4 dicembre. Santa Barbara. La chiesa di Santa Barbara nel territorio di Montesardo (Lecce)

 

di Danilo Ammassari e Mariangela Sammarco

Facciata della chiesa di Santa Barbara (lato sud).

Sulla dorsale collinare che si estende in direzione Sud-Est, sul lato settentrionale della via che collega Montesardo con la frazione di Sandana è la chiesa dedicata a Santa Barbara, appartenente ad un monastero femminile benedettino; attiva in età angioina, l’abbatia Sanctae Barbarae fu abbandonata dalle religiose certamente prima del 1590, anno dalla relazione ad limina del 1590 del vescovo della diocesi di Alessano Ettore Lamia, il quale dichiarava che monasteria monialium in dicta civitate (i.e. Alexanus), et in eius dioecesi non ad sunt; la chiesa continuò invece ad essere officiata e a portare una rendita di 80 ducati annui al conte di Alessano, sotto il cui patronato si trovava la chiesa dopo l’abbandono del monastero: de iure patronatus Comitis Alexani valoris ducatorum 80 quae repetitur commendata dominio Joanni De Doio presbitero Brixiensi.

I documenti medievali più antichi relativi al monumento sono rappresentati dal rapporto dei collettori delle decime pontificie relative agli anni 1324 e 1325, sebbene in entrambe le circostanze la struttura convenutale sia erroneamente indicata al Alessano, che distava da Montesardo poco più di 3 km.

La chiesa di Santa Barbara compare quasi un secolo dopo in un atto notarile del 29 maggio 1599 con cui il barone Orazio Trani di Tutino, procuratore dell’abate Faraone commendatario dell’abbazia di Santa Barbara, dà in consegna al conte di Montesardo gli arredi della chiesa.

aula interna
aula interna

Una breve ma interessante descrizione della chiesa è contenuta nella visita pastorale del 1628; i benefici «sotto titulo di S. Barbara, sito in proprio Cappella fuori l’abitato di Montesardo» sono invece elencati nel catasto onciario di Montesardo.

Dalle prime sommarie descrizioni dell’edificio, cui si aggiunge una recente analisi della decorazione pittorica, si è giunti ora ad uno studio organico che ha previsto l’analisi stratigrafica degli alzati, agevolata dal rilievo analitico delle murature, opportunamente integrato con i dati derivanti dalle, seppur scarse, fonti documentarie. L’insieme delle informazioni così ottenute è, infine, risultato utile ad una più completa lettura della funzione del monumento all’interno del paesaggio storico in cui si colloca.

Santa raffigurata sulla parete del catino absidale

La chiesa, utilizzata negli ultimi decenni come fienile, è stata recentemente acquisita dall’amministrazione comunale di Alessano; al momento è in stato di abbandono, in attesa di un corretto recupero delle testimonianze edilizie e pittoriche d’età medievale, in parte nascoste da maldestri interventi di restauri, e di un’auspicabile indagine archeologica.

L’edificio, oltre ad alcuni piccoli interventi di manutenzione subiti dopo aver perso la funzione sacra, conserva grossomodo le caratteristiche architettoniche originali, con impianto a navata unica rettangolare di m 11,50×5 desinente in un abside semicircolare.

La facciata, esposta ad Ovest, è articolata in una porta d’accesso con architrave monolitico sormontato da una lunetta nella quale sono visibili resti di intonaco che costituiscono, probabilmente, ciò che rimane del supporto di un affresco. Subito al di sopra della lunetta è posizionato il rosone, oggi occluso da conci di tufo, che presenta una sottile modanatura interna alla circonferenza. L’apparecchiatura muraria in facciata è realizzata con conci in calcarenite locale disposti in corsi regolari legati da malta terrosa a base di calce. Sul lato sinistro, alla base della parete e dello stipite destro della porta, sono reimpiegati quattro blocchi di dimensioni maggiori, che costituiscono materiale di riutilizzo forse riferibile alle mura in opera quadrata che cingevano l’abitato messapico di Montesardo e che dovevano correre poco lontano (Il fenomeno del riuso di elementi di spoglio in edifici di culto medievali è ben riconoscibile nelle vicine chiese di San Pietro presso Giuliano e San Giovanni a Patù nelle quali sono reimpiegati elementi architettonici provenienti da edifici funerari d’età imperiale della necropoli orientale di Veretum); Il prospetto meridionale presenta una muratura differente da quelle della facciata e del retro: i conci, anche se disposti in corsi regolari, non sono perfettamente squadrati e i vuoti sono riempiti con zeppe litiche di piccole dimensioni e da frammenti di coppi. Nella struttura sono presenti tre catene verticali disposte a distanza regolare l’una dall’altra costituite da conci messi in opera di testa e di taglio. Questa stessa situazione si riscontra anche sul prospetto Nord, ma con la differenza che da questo lato si apre un varco d’ingresso; tra la spalla destra su cui si imposta l’arco che sovrasta l’apertura e lo spigolo destro della muratura si sviluppa una catena che, come sul lato Sud, è costituita da conci squadrati disposti di testa e di taglio; sul lato opposto del varco la catena è assente, probabilmente a motivo del ridottissimo spazio rimanente tra la spalla sinistra dell’arco e lo spigolo del muro. Anche la muratura del prospetto posteriore è costituita da conci disposti in corsi regolari, le cui dimensioni risultano però costanti.

Particolare della parete absidale. Concio affrescato che rappresenta parte di un abito vescovile, riutilizzato per tamponare la nicchia

L’abside, orientata ad Est, è diruta e se ne legge l’innesto della muratura che sporge di pochi cm dal prospetto orientale. Un rozzo muro di tompagno costruito con blocchi squadrati chiude attualmente l’apertura.

Le murature dell’intero edificio presentano tecnica uniforme che prevede due paramenti in conci squadrati ed un nucleo murario a sacco con spezzoni di pietre di piccole dimensioni e frammenti ceramici allettati con malta terrosa.

All’interno, lungo la parete Nord si apre una porta che fungeva da ingresso secondario, forse collegato agli attigui ambienti monastici; il muro è per la maggior parte ricoperto da una spessa scialbatura di calce che in alcuni punti si è distaccata, facilitando la comprensione della fisionomia dell’apparecchiatura muraria interna. Il paramento appare realizzato con conci in calcarenite di dimensioni variabili disposti in corsi regolari. In alcuni punti questa regolarità viene interrotta dall’utilizzo di pietre di piccole dimensioni o da conci appena sbozzati e disposti in modo casuale (segno di restauri tardi), alcuni dei quali conservano tacce di affresco. Lungo questa parete si conserva la raffigurazione di una Déesis, sebbene la figura del Battista sia andata perduta, residuo della prima fase decorativa, datata al primo Trecento. L’intradosso della volta presenta tracce di un restauro avvenuto probabilmente in tempi recenti: si tratta di uno strato di intonaco imbiancato sul quale sono stati disegnati i giunti dei conci, ad imitazione della tecnica costruttiva della volta.

prospetto posteriore

La parete Sud mostra, alla base, i resti di un gradino che sembra delimitare la zona presbiterale; in corrispondenza del gradino, ad una distanza di circa 1 metro, si apre una piccola nicchia e, a destra di questa, si collocava un’apertura più ampia, ora occlusa con conci di tufo. Oltre, si conservano le figure di Santa Barbara con il canonico attributo iconografico della torre sorretta nella mano destra, e di un San Bernardino da Siena (la presenza di questo santo nell’affresco salentino costituisce un valido terminus post quem per la realizzazione della facies pittorica, da collocare dopo il 1444, anno della morte del Santo). Non si tratta di un pannello isolato, ma di una raffigurazione che va letta in una più articolata sequenza di santi e sante nascosta sotto uno spesso strato di calce, come si intuisce da alcuni frammenti riaffiorati sulla parete in questione. La decorazione, quindi, comprendeva più unità figurative disposte ad altezza uomo che convergevano verso l’abside, ricalcando uno schema di tradizione bizantina diffuso nei più noti cicli tardogotici del Salento. Due esempi si trovano nella chiesa di Santo Stefano a Soleto e Santa Maria della Neve a Galugnano. In quest’ultima, nelle figure delle sante Lucia, Orsola e Caterina d’Alessandria si riconosce la mano del Maestro di Nicola Antonio e Cesare Livieri, un pittore di Galatone, al quale probabilmente si può collegare anche la Santa Barbara di Montesardo.

Planimetria e sezioni del lato nord ed ovest

Nella parete di fondo dell’aula, l’apertura dell’abside, con corda di 3 m, è occlusa da un muro realizzato a secco con la messa in opera di conci di tufo, alcun dei quali mostrano evidenti tracce di affresco, provenienti, probabilmente, dai vicini resti dell’abside; sul lato sinistro il muro posticcio non si addossa all’attacco del muro absidale, lasciando a vista parte degli affreschi che decoravano il catino absidale, attribuiti alla seconda fase decorativa datata tra il primo e il terzo decennio del XIV secolo (Si riconosce una figura di santa che, sebbene non siano leggibili iscrizioni esegetiche che lo confermino, potrebbe essere riconosciuta nella Santa cui è titolata la chiesa).

A destra dell’abside si trova una piccola nicchia occlusa da un concio di riutilizzo sul quale si conserva un lacerto d’affresco in cui si distingue un abito vescovile.

Nei secoli l’edificio ha subìto alcuni interventi che hanno modificato la struttura originaria dei prospetti e della pianta. La planimetria, che comunque conserva le misure originarie dell’aula interna, ha riportato variazioni lungo le pareti esterne settentrionale e meridionale, le quali hanno subito un ispessimento pari al doppio della larghezza originaria, mentre la lunghezza dei muri est e ovest è stata aumentata di oltre un metro.

È possibile leggere questi interventi come conseguenza della sostituzione dell’originale copertura a capriate lignee, la cui esistenza è suggerita dalla fisionomia dei prospetti est ed ovest, con una copertura a volta in muratura (la sostituzione della copertura a capriata con un sistema di volta a botte è documentata in numerosissimi edifici medievali salentini), di maggiore peso e che quindi necessitava un rafforzamento delle murature su cui gravare. Sulla facciata e sul prospetto posteriore sono chiaramente riconoscibili i due contrafforti che si sviluppano per la lunghezza dell’edificio addossandosi alle pareti preesistenti e che hanno il compito di resistere alle spinte determinate dal peso della volta.

Sulla facciata, subito sotto la linea delle falde del tetto, si riscontrano altri interventi di piccola entità; si tratta di restauri eseguiti grossolanamente, con malta a base di cemento, per riempire le lacune createsi tra il tetto e i conci con lo scopo di evitare, forse, eventuali infiltrazioni.

Sul retro della chiesa si notano invece ben più evidenti segni di restauro: la tamponatura di conci squadrati realizzata, evidentemente, dopo il crollo, probabilmente forzato, del catino absidale (l’assenza dell’abside ha compromesso la stabilità strutturale dell’edificio che presenta internamente un’evidente lesione longitudinale passante per tutta la lunghezza della volta e alcune lesioni sulla parete absidale); l’incasso, visibile a destra, dell’abside realizzato per l’appoggio di una tettoia; la gettata di cemento con impronte di coppi sul profilo basso; il restauro visibile tra il tetto e l’abside, caratterizzato da una muratura chiaramente differente che prevede l’utilizzo di conci di pezzatura inferiore. La realizzazione della tettoia potrebbe, invece, essere attribuibile ad un periodo molto recente, quando la chiesa era utilizzata come deposito per attrezzi e fienile.

Dall’analisi strutturale effettuata emerge dunque che l’edificio ha avuto almeno due fasi architettoniche principali. La prima, collocabile in un periodo anteriore al 1324, anno della decima pontificia registrata dalle fonti, riguarda la costruzione della chiesa che presentava un tetto costituito da capriata lignea e aveva dimensioni in facciata inferiori rispetto a quelle attuali. Nella seconda fase si verificò la sostituzione della copertura in legno con una volta quasi ogivale in muratura e la conseguente costruzione dei muri di rinforzo sui lati Nord e Sud; quest’intervento deve essere stato realizzato certamente prima del 1628, anno della visita pastorale  in cui la chiesa appariva fornicata, ovvero era già provvista di una volta in muratura.

Se la fisionomia attuale della chiesa è il risultato di un’evoluzione edilizia avvenuta in due periodi principali a cui sono seguiti alcuni interventi minori avvenuti tra il XVI ed il XX secolo, non mancano comunque i richiami ad altri pressoché coevi edifici salentini, rappresentanti di quell’architettura romanica del Trecento ben riconosciuta nel Santo Stefano di Soleto e nel S. Giovanni Evangelista di San Cesario. Di queste due chiese la Santa Barbara di Montesardo ripete, approssimativamente, le dimensioni, il modello ad aula unica desinente in un’abside centrale, con rosoncino sulla facciata, portale e piccola porta laterale sulla fiancata sinistra, nonché le piccole nicchie interne ricavate nei muri. Precisi riferimenti alle soluzioni tecniche adottate nella fabbrica dei contrafforti esterni, caratterizzata dall’uso di pietrame di pezzatura irregolare alternato a catene di conci squadrati si trovano, ad esempio, nella tecnica costruttiva delle vicine mura di fortificazione del borgo di Montesardo, databili come detto al tardo Quattrocento, mentre per restare nell’ambito di edifici religiosi, i confronti più prossimi si trovano nella chiesa di San Michele Arcangelo presso Corigliano, nella quale compaiono, però, solo catene angolari.

Santa Barbara. Nella mano destra regge una torre che rappresenta uno degli attributi iconografici della santa

La tecnica costruttiva dell’edificio originario, che si intravede nel lato nord della fabbrica, nel punto in cui si apre il varco dell’ingresso laterale e che appare del tutto simile a quella utilizzata in facciata, si ritrova invece nel Santo Stefano di Soleto, nel San Giovanni Evangelista di Miggiano a Muro Leccese, dalla quale si discosta però per caratteristiche planimetriche.

La chiesa di Santa Barbara si colloca, dunque, nel panorama architettonico salentino tra le forme minori di architettura religiosa, come luogo di culto inizialmente legato ad un monastero e, in seguito, come luogo di culto extraurbano, mantenuto attivo e capace di alte rendite. L’analisi stratigrafica degli elevati condotta sul monumento non basta da sola a fornire elementi di cronologia assoluta, almeno per quanto riguarda l’impianto originario, ma il complesso dei dati architettonici, topografici e storici sembrano convergere verso una datazione inquadrabile nel basso medioevo, suggerita e sostenuta anche da considerazioni di carattere storico artistico sui cicli pittorici.

  

 

 

Area absidale chiusa da un muro di tompagno in conci di riutilizzo

 

 

BIBLIOGRAFIA

Archivio di Stato di Lecce

BERGER, S. Stefano di Soleto e suoi affreschi, in A. DE BERNARD, Paesi e figure del vecchio Salento, Galatina 1980, pp. 81-128. CALORO 1996 A. CALORO, Guida di Leuca, Galatina 1996.

CASSIANO, Chiesa di San Giovanni Evangelista, in AAVV, San Cesario di Lecce. Storia, arte, architettura, Galatina 1980, pp. 54-68.

P. COCO, Cedularia Terrae Idronti: 1325, Taranto 1926.

G. COSI, Spigolature su Tricase, «La voce del Sud. Settimanale indipendente», XXXVI, n. 12, 1979, p. 5.

G. COSI, Il notaio e la pandetta. Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secoli XVI-XVII), Galatina 1992.

DE FERRARIS GALATEO, Liber de Situ Iapygiae, Basilea 1558 (ed. a cura di M. PAONE, Galatina 1974).

M. FALLA CASTELFRANCHI, La chiesa di S. Giovanni Battista e le cosiddette “Centopietre” a Patù, in G. BERTELLI (a cura di), Puglia preromanica. Dal V secolo agli inizi dell’XI, Bari 2004, pp. 269-274.

A. JACOB, Notes sur quelques inscriptions byzantines du Salento Méridional, «MEFM» 95, 1983, pp. 5-88.

A. JACOB, A. CALORO (a cura di), Luoghi, chiese e chierici del Salento meridionale in età moderna. La visita apostolica della città e della diocesi di Alessano nel 1628, Martina Franca 1999.

Leuca 1978 AAVV, Leuca, Galatina 1978 LEO IMPERIALE, LIMONCELLI, DE GIORGI 2006 M. LEO IMPERIALE, M. LIMONCELLI, M. DE GIORGI, Due chiese bizantine nel Basso Salento: archeologia dell’architettura e decorazione pittorica, in R. FRANCOVICH, M. VALENTI (a cura di), Atti del IV Congresso nazionale di Archeologia medievale (Chiusolino (SI) 26-30 settembre 2006), Firenze 2006, pp. 613-620.

S. ORTESE, Un caso di “patrimonio latente”: la chiesetta di Santa Barbara a Montesardo e le sue pitture murali, « Kronos», 11, pp. 67-77. 11.

S. PALESE, Monumenti e devozioni medievali nel Basso Salento, in C. COLAFEMMINA (a cura di), A servizio del Regno. Studi per il 75° di fondazione del Pontificio Seminario Regionale Teologico Pugliese, Molfetta 1983, pp. 211-254.

D. VENDOLA, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Apulia – Lucania – Calabria (con tre grandi carte topografiche), Città del Vaticano 1939.

Il saggio, in forma più ampia, è stato pubblicato sui Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano n°12.

Oltre la statale. Tra Collemeto e Santa Barbara

di Massimo Negro

Questa volta vi propongo le immagini di un viaggio che, pur avendo la meta a noi vicina, mi ha proiettato in un contesto i cui i caratteri storico e sociali dei luoghi visitati meritano di essere adeguatamente tratteggiati, per quanto ne possa essere capace, perché forse, e senza neanche forse, poco conosciuti, ancorché si tratti pur sempre del territorio di Galatina.

Oltre la statale è un viaggio lungo la strada che unisce la frazione di Collemeto a Santa Barbara e nei luoghi più significativi di quest’ultima.

E’ un viaggio accompagnato dal suono di una carro lungo la strada. La scelta dell’audio non è casuale. Si tratta di una registrazione fatta nel 1968 da due ricercatori, Bosio e Longhini, che attraversarono il Salento studiando le nostre tradizioni e registrandone il suono vitale del tempo, non in studio, ma per le strade parlando con gli anziani e i giovani dell’epoca.

IMG_3434a

Passare la statale ed immergersi a piedi o in bicicletta in quei luoghi, mi ha rimandato quasi indietro in un epoca in cui la vita ruotava attorno alle masserie, alle case di campagna, alla piccola piazza del paese, alle persone sedute sui marciapiedi delle case e a ragazzi che giocano a pallone per le strade. Strade lungo le quali era raro veder passare una macchina, ma che spesso portavano il rumore delle ruote dei carri. Molte di queste abitudini sono ormai scomparse, cancellate dai ritmi forsennati che ci sono imposti ma che molto spesso noi stessi scegliamo, inconsapevoli di quello che perdiamo. Altre sono rimaste e giunte ai nostri giorni; non certamente quel senso di comunità che una volta, pur con tutti i dissidi che ci potevano essere, era presente e aleggiava tra la gente.

.IMG_3511a

Passata la statale ci si immerge in un paesaggio modellato anticamente dall’uomo, da forti mani nodose che con gli zocchi e le mannaie hanno estratto i conci di tufo per costruire le antiche masserie della zona. Da alberi di ulivo e antiche carraie che richiamano alla mente silenzi e suoni di cui si è

Santa Barbara su llu campu

di Gianni Ferraris

Santa Barbara su llu campu

ci nu time né troni né lampi,

stae unita cu lu Spiritu Santu.


Spiritu Santu nu durmire

ca sta bisciu tre vascelli vanire:

uno t’acqua, l’addu te ientu,

l’addu cu luntana Gesù Cristu lu maletiempu.


(Santa Barbara* sul campo** che non temi né tuoni né lampi, stai unita con lo Spirito santo. Spirito santo non dormire che ho visto tre vascelli venire, uno d’acqua, uno di vento, l’altro con Gesù Cristo che allontana il maltempo)

Questa è la preghiera, o la formula magica, che spezza le trombe marine. Se la tramandano i pescatori di padre in figlio. Per essere efficace deve essere insegnata la notte di Natale e recitata solo in caso di forte maltempo e, appunto, di trombe marine. Ha la facoltà di romperle prima che raggiungano la costa e, quindi, la città. Narrano di un vecchio che la recitava dal molo, con i capelli scompigliati  dal vento .

Città di pescatori dove solo la superstizione o la fede estrema possono contro le mareggiate improvvise che arrivano quando le barche sono in mare   minacciate e la paura di non veder tornare i pescatori è grande.

E le donne restano in casa a pregare, oppure si avvicinano al mare e gettano pezzetti di pane. Non un pane qualunque però.

Il giorno di Sant’Antonio le famiglie che hanno avuto benefici durante l’anno trascorso  fanno dei pani, li portano in chiesa perchè siano benedetti, e ne distribuiscono ai vicini, ai parenti e agli amici. Un po’ lo si mangia, ma una parte viene gelosamente custodita e verrà utilizzata quando arriva qualche mareggiata e le barche non si vedono ancora all’orizzonte. Solo allora le donne prendono il prezioso pane, vanno in riva al mare e ne gettano briciole. E’ un richiamo per i loro uomini perché rientrino, ed un modo per placare la forza della natura. Gettando tra i flutti il pane benedetto, come a voler benedire il mare, divengono sacerdotesse loro malgrado .

Il mio amico Fabio è comandante di nave, ha conosciuto tutti i mari del globo. Un giorno, davanti a una stupenda pasta con le cozze, si parlava della paura che il mare spesso suscita. Lui è riuscito a riassumere con un concetto  efficace il rapporto che bisogna avere con l’acqua: “non deve mai essere temuto, deve solo essere rispettato”.
Lui lo fa con tutti gli strumenti che la tecnologia e l’esperienza di anni di navigazione gli hanno insegnato. Le donne Gallipoline lo facevano con riti propiziatori come il pane benedetto. Dove il mare è fonte di vita, dove le radici e la vita stessa degli abitanti dipendono da lui, non può esistere sentimento diverso da  rispetto ed amore. In altri luoghi un maledetto temporale estivo può spazzar via il raccolto di un anno. Qui minaccia la vita delle persone che di mare vivono.
Sacro e profano a volte si mischiano.

Il venerdì santo due sono le  processioni. Una inizia alle 18 per terminare alle 3 di mattino, accompagnata dalla banda e dalle confraternite. L’altra inizia alle 3 per terminare solo verso mezzogiorno. Processioni meste come la morte del Cristo richiede. Però esiste sempre la resurrezione. Solo allora la festa ha inizio. La mattina della domenica di Pasqua, dopo la solenne messa, viene bruciata la “Caremma”, il fantoccio di una vecchia appeso a vari angoli di strada. E’ una figura di fatta di pezze che viene issata 7 domeniche prima di Pasqua,  ha un’arancia dove vengono conficcate 7 piume di gabbiano, ogni domenica una viene tolta, quando rimane senza piume la Pasqua è arrivata e la vecchia viene bruciata.

La Caremma ( forse dal francese “careme”, quaresima) è una figura comune a tutto il Salento,e incarna  la miseria, la quaresima, appunto, che viene sacrificata per auspicare buona sorte. Per quanto riguarda Gallipoli la leggenda vuole che la Caremma fosse la mamma del Titoru (Teodoro). Tornato dalla guerra affamato il giorno di carnevale, il Titoru inghiottì una quantità talmente grande di polpette da rimanerne soffocato. Ogni carnevale si raffigura il suo funerale. La Caremma iniziò a inviare maledizioni a tutti i Gallipolini i quali, la domenica di Pasqua esasperati (o forse impauriti) la appesero e la bruciarono.

La Quaresima è finita. Cristo risorge e si festeggia. La vecchia con le sue maledizioni e i patimenti deve essere distrutta. E’ una sorta di resurrezione della speranza.

 

* Santa Barbara è la protettrice della marina militare.
**il campo è un isolotto di fronte a Gallipoli. Antico lazzaretto.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com