Nardò, Le quattro colonne, ieri (fine del XIX secolo?) e oggi

di Armando Polito

Continua l’operazione-nostalgia1, le cui motivazioni, modalità d’esecuzione, finalità ed aspettative (quest’ultime, debbo confessarlo amaramente, finora totalmente deluse) ho avuto occasione di ribadire recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/19/nardo-santa-maria-al-bagno-via-dei-basiliani-ieri-1930-oggi/.

Il tema di oggi è costituito  non da una via ma da un manufatto a sè stante, rimasto, nonostante l’antropizzazione, fisicamente isolato, anche se meno rispetto al passato. Per questo, prima delle due consuete immagini comparative che costituiscono l’essenza di ogni post della serie, oggi presenterò i dettagli di alcune mappe del passato. Mi ha sorpreso non poco la constatazione che la nostra torre compare nelle carte (dedicate alla Terra d’Otranto ed aventi, più o meno, la stessa scala) solo a partire dalla Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente, pubblicata da Domenico De Rossi a Roma nel 1714.

La carta di Giovanni Antonio Magini, cui il De Rossi fa riferimento, fa parte di Italia, opera pubblicata dal figlio Fabio a sue spese (non è indicato l’editore) a Bologna nel 1620. In essa (è la n. 56) il nostro toponimo è assente, come mostra in dettaglio l’immagine che segue.


Siccome la torre entrò in servizio nel 1605 e Giovanni Antonio mori nel 1617 bisogna ipotizzare che la tavola rimase così com’era stata realizzata prima del 1605.

Mi è parso normale, invece che essa fosse presente nell’Atlante geografico del  Regno di Napoli  di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale dal 1789 al 1808. Di seguito il dettaglio tratto dal ventiduesimo foglio.

Al tempo non può sottrarsi nulla, nemmeno la toponomastica e lo attesta Torre del Fiume2, il nome che la torre aveva prima che il crollo della sua parte centrale propiziasse il passaggio a quello attuale di Le quattro colonne. Ciò che segue, invece, documenta la trasformazione del luogo.

Immagine tratta da Salento com’eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.546052458786370.1073741828.546048392120110/1101068953284715/?type=3&theater)

Immagine tratta ed adattata da Google Maps (https://www.google.it/maps/@40.1257841,17.9970579,3a,75y,180.44h,82.18t/data=!3m6!1e1!3m4!1stJEzXlJecYuzydwTlPAF2g!2e0!7i13312!8i6656!6m1!1e1)
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1 Per chi gradisse il tema generale spunti di un certo interesse potrebbero esserci in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/25/nardo-operazione-nostalgia/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/13/rusineddha-una-giovane-bagnante-di-cento-anni-fa-a-santa-caterina/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/10/amarcord-salentino-1/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/28/due-variazioni-sul-tema-a-nardo-e-a-s-maria-al-bagno/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/04/unantica-peschiera-leccese-nei-pressi-di-frigole-22/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/30/nardo-piazza-osanna-ieri-oggi-domani/

Segnalo anche la serie in 14 puntate La Terra d’Otranto ieri e oggi (anche se lo strumento di confronto non sono foto ma stampe antiche):

PRESENTAZIONE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

ALESSANO : http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

BRINDISI: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

CARPIGNANO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

CASTELLANETA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

CASTRO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

LATERZA http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

LECCE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

MOTTOLA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/

ORIA: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

OSTUNIhttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/04/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1114-ostuni/

OTRANTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1214-otranto/

TARANTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/31/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1314-taranto/

UGENTO: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/03/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1414-ugento/

2 Torre del fiume di Galatena [oggi Galatone] in Girolamo Marciano (1571-1628),  Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto, opera postuma uscita, con le aggiunte di Domenico Antonio Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855, p. 142. Sorprende il fatto che la torre non compare tra quelle citate per il territorio di Nardò  in Cesare D’Engenio Caracciolo, Ottavio Beltrano ed altri, Descrittione del Regno di napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 217. Del fiume oggi resta solo il ricordo in una sorgente da tempo cementata (credo per motivi igienici causati dall’inquinamento) ma negli ultimi anni ripristinata da alcuni volontari: https://www.youtube.com/watch?v=Ws0s6g-gSGc (ignoro, tuttavia, lo stato attuale).

Sulla storia della torre:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/12/note-sulla-torre-del-fiume-di-s-maria-al-bagno-nota-come-quattro-colonne/

 

Santa Maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945

di Paolo Pisacane

Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro: d’inverno vi sono soltanto poche famiglie, ma d’estate è un rinomato luogo di villeggiatura.

Nauna al tempo dei Messapi; Portus Nauna per i Romani; abbazia di Sancta Maria de Balneo per i Basiliani, i Benedettini ed i Cavalieri Teutonici. E’ rinata nella seconda metà del 1800.

La spiaggia, anche se piccola, è ben riparata dai venti, specialmente dalla tramontana, mentre caldo è il clima dall’inizio della primavera ad autunno inoltrato. Non a caso i Romani circa duemila anni fa l’avevano scelta per costruirci le loro terme.

automezzi fermi nella piazza di Santa Maria al Bagno all’epoca dei fatti narrati

Il mare, di una trasparenza particolare, visto dalla collinetta denominata Croce, è di una bellezza quasi irreale con tutti i suoi colori che, a seconda del tempo o dei fondali, abbracciano tutte le sfumature dell’azzurro dal più scuro al più chiaro, per non parlare, poi, del colore purpureo che acquista, quando il sole è basso all’orizzonte.

Non è però solo la parte del mare visibile dall’esterno che è così meravigliosamente bello da guardare, ma, per chi ha la fortuna di poterne esplorare i fondali, resta abbagliato dai fantastici colori e dalle moltissime specie di pesci dalle forme più varie e più cromatiche. In questo scorcio meraviglioso la vita scorreva molto tranquilla, soprattutto a partire dagli inizi del ‘900… poi una notte, subito dopo le festività natalizie del 1943, arrivarono i profughi slavi e, dalla mattina dopo, tutto cambiò.

veduta d’epoca di Santa Maria

Tale territorio era stato scelto per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura e, quindi, non indispensabili per il domicilio dei proprietari. Moltissimi Slavi furono portati nella notte non solo a Santa Maria al Bagno, ma anche a Santa Caterina e alle Cenate, altre due amene località nel territorio di Nardò, mentre si andava definendo l’iter delle requisizioni delle abitazioni.

Scendevano dai camion ed occupavano le abitazioni, molte volte sfondando le porte e trovandovi, in qualche occasione, gli stessi proprietari. Il rumore dei camion, che andavano e venivano, e il vociare della gente non fecero dormire nessuno quella notte rimasta indelebile nella mente di chi la visse.

gruppi di Ebrei all’ospedale alle Cenate

La vita per la gente di Santa Maria al Bagno cambiò subito: si stava meno in giro e i ragazzi non giocavano più in strada. Per la verità, non tutti erano ostili e alcuni di loro, specialmente chi conosceva un po’ di italiano, cercavano di socializzare con i residenti.

Di solito mangiavano cibi in scatola, che venivano loro dati dall’UNRRA, ma qualche volta mangiavano alla mensa che era stata ubicata nella villa Leuzzi, in piazza, dove dagli addetti alle cucine, quasi tutti di Santa Maria al Bagno, venivano preparati i pasti.

gruppo di ebrei in gita a Gallipoli

Poi, pian piano, dopo qualche mese incominciarono ad andare via; ne rimasero solo poche centinaia, quasi tutti Ebrei. Con loro rimasero tutti i soldati. Dopo pochi giorni, riprese il via vai di camion e automezzi vari, che trasportavano profughi, questa volta tutti ebrei. Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da queste, nell’entroterra, fino alle Cenate lungo l’asse della strada tarantina.

Era stato organizzato bene, ed i profughi, appena arrivati, venivano presi in consegna dai soldati inglesi, comandati da mister Herman, che era l’assistente di mister J.Bond comandante del Campo. Messi in fila, erano accompagnati da Paolino Pisacane, abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.

I nuovi arrivati sembravano molto diversi dai precedenti: nella maggior parte erano molto taciturni e tristi e spesso pensierosi e soli camminavano con gli occhi bassi. E non si riusciva ad immaginare il perché. Lo si sarebbe scoperto solo successivamente attraverso i loro racconti. Altra cosa che meraviglia molto era lo scarso numero di bambini e la quasi totale mancanza di vecchi e di famiglie complete. A Santa Maria al Bagno, ormai, c’era tanta gente come in estate.

C’erano molti soldati inglesi e americani, ma anche di altre nazionalità. Tutto funzionava come in una città e molti artigiani, anche dei paesi vicini, specialmente da Nardò, lavoravano nel Campo, come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori.

Ai profughi non mancava certo da mangiare. Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, tramite gli aiuti americani, non facevano mancare loro la carne in scatola, il pane bianco, il cioccolato, il  formaggio, il latte in polvere, e tutte le altre cose che la gente del luogo, qualche mese prima, poteva solo sognare. Anche i residenti beneficiarono di tanto bene di Dio, che veniva barattato con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.

Già alla fine del 1944, passato il periodo di diffidenza verso i nuovi venuti, tutti si erano resi conto che gli ebrei erano brave persone, tanto che dalla diffidenza si passò all’amicizia, specialmente tra i giovani, vincendo anche la difficoltà delle diverse lingue.

Continuamente sopraggiungevano profughi in un frequente avvicendarsi in base alle scelte di trasferimenti che gli stessi decidevano, in gran parte soddisfatte.

Nel Campo tutto scorreva tranquillo, quando, il 14 dicembre del 1944, si verificò un fatto grave. Qualche notte prima erano state rubate da un deposito dell’UNRRA alcune centinaia di coperte. Il responsabile del magazzino addossò la colpa agli abitanti di Santa Maria al Bagno per cui si pervenne alla decisione di far abbandonare il Campo a tutti gli italiani, compresi i residenti.

Questi ultimi fra sconforto e sgomento cominciarono a protestare finchè non intervennero il sindaco Roberto Vallone e il vescovo Gennaro Fenizia presso il comandante affinché non si desse attuazione alla determinazione.

Intanto era stato predisposto l’elenco delle famiglie che dovevano sloggiare dal Campo: erano 146 per un totale di 733 persone. Era un brutto Natale quello che stava per arrivare!

I capifamiglia si incontrarono di nascosto e decisero di non accettare l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni. Infatti scesero in piazza e davanti alla sede del comando alleato protestarono. Il comandante, anche dopo aver sentito le ragioni dei dimostranti, non mutò la sua decisione, anzi fece schierare i soldati con le armi puntate. Ci furono pure degli spari in aria per disperdere la gente. Tuttavia la protesta non cessò.

Finalmente il 29 dicembre, quando ormai si disperava di trovare una soluzione, dopo un incontro tenutosi in Santa Maria al Bagno tra il comandantela Sub-Section N° 1 dell’A.C. Lt. Col. Oldfield, il capitano Fox ed il prefetto, sentito anche il vescovo che intanto aveva informato della situazionela Santa Sede, si comunicò al sindaco di Nardò che le famiglie stabilmente residenti potevano restare. Le altre, che occupavano le case solo per non farle requisire, dovevano andar via, anche perché continuamente giungevano profughi, soprattutto a partire dalla primavera del1945 a seguito della liberazione dai campi di sterminio e, in genere, della fine della guerra. Sul piano umano fu importante non allontanare i residenti, non solo perché non si impose loro la rinunzia alla propria abitazione, ma soprattutto perché questi poterono offrire concretamente solidarietà, tolleranza e collaborazione, facendo scoprire agli ebrei, da anni perseguitati e resi al disotto degli animali da braccare e uccidere, il senso della vita, il rispetto della dignità, la serenità della tolleranza e il gusto della libertà.

I nuovi venuti erano tutti Ebrei di nazionalità polacca, in prevalenza, ma anche greca, albanese, austriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese. Questi avevano anche un proprio corpo di polizia, composto da una quindicina di persone e comandato da un certo Elia, un ebreo di origine greca, molto bravo ed in ottimi rapporti con i residenti.

Nel Campo, la cui punta massima di ospiti fu di oltre 4 mila unità, vi era quanto necessario per   ricordare ai profughi la propria religione e le proprie tradizioni, tra cui la sinagoga, allocata in un locale dell’attuale piazza Nardò, la mensa,  il centro di preghiera per bambini e orfani, il kibbutz “Elia” nella vecchia masseria in località Mondonuovo e, infine, il municipio nella villa Personè (ora villa De Benedittis).

Erano assicurati tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità  di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale. I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola in Santa Maria al Bagno, mentre i più grandi il ginnasio e il liceo a Nardò.

I ragazzi italiani familiarizzavano sempre più con i ragazzi e le ragazze ebree. Erano sempre presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i saporitissimi ed abbondanti dolci che venivano preparati.

La loro cucina, molto diversa da quella dei locali, incuriosiva non poco quest’ultimi che si meravigliavamo nel veder preparare le polpette con la polpa di pesce cotta nel brodo zuccherato, sempre di pesce; oppure bagnare il pane nel latte preparato con il latte in polvere per essere passato nella farina e, dopo averlo zuccherato, essere usato per colazione con il thè. I dolci erano la loro specialità! Ne facevano di tutti i tipi, forme e sapori.

Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre murales, che era scampato, con una fuga rocambolesca durante un trasferimento, dal campo di  concentramento dove aveva perduto la moglie e il figlio.

Nelle ville delle Cenate alloggiarono gli ufficiali inglesi, delegati a gestire il Campo. Nella villa “Ave Mare”, sulla strada per Santa Caterina aveva sede l’alloggio e la mensa delle Crocerossine, e a Villa Tafuri, nelle vicinanze del parco di Portoselvaggio, il club Ufficiali della RAF. In questa villa venivano spesso organizzate feste da ballo, dove si poteva anche mangiare e bere a volontà.

Anche i giovani italiani frequentavano le feste con le loro amiche ed amici ebrei. Non mancarono gli spazi per il divertimento: campo di calcio presso l’Aspide (tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina), spettacoli e feste da ballo presso il circolo delle “Due Marine” a S. Maria al Bagno.

Durante una festa presso Villa Tafuri giovani ebrei dimostrarono tutta la loro amicizia ai coetanei italiani. I soldati inglesi, forse ingelositi perché le ragazze preferivano stare con i giovani italiani, decisero di mandarli via, ma dovettero recedere subito dalla loro decisione non appena si accorsero che anche le ragazze e i ragazzi ebrei in segno di solidarietà stavano  abbandonando la festa.

Gli Ebrei si trovavano bene, ma sapevano anche che un giorno sarebbero andati via: chi in America, chi sarebbe rimasto in Europa e forse in Italia, chi in Australia e chi ancora in Sud America. La meta preferita era però la loro “Terra Promessa”, dove era nato ed era vissuto per millenni il loro popolo. Sapevano, però, che questo non era facile per l’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il  protettorato.

Contro la posizione inglese, in campo internazionale, era molto attiva la società segreta Betar (B: Brit, patto + Trumpeldor, eroe ebreo), nazionalista, cui aderivano molti giovani, così come alcuni presenti nel Campo.

Pertanto non mancarono aspetti politici né giovani che poi sarebbero stati personaggi importanti per lo stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele (Knesset) dal 1977 al 1996, di cui fu Presidente dal 1988 al 1992.

Stando ai ricordi dei residenti del posto, ma per adesso non ancora supportati da alcun documento, furono presenti anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele, come David Ben Gurion,  all’epoca P r e s i d e n t e del l ‘Organizzazione ebraica mondiale e nel 1948 guida politica per la proclamazione dello stato d’Israele, di cui sarà il primo presidente, e Golda Meir, che sarà per molti anni Primo Ministro ed importante punto di riferimento per il suo paese.

Testimonianza dell’attività politica è rappresentata da tre murales, realizzati in altrettanti muri in una casetta, al tempo adibita a deposito. Nel 1947 il campo fu chiuso. Molti ebrei lasciarono con dispiacere i loro amici italiani. Si scambiarono gli indirizzi e si promisero a vicenda che si sarebbero tenuti sempre in contatto.

Successe per un po’ di anni, ma poi i contatti finirono anche se nel cuore rimase sempre il ricordo del tempo passato assieme.

E poi erano e sono lì i murales, anche se anch’essi, lentamente si stanno consumando.

Il murales centrale racconta la storia degli Ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati nel disegno dal filo spinato al centro dell’Europa, fino all’arrivo a Santa Maria al Bagno, nel Sud dell’Italia, dove l’identico teorema lunghissimo di persone riprende gioiosamente il cammino versola Terra Promessa, raffigurata dalla stella di David e dalle palme del deserto (le scritte: diaspora, sx, e Terra d’Israele, dx).

Il murales di sinistra evidenzia la religiosità del popolo ebraico, raffigurando il candelabro a sette braccia, posato su un altare con due soldati ebrei ai lati (le scritte: In guardia, sotto, e, ai lati della stella, Tel-Hai, dove fu ucciso il patriota Trumpeldor.

Il murales di destra presenta una madre con due bambini, che, al di qua di un posto di blocco, chiede ad un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme, ma invano: gli Inglesi osteggiavano la costituzione dello Stato di Israele (le scritte: Aprite le porte, tra la donna e il soldato, e Tel-Hai sulle bandiere).

La Montagna spaccata e la rabbia (2/2)

di Armando Polito

Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)
Foto di Stefano Daglio scattata nel marzo 2009 dalla costa adriatica del Salento (da http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=88626)

Se fossi un botanico, dopo essermi fatto una copia fotostatica del saggio di  Enrico Groves, Flora della costa meridionale della Terra d’Otranto, apparso in Nuovo giornale botanico italiano, v. XIX, N. 2, aprile 1887, pp. 110-219 e tavole fuori testo in appendice1, stilerei una tabella di marcia desunta dal saggio, in pratica un elenco di toponimi, ognuno accoppiato con l’essenza o le essenze rilevate quasi centotrenta anni fa. Ripercorrerei, insomma, gli stessi sentieri a suo tempo battuti dal Groves per un riscontro comparativo, analisi in cui, come chiunque può facilmente comprendere, non avrebbe certo una posizione defilata il fattore climatico e, ahimè, in misura più determinante, quello antropico. Non mi lascerei sfuggire le possibilità documentarie che la moderna tecnologia offre e non rinuncerei, quindi, a portarmi appresso una fotocamera digitale in grado di fare fotografie macro, sia pure con l’ausilio di un piccolo treppiedi se la mano dovesse traballare per l’emozione o altro.

Chi ha letto la prima parte di questo lavoro si starà chiedendo se non sarebbe stato più opportuno sostituire nel titolo rabbia con pazzia, sempre la mia.

Rispondo alla sua domanda più che legittima con una scheda tratta dalla p. 124 dell’erbario del Groves2, che è organizzato alfabeticamente per famiglie; l’essenza della quale fra poco parlerò (Alyssum Leucadeum Guss.) è registrata tra le Crucifere.

Mi rendo conto che la  lettura di Montagna Spaccata è insufficiente per far rientrare nel lettore o nella lettrice il dubbio precedente sulla mia sanità mentale. Se il portatore o la portatrice  (entrambi sani … e magari diffondessero a destra e a manca la loro salutare malattia!) di dubbio vivono da soli, possono anche abbandonare la lettura ma, se già hanno sentito riecheggiare nell’aria Caro/cara, dove sei?, penso che, nei casi peggiori (e con i tempi che corrono quale caso non lo è?), convenga loro continuare a leggere (magari assumendo agli occhi del partner, che nel frattempo, in assenza di risposta, è accorso, una posa da intellettuale), per sottrarsi a prestazioni che per motivi estetici (propri o altrui …) o ormonali (questi solo propri …) stenterebbero a fornire o, molto più semplicemente ma non meno fastidiosamente, ad una semplice commissione da sbrigare …

Ritorno, perciò, per un attimo all’assunto iniziale. Siccome non sono un botanico e, oltretutto, le mie capacità di deambulazione sono estremamente ridotte, mi limito solo a sperare che l’esperto ritenga la scheda degna di approfondimento e, magari, essa sia da stimolo per un lavoro sistematico fatto, questa volta, da un salentino e non da un inglese1 e per rimediare, dunque, all’analogo increscioso inconveniente che a suo tempo si verificò col Vocabolario dei dialetti salentini realizzato dal Rohlfs che era non salentino, nemmeno italiano ma tedesco. E non regge la giustificazione che la scienza oggi è globale perché, pur riconoscendo al vero ricercatore un talento di fondo che si può esprimere nello studio di qualsiasi fenomeno indipendentemente dalla sua collocazione geografica, non si può negare che spesso è determinante il vantaggio dato dall’esser nato, cresciuto in un certo territorio ed averne assorbito conoscenze, credenze, costumi, usi e pure abusi …

Nel frattempo inizio sfruttando la rete al servizio delle mie, pur limitate, competenze specifiche (ogni tanto mi chiedo se non sia il contrario …).

Crucifere: dal latino moderno cruciferae, composto dal classico crux=croce e dalla radice del, sempre classico, ferre=portare. Il nome è dovuto al fatto che il fiore ha quattro petali disposti a croce.

Alyssum richiederà un discorso più lungo e perciò lo lascio per ultimo.

Leucadeum: contrariamente a quanto si legge nel pur pregevole sito Acta plantarum (http://www.actaplantarum.org/acta/etimologia.php?p=1&o=1&n=l) e cioè da leucadeus, a, eum=del Capo di Leuca in Puglia, estremo sud-orientale d’Italia, debbo affermare, sopprimendo per correttezza anche intellettuale ogni debolezza campanilistica, che in realtà Leucadeum è sì aggettivo latino di formazione moderna, trascrizione del greco Λευκάδιον (leggi Leucàdion), il quale, però, deriva dal tema [Λευκαδ- (leggi Leucad-)] di Λευκάς/Λευκάδος (leggi Leucàs/Leucàdos)=Leucade, isola della Grecia tra Corfù e Cefalonia. Il che significa (l’importanza di un semplice dettaglio, nel nostro caso un δ …) che la nostra essenza fu chiamata così perché molto diffusa nell’isola di Leucade.

Una volta anche il più scadente studente di liceo classico sapeva che, secondo il mito tramandatoci dagli antichi commediografi greci e ripreso da Ovidio, buttandosi da una rupe di quell’isola si suicidò la poetessa Saffo a causa dell’amore non corrisposto da Faone; dubito che fra pochissimi anni il miglior professore di lettere, quelle residue, insegnante in quell’indirizzo di studi, lo sappia; la disgrazia è che insieme con Saffo non sarà in grado di sapere e, cosa ancora più disgraziata, di non essere in grado di scoprirne tante altre …).

Tornando all’essenza: essa fu chiamata così perché diffusa nell’isola di Leucade non nel Capo di Leuca, dove, d’altra parte, lo stesso Groves non ne registra la presenza e se il botanico italiano (vedi subito dopo) che le diede il nome, peraltro quasi contemporaneo del Groves, l’avesse trovata a Leuca, il collega inglese non avrebbe scritto negli ultimi anni questa specie è stata cercata invano (s’intende nel territorio di Terra d’Otranto) da diversi botanici. Nello stesso errore si incorre anche in http://luirig.altervista.org/flora/taxa/index1.php?scientific-name=alyssum+leucadeum, dove leggo Nome italiano: Alisso di Leuca.

Saffo a Leucade, olio su tela di  Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg
Saffo a Leucade, olio su tela di Antoine-Jean Gros (1801), Museo Baron Gérard, Bayeux; immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Saffo_a_Leucade#mediaviewer/File:Antoine-Jean_Gros_-_Sappho_at_Leucate_-_WGA10704.jpg

Guss.: è abbreviazione di Giovanni Gussone (1787-1886), allievo di Michele Tenore (vedi nota 2), la cui Flora napolitana, pubblicata a fascicoli tra il 1810-1838, ancora oggi è opera di riferimento per chi si occupi delle essenze dell’Italia meridionale.

Continuo a rendermi rendo conto di aver abusato della pazienza di coloro che mi hanno fin qui seguito, ma sto per giocarmi l’ultima carta per dimostrare che non sono pazzo e per dare ragione di quell’ormai famigerato rabbia.

E l’ultima carta si chiama Alyssum.

Esso è la trascrizione latina del greco ἄλυσσον (leggi àliusson), neutro dell’aggettiνo ἄλυσσος/ἄλυσσον (leggi àliussos/àliusson)=antirabbico, composto da ἀ- privativo (=senza) e λύσσα (leggi liùssa)=furore, rabbia, pazzia. Ecco la voce nelle testimonianze degli autori antichi (la traduzione, al solito, è mia):

Dioscoride (I secolo d. C.): L’alisso (altri lo chiamano aspidio, altri aplofillo, altri ancora acciseto o adeseto) è un arbusto dallo stelo singolare, un po’ ruvido, dalle foglie rotonde, vicino alle quali il frutto ha l’aspetto di doppi scudi, in cui il seme è abbastanza piatto. Nasce nei luoghi montuosi e sassosi. Il suo decotto bevuto fa cessare il singhiozzo che si manifesta senza febbre ed è efficace anche se preso in mano o odorato. Tritato col miele schiarisce le voglie e le efelidi. Sembra che guarisca anche la rabbia (trasmessa dal morso) del cane se somministrato mescolato al cibo. Si dice che sospeso in casa sia salutare e che protegga gli uomini dai malefici; applicato al collo con un panno rosso tiene lontane le malattie degli animali.3

Plinio (I secolo d. C.): Differisce da esso (dall’eritrodamo, di cui ha parlato subito prima) solo nelle foglie e nei rami più piccoli quello che chiamano alisso. Ha avuto tale nome perché bevuto nell’aceto o legato addosso non  permette che quelli morsi da un cane sentano (gli effetti del)la rabbia. È portentoso ciò che si aggiunge, che solo a guardare l’arbusto l’umore corrotto viene da esso seccato.4

Plutarco (I-II secolo d. C.): Anche quelli che prendono solo in mano l’erba chiamata alisso ma anche coloro che la fissano si liberano del singhiozzo; si dice che è adatta anche al bestiame e alle greggi di capre se piantata presso le stalle.5

Pausania il Periegeta  (II secolo d. C.): Proprio lì (in Arcadia presso la popolazione dei Cinetaei) vi è una sorgente di acqua fredda, distante al più due stadi dalla città e su di essa è nato un platano. Chiunque subì da parte di un cane affetto da rabbia una ferita o in modo diverso un pericolo guarisce se ne beve l’acqua; e per questo chiamano Alisso la fonte.6

Come si è visto, già i testi antichi non consentono di capire se l’alisso in essi nominato è la stessa pianta. Tuttavia le ricorrenti presunte proprietà antirabbiche hanno propiziato da parte dei botanici moderni l’assunzione della voce ad indicare il genere, che ha finito per annoverare col tempo solo per l’Italia una quindicina di specie.

Non sapremo mai quanti grazie all’alisso sopravvissero alla rabbia (tutt’al più, io suppongo, ne leniva solo per qualche tempo i sintomi, mentre poteva avere efficacia contro il morso di un cane non rabbioso ma semplicemente incazzato … ) ma spero che qualche botanico frequentatore di questo sito ci dica almeno se quello classificato dal Gussone e citato dal Groves sia veramente quello che nella foto di testa è chiamato alyssum leucadeum.

Ho dimostrato, almeno credo, di non essere pazzo ma rimane la delusione (stavo per dire rabbia però devo chiudere con lei e quindi non è il caso di giocarmela ora) per i dubbi non fugati.

La rabbia, come malattia, almeno in Italia, è estinta da tempo; si diffonde sempre più, invece, il sentimento che con quella condivide il nome e l’etimo [dal latino tardo rabia(m), a accusativo di ràbia, a sua volta dal classico ràbies ]. Non vorrei che la disperazione spingesse parecchi in pellegrinaggio alla Montagna spaccata ed al suo circondario alla ricerca dell’alisso da appendere in casa per le sue proprietà apotropaiche ricordate da Dioscoride all’inizio del passo relativo. Se poi, mossi dalla voglia di profitto, cominceranno a muoversi pure maghi e fattucchiere il povero alisso subirà, e non solo da noi, l’estinzione a causa di quel sentimento che ha lo stesso nome della malattia che, a quanto si diceva tanti secoli fa, era in grado se non di guarire, quanto meno di curare …

PER LA PRIMA PARTE: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/

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1 Ho utilizzato il testo digitalizzato in https://ia600202.us.archive.org/9/items/floradellacostam00grov/floradellacostam00grov.pdf, ma, siccome il caricamento è esasperatamente lento, ho approntato per chi ha interesse il link saggio-di-Groves1.pdf. Avverto che, comunque, l’operazione avverrà in una ventina di secondi e che al suo completamento il testo potrà essere letto a schermo oppure memorizzato cliccandoci col tasto destro e scegliendo l’opzione salva con nome. 

2 Enrico Groves, nato a Weymouth nel 1835, conseguì a Londra nel 1856 il titolo di Farmacista.

Non è detto che colui il quale consegue un titolo di studio in ritardo rispetto alla normale durata del corso sia poi  professionalmente meno valido di chi lo consegue nel tempo minimo, anche perché il ritardo può essere stato causato da mille ragioni che nulla hanno a che fare con l’intelligenza non disgiunta da applicazione; tuttavia, chi non preferirebbe, dopo averli conosciuti entrambi, essere difeso da un avvocato diventato tale in quattro anni o poco più piuttosto che da uno che per ottenere lo stesso risultato ha impiegato il doppio del tempo, qualora l’incontro dovesse propiziare lo stesso giudizio? Tutto questo per dire che, pur ignorando io quale durata avessero a quell’epoca gli studi per diventare farmacista, il nostro Enrico, farmacista a ventuno anni, non doveva essere un cervello qualsiasi. Infatti acquistò ben presto fama nei circoli botanici per una comunicazione sulla flora di Portland. Ma nel suo destino c’era l’Italia. Vecchio fenomeno, quello del nemo propheta in patria, solo che l’Italia oggi non è la meta di giovani talenti stranieri ma il punto di fuga per quelli nazionali …

Il nostro Enrico si stabilì a Firenze e la maremma toscana, le Alpi Apuane, gli Abruzzi, la Sicilia e, appunto, la Terra d’Otranto, furono l’oggetto della sua curiosità di botanico. Egli raccolse nel suo erbario ricchi materiali provenienti da queste terre in parte inesplorate (nonostante le ricerche organizzate da Michele Tenore e confluite nella Flora napolitana uscita in fascicoli a partire dal 1810) pubblicò i risultati delle sue ricerche nel Giornale farmaceutico di Londra, nel Giornale botanico italiano e nel Bullettino della Società botanica italiana. Morì a Firenze il 1° marzo 1891 lasciando il suo erbario, ricco di 43000 esemplari in gran parte raccolti personalmente, all’Istituto botanico di Firenze.

3 De materia medica, III, 91: Ἄλυσσον (οἱ δὲ ἀσπίδιον, οἱ δὲ ἁπλόφυλλον, οἱ δὲ ἀκκύσητον, οἱ δὲ ἀδέσετον) φρυγάνιόν ἐστι μονόκαυλον, ὑπότραχυ, φύλλα ἔχον στρογγύλα· παρ’οἷς ὁ καρπὸς, ὡς ἀσπιδίσκια διάδιπλα, ἐν οἷς τὸ σπέρμα ὑπόπλατυ· φύεται ἐν ὀρεινοῖς καὶ τραχέσι τόποις. Ταύτης τὸ ἁφέψημα ποθὲν λυγμοὺς τοὺς δίχα πυρετοῦ λύει· καὶ κρατηθὲν δὲ ἢ ὀσφρανθὲν τὸ αὐτὸ δρᾷ· σὺν μέλιτι δὲ λεῖον φακοὺς καὶ ἔφηλιν ἀποκαθαίρει· δοκεῖ δὲ καὶ λύσσαν κυνὸς ἰᾶσθαι, συγκοπὲν ἐδέσματι καὶ δοθὲν· καὶ κρεμάμενον  δὲ ἐν οἰκίᾳ ὑγιεινὸν λέγεται εἶναι καὶ ἀνθρώποις ἀβάσκαντον· περιαφθὲν δὲ φοινικῷ ῥάκει, θρεμμάτων νόσους ἀπελαύνει.

4 Naturalis historia, XXIV, 51: Distat ab eo qui alysson vocatur foliis tantum et ramis minoribus. Nomen accepit, quod a cane morsos rabiem sentire non patitur ex aceto potus adalligatusque. Mirum est quod additur, saniem conspecto omnino frutice eo siccari.

5 XLVI, 648a: Τὴν δ᾽ ἄλυσσον καλουμένην βοτάνην καὶ λαβόντες εἰς τὴν χεῖρα μόνον, οἱ δὲ καὶ προσβλέψαντες, ἀπαλλάττονται λυγμοῦ·  λέγεται δὲ καὶ ποιμνίοις ἀγαθὴ καὶ αἰπολίοις, παραφυτευομένη ταῖς μάνδραις.

6 Graeciae descriptio, VIII, 19, 3: Πηγὴ δέ ἐστιν αὐτόθι ὕδατος ψυχροῦ, δύο μάλιστα ἀπὸ τοῦ ἄστεως ἀπωτέρω σταδίοις, καὶ ὑπὲρ αὐτῆς πλάτανος πεφυκυῖα.  Ὅς δ᾽ ἂν ὑπὸ κυνὸς κατασχέτου λύσσῃ ἤτοι ἕλκος ἢ καὶ ἄλλως κίνδυνον εὕρηται, τὸ ὕδωρ οἱ πίνοντι ἴαμαͭ καὶ Ἄλυσσον τοῦδε ἕνεκα ὀνομάζουσι τὴν πηγήν.

La Montagna spaccata e la rabbia (1/2)

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

Oggi la Montagna spaccata insieme con La reggia fa parte del comune di Galatone ma in passato essa faceva parte del territorio di Nardò ed aveva forse un altro nome prima che quello attuale lo soppiantasse con la realizzazione della litoranea.

Ecco cosa scrive Antonio De Ferrariis detto Il Galateo nel De situ Iapygiae uscito a Basilea nel 1558:  Urbs inter omnes, quas unquam vidi, meo iudicio in amoenissima planitie sita. Distat ab ora sinus Tarenti tribus aut quatuor milibus passuum, a Lupiis quindecim, a Tarento XLV. Oram habet XXIV milia passuum longitudinis a confinio Tarentinae orae usque ad rupem altam, mari impendentem, quam a rectitudine ortholithon dicunt. Hic lapis Neritinorum et Callipolitanorum agrum disterminat (La città [Nardò] tra tutte quelle che ho visto a mio giudizio è posta in una amenissima pianura. Dista dalla costa del golfo di Taranto tre o quattro miglia, da Lecce 15, da Taranto 45. Ha una costa di 24 miglia di lunghezza dal confine della costa tarantina fino all’alta rupe, che incombe sul mare, che per la sua posizione eretta chiamano ortolito1. Questa pietra distingue il territorio dei Neretini da quello dei Gallipolini).

Sarà stato Ortolito il toponimo in uso al tempo del Galateo? Il dubbio nasce non tanto dall’iniziale minuscola quanto dal fatto che il contesto non esclude affatto che si tratti di un nome comune la cui definizione è data dalle parole precedenti2.

Torre dell’alto lido si chiama una torre costiera non molto distante (foto in basso).

immagine tratta da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg
immagine tratta da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg

Il suo nome potrebbe essere deformazione di Ortolito (immaginando che il toponimo si riferisse ad un territorio più vasto di quello dell’attuale Montagna spaccata) per influsso del dialettale ièrtu (=alto) e lido, che etimologicamente nulla hanno a che fare con la parola di origine greca3 e la deformazione potrebbe essere stata propiziata da una sorprendente quanto casuale affinità concettuale. Potrebbe, però, essere nato autonomamente come nesso italiano, ma le forme precedenti del toponimo mi spingono a privilegiare la deformazione di una voce dialettale. Nella carta di Giovanni Antonio Magini (1555-1617) Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia la nostra torre è Torre Arteglio.

Nella mappa Terra d’Otranto di Antonio Bulifon (1649-1707) il toponimo è ancora T. Arteglio.

Nella mappa del 1714 Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente data in luce da Domenico de Rossi la Torre dell’alto lido è Torre di Artellotto.

Nell’Atlante geografico del  Regno di Napoli (completato nel 1812) di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni T. d’Alto Lido.

Tutto ciò, purtroppo, non aiuta a capire se la voce del Galateo è da intendersi ortolito oppure Ortolito.

La rabbia di cui parlo nel titolo non è, comunque, solo quella che in questo momento mi prende non essendo stato in grado di risolvere il dubbio. Di essa parlerò a breve nella seconda parte.

(CONTINUA)

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1 La voce è dal greco ὀρθός (leggi orthòs)=retto+λίθος (leggi lithos)=pietra.

2 Le edizioni del De situ Iapygiae (che si rifanno tutte, a parte qualche dettaglio di poco conto, a quella princeps di Basilea) che ho potuto consultare recano ortholithon. Non deve averlo ritenuto, invece, nome comune Emanuele Pignatelli che in Civitas Neritonensis: la storia di Nardò ed altri contributi, a cura di Marcello Gaballo,  Congedo, Galatina, 2001, a p. 18 scrive: … di qui a linea retta finisce alla Montagna Spaccata, ovvero all’Ortolito, riattaccandosi in quel sito al territorio di Gallipoli. E nella pagina precedente incorre, per quanto ho riportato nelle restanti note, in un’imperfezione di natura filologica quando scrive … costeggiato da una rupe alta, e denominata Ortolito (ossia Altum saxum-alto sasso) …

Senza pensarci su due volte, dunque, il Pignatelli crede di emendare l’incongruenza presente nello storico neretino Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760), che nell’ edizione del De situ Iapygiae col suo commento inserita in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pp. 25-93, a  p. 87 scrive:

Con la grafia con l’iniziale minuscola (che come s’è detto sarebbe quella originale) appare in contraddizione quanto si legge in Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò dello stesso Giovanni Bernardino Tafuri, opera inserita nel primo volume della raccolta già citata (pp. 325-543), Napoli, Stamperia dell’Iride, 1848, dove a p. 341 si legge:

3 Ièrtu corrisponde all’italiano (letterario!) erto che è per sincope da eretto, a sua volta dal latino erectu(m), participio passato di erìgere=innalzare, composto da e=da+règere=reggere (concetto di direzione dal basso verso l’alto). Lido, invece, è dal latino classico litus=lido, costa, spiaggia e non dovrebbe avere nessun rapporto col citato greco λίθος. Mi sarei aspettato in tal caso lithus e non litus. In latino medioevale esistono infatti lithus, litium e litum, ma col significato di pietra (e un lido non è esclusivamente roccioso).

Riflessioni su Santa Maria al Bagno

di Armando Polito

 

Questa volta mi soffermerò solo sul toponimo ricordando che le forme antiche nelle quali ci è stato tramandato sono Sancta Maria de Balneo  e Sancta Maria ad Balneum.

La traduzione che, poi, ha dato vita al toponimo attuale, secondo me è un po’ infedele e, come dirò alla fine, pericolosa…

Partiamo dal primo dei due toponimi antichi (Sancta Maria de Balneo). La preposizione de in latino regge il complemento di moto da luogo, quello di argomento e quello di materia. Scartati a priori gli ultimi due, rimane il primo. Neppure esso convince completamente, perché nella locuzione il de ha ormai assunto a tutti gli effetti il valore della preposizione italiana di che da lui, non a caso, deriva. Gli onomastici composti da De e un ablativo singolare (per esempio: De Metrio) o plurale (per esempio: De Pascalis) sono un esempio illuminante del fenomeno: siamo in presenza di un complemento di origine o provenienza (che, nella fattispecie, del complemento di modo da luogo è, per così dire, la specializzazione umana; anche il complemento di materia può essere considerato figlio dello stesso padre e, quindi, fratello di quello di origine o provenienza) ma esso ormai indica anche l’appartenenza: nel primo caso discendente da (dunque figlio di) Metrio, nel secondo discendente (dalla famiglia) dei Pasquali. E il concetto di appartenenza è strettamente connesso con quello di possesso, valore che nel passaggio finale assumono gli esempi citati. D’altra parte, se in passato era Leonardo da Vinci e così è rimasto, oggi Pinco Pallino da Nardò si alterna a Pinco Pallino di Nardò e la domanda del curioso di turno è di dove (e non da dove) sei?

Questo passaggio finale rivive in Sancta Maria de Balneo a significare l’appartenenza della santa al luogo, per ora diciamo, genericamente, una marina che nella locuzione è diventata Balneum per antonomasia, sicché non sarebbe stato fuori posto, anzi più rispettoso dei valori semantici originali, tradurre Santa Maria del Bagno, in cui, fra l’altro,  non sarebbe stato improprio intendere sottinteso protettrice (e in questo caso del Bagno diventa genitivo oggettivo).

Ciò vale per l’omonima pieve di Santa Maria al Bagno (ma anche Santa Maria del Bagno) nel Casentino (in provincia di Arezzo), solo che qui balneum è riferito ad una sorgente ritenuta miracolosa e vicino alla quale venne eretta la fabbrica. Stessa storia per la romagnola Santa Maria in Bagno o Santa Maria del Bagno e, per mostrare come il dilemma della traduzione non sia cosa di oggi, riporto le forme antiche di questo toponimo:

Ugolino da Montecatini (XIV secolo), Tractatus de balneis, (a cura di Michele Giuseppe Nardi), Leo S. Olschki, Firenze, 1950, pag. 113: In Romandiola sunt balnea in loco qui dicitur Sancta Maria de Balneo (In Romagna ci sono bagni in un luogo che è detto Santa Maria del Bagno).

Gentile da Foligno (XIV secolo), citazione tratta da Didier BoisseulMarilyn NicoudSéjourner au bain: le thermalisme entre médecine et société (XIVe-XVIe siècle), Presses universitaires de Lyon, 2010, pag. 29:  Sulphurea balnea, quae iudicio meo et omnium qui experti sunt ea, sunt balnea Sanctae Mariae in Balneo (Bagni sulfurei che a giudizio mio e di tutti coloro che li hanno provati sono i bagni di Santa Maria in Bagno).

Michele Savonarola (1385-1468), Practica canonica de febribus, Apud Iuntas, Venetiis, 15521, s. p.: Castrum est in Romandiola, Sancta Maria in Balneo, apud quod balnea haec tria sunt de quibus statim: quorum minera a praedominio sulphurea scribitur, alumine, ferro ac aere participantia [C’è una città in Romagna, Santa Maria in Bagno vicino la quale ci sono queste tre sorgenti delle quali (parlo) immediatamente: il loro complesso minerale viene descritto in prevalenza sulfureo ma presenta tracce di allume, ferro e rame].

Andrea Bacci (XVI secolo) nel De thermis, Valgrisio, Venezia, 15882, pag. 218 ad un intero capitolo dà il titolo Balneum Sanctae Mariae in Balneo (Bagno di S. Maria in Bagno) e nel primo periodo spiega la ripetizione della voce: Ad viam Aemiliam, prope Sarsinam et Cesenam extat balneum cognomento Sanctae Mariae, quod assiduo commeatu ac frequentia quotannis hominum ad balnea, in castellum eius cognomenti evasit (Sulla via Emilia, nei pressi di Sarsina e Cesana c’è un bagno col nome di Santa Maria che, per il passaggio e la frequentazione assidui  degli uomini ogni anno, finì per dare alla città quel nome).

Nell’immagine che segue, tratta dalla pag. 443, la raffigurazione di un ambiente termale. Ho ritenuto opportuno aggiungere una traduzione esplicativa.

 

Tria vasa miliaria quae, influente a perenni ductu aqua et igne subiecto vasi adhibito, indeficientes universo populo lavando praeberent aquas frigidas, tepidas, calidas (Tre pentole che, mentre l’acqua scorre da un corso perenne e il fuoco è stato posto sotto ad un vaso, fornissero a tutto il popolo per lavarsi acque calde, fredde, tiepide).

FRIGIDARIUM i Romani usavano la voce nel significato di ghiacciaia per cibi (Lucilio) o di bagno freddo (Vitruvio).

TEPIDARIUM  stanza per bagni tiepidi (Vitruvio e Celso).

CALIDARIUM  caldaia  o stanza per bagni caldi (Vitruvio).

PRAEFURNIUM bocca del forno (Catullo), stanza calda (Vitruvio).

HYPOCAUSTUM [dal greco ὑπό (leggi iupò)=sotto + καίω (leggi càio)=bruciare] camera calorifera sotterranea a volta alimentata dall’hypocausis (fuoco sotterraneo) e trasmettente il calore agli appartamenti.

Antonio Targioni Tozzetti (XIX secolo) a questa fonte dedicò il saggio Storia ed analisi chimica delle acque termali dette di S. Agnese nella Terra di S. Maria in Bagno, Galletti, Firenze, 18283.

Balneum4 per i Romani era quella che noi chiamiamo stanza da bagno, ma anche bagno pubblico, momento non solo di rilassamento ma anche d’incontro; estensivamente, poi, la voce poteva assumere anche il significato di terme. E che pure nella nostra Santa Maria ci fossero sorgenti termali è fuori discussione per la nota testimonianza che ci ha lasciato Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae (scritto tra il 1506 e il 1511, pubblicato postumo a Basilea nel 1558): Inde vicus Divae Mariae ad Balneum, derelictus, et ipse ob piratarum, ut puto, et Saracenorum incursiones. Hic scaturigines erant calidarum aquarum: ruinae cernuntur aedificiorum, aquae sulphureae odor sentitur. Sed an aqua illa multis morbis salubris alio verterit suos cursus, an incuria hominum et ruina tectorum meatus obstructi sint, incertum est. Has thermas multis mortalibus utiles Belisarius Aquaevivus, vir magni animi, qui Nerito dominator, instaurare cogitate (Poi il villaggio della Divina Maria al Bagno, abbandonato, anche questo, come credo, per le incursioni dei pirati e dei Saraceni. Qui c’erano sorgenti di acque calde: si vedono rovine di edifici, si sente odore di acqua sulfurea. Ma è incerto se quell’acqua salutare contro molte malattie abbia volto altrove il suo corso oppure i passaggi sono rimasti ostruiti per l’incuria degli uomini o per il crollo delle fabbriche. Belisario Acquaviva, signore di Nardò, uomo di grande animo, pensa di ripristinare queste terme utili a molti).     

Passo a Sancta Maria ad Balneum. La preposizione ad in latino introduce il complemento di moto a luogo con l’idea di avvicinamento, non di ingresso (per il quale è riservata la preposizione in); introduce pure il complemento di fine o scopo che può essere inteso come la trasfigurazione astratta di quello di moto a luogo (il fine rappresenta la meta alla quale io tendo, ma non è detto che la raggiunga). Se ad Balneum attribuisco un valore locativo la traduzione letterale sarebbe (L’abbazia dedicata a) Santa Maria presso il Bagno; optando per il valore finale avrei: (L’abbazia dedicata a) Santa Maria per (la protezione de) il Bagno.

Concludendo: credo che i due toponimi originali sarebbero resi più fedelmente da Santa Maria del Bagno, anche perché, visto l’abbrutimento culturale in atto, sono convinto che Santa Maria al Bagno spingerà prima o poi qualche sedicente ricercatore a ricostruire le probabili date e circostanze in cui la Santa avrebbe immerso il suo corpo  nelle nostre acque o, peggio ancora, sarebbe stata colta da un bisogno più o meno improvviso.

Sotto questo punto di vista Santa Caterina, l’altra vicinissima marina, può dormire sonni tranquilli e non recriminare sul destino che la volle priva di fonti termali.      

E ora, se qualcuno dovesse sentirsi toccato nella sua sensibilità religiosa, mi dimostri in cosa sarei stato blasfemo; dopo averlo fatto, mi potrà pure mettere a … bagnomaria5.

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1 Leggibile e scaricabile al link

http://books.google.it/books?id=-vW-cHolGwUC&pg=RA3-PA15-IA1&dq=Castrum+est+in+Romandiola,+Sancta+Maria+in+Balneo&hl=it&sa=X&ei=upUlUo-CEYjUsgb4tICIDQ&ved=0CEQQ6AEwAw#v=onepage&q=Castrum%20est%20in%20Romandiola%2C%20Sancta%20Maria%20in%20Balneo&f=false

2 Leggibile e scaricabile al link

http://books.google.it/books?id=ODF7xzMQmLMC&pg=PA218&dq=bacci+Balneum+Sanctae+Mariae+in+Balneo&hl=it&sa=X&ei=JPElUuu4KIbMtQaF6YH4BA&ved=0CDsQ6wEwAQ#v=onepage&q=bacci%20Balneum%20Sanctae%20Mariae%20in%20Balneo&f=false

3 Leggibile e scaricabile al link

http://books.google.it/books?id=-_M_gftLi2cC&pg=PA7&dq=tozzetti+Storia+ed+analisi+chimica+delle+acque+termali+dette+di+S.+Agnese+nella+Terra+di+S.+Maria+in+Bagno&hl=it&sa=X&ei=DwMmUuCvOsjTtQbDq4CABg&ved=0CDQQ6AEwAA#v=onepage&q=tozzetti%20Storia%20ed%20analisi%20chimica%20delle%20acque%20termali%20dette%20di%20S.%20Agnese%20nella%20Terra%20di%20S.%20Maria%20in%20Bagno&f=false

4 Balneum nasce per sincope da balìneum e questo è dal greco βαλανεῖον (leggi balanèion)=bagno, voce su cui gli etimologi si sono sbizzarriti. Solo due delle proposte avanzate:

a) la voce sarebbe composta dal verbo βάλλω (leggi ballo)=gettare + ἀνία (leggi anìa)=afflizione, sulla scorta di quanto affermano S. Agostino [(IV-V secolo d. C.), Confessiones, IX, 12:  Visum mihi est ut irem lautum, quia audieram inde balneis nomen inditum quod anxietatem pellant ex animo (Mi sembrò opportuno andare a lavarmi poiché avevo sentito che ai bagni il nome fu dato poiché scaccerebbero l’ansia dall’animo)] e, quasi parafrasando, Isidoro di Siviglia [(VI-VII secolo d. C.), Etymologiae, XV, 2, 40: Balneis nomen inditum a levatione moeroris; nam Graeci βαλανεῖον dixerunt quod anxietatem animi tollat (Fu dato il nome ai bagni dall’eliminazione della tristezza; infatti i Greci dissero βαλανεῖον poiché eliminerebbe il tormento dell’animo)].

b) la voce deriverebbe da βάλανος (legi bàlanos)=ghianda, sulla scorta di Quintiliano (I secolo d. C.), Institutio oratoria, I, 9: Accedimus ergo illorum sententiae qui τὸ βαλανεῖον a graeco  ἡ βάλανος, quod est glandis genus [Aderiamo dunque all’opinione di coloro che (fanno derivare) τὸ βαλανεῖον (il bagno) dal greco  ἡ βάλανος (la ghianda), che è un tipo di ghianda] e della Suda (enciclopedia del X secolo in greco bizantino, che, però, contiene voci tratte da fonti antiche oggi perdute e delle quali, perciò, è impossibile ricostruire la cronologia): (al lemma Βαλανειομφάλους): Βαλανεῖον δὲ ἐκλήθη, διότι τὰς βαλάνους ἐσθίοντες τὰ κελύφη ἔκαιον [Il Βαλανεῖον è chiamato (così) perché dopo aver mangiato le ghiande bruciavano le bucce].

Come se la questione non fosse complicata, mi permetto di aggiungere alle fonti già citate (attenzione a quel ἡ βάλανος, quod est glandis genus di Quintiliano) Teofrasto (IV-III secolo a. C.), De odoribus, IV: Χρῶνται δὲ μάλιστα τῷ ἐκ τῆς αἰγυπτίας καὶ συρίας, ἥκιστα γὰρ λιπαρόν· ἐπεὶ καὶ τῷ ἐκ τῶν ἐλαιῶν μάλιστα χρῶνται τῷ ὠμοτριβεῖ τῆς φαυλίας δοκεῖ γὰρ ἀλιπέστατον ἔχειν καὶ λεπτότατον· καὶ τούτῳ νέῳ καὶ μὴ παλαιῷ· τὸ γὰρ ὑπὲρ ἐνιαυτὸν ἀχρεῖων, παχύτερον καὶ λιπαρώτερον γενόμενον. Ἔλαιον μὲν οὖν τοιοῦτον οἰκειότατον, ἀλιπέστατον γάρ. Φασὶ δέ τινες καὶ ἐν τῷ χρίσματι τὸ ἐκ τῶν πικρῶν ἀμυγδάλων᾿ πολλὰ δὲ γίνεται περὶ Κιλικίαν καὶ ποιοῦσιν ἐξ αὐτῶν χρίσμα. Φασὶ δέ καὶ εἰς τὰ σπουδαῖα τῶν μύρων ἁρμὁττειν ὥσπερ καὶ τὸ ἐκ τῆς βαλάνου καὶ τοῦτο. Ποιεῖ δὲ τὰ κελύφη αὐτῶν εὔοσμον εἰς τὸ ἔλαιον ἐμβαλλόμενα· ἐπεὶ καὶ τὰ τῶν πικρῶν (Usano moltissimo l’unguento ricavato da quella (ghianda) d’Egitto e di Siria poiché è poco grasso. Poi usano soprattutto quello spremuto dalle olive verdi, poiché sembra essere fluidissimo e delicatissimo, e questo fresco e non vecchio; infatti quello che supera un anno è inservibile essendo diventato troppo denso e troppo grasso. L’olio che risponde ai requisiti detti è adattissimo in quanto è poco grasso. Alcuni dicono pure che per la preparazione dell’unguento è adatto quello estratto dalle mandole mare. Ne nascono molte in Cilicia e ne ricavano un unguento. Dicono ancora che anche questo sia adatto per la preparazione dei migliori tra gli unguenti, come pure quello estratto dalle ghiande. La loro scorza gettata nell’olio lo rende profumatissimo; lo stesso per le mandorle amare).

Che la ghianda abbia a che fare col bagno perché le sue bucce fungevano da combustibile per riscaldare l’acqua o perché nel bagno facevano la stessa fine che nei cinema dopo più di un millennio avrebbero fatto le bucce del passatiempu (costituito soprattutto da semi di zucca tostati dei quali ci si riforniva prima di entrare nel locale) oppure perché il loro olio entrava nella preparazione degli unguenti abbondantemente usati dopo il bagno non è chiarissimo; ciò che è chiaro, invece, è che i Romani dovevano essere degli emeriti zozzoni se importarono questa pratica, igienica prima ancora che rilassante, dal mondo greco insieme con la parola …

5 Dal latino medioevale balneum Mariae (bagno di Maria). Chi sia questa Maria è controverso: per alcuni sarebbe Miriam, l’alchimista sorella di Mosè, altri sono propensi ad accettare l’identificazione, tramandataci da Zosimo di Panopoli (IV secolo d. C.), con Maria la Giudea .

Santa Maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945

di Paolo Pisacane

Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro: d’inverno vi sono soltanto poche famiglie, ma d’estate è un rinomato luogo di villeggiatura.

Nauna al tempo dei Messapi; Portus Nauna per i Romani; abbazia di Sancta Maria de Balneo per i Basiliani, i Benedettini ed i Cavalieri Teutonici. E’ rinata nella seconda metà del 1800.

La spiaggia, anche se piccola, è ben riparata dai venti, specialmente dalla tramontana, mentre caldo è il clima dall’inizio della primavera ad autunno inoltrato. Non a caso i Romani circa duemila anni fa l’avevano scelta per costruirci le loro terme.

automezzi fermi nella piazza di Santa Maria al Bagno all’epoca dei fatti narrati

Il mare, di una trasparenza particolare, visto dalla collinetta denominata Croce, è di una bellezza quasi irreale con tutti i suoi colori che, a seconda del tempo o dei fondali, abbracciano tutte le sfumature dell’azzurro dal più scuro al più chiaro, per non parlare, poi, del colore purpureo che acquista, quando il sole è basso all’orizzonte.

Non è però solo la parte del mare visibile dall’esterno che è così meravigliosamente bello da guardare, ma, per chi ha la fortuna di poterne esplorare i fondali, resta abbagliato dai fantastici colori e dalle moltissime specie di pesci dalle forme più varie e più cromatiche. In questo scorcio meraviglioso la vita scorreva molto tranquilla, soprattutto a partire dagli inizi del ‘900… poi una notte, subito dopo le festività natalizie del 1943, arrivarono i profughi slavi e, dalla mattina dopo, tutto cambiò.

veduta d’epoca di Santa Maria

Tale territorio era stato scelto per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura e, quindi, non indispensabili per il domicilio dei proprietari. Moltissimi Slavi furono portati nella notte non solo a Santa Maria al Bagno, ma anche a Santa Caterina e alle Cenate, altre due amene località nel territorio di Nardò, mentre si andava definendo l’iter delle requisizioni delle abitazioni.

Scendevano dai camion ed occupavano le abitazioni, molte volte sfondando le porte e trovandovi, in qualche occasione, gli stessi proprietari. Il rumore dei camion, che andavano e venivano, e il vociare della gente non fecero dormire nessuno quella notte rimasta indelebile nella mente di chi la visse.

gruppi di Ebrei all’ospedale alle Cenate

La vita per la gente di Santa Maria al Bagno cambiò subito: si stava meno in giro e i ragazzi non giocavano più in strada. Per la verità, non tutti erano ostili e alcuni di loro, specialmente chi conosceva un po’ di italiano, cercavano di socializzare con i residenti.

Di solito mangiavano cibi in scatola, che venivano loro dati dall’UNRRA, ma qualche volta mangiavano alla mensa che era stata ubicata nella villa Leuzzi, in piazza, dove dagli addetti alle cucine, quasi tutti di Santa Maria al Bagno, venivano preparati i pasti.

gruppo di ebrei in gita a Gallipoli

Poi, pian piano, dopo qualche mese incominciarono ad andare via; ne rimasero solo poche centinaia, quasi tutti Ebrei. Con loro rimasero tutti i soldati. Dopo pochi giorni, riprese il via vai di camion e automezzi vari, che trasportavano profughi, questa volta tutti ebrei. Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da queste, nell’entroterra, fino alle Cenate lungo l’asse della strada tarantina.

Era stato organizzato bene, ed i profughi, appena arrivati, venivano presi in consegna dai soldati inglesi, comandati da mister Herman, che era l’assistente di mister J.Bond comandante del Campo. Messi in fila, erano accompagnati da Paolino Pisacane, abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.

I nuovi arrivati sembravano molto diversi dai precedenti: nella maggior parte erano molto taciturni e tristi e spesso pensierosi e soli camminavano con gli occhi bassi. E non si riusciva ad immaginare il perché. Lo si sarebbe scoperto solo successivamente attraverso i loro racconti. Altra cosa che meraviglia molto era lo scarso numero di bambini e la quasi totale mancanza di vecchi e di famiglie complete. A Santa Maria al Bagno, ormai, c’era tanta gente come in estate.

C’erano molti soldati inglesi e americani, ma anche di altre nazionalità. Tutto funzionava come in una città e molti artigiani, anche dei paesi vicini, specialmente da Nardò, lavoravano nel Campo, come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori.

Ai profughi non mancava certo da mangiare. Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, tramite gli aiuti americani, non facevano mancare loro la carne in scatola, il pane bianco, il cioccolato, il  formaggio, il latte in polvere, e tutte le altre cose che la gente del luogo, qualche mese prima, poteva solo sognare. Anche i residenti beneficiarono di tanto bene di Dio, che veniva barattato con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.

Già alla fine del 1944, passato il periodo di diffidenza verso i nuovi venuti, tutti si erano resi conto che gli ebrei erano brave persone, tanto che dalla diffidenza si passò all’amicizia, specialmente tra i giovani, vincendo anche la difficoltà delle diverse lingue.

Continuamente sopraggiungevano profughi in un frequente avvicendarsi in base alle scelte di trasferimenti che gli stessi decidevano, in gran parte soddisfatte.

Nel Campo tutto scorreva tranquillo, quando, il 14 dicembre del 1944, si verificò un fatto grave. Qualche notte prima erano state rubate da un deposito dell’UNRRA alcune centinaia di coperte. Il responsabile del magazzino addossò la colpa agli abitanti di Santa Maria al Bagno per cui si pervenne alla decisione di far abbandonare il Campo a tutti gli italiani, compresi i residenti.

Questi ultimi fra sconforto e sgomento cominciarono a protestare finchè non intervennero il sindaco Roberto Vallone e il vescovo Gennaro Fenizia presso il comandante affinché non si desse attuazione alla determinazione.

Intanto era stato predisposto l’elenco delle famiglie che dovevano sloggiare dal Campo: erano 146 per un totale di 733 persone. Era un brutto Natale quello che stava per arrivare!

I capifamiglia si incontrarono di nascosto e decisero di non accettare l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni. Infatti scesero in piazza e davanti alla sede del comando alleato protestarono. Il comandante, anche dopo aver sentito le ragioni dei dimostranti, non mutò la sua decisione, anzi fece schierare i soldati con le armi puntate. Ci furono pure degli spari in aria per disperdere la gente. Tuttavia la protesta non cessò.

Finalmente il 29 dicembre, quando ormai si disperava di trovare una soluzione, dopo un incontro tenutosi in Santa Maria al Bagno tra il comandantela Sub-Section N° 1 dell’A.C. Lt. Col. Oldfield, il capitano Fox ed il prefetto, sentito anche il vescovo che intanto aveva informato della situazionela Santa Sede, si comunicò al sindaco di Nardò che le famiglie stabilmente residenti potevano restare. Le altre, che occupavano le case solo per non farle requisire, dovevano andar via, anche perché continuamente giungevano profughi, soprattutto a partire dalla primavera del1945 a seguito della liberazione dai campi di sterminio e, in genere, della fine della guerra. Sul piano umano fu importante non allontanare i residenti, non solo perché non si impose loro la rinunzia alla propria abitazione, ma soprattutto perché questi poterono offrire concretamente solidarietà, tolleranza e collaborazione, facendo scoprire agli ebrei, da anni perseguitati e resi al disotto degli animali da braccare e uccidere, il senso della vita, il rispetto della dignità, la serenità della tolleranza e il gusto della libertà.

I nuovi venuti erano tutti Ebrei di nazionalità polacca, in prevalenza, ma anche greca, albanese, austriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese. Questi avevano anche un proprio corpo di polizia, composto da una quindicina di persone e comandato da un certo Elia, un ebreo di origine greca, molto bravo ed in ottimi rapporti con i residenti.

Nel Campo, la cui punta massima di ospiti fu di oltre 4 mila unità, vi era quanto necessario per   ricordare ai profughi la propria religione e le proprie tradizioni, tra cui la sinagoga, allocata in un locale dell’attuale piazza Nardò, la mensa,  il centro di preghiera per bambini e orfani, il kibbutz “Elia” nella vecchia masseria in località Mondonuovo e, infine, il municipio nella villa Personè (ora villa De Benedittis).

Erano assicurati tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità  di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale. I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola in Santa Maria al Bagno, mentre i più grandi il ginnasio e il liceo a Nardò.

I ragazzi italiani familiarizzavano sempre più con i ragazzi e le ragazze ebree. Erano sempre presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i saporitissimi ed abbondanti dolci che venivano preparati.

La loro cucina, molto diversa da quella dei locali, incuriosiva non poco quest’ultimi che si meravigliavamo nel veder preparare le polpette con la polpa di pesce cotta nel brodo zuccherato, sempre di pesce; oppure bagnare il pane nel latte preparato con il latte in polvere per essere passato nella farina e, dopo averlo zuccherato, essere usato per colazione con il thè. I dolci erano la loro specialità! Ne facevano di tutti i tipi, forme e sapori.

Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre murales, che era scampato, con una fuga rocambolesca durante un trasferimento, dal campo di  concentramento dove aveva perduto la moglie e il figlio.

Nelle ville delle Cenate alloggiarono gli ufficiali inglesi, delegati a gestire il Campo. Nella villa “Ave Mare”, sulla strada per Santa Caterina aveva sede l’alloggio e la mensa delle Crocerossine, e a Villa Tafuri, nelle vicinanze del parco di Portoselvaggio, il club Ufficiali della RAF. In questa villa venivano spesso organizzate feste da ballo, dove si poteva anche mangiare e bere a volontà.

Anche i giovani italiani frequentavano le feste con le loro amiche ed amici ebrei. Non mancarono gli spazi per il divertimento: campo di calcio presso l’Aspide (tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina), spettacoli e feste da ballo presso il circolo delle “Due Marine” a S. Maria al Bagno.

Durante una festa presso Villa Tafuri giovani ebrei dimostrarono tutta la loro amicizia ai coetanei italiani. I soldati inglesi, forse ingelositi perché le ragazze preferivano stare con i giovani italiani, decisero di mandarli via, ma dovettero recedere subito dalla loro decisione non appena si accorsero che anche le ragazze e i ragazzi ebrei in segno di solidarietà stavano  abbandonando la festa.

Gli Ebrei si trovavano bene, ma sapevano anche che un giorno sarebbero andati via: chi in America, chi sarebbe rimasto in Europa e forse in Italia, chi in Australia e chi ancora in Sud America. La meta preferita era però la loro “Terra Promessa”, dove era nato ed era vissuto per millenni il loro popolo. Sapevano, però, che questo non era facile per l’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il  protettorato.

Contro la posizione inglese, in campo internazionale, era molto attiva la società segreta Betar (B: Brit, patto + Trumpeldor, eroe ebreo), nazionalista, cui aderivano molti giovani, così come alcuni presenti nel Campo.

Pertanto non mancarono aspetti politici né giovani che poi sarebbero stati personaggi importanti per lo stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele (Knesset) dal 1977 al 1996, di cui fu Presidente dal 1988 al 1992.

Stando ai ricordi dei residenti del posto, ma per adesso non ancora supportati da alcun documento, furono presenti anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele, come David Ben Gurion,  all’epoca P r e s i d e n t e del l ‘Organizzazione ebraica mondiale e nel 1948 guida politica per la proclamazione dello stato d’Israele, di cui sarà il primo presidente, e Golda Meir, che sarà per molti anni Primo Ministro ed importante punto di riferimento per il suo paese.

Testimonianza dell’attività politica è rappresentata da tre murales, realizzati in altrettanti muri in una casetta, al tempo adibita a deposito. Nel 1947 il campo fu chiuso. Molti ebrei lasciarono con dispiacere i loro amici italiani. Si scambiarono gli indirizzi e si promisero a vicenda che si sarebbero tenuti sempre in contatto.

Successe per un po’ di anni, ma poi i contatti finirono anche se nel cuore rimase sempre il ricordo del tempo passato assieme.

E poi erano e sono lì i murales, anche se anch’essi, lentamente si stanno consumando.

Il murales centrale racconta la storia degli Ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati nel disegno dal filo spinato al centro dell’Europa, fino all’arrivo a Santa Maria al Bagno, nel Sud dell’Italia, dove l’identico teorema lunghissimo di persone riprende gioiosamente il cammino versola Terra Promessa, raffigurata dalla stella di David e dalle palme del deserto (le scritte: diaspora, sx, e Terra d’Israele, dx).

Il murales di sinistra evidenzia la religiosità del popolo ebraico, raffigurando il candelabro a sette braccia, posato su un altare con due soldati ebrei ai lati (le scritte: In guardia, sotto, e, ai lati della stella, Tel-Hai, dove fu ucciso il patriota Trumpeldor.

Il murales di destra presenta una madre con due bambini, che, al di qua di un posto di blocco, chiede ad un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme, ma invano: gli Inglesi osteggiavano la costituzione dello Stato di Israele (le scritte: Aprite le porte, tra la donna e il soldato, e Tel-Hai sulle bandiere).

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (III ed ultima parte)

L’ ABBAZIA DI S. MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA

di Marcello Gaballo

… Tra i beni ceduti vi era anche l’ edificio abbaziale di S. Maria de Balneo che, nell’ annotazione degli annui censi che ogni anno, nella festa dell’ Assunta, si devono versare alla Mensa Episcopale di Nardò, registrati nella visita pastorale del Vescovo Bovio del 1578[67], risulta essere ormai diventata masseria vulgariter dicta lo Bagno olim Abbatiae S. Leonardi de la Matina, sita in loco dicto lo Vagno, in territorio Neritoni, iuxta bona Abbatiae S. Maria de Alto et Abbatiae S. Nicolai de Scundo[68], ora del Mag. Gio: Francesco Della Porta e di cui era stato ultimo commendatario il Cardinale di Sermoneta. La masseria versava annualmente due libbre di cera et alias libras duas incensi. Dictus census debebat ab antiquo ipsi mense pro dicta Abbatia S. Leonardi.

Santa Maria al Bagno (Nardò-Lecce), masseria Fiume che ingloba, nella parte inferiore, l’abbazia di Santa Maria de Balneo

L’ acquisto dell’ edificio e del terreno circostante da parte del barone di Serrano Della Porta probabilmente comportò una sua modifica strutturale, avendo riutilizzato la maggior parte della costruzione precedente con i grossi muri esterni, aggiungendovi un corpo superiore per ottenenere così una torre con le caratteristiche di cui si è già detto e con elementi in comune con le numerose masserie fortificate del neritino e con le torri costiere che nello stesso periodo venivano erette lungo la costa a scopo difensivo.

Il notevole spessore murario del piano terra dell’edificio

Da Francesco di Antonio Della Porta la masseria con i terreni circostanti, come tutti gli altri beni della famiglia,  passò al figlio Giorgio Antonio, da cui alla figlia Eleonora[69]. Questa, sposa di Mario Paladini da Lecce, VII barone di Lizzanello e Melendugno, il 9 giugno 1589 vendette la masseria nuncupata de lo Bagno al magnificus Marco Antonio de Guarrerio per 1000 ducati, con un censo annuo di 90 carlini di argento[70].

Dal De Guarrerio il bene fu rivenduto per 1000 ducati ad un altro neritino, Antonio de Monte, con istrumento per notar Pietro Torricchio del 15/7/1590[71].

In un atto del 1597 ne sono proprietari Antonio e suo figlio Scipione de Monte[72].

l’accesso alla masseria visto dal cortile interno, prima degli ultimi restauri

Nel 1600 la masseria è denominata lo Bagno… cum turre, curtibus et omnibus territoriis, iuxta massariam abbatie sub titulo S.ti Nicolai de Scundo, iuxta bona benefitialia benefitii sub titulo S.ti Laurentii ac bona benefitialia sub titulo S. Caterina de Modio, iuxta litus maris ed appartiene al giudice Antonio

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (II parte)

Santa Maria al Bagno - Nardò (Lecce), masseria Fiume, ingresso principale

L’ ABBAZIA DI S. MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA (seconda parte. La vendita di tutti i beni pugliesi dell’ordine)

 

di Marcello Gaballo

… Per restare nello specifico della nostra abbazia di S. Maria e nel tentativo di ordinare cronologicamente le sue vicende attraverso i documenti pervenutici, l’ Ordine, rappresentato dal procuratore Giovanni Helfenbeck di Norimberga, dovette sostenere una lite con la diocesi neritina, rappresentata dal vescovo Stefano Agricola De Pendinellis (1436-1451), per il possesso pleno jure dell’ abbazia di S. Maria de Balneo; lite poi risolta da papa Eugenio IV, che confermò al monastero di S. Leonardo di Siponto il possesso  dell’ abbazia[42].

Il primo documento sulla questione è stato riportato dal Camobreco nel suo “Regesto”[43]. Datato 13 aprile 1440 e rilasciato a Barletta, vede tra i testimoni pure Marinus de Falconibus et Perrus eius frater, Lodovicus de Noya, Petrus de Fonte Francisco, artium et medecine doctores, fr. Cicchus abbas S. Marie de Alto, fr. Benedictus abbas S. Angeli de Salute, Cobellus Cafaro vicarius Episcopi in spiritualibus, abbas Nicolaus Grande episcopi vicarius in temporalibus, fr. Victori Gayetanus propositus maioris eccl. Neritonensis, not. Antonius Natalis, not. Loysius Securo et not. Loysius de Vito, tutti di Nardò.

 

Un altro documento datato 20 giugno 1444, rilasciato in Manfredonia[44], tra l’ altro riporta: …locumtenentem cum aliis fratibus dicentes ab antiquo possedisse ecclesiam S. Marie de Balneo… et ipsam ecclesiam Stefanus episc.

Appunti sulla torre del Fiume di S. Maria al Bagno nota come Quattro Colonne

di Salvatore Muci

Sul finire del XVI secolo la città di Nardò è un cantiere aperto e si registra il rifiorire di ogni attività edile pubblica e privata, civile e religiosa.

I documenti già attestano la presenza di decine e decine di complessi masserizi, specie nelle vicinanze della foresta dell’Arneo, rinomato luogo di caccia per cervi e cinghiali per baroni e cortigiani al servizio della celebre famiglia dei duchi Acquaviva d’Aragona, che aveva scelto di dimorare a Nardò.

Ma la tranquillità dei luoghi viene turbata in questo secolo dalle continue scorrerie di orde di barbari e corsari, che dal mare possono sbarcare in un qualsiasi punto della estesissima costa della fertile Puglia.

In obbedienza a quanto promulgato da Napoli, ci si preoccupa di difendere il pingue territorio con la fortificazione della costa, ricorrendo a collaudati sistemi di avvistamento come le torri, alcune delle quali anche adatte a fronteggiare sparuti manipoli di pirati assetati e famelici e perciò bisognosi di far scorta di acqua e viveri.

Come già evidenziato nei precedenti contributi, in tutto il regno sorgono dovunque le torri, più rade nei tratti di scogliera alta ed impervia, più ravvicinate in tratti di costa bassa, come nel tratto neritino.

Volendo fare un elenco esse sono, nell’ ordine: Torre del Fiume, S. Caterina, dell’ Alto, Uluzzo, Inserraglio, S. Isidoro, Squillace, Cesarea, Chianca, Torre Lapillo, Castiglione (diruta) e Colimena. Tutte queste, fatta eccezione di quelle di Uluzzo e Castiglione, sono a pianta quadrata e dall’ architetto Faglia, massimo studioso del sistema torriero del Regno, classificate come “della serie di Nardò”.

L’incremento maggiore si ha sotto il governo dei vicerè don Pedro da Toledo e don Pedro Afan de Ribera (1559-1571).

ciò che resta di una delle torrette angolari di Torre del Fiume

L’ordine di realizzarle, promulgato dalla Regia Camera della Sommaria di Napoli, viene dato nel 1563, indirizzato ai regi ingegneri, che devono perciò erigerle su tutta la costa del regno, col contributo delle universitas che distano meno di 12 miglia dal mare.

Se alcuni mastri erano giunti dalla capitale partenopea nella nostra provincia per realizzare alcuni dei fortilizi, altri si formavano in loco, sino a diventare essi stessi i principali referenti della Regia Camera di Napoli che sovrintendeva alla realizzazione del sistema costiero.

ciò che resta di un’altra delle torrette angolari di Torre del Fiume, comunemente nota come “Quattro Colonne”

La fortuna dei documenti sopravvissuti ci permette oggi di attribuire con certezza gli artefici di alcune di esse, almeno per la zona di Nardò, che trovano i massimi esponenti nel clan degli Spalletta, neritini, tra cui Vincenzo e Angelo, rispettivamente padre e figlio, che certamente realizzarono le torri dell’Alto, de Castiglione, de Crustamo (Uluzzo) e del Fiume, oggi più nota come 4 Colonne, essendone sopravvissute le torrette angolari del fortilizio crollato nella sua parte centrale.

Le Quattro Colonne a S. Maria al Bagno-Nardò (ph Mariaurora Trentadue)

Vediamo dunque come si arriva a quest’ultima. La Regia Camera il 22 giugno 1595 invia una lettera a Pietro Castiglione, ingegnere della R. Corte che si trova in provincia di Terra d’Otranto per ispezionare diverse fortezze, con l’ordine di recarsi a Nardò e consegnare ai predetti Spalletta pianta e disegno; purtroppo la lettera arriva quando il Castiglione è già rientrato in Napoli.

Con altra lettera del 26 settembre si ordina all’ Audienza Hidruntina di provvedere essa a fornire l’utile, servendosi di un architetto del posto, che poi risulterà essere il leccese mastro Giovanni Perulli, il quale in data 11 ottobre effettua il sopralluogo e fornisce il relativo disegno ai neritini incaricati dell’esecuzione. Il 22 novembre mastro Angelo Spalletta dichiara al notaio leccese di ricevere il progetto e che la pianta della torre sarà di palmi 72 de quatro senza i 4 spontoni segnati al modello con la caduta ordinaria d’ogni 10 palmi uno; che sia piena di masso di palmi 34 con una cisterna di palmi 8 de quatro in mezzo alla sala della torre; l’altezza della torre sarà di palmi 85 con la barba; la fabbrica sarà tutta d’opera netta di taglio di fuora, e di dentro sarà d’opera netta di taglio solamente dove bisogna e ricerca… Alle cantonate delli spontoni li pezzi abbiano d’essere di lunghezza palmi 3, e di larghezza 1 palmo e mezzo per fortezza della torre sino alli palmi 20 solamente; che la torre si faccia distante dalla bocca del fiume dove i vascelli dei nemici spesso vennero a fare acqua, di palmi 200 circa.

Due anni dopo i lavori non sono ancora iniziati perché l’università riceve i primi 300 ducati dalla Regia Camera, cui se ne aggiungeranno altrettanti qualche mese dopo “in fabrica et constructione turris maritime dicta del Fiume”.

Finalmente Angelo e Vincenzo Spalletta si impegnano nel 1597 alla realizzazione della torre con Cornelio Carriero da Montescaglioso ed Ercole Mazzo da Tutino, a patto che essi mastri Angelo e figlio siano tenuti darli tutta la monizione, così di calcie, terra, petre, quatrielli et pezzi lavorati e l’ acqua dove si trova e mancando il fine siano obligati essi mastri Angelo e figlio di darcela a loro parere ali sotto di detta torre, quanto più si può accostar la carretta.

Dopo dieci anni, nel 1605, la torre risulta ultimata ed efficiente[1], visto che l’8 maggio il sindaco di Nardò Benedetto del Castello rilascia procura al cassiere Scipione De Vito di riscuotere presso la Percettoria in Lecce il denaro speso dall’università per pagare il salario ai militi in essa presenti[2].

In essa dovevano esserci almeno due caporali, che nel 1607 percepivano una paga di 71 ducati[3].

Nel 1609 troviamo tra i caporali Gian Francesco Scaglione[4] e l’anno dopo tra i militi risultano Pietro Vincenti e Donato D’Aprile, che percepiscono mensilmente circa 13 ducati[5].

Tra l’estate 1616 sino a tutto il 1617 il caporale risulta Giovan Leonardo Vecchio di Galatone e suoi compagni Francesco e Giorgio Ferraro[6], che ricevono in consegna dei barili di polvere mandati dai castelli di Lecce e Gallipoli.

Il periodo d’altronde fa registrare numerose incursioni ottomane o corsare di provenienza balcanica, ma anche mediorientali e nordafricane, per cui ogni torre doveva necessariamente essere pienamente efficiente e le spese erano a carico dell’università più vicina: nel biennio 1595-96 l’amministrazione comunale di Nardò deve sborsare ben 762 ducati.

Diminuite le incursioni dal mare il personale delle torri deve affrontare un altro fenomeno dilagante, quello del contrabbando, e soprattutto quello del sale, tanto che occorre incrementare il personale adibito alla sorveglianza del territorio, registrandosi dunque il raddoppio del numero dei cavallari. La nostra torre, come le altre del litorale neritino, resta sempre sotto la sovrintendenza della Comarca di Cesaria.

Nel 1695 il caporale è Tommaso De Ferraris[7] e due anni dopo l’università di Galatone, cui in parte erano accollate le spese di gestione dell’immobile, come da accordo preso con la regia Segreteria e con il Preside alle Armi di Terra d’Otranto, si impegna a realizzarvi la porta alla guardiola ed altre riparazioni, compresa la scala del ponte, oltre ad acquistare un moschetto, ad integrazione dell’armamentario; parte delle spese necessarie vengono accollate all’università di Nardò[8].

Nel gennaio 1730 il capo torriero è Angelo Longo e suo compagno ordinario Filippo Cordigliano; in servizio risultano anche Pietro Stasi e Antonio Francone[9], probabilmente di Galatone, come lo erano Giuseppe Francone e Nicola Marsalò, cavallari nel 1777.

Nel 1790 cavallari sono Pasquale Vonghia e Fortunato Giuri di Nardò[10].

Non si registrano vicende importanti dopo questa data se non un arresto nelle immediate vicinanze, su delazione del canonico Lombardi, del giovane esperto in lettere Nicola Ingusci e del farmacista Francesco Rocca, giunti dal bosco della Sila calabrese per la via di Copertino, portando con sé un sospetto e sovversivo foglio stampato a carattere liberale.

La torre, con quelle di Squillace e di S. Caterina, è soggetta a vincolo del ministero solo dal 1986, grazie alle segnalazioni del circolo culturale “Nardò Nostra”, che se ne occupò con una mostra itinerante e con una pubblicazione non più in commercio.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto


[1] G. Cosi, Torri Marittime di Terra d’Otranto, Galatina, Congedo Editore, pp. 98-101.

[2] Archivio di Stato di Lecce (ASL), not. F. Fontò di Nardò, (66/1), 1606, cc. 149r-149v.

[3] ASN, Percettori e Tesorieri – vol. 6234, (J. Bonvicino), c. 63r.

[4] ASN, Torri e Castelli – vol. 126, c. 145r.

[5] ASN, vol. 6234, c. 34v.

[6] ASN, vol. 135, c. 19r.

[7]ASN, vol. 128, c. 248r.

[8] G. Cosi, Torri… cit., p. 21; il documento citato è stato riportato dallo storico Mario Cazzato.

[9] ASN, vol. 131, cc. 19r-28v.

[10] ASL, atti not. B. Ravenna di Gallipoli (40/38) 1790, c.183v.

La baia jonica della rinascita – Santa Maria al Bagno: la quiete dopo la tempesta

di Daniela Bacca

Santa Maria al Bagno accoglie, fin dalla genesi, il sole dei tramonti tra i più suggestivi e vivi del Sud. Un sole d’accoglienza, ospitalità e speranza che nel corso dei secoli, con la sua luce calda ed i suoi colori accesi, ha sorriso e seguito il cammino e le rotte della gente salentina e delle civiltà mediterranee.

(ph D. Bacca)

 

Approdo gentile e villaggio ospitale di: operosi pescatori, che vissero tra gli scogli, le grotte, la sabbia della sua pittoresca baia; nobili villeggiati, che innalzarono incantevoli dimore e ville eclettiche rosse, gialle, rosa, azzurre e bianche; di pellegrini devoti, che oggi si ritrovano lungo i sentieri del mare e della terra nella processione settembrina tra le più emozionanti del Salento.

Scrigno di Storie personali e di Storia collettiva. Santa Maria fu il bagno

Santa Maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945

di Paolo Pisacane

Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro: d’inverno vi sono soltanto poche famiglie, ma d’estate è un rinomato luogo di villeggiatura.

Nauna al tempo dei Messapi; Portus Nauna per i Romani; abbazia di Sancta Maria de Balneo per i Basiliani, i Benedettini ed i Cavalieri Teutonici. E’ rinata nella seconda metà del 1800.

La spiaggia, anche se piccola, è ben riparata dai venti, specialmente dalla tramontana, mentre caldo è il clima dall’inizio della primavera ad autunno inoltrato. Non a caso i Romani circa duemila anni fa l’avevano scelta per costruirci le loro terme.

automezzi fermi nella piazza di Santa Maria al Bagno all’epoca dei fatti narrati

Il mare, di una trasparenza particolare, visto dalla collinetta denominata Croce, è di una bellezza quasi irreale con tutti i suoi colori che, a seconda del tempo o dei fondali, abbracciano tutte le sfumature dell’azzurro dal più scuro al più chiaro, per non parlare, poi, del colore purpureo che acquista, quando il sole è basso all’orizzonte.

Non è però solo la parte del mare visibile dall’esterno che è così meravigliosamente bello da guardare, ma, per chi ha la fortuna di poterne esplorare i fondali, resta abbagliato dai fantastici colori e dalle moltissime specie di pesci dalle forme più varie e più cromatiche. In questo scorcio meraviglioso la vita scorreva molto tranquilla, soprattutto a partire dagli inizi del ‘900… poi una notte, subito dopo le festività natalizie del 1943, arrivarono i profughi slavi e, dalla mattina dopo, tutto cambiò.

veduta d’epoca di Santa Maria

Tale territorio era stato scelto per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura e, quindi, non indispensabili per il domicilio dei proprietari. Moltissimi Slavi furono portati nella notte non solo a Santa Maria al Bagno, ma anche a Santa Caterina e alle Cenate, altre due amene località nel territorio di Nardò, mentre si andava definendo l’iter delle requisizioni delle abitazioni.

Scendevano dai camion ed occupavano le abitazioni, molte volte sfondando le porte e trovandovi, in qualche occasione, gli stessi proprietari. Il rumore dei camion, che andavano e venivano, e il vociare della gente non fecero dormire nessuno quella notte rimasta indelebile nella mente di chi la visse.

gruppi di Ebrei all’ospedale alle Cenate

La vita per la gente di Santa Maria al Bagno cambiò subito: si stava meno in giro e i ragazzi non giocavano più in strada. Per la verità, non tutti erano ostili e alcuni di loro, specialmente chi conosceva un po’ di italiano, cercavano di socializzare con i residenti.

Di solito mangiavano cibi in scatola, che venivano loro dati dall’UNRRA, ma qualche volta mangiavano alla mensa che era stata ubicata nella villa Leuzzi, in piazza, dove dagli addetti alle cucine, quasi tutti di Santa Maria al Bagno, venivano preparati i pasti.

gruppo di ebrei in gita a Gallipoli

Poi, pian piano, dopo qualche mese incominciarono ad andare via; ne rimasero solo poche centinaia, quasi tutti Ebrei. Con loro rimasero tutti i soldati. Dopo pochi giorni, riprese il via vai di camion e automezzi vari, che trasportavano profughi, questa volta tutti ebrei. Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da queste, nell’entroterra, fino alle Cenate lungo l’asse della strada tarantina.

Era stato organizzato bene, ed i profughi, appena arrivati, venivano presi in consegna dai soldati inglesi, comandati da mister Herman, che era l’assistente di mister J.Bond comandante del Campo. Messi in fila, erano accompagnati da Paolino Pisacane, abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.

I nuovi arrivati sembravano molto diversi dai precedenti: nella maggior parte erano molto taciturni e tristi e spesso pensierosi e soli camminavano con gli occhi bassi. E non si riusciva ad immaginare il perché. Lo si sarebbe scoperto solo successivamente attraverso i loro racconti. Altra cosa che meraviglia molto era lo scarso numero di bambini e la quasi totale mancanza di vecchi e di famiglie complete. A Santa Maria al Bagno, ormai, c’era tanta gente come in estate.

C’erano molti soldati inglesi e americani, ma anche di altre nazionalità. Tutto funzionava come in una città e molti artigiani, anche dei paesi vicini, specialmente da Nardò, lavoravano nel Campo, come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori.

Ai profughi non mancava certo da mangiare. Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, tramite gli aiuti americani, non facevano mancare loro la carne in scatola, il pane bianco, il cioccolato, il  formaggio, il latte in polvere, e tutte le altre cose che la gente del luogo, qualche mese prima, poteva solo sognare. Anche i residenti beneficiarono di tanto bene di Dio, che veniva barattato con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.

Già alla fine del 1944, passato il periodo di diffidenza verso i nuovi venuti, tutti si erano resi conto che gli ebrei erano brave persone, tanto che dalla diffidenza si passò all’amicizia, specialmente tra i giovani, vincendo anche la difficoltà delle diverse lingue.

Continuamente sopraggiungevano profughi in un frequente avvicendarsi in base alle scelte di trasferimenti che gli stessi decidevano, in gran parte soddisfatte.

Nel Campo tutto scorreva tranquillo, quando, il 14 dicembre del 1944, si verificò un fatto grave. Qualche notte prima erano state rubate da un deposito dell’UNRRA alcune centinaia di coperte. Il responsabile del magazzino addossò la colpa agli abitanti di Santa Maria al Bagno per cui si pervenne alla decisione di far abbandonare il Campo a tutti gli italiani, compresi i residenti.

Questi ultimi fra sconforto e sgomento cominciarono a protestare finchè non intervennero il sindaco Roberto Vallone e il vescovo Gennaro Fenizia presso il comandante affinché non si desse attuazione alla determinazione.

Intanto era stato predisposto l’elenco delle famiglie che dovevano sloggiare dal Campo: erano 146 per un totale di 733 persone. Era un brutto Natale quello che stava per arrivare!

I capifamiglia si incontrarono di nascosto e decisero di non accettare l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni. Infatti scesero in piazza e davanti alla sede del comando alleato protestarono. Il comandante, anche dopo aver sentito le ragioni dei dimostranti, non mutò la sua decisione, anzi fece schierare i soldati con le armi puntate. Ci furono pure degli spari in aria per disperdere la gente. Tuttavia la protesta non cessò.

Finalmente il 29 dicembre, quando ormai si disperava di trovare una soluzione, dopo un incontro tenutosi in Santa Maria al Bagno tra il comandantela Sub-Section N° 1 dell’A.C. Lt. Col. Oldfield, il capitano Fox ed il prefetto, sentito anche il vescovo che intanto aveva informato della situazionela Santa Sede, si comunicò al sindaco di Nardò che le famiglie stabilmente residenti potevano restare. Le altre, che occupavano le case solo per non farle requisire, dovevano andar via, anche perché continuamente giungevano profughi, soprattutto a partire dalla primavera del1945 a seguito della liberazione dai campi di sterminio e, in genere, della fine della guerra. Sul piano umano fu importante non allontanare i residenti, non solo perché non si impose loro la rinunzia alla propria abitazione, ma soprattutto perché questi poterono offrire concretamente solidarietà, tolleranza e collaborazione, facendo scoprire agli ebrei, da anni perseguitati e resi al disotto degli animali da braccare e uccidere, il senso della vita, il rispetto della dignità, la serenità della tolleranza e il gusto della libertà.

I nuovi venuti erano tutti Ebrei di nazionalità polacca, in prevalenza, ma anche greca, albanese, austriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese. Questi avevano anche un proprio corpo di polizia, composto da una quindicina di persone e comandato da un certo Elia, un ebreo di origine greca, molto bravo ed in ottimi rapporti con i residenti.

Nel Campo, la cui punta massima di ospiti fu di oltre 4 mila unità, vi era quanto necessario per   ricordare ai profughi la propria religione e le proprie tradizioni, tra cui la sinagoga, allocata in un locale dell’attuale piazza Nardò, la mensa,  il centro di preghiera per bambini e orfani, il kibbutz “Elia” nella vecchia masseria in località Mondonuovo e, infine, il municipio nella villa Personè (ora villa De Benedittis).

Erano assicurati tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità  di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale. I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola in Santa Maria al Bagno, mentre i più grandi il ginnasio e il liceo a Nardò.

I ragazzi italiani familiarizzavano sempre più con i ragazzi e le ragazze ebree. Erano sempre presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i saporitissimi ed abbondanti dolci che venivano preparati.

La loro cucina, molto diversa da quella dei locali, incuriosiva non poco quest’ultimi che si meravigliavamo nel veder preparare le polpette con la polpa di pesce cotta nel brodo zuccherato, sempre di pesce; oppure bagnare il pane nel latte preparato con il latte in polvere per essere passato nella farina e, dopo averlo zuccherato, essere usato per colazione con il thè. I dolci erano la loro specialità! Ne facevano di tutti i tipi, forme e sapori.

Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre murales, che era scampato, con una fuga rocambolesca durante un trasferimento, dal campo di  concentramento dove aveva perduto la moglie e il figlio.

Nelle ville delle Cenate alloggiarono gli ufficiali inglesi, delegati a gestire il Campo. Nella villa “Ave Mare”, sulla strada per Santa Caterina aveva sede l’alloggio e la mensa delle Crocerossine, e a Villa Tafuri, nelle vicinanze del parco di Portoselvaggio, il club Ufficiali della RAF. In questa villa venivano spesso organizzate feste da ballo, dove si poteva anche mangiare e bere a volontà.

Anche i giovani italiani frequentavano le feste con le loro amiche ed amici ebrei. Non mancarono gli spazi per il divertimento: campo di calcio presso l’Aspide (tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina), spettacoli e feste da ballo presso il circolo delle “Due Marine” a S. Maria al Bagno.

Durante una festa presso Villa Tafuri giovani ebrei dimostrarono tutta la loro amicizia ai coetanei italiani. I soldati inglesi, forse ingelositi perché le ragazze preferivano stare con i giovani italiani, decisero di mandarli via, ma dovettero recedere subito dalla loro decisione non appena si accorsero che anche le ragazze e i ragazzi ebrei in segno di solidarietà stavano  abbandonando la festa.

Gli Ebrei si trovavano bene, ma sapevano anche che un giorno sarebbero andati via: chi in America, chi sarebbe rimasto in Europa e forse in Italia, chi in Australia e chi ancora in Sud America. La meta preferita era però la loro “Terra Promessa”, dove era nato ed era vissuto per millenni il loro popolo. Sapevano, però, che questo non era facile per l’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il  protettorato.

Contro la posizione inglese, in campo internazionale, era molto attiva la società segreta Betar (B: Brit, patto + Trumpeldor, eroe ebreo), nazionalista, cui aderivano molti giovani, così come alcuni presenti nel Campo.

Pertanto non mancarono aspetti politici né giovani che poi sarebbero stati personaggi importanti per lo stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele (Knesset) dal 1977 al 1996, di cui fu Presidente dal 1988 al 1992.

Stando ai ricordi dei residenti del posto, ma per adesso non ancora supportati da alcun documento, furono presenti anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele, come David Ben Gurion,  all’epoca P r e s i d e n t e del l ‘Organizzazione ebraica mondiale e nel 1948 guida politica per la proclamazione dello stato d’Israele, di cui sarà il primo presidente, e Golda Meir, che sarà per molti anni Primo Ministro ed importante punto di riferimento per il suo paese.

Testimonianza dell’attività politica è rappresentata da tre murales, realizzati in altrettanti muri in una casetta, al tempo adibita a deposito. Nel 1947 il campo fu chiuso. Molti ebrei lasciarono con dispiacere i loro amici italiani. Si scambiarono gli indirizzi e si promisero a vicenda che si sarebbero tenuti sempre in contatto.

Successe per un po’ di anni, ma poi i contatti finirono anche se nel cuore rimase sempre il ricordo del tempo passato assieme.

E poi erano e sono lì i murales, anche se anch’essi, lentamente si stanno consumando.

Il murales centrale racconta la storia degli Ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati nel disegno dal filo spinato al centro dell’Europa, fino all’arrivo a Santa Maria al Bagno, nel Sud dell’Italia, dove l’identico teorema lunghissimo di persone riprende gioiosamente il cammino versola Terra Promessa, raffigurata dalla stella di David e dalle palme del deserto (le scritte: diaspora, sx, e Terra d’Israele, dx).

Il murales di sinistra evidenzia la religiosità del popolo ebraico, raffigurando il candelabro a sette braccia, posato su un altare con due soldati ebrei ai lati (le scritte: In guardia, sotto, e, ai lati della stella, Tel-Hai, dove fu ucciso il patriota Trumpeldor.

Il murales di destra presenta una madre con due bambini, che, al di qua di un posto di blocco, chiede ad un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme, ma invano: gli Inglesi osteggiavano la costituzione dello Stato di Israele (le scritte: Aprite le porte, tra la donna e il soldato, e Tel-Hai sulle bandiere).

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