Salvatore Carbone. L’arte come rivelazione

di Eugenio Giustizieri

 

Se, in qualche modo, non si entra nella deliberata ma utile complessità di Salvatore Carbone, si rischia di non intendere il suo magnifico e seducente modo di fare arte. Guardare le opere di grafica, di pittura, di scultura spiega poco dell’unicità e diversità dell’artista, che è rappresentato soprattutto dal metodo, dal processo ideativo, da un sistema tutto personale. Una diversità che ha origini storiche; fra le altre cose, sta dentro la sua formazione da autodidatta, in un atteggiamento “altro”, ancora oggi, rispetto al sistema dell’arte e del suo consumo che pone al centro del proprio lavoro la questione del senso del progetto del mondo contemporaneo, del ruolo dell’artista che sembra debba essere sempre al servizio della collettività. L’artista sottopone alla comune riflessione desuete parole-ideali, come dignità, uguaglianza, necessità di coniugare qualità e produzione artistica.

Salvatore Carbone propone una sfaccettata configurazione dello spazio con l’intenzione di far emergere quanto sta dietro e attorno al lavoro progettuale e produttivo; articola la sua ricerca in tre punti di allegorie, che illustrano rispettivamente il disegno, le riflessioni concettuali, il percorso dell’arte moderna. Tre momenti che in realtà poi s’intrecciano organicamente in una metodologia unitaria. Ne ha collocato il percorso dentro il suo lavoro e le sintesi allegoriche all’interno di una pietra d’ambra, che come la divinità greca della luce Elettra, illumina figure e oggetti svelandone altre implicazioni, diversi possibili livelli di lettura per il fatto che insinua dubbi e propone riflessioni.

La pittura, come la scultura, deve essere soprattutto confessione, diario, mezzo di scandaglio o di protesta, messaggio. Salvatore Carbone elabora un segno che sa cogliere l’attimo fuggente, nel quale profonde il suo coraggio, la sua volontà di parola. Crede in un’arte che sia impuramente compromessa con la vita, testimone delle sue sofferenze, delle sue battaglie, della sua moralità.

Sembrerebbe che obiettivo principale di ogni sua opera sia l’etica. L’artista porta alle estreme conseguenze il suo linguaggio, fatto di archetipi primordiali, in cui la cultura mediterranea e salentina, con i suoi segni severi, si fonde con gli stimoli culturali elaborati nel tempo.

Dagli anni Novanta ad oggi i segni della memoria fluiscono come continuità della vita e attivano all’interno dell’immaginario una sorta di campo sensitivo infinito. Sembra che la pittura non possa più vivere mimando la realtà, si vuole invece un’arte che si fondi sulle ragioni autonome della propria esistenza. Ne escono tele di sofferta concentrazione, mentre nel manto di colore s’inibisce ogni preoccupazione di grazia, s’ascolta quasi la voce d’un animo che vive in una proiezione continua oltre se stesso, finché non si manifesta in un “oltre” che è insieme fisico e concettuale.

Le reminiscenze sono metafore del vissuto, luogo dell’intimo, meccanismi osservatori di immagini che costruiscono il pensiero soggettivo. In questa zona di recessi e delle derive s’incontrano ombre e respiri inquieti, si rivelano e si svelano enigmi imperscrutabili, esplodo desideri ineguagliabili, che diventano passione desiderante, intensità visiva, vertigine visionaria.

Le sue opere raccontano mondi rinvenuti, disegnano corpi in caduta libera, delineando sagome. Il ricordo si scandisce attraverso la durata e la memoria ricompone l’essere, diviene territorio anarchico, una zona di confine, dove immaginazione ed esistente s’intersecano per ricomporre frammenti. È soprattutto l’inconscio che in questo stratificato procedere rende incandescente il ricordo, deopalizzando le immagini di istanti della propria esistenza e costruisce universi nati da sguardi amati, da voci sentite, da umori vissuti che, una volta manipolati dall’effetto decostruttivo del procedimento artistico, modificano la vaghezza del ricordo in disidentità.

L’immagine diventa oggettiva, tende a perdere la familiarità con se stessa, diviene icona inedita e ineffabile. Perché ognuno ha il suo posto e il suo procedere, il mondo è sinfonico e, nelle sfumature cromatiche, la varietà dei destini si placa e riposa. Il verde tenero della primavera, il bianco calcinato delle case e della luna, il rosso acceso del tramonto e, su tutto, la patina di ruggine, che riporta al Sud, ad ogni sud del mondo, al cullare del tempo e della storia.

Credo che Salvatore Carbone veda i colori così come visti dagli antichi Greci, rinviando non al linguaggio della pittura ma a quello della poesia, dove l’oggettivo risponde più a un sentimento che a una percezione. Questo vale anche per l’evoluzione della pittura moderna: perché alle percezioni cromatiche dell’impressionismo, con il suo occhio visivo, è subentrato il sentimento deformante dell’espressionismo, con il suo occhio interiore. Così che i colori irrealistici del linguaggio della poesia greca ritornano, in chiave diversa, nel linguaggio della pittura moderna.

Cosciente del potere dirompente di tale visione, Carbone, forte dei risultati ottenuti con la creatività impiegata nella prima parte della sua parte della sua vita artistica, inventa un secondo momento creativo conseguenza obbligatoria, faticosa, a tratti eccitante. Tutti aggettivi che connotano la libertà stessa.

L’impressione è che l’inventiva dell’artista abbia trasformato, il già labirintico processo mentale, in un percorso in cui perdersi nel continente dei sogni perduti. Il buio, il silenzio e le grandi dimensioni delle immagini contribuiscono a creare un’atmosfera coinvolgente di grande impatto visivo, carica di liricità e introspezione, essenziale e ricercata allo stesso tempo. È come se una geniale teoria cosmologica aprisse la possibilità di un nuovo, immenso universo accanto a quello che si credeva totale.

È questo che sfolgora nell’opera di Salvatore Carbone: l’arte come rivelazione, prima ancora che fonte di nuova felicità. Eppure la voce diventa sempre più roca, flebile quasi, sommessa, venata di malinconia e abitata da un senso di sperdutezza profonda. I personaggi che popolano questi lavori divengono maschere, qua e là bagnate di colore: stanno a testimoniare l’ambiguità, la doppiezza, la vanità che, forse, più ineluttabilmente d’ogni altra condizione, segnano la vita e i suoi rapporti. Né tremende, né profetiche ma soltanto dolenti svelano la realtà d’un Carbone segreto che continua a non perdersi, perché continua a credere.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

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