranza e la misura. Una volta fatto questo, però, nella
sfida si è soli, in nessun caso è consentito trasgredire le regole o il maestro
sarà il primo a punire gli sciocchi cacciandoli via con sdegno e disonore. Non
è ammesso colpire il viso, è segno di stupidità e di arroganza; mai voltare le
spalle allo sfidante, ne si ferirebbe l’orgoglio; mai in nessun caso viene
tollerata la violenza, il corpo dell’avversario deve essere solo sfiorato, non
colpito, e se ciò accade accidentalmente, le scuse vengono immediatamente
presentate con un cenno della mano destra.
Le sfide si avvicendano nei cerchi che si allargano e gli occhi soggiogati
dalla luce febbrile dei cimbali, osservano inebriati la danza dei corpi e dei
tamburi.

 

Le feste di San Rocco nel mondo

ITINERARI DI TURISMO CULTURALE                                      

         A Lisbona  un Convegno Internazionale di studiosi di sette Paesi

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di Ermanno  Inguscio

Un Convegno Internazionale a Lisbona, la città natale di Sant’Antonio, per  gli Italiani il Santo da Padova, su “Le feste di San Rocco nel mondo: tracce di cultura”, dal 4 al 7 di ottobre 2013, non è sembrata da subito un’iniziativa azzardata per gli organizzatori lusitani, l’Irmandade da Misericordia e di San Rocco, l’Università Nuova e il Centro Italiano di Cultura della città. Vi hanno, infatti, partecipato delegazioni e “conferencistas” provenienti dal Belgio, dalla Francia (Montpellier), dalla Spagna (Llanes), dalle Isole di Capo Verde (Città Velha), dal Brasile, dal Canada (Toronto e Montréal), dal Portogallo e naturalmente dall’Italia (Venezia, Cremona, Torrepaduli, Sarmato, Voghera).

L’obiettivo, finalità primaria del meeting, era dato dalla possibilità d’indicare strategie comuni per nuovi itinerari di turismo culturale. E in Portogallo, terra storica di naviganti e scopritori dell’evo moderno, non era difficile confrontarsi su uno schema di riflessione orientato al viaggio come nucleo di conoscenza e aggregazione tra genti diverse. L’incontro internazionale si è articolato per tutto il sabato, 5 di ottobre u.s., nell’Auditorium del Museo Nazionale della Farmacia, dove i diversi relatori, ciascuno nella propria lingua, hanno esposto il proprio punto di vista con il considerevole supporto della traduzione simultanea in cinque lingue (portoghese, francese, italiano, spagnolo e inglese), irradiata dalla cabina di regia. I contributi della prima parte dell’Incontro, nella mattinata,  dovevano rimarcare “la valorizzazione e la diffusione del patrimonio culturale materiale e immateriale delle Associazioni di San Rocco”.

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Dopo la presentazione del tema della giornata da parte di Edoardo Cordeiro Concalves ed Helena Concalves Pinto, membri della Commissione Scientifica, da Montpellier la presidente Anne-Marie Conte-Privat ha riferito su “Azioni, esperienze e testimonianze dell’Associazione Internazionale di San Rocco di Montpellier” e  Claudio Braghieri sulle “Attività svolte e le nuove prospettive di ricerca” dell’Associazione Italiana da lui presieduta. Paolo Ascagni, direttore del Centro Studi Rocchiano (Cremona-Italia) ha aggiornato i numerosi convenuti sui risultati di decenni di studi storici e biografici su San Rocco, anche a nome dello studioso Pierre Bolle, direttore del Centro Culturale di Charleroi (Belgio) e i suoi importanti studi fatti in questo ultimo decennio.

Il portoghese Joao Neto, direttore del Museo della Farmacia, ha tracciato, da un punto squisitamente laico, una netta distinzione tra l’ambito devozionale della Fede e l’area scientifica della cura delle malattie, prendendo spunti dalle conoscenze delle antiche culture tribali e da quelle coeve delle società occidentali dell’epoca moderna, tutte in lotta per il miglioramento sanitario della condizione umana. L’architetto veneziano Franco Posocco, “Guardian Grando della Scuola Grande di San Rocco”, ha illustrato con maestria la pregnanza di quello scrigno artistico,  nella città lagunare, definita autentica “Sistina di Venezia”.

Per la seconda parte della giornata di studi, “Le feste di San Rocco, patrimonio culturale e religioso mondiale per un dialogo interculturale”, il Commissario Culturale, Capitano di Vascello della Marina Militare portoghese, José Rocha e Abreu, ha rivelato novità archivistiche sulla Cappella di San Rocco nell’Arsenale Reale della Riviera della Navigazione. Il museologo  della Camera Municipale di Lisbona, Joao Alpuim Botelho e Antonio José Morgado, tesoriere dell’Irmandade (Regia Confraternita), hanno riferito sulla Cappella di San Rocco di Viana del Castello.

Per la parte più specificamente orientata alle nuove possibilità di turismo culturale, da Llanes, cittadina nelle Asturie spagnole, non lontana da Santiago de Compostela, ha relazionato Anìbal Puròn Sànchez, Presidente del Bando (Confraternita) di San Rocco della sua città, offrendo in chiusura un ottimo video su “San Rocco di Llanes; Festa di interesse turistico nazionale”. Dalla Città Vecchia delle Isole di Capoverde, l’ing. Elìsio Correira Lopes, Presidente dell’Associazione Generale dei Pescatori e dei Pittori di Cidade Velha, ha anch’egli riferito, con slides e uno spettacolare filmato, sulla festa di San Rocco in quelle lontane isole dell’Oceano Atlantico.

Per l’Italia, a chiusura della Giornata Internazionale di confronto, con il supporto di un centinaio di slides proiettate  nell’Auditorium, chi scrive ha parlato ai numerosi presenti  della “Tradizione e danza popolare nel ballo di San Rocco nell’Italia Meridionale”, fenomeno etno-musicale, nel caso delle tre modalità di pizzica-pizzica, che coniuga aspetti coreutico-terapeutici con particolari simbologie gestuali e cromatiche, sulla base degli ultimi studi scientifici dell’ultimo mezzo secolo.

Ermanno Inguscio al convegno di Lisbona
Ermanno Inguscio al convegno di Lisbona

Con la sottolineatura della pizzica-scherma, danza rituale praticata ogni ferragosto, sin dal 1531, presso il Santuario di San Rocco in Torrepaduli, nel contributo si è fatto riferimento al concetto di itinerario culturale tra i giovani, che superando devozione e sentimento popolare, dovranno approdare all’obiettivo privilegiato di organizzare attività per lo sviluppo della cittadinanza europea, arricchita dalle sue diversità. Un meeting internazionale saldamente organizzato, in definitiva, quello di Lisbona, in un mite inizio d’ottobre, nel quale ogni delegazione di studiosi stranieri, europea o extra europea, ha apportato interessanti contributi d’analisi su nuove opportunità di turismo culturale.

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Questo, infatti, può spesso alimentarsi anche nelle tradizioni e nella devozione popolare, di genti, come quella portoghese, che da secoli, per vocazione, a dirla con le parole dell’Ambasciatore d’Italia in Portogallo, dott. Renato Varriale, nell’incontro con tutte le delegazioni avvenuto lunedì 7 ottobre u.s., è con la mente all’Europa di Bruxelles e con il cuore  sempre ai venti delle rotte oceaniche dei suoi Storici navigatori. E l’estuario del Tago, sulle cui sponde si diffondono a Lisbona le struggenti note del “fado”, trova, ogni giorno, nell’Oceano Atlantico, il suo rinnovato abbraccio fatale.

Un convegno internazionale sul culto di San Rocco nel mondo

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A LISBONA UN CONVEGNO INTERNAZIONALE

SUL CULTO DI SAN ROCCO NEL MONDO

  (Lisbona, 4-7 ottobre 2013)

 

di Ermanno Inguscio

 

Dal 4 al 7 di ottobre 2013, nella capitale lusitana, nel Bairro Alto, si ritrovano studiosi di una decina di Paesi di due Continenti, l’Europa e l’America, del Sud e del Nord, per confrontarsi su “Le Feste di San Rocco nel Mondo. Tracce di cultura”, un tema proposto dalla Irmandade de Sao Roque di Lisbona, che fa gli onori di casa per tutto il tempo in cui i convegnisti esporranno i loro approfondimenti, nella grande Sala del Museo Nazionale della Farmacia. Scopi del meeting storico-culturale sono lo studio e la comprensione interdisciplinare centrato sulla identità territoriale e l’incentivazione dei valori religiosi, culturali e patrimoniali, materiali e immateriali, riscontrabili in tale ambito. Le feste di San Rocco nel mondo possono così tramutarsi in prodotto di valorizzazione turistica e culturale, veicoli di scambio e di relazioni integrate.

Nella città  battuta dai venti dell’Oceano Atlantico, in terra di Estremadura, Lisbona, alla foce del fiume Tago, dove non di rado, in autunno, nei giorni di sole i giovani d’ogni età giocano con le onde tra le spiagge di Cascais o di Oeiras, studiosi provenienti da Belgio, Francia, Spagna, Italia, Isole di Capo Verde, Canada e Brasile e naturalmente dal Portogallo, espongono le loro importanti comunicazioni, sulle modalità del momento festivo relativo al Santo Pellegrino di Montpellier e mettere in rete, tra comunità e popolazioni diverse, esperienze culturali legate alla fede, alla devozione, al folklore, alla vita di pubblica relazione.

Sono quasi tutti giunti in aereo, con le compagnie più disparate, i convegnisti, a vivere questa esperienza storico-culturale, in una capitale europea di circa seicentomila abitanti, con il fuso orario di Greenwitch e un abbigliamento consono alle turbolenze del clima tipicamente oceanico, che s’ispira a grande prudenza. Oltretutto è la città dei tram, dei traghetti, di “elevadores” (funicolari o ferrovie a cremagliera), di ponti (spettacolare il ponte di Vasco de Gama) e delle tre linee di metropolitana. “Lisboa  Em”, la rivista mensile della città, è un’affidabile guida per conoscere tutte le proposte artistiche e culturali della capitale.

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Tra gli ospiti d’onore, oltre alla sindaco di Montpellier (città natale di San Rocco), madame Mandroux, e ai sette ambasciatori dei Paesi di provenienza dei convegnisti, vi è anche  il direttore del Centro Italiano di Cultura, ch’è ospitato in una palazzina del XVII secolo, in Rua do Salitre. Del Convegno Internazionale, specie il 5 ottobre ch’è sempre giorno festivo in Portogallo, scrivono tutti i principali giornali in edicola, il “Publico”, il “Diario de Noticias”, “A Capital”, e  il “Diario de Manhà”. Qualche interessante passaggio anche su uno dei canali della “Televisao Portuguesa” e di alcune emittenti televisive locali. Lisbona, nel nome il ricordo di un’origine misteriosa. Dai primi insediamenti di epoca preistorica ubicati  a Monsanto, Olisipo, vocabolo pre-romano da cui deriverebbe il nome della città (città fondata da Ulisse nel suo peregrinare prima del ritorno nella sua Itaca), o Alis Ubbo, che significa “amena insenatura”, di derivazione fenicia o la voce celtiberica  Lysus (più il suffisso fenicio –ippo), che significa “bellezza”: tra le leggende l’unica cosa chiara è la condizione marinara marcata nelle sue origini. Il fiume Tago, da sempre “porta di Lisbona” e lo sconfinato oceano, che celava per secoli un Continente inesplorato, Le Americhe, la fanno ancora da padroni, nei venti, nel clima, nel regime delle precipitazioni. Come per secoli questa terra lusitana era stata dominata, dopo i Romani, da Alani, Svevi, Visigoti e Arabi. Dopo la riconquista degli eserciti crociati, con Don Afonso Henriques, primo re del Portogallo, nel 1147, il destino della città portò alle scoperte dei navigatori portoghesi, delle Isole Canarie, Madeira e Azzorre. Dopo sciagure ed invasioni, una splendida rinascita: Colombo fissa la sua residenza in Spagna (1486), Bartolomeo Diaz doppia il Capo di Buona Speranza. Dopo le lotte per l’indipendenza dal potere spagnolo, con il Trattato di Tordesillas  (1494), diviso il mondo tra Spagna e Portogallo, i navigatori lusitani giungono in Groenlandia (J. Fernando Labrador), in India (Vasco de Gama), in Brasile (P. Alvares Cabral). Con l’oro brasiliano arrivato da Oltreoceano, non fu difficile lo scambio culturale con la madrepatria, ivi compreso il culto dei Santi, come quello di San Rocco. E proprio nel primo pomeriggio del 4 ottobre 2013, le delegazioni straniere invitate sono accolte nella  Sala della Lotteria della Santa Casada. Nel Bairro Alto di Lisbona la prima escursione dei convenuti con la statua di San Rocco e il cane. Dopo la visita al Museo della Chiesa di San Rocco, nella tarda serata, una grande emozione di sentimenti per tutti nella Messa cantata con cantori di fado, musica popolare tipica di Lisbona. Commistione artistica tra lundun  brasiliano,  morna  di Capo Verde, modinhas  e influenze nordafricane e la storia stessa delle navigazioni, che fa amare questa musica dalle classi elevate a quelle dei quartieri poveri dell’Alfama: una forma espressiva che molto si avvicina alla definizione dell’identità nazionale portoghese. E il pensiero corre a “Segredo” della cantante Amalia Rodriguez e della sua acrobazia vocale, al servizio della espressione pura. Sabato, 5 ottobre 2013, in due sedute, l’una mattutina e l’altra pomeridiana, è il giorno del Convegno Internazionale, nella splendida location dell’Auditorium del Museo della Farmacia, dotata di ogni supporto audio televisivo, traduzione simultanea in cinque lingue, in cui ogni “conferencista” espone il frutto di studi e pubblicazioni.

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Per l’Italia Meridionale, e dal Salento in particolare, l’argomento trattato è “Tradizione e danze popolari nel “ballo di San Rocco”, dove si illustrano ai convegnisti le peculiarità della pizzica salentina, ed in particolare la modalità della “danza scherma” di Torrepaduli, all’interno del complesso apparato dello svolgimento del momento festivo. In serata è la volta di una novena al Santo, nella chiesa di San Rocco, animata col canto del coro della Cappella Patriarcale, diretta dal maestro Joao Vaz.

La solennità del Santo Pellegrino ricorre e si festeggia a Lisbona, domenica 6 ottobre: una affollatissima Messa Patriarcale e una folkloristica processione per le strade del Bairro Alto, con l’ostensione di una  venerata reliquia del Santo, che risale storicamente al 1506. Tutti i convenuti, abitanti di svariati quartieri della città, devoti, turisti a seguire trionfalmente il simulacro di San Rocco. Ogni sasso, ogni volto, ogni suono, ogni sapore (delle osterie popolari, dei caffè liberty), ci ricorda incessantemente che in questa città scorre sangue misto. Quello di un popolo ospitale, tra i più tolleranti e meno razzisti del mondo, che si prende il “suo” tempo per allineare Lisbona al profilo di capitale europea. E mentre fa posto ai grandi centri commerciali, alle grandi strutture dell’Expo 98, i suoi vicoli, noti perché girando attorno agli angoli permette di ascoltare un’infinità di rumori, sono un dedalo di viuzze rotto da spazi monumentali, ai cui lati, locali d’ogni genere impastano note di fado con le zaffate di pesce fritto. Lisbona, divisa in città bassa (Baixa) e città alta (Bairro Alto), ci permette nell’Alfama, il quartiere più antico, di vivere le emozioni di un abitato povero e affascinante, un tempo arabo, oggi abitato dai profughi delle colonie (retournados), ritenuta come la Soho di Lisbona, talmente trendy da non esserlo più, e presa d’assalto a tutte le ore da orde di turisti. Con una puntata al Chiado, area di shopping e di caffè schic, la processione sfiora Estrela, zona popolare e ridente, e Lapa, pirotecnica e rutilante di notte, riuscendo a consegnare anche il caratteristico “pane di San Rocco”.

Il terzo giorno, lunedì 7 ottobre 2913, è giornata riservata al giro panoramico della città per tutte le delegazioni straniere intervenute al Convegno Internazionale.  E via ad ammirare l’espansione urbanistica della città, posta anch’essa su sette colli, i suoi nuovi viali e gli edifici ricoperti di azulejos, gli alberi dell’Avenida da Libertade, chiese , monumenti ed edifici pubblici, come la Casa da Moneda, Piazza Marques de Pombal, Piazza de Saldanha, il Campo Grande (con la Biblioteca Nazionale  e il Laboratorio Nazionale di Ingegneria Civile), l’Avenida de Berna, Palàcio Marques de Fronteira, la Torre de Belém, dal caratteristico baluardo poligonale e la torre quadrangolare e, infine, il Padrao dos Descobrimentos, monumento alle scoperte.

E’ facile ammirare questa capitale lusitana; con un paio di bus appositamente noleggiati, l’Irmandade lusitana, anche se in una breve mattinata, permette a tutti gli ospiti di rivisitare, o di prendere per la prima volta visione di una città, nata nella zona portuale sul fiume Tago, protagonista di grandi scoperte nella storia umana, e il cui baricentro (non solo notturno) è sull’acqua. Con sapienti interventi di archeologia industriale, dai Docas, un tempo magazzini mercantili, oggi pullulano bar, ristoranti e discoteche, frequentati da giovani che giorno fanno quartiere generale alla esplanada Graca e a quella di santa Lucia. Il desiderio di sole dei Lisboeti, anche in ottobre, è appagato dal verde dei 25 ettari nel cuore della città, Parque Eduardo VII, dove i giovani si rincorrono in bici o giocando a freesbe e i vecchi giocano alla “bisca lambida”, un lancio di carte, seguito da esclamazioni incomprensibili. Concluso il tour, poco prima dell’ora di pranzo, i convegnisti sono ricevuti in maniera ufficiale dal Presidente della Camera Municipale di Lisbona, dr. Antonio Costa, nella Sala Nobile. Presenziano  D. Manuel Clemente, Patriarca lisboeta; il dr. Pedro Santana Lopez, Provedor de SCLM; il dr. Pedro Pestana de Vasconcelos, Provedor Irmandade da Misericordia e di San Rocco di Lisbona; la sindaco della città francese di Montpellier, Hélène Mandroux e M. Leopold Beaulieu, Presidente-direttore della Generale FonAction CSN. I sette ambasciatori dei Paesi partecipanti all’importante meeting, ringraziano, a nome del le Delegazioni intervenute, le autorità civili, religiose e delle Associazioni Europee di San Rocco. E poi la volta dei saluti dei Presidenti dei Centri Nazionali di Cultura, tra cui  il dr. Guilherme  d’Oliveira  Martins, Presidente del Centro Nazionale di Cultura portoghese, che hanno dato man forte alla manifestazione ottobrina sul culto del Santo. A pranzo ogni ospite, oggi  in una delle caratteristiche  tascas , osterie tipiche, degusta i prodotti ittici freschi, tipici della cucina lusitana. Essa presenta, infatti, l’ingrediente di base, il pesce, in particolare il baccalà, proposto in due versioni veramente appetitose. Ma non manca chi si orienta sui piatti di carne, zuppe rustiche e dolci che più dolci non si può. Il tutto innaffiato dal principe delle tavole lisboete, il Porto secco o dolce, o dal Clarete, un rosato intenso, che anche in questo locale spilla direttamente dalle botti. Ma nei giorni scorsi la fantasia culinaria portoghese è venuta incontro agli ospiti con buona parte dei piatti tipici della cucina lisboeta: Acorda (zuppa di mollica con carne, pesce e frutti di mare), Carne de Poirco, Feijoada, Mariscos, Peixinhos da horta, Pipis, Caldo verde, Touchn do ceu (dolce a base di zucchero, mandorle e uova).

Nel pomeriggio, tutti a sciamare verso Portela de Scavem, il vicino aeroporto della Capitale portoghese, tramite cui parte farà ritorno in patria nelle città della vecchia Europa, e per altri, prima di farlo, dovrà rassegnarsi alla trasvolata transoceanica dell’Atlantico e tornare ad immergersi o nel tepore della primavera brasiliana o ripiombare nel brivido verde-ghiaccio di boschi e lande sterminate dei freddi autunnali dell’emisfero canadese.

 

Ermanno Inguscio e il mestiere dello storico (profilo bio-bibliografico)

di Paolo Vincenti

Ermanno Inguscio, storico, giornalista e docente di materie letterarie. Ermanno Inguscio è un ruffanese e un caro amico, che ha concentrato la maggior parte delle proprie energie nella riscoperta e nella valorizzazione di quell’enorme patrimonio demo-etno- antropologico custodito nel piccolo grande borgo di Torrepaduli, frazione di Ruffano, il paese che lo ha visto nascere, crescere e formarsi. Nella frazione di Torrepaduli, nelle antiche “terre di Maria D’Enghien”, da secoli la devozione popolare tributa onori al santo taumaturgo, San Rocco di Montpelier, il cui culto è talmente importante da avere quasi oscurato quello di San Teodoro, che di Torrepaduli è il patrono ufficiale. Nel cerchio magico della piazza del Santuario di San Rocco,  infatti, dove nella notte fra il 15 e il 16 agosto  si balla la meravigliosa danza scherma, nel vibrare della pelle dei tamburi e nel fendere dei coltelli nell’aria rovente del caldo agostano,  si celebra ogni anno un rito uguale e diverso, una messa laica, a latere di quella sacra celebrata nel Santuario, di cui officianti sono i tanti e tanti visitatori che si accalcano nello slargo di San Rocco e che, con le loro sgargianti magliette e vaporose capigliature, con i loro simboli stravaganti e la loro chiassosa allegria, fanno da contrappunto alla composta, quasi mesta, presenza dei pellegrini, questuanti del Duemila. Qui, i devoti da ogni parte del Salento e non solo, vengono a chiedere una grazia al Santo spadaccino, Rocco da Montpelier, o a ringraziare per averla ricevuta, mentre i giovani coreuti,  anche extra-comunitari ( ma tutti  comunitari del grande villaggio globale di questa contemporanea civiltà), ballano e cantano, suonano i loro improvvisati strumenti e si confondono insieme nel grande spasimo della festa che, nelle ore centrali della notte, raggiunge il culmine. Le loro voci e i loro respiri si confondono con il sudore,  l’aria della notte diventa salmastra e le vibrazioni che la tagliano, quasi percettibili al tatto, i commercianti sono stremati dalla fatica e dal caldo ma con la speranza di vendere ancora qualche pezzo della loro mercanzia e le donne devote dormono sui bordi della piazza, ai lati esterni del Santuario, fiaccate dalla stanchezza del lungo pregare e dall’afa. E il Santo

Torrepaduli. La scherma di San Rocco

di Massimo Negro

A pochi giorni dalla festa di San Rocco ripesco nel mio archivio fotografico e in qualche partizione sperduta della mia memoria, le foto e i dialoghi di un caldo pomeriggio di agosto della scorsa estate, passato a Torrepaduli, piccola frazione di Ruffano, dove è sito il Santuario dedicato a San Rocco.

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Questo piccolo paesino è ormai diventato un centro di notevole attrazione non  solo per la devozione verso San Rocco, che da sempre ha fatto muovere devoti da tutta la provincia per rendere visita al santo, ma soprattutto in questi ultimi anni, per la ormai famosa danza delle spade.
Un rito etnico, sociale, musicale e con il tempo sempre più culturale che si svolge nel piazzale antistante il santuario nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Un evento che richiama migliaia e migliaia di visitatori, attirati da questa sorta di duelli che si svolgono al suon ritmato dei tamburelli.
La danza delle spade ha origini antichissime ed è presente in molti paesi d’Europa; non solo nella latina Spagna o nei vicini Balcani, ma addirittura, riti di questo tipo, si possono rintracciare in Scozia. Ma ci si può spingere anche oltre arrivando in alcuni paesi dell’Africa del nord e via via più lontano.
Non è un semplice ballo. Non è un musical casareccio in cui si mima un duello con i coltelli e, per certi versi, anche il semplice termine “duello” si può considerare non esaustivo. Secondo alcuni studiosi nasce come rito di iniziazione, di passaggio; c’è chi amante dell’esoterismo ha ritenuto di rintracciare nella forma circolare delle ronde alcuni collegamenti  e rimandi con riti ancestrali. Se ne raccontano tante e come spesso accade per tutto ciò che ha antiche origini popolari, la documentazione storica spesso non è presente e la tradizione orale può spiegare alcune cose ma fino ad un certo punto e sino ad un certo tempo.
Le versioni a noi più vicine parlano di duelli che servivano per affermare la supremazia di una famiglia o di una singola persona sul gruppo. Rito, o duello che fosse, si svolgeva con armi vere e non semplicemente mimando l’utilizzo del coltello. Le lame erano concrete e affilate.
Ma su questi aspetti consentitemi di fare un passo indietro e di lasciar spazio al contributo sempre ben accetto degli studiosi della materia.
Veniamo invece al pomeriggio passato a Torrepaduli, in occasione di un workshop sulla danza delle spade.

A prescindere dalle origini, la danza delle spade si svolge secondo regole e codici precisi. Nulla di scritto, non c’è un bando di gara, non c’è un allegato tecnico da leggere prima della danza ma ci sono regole d’agire e soprattutto comportamentali che vengono tramandate di generazione in generazione e che nessuno si permette di non osservare, pena l’esclusione dalla ronda e forse anche l’essere “banditi” dal luogo.

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Le regole non vengono imparate e trasmesse per semplice osservazione visiva. La modalità è molto è più complessa. La trasmissione avviene nell’ambito della famiglia. E’ l’anziano che inizia i giovani alla danza e sono quest’ultimi che la coltivano e la tramanderanno a loro volta a chi verrà dopo. In ogni passaggio generazionale ognuno ci mette anche un po’ del suo stile personale, per cui non è esattamente una mera riproposizione di regole apprese, ma una interpretazione in chiave personale pur nell’ambito di alcune regole immutabili.
Ogni famiglia ha il suo stile. Ogni stile è frutto di una serie di fattori non ultimo anche il lavoro che il “duellante” svolge. Chi fa il barbiere sarà portato a compiere dei gesti come se avesse in mano un rasoio, movimenti più stretti e dall’alto verso il basso; chi miete il grano farà dei gesti più ampi e circolari.

Chi può duellare? Non è per tutti. Consentitemi questa sorta di risposta semplicistica.
I “duellanti” sono circondati da un cerchio, una ronda, di altri “duellanti” che ne prenderanno il posto man mano che la danza procede e gli sconfitti dovranno lasciare il centro del cerchio. Nelle ronde in cui sono presenti gli anziani, l’accesso è selezionato e vi può accedere solo chi è conosciuto e ha dato prova di conoscere le regole e di non essere un attaccabrighe.
Proviamo a dare una definizione di attaccabrighe.
Primo esempio concreto raccontato quel pomeriggio. Un giovane un po’ su di giri aveva cercato di entrare nella ronda senza permesso. Dopo l’ennesimo tentativo a fronte di altrettanti rifiuti, è stato con fermezza accompagnato a debita distanza come persona non gradita. Non si è più ripresentata.
Secondo esempio molto più grave. Quando si duella l’obiettivo è colpire al tronco l’avversario, non bisogna mai puntare alla faccia in quanto la cosa è considerata come un gravissimo gesto di offesa. Capita che succede e quando capita la persona viene “invitata” a non farsi più vedere da quelle parti, soprattutto se le intenzioni provocatorie erano per così dire dolose e non colpose.
Il duello inizia con la cosi detta apertura, cioè mimando il gesto con cui si sfila il coltello dal fodero. I gesti successivi mirano a far assumere delle posizioni attendiste, durante le quali i duellanti si osservano e cercano di capire i punti deboli dell’avversario, o posizioni di invito a combattere, a colpire facendo visibilmente vedere il punto del corpo verso il quale si chiede di essere colpiti.
Il braccio che entra tra le braccia dell’avversario, non parato, puntando al corpo, è il colpo che viene portato a buon fine.
Come scrivevo ad inizio della nota, la Notte di San Rocco è diventata un evento che richiama un’enormità di persone. Molti turisti e ormai anche molte telecamere. Questa sorta di spettacolarizzazione di antichi riti sta causando qualche malessere in particolare tra i più anziani. Per loro la danza delle spade è un rito, l’essere lì nel piazzale è una forma di devozione verso il santo. Non è un divertimento, non è un gruppo folk, è una cosa seria.
Le telecamere e l’umanità molto varia e molto eventuale che accompagna quelle ore delle notte, qualche fastidio ed imbarazzo lo creano.
Quest’anno non so se andrò la notte in attesa delle ronde. E’ da un po’ di anni che l’eccessiva confusione (anch’io incomincio a diventare un po’ anziano) mi porta a non essere presente. Se Dio vorrà ci sarò la mattina presto del 16 per ascoltare messa e, al termine, se come ogni anno sono già pronti, fare colazione mangiando un bel panino con i pezzetti.

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Libri/ “La Pizzica Scherma di Torrepaduli” di Ermanno Inguscio

di Paolo Vincenti

La pizzica scherma  è la principale attrazione della festa di San Rocco di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Nella magica notte agostana della danza delle spade, infatti, la piccola frazione diventa il centro del mondo per migliaia e migliaia di visitatori e turisti che, fra il 15 ed il 16 agosto, si riversano nelle affollate contrade di questo paesino del medio Salento.

Per l’occasione, Torrepaduli diventa via vai di commercianti, che alla secolare fiera di San Rocco espongono i loro prodotti,  di fedeli, che si recano nel Santuario torrese per pregare davanti alla statua del Santo di Montpellier, ed  incrocio di culture e scambio vitale e prezioso di pareri, idee, esperienze che si confrontano, in questi tre giorni, nel segno del protettore degli appestati, Rocco, il santo spadaccino. Nella notte dei tamburelli e dei coltelli, girano nelle danze i destini degli uomini e delle donne che ballano al centro della piazza, sotto lo sguardo vigile del Santo, il quale, ogni anno, benedice questa festa, che rende Torrepaduli un punto di riferimento nell’ambito del folklore e delle tradizioni popolari salentine, sia per gli amanti del nostro territorio che per gli studiosi. I ricercatori, infatti, hanno sempre qualcosa da scoprire su questo culto e su questa danza antica e misteriosa che ancora non ha svelato del tutto il suo fascino segreto ma continua ad ammaliare con un sibilo lungo che difficilmente le nuove tecnologie offerte dalla modernità massificante e la omologazione culturale di questi ultimi anni riusciranno a spegnere.

Fra gli studiosi più attenti, vi è Ermanno Inguscio, il quale all’ombra del Santuario torrese è nato e cresciuto e al fenomeno della danza delle spade ha dedicato diversi libri, come quest’ultimo: La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco: la festa, il mito, il santuario, edito da Lupo (2007). Questo libro, patrocinato dal Comune di Ruffano,  con una Prefazione di Gino

Libri/ Osso Sottosso Sopraosso

di Paolo Vincenti

E’ stato ripubblicato “Osso sott’osso sopraosso- Storie di Santi e di coltelli –la danza scherma a Torrepaduli” di Annabella Miscuglio e Luigi Chiriatti, per le edizioni Kurumuni-libri, di proprietà dello stesso Chiriatti, con il patrocinio dell’Associazione E.De Martino-Salento e del Comune di Ruffano.

Questa è una iniziativa editoriale un po’ insolita, come tutte quelle che riguardano Chiriatti, in quanto raccoglie una serie di interventi che abbracciano  un arco temporale molto ampio.

L’iniziativa, come spiega Chiriatti nell’introduzione del libro, in cui ricorda con affetto la studiosa, nasce da un debito di amicizia nei confronti della Miscuglio, che aveva condiviso molte esperienze con l’autore e che è scomparsa nel 2003.

Annabella Miscuglio, nata a Lecce nel 1939, scrittrice e documentarista, da sempre in prima linea sul fronte dell’impegno femminista, aveva iniziato realizzando vari cortometraggi sperimentali di ricerca su luce, forma e

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