Il mio San Martino di tanti anni fa

Albert Anker – Passeggiata scolaresca

di Alfredo Romano

Qui a Civita Castellana la festa di San Martino non dice nulla: un giorno come un altro. Ma io fremo a questa indifferenza, provo fastidio che il giorno in cui si stappano le botti per dare incominciamento al vino nuovo qui nessuno se ne curi. E ritorno ai giorni della mia infanzia, quando una botte di tre quintali faceva bella mostra di sé in cucina e mio padre se la guardava e se la guardava in attesa del fatidico 11 novembre, data in cui ogni anno si ripeteva il miracolo del mosto trasformato in vino.  E in paese l’aria era di festa, quasi come il giorno di Natale. A tavola apparivano le prime verdure di stagione: le cicore cu quiddhi beddhi schiattuni, li fenucchi ca nduràvanu te anice e che erano la base per i primi assaggi di quel mitico rosato ricavato da uve negramaro che s’attestava come minimo sui 13 gradi. E mio padre non sbagliava mai a fare il vino, collaborava anche mia madre al buon risultato, ed era una gara con i vicini di casa a chi faceva quello più buono. Possedevamo mezzo ettaro di vigna in colonìa in località Rumatizze sulla via per Galatina, la stessa zona dove oggi si trovano le vigne dei Vallone, oggi produttori di eccellenti vini. Benché bambini, mio padre ci coinvolgeva in quel rito del primo assaggio e, sebbene in quantità modica, ci faceva degustare quel vino frutto dei suoi saperi e delle sue fatiche. A distanza di tanti anni, mi porto sempre appresso quell’aria di festa del giorno di San Martino e mi rammarico che qui non possa condividerla con nessuno. In ogni caso, sulla mia tavola non è mai mancato un buon bicchiere di vino, quasi un rito, e mi chiedo sempre: ma come ci si può cibare senza quel

L’invocazione a due santi per tenere lontana la morte

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

SANTA CISARIA E SSANTU MARTINIEDDHRU

I CONTADINI INVOCAVANO I DUE SANTI TAUMATURGICI PERCHE’ CONVINTI CHE TENESSERO LONTANA LA MORTE

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Con l’avanzare della vecchiaia e il proporsi sempre più frequente degli acciacchi propri dell’età, i vecchi entravano nel clima depressivo dell’incombente fine e se da una parte, per non tradire alla loro rassegnazione cristiana, si dicevano pronti a “partire” (“Stàu cu llu  pete ssuétu a lla partùta”), dall’altra cercavano di esorcizzarne lo spettro ricorrendo allo scongiuro: 

Sbatte lu palùmmu sbatte l’ale

Santa Cisària nganna lu male;

 

intra’a lla limma lu palùmmu patésce,

Santa Cisària la ita llunghésce;

 

cappa tagghiàta no tt’à ddulire

ca Santu Martiniéddhru ti face criscìre”.

(“ Sbatte… il colombo sbatte le ali / Santa Cesarea inganna il male [il padre, ossia il diavolo che lo tenta]; // nel bacile, il colombo soffre: / Santa Cesarea allunga la vita; // mantello tagliato [ridotto a metà] non te ne dolere  // ché San Martinello  ti fa ricrescere [ridiventare intero]”).

Ricorso al magico-religioso che, come si può notare, risulta imperniato sulle figure protettrici di due santi le cui note agiografiche venivano astutamente convogliate a proprio tornaconto.

Per sfuggire all’imposizione paterna che la voleva sposa di un ricco mercante, Santa Cesarea era ricorsa a uno stratagemma: la mattina delle nozze, prima di calarsi dalla finestra e raggiungere il convento scelto a suo rifugio, aveva versato un po’ d’acqua in un catino, sistemandovi poi dentro un colombo impastoiato. Col suo sbattere d’ali, la bestiola aveva

Aspettando S. Martino, tre dediche particolari

 

di Rocco Boccadamo

Anche nell’andante 2010, così gravido d’eventi tristi, problemi e difficoltà d’ogni genere, intoppi profani, scansioni talvolta indecenti e dal sapore sgradevole, sta per arrivare l’11 novembre, data da sempre intesa come ricorrenza della festa di S. Martino di Tours, vescovo e confessore.

Secondo copione naturale, dissoltesi ed esauritesi, almeno qui nel Salento, le nuvolaglie e le intense piogge dei giorni scorsi, è riapparso il sole sull’immenso copri cielo azzurro, con temperature intorno ai 20 gradi: insomma, nel rispetto della tradizione, si può parlare ancora di estate, giustappunto, di S. Martino.

Nonostante le nuove e moderne tecniche di trasformazione dei grappoli, in concomitanza e in tutt’ uno con la celebrazione di che trattasi, vale sempre, nel sentire popolare, l’antico detto ”il mosto diventa vino”. Un’atmosfera, in fondo, di soddisfazione per un prezioso e utile prodotto ottenuto dalla terra e grazie al lavoro e intrisa, altresì, di buoni auspici per le stagioni, le messi e i raccolti a venire.

Si affaccia, dunque, un altro S. Martino e pure chi scrive ne avverte e respira il particolare clima. E però, in aggiunta alle usuali e sperimentate sensazioni, stavolta, dal di lui animo, si diparte, spontaneo, il desiderio di conferire, alla rievocazione e alla stessa essenza della festa, un’impronta originale, su una soglia di valori nettamente diversi.

In che modo, nel concreto? Sotto forma di tre dediche.

La prima, in omaggio all’operaio 42enne di Manduria (TA), da poco licenziato, che, alcune settimane fa, si è tolto la vita in preda alla disperazione e per il timore di non trovare più un lavoro e, quindi, di non essere in grado di mantenere la propria famiglia. Notazione agghiacciante a latere della tragedia, l’uomo era stato per lunghi anni impiegato in una cava per l’estrazione di tufi nelle campagne di Avetrana (TA), coincidenza geografica che, alla luce di altre tristissime cronache attuali, non passa certamente inosservata.

La seconda dedica è, invece, rivolta all’agente delle forze dell’ordine, preposto alla tutela della sicurezza e dell’incolumità del noto scrittore Saviano, al quale, come sottolineato dal conduttore della trasmissione televisiva “Vieni via con me” andata in onda su RAI3 lunedì 8 ottobre, mentre il comico Benigni si produceva in un’artistica ed esplicita esorcizzazione dell’azione malefica della camorra, che vede in Saviano un acerrimo nemico, è spuntata un’indicativa lacrima di commozione, non bisognevole di commento, testimone e sintomo dei terribili estremi – percepiti e sfiorati – di dualismo, conflittualità e lotta fra male e bene.

L’ultima, s’intende farla all’indirizzo e a beneficio ideale del diffusissimo, variegato e variopinto universo di immigrati inseriti e presenti in seno all’universo convenzionalmente definito indigeno. Pur alla presenza di drammi, sofferenze, devianze e miserie, non ci si può nascondere all’infinito, impassibili, dietro a distinzioni e discriminazioni fondamentali tra i due “mondi”.

Anzi, il cammino, avviato e inarrestabile, verso l’integrazione, con il passare del tempo e delle generazioni, si rivelerà vieppiù all’unisono, dando luogo, ritornano i buoni auspici, alla formazione e alla maturazione di un’umanità caratterizzata da spirito solidale crescente, in cui ciascun individuo di buona volontà avrà modo di riconoscersi.

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