San Valentino, ma non per tutti …

di Armando Polito

San Valentino in un codice miniato custodito nella Biblioteca municipale di Lione

San Valentino in  un messale miniato di Attavante degli Attavanti (1483) custodito nella Biblioteca municipale di Lione

E dopo che ti sei dannato l’anima per fare bella figura …

San Valentino, protettore di Terni e degli innamorati

di Paolo Vincenti

Copertino, chiesa del Rosario, statua di San Valentino

Il 14 febbraio si rinnova la festa di San Valentino.

San Valentino, nato nel 176 d.C. circa,  fu consacrato bescovo di Terni, di cui oggi è protettore, nel 197. E’ considerato dalla tradizione popolare il fondatore della comunità cristiana di Terni e il suo primo vescovo. Perseguitato per la sua fede cristiana, sotto l’Imperatore Aureliano, fu martirizzato il 14 febbraio del 273 circa. Dopo essere stato decapitato, il suo corpo fu trasportato da Roma a Terni, dove fu sepolto sulla Via Flaminia. Sulla collina dove egli fu seppellito, in seguito, fu eretto, in suo onore, un primo oratorio e, successivamente, la grande basilica a cinque navate, che ha subito molti rimaneggiamenti nel corso del Medioevo, nella quale ancora oggi sono conservate le reliquie del Santo.

Presso la tomba di San Valentino, nel 752, avvenne lo storico incontro di pace fra il papa Zaccaria e l’invasore Liutprando, re dei Longobardi. La basilica fu completamente riedificata nel 1630 e fu costruito l’annesso convento dei Carmelitani, chiamati a Terni per promuovere il culto del Santo. Le reliquie del vescovo, nella basilica di San Valentino, sono conservate in una statua d’argento che si trova dietro una grande teca di cristallo, dove, a grandi lettere, si legge: “San Valentino, patrono dell’amore”.

s. valentino

Molte sono le leggende fiorite sulla sua vita. Una delle più belle narra di un giovane centurione romano di nome Sabino che, passeggiando per una piazza di Terni, incontrò una bella ragazza di nome Serapia, della quale si innamorò follemente. Purtroppo Sabino, che era pagano, non ottenne il permesso di  sposare Serapia dalla famiglia di lei, che era di fede cristiana. Per superare quest’ostacolo, Serapia suggerì al suo amato di recarsi dal loro vescovo Valentino, per ricevere il battesimo e potere così convertirsi alla religione cristiana. In questo modo, la famiglia di lei avrebbe accolto Sabino. Purtroppo, prima ancora che il giovane potesse essere battezzato, Serapia si ammalò di tisi e nel giro di poco fu in fin di vita. Valentino fu chiamato al capezzale della fanciulla, la quale gli manifestò tutto il proprio amore per Sabino; così anche Sabino chiese di essere battezzato e supplicò Valentino di unirlo alla sua amata in matrimonio. Valentino celebrò in tutta fretta il matrimonio ma, mentre levava le mani in alto per la benedizione, il sonno eterno scese ad  avvolgere i due giovani, che furono così uniti per sempre.

L’origine della festa di San Valentino si deve probabilmente al tentativo della Chiesa di arginare un rito pagano. Nel V secolo d.C. , infatti, la Chiesa, per porre fine al culto del dio Lupercus, che veniva festeggiato in febbraio ed era considerato portatore di fertilità, indicò Valentino come protettore degli innamorati.

La data che fu scelta per festeggiare il Santo fu quella della sua morte, il 14 febbraio. Nell’antica Roma, infatti, nella prima metà di febbraio,  si tenevano i “Lupercali”, feste dedicate al dio Luperco, che si riteneva fosse il protettore delle greggi dall’assalto dei lupi. I Lupercali si tenevano nei pressi della grotta sacra a Luperco, che si trovava ai piedi del Palatino, ed era la grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo. Durante queste feste, i sacerdoti del dio, i “luperci”,  rivestiti solo con delle pelli degli animali sacrificati, correvano per la città e sferzavano con le loro verghe,che erano delle sottili strisce ricavate dalla pelle degli animali stessi ed erano chiamate “februae” (da cui una possibile etimologia per “febbraio”), le donne fertili che, una volta colpite, sarebbero state fecondate entro l’anno. Tutte le celebrazioni a Roma si svolgevano in periodi particolari, sempre legati ai ritmi della terra e della vita agricola, per propiziare qualche evento particolare. Quella dei Lupercali era una festa tesa a propiziare la fecondità della terra, ma anche degli animali e degli uomini, alle porte della primavera, quando tutta la natura si risveglia. In un secondo momento, quando la religione romana venne, in un certo senso, addomesticata, perdendo il  suo carattere primitivo troppo cruento e selvaggio, durante il rito, veniva allestita una grande urna nella quale le donne che erano in cerca di marito depositavano dei bigliettini su cui scrivevano il proprio nome, ed altrettanto facevano gli uomini. Si procedeva poi ad una estrazione e il nome di ciascuna donna veniva accoppiato a quello di un uomo. Queste coppie trascorrevano insieme il giorno di festa, ballando e cantando e, se alla fine dei festeggiamenti essi si fossero innamorati, avrebbero allora passato un intero anno insieme, affinché il rito della fertilità fosse concluso. L’anno successivo si sarebbe ricominciato con altre coppie. Molto spesso, poi, queste coppie si sposavano.

Verso la fine del V secolo, Papa Gelasio I volle porre un termine a questa deleteria usanza e le contrappose la festa di San Valentino, istituita nel 496.

Da allora, San Valentino è considerato il patrono degli innamorati e viene festeggiato ogni anno con gran dispiego di bigliettini d’amore, regali fra i fidanzati e cene a lume di candela. Al Santo martire si è ispirato il disegnatore Peynet per i suoi famosissimi fidanzatini, “Valentino e Valentina”, che rappresentano, nell’immaginario popolare, gli innamorati ideali.

Pochi versi salentini per cantare un amore infinito

s. valentino

Cce ssi beddha, Ddiu tti bbinitìca,

mancu ci t’ha pittata Santu Luca!

 

Santu Luca pi te si scapricciàu,

te sola fece beddha… e poi furnìu!

 

(Quanto sei bella, Dio ti benedica,

quasi t’abbia ritratta San Luca!

San Luca per te si sbizzarrì,

solo te rese bella, e poi concluse)

(anonimo salentino)

L’amore è l’ossimoro fecondo nell’irrazionale lucidità che l’accompagna

di Pino de Luca

 

14 Febbraio, San Valentino

 

Dice Marcello: è possibile pensare ad un vino che si beve in due? Magari che accompagna un piatto che si mangia in due? Si Marcello, è possibile, possibilissimo, piacevole, piacevolissimo. Non scomodo Apicio e nemmeno Mastro Berardo. Io credo però che dei due bisogna parlare, immaginarli, altrimenti tutto diventa oggetto esanime, merce d’accatto, tintinnar di moneta o, peggio, manifesto di potere.

L’amore è resa, abbandono, rilascio d’ogni resistenza, abbandono d’ogni calcolo e raffronto, sublimazione nel pensiero e nell’immaginario singolo e condiviso.

È ossimoro fecondo nell’irrazionale lucidità che l’accompagna, nel confuso miscelar di membra che assegna nette funzioni ad ogni parte del corpo, nella violenta vitalità che ogni cellula sopita porta al risveglio.

E i due me li immagino maturi, di lunga pezza, che si conoscono bene da tanto e che non hanno perduto la voglia di stupirsi. L’uno con la passione di agghindar la tavola e l’altro con quella di preparar da mangiare. E siccome io prediligo la seconda, della seconda vi dico.

In frigo una bottiglia di Spumante Rosé Rosa del Golfo. Ci si procurano alcune fette sottili di Capocollo di Martina, una dozzina di gamberoni Gallipolini e un avocado sodo e maturo. OEVO, sale nero di Cipro, pepe bianco, erba cipollina e un limone e un’arancia, e della rucola selvatica.

In una bottiglietta come quella dei succhi di frutta ben lavata si mette qualche cucchiaio di OEVO e il succo di mezzo limone, un pizzico di sale e del pepe. I gamberoni si privano di testa e carapace, si dispongono in una terrina e, agitata la bottiglietta, si bagnano con l’emulsione che s’ottiene e si lasciano riposare. Intanto si pulisce l’avocado, si taglia a tocchetti e si dispone in una zuppiera bagnandolo con il restante succo di limone. Quando è tempo di servire disporre su un letto di rucola ben lavata i pezzi di avocado e degli spicchi d’arancia tagliati in due, poi i gamberi scolati e, sopra, le fette di capocollo scottate in un dito di olio bollente.

È un piatto di grandi profumi e grandi contrasti come solo l’amore vero sa essere, e lo spumante fresco è lì, per mediare con le sue bollicine tra il calore del capocollo e il gelo dell’avocado, la dolcezza dei gamberi e il piccante della rucola.

E il sale dev’esser nero e il pepe bianco, perché tutto sia diverso da come sembra che il banale non è per chi si ama. Non importa se siete coniugi o amanti, fidanzati o sposati, eterosessuali o omosessuali, io dedico questa piccola cena a tutti coloro che condividono con me l’idea che “chi s’appaga non paga ma, semplicemente, ripaga (se è in grado di farlo)”.

Buon San Valentino a tutti.

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