La Mandragora in Puglia e in Terra d’Otranto

di Gianfranco Mele

 

Avvertenza preliminare: la Mandragora autumnalis è una solanacea dagli effetti estremamente pericolosi (vari effetti neurotossici, fino all’arresto cardiaco: si rimanda per info dettagliate su queste caratteristiche alle varie trattazioni sia divulgative che scientifiche di farmacologia e tossicologia,molte delle quali presenti anche in rete). Si sconsiglia perciò vivamente qualsiasi forma di sperimentazione suscitata da curiosità.

 

Intorno alla fine degli anni ’80, e successivamente nei primi anni del nuovo millennio, mi imbatto casualmente in due imponenti stazioni di Mandragora autumnalis nel territorio tarantino: da qui, e dalla vista dello spettacolo suggestivo che offrono queste piante, inizio ad interessarmi sia della loro presenza e diffusione in area salentina e tarantina, che delle caratteristiche, leggende, aneddoti e miti legati ad esse.

Questo scritto origina da tali motivazioni e perciò comprende 3 diverse questioni: 1) la diffusione della pianta (e una mappatura in itinere) in Terra d’Otranto e più generalmente in Puglia; 2) una serie di osservazioni su alcune caratteristiche attribuite nella mitologia alla pianta; 3) l’eventuale presenza della mandragora nelle leggende locali e nella tradizione “masciàra” della Puglia.

 

Mandragora autumnalis in fiore
Mandragora autumnalis in fiore

 

Diffusione in Puglia dall’antichità ai giorni nostri

Conosciuta sin dall’antichità, sia come veicolo di ebrezza che come medicinale, è utilizzata anche nella medicina di Ippocrate. In quanto pianta endemica della Puglia sicuramente era conosciuta e utilizzata anche nella antichità magno-greca.

Ci son pervenuti frammenti di un’opera di un commediografo magno-greco, Alexis di Thurii, intitolata Mandragorizomene (la donna che fa uso della mandragora): i 5 frammenti che ci restano non darebbero modo di conoscerne il soggetto e l’intreccio, e le opinioni degli studiosi appaiono discordanti: si tratterebbe secondo alcuni di fatti amorosi e pertanto la Mandragora sarebbe usata dalla protagonista come afrodisiaco, secondo altri ci sarebbero riferimenti alla magia, per altri la protagonista si serve della Mandragora per simulare la morte, ad accertare la quale viene cercato un medico che parlasse dorico.

E’ nota la presenza e l’influenza del Pitagorismo in Magna Grecia e in Taranto: è proprio Pitagora, fondatore della omonima scuola nella Crotone magno-greca, a definire la mandragora “Antropomorphon”. Pierio Valeriano, pur ritenendo che il suddetto termine fu utilizzato da Pitagora per definire la forma della radice, riporta alcune interpretazioni di non specificati altri autori, secondo i quali “Antropomorphon” implica una attribuzione mistica da parte dei pitagorici alla pianta e in special modo ai suoi pomi somiglianti a testicoli.[1]

Si può supporre che la mandragora abbia avuto un ruolo nell’orfismo e nel pitagorismo, e difatti nelle Argonautiche Orfiche dell’anonimo autore del V secolo d.C., è descritta come una delle piante del giardino di Ecate, signora delle erbe officinali e magiche. Più in generale, le varie esperienze descrittive di vari riti misterici, compresi i misteri Eleusini (le visioni terrifiche e quelle celestiali, esperienze di sdoppiamento corporeo, ecc.),[2] danno da pensare che ciò che suggerisce Pier Luca Pierini a proposito proprio dei misteri di Eleusi non sia da scartare, ovvero la presenza della Mandragora come principale agente delle alterazioni dello stato ordinario di coscienza.[3]

In questa prospettiva, diversi elementi collimerebbero tra loro, come ad esempio la coincidenza del periodo della comparsa della Mandragora autumnalis con le celebrazioni dei Misteri, l’accoppiata vite/vino-mandragora conosciuta fin dall’antichità, e infine la probabilissima veridicità dell’ipotesi che la stregoneria medievale, caratterizzata da unguenti e preparati allucinogeni a base di solanacee, costituisca la diretta filiazione di una antica tradizione magico-religiosa (rituali e saperi compresi).

Ma veniamo ora alla presenza e diffusione della pianta nella flora spontanea pugliese.

Miniatura dal Dioscoride viennese, codice greco prodotto a Costantinopoli attorno al 512. Vi è raffigurato Dioscoride seduto che allunga la mano per afferrare la mandragora antropomorfa che Euresis gli offre. Un cane morto è legato con una corda al piede destro della pianta
Miniatura dal Dioscoride viennese, codice greco prodotto a Costantinopoli attorno al 512. Vi è raffigurato Dioscoride seduto che allunga la mano per afferrare la mandragora antropomorfa che Euresis gli offre. Un cane morto è legato con una corda al piede destro della pianta

 

In Puglia sono documentate o testimoniate presenze di Mandragora nella flora spontanea, a partire dalle ricerche degli autori cinquecenteschi.

Scrive Andrea Mattioli:

“Nascono le Mandragole per sé stesse in più luoghi per li monti in Italia, e massime in Puglia e nel monte Gargano, il quale chiamano di Sant’ Angelo, onde ci recano le corteccie delle radici, e i Pomi alcuni Erbolaj, che ogni anno vengono a noi…” [4]

Il Medico e letterato Girolamo Marciano (1571-1628) a sua volta documenta la presenza di Mandragore in Terra d’ Otranto, elencando la “Mandragora maschio” e la “Mandragora femmina” tra le piante spontanee che crescono nella “Provincia”. [5]

L’ umanista settecentesco Cataldantonio Carducci, nella sua traduzione e commentario delle Delizie Tarantine del D’Aquino, riferisce della presenza della Mandragora presso i vigneti del monte tarantino Aulone, e di una contaminazione dei vini:

“…. lmperciocchè attenta la grassezza de’ pascoli di Saturo, di cui era parte Aulone, le pecore vi s’ impinguavano, onde provveniva l’ ottima qualità delle lane: ed attento il buon terreno di Aulone, molto confacente a viti, il vin che producea, era rinomatissimo. Ed in quel tenimento v’ è tuttavia il corrotto vocabolo monte Melone, e la pezza di MeIone, per dove forse si estendevano le viti d’Aulone. E v’è pure una ragion naturale circa la bontà de’ suoi vini: mentra questa nasceva, dacchè ritenea la qualità della mandragora, erba ipnotica, o sia soporifera, di che eran pieni que’ suoi vigneti, e che tuttavia alligna in quel terreno; onde nacque quel greco adagio mandragoram bibisse (Erasm. in adag.) che si appropriava a quegli infingardi o neghittosi, cui piace una vita molle e lascìva. Quindi Orazio non per altro riguardo lo disse amicus, mentre il suo vino gustato ch’cra, spirava della languidezza, e conciliava il sonno. Plutarco nel libro de audiendis Poetis ci attesta, che la mandragora nascendo presso alle viti, infonde la sua Virtù nel Vino, e fa più soavemente dormir coloro, che ‘l bevono. E Vaglia I’ esempio di Annibale, al ‘dir di Giulio Frontino Strateg. 2, il quale spedito da’ Cartaginesi a domar lo spirito ribelle degli Afri, sapendo ch’ essi erano troppo dediti al vino, procurò di mischiarvi in quello quantità di mandragora, la quale operando con la sua virtù, gli rese deboli e sonnacchiosi , di modo ch’ egli ne trionfò. Anzi tanto è più bello quell’epiteto amicus, che Orazio attribuisce ad Aulone, quanto ch’ essendo questo luogo, come si è detto, ferace di mandragore, il nome di questa pianta presso gli orientali serba la nozion di amore, ch’ è Dod [6] […]” [7]

Sempre a proposito della mandragora in Taranto, scrive il Giustiniani, riprendendo in parte le tesi del Carducci:

“In tutta quella regione, e in esso colle ancora, vi si vede finanche inoggi nascere abbondantemente la Mandragora, erba ipnotica e soporifora, di cui Plinio molto parla; e se mai sia vero quel che dice Plutarco che una tal’erba nascendo presso le viti infonde la sua virtù nel Vino, e fa che dormono soavemente tutti coloro, che il bevono: mandragora (mi valgo del Xilandro) iuxta vites nascens , suamque in vinum virn diffundens, efficit ut suavius dormiant, qui id biberurnt, ebbero perciò a farvi una ricca piantagione di viti, dalle quali ne raccoglievano poi vino assai in pregio.” [8]

Nella sua opera La flora salentina, il botanico ottocentesco Martino Marinosci, di Martina Franca, riferisce, a proposito di quella che egli identifica come

“Mandragora officinalis, o officinarum Atropa L.”: “ Vi è una varietà a foglie larghe con fiori, e radice bianca, ed un’ altra presso Lecce con radice fosca, foglie strette ondate, fiori porporini” [9]

Ancora, il botanico inglese Henry Groves nella sua opera “Flora della costa meridionale della Terra d’ Otranto” riporta nel 1887 la presenza di Mandragora autumnalis a Leucaspide (Statte, TA) e Gallipoli.[10]

La Mandragora autumnalis è presente nelle attuali checklist della flora salentina.[11] Benchè sia inserita nelle specie di lista rossa, cioè a rischio di estinzione, sono state individuate, anche molto recentemente, diverse stazioni sia dai botanici che da ricercatori indipendenti e appassionati.[12]

Presenze certe sono state rilevate nei pressi di: Tuturano (BR), Porto Cesareo, Otranto e Porto Badisco (LE), Taranto, S. Marzano di S. Giuseppe (TA)[13].

La Mandragora si comporta da pianta “infestante” e dunque laddove è insediata allo stato spontaneo non si trovano mai individui isolati o numericamente esigui, ma stazioni di numerosi esemplari che occupano fette consistenti di suolo in ciascun sito che le ospita. Da verificare, segnalazioni sulla costa tarantina, nei pressi delle gravine massafresi, di Martina Franca, San Giorgio Jonico, e in altre zone della provincia di Taranto e di Lecce.

 

Osservazioni e comparazioni con il mito: odore, luminosità e altro

Osservazioni dirette, ripetute, ci hanno consentito di far caso all’odore dei frutti e ad altri aspetti della pianta come la cosiddetta luminescenza. In una fase intermedia tra quella del frutto verde, acerbo, e la maturazione vera e propria, i frutti emanano un odore particolare, quasi di tipo spermatico. Più il frutto è maturo, più l’odore perde quella caratteristica e si avvicina a quello del marcio. Probabilmente l’associazione della Mandragora con lo sperma, ripetuta in più e diverse leggende, ha a che vedere anche con questa caratteristica del frutto nella sua fase di pre-maturazione: “nasce dallo sperma degli impiccati”, forse perchè ha effettivamente un odore che ricorda e rievoca quello dello sperma. Più in generale la Mandragora è collegata allo sperma anche al di là del tema dell’impiccagione: un nome arabo dei suoi frutti è anche “testicoli del diavolo”, e un appellativo turco, sempre dei frutti, “testicoli di cane”.

Nel mondo arabo è diffuso anche il nome “uova del genio” laddove il termine “uova” deve essere inteso come eufemismo di “testicoli”.

Vedremo in seguito, invece, perchè probabilmente è stabilita una relazione anche con i morti e con le loro anime dannate.[14]

A proposito del mito della luminosità della Mandragora, non abbiamo notato luminescenze o fosforescenze di sorta nei frutti, in nessuna fase della fruttificazione, nonostante osservazioni ripetute. Bouquet nota, a suo dire, una sorta di luminescenza, ma la attribuisce al fenomeno della fosforescenza, tipico di diversi organismi, e tuttavia percepibile, secondo il ricercatore, a occhio nudo anche a distanza di 2 mt. dalla pianta[15]: non abbiamo notato nulla di ciò. Occorre aggiungere che la cosiddetta luminescenza non è univocamente attribuita ai frutti: Le Quellec riporta, a proposito del nome arabo “Lampada del demone” :

“Ibn el Baitar riporta che secondo el-Edrisi “la parte interna della corteccia dello stelo brilla nella notte […] al punto che si potrebbe pensare in fiamme.” [16]

La cosiddetta luminosità è attribuita in questo caso alla brillantezza della corteccia dello stelo e non del frutto: e difatti alla luce della luna piena o di una torcia questo “risalto” di quella parte della pianta, ci risulta.

Altre leggende e interpretazioni investono l’intera pianta di un potere “luminoso” o “ardente”: alcuni antichi erbari affermano che “la pianta brilla nella notte come una lampada”, secondo alcune leggende “la pianta irradia fuoco”, “assomiglia al fuoco”, “è calda”, ma “fuoco e “calore” sono riferiti anche alla potenza del veleno della pianta e ai suoi effetti. Il “calore” è collegato da altri alla canicola estiva (periodo di raccolta della varietà officinarum). [17]

In Garfagnana (prov. di Lucca) son state raccolte delle testimonianze da nativi che affermano che “dove c’è la mandragola c’è il fenomeno del gas, del lumicino[18] e anche qui il fenomeno pare attribuito alla pianta a prescindere dai frutti: “finchè la mandragola non è grande non fa il lumicino[19], e “se vive cento anni fa cento anni di lumicino[20].

Illustrazione dall'opera di Pierre Boaistuau, Histoires prodigieuses,1560: frontespizio del capitolo XXII. Vi è raffigurata la classica scena del cane legato alla mandragora, che è raffigurata però come una pianta fiammeggiante
Illustrazione dall’opera di Pierre Boaistuau, Histoires prodigieuses,1560: frontespizio del capitolo XXII. Vi è raffigurata la classica scena del cane legato alla mandragora, che è raffigurata però come una pianta fiammeggiante

 

Probabilmente nei vari miti sulla luminosità della pianta si intrecciano caratteristiche e percezioni differenti: una osservatrice che scrive per una rivista divulgativa sulle piante, riporta in un articolo la sua personale esperienza osservativa:  “in autunno, si forma un denso ciuffo di fiori imbutiformi a cinque lobi di un azzurro violetto intenso e luminoso”.[21] Questa percezione di una sorta di luminosità del fiore è comune a molti osservatori, e io stesso fui colpito, sin dalla prima volta che vidi un gruppo di piante, da una sorta di risalto vesperale del fiore, che ho ri-percepito a distanza di anni. D’altro canto, l’accostamento ad una lampada potrebbe provenire anche dalla forma suggestiva che assumono frutto e calice nell’insieme, come si può notare in una delle foto qui riportate.

Frutto di mandragora con il suo calice
Frutto di mandragora con il suo calice

 

La comparsa della Mandragora autumnalis in Salento avviene immancabilmente verso metà-fine di agosto, subito dopo le prime piogge, e spesso quasi in concomitanza appaiono i primi fiori. La fruttificazione inizia verso la metà di ottobre.

I miti della pioggia legati a questa pianta, detta in alcune regioni italiane “l’erba che chiama l’acqua” se sfalciata,[22] hanno una ovvia correlazione con il suo riaffacciarsi dopo i primi temporali estivi e con il loro irrobustirsi alle piogge successive[23] .

Un’altra cosa che abbiamo potuto osservare è la presenza di chiocciole sulla pianta: ne sono molto attirate e ne divorano le foglie. Questa osservazione coincide con quanto riportato da altri studi.[24]

Secondo alcuni studiosi “gli uccelli e gli animali dei campi trovano che la carne succosa della Mandragora è irresistibile[25]: questa appetibilità sarebbe, tra l’altro, tipica delle gazze, corvi e altri volatili che si ciberebbero dei frutti. In effetti, in una zona popolata da mandragore e da corvi non siamo riusciti a ritrovare presenza di frutti nelle piante dopo la fioritura, proprio perchè probabilmente i corvi li consumavano poco dopo la loro comparsa sulle piante.

mandragora4
Cantareus apertus su foglie di Mandragora

 

La leggenda dell’ “urlo” della pianta potrebbe avere origine dal “rumore” che fanno le radici, specie in grossi esemplari, a contatto con la terra e a seguito di una brusca estrazione, laddove il terreno è soffice o è stato “preparato” a poter estrarre la radice intera.[26] abbiamo potuto notare l’identico fenomeno, casualmente, estraendo bruscamente, d’un colpo, un esemplare di Daucus carota (lo sfregamento della radice contro il terreno aveva provocato un rumore, per la verità appena percettibile, ma acutissimo): un informatore siciliano ci riporta, a proposito della Mandragora:

“ho sentito uno pseudo-urlo (del quale posso fornire anche la registrazione), che somiglia molto al rumore del cuoio se strofinato, e altro non è che lo stridere delle radici appena la pianta si tira fuori dal terreno.”

 

La Mandragora nella stregoneria salentina

In uno scritto di prossima pubblicazione parlo dettagliatamente della presenza di Solanacee psicoattive nell’esperienza della stregoneria salentina; in questa sede riporterò alcuni passaggi significativi rapportabili al possibile utilizzo specifico della Mandragora.

Solanacee tropaniche di vario genere paiono inequivocabilmente presenti nella composizione di unguenti, polveri e bevande afrodisiache e affatturanti. In un testo del Chiaia si legge di una misteriosa “Erba del trasporto” utilizzata da un masciàro pugliese[27] che potrebbe essere la Mandragora stessa o altra solanacea dagli effetti analoghi, mentre nei resoconti forniti al tribunale del santo Officio della diocesi di Oria tra ‘600 e ‘700, si leggono esperienze significative, benchè, ovviamente, mediate dalla penna dell’ inquisitore.

Non sappiamo quali Solanacee in particolare rientrassero nelle varie composizioni (probabilmente tutte quelle di tipo tropanico disponibili e reperibili, vista l’interscambiabilità a livello di proprietà), ma alcuni passi ci suggeriscono la possibile presenza della Mandragora. Li analizziamo nell’articolo al seguente link:

http://www.academia.edu/35567465/Il_possibile_ruolo_della_mandragora_nella_stregoneria_salentina

 

Laùri e Mandragore

Il Laùro salentino è un demone prettamente autunnale: le sue apparizioni sono frequenti nelle credenze popolari del Salento e della Puglia e il suo habitat sono le antiche case dei contadini, ma anche i frantoi oleari.[28] E’ spirito domestico, descritto come una sorta di omuncolo nero, o marrone, comunque scuro, con o senza cappello frigio (che a volte è rosso, a volte è nero) o a sonagli.[29] Può avere aspetto umano, aspetto di gatto, di bambino demoniaco, di giullare. Spirito benevolo, ma anche terrifico a seconda delle circostanze e delle simpatie/antipatie o dei meriti e demeriti dell’ospite.

E’ il Lare (spirito degli antenati), ma anche la Larva dei romani (spirito di morti che non hanno ricevuto sacramenti o di morti dannati), è Genius, Incubus, Pan, ha caratteristiche ed aspetto che possono farlo identificare con Ailuros (divinità-gatto) ma anche con Alraune (spirito della mandragora). In questa figura sincretica o forse archetipica del folletto salentino sono riassunti e si sovrappongono i connotati caratteriali e gli aspetti di tutti questi esseri mitologici. E’ il Lare domestico della commedia Aulularia (pentola d’oro) di Plauto, che custodisce il tesoro degli avi della casa.

Il Laùro custodisce tesori e pentole, protegge la casa, può regalare ricchezze (ma anche pentole rotte, per burla), può spaventare. Come l’ Incubus degli antichi romani si poggia sul ventre e toglie il respiro, terrorizza e insegue come Pan, Fauno (divinità della natura, della campagna, dei boschi).

Come gli Incubi romani, può trasmettere sogni cattivi e terrifici o anche cercare di imporre alle donne rapporti sessuali. Emissario degli inferi, può apparire in forma di gatto come alcune divinità egiziane note in mitologia greca con il nome di Ailuros (Ailouros in greco antico significa gatto). Nel nostro folklore è identificato anche come lo spirito di un morto di morte violenta o di un morto bambino non battezzato, come la Larva romana, e come le Larve può perseguitare e terrorizzare.

Nella tradizione germanica Alraune è lo spirito della Mandragora, che terrorizza, fa trovare tesori, ha forma antropomorfa. Ma nella mitologia germanica esiste anche il Kobold, spirito familiare come quello degli antichi romani, più anticamente spirito di una pianta o di un albero. Nel Medioevo in Germania si usava scolpire figure di Coboldi plasmandoli con il legno di un albero, il Buxus sempervirens, o con cera, ma anche con la radice della Mandragora o di altra pianta spacciata per tale. Si pensava che lo spirito del Coboldo vivesse nel materiale utilizzato per la figura. Kobold ha un etimo comune a Kobaloi, spiriti della mitologia greca, piccoli, dotati di un grande fallo, e compagni di Dioniso.

Se mai dovesse essere ricercata una discendenza del mitico folletto salentino da una pianta [30] e dai suoi effetti, la pianta “candidata” a numerosi e sorprendenti elementi in comune con il Laùro è proprio la Mandragora (entrambi sono legati al mondo onirico, spaventano e terrorizzano, ma proteggono anche, possono donare ricchezze e tesori, hanno forma antropomorfa, godono di una interscambiabilità, son considerati spiriti, son paragonati e/o definiti come morti di morte violenta o dannati, e come morti bambini non battezzati). Infine, il Laùro e l’ Homunculus alchemico derivato dalla magica animazione della Mandragora sono fondamentalmente la stessa cosa.
“Mandragora maschio” e “Mandragora femmina” in una antica stampa

mandragora6
“Mandragora maschio” e “Mandragora femmina” in una antica stampa

mandragora7

 

Note

[1]Giovanni Pierio Valeriano, I ieroglifici ouero Commentarii delle occulte significationi de gl’Egitti, Combi, Venezia, 1625, pag. 761

[2]v. Attilio Quattrocchi, I Misteri Eleusini, Accademia Platonica Centro Studi Filosofici http://www.accademiaplatonica.com/i-misteri-eleusini/

[3]Pier Luca Pierini, La Magica Mandragora, Rebis Ed., Viareggio, 1999, pp. 23-33

[4]Pietro Andrea Mattioli, Discorsi, pag. 604, cap. 78, 1544

[5]Girolamo Marciano, Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto pag. 190, Napoli, Stamperia dell’ Iride, 1855 (riedizione a stampa dell’antico manoscritto redatto dal Marciano a cavallo tra ‘500 e ‘600)

[6]a proposito del termine “dod” qui citata dal Carducci come sinonimo di mandragora e di “amore”, si veda G. Toro, La radice di Dio e delle Streghe, pag. 18

[7]Cataldantonio Atenisio Carducci, Le delizie tarantine di Tommaso d’ Aquino, Volume 2°, Annotazioni, Napoli, 1772, Stamperia Raimondiana, pag. 269.

[8]Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli, Manfredi, 1883, pag. 51

[9]Martino Marinosci, Flora Salentina, vol. II, Tip. Ed. Salentina, Lecce, 1870, pag. 91

[10]Henry Groves, Flora della costa meridionale della terra d’ Otranto, Nuovo Giornale Botanico Italiano, vol. XIX, n. 2, aprile 1887, pag. 174

[11] C. Mele, P. Medagli, R. Accogli, L. Beccarisi, A. Albano & S. Marchiori Flora of Salento (Apulia, Southeastern Italy): an annotated checklist Flora Mediterranea 16, Raimondo Ed., , pag. 219

[12] In un suo recente scritto Samorini riporta di “testimonianze di alcuni conoscenti pugliesi e siciliani i quali mi hanno comunicato che, quando incontrano delle piante di mandragore, ne consumano impunemente i frutti maturi”, ripetendo per ben due volte nel testo questo “dato” con la medesima espressione e mettendo in guardia qua e là nell’articolo rispetto alla sconvenienza di questo atteggiamento (G. Samorini, Odori sensuali: il profumo del frutto di Mandragora, in Erboristeria Domani, mar/apr 2017, 401, CEC Editore, pp. 72-79). Non ci risulta un trend di consumi di frutti di Mandragore in Puglia, e tantomeno di comportamenti d’abuso, anche in considerazione del fatto che si tratta di una pianta difficile da scovare e poco diffusa, benchè affatto presente soltanto in area tarantina come afferma l’ autore suddetto (difatti abbiamo registrato la presenza di poche ma significative stazioni sparse in tutta la Terra d’ Otranto). Ciò che risulta più significativo nella esperienza pugliese è in realtà il fatto che si è creata una rete comunicativa spontanea e di scambio di informazioni composta da ricercatori delle tradizioni, botanici, ecologisti e naturalisti, escursionisti, con al centro delle attenzioni non soltanto la Mandragora o le piante psicoattive, ma tutta la flora spontanea del territorio, i suoi utilizzi nella tradizione, nella alimentazione, nella medicina popolare. Obiettivi condivisi sono lo studio, e lo scambio di informazioni, l’individuazione e la classificazione delle specie presenti nel territorio, la preservazione della flora spontanea, specie quella a rischio di estinzione, e, quando possibile, il suo ripopolamento. A questo proposito, intendo ringraziare Oreste Caroppo, Giuseppe Mascia, Marcello Morelli , il Prof. Piero Medagli con i loro preziosi contributi, e quanti altri hanno preso parte attiva a ricerche, discussioni, scambi di informazioni, escursioni .

[13] Nota curiosa, le Mandragore osservate in S. Marzano in periodo autunnale, non presentavano fioritura né fruttificazione e avevano una conformazione fogliare sensibilmente diversa rispetto alle altre. Questi aspetti han fatto pensare ad un esempio di polimorfismo, ma sarebbe da approfondire quanto riferito in passato dal Marciano e da Marinosci: entrambi identificano 2 specie differenti di Mandragore in Terra d’ Otranto. La “Mandragora maschio” e la “Mandragora femmina” di cui parla il Marciano corrisponderebbero in realtà, rispettivamente, alla attuale distinzione tra Mandragora officinarum e Mandragora autumnalis. Lo stesso Marinosci, come si è riportato di sopra, riferisce di due differenti varietà.

[14]Cfr. Jean Loic De Quellec, La Mandragore: Plantes, sociétés, savoirs, symboles. Matériaux pour une ethnobotanique européenne. Actes du séminaire d’ethnobotanique de Salagon, vol. 3, 2003-2004 : « Les cahiers de Salagon » 11, Musée-conservatoire de Salagon et Les Alpes de lumière, Mane, 2006, pp. 91-92

[15]J. Bouquet, La Mandragore en Afrique du Nord, Bulletin de la Société des Sciences Naturelles de Tunisie, vol. 5, pp. 29-44, 1952

[16]Jean Loic Le Quellec, op. Cit., pag. 88

[17]an Loic Le Quellec, op. Cit., pp. 88-90

[18] Alberto Borghini, Varia Historia – Narrazione, territorio, paesaggio: il folklore come mitologia, Aracne editrice SRL, 2005, pag. 118

[19]Ibid.

[20]Ibid.

[21]Flavia Angotti Mandragora autumnalis, in Giardini & Ambiente, https://www.giardini.biz/piante/erbacee/flavia-angotti/

[22]Cfr. Tiziano Mannoni, Diego Moreno, Maurizio Rossi, APM- Archeologia Postmedievale, 10, 2006 – Pietra scrittura e figura in età postmedievale nelle Alpi e nelle regioni circostanti, All’Insegna del Giglio, 2007, pp. 186-190

[23]Analogo mito si origina rispetto asd un’altra solanacea magica, lo Stramonio, cfr. Vittorio Lanternari, Religione, magia e droga. studi antropologici, Manni Ed., 2006, pag. 171 .

[24]Cfr. Gianluca Toro, La Radice di Dio e delle streghe, Yume Ed., 2014, pag. 75

[25]Alexander Fleisher, Zhenia Fleisher, The fragrance of Biblical Mandrake, Economic Botany, 48 (3): 243-251

[26]Questo fenomeno è stato già decritto da Bouquet ma egli lo attribuisce ad un rumore secco causato dalla radice che si spezza allorquando è estratta in modo non corretto (J. Bouquet, La Mandragore en Afrique du Nord, Bulletin de la Societè des Sciences Naturelles en Tunisie, Vol. 5, pp. 29-44, 1952) ). Al contrario, nella nostra esperienza lo stridio proviene proprio dalla estrazione brusca ma corretta della radice, cavata dal suolo per intero, ed è causato come già detto dallo sfregamento della radice stessa con la terra. Giusta, invece, la successiva osservazione di Bouquet secondo il quale il silenzio e l’atmosfera della notte, in cui avveniva l’estrazione, avrebbero amplificato in modo suggestivo ciò che veniva udito.

[27]Luigi Chiaia, Pregiudizi Pugliesi, in: Rassegna pugliese di scienze, lettere, arti, Trani, 1887-88, Ried. a cura di Arnaldo Forni Editore, 1983, pp. 75-76

[28]Cfr. Gianfranco Mele, Lu Laùru, il nostro demone in La Voce di Manduria, giovedi 2 nov. 2017;

[29]Il “cappuccio dei pazzi”, il berretto a sonagli tipico di folli e giullari, potrebbe rappresentare la stilizzazione di una pianta di mandragora con i suoi frutti.

[30]In un articolo inserito in un sito web salentino denominato “Il Tacco d’ Italia”, dal titolo “Il folletto dell’ Italia meridionale e la papagna”, il Laùro viene riportato forzatamente, attraverso una serie di associazioni e costruzioni fantasiose e improbabili, nonché attraverso una serie di errori descrittivi e interpretativi, nonché etimologici, al Papaver somniferum (cfr. a questo proposito Armando Polito, Il Laùru, ovvero diaboliche etimologie, in Fondazione Terra d’ Otranto, sito web omonimo 10 dic. 2013 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/10/il-lauru-ovvero-diaboliche-etimologie/ ). Si vedano anche:

LÀURI, SCIACUDDHI & MUNACIELLI

Fatti e misfatti dello spiritello domestico salentino

I dispetti del folletto domestico salentino

 

LÀURI, SCIACUDDHI & MUNACIELLI

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il folletto salentino, visto da Daniele Bianco

LÀURI, SCIACUDDHI & MUNACIELLI

Viaggio nella letteratura d’autore

alla scoperta del mondo fantastico delle leggende del Sud,

tra gnomi, folletti e altre meraviglie

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Di Làuri e Sciacuddhi o Laurieddhi, Monaceddhi, Scazzamurrieddhi, Tiaulicchi, Carcagnuli, Uri e simili, come nelle diverse geografie di Terra d’Otranto vengono chiamati gli gnomi e i folletti che abitano le nostre case (spesso maliziosi, dispettosi e burloni, ma sostanzialmente simpatici e benigni) – questa rivista si è già interessata con un bell’articolo a firma di Rino Duma (vedi n. 1 del 2008), ricco peraltro di preziosi elementi storico-antropologici.

Avendo scorso di recente la storia singolare del ‘cugino’ napoletano di questi piccoli amici, e cioè il famoso (o famigerato) Munaciello, mi piace ritornare sull’argomento, fornendo, con questa ed altre fascinose testimonianze d’autore, un contributo essenzialmente ‘letterario’, che riguarda da vicino l’universo, sempre fecondo di suggestioni, delle leggende popolari del nostro Sud.

Questo viaggio speciale nella letteratura parte appunto da Napoli e da Matilde Serao (1856-1927), che a proposito delle origini de ’o Munaciello scrive: «Nell’anno 1445, regnando Alfonso d’Aragona, una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di un garzone di bottega, Stefano Mariconda. E com’è usanza d’amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto, e di rado fu vista coppia d’amanti egualmente innamorata e fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Frezza contro Stefano. Fu così che in una notte profonda, mani traditrici afferrarono Stefano alle spalle, e dalla ferriata lo precipitarono a sfracellarsi nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s’aggrappava ai panni degli assassini.

[…] La Catarinella fuggì di casa, pazza di dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monache dov’ella dette prematuramente alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna perché al piccolo desse una fiorente salute; ed ella votossi e vestì il bimbo d’un abito nero e bianco da piccolo monaco. Ma altro aveva disposto il Signore, e la Catarinella non s’ebbe la grazia: il figliuoletto suo, negli anni, non crebbe che pochissimo, e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Ma ella continuò a fargli indossare il saio da piccolo monaco; ond’è che la gente, in suo volgare, chiamava il bambino: ‘o Munaciello.

Le monache lo amavano, ma i bottegai, e i paesani, e la gente della via si mostravano a dito quel bambino troppo piccolo, con la testa troppo grande e quasi mostruosa, e talvolta lo ingiuriavano, come fa spesso la plebe contro persona debole ed inerme. […] Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando ‘o Munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora era cattivo augurio. E siccome il cappuccio rosso compariva assai raramente, ‘o Munaciello era bestemmiato e maledetto. Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che faceva imputridire l’acqua nei pozzi, lui che portava la mala fortuna…

[…] Finché una sera ‘o Munaciello scomparve. Non mancò chi disse che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Dove è stato vivo, ora s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, lì ricompare nella medesima parvenza. Dove lo hanno fatto soffrire, là egli ritorna, malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga e insaziabile vendetta. Di tutto è capace il Munaciello, che nella sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, è rispettato, temuto ed amato…».

Questa la ‘triste istoria’ del Munaciello napoletano. Il quale, oltre ad avere un posto di riguardo nella smorfia e cabala del lotto (al numero 37), da molti secoli è personaggio di fortissima influenza nel vivere quotidiano del popolo partenopeo, tanto che nel Pragmatica de locato et conducto (la raccolta delleleggi e consuetudini che dal 1588 regolavano gli affitti delle case in tutta Napoli), una precisa norma, tradotta qui in italiano corrente, evidenziava che: “…qualora il locatario abbia a subire nella propria abitazione visibili turbamenti dagli spiritelli maligni volgarmente denominati ‘Munacielli’, gli è permesso di abbandonare la dimora affittata senza pagare alcuna pigione”. Incredibile, se non fossimo a Napoli!

il folletto salentino, visto da Daniele Bianco
il folletto salentino, visto da Daniele Bianco

Molto simili nel nome al folletto napoletano, ma vicinissimi nella sostanza agli Sciacuddhi salentini, sono i Monachicchi della Basilicata, dei quali si è interessato nientemeno che il più ‘meridionale’ degli scrittori del Nord, Carlo Levi (1902-1975), il cui nome è fatalmente legato al suo mitico Cristo si è fermato a Eboli, capolavoro letterario e sentimentale che più e meglio d’ogni altro rende ‘nudo e crudo’ il senso della cultura e della civiltà dimenticate del nostro Mezzogiorno (e particolarmente della disperante realtà lucana negli anni ‘30 del secolo scorso, da Levi direttamente conosciuta durante il confino patito per il suo ardimentoso antifascismo). Così egli descrive i Monachicchi di Grassano: “…sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di procurare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solleticosotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono le sedie di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, ronzano e pungono come zanzare, e di notte prendono di mira le code e le criniere dei cavalli, che amano intrecciare inestricabilmente”.

Ritornando allo Sciacuddhi di casa nostra, parimenti gradevole è la minuziosa descrizione che ci offre al riguardo l’illustre studioso Sigismondo Castromediano (1811-1895): “…Irritante ed irritabile, danneggia e benefica, secondo capriccio. È il dio Lare di quei tuguri che sceglie a dimora, e dei quali suole impossessarsi scendendo dai tubi fumaioli d’un camino. […] Le cento e più volte l’ho sentito dipingerlo basso, anzi piccin piccino, gobbetto, peloso di tutta la persona, ma d’un pelo morbido e raso. Copregli il capo un piccolo cappelletto a cono e indossa una corta tunica affibbiata alla cintola.

[…] Bazzica volentieri nelle stalle, dove ospitatosi una volta difficilmente ne esce: ed anzi, tosto s’innamora della cavalla o dell’asina che meglio gli garba, e l’assiste e carezza di preferenza, nutrendola della biada sottratta alle compagne, o altrove rubata… e gode inoltre l’alto onore d’essere da lui stesso strigliata, lisciato il pelo ed intrecciati graziosamente i crini del collo e della testa.Di giorno non appare giammai, esercitando di notte le sue trappolerie… Eccolo infatti a metter sossopra masserizie ed annessi, a sparecchiar gomitoli e tele del telaio o a svegliar le persone, rompendo piatti, bottiglie, bicchieri.Guai se è in collera col suo ospite. Se questi dorme i suoi sogni dorati, allora improvviso gli cavalca il petto e glielo calca fino a fargli perdere il respiro”.

Un diavoletto pestifero, insomma! Che ne combina una dietro l’altra…

Ma non è sempre così. A me (nonostante di dispetti me n’abbia fatti d’ogni sorta, e ancora non la smette…), confesso che fa quasi tenerezza. In fin dei conti, può ben considerarsi un giocherellone. Quel che si dice una simpatica canaglia. Chissà che prima o poi non ricambi la simpatia che ho per lui facendomi trovare l’Acchiatura – mitico tesoro di cui dalle nostre parti ancora si favoleggia – o basterebbe che porti bene e mi conservi in allegria.

A tale proposito, va appunto considerato che gli Sciacuddhi si affezionano non tanto alla casa, ma alla famiglia e alla gente che la abita. Per cui, se avviene un trasloco, è sicuro che traslocano anche loro. Mia nonna Anna mi raccontava sempre divertita che un certo Cosimo Sasà e la di lei moglie Concetta, contadini di un paese del Capo, spazientiti dello Sciacuddhi che gliene combinava di tutti i colori, pur di toglierselo dai piedi, avevano deciso di cambiar casa. Caricarono quindi le masserizie su un carretto a mano e si avviarono di buon passo verso la nuova abitazione. Durante il tragitto, la moglie si accorse che aveva scordato di prendere la scopa, che gli sarebbe stata indispensabile per le pulizie: “Nah, Cosiminu – esclamò verso il marito – La scupa mi rescurdai!”. “…Nu te preoccupare! – le fece eco una vocina da dietro – L’aggiu pigghiata ieu!”. Era, manco a dirlo, il loro ineffabile e fedele Sciacuddhi, che li seguiva placido con la scopa sulle spalle…

Al perenne conflitto tra gli Sciacuddhi e le donne di casa rende sorridente testimonianza questa bella filastrocca, raccolta nella Grecìa Salentina: Cu la còppula scattusa / zzumpa ssu lla panza cu tte ncusa. / Uru, Uru malitettu, / a ddhù hai scusu lu scarfaliettu /cu li ori te la sciara? / Nu nc’è cceddhi cu te para…? / Ma se te rrubbu lu scursettu / me l’hai dare lu scarfaliettu!(Col berretto sgargiante / salta sulla pancia per accusarti. / Uru, Uru maledetto, / dove hai nascosto lo scaldaletto / con gli ori della strega? / Non c’è nessuno che possa competere con te – che t’insegni l’educazione? / Ma se ti rubo il berretto / devi darmelo lo scaldaletto!).

E va infine aggiunto, per chi non lo sapesse, che lo Sciacuddhi fu celebrato, nel 1954, perfino dal grande Domenico Modugno (1928-1994) in una delle sue prime incisioni discografiche, intitolata Lu Scarcagnulu, com’è appunto chiamato il prode folletto in tutto il Brindisino.

Nativo di Polignano a Mare, il grande Mimmo (destinato a diventare ben presto famoso in tutto il mondo come Mister “Volare”), visse infatti la propria giovinezza a San Pietro Vernotico, e le sue iniziali produzioni musicali – da Ventu de scirocco a La donna riccia, Lu pisce spada, Sirinata a na dispettusa e altre – ispirate in gran parte ai vecchi “cunti” delle nostre contrade, furono create quasi tutte in dialetto salentino, all’epoca erroneamente scambiato (o forse volutamente strumentalizzato) per siciliano.

Onore quindi a Làuri e Sciacuddhi. Saranno (forse) creature del mondo della fantasia, ma senza fantasia che mondo sarebbe?

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Sull’argomento si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/02/27/fatti-e-misfatti-dello-spiritello-domestico-salentino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/02/23/i-dispetti-del-folletto-domestico-salentino/

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/10/spauracchi-di-ieri-e-di-oggi/

 

 

 

Mino de Santis. Una pagina di canzone popolare vera, del popolo del Salento … lento … lento …lento

Lu Scarcagnizzu

di Pino de Luca

San Simone è un bel posto. Nel cuore messapico del basso Salento a due passi di Sannicola (di cui è frazione) e tre da Alezio, uno sputo da Tuglie.
San Simone ha un rilievo con un grande spazio: Oasi dei Francescani si chiama. Luogo dal profumo vintage e dall’aura di pace.
San Simone è li, in un fazzoletto di terra la contraddizione umana plasticamente rappresentata: Oasi di pace con un cannone a far bella mostra, vintage con affianco un tetto solarizzato. Declinazione straordinaria della velocità della storia quando si muove su piccoli spazi.
San Simone e l’Oasi francescana che ospita uno spettacolo culturale: Mino De Santis presenta (finalmente) il suo primo CD e, dopo, la cultura: mieru e pezzetti te cavallu!!!
Accostamenti ardui nello spazio e nel tempo, forse anche raffazzonati e stridenti, ma sempre accostamenti.
Un palco scarno con tre sedie e il groviglio di fili d’ordinanza, una approssimata amplificazione e luci rosso-verdi che proiettano sul suolo e sui muri strane ombre da anaglifo …
La platea in una cornice d’altri tempi, popolata da sedie di plastica, metà rosse e metà bianche, s’anima e in breve tempo non c’è più un posto che non sia occupato da culo umano, si occupano anche gli spazi per accovacciarsi sui

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