Il tarantismo nel Salento di ieri

 

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 di Ermanno Inguscio

Sembra trascorso un secolo da quando lo studioso Ernesto De Martino, calato nel Meridione con la sua  équipe di studiosi, interessandosi con perizia scientifica al fenomeno del tarantismo, aveva finito col definire il Salento “terra del rimorso”. Egli aveva così inseguito e rintracciato gli ultimi esempi viventi, donne provenienti da ceti popolari, ma anche uomini,  che legavano i propri disagi psicofisici al mito dell’onnipotente  paterfamilias  e si rifugiavano nell’illusione della cappellina di San Paolo in Galatina (Lecce), per mezzo del ballo della pizzica pizzica,  che fosse l’unico strumento di sollievo e persino di guarigione dai propri mali. Ed era quasi impossibile avere testimonianze dirette  o riferite delle contraddizioni della vecchia civiltà contadina al cui interno, e sembra passato più di un secolo, esplodevano conflittualità di ruoli socio-familiari e di contesti economico-culturali di un tempo ormai svanito dietro la massificante opera dei mezzi della odierna comunicazione sociale.

Ma è proprio di ieri, in quel di Ruffano, dove oggi la locale biblioteca comunale “Don Tonino Bello” organizza un incontro culturale con l’Università del Salento dal titolo  Racconti di una tarantata. Ruffano e il tarantismo di Michela Margiotta, che mi è occorso di dover ascoltare una storia singolare di un mio vecchio compagno di scuola. Costui, non me ne aveva mai fatto cenno, nel ricordarmi di fare un salto in biblioteca ad ascoltare sul tema l’antropologo Eugenio Imbriani, moderatrice Monia Saponaro, mi riferisce di essere rimasto orfano di madre in tenerissima età, una tarantata con tipici disturbi ricorrenti, finita suicida in un pozzo d’acqua, dopo che le preghiere al Santo dei serpenti e della tarantola, San Paolo di Tarso, fatte ogni anno a Galatina, nella sua cappellina, accanto al “pozzo dei miracoli”, si erano tragicamente rivelate vane.

L’amico mi racconta con foga che lo scetticismo del padre lo aveva portato,  anche per dare un taglio all’appuntamento annuale con la visita al Santo,  da fare in traino col cavallo fino a Galatina, a cercare di dissuadere la povera moglie spesso in preda  alla micidiale trance: da un  muretto di pietre era sbucata una serpe nera, che si era attorcigliata attorno alle gambe della povera donna. Se n’era liberata soltanto dopo avere promesso di tornare a pregare il Santo dei tarantolati. L’allora bambino di tre anni, finito poi in collegio come conseguenza dell’orfanezza, solo da adulto aveva potuto più volte  ascoltare il racconto del triste destino della povera madre.

Sono rimasto di sasso  all’ascolto di tale tragica esperienza e ho dovuto rimarcare che il tema del convegno, il fenomeno del tarantismo nel nostro Salento, che mi ha visto impegnato in ottobre scorso  in un  Convegno Internazionale a Lisbona, non è poi una tematica tanto lontana dalla nostra vita.

In effetti spunto dell’incontro lo ha offerto un vecchio libro di Annabella De Rossi,  Lettere da una tarantata (De Donato Editore, 1970), che nel proprio nel1963, venendo a Ruffano, nel territorio dove insiste Torrepaduli , nota per la pizzica scherma del “ballo di San Rocco”, aveva conosciuto Michela Margiotta, anch’essa tarantata,  e ne aveva trascritto le lettere, appuntate dalla povera vecchia ormai quasi settantenne, tra errori grammaticali ed espressioni idiomatiche, che pure riuscivano ad aprire uno squarcio su  delicati dissidi interiori.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma “la Margiotta”, Michela Margiotta, per noi ragazzini terribili dissacratori di ogni cosa, al tempo della cosiddetta infanzia felice, era l’oggetto dello  scherno e degli schiamazzi nella vecchia piazza del paese ad ogni suo passaggio per recarsi in qualche suo podere. Faceva un po’ paura, di bassa statura, vestita di nero, scura in volto e baffuta, con una sporta di vimini dove qualche adulto vociferava albergassero aracnidi di ogni tipo e talvolta piccoli rettili, tagliava in un baleno lo slargo “Carmelitani”, dopo avere indicato le campane della vicina Confraternita e minacciando i più discoli di farli sparire nel sacco di iuta sulle sue spalle. Un vero terribile spauracchio, utilizzato dalle giovani mamme di fronte ai capricci dei più piccoli. Ma per  quegli scavezzacollo di ragazzini più grandicelli, il passaggio in paese della Margiotta costituiva una implacabile palestra dello sberleffo. Quel micidiale coraggio dello scherno gratuito non allignava in me, ragazzino, che osservava dietro le finestre di casa il passaggio di quello strano personaggio, nella centrale via San Rocco.

Non ho mai saputo, da bambino, che in Michela si celassero disagi e dissidi degni almeno di umana pietà e commiserazione. Oggi il convegno, voluto nella sua patria, all’interno della rassegna culturale “Librare tra storia, cultura e società”, mette sotto la lente dell’analisi storica un personaggio della nostra società di ieri. Non vi era certo il benessere di oggi, ma era tuttavia il tempo del vero focolare domestico, tra il calore del camino e i racconti dei nonni, tra le caldarroste di San Teodoro e una fetta di pane arrostito all’olio appena  prodotto nell’oliveto di famiglia.

Ricordi di adulti, ricordi di bambino, come quello mio personale quando, e fu l’unica volta della vita, in cui accompagnai mia madre, negli anni Sessanta, alla festa di San Paolo a Galatina. Tanto caldo, tanta gente sconosciuta, odore rancido di candele bruciate nella chiesa parrocchiale, ne riferii nel mio volume “La Pizzica scherma di Torrepaduli” (2007): ho visto donne, vestite di nero, strisciare con la lingua sul pavimento a chiedere la grazia ai Santi Pietro e Paolo, come le ho poi riviste soltanto a Madrid nel 2005 e piccoli venditori di nastrini colorati da utilizzare nelle danze delle tarantate.

Nella festa del Santo delle “pizzicate”, San Paolo, non ho visto serpi far capolino dal pozzo, né donne in cerca di guarigione né in trance né danzare né con violinisti, tantomeno con guaritori e parenti. Ma ho nelle orecchie, ancora oggi, il fremito assordante dei tamburelli, forse a mimetizzare tragedie sopite e da nascondere. Come mi nascondevo io al passaggio di Michela Margiotta, che per me non era certo una tarantata. E dire che pensavo di non averne mai conosciute: nell’anno Duemila, poi,  non potevano essercene.

Ma mi sbagliavo. Le tarantate erano tra noi, vicino alle nostre dimore. Ma quell’amico, che ha perso da bambino sua madre suicida nel pozzo,  la tarantata, l’essere che gli aveva dato la vita, glielo vedo negli occhi, ce l’ha ancora nell’anima.

Tarantismo salentino e antico culto ellenico di Asclepio

Le sorprendenti analogie di rito presenti nel tarantismo salentino e nell’antico culto ellenico di Asclepio

di Romualdo Rossetti

Alla luce delle ultime ricerche storiche ed archeologiche risulta evidente che il tarantismo salentino, a differenza di quanto sostenuto da Ernesto De Martino nella sua Terra del Rimorso, affonda le sue radici nella prima storia del bacino del Mediterraneo. Se ci si sofferma ad analizzare con spirito sereno la particolarissima ritualità di questo fenomeno antropologico, ormai in via d’estinzione, non si possono non cogliere le numerosissime corrispondenze di culto che lo legano intimamente agli antichi riti di guarigione praticati in tutti i santuari di Asclepio della Magna Grecia e delle zone ad essa culturalmente contigue.

Ernesto De Martino interpretò il tarantismo quasi esclusivamente in chiave sociologica individuandone la causa nel malessere sociale dei poveri del Mezzogiorno d’Italia, nella condizione subordinata all’uomo della donna contadina, nella società rurale salentina retrograda e culturalmente arretrata, nella diversità fisico-psichica e sessuale mal vissuta e/o socialmente mal tollerata e soprattutto in uno spaccato esistenziale ingenuo e sottomesso all’autorità religiosa.

Per quel che concerne l’origine del fenomeno sociale, nel quinto paragrafo del commentario storico della sua Terra del Rimorso l’etnologo collocò l’atto di nascita del tarantismo nell’alto Medioevo, durante gli scontri tra la civiltà cristiana e quella musulmana in occasione delle Crociate, uno spazio temporale ben preciso che, a ben vedere, escludeva drasticamente la possibilità che esso si fosse generato nella protostoria dell’Occidente. Un’indagine, quella demartiniana, che finì per porre in essere un’interpretazione riduttiva del tarantismo perché frutto di una visione personale del marxismo vissuto soprattutto in chiave esistenzialista, una lettura antropologica, dunque, vittima del tempo (anni 50 del XX secolo) in cui il fenomeno venne studiato, etichettato e proposto al pubblico.

Galatina, cappella di San Paolo, particolare della tela del santo omonimo

Ciò che lascia oggi sorpresi è però, come mai, uno studioso delle religioni attento, intelligente ed intuitivo come Ernesto De Martino abbia trascurato di esaminare il culto di una importantissima pratica medica delle origini e la sua probabile sovrapposizione sincretica in un altro rito nel corso degli anni. Probabilmente ciò fu dovuto proprio dalla formazione culturale dell’etnologo, una formazione culturale fedele all’indirizzo imposto da Benedetto Croce, da sempre poco incline ad analizzare ciò che poteva fuorviare il dato storico da analizzare. In realtà, però, gli sarebbe bastato interpretare con più attenzione le stesse critiche del medico settecentesco Francesco Serao, da lui più volte menzionate nella Terra del Rimorso, quando affermava che la fenomenologia del tarantismo non dipendeva affatto dal morso della tarantola quanto, piuttosto, dall’indole congenita dei pugliesi.

L’indole di un popolo, è notorio che non la si costruisce dall’oggi al domani, ma è un sovrapporsi di simboli, significati e vissuti sociali che si tramandano nei secoli nei costumi, soprattutto in quei contesti culturali arretrati come possono esserlo quelli propri del mondo contadino. Gli sarebbe bastato poco per intuire che il tarantismo come forma di catarsi dall’oistros, come esorcismo coreutico-musicale, affondava le sue radici nella protostoria della Magna Grecia. Se soltanto avesse disatteso le proprie radici crociane e si fosse soffermato ad osservare lo Zodiaco, la prima mappa sapienziale dell’uomo, avrebbe di sicuro intuito che l’Oistros deteneva, non a caso, un posto d’onore anche tra le stelle dove compariva altresì il nome divino della sua risoluzione. Poco sopra la costellazione dello Scorpione difatti, gli antichi scrutatori e denominatori degli astri, avevano posto la costellazione dell’Ofiuco, detto anche Anguitenens o Serpentario che col calcagno pare schiacciare lo Scorpione che a sua volta, pare, volerlo pungere. A quel punto la chiave di risoluzione del mistero dell’origine del tarantismo poteva essere facilmente risolta rifacendosi ad un’unica antichissima divinità, ad Asclepio il signore e demone colui il quale fu da Zeus predisposto alla guarigione fisica e psichica dei mortali.

Se De Martino non si fosse soltanto soffermato a catalogare in maniera quasi ossessiva, come stabiliva il metodo storicistico, il comportamento dei tarantolati durante l’esorcismo nella piccola cappella sconsacrata della casa di S. Paolo a Galatina ma si fosse soffermato ad esaminare l’ubicazione del pozzoomphalos dalle acque emetico-curative all’interno del complesso architettonico della cappella avrebbe sicuramente colto la corrispondenza strutturale che la associava ad un antico asclepeion.

Anche i tanti simboli della città di Galatina, a partire dal nome della stessa, furono trascurati e non furono vagliati con la dovuta accuratezza filologica e semantica. Ad onor del vero ciò è accaduto non unicamente con l’indagine demartiniana ma anche con le altre numerose successive indagini antropologiche che, pur volendo distanziarsi dalla lettura del fenomeno operata tramite la Terra del Rimorso, hanno continuato a trascurare l’evidente inoltrandosi in un indirizzo di ricerca alla “moda”, (interpretazione nietzscheana) con tanto di eccessivi ed azzardati rimandi al dionisismo ed al menadismo.

Esculapio

Asclepio, il protagonista nascosto del tarantismo salentino, veniva rappresentato solitamente come un uomo maturo, il più delle volte munito di  barba con in pugno un bastone e con l’altra mano appoggiata sulla testa di un

I tarantati secondo Teresina

di Josè Pascal

Gli anni ’50 nei paesini del Sud Salento me li hanno solo raccontati. Ai ricordi di mia nonna devo la mia memoria della miseria più nera, di quella quotidianità oggi chiamata folklore e delle tante braccia partite a cercar fortuna.
Mi sembra di vederli i tarantati, puntuali alle soglie di ogni estate, che si dimenano nelle piazze, tra il clamore concitato della gente ed il ritmo serrato dei tamburelli. Quando nonna Teresina ne parla, comincia sempre dicendo: “Succedia ca certi cristiani tuttu de paru scuppàvane an terra – accadeva che alcune persone all’improvviso stramazzassero a terra posseduti da una forza soprannaturale – anche qui, a Comuncè c’era gente pizzicata da taranta o colpita dai guai de Santu Dunatu. C’era a CONSIJA SSUNTAMIJIA – persona per mia nonna normalissima – ca passava de sutta i pali de segge, scinnia de scale tutta curcata stisa – che strisciava in maniera scomposta tra le gambe delle sedie, si introduceva nei posti più angusti e scendeva dalle scale distesa – se girava de na vanna e de l’autra, sturcia anterra poi cuntava cu Santu Dunatu – si contorceva con fare frenetico e poi rivolgeva richieste e preghiere a San Donato. C’erane quiddi ca sunavane pizziche cu li passa u male. E poi dopu ure li passava e diventavane normali sti cristiani – spesso per esorcizzare questo male si ricorreva ai tamburellisti, ai suonatori di organetto e fisarmonica, perché una danza scatenata ed estenuante era l’unico modo per liberarsi da questo stato di isteria e tornare in se stessi.

Arrivata a questo punto della sua storia nonna Teresina diventa malinconica e reticente – Basta, sta me sentu fiacca cu le cuntu ste cose – non insisto perché continui il suo racconto. La lascio al suo silenzio. So già che con la mente è tornata a quel torrido pomeriggio di giugno; era ancora bambina e davanti la sua casa saltellava attorno a suo nonno che suonava il tamburello. Non poteva sapere, Teresina, che quel suo ballo spensierato e vivace si sarebbe trasformato in una lotta per la sopravvivenza, circondata dagli zombi della sua infanzia.

 

Lo pseudo lettore scrivente
Jose Pascal

In parole semplici – Scatola di latta virtuaculturale
http://parolesemplici.wordpress.com

Link di riferimento:
http://parolesemplici.wordpress.com/2010/05/22/i-tarantati-secondo-teresina/

Le tradizioni paoline dal meridione al mondo: una recensione su un lavoro di Brizio Montinaro

Recensione su San Paolo dei serpenti (Sellerio, Palermo 1996) pubblicata su The Times del 30 luglio 1996

by Norbert Ellul Vincenti

Un serparo

This is not a book about St Paul as such about the traditions connected with him and Malta. And not about all the traditions, but around those having to do with serpents and folklore.
Who is Montinaro? No other than an actor who has worked with Lattuada, Comencini and Zeffirelli. Of no mean standing, you could say, as an actor.
He is a student of cultural anthropology and is interested in particular in the dialectics of religious phenomena.
This is a book that is respectful of the depositum and the texts and documents. The author has carefully read all that there is to be read and carefully noted it.
He acknowledges help from Can. John Azzopardi of the Cathedral Museum, the Collegiate Chapter, the Commission for the Museum of the Cathedral, Mdina, Mr Patrick Galea for some illustrations, and Alfonso M. Di Nola, “anthropologist and historian of religions”.
The same Alfonso M. Di Nola has a longish preface, in which he pays tribute to the work of his student.
The book not only makes claim to scientific procedure, but is actually so. This is a careful piece of work, well worth reading and studying. As Di Nola himself shows, the author is not given to interpretative games or wild exhibitionism one so often meets hiding under scientific names. He writes, of course, from a scientific and lay point of view.
The first chapter is dedicated to Saint Paul of the serpents and headed with the words of the Acts of the Apostles: Et cun evasissemus tunc cognovimus quia Melita insula vocabatur (and as we escaped we knew the island was called

Galatina. Breve nota irriverente e fantasiosa su San Paolo e le tarantate

di Massimo Negro

Ho dei buoni motivi per ritenere che San Paolo in fin dei conti non abbia mai avuto vita facile a Galatina. Anzi forse avrebbe fatto anche a meno di essere presente in quella città.

Non che a Roma le cose fossero state tutte rose e fiori. Lasciamo perdere il martirio che nella vita di un Santo, specialmente nei primi anni del cristianesimo, era una scelta quasi obbligata. A preoccuparlo erano stati soprattutto i rapporti iniziali con il Santo pescatore.

Paolo pur con qualche difficoltà aveva alla fine accettato questa coabitazione come santo patrono della città eterna. Avrebbe preferito, in virtù della sua cittadinanza romana, che si dicesse “Santi Paolo e Pietro”, ma alla fine se l’era fatta passare.
Così come, pur se con qualche borbottio, aveva accettato che la sua Basilica venisse posta fuori le mura anziché in centro.
Più di qualche borbottio, riferiscono santi a lui vicini,  c’era stato quando il vescovo di Roma (per intenderci il Papa) aveva scelto come sede San Giovanni, ma qualcuno gli aveva fatto prontamente notare che trattavasi pur sempre del cugino del Maestro e del discepolo “che Egli amava”.
Dopo i primi momenti e le difficoltà iniziali, si può dire che a Roma era riuscito a trovare un suo spazio, una sua dimensione. Sempre pronto a sfoderare la spada, ma il suo carattere si era con il tempo ammorbidito.

Ma questo non accadeva quando pensava a Galatina. Lasciamo stare il fatto che il ritrovarsi anche nel Salento in compagnia di Pietro non l’avesse entusiasmato, e forse lo stesso Pietro, che per primo ci aveva messo piede, non era contentissimo. Ma dopo tanti anni di coabitazione romana alla fine i due conoscevano pregi e difetti l’uno dell’altro e sapevano come “prendersi” e come all’occasione evitarsi.
Chi non riusciva assolutamente a sopportare erano due donne. Due comuni mortali ma che non c’era verso di scalzare nel cuore della gente. Francesca e Polisena Farina.

Eppure, ripeteva ai suoi amici, lui poteva vantare miracoli provati e documentati, anzi nello specifico, un miracolo era stato anche riportato negli “ Atti degli Apostoli”. Lui a Malta era riuscito, pur se morso da una vipera, a non riportare alcuna conseguenza e, da allora, era invocato dalle genti di tutto il mondo a protezione dai morsi degli insetti e delle serpi. In tutto il mondo tranne a Galatina.
A Galatina accorrevano persone da ogni dove, morse da tarantole, scorpioni o serpi, non per chiedere a Lui la guarigione, bensì per rivolgersi a quelle due sorelle che, con pratiche ancestrali e arti magiche, tra sputi e rituali vari, riuscivano a far espellere il veleno dal corpo del malcapitato o malcapitata.
Alla fine dovette aspettare che morisse anche l’ultima delle due sorelle, senza che lasciassero discendenza femminile.

Ma proprio quando stava per gioire,  sia beninteso , non della loro morte ma per il semplice fatto che l’ordine naturale e sovrannaturale delle cose pareva essersi ristabilito, qualcuno gli aveva fatto notare qualcosa che, se possibile, l’aveva incupito ancora più di prima.
L’ultima delle due sorelle prima di passare a miglior vita si era preso il fastidio di sputare la propria saliva guaritrice nell’antico pozzo. Per cui accadeva che la gente tarantata, che ora accorreva in massa a chiedere la protezione a Santu Paulu miu de le tarante, dopo aver ballato, essersi contorti per terra o arrampicati sull’altare, alla fine del rito di espiazione si avvicinava al pozzo e beveva proprio quell’acqua benedetta dalla saliva della guaritrice.
Si mosse tutta la chiesa compatta ma non ottenne nulla. La gente continuava a bere l’acqua di quel pozzo.
Una vita da separati in casa. Lui da una parte, il ricordo delle due sorelle dall’altro.

Il quadro che un pittore parente delle due sorelle dipinse e che pose all’interno della cappella sembra quasi rappresentare questa situazione. Si nota un San Paolo in posa altera e maestosa e ai suoi piedi un poveretto malaticcio sorretto dalle due sorelle che cercano di far bere a questi l’acqua del pozzo. Se notate, San Paolo non degna di uno sguardo i tre, quasi a dire “ti sei rivolto a loro? ora sono fatti tuoi”. E delle due sorelle, una non lo degna di uno sguardo porgendo l’acqua del pozzo al malato, mentre l’altra sembra dire, guardando San Paolo, “che vogliamo fare?”.
Quando sul letto di morte, qualcuno chiese al pittore il perché di quella rappresentazione, questi, proprio mentre stava per esalare l’ultimo respiro, disse “non si sopportavano … non si sopportavano”.
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Le due sorelle Farina, Francesca e Polisena, sono le due sorelle descritte dall’Arcudi nel finire del ‘600 come le due guaritrici che alleviavano le sofferenze dei malati e in particolare dai morsi degli insetti. Il pittore Francesco Lillo che dipinse il quadro nel 1795 dovrebbe essere un discendente del marito di Francesca, Donato Lillo.
Le storie sul tarantismo si perdono nell’antichità dei tempi. Tra l’altro abbiamo letto in una delle mie precedenti note, come nel brindisino si ricorresse all’intercessione di San Francesco per guarire dai morsi della tarantola.
La chiesetta di San Paolo, i cui lavori iniziarono nel 1791, fu completata nel 1795. Molto dopo la morte delle due sorelle. Da quanto riferiscono studi condotti nel Salento, prima del ‘700 il culto di San Paolo era molto limitato e ristretto a poche chiese.
E’ probabile che, proprio in virtù del miracolo dal morso della serpe a Malta raccontato negli Atti degli Apostoli, la Chiesa abbia deciso di intervenire con tutto il suo peso non solo religioso ma anche culturale, ponendo San Paolo come santo protettore di questi malati, cercando di far scomparire o limitare, ma inutilmente, tutti gli aspetti non canonici legati ai riti di guarigione.
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La chiesetta dopo circa un anno di restauro, iniziati grazie all’Amministrazione Provinciale allora retta dal sen. Pellegrino e dall’Amministrazione Comunale allora retta dalla dott.ssa Antonica, è stata riaperta al pubblico nei giorni scorsi in occasione delle festività dei Santi Pietro e Paolo (o Paolo e Pietro!).
Non era mai stata sconsacrata per cui la riapertura è stata accompagnata dalla celebrazione di una messa all’interno della chiesetta.
I lavori di restauro hanno interessato, in particolare, il rifacimento del vespaio per cercare di arginare l’umidità di risalita e la posa della nuova pavimentazione. Riguardo l’altare, anch’esso attaccato dall’umidità, gli interventi son stati limitati a rafforzarne la struttura e a interventi di pulitura per eliminare dove possibile la calce che ricopriva i colori originali dell’altare. Non è stato effettuato un vero e proprio restauro dell’altare anche a causa della particolare friabilità della pietra usata nella sua costruzione.
La tela del pittore Saverio Lillo (1795) era stata già restaurato circa due anni fa; per l’occasione è stata posizionata nella sua collocazione originaria, cioè sull’altare, dopo esser stata per lungo tempo esposta all’interno del Museo cittadino.
La chiesetta restaurata merita una visita e vi consiglio di visitare anche il vicino Museo sul Tarantismo sito in Corso Porta Luce.

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