Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013)

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di Alessandra Peluso

La poesia ha una verità estrinseca, è cromatica, si eleva al caleidoscopio della vita con l’umana bellezza di chi la scrive, ne parla, la comunica magari davanti ad un caffè proprio come era solito fare il nostro Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce, 1949-1993).

Sulla scia indicata dal Verri, oggi si offre a testimonianza Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), l’antologia poetica curata da Salvatore Francesco Lattarulo (Stilo Editore).

È un prezioso libello da leggere, contemplare, amare, da diffondere e poi custodire gelosamente. La cura di Salvatore Francesco Lattarulo è di grandissimo valore perché crede che la poesia abbia un senso, un significato che deve essere diffuso ovunque, deve insinuarsi e raggiungere le zone più impervie e imperscrutabili della mente umana.

«Tutti devono saperne di poesia», sembra un imperativo categorico che Lattarulo pone; tutti devono conoscere, indistintamente dall’amare o odiare, ma conoscere i propri poeti e – la terra pugliese – di poeti ne ha da invidiare. Così come è necessario sapere della loro storia che è insita nel “Dna” del territorio pugliese.

A cominciare da Antonio L. Verri che nel corso della sua vita dedica la stessa alla poesia in un altalenarsi sfuggente e quasi simbiotico, un’esigenza parlare di poesia per il poeta di Caprarica non certo roba di «poetine e poetini» come diceva lui. Non è una questione provinciale.

Da Marino Piazzolla, Luigi Fallacara, a Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, a Girolamo Comi descritto come «figura-ponte che permette di collegare le due zone contigue della Puglia, l’idruntina e la barese, in un itinerario che qui si snoda a rovescio rispetto all’ordine sequenziale degli autori antologizzati del volume, procedendo dal Capo al Gargano, dal mare alla montagna». (p. 25).

Verso levante è un pullulare di poeti che hanno tessuto le trame della storia della poesia pugliese, terra che si affaccia dove sorge il sole, a Levante appunto, che abbraccia i paesi del Mediterraneo caldi, solari, solitari, deliranti, discordanti in un ritmo contraddittorio eppur meraviglioso. Come polline hanno seminato i loro versi i nostri padri della poesia pugliese fino a generare figli desiderosi, ingordi di poesia come Lino Angiuli, Emilio Coco, Salvatore Toma, Antonio L. Verri: «Aspetto il pane quotidiano / delle tue parole / nate dal canto delle rose. / Aspetto il sussurro della tua voce / dall’intrico di chiome d’ulivi». (Grazia Stella Elia, p. 93). E ancora: «Quatti quatti / come randagi gatti / con due versi in tasca / frangemmo il muro / della notte / e del dolore». (Daniele Giancane, p. 123).

Poeti che hanno cantato la vita in poesia, per necessità, per mestiere – come afferma Rina Durante – con fatica hanno cercato di raccontare la verità di tutti e hanno raggiunto il loro scopo egregiamente, forse purtroppo di questa bontà somma non sono stati ripagati da tutti gli italiani allo stesso modo.

C’è tuttavia chi ancora oggi fortunatamente parla di poesia, la fa, la vive come si propone di fare con un progetto ambizioso e rischioso, probabile soggetto-oggetto di critiche insulse e pregiudi- zievoli, come spesso accade in terra pugliese, Lattarulo con questa antologia poetica dà voce a padri, figli e nipoti, permettendo di vivere e rivivere la Poesia con la P maiuscola.

Il lettore non può saltare alcun verso, né può permettersi di leggere scorrendo rapidamente, rischierebbe di soffocare, sì, perché i versi qui riportati comprendono tre generazioni di poeti dal nord della Puglia sino al lembo più a sud, il Salento, e impongono una doverosa attenzione, meditazione, contemplazione del verso, per far sì che si possa sentire l’odore della poesia, godersela, calarsi in versi vissuti sofferti, raccontati con fatica.

«Torniamo a casa stinti dall’inedia. / Nel cavo di una sedia. / Attorno al cavo cranio / un fascio di particolare compone / un tronco senza nome. Il corpo estraneo». (Enzo Mansueto, p. 173). Mentre «La gente s’ammazza / per la strada senza motivo. / Mi restano 4 gomme da masticare che si trasformano nella mia / bocca / in serpenti dalle bizzarre circonferenze». (Stefano Donno, p. 185).

E questo è solo un assaggio che dà il senso di come l’intera antologia poetica Verso levante. Un secolo di poesia pugliese (1943-2013), a cura di Salvatore Francesco Lattarulo sia da non perdere perché ognuno di noi possa conoscere la poesia delle nostre generazioni, possa tutelarla e trasmetterla orgogliosamente alle future con la stessa intensità, amore e sofferenza che è stata scritta e vissuta dagli uomini-poeti.

 

  • pubblicato su “Il filo di Aracne”

Maurizio Nocera e la contrada del poeta

caffè

di Paolo Vincenti

 

Ritorno sulla figura e le opere di Maurizio Nocera, docente, ricercatore, scrittore e operatore culturale, di cui mi sono già occupato nel mio libro del 2008 “A volo d’arsapo. Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera” (Il Raggio Verde Editore) e più recentemente in “Nocerancora. Postille bio-bibliografiche su Maurizio Nocera”, e-book interamente pubblicato su www.spigolaturesalentine.it, ora www.fondazioneterradotranto.it.

Questa volta prendo in esame la produzione poetica del noto intellettuale salentino. “La contrada del poeta. Più altri poemetti e poesie sparse”(Il Raggio Verde Edizioni, 2009) è una raccolta in versi che ci offre una preziosa testimonianza su una temperie culturale – che l’autore conosce bene-  ed alcuni dei suoi protagonisti che potremmo definire i “Selvaggi del Salento”, prendendo a prestito una definizione data dallo stesso Nocera.

Mi riferisco, prima di tutto, ad Antonio Verri, ma anche all’ “Excelsus Magister” Edoardo De Candia, al “fratello indio magliese” Salvatore TotòFranz Toma, e a buona parte di quella avanguardia culturale salentina che, fra gli Anni Ottanta e i Novanta, rivoluzionò il nostro quasi atrofizzato ambiente letterario (pensiamo, solo per citarne alcuni, ad Antonio Massari, insieme alla sorella Anna Maria, a Rina Durante, a Mauro Marino e Piero Rapanà, a Francesco Saverio Dodaro), attraverso la poesia, la prosa, la pittura e la scultura, le varie sperimentazioni visive e sonore, fino alle più bizzarre ed allora impensabili forme di comunicazione, creando un movimento di uomini e di donne, difficilmente ripetibile.

Una sorta di “libero cantiere culturale”, insomma, che in qualche modo ruotava intorno alla figura di Antonio Leonardo Verri, non a caso definito “battistrada storico delle avanguardie culturali salentine”, e che portò, complice e protagonista di spicco lo stesso Maurizio Nocera, ad una letteratura militante, distante e distinta da quella accademica, ad una letteratura della strada, potremmo dire, germinata da una sensibilità nuova, per certi aspetti originale, figlia dell’ ardita ma stimolante compenetrazione fra studio e vita vera. Alcuni dei protagonisti di quella generazione meravigliosa e di una stagione culturale che ha dato ottimi frutti, oggi sono scomparsi ma ne tiene viva la memoria Nocera, anche grazie a questo fastello  di versi ispirati e sinceri, come profumati fiori di campo, che compongono la presente silloge.

A partire dalla prima poesia “I tuoi capelli sono stelle filanti”, dedicata “ad A.”, probabilmente la sua compagna di vita e di lettere, Ada Donno, i cui capelli vengono paragonati a”stelle filanti, cascatelle del cielo”. La seconda poesia è “Antonio Habanero”, dedicata ad Antonio Verri “uomo dei curli e dei sibili lunghi”. E’ Cuba ad offrire l’ambientazione per questo testo, in cui Maurizio sceglie come ideale compagno di viaggio il suo grande amico scomparso, “MenhirAntonio” Verri,  e con lui intreccia un ideale dialogo, in una sorta di diario di viaggio in cui riporta impressioni, sogni, fascinazioni, incontri con negre betisse con le quali ballare una tarantella, confondendo la conga o la rumba con la salentina pizzica de core, con le gigantografie di Che Guevara che da ogni angolo guarda e scruta la vita isolana, con i locali di L’Avana vecchia, frequentati da artisti e intellettuali da ogni parte del mondo, ecc.  E non potevano mancare, fra il fumo di un sigaro e un sorso di mojto ristoratore,  non importa se veri o immaginari, gli incontri  con Gregorio Fuentes, l’amico pescatore di Ernest Hemingway, con il poeta Nicolàs Guillèn, nemico della dittatura di Battista, con quell’altro rivoluzionario del “Granma” Camilo Cienfuegos,  e con  Julio Antonio Mella, fondatore del PCI cubano e compagno di Tina Modotti. “Fuoco Odoacre, fuoco!” è dedicata al pittore leccese Edoardo De Candia “che visse una vita d’inferno e che ora se la ride in Paradiso, ma anche a Francesco Saverio Dòdaro suo complice”, così come al vichingo pittore santo bevitore è dedicata “Fintotontopazzo”, che l’autore chiama “Odoacre”, con il nome che venne usato per lui da Vittorio Pagano, la prima volta, negli anni Cinquanta, e poi da Antonio Massari nel suo libro “Edoardo” (Edizioni D’Ars, del 1998). Questo testo venne pubblicato nella raccolta  “Locandine letterarie”, edita dal Raggio Verde nel 2005, mentre il testo successivo, “Edoar Edoar”, sempre incentrato sulla figura del pittore scomparso, “l’eccessivo leccese amato”,  fu oggetto di una specifica pubblicazione edita nel 2006. Edoardo De Candia, poeta bohemien, stravagante artista del pennello, “il vichingo di Via Sabotino”, come lo definì il suo grande amico e “scopritore” Antonio Verri, per via della sua bionda chioma e della sua smisurata mole, ebbe una vita non facile. La sua città, Lecce, da vivo non lo comprese e non lo amò.

Salvatore Toma
Salvatore Toma

Nel testo, Nocera parla della di lui passione per la bottiglia, inseparabile compagna di tutta la vita, del suo abituale disincanto, della dolorosa esperienza del manicomio; e soprattutto della sua arte, dei suoi paesaggi, dei suoi nudi di donna. Purtroppo oggi Edoardo, “un cavaliere senza terra”, altra definizione data da Verri in un suo bellissimo scritto del 1988 apparso su “Sud Puglia”, non c’è più. Come non c’è più Antonio Verri e non c’è più  un altro appassionato promotore dell’arte di De Candia, Salvatore Toma, “The Great Poet”, come egli stesso amava firmarsi, a cui Nocera dedica il testo successivo “Tu sapevi del nostro atroce destino”. In questo poemetto, la figura del “pellerossa di Maglie”, l’Indio Totò “Fiore del Salento”, viene rievocata in versi che parlano di poesia, di derelitti ed emarginati, del mare salentino, di valli di profumi e acque mielate, di declari infiniti, di sibili sotterranei e colosse Betisse.

Questi versi parlano di diavoli, di briganti e odalische, di streghe, di maghi, di sauri e gufi, di civette cornute, di sigarette in bocca e sorrisi beffardi, il tutto per “Totò Franz, altrimenti detto Totò Toma”. Bellissima e struggente è anche l’altra poesia dedicata ad Antonio Massari, “La contrada del poeta”, nella quale la figura del grande pittore leccese (“il meccanico delle acque”, secondo la nota definizione di Pierre Restany) si intreccia con quella di un altro Antonio, de Sant Exupèry, autore del “Piccolo Principe”, opera molto amata da Massari.

La cifra stilistica che connota la produzione poetica noceriana consiste nel fatto che nei suoi testi, spesso abbastanza lunghi, i versi hanno una certo voluta caduta prosastica e l’inserimento di neologismi o di termini presi dal parlato quotidiano nonché di lessemi ed anche costruzioni tipicamente dialettali  spezza la loro cantabilità, ne interrompe la metodicità. “Mommens: angelo normanno” è dedicata “a Norman Mommens e Patience Gray, angeli di Spigolizzi-Presicce”. “Claudia Mesar Lì” ci porta un bellissimo e commovente ritratto della poetessa leccese Claudia Ruggeri, scomparsa prematuramente qualche anno fa. “Il fanalista d’Otranto”  è il frutto di una lunga gestazione che ha portato il suo autore  a rivedere il testo più e più volte prima di pubblicarlo in un volume, edito nella collana “I poeti de L’uomo e il mare”, diretta da Augusto Benemeglio, nel 2002. “Ho scritto questi versi”, affermava l’autore in quel libro, “perché da anni, nelle lunghe e silenziose notti invernali, quando il freddo trafigge le carni, faccio un sogno dentro al quale numerose sono le immagini del Salento; esse a volte mi svegliano di soprassalto e mi spingono a ‘volare’ ad occhi aperti su quel tratto di costa denominato Palascìa, tra Otranto e Porto Badisco. Questo è un luogo caro alla memoria, perché per lungo tempo l’ho frequentato assieme ad Antonio L.Verri, ed anche assieme a Salvatore Toma. Verri aveva paura di salire sulla torre, a Salvatore, invece, quell’unica volta che venne con noi, gli interessò solo guardare il mare.” “Crepuscolo nel mare di Gallipoli”, tolta dal libro omonimo pubblicato da Maurizio nel 2004 , per la collana “I poeti de L’uomo e il mare’”, è dedicata “ad Anxa messapica prima che romana, ad Augusto Benemeglio che la vide come ‘isola della luce’ e ad Ernesto Barba che l’amò sempre”.

Questo testo costituisce una grande dichiarazione d’amore nei confronti di Gallipoli, poiché il tugliese Nocera ha trascorso molta parte della sua infanzia -adolescenza nella città jonica, da cui proveniva la sua famiglia. Ed anche oggi, egli che vive a Lecce, rimane legatissimo alla “città bella”.

Il richiamo delle sirene gallipolitane ha  sempre esercitato una attrazione irresistibile per il poeta Nocera  ed i ritorni a Gallipoli sono sempre forieri di belle novità, di piacevoli incontri, di proficui scambi e di ottime ispirazioni. Balenano, nella notte gallipolina, fra il borgo vecchio e la città nuova, fra il Grattacielo e il mare, fra la Fontana Greca ed i bastioni, fra le mura ed il porto, lampi di genio, magiche alchimie che solo gli animi più sensibili riescono a percepire, e sembra che il destino, quel fato stravagante che avvolge la città di Gallipoli con il suo notturno mistero, abbia in serbo chissà quali nuove e coinvolgenti esperienze . Tutto ha un canto a Gallipoli, e Nocera lo avverte fra i palazzi nobiliari e le strette stradine del borgo, fra i vicoli, le corti e i bassi della città vecchia, sulla spiaggia della Purità o su quella della Baia Verde, fra le scuole ed i mille ristoranti,  fra i negozi di Corso Roma e Punta Pizzo, o sulle paranze al largo. “Mattanza di pini! Bambini” è una poesia incentrata sull’abbattimento voluto dall’Amministrazione Comunale di Lecce nel 2003 dei pini secolari che si trovavano sul Viale dell’Università, oggi ribattezzato dall’autore “Viale dei pini recisi”, e le immagini della orrenda mattanza si intrecciano, nel testo, con quelle dei bombardamenti anglo-americani in Iraq, in una sequenza quasi cinematografica in cui Lecce e Baghdad diventano teatro di identici eccidi.

“Figli, vostro padre uccidete/ La lama del tenente” è un poemetto di Maurizio Nocera ispirato  al noto capolavoro teatrale di William Sheakspeare, “Giulio Cesare”.  In questo testo, già pubblicato nel libro omonimo edito nella collana “I quaderni del Bardo” (2004), Nocera si rifà al grande Bardo del Seicento ed al suo famoso dramma, mutuandone temi ed accenti, per svolgere, traendola dalla storia romana, una trama che invece ha del moderno e dell’universale. Il tema è quello della tirannia che, da sempre, nega all’uomo il  bene più prezioso, vale a dire la libertà, e quindi del tirannicidio, visto come unica via per restituire ai cittadini i loro più elementari diritti , cancellati dall’oppressione dittatoriale. Solo che, come nell’alto modello di riferimento di Nocera, il tirannicidio, in questo caso, è anche parricidio,  ed assume quindi  una doppia valenza, fortemente simbolica, colorando con tinte ancora più fosche un quadro già di per sé tetro che, con pennellate forti e decise, l’autore del libro ha saputo comporre.

“Tu figlia non eri ancora nata” è dedicata a Tuglie, l’ameno borgo natìo del poeta. “Gocce di rugiada” e “Illuminato a Galatina” sono testi più brevi, dedicati rispettivamente a “Ciccio e Tore Pappalardi”, protagonisti di un drammatico fatto di cronaca nera avvenuto a Gravina di Puglia qualche anno fa, e a Carlo Caggia, valente intellettuale galatinese, in occasione della sua scomparsa. C’è spazio ancora per “Donna meticcia che dona amore”, “Non poesia per Carmelo Bene”, figura fondamentale e grande passione letteraria di Maurizio, che al genio salentino del teatro  dedica anche la successiva “L’arsapo che volò”; ultima poesia,  “Terra d’ulivi a Casarano”, dedicata ad un incontro occasionale con una rom di nome Maria. A fine libro, dopo le Note, si trova una Postfazione di Antonietta Fulvio.  Maurizio Nocera, “questo vivace Sant’Antonio salentino”, come lo ha definito Mario Lunetta, ci ha saputo regalare un gioiello di sintesi ed alta espressività lirica di cui mi è piaciuto riferire in questa nota.

 

in “Presenza Taurisanese”, aprile 2013

 

Salvatore Toma, il Poeta in paradiso

di Elio Ria

 

SALVATORE TOMA3

Dire o scrivere qualcosa su Salvatore Toma (1951-1987) si corre il rischio di banalizzarlo, renderlo evanescente, soprattutto se si continua a batter chiodo sulla solita salentinità, imprigionandolo in confini troppo stretti dei suoi luoghi. Non è questa la mia posizione. Credo che ogni cosa che riguarda la letteratura e la poesia in particolar modo è da ritenersi parziale, e un ulteriore modo di considerare il pensiero e la poetica di Salvatore Toma può soltanto aggiungersi senza la pretesa di sconfessare quanto già è stato scritto.

Ritengo che Toma sia da considerare il poeta dell’indifferenza verso tutto ciò che gli stava attorno, con rabbia addolcita dalla sensibilità che possedeva. Non badava alla forma. Aveva paura semmai dell’indebolimento della sua voce: una preoccupazione che lo ha accompagnato sino alla fine.

Il suo testamento: «Quando sarò morto/che non vi venga in mente/di mettere manifesti:/morto serenamente/o dopo lunga sofferenza/o peggio ancora in grazia di dio./Io sono morto/per la vostra presenza ».

Quasi un dialogo e un monito con se stesso per ribadire la sua estraneità e fastidio per le cose spicciole anche spiacevoli, da accettare però con dignità senza lussi né ipocrisia. Non è, soltanto, il poeta del Salento. Né condivido quanto riportato su Wikipedia: […] ha fatto parte dei cosiddetti ”poeti maledetti salentini”. Perché queste convenzioni che rinchiudono il poeta dentro forme riconoscibili e misure predefinite? E non è forse il caso di provare una lettura “libera” della sua poesia per considerarlo poeta che si sentiva gettato in un mondo che gli era estraneo, di cui non conosceva le ragioni, i fini e i meccanismi?  Il suo vivere era fatto di giochi di fanciullo, innocente, non riusciva a dar pace al senso di nausea che lo coglieva impreparato quando non veniva capito dalla sua gente. Insofferente all’ipocrisia, incantato ogni qualvolta scriveva sull’albero di quercia del suo giardino, immaginando una seppur minima soluzione accettabile ai quesiti esistenziali, a spiegarsi le ragioni della sua diversità e le finalità del suo ultimo giorno di vita.

Di Toma è stato colto soltanto la stravaganza, l’anarchia, non l’ingenuità del vivere quotidiano sopraffatto da consuetudini infinite e ritmi asfissianti: All’improvviso/ecco che qualcosa non va più,/un meccanismo perfettissimo/funzionante a meraviglia/di colpo si inceppa,/i giorni diventano secoli/la mente non conosce più il tempo./ Qualcosa che non va più, indicibile, indefinibile, e l’idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto,/ come l’idea di Dio/. Sublimazione della morte? No! Accettazione della morte come passaggio alla vita, giacché essa si muove senza malizia/perciò di innocenti/a volte si nutre/. È il cantore della Morte che rafforza l’idea della sua validità nella voce nascosta dei suoi testi impressi nel bianco delle pagine dove è raccolto il silenzio che seguiva la nascita delle parole. In quel bianco si può ascoltare il suono della scrittura; e per comprendere bene è necessario entrare in relazione, instaurando corrispondenze, scambi tra il primo linguaggio, quello della poesia, e il secondo quello del lettore-interprete. E quando l’interprete pretende d’internare il linguaggio della poesia entro codici precostituiti, o quando pretende di catalogare con mania poliziesca la vita del poeta, cancella e inficia il rapporto profondo col testo. Va messa al bando ogni forma di ambizione critica che pretenda di comprendere davvero fino in fondo il testo, si può forse dire che la critica è anzitutto un’esperienza del limite, nel senso che il testo che si legge non lo si conosce mai a sufficienza nel perpetuo divenire del senso. Quel limite d’interpretazione costituisce l’approssimazione critica del testo stesso che rappresenta il linguaggio dell’interprete-lettore. L’esperienza del lettore fa rivivere il testo, lo sposta dalla sua immobilità o sacralità in una continua e sempre diversa interpretazione. La critica letteraria più interessante, più viva, nel Novecento, è stata quella degli scrittori, e non dei critici. Ungaretti, Pasolini, Zanzotto, per dire solo alcuni, hanno dato interessanti interpretazioni dei classici, forse perché più liberi dei critici nel loro mestiere di letterati. La lettura ha l’intensità di un evento forte e così deve avvenire anche per l’interpretazione.

Toma è ancora da comprendere. Non si può definirlo “maledetto” né folle, né soltanto suicida, né “salentino”, liquidando con sterili etichette un travaglio poetico intenso, vissuto in un angolo del mondo, nella città che fu di Aldo Moro. È forse opportuno considerarlo come il poeta che ha dato l’idea di essere fuori da un prima, da una perfezione e armonia, in uno stato di caduta inteso come caduta del mondo stesso. L’incomparabile familiarità con la morte di questo poeta è incomprensibile, e ha ragione lui: A questo punto/cercate di non rompermi i coglioni/anche da morto. E ancora: Non state a riesumarmi dunque/con la forza delle vostre incertezze/o piuttosto a giustificarvi/ che chi si ammazza è un vigliacco:/a creare progettare ed approvare/la propria morte ci vuole coraggio!

Certamente Ci rivedremo/ci rivedremo senz’altro/ e ne riparleremo.

(Pubblicato il 02 febbraio 2013, in “Il Paese nuovo”, p. 7)

Libri/ Maurizio Nocera su Salvatore Toma

 

da http://neobar.wordpress.com/

 

 

LETTERATURA DISSIDENTE:

 

MAURIZIO NOCERA SU SALVATORE TOMA

 

di Paolo Vincenti

“Salvatore Toma è nato a Maglie l’11-12 maggio 1951 e qui morto nell’agosto del 1968 in seguito ad una colluttazione d’amore. Ma non erano passate che poche ore dal suo disastroso decesso, che il cielo lo rispedì sulla terra per mancanza di prove. Ora vive su una enorme quercia, si nutre di beffe e raramente guarda a terra. Ma più che per le sue divine poesie, Salvatore Toma è famoso per la sua acrobatica precisione nel beccare il vasino, abilità maturata col fatto che non volendo scendere mai più dall’albero, i monellacci del luogo glielo spostavano, divertendosi a vedere come se la cavava. Ed è appunto per questo incalcolabile virtuosismo che nel 1993 ha vinto il Premio Nobel. Si narra che in quell’occasione, unanimemente richiesto di esibirsi, i giudici scappassero in tutte le direzioni come pazzi inferociti, ma furono da lui tutti puntualmente beccati anche a distanze mostruose. In questi ultimi tempi gli è presa la fissazione dei fumetti, ma guai a portarglieli via perché sbraita come una bestia! Quei maledetti monellacci, ora che lo scherzo del vasino non funziona più, gli hanno messo in testa che i fumetti sono dei meravigliosi dolcetti che si fanno in provincia di Rovigo. Poveri poeti. Scherzi a parte, Salvatore Toma è un tipo decente, presentabile, un po’ volutamente folle, ma in definitiva un buono. E’ sposato con una cara moglie-madre, piovutagli dal cielo (senza colluttazione…perciò è sfortunato al gioco) e ha due strepitosi bambini che gli fanno da papà e gli stanno sempre appresso, perché se lo perdono d’occhio un istante, ma solo un istante, lo si ritrova subito su quella maledetta querciaccia… Capito ora?”

Questa era la auto-presentazione, in un italiano un po’ precario come la sua vita, che a Salvatore Toma era piaciuto fare per il suo libro  Forse ci siamo (Pensionante dei Saraceni 1983) e che viene ripresa in quarta di copertina di  questa ripubblicazione, Ancòra un anno (là dove bisogna sempre rimettere l’accento sulla ‘o’ di  ‘ancora’ perché, in prima battuta, la correzione

Libri/ Edoardo de Candia, pittore leccese

EDOARDO DE CANDIA, PITTORE LECCESE

di Paolo Vincenti

Uno strano tipo, Edoardo De Candia. Troppo strano per passare inosservato e per non scandalizzare quella Lecce benpensante che, sempre pronta a gridare  crucifigge! cucifigge!, lo stigmatizzò come “pazzo”.   “Fintotontopazzo”, come lo definisce Maurizio Nocera in un suo recente libro (  Edoar Edoar, Il Raggio Verde 2006) , in cui ricorda l’amico perduto, Edoardo De Candia era un leccese purosangue e per la sua città  nutriva un rapporto di amore-odio, come è proprio di tutti quelli ai quali si adatta il noto assioma latino nemo propheta in patria. L’arte era parte integrante della vita sregolata del “santo bevitore” (ma per lui non ci fu nessuna redenzione) Edoardo De Candia, pittore poeta bohemien, come si dice con una definizione un po’ abusata, stravagante artista del pennello, “il vichingo di Via Sabotino” come lo definì il suo grande amico e “scopritore” Antonio Verri, per via della sua bionda chioma e della sua smisurata mole che ricordavano  gli storici navigatori del Nord Europa. Trasandato, vestito sempre con la solita giacchetta ed il solito logoro paio di jeans, vagabondo per le strade di Lecce, chissà quanti se lo ricordano quando se ne andava masticando pensieri e sigarette, bestemmiando contro lo stato delle cose. “La vita di Edoardo De Candia”, scrive Maurizio Nocera, “è stata libera come

Libri/ “SOTTO IL PONTE DEL TEMPO” di Martin Andrade

di Paolo Vincenti

Martin Andrade e la moglie Susanna Degoy 1986 (da www.creattivaria.altervista.org/poesia)

Strani i percorsi che portano un poeta come Martin Andrade, cileno che vive a Buenos Aires, a scrivere di Parabita, della danza delle spade di Torrepaduli, delle tarantolate di Galatina, degli assolati e corrosi paesaggi del Salento, come solo un salentino saprebbe fare. Strani questi percorsi.

In effetti, la vita è fatta di incontri e, in questo caso, decisivi devono essere stati gli incontri di Martin Andrade con Antonio Verri, Salvatore Toma, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Donato Valli, Franca Capoti e Aldo D’Antico, insomma un gran bel pezzo dell’ intellighenzia salentina degli ultimi anni.  Questi incontri e il debito di riconoscenza dell’autore nei confronti di questi intellettuali, che gli hanno fatto amare la nostra terra, ritornano nei suoi versi, nel suo ultimo libro, Sotto il ponte del tempo, edito da “Il Laboratorio”, piccola casa editrice indipendente di Parabita,di quell’instancabile scopritore di talenti, che non esiteremmo a definire geniale, che risponde al nome di Aldo D’Antico.

Martin Andrade è nato a Puerto Natales (Cile), nel 1937. In Italia ha pubblicato: I fuochi e la malinconia (Pensionante dei Saraceni, 1984),

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