Il Salento in fondo alla classifica del Sole24ore

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di Sergio Blasi

“Sappiamo che la classifica del Sole24ore è solo una delle possibili modalità con le quali possiamo misurare come si vive davvero nei vari territori d’Italia. Ma di certo non fa piacere scoprire che il più autorevole quotidiano economico collochi il Salento sul fondo della classifica della qualità della vita. Se vogliamo fare i conti con la realtà dobbiamo considerare le carenze che la ricerca del Sole24ore ci indica come altrettante sfide per migliorarci.

C’è per esempio il grave deficit sulla dotazione di asili nido, sul quale è fondamentale investire. Lo diciamo da anni, ma questa opera di infrastrutturazione sociale a beneficio soprattutto delle madri lavoratrici e dei padri lavoratori non è stata ancora compiuta. C’è il capitolo sull’ambiente, che vede il nostro territorio gravemente inquinato dagli ecomostri di cui ci siamo fatti carico nei decenni passati, e che è un dovere riconvertire a modalità produttive più sostenibili e da un sistema di trasporto pubblico che va rivoluzionato investendo sulla metropolitana di superficie, in grado di sostituire il traffico e l’inquinamento delle automobili.

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C’è il capitolo dell’economia che vede, nonostante i continui proclami, la provincia di Lecce gravemente in ritardo sulla percentuale di produzioni locali che vengono esportate: siamo una economia ancora troppo chiusa su sé stessa e senza un investimento nelle nostre produzioni locali e su politiche economiche rivolte al dialogo con i nuovi mercati emergenti, resteremo un popolo, come sottolinea ancora la ricerca del Sole, i cui giovani sono destinati all’emigrazione, anche per il bassissimo tasso di occupazione.

Va ancora troppo male, qualunque cosa affermi il sindaco di Lecce, la spesa dei turisti stranieri nelle nostre località. E ciò perché, nonostante l’attitudine di molta classe politica, come lo stesso Perrone, a vantare prestigio e riconoscimento internazionale, nelle nostre città i turisti stranieri sono scarsamente assistiti, gli operatori, a partire dalle pubbliche amministrazioni, non parlano le lingue straniere e non riescono a stabilire un rapporto duraturo con chi visita il Salento.

La bassa prestazione sul fronte della sicurezza, in particolare estorsioni e rapine, ci mostra poi quanto ancora ci sia da fare e da denunciare sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, la quale, come le recenti indagini della magistratura dimostrano, è presente e riesce a stabilire rapporti con amministratori pubblici.

Tutto ciò produce, inevitabilmente, un tenore di vita basso, anzi bassissimo, dovuto in primis dalla carenza di infrastrutture di cui soffre il Salento e dunque dell’impossibilità di comunicare con il mondo.

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Da parte mia accolgo questa classifica non certo come il Vangelo, ma certamente come una ulteriore indicazione sui campi e sui temi sui quali bisognerà lavorare nei prossimi anni. La retorica del sole, del mare e del vento non deve mai essere usata dalla politica per evitare le proprie responsabilità. C’è, invece, bisogno di rimboccarsi le maniche, non solo per riguadagnare posizioni, ma soprattutto per rendere il Salento un posto davvero migliore in cui vivere”.

Ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

di Gianna Greco

Lo devo proprio ammettere, durante le festività religiose sono sfiorata da un alone di languida malinconia, che non mi consente di goderne mai a pieno… un giorno o l’altro vi spiegherò, tra le righe, il perchè… ma ora vorrei parlarvi delle ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

Piatti importanti e ricchi per quei tempi andati, fatti di ristrettezze e sacrifici, che purtroppo si stanno ripresentando anche oggi!

Con molta cura veniva preparata la cuddhrura o puddhrica per il Sabato Santo, sempre di pane si trattava, ma, con le uova sode, bandite per tutto il periodo della Quaresima insieme a carne e formaggi,  confezionato con forme particolari intrise di significati religiosi o credenze popolari. Ricordo la pupa con un uovo per le bambine, simbolo di fecondità e l’addhruzzu per i bambini, con due uova come auspicio di virilità.

Non si poteva allestire, poi, il pranzo della Domenica di Pasqua senza l’immancabile pasta fatta in casa, le sagne ‘ncannulate o torte o ritorte (quelle preparate tanto lunghe da poterle avvolgere su se stesse per ben due volte) condite con il sugo di carne o di polpette e con la ricotta forte, sapore indescrivibile ed inimitabile.  In alternativa si preparava la pasta al forno non con le lasagne all’uovo precotte ma con ” zite o menze zite” o penne o rigatoni, con polpettine e mozzarella ma rigorosamente senza besciamella e…. “Peccè sta besciamella face male”… mi diceva la nonna.

Poi c’era l’agnello, il tanto discusso e bandito agnellino da latte, ucciso pochi giorni prima, di cui si mangiava praticamente tutto; le interiora con cuore, fegato e polmoni servivano a preparare turcinieddhri e ‘mboti, la capuzzeddhra  veniva divisa in due, cosparsa con una generosa spolverata di pangrattato e pecorino ed un poco di prezzemolo, veniva gratinata nel forno, le costolette e le parti avanzate invece venivano arrostite oppure preparate al forno con le patate, le mie preferite, o sempre al forno con i “pampasciuli” anche questi, che la mia pancia non riusciva proprio ad ignorare.

Dai grandi il tutto veniva generosamente bagnato con un, anche più di un, buon bicchiere di rosato dell’ultima vendemmia ed almeno portava un po’ di allegria.

Per fine pranzo il dolcissimo agnello di pasta di mandorla, farcito con cotognata e pan di spagna imbevuto nella Strega di Benevento, un liquore che, oltre al San Marzano Borsci, non mancava mai a casa mia.

Di uova al cioccolato non ne ricordo, prima dei miei dieci anni.

Il Lunedì dell’Angelo si faceva riposare lo stomaco con il classico brodo, in cui si tuffavano i triddhri sempre fatti in casa con un po’ di formaggio sopra, e si mangiavano gli avanzi del giorno prima.

Il Martedì, ovvero la Pasquetta dei leccesi, c’era la scampagnata vera e propria con tanto di pic nic e di giochi all’aperto, dal gioco del fazzoletto, a palla prigioniera, al gioco con i   tuddhri equante ore passate a far saltare in aria quei cinque sassolini.

E favevano capolino sulle tovaglie scozzesi le fave con la ricotta marzotica e ancora il risotto alla prigioniera, alias sartù di riso e, cosa alquanto strana, con un accoppiamento che ancora oggi non mi spiego, fatto da fette di salame e uova sode (forse quelle avanzate dalle puddhriche). Una focaccia ricordo con l’acquolina in bocca, quella della nonna Francesca, non era la mia di nonna ma di due cugini, una nonna acquisita, diciamo, che aveva origini napoletane e preparava, tra le tante prelibatezze, questa ricca focaccia farcita con tre o quattro tipi di salumi, formaggio e tante uova sbattute….una delizia ancor più buona il giorno dopo, credo, non mi sembra fosse mai avanzata.

Per dolce si preparava la crostata con la marmellata o se si poteva un pan di spagna altissimo con crema pasticcera e la classica spolverata di zucchero a velo. Ho ancora negli occhi la scena che vedeva nella cucina della nonna, tre zie, le sorelle di mio padre, rimaste zitelle per ovvi motivi (sempre in una prossima puntata vi spieghierò) che con tanta vivacità ed energia sbattevano, a turno, le uova con lo zucchero nella ciotola con il solo ausilio di due forchette, prima dell’era dello sbattitore manuale e di quello  elettrico poi. Eppure vi posso garantire che il pan di spagna riusciva ogni volta alto e soffice come uscito dalla planetaria e la crema aveva sempre il profumo di limone per la scorza lasciata in infusione nel latte.

Ma di tutto ciò conservo un caro ricordo……

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

 

di Pino de Luca

 

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

E’ il momento di lasciarlo, questo Salento

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di Paolo Vincenti

 

Outremer era il nome che i primi Crociati diedero al regno di Gerusalemme, la Terra Santa: destinazione finale, agognata mèta per tanti e tanti giovani che, dalle nostre coste, si imbarcavano non già o non solo alla volta di un luogo fisico, ma più che altro alla ricerca del proprio destino, della propria fortuna. Con questo nome venivano indicate nel Medioevo quelle terre del vicino Oriente che rappresentavano, nella fantasia degli artisti e dei sognatori, nella brama di ricchezza dei mercanti e degli affaristi, un favoloso altrove, un “oltre”, di là dal mare, dove tutto era possibile, realizzabile, una nuova terra promessa vagheggiata da cavalieri, religiosi, derelitti, ciarlatani, filosofi e poeti.

Outremer è dunque il sogno, il desiderio di fuga, l’ansia, l’aspirazione. Oltremare, “overseas”,  è l’anelito di libertà che agita i cuori tormentati, che scioglie il torpore , che smuove quell’inerzia in cui a volte si è precipitati  dalla noia, dalla disperazione, da un incidente dei tanti che la vita può riservare.  Oltremare è un colore: un blu intenso che prende il nome proprio da quei territori del vicino Oriente da cui venivano importate le pietre preziose come il lapislazzulo, dal quale deriva questa gradazione di blu. Oltremare è l’anelito, il desiderio di partire per rotte che nessun comandante ha tracciato, per traguardi che nessun equipaggio sa indicare o soltanto immaginare.

Noi sappiamo solo,  come il protagonista de “La linea d’Ombra” di Conrad, che bisogna salpare, che, quando è il momento, zaino in spalla e coraggio nel cuore, non si può indugiare, ma bisogna partire, “perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; “ dice George Gray, uno dei morti sulla collina di Spoon River, “l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti./E adesso so che bisogna alzare le vele /e prendere i venti del destino, /dovunque spingano la barca./ Dare un senso alla vita può condurre a follia / ma una vita senza senso è la tortura /dell’inquietudine e del vano desiderio/ è una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Ché, da sempre, viaggiare  non è solo andar per mare, esplorare il mondo, ma è soprattutto esplorare il proprio animo, conoscere sé stessi. Come dice Kavafis in “Itaca”, “I Lestrigoni e i Ciclopi /o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere d’incontri /se il pensiero resta alto e il sentimento /fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.”: Itaca non è solo la mèta del viaggio ma è il viaggio stesso, è il pensiero che cammina e si perfeziona strada facendo.

Il viaggio è ragione di vita per Ulisse che attraverso le insidie tese da Nettuno cerca la sua isola pietrosa e materna e compie così un percorso di purificazione attraverso le mille prove che deve affrontare. Ma l’eroe omerico diviene per Dante uomo astuto e intraprendente, il simbolo stesso dell’uomo moderno, mosso da inestinguibile curiosità verso il mondo e le cose, riscatto dalla condizione di brutalità e spinta verso la virtù e la conoscenza. Dal prode Odisseo fino a noi, quella spinta è forte in colui che “al largo sospinge ancora il non domato spirito” come dice Saba nella poesia intitolata proprio “Ulisse”.

Varcare i limiti, insomma, superare quella fatidica soglia delle Colonne D’Ercole, per sapere cosa c’è al di là del mare, nell’oltremare. E non farsi vincere dalle tempeste, non farsi abbattere dalle avversità che certamente si incontreranno nel viaggio ma anzi, dopo un naufragio, trovare la forza di ripartire, proprio come nella poesia di Ungaretti: “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare.”

Il mare è inconscio, arcano mistero, Il mare è sintesi perfetta fra quiete e movimento, stasi e azione, desiderio e paura, ragione e sentimento. Il mare è traversia, spirito di avventura, sfida con sé stessi prima ancora che con la sua eminenza blu.  Non sappiamo cosa ci aspetta domani, quali sorprese ci riserva il nostro cammino, ma la bellezza della vita è proprio questa, è questa la seduzione del nostro misterioso destino.

Partire, lasciare questo Salento è decisione sofferta, dolorosa, è un salto nel vuoto, spina nel fianco, dubbio tormentoso, notte dell’Innominato, travaglio di pene. Ma è scelta da farsi, urgente, improcrastinabile, inevitabile. Perché troppo si è scritto, troppo si è detto, e chi è abituato a cantare solo, alla lunga prova disagio, non ce la fa più, a cantare nel coro.

Oltre il mare, forse, c’è soltanto il mare, ma l’importante è viaggiare. E’ venuto il momento di lasciarlo, questo Salento. Buon viaggio a tutti!

 

Viaggio a Presicce, città degli ipogei

Piazza Villani

testi e foto di Gianluca Ciullo

I luoghi del cuore sono sempre cari ed appaiono agli occhi di chi li percorre belli e a volte unici, ma obiettivamente il piccolo borgo di Presicce è un prezioso scrigno di architettura gentile come il Basso Salento che lo ospita. Un concentrato di edilizia religiosa, nobile, gentilizia e “a corte” che è difficile riscontrare comunemente in un’estensione di territorio così modesta.

Nulla è casuale, la sua storia l’ha reso possibile.

Palazzo ducale Paternò è stato da sempre la residenza dei feudatari che si succedettero. Dell’antica  torre di difesa è rimasto solo un richiamo nella merlatura neoguelfa che il duca Pasquale Paternò fece apporre sull’ormai residenza gentilizia agli inizi del novecento. Era il 1630 quando la principessa Maria Cyto Moles lo modificò secondo l’attuale fisionomia, arricchendolo di un meraviglioso giardino pensile e della cappella dell’Annunziata.

il giardino pensile del palazzo

I Cyto non godevano di particolari privilegi, spesso oppressivi per la popolazione locale come accadeva nel resto del Mezzogiorno feudale. Liberi erano i mulini, i forni e i frantoi appartenenti ai privati. Ancora libera era l’elezione del sindaco senza il consenso del feudatario così come quella del parroco. Tale assenza di privilegi consentì di creare condizioni particolarmente favorevoli tra ceto popolare e borghese, dediti pertanto, non solo al lavoro dei campi ma anche e soprattutto all’artigianato ed all’arte.

Piazza Villani con la colonna su cui è posta la statua di S. Andrea

Questo consentì di attrarre l’interesse economico di molti nobili, baroni, e ricchi possidenti che immigrarono fornendo al paese giureconsulti, medici, notai e letterati. I Giuranna di origine veneta, i Pepe fiorentini, i Cara foggiani,

24 giugno, festività di San Giovanni Battista. Il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

  

Giugno, il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

di Elvino Politi

Azzate San Giuanni e nu durmire

ca sta bisciu tre nuvole venire,

una te acqua una te jentu una te triste mmaletiempu.

A mare a mare

a ddu nu canta jaddru a ddu nu luce luna

a ddu nu se sente nisciuna criatura.

Tra le antiche tradizioni salentine legate alla terra e all’uso delle erbe c’è in primo piano la tradizione della Notte di S. Giovanni, festa di mezza estate, che ricorre pochi giorni dopo il solstizio d’estate.

Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.

Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo: il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte: insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà , da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, alla fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali.

Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate. E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.

Nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori. Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benchè la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità.

Molte sono le usanze legate alla Notte di S. Giovanni: nelle campagne l’attesa del sorgere del sole era propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poichè da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo. Attorno ai fuochi si danzava e si cantava,

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di Spina di san Giovanni (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

La notte di San Giovanni, notte di prodigi

Moon nymphy, di Luis Ricardo Falero

di Paolo Vincenti

La notte di San Giovanni, la notte delle streghe. In questa notte, è facile vedere, in cielo, volare le streghe che, a cavallo delle loro scope, vanno a partecipare al loro convegno annuale, il Sabba. Questa è la notte più corta dell’anno ma è anche quella più piena di carica simbolica. Appena superato il solstizio d’estate, infatti, il sole comincia impercettibilmente a declinare all’orizzonte.

Questa è la notte dei prodigi. In questa notte magica, consacrata a San Giovanni, il sole si mette a ballare, scende in mare, quando spunta l’orizzonte, e si lava la faccia, anche perché c’è sempre una nuvoletta pronta ad asciugarlo.

Anche la rugiada ha poteri magici:  essa può rendere le donne più desiderabili, può sanare i malati e dona alle erbe poteri miracolosi; infatti, se bagnate dalla rugiada, acquistano proprietà terapeutiche e protettive moltissime specie vegetali, fra cui l’iperico e la lavanda, chiamate, non a caso, “erba” e “spighetta di San Giovanni”. La rugiada però deve essere colta al primo raggio di sole ed ecco che molti trascorrono svegli questa notte, per poter prendere un po’ di quest’acqua magica, nella speranza che possa davvero dar loro beneficio. Anche  i tappeti, le coperte ed i capi invernali vengono esposti cosicché, protetti dalla rugiada di questa notte, possano essere riposti fino al prossimo inverno senza che vi si annidino le tarme.

Daniel F. Gerhartz

In questa notte, si può anche conoscere il proprio futuro, soprattutto per quanto riguarda l’amore. La pratica divinatoria più diffusa è quella che utilizza il bianco dell’uovo. Prima delle ore 24 del giorno 23, si deve buttare in una caraffa o in un bicchiere il bianco di un uovo ed esporlo alla rugiada. Prima dell’alba, la caraffa deve essere ritirata. Al mattino, dalla forma assunta dall’albume, si possono individuare gli attrezzi da lavoro del futuro marito o le iniziali del suo nome. Sarà vero tutto ciò? Sarà falso? Vero e falso si confondono insieme nel Salento, terra di tradizioni, leggende e magie.

Così Carmelina, in una afosa sera di giugno, ritornava a piedi a casa. Era stata far visita ad una vecchia zia, l’unica parente che avesse ancora in vita, alla quale era molto legata, anche se l’anziana donna non aveva mai voluto lasciare casa propria per andare a vivere insieme alla nipote. Più e più volte, Carmelina aveva pregato la vecchia parente di  venire a casa sua, per dividere così insieme gli anni che restavano da vivere ad entrambe e soprattutto quelle lunghe giornate di solitudine e di tristezza: due sentimenti che Carmelina conosceva molto bene da una vita intera. Rimasta orfana giovanissima di entrambi i genitori, da pochi anni era scomparso anche il suo unico fratello, la cui salute era stata sempre cagionevole da quando, poco più che adolescente, aveva contratto una forma patologica di bronchite asmatica poi divenuta cronica. I suoi polmoni avevano retto anche troppo a lungo ma poi, inevitabilmente, era venuto per lui il momento di andare, lasciando quella sorella che tanto amava sola al mondo. Carmelina, cosi come il fratello, non aveva mai voluto sposarsi, forse appagata da quel legame fraterno forte e tenace che sembrava potesse sfidare tutto e tutti. Veramente, in paese non erano mancate delle strane voci, quelle gratuite e maligne che sempre circolano in un paesello di poche anime, secondo le quali in quel menage a due, vi era qualcosa di più di un semplice amore fraterno e che, insomma, fra i due vi fosse del tenero, del perverso ed anche del macabro.. ma queste erano rimaste solo delle voci, ed ora che Cosimo aveva reso l’anima a Dio da due anni, nessuno nemmeno più si ricordava di quelle dicerie.

Daniel F.Gerhartz

L’unica parente rimasta in vita, dunque, era questa vecchia zia, che Carmelina curava amorevolmente e alla quale, ad un certo punto, la donna aveva fatto la più che ragionevole proposta di andare a vivere insieme. Avrebbero in questo modo diviso le spese, dato che le due pensioncine da se stesse non bastavano quasi nemmeno ad arrivare a fine mese ma sommate insieme, e dimezzati i costi di vitto e alloggio, avrebbero certamente reso loro possibile una vita un po’ più agiata. Ma si sa, gli anziani spesso si attaccano alle proprie cose in maniera viscerale e quando si è avanti negli anni le abitudini si radicano a tal punto che non basta più di una qualche disgrazia o morte o malattia, per farle cambiare. Dunque a Carmelina toccava fare ogni giorno il percorso da casa sua a quella della zia e ritorno, per prestarle quell’assistenza che si deve ad una persona molto anziana, dal carattere un po’ difficile, anche se generosa e sempre ben disposta verso quella nipote, alla quale i lunghi anni di nubilato avevano fatto guadagnare quel sempre poco simpatico epiteto di “zitellona”. Quella sera, la donna procedeva più lentamente del solito sulla strada del ritorno, quella strada che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi e che, portando anche alla piazza del paese, un tempo aveva percorso con animo diverso. Era il tempo in cui Carmelina aveva molti meno anni e molte più speranze, il tempo dell’adolescenza, insomma, e della prima giovinezza, che a tutti gonfia il petto di illusioni; il tempo in cui si fanno progetti per l’avvenire, ignari di quel che verrà, come ignara era allora Carmelina, essendo lontana la tragedia che si sarebbe abbattuta di lì a poco sulla sua famiglia, di quella mano minacciosa che pendeva sulla sua testa,  come una spada di Damocle, come una nuvola di veleno che incombe sulla vita di chi non sa, come un punto interrogativo, come un fosco presagio, come un campanello d’allarme che non suona o suona sempre troppo tardi, come un fulmine a ciel sereno, come l’equazione che non si risolve, la domanda senza risposta, il mistero senza soluzione.

Daniel F. Gerhartz

La donna pensava ai propri sogni, perché anche lei aveva sognato una volta, prima che l’orizzonte di pene e di morte, si dischiudesse sulla sua giovane vita. Pensava a quel tempo in cui era stato bello ballare la pizzica nella piazza del paese, scalza e ebbra di vino e di vita, il cuore gonfio di passione e la testa libera da luttuosi gravami, da neri presagi. Era stato il sogno di un momento, ma quel tempo era stato bello.. poi lo aveva dimenticato, crescendo e invecchiando, fra le contingenze di una vita austera e monotona, come i muri grigi della sua casa che non vedevano da decenni il tocco del pennello. Poi quell’incontro, fatale si direbbe, se non fosse che invece per lei non era stato niente di speciale, solo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con una nuova amica e la curiosità di conoscere quelle strane occupazioni nelle quali spesso ella era affaccendata. Quell’amica, Dolores, che aveva conosciuto un giorno in paese, sua quasi coetanea, era una donna magra e sgraziata, che vestiva sempre di nero e dimostrava più anni della sua effettiva età. Era però una persona dolce e disponibile che, con i suoi bei modi di fare, aveva conquistato subito Carmelina affascinandola con le sue conoscenze, che spaziavano dalla storia antica, non solo del paese ma anche dell’Italia e del mondo, alle vite di personaggi famosi, soprattutto filosofi e scienziati, alla magia. Ed erano proprio queste ultime conoscenze che avevano portato la gente del paese a diffidare di lei e ad averne paura, come sempre si ha paura delle cose che non si conoscono, paura del diverso, nostro dissimile, paura dell’ignoto, paura della stessa paura a volte. Dolores aveva fatto degli studi superiori, a differenza di Carmelina che invece si era fermata alla terza media, ed era andata perfino all’Università e questo bastava, nella retriva e un po’ miope mentalità del paese, dove in quegli anni il livello di istruzione era bassissimo e regnava ancora l’analfabetismo, a farne una persona molto al di sopra della media, perché colta, e da trattare quindi con deferenza, se non fosse che la donna aveva indirizzato queste conoscenze e la proprie ricerche ed approfondimenti- in archivi pubblici e anche nelle biblioteca della provincia di Lecce,-  in campi assai poco battuti da una donna in quegli anni: la letteratura, la filosofia, la teologia, le scienze mediche, l’occultistica e, fatalmente,  la magia:  magia bianca, sosteneva Dolores; magia nera, le gridava dietro il paese. Carmelina aveva sempre ascoltato con molta attenzione quelle strane formule che la donna le leggeva e soprattutto le storie e i vari aneddoti che Dolores le raccontava. Ma al di là del mero piacere, del tutto innocente, di trascorrere qualche ora in compagnia dell’amica, non c’era mai stato un effettivo interessamento di Carmelina alla materia della magia e a quelle storie di santoni e diavolesse su cui Dolores si intratteneva con gusto orrido. Carmelina era insomma quel tipo di donna non facilmente suggestionabile e nemmeno intellettualmente predisposta a farsi rapire da quel vortice di macabre sensazioni generate nella sua mente dalla notevole capacità affabulatoria di Dolores. Una donna pratica, si direbbe, un poco indurita dai disagi della vita, certo poco attratta da tutto ciò che non si possa toccare con mano, da tutto ciò che non sia quantificabile e verificabile secondo i normali parametri e quelle sensazioni duravano giusto lo spazio di un racconto, della sua permanenza a casa di Dolores,  per poi scomparire senza lasciar traccia dalla sua mente e dalla sua vita, appena lasciato la casa della donna. Mai che quei resoconti di processi alle streghe, di punizioni e orribili supplizi, la avessero condizionata nel regolare svolgersi della vita quotidiana o avessero disturbato i suoi sogni. Era come se Carmelina chiudesse tutte quelle strane storie in un cassetto insieme con la loro narratrice,e lo riaprisse quando nuovamente andava a farle visita. Negli ultimi tempi, però, la sua frequentazione con Dolores si era molto diradata, un po’ perché le cure della vecchia zia la impegnavano abbastanza, un pò per una certa stanchezza che con l’arrivo dei primi caldi si faceva sentire portandole una maggiore pigrizia, un pò, forse anche, perché si era sentita molto infastidita da quelle voci sul suo conto, che riferivano di Dolores, come di una strega e di lei, come della sua fedele assistente, o peggio erede.

A  R., era la festa di San Giovanni. Da qualche giorno si respirava in paese un’aria di festa ma anche una pesante cappa, di sospetto e di risentimento sembrava avvolgere il paese stesso. Carmelina non riusciva a spiegarsi bene il motivo, troppo poco si intratteneva con la gente del posto o con le comari la mattina a spettegolare, e le sue soste dal fruttivendolo o in farmacia, al tabacchino o alla posta per ritirare la pensione, non le consentivano di essere molto informata sulla vita sociale. Forse il suo era una carattere un pò schivo, forse non era mai riuscita ad uscire da quel guscio nel quale viveva, ad entrare in empatia con la collettività che abitava quel piccolo paese dimenticato da Dio e sconosciuto alle carte geografiche, nel profondo Salento.  A R. c’era una cripta che era legata al culto di San Giovanni. Si trattava di una cripta bizantina, opera degli infaticabili monaci basiliani, che, in illo tempore,  avevano raggiunto le nostre contrade per scappare alle persecuzioni che avvenivano nella loro patria a causa dell’Imperatore Leone III Isaurico. Retaggio della loro presenza nel Salento, queste cripte divennero spesso delle chiesette  e scomparve il rito greco- bizantino introdotto dai monaci orientali. Questo accadde anche alla cripta di R., divenuta una cappella che, con l’avvento del rito latino, fu dedicata a San Giovanni. Questa cripta si trovava su una collinetta poco distante dal centro del paese e lì si festeggiava San Giovanni. Lo spiazzo circostante la chiesetta, per la festa del 24 giugno,  si animava di suoni, balli e colori, poiché, dopo la fine della funzione religiosa e la distribuzione dei prodotti della campagna, tutti rimanevano a ballare e cantare sull’aia, nel segno della tradizione, come usava nei tempi antichi.

Molte volte, negli anni precedenti, alcune ragazze, il giorno della vigilia della festa, si erano recate da Dolores per chiederle preziosi consigli sulle proprie vite. E la donna non aveva fatto mancare loro delle indicazioni su come dovessero comportarsi e su strane pratiche che dovevano mettere in atto, come degli incantesimi, con la manipolazione di certe erbe, per cercare o  recuperare l’amore perduto o per migliorare la propria esistenza. Questo aveva fatto guadagnare a Dolores la fama di santona, maga, “strega”. E ciò non deponeva certo a suo favore, anzi la presenza in quel piccolo paese di un “fenomeno da baraccone” come lei,  si faceva sempre più sgradita, molesta. Infine Dolores venne considerata una creatura delle tenebre, maledetta, senza mezzi termini.

Fatto sta che poco prima di rientrare a casa, Carmelina sentì degli strepiti in lontananza e vide un assembramento di gente proprio vicino alla casa di Dolores. Sembrava che tutto il paese si fosse dato appuntamento in quel posto e ora, fra le alte grida delle donne e gli schiamazzi dei bambini, qualcuno iniziava a picchiare violentemente contro la porta di casa di Dolores e contro i muri esterni con qualche arnese metallico e con pietre e sassi. Poi comparve un tizzone acceso e una catasta di lagna;  Carmelina riuscì a scorgere per un attimo da una finestra lo sguardo terrorizzato di Dolores ma non riusciva a far nulla; era come impietrita dalla paura, raggelata, paralizzata; anzi, per un momento, dallo sguardo inferocito della folla che si accorse di lei, ebbe paura che volessero prenderla e farle fare la stessa fine di Dolores. Era buio inoltrato, si era ormai fatto tardi, il fuoco divampava intorno alla casa della presunta strega e ad un certo punto aggredì anche i muri della casa e si inoltrò all’interno. In pochi minuti, tutta la casa divenne un’enorme pira e si udirono distintamente le grida selvagge di Dolores, imprigionata dentro quella gabbia di fuoco. I suoi lamenti si alzarono al cielo, il cielo di quella notte di San Giovanni in cui l’odio e il fanatismo della gente avevano avuto la meglio sullo studio e sulla conoscenza, sulla apertura mentale e sulla tolleranza, e avevano portato a quell’orrenda devastazione. Avevano scelto simbolicamente proprio quella data per mettere in atto il loro spaventoso progetto di “epurazione”, la loro implacabile, per quanto assurda, vendetta, come per l’espulsione di un corpo estraneo, l’uccisione del capro espiatorio. Con il fuoco, bruciava anche tutto il risentimento di un popolo stanco e abbattuto dalla fame, dagli stenti e dalle miserie di una vita difficile, oppresso dal signoraggio tirannico e dalla paura della diversità, vittima di una sottocultura che dà retta alla superstizione, che altro non è che la malvagità inoculata piano piano dal diavolo nelle vene di un popolo di cui vuole l’anima, fino a farla scoppiare in uno spasmo di follia, ad esplodere  selvaggiamente in uno scoppio di bestiale crudeltà. Così come era successo a Dolores, in quell’anno lontano. A R. si parlò a lungo di quella brutta storia e da quella sera nessuno vide più Carmelina, nemmeno la sua vecchia zia la quale, non potendo uscire da casa per sopraggiunti problemi di deambulazione e non avendo quindi più notizie della nipote, morì dopo poco, forse di crepacuore. Carmelina si barricò in casa, tagliò i ponti con il passato, con quel paese dal quale era stata sempre respinta – ora lo aveva capito- come una indemoniata, un’appestata, come un incubo, una malattia, e si lasciò morire senza chiedere aiuto a nessuno. Doveva essere passata una settimana circa, quando la trovarono, forzando la porta d’ingresso, morta di consunzione.

Il lampascione, re dei bulbi. Tutto ciò che occorre sapere

di Massimo Vaglio

 

Squisiti, adorabili, straordinari, benefici, gustosi, ottimi, particolari, ricercati, eleganti, versatili… Accanto a termini come questi, proferiti dai tanti estimatori si affiancano anche tutta una serie di termini meno lusingheri, rispettabile giudizio di una pur presente minoranza di detrattori. Per i lampascioni, infatti non si conoscono le mezze misure, o li si ama o li si odia.

È doveroso comunque premettere che il lampascione resta un bulbo misterioso per la stragrande maggioranza degli italiani, ma è molto probabile che, viste le sue prerogative, se fosse conosciuto meglio, sarebbe certamente amato un po’ di più.

In passato era conosciuto come Muscari comosum Mill.; dopo alcuni approfonditi studi botanici dal 1968, viene più correttamente appellato Leopoldia comosa (L.) Parl. Si contano, inoltre, varie specie simili al lampascione che vengono spesso utilizzate alla stessa stregua del lampascione per così dire verace: si tratta di una decina di specie appartenenti a tre diversi generi Bellevalia, Muscari, Leopoldia che hanno però un po’ tutte caratteristiche organolettiche più scadenti rispetto allo stesso. A tale proposito è utile ricordare quanto riportato dal Mannarini:“Assieme al pampasciulo trovasi spontaneo da noi un altro muscari, il Muscari Holzmannii Bois. o Leopoldia Holzmani Held., che ha proprietà eccitanti ed anche afrodisiache. Questo è volgarmente conosciuto col nome di pampasciulu pe li vecchi. Per questo, esso in Grecia si adibisce ad uso alimentare, da noi non è adoperato, anzi viene scartato nella raccolta del M. comosum”.

Decisamente meno tranquillizzanti le indicazioni di Dioscoride (II.358.) a proposito di una di queste specie identificata da alcuni traduttori naturalisti nel Muscari atlanticus e o M. botryoides:”il porro capitato fa ventosità, genera cattivi umori, fa sognare cose terribili e spaventose. Cuocersi la capillatura sua nell’aceto, ed in acqua marina. Con tali premesse non perderemo nulla se dal punto di vista gastronomico considereremo solo il lampascione rosso verace ovvero la Leopoldia comosa (L.) Parl.

La parte edule è costituita dal bulbo che può raggiungere eccezionalmente i 4 centimetri di diametro ed il peso di 35-40 grammi, anche se generalmente il

“Territorio dell’Anno 2014”, vince ancora il Salento

castro

Sondaggio popolare in vista di BIT 2014

“Territorio dell’Anno 2014”, vince ancora il Salento

 

Italia Touristica chiede pareri a 248mila italiani, rispondono in 48mila

1° Salento, 2° Chianti, 3° Cinque Terre, 4° Perugino, 5° Cadore

Tra i primi dieci, due territori per Puglia, Toscana e Campania

 

 

Anche quest’anno, in vista dell’edizione 2014 della BIT – Borsa Internazionale del Turismo che apre i battenti domani, giovedì 13 febbraio, e chiude sabato 15, “Italia Touristica” ha effettuato un sondaggio popolare per eleggere il “Territorio dell’Anno 2014” e per il secondo anno consecutivo il più amato dagli italiani è risultato il Salento, anche se il distacco dal secondo posto è minore rispetto all’anno scorso. Il Chianti è balzato in avanti superando le Cinque Terre; il Perugino e il Cadore sono le new entry mentre la Costiera Amalfitana ha perso tre posizioni. In breve, questa la classifica finale: 1° Salento; 2° Chianti; 3° Cinque Terre; 4° Perugino; 5° Cadore; 6° Costiera Amalfitana; 7° Gallura; 8° Versilia; 9° Cilento; 10° Gargano. Puglia, Toscana e Campania si aggiudicano due location a testa, Liguria, Umbria, Veneto e Sardegna se ne aggiudicano una.

 

Per entrare nel dettaglio del sondaggio, nei giorni scorsi sono state inviate circa 248.000 mail ad altrettanti destinatari in tutte le regioni d’Italia (nel 2013 furono 230.000), chiedendo di rispondere alla mail indicando al massimo tre territori diversi meritevoli del titolo di “Territorio dell’Anno” e, possibilmente, motivare la scelta con l’indicazione di alcune significative key words (parole chiave). A rispondere sono stati in 48.236, il 19,45% degli intervistati (l’anno scorso furono 42.306, il 18,39%).

I voti ottenuti dai primi dieci territori classificati sono stati i seguenti: Salento 1° posto con 4.412 voti (9,15%); Chianti 2° posto (4° l’anno scorso) con 4.186 voti (8,68%); Cinque Terre 3° posto (2° nel 2013) con 3.661 voti (7,59%); Perugino 4° posto con 2.879 voti (5,97%); Cadore 5° posto con 2.180 voti (4,52%); Costiera Amalfitana 6° posto (3° l’anno scorso) con 2.001 voti (4,15%); Gallura 7° posto con 1.582 voti (3,28%); Versilia 8° posto con 1.066 voti (2,21%); Cilento 9° posto con 863 voti (1,79%); Gargano 10° posto con 824 voti (1,71%).

 

Come già accennato, oltre all’espressione del voto, ad ogni partecipante è stato chiesto anche di motivare la propria scelta attraverso l’indicazione di alcune parole chiave. Qui di seguito l’elenco delle key words più ricorrenti per i primi cinque in classifica:

 

Salento: mare, enogastronomia, ospitalità, capitale cultura, barocco, olio, tradizioni;

 

Chianti: agriturismo, vino, scenari, enogastronomia, pace, vigneti;

 

Cinque Terre: mare, scenari, terrazzamenti, cordialità, enogastronomia, accoglienza, natura;

 

Perugino: storia, borghi, enogastronomia, natura, agriturismo, castelli;

 

Cadore: montagne, scenari, sci, trekking, natura, canederli.

 

Si ricorda che l’indagine popolare è stata espressamente svolta da “Italia Touristica” in occasione della BIT – Borsa Internazionale del Turismo (13-15 febbraio p.v.), per offrire agli operatori nazionali ed esteri uno spaccato delle sensazioni espresse degli Italiani.

Progetto Turismo Rurale Salento. Da Londra al Salento in cerca della sua anima

Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)

di Francesco Greco

 

I love Salento: da Londra in Puglia, dove il melting-pot è un archetipo. Incrocio e fusione di popoli, culture, affabulazioni, epopee, miti, straniante bellezza dove lo sguardo si posa. In cerca della sua anima profonda, sfuggente, le radici del passato, la memoria stratificata, i riti immutati nel tempo, le infinite contaminazioni che s’irradiano sull’antica terra dei Messapi, elfi e briganti, “cafoni” e formiche: un fiore dai mille petali.

Il giornalista inglese Patrick Darryson, world tourism directory, sulla rivista “Rural Tourism International” (sedi a Londra e Monaco di Baviera), mette in rete fascinosi percorsi del turismo rurale planetario (Olanda, Grecia, Spagna, ecc.) che parte dalle bellezze naturali per addentrarsi sulle tracce del passato, gli antichi percorsi, la cucina, le colture, l’architettura, i personaggi storici, miti e riti, ecc.

Londra è una capitale del mondo dove i trend nascono sin dal tempo di Oscar Wilde e s’irradiano al pianeta. Da anni va il business degli orti fuori città (a New York sulle terrazze dei palazzi, in Svezia le fattorie verticali e le città per maiali). Si affittano e si coltiva il cibo per la propria mensa, il resto sul mercato. Moda al top: orti non se ne trovano più. Questa tendenza, che identifica un ritorno al passato, quasi all’autarchia dei tempi di guerra, ne ha innestata un’altra: lo dice Jojo Tulloh in “The Modern Peasent”. Le famiglie riscoprono il piacere del pane fatto in casa, le confetture di frutta, le salse, ma anche i lavori artigianali sono trendy.

Un’idea della vita “nature”, prodotti a km zero, opposta alle sofisticazioni alimentari, i veleni nella terra, le resse ai centri commerciali, ecc. Che si trasfigura in un modello esistenziale alternativo a quelli del XXI secolo. Dopo una sosta in Valle d’Itria per un reportage, con la moglie, la ph Elizabeth Keiler che collabora a prestigiose agenzie mondiali, cercava una dimensione del turismo alternativa, più istintiva, umana, per avvicinarsi all’anima profonda di una terra antica colma di bellezza e tesori, ricca di essenze, aromi, armonie.

Sul sito www.pugliaholidays.it ha contattato il manager Pierluigi Damiani, che lo ha invitato a Finisterre per mostragli le facce del Salento arcaico, nascosto, contadino, autarchico, dove il tempo pare fermo in una dimensione sospesa, e tutto attinge alla memoria, le radici: dal sapore ritrovato delle interiora di agnello cotte alla brace, i “gnommareddhi” (copyright della Polis pagana), i “pezzetti” di carne di cavallo, le “pìttele” (frittelle cotte nell’olio d’oliva), ai “cummarazzi”, cetrioli indigeni coltivati dagli antenati sin dai tempi dei Messapi, che gli inglesi hanno gustato ospitati in una pajara (trullo a tolos, in altre zone del Salento caseddhri, lamie, liame) dalla famiglia Cosi, nei campi fra Morciano e Torre Vado.

4 giorni molto intensi: Damiani ha fatto da “cicerone” inventando un percorso che ha messo in rilievo il Salento del passato (la mitica “Centopietre”, la grotta “Cipuliane”, ecc.), dell’identità, la memoria, le radici, i sapori, gli odori, le essenze. Dopo la campagna dei Cosi, che a inizio estate emana una possente energia vitale e sorprende con i colori dei frutti che maturano (le dolcissime “culummare”, i fioroni), oltre a pomodori, peperoni, melanzane dell’orto cucinati alla maniera antica dalla signora Cosi col sottofondo delle cicale, i due inglesi dallo Jonio sono passati all’Adriatico, la terra sospesa fra Oriente e Occidente nel morbido abbraccio degli ulivi secolari.

Altri due giorni in una pajara alla “Vardiola” (Marina  di Corsano), ripide scogliere a strapiombo su un mare di cristallo da cui si vede nascere il sole, impregnata dall’odore del timo, la salvia, il rosmarino portati dal grecale unto di sale. Nei giorni d’inverno appare magicamente la costa albanese al confine con la Grecia (Saranda) e a sud l’isola di Fanos e Corfù. Il loro sguardo incontra l’antica rotta delle navi che in passato portavano olio, vino, grano, ecc. in un intenso interscambio.

“Gli inglesi – osserva il manager – si sono innamorati del luogo: la sera adoravano la frescura, guardavano le costellazioni e ascoltavano il rumore del mare in compagnia di una bottiglia di Negroamaro”. Al porticciolo di Novaglie, dai pescatori che pulivano e rammendavano le reti un regalo inatteso: una stella marina e una conchiglia rimaste impigliate. Incantati dal senso dell’ospitalità delle genti del “Capo”, come dai centri storici di Gagliano, Alessano e Specchia e dall’incantevole location di “Pozzo Pasulo” (Patù). “Avete gioielli che dovete far conoscere”, esclamavano i reporter. Curiosi, facevano domande su usanze, costumi, dialetti, personaggi, fatti storici, piante selvatiche, cibi, fiori, a cosa servivano le pajare e la tecnica di costruzione.

Must: una visita alla grotta delle “Cipuliane” (Porto Vecchio, Novaglie), a respirare la preistoria. I reperti in selci emersi negli scavi sono nei musei di Lecce e Firenze. E la sosta pregna dei sapori antichi in una trattoria tipica di Lucugnano e un’altra fra Patù e San Gregorio. Sorpresi dalle tipicità sopravvissute: la delizia della “scapece” (pesciolini marinati con aceto e zafferano), l’olio extravergine di Presicce (nell’Ottocento questo lampante illuminava le vie di New York), i “panari” di canne e “vinchi” di Acquarica, i cesti dei maestri di Morciano, ecc.

I reporter sono così diventati “testimonial” del Salento: torneranno in un tour con esperti di turismo rurale. Hanno svelato ai nostri occhi ciò che si sospettava: il turismo nel Salento è all’anno zero, impantanato fra sole e mare. Ignora, sottovaluta le potenzialità inespresse di chi vuole immergersi nel passato. Lo aveva scoperto anni fa “Le Quotidièn de Tourism” con  un’inchiesta: il Salento scarseggia di strutture ricettive: ne potrebbe avere molte di più per la morfologia territoriale. E’ vero anche per quello termale: le richieste per Santa Cesarea sono di gran lunga superiori all’offerta. Ciò provoca anche una questione di fidelizzazione: molto bassa.

E dire che potrebbe “coprire” la bassa stagione, dall’autunno alla primavera: mettere in rete masserie, trattorie tipiche, modulare percorsi fra pajare e muretti a secco. I turisti sono interessati alla raccolta delle ulive, la coltivazione delle patate, del grano e i cereali, i pomodori, le verdure, ecc. “Col progetto Turismo Rurale Salento – spiega Damiani – vogliamo valorizzare le testimonianze del passato, la vita, i valori, le tradizioni ampliando l’offerta del territorio. Cerchiamo collaborazione ma c’è una resistenza culturale degli imprenditori”. Uno scarto nel futuro che tocca, oltre a loro, alle istituzioni, in sinergia: ne saranno capaci?

Presente (la puzza di merda della pianura padana)

maiale

 

di Paperoga

 

Mi sono trasferito in Emilia in età universitaria, attorno ai 22 anni. Non vivevo più nel sansificio già da qualche anno, e i miei vestiti si erano a fatica liberati dalla puzza di pastosi scarti di olive. Ero dunque pronto ad emigrare ripulito, col vestito buono, la scrima in ordine e il guardaroba rinnovato per fare bella figura nel grande Nord che mi attendeva.

Avevo sempre avuto una grande ammirazione per quella terra ricca, ordinata, verde, fatta di gente vestita con cura, dai modi discreti e misurati, che parlava piano con quell’accento arrotato e suadente. Mi sentivo chiaramente insicuro, inadeguato, con un lieve complesso da terrunciello. In quella terra di gente ricca dai gusti difficili e raffinati, in quel bailamme di benessere diffuso, io mi presentavo come quello che fino a ieri giocava nell’oleificio a pallate di sansa.

Dunque preparai la valigia con cura, facemmo lavare la macchina, mia madre andò dal parrucchiere, mio padre dal barbiere. Io, col mio taglio di fresco, chiusi il bagagliaio e diedi l’ultima occhiata ai miei sgarrupati luoghi, contorti e sporchi, puzzolenti, tenuti male, in perenne dissesto. Mi dissi: civiltà, buon gusto, igiene, aspettate che arrivo.

Il viaggio fu lungo ed io attendevo fremente. Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, infine l’Emilia-Romagna. L’A14 mi recapitava come un pacco postale profumato e dabbene verso la Terra Promessa.

Passata Bologna, però, all’improvviso fummo assaliti da un fetore mostruoso, minchia roba che quello della sansa in confronto sembrava Obsession di Calvin Klein. Tra tutti, per primo fu mio padre a riconoscere, con  un commento appropriato e come al solito misurato, la portata e la provenienza dell’essenza che si stava rapprendendo  sulle pareti della trachea.

“Mamma mia che puzza di merda… Ma che è…Non è manco la fogna, è una merda strana…”

Mia madre non rispose, svenuta quasi com’era. Io col naso tappato pensavo: “deve essere un attentato di qualche sigla terroristica meridionale, avranno sparso da un aereo qualche schifezza made in terronia per vendicarsi di 50 anni di sfruttamento silenzioso, o perchè gli sta sui coglioni Umberto BossiCazzo, deve essere così,  non ci possono essere cattivi odori al nord, qua sono tutti prati in fiore, viali alberati, verde su verde, e poi, non lo diceva anche  il Manzoni, “il cielo di Lombardia così bello quand’è bello?” . Invece, più avanzavamo in direzione nord, più ci trovavamo immersi in una cappa grigiastra che non dava impressione di avere nè principio nè fine,  con questo gas ad intermittenza che ci annebbiava i sensi e gettava una strana ombra sui luoghi che avevo scelto come esilio dalla terra ingrata che mi aveva dato il benservito.

Quando arrivammo a destinazione e ci spiegarono l’arcano, devo dire che non fummo sollevati.

“Ma no, ma è solamente una mistura di puzza di merda di animali vari. Dipende, in alcune zone sono escrementi di vacca, per lo più, in altre si associano al maiale, molto spesso il tutto è sotto forma di concime, che l’aria umida e a tratti paludosa di alcuni punti tende a propagare più in fretta”.

Io e i miei genitori ci guardammo con una faccia stordita. Silenziosi,  incrociavamo pensieri impliciti, che però non cambiarono il corso degli eventi.

In questa specie di terra di Mordor ci sono infatti rimasto, e posso testimoniare che esala ancora oggi fumi di smog e concime animale a getto continuo, ingrassando le nutrie impegnate a scavare tane sul greto dell’Enza, del Secchia e degli altri fiumiciattoli in cui sguazzano  allegri, verso la confluenza con il Po,  branchi di pesci triocchiuti pronti ad essere fagocitati da abominevoli pesci-siluro.

Ogni volta che attraverso l’A1 o la Via Emilia mi aggrediscono, come se avessero un’anima cattiva, zaffate putrebonde di cacca sciolta di milioni di animali messi ad ingrassare nei capannoni accanto alle statali, ingozzati con qualunque cosa sia ritenuta semplicemente ingoiabile.

Un amico emiliano, tutto fiero di sè, mi riferì un giorno che nella sua provincia c’erano 25 maiali per ogni persona. Dentro di me, questa proporzione mi fece raggelare il sangue. Non tanto pensando al fatto che un giorno una rivolta di “barbudos” anche tra i porci avrebbe potuto facilmente soggiogare l’intera Emilia, e  i suini avrebbero finalmente cominciato ad insaccare a caso esseri umani. E’ un’evenienza da non sottovalutare, certo, ma non pensavo a questo. Semplicemente consideravo, immaginando questa sterminata pletora di suini,  che i maiali quando gli scappa la popò mica la fanno nel cesso, e certo non  tirano lo scarico. Avviene tutto a cielo aperto, come natura crea . E allora eccoti spiegato quale micidiale fetore possa avvolgerti come la nebbia in Fog di Carpenter, sopratutto quando ti ritrovi disperso in una provinciale che porta fin dentro alla bassa.

Confuso e spaurito, impegnato a rimanere dentro quelle stradine strette a strapiombo sui canali di irrigazione, ti ritrovi improvvisamente di fronte ad uno stabilimento che smista questo succulento nettare attraverso giganteschi nastri trasportatori, trasformandolo ora in concime, ora chissà,  in ringo boys.  E a 50 metri, magari, ci incontri d’estate i pescatori di carassi o carpe, con le loro roubaisiennes seduti sui fossi, coi volti butterati da una vita di zanzare, e magari ti ritrovi a fare le stesse domande che ti facevano i tuoi amichetti da piccolo davanti al sansificio. E così, d’incanto, come contrappasso dantesco, ti accorgi di essere passato dalla parte del disgustato.

“Ma come fate a pescare qui davanti tutto il pomeriggio?”

“Perchè?”

“Diosanto, non la sente sta puzza?”

Ma loro, gli emiliani, non solo la sentono. La adorano.

Molti di loro si offendono se la chiami puzza. E’ un orgoglio silenzioso, tosto e motivato, altro che il nostro, teatralmente vuoto, orgoglio meridionale. Di fronte al loro orgoglio ti fermi con un moto di rispetto. Perchè per loro quella che chiami puzza è una essenza benedetta, è la storia, sintetizzata e vaporizzata, del loro popolo povero e riscattato. E’ il profumo del loro orgoglio di secoli di lotte contadine, di diete suicide, di  infarti del miocardio.

Ecco la differenza tra me e loro. Io la puzza di sansa non la sentivo, o se la sentivo al massimo mi faceva pensare alla casa dove vivevo. E comunque non ne facevo una questione di orgoglio. Di isolamento, di solitudine, ma non certo di orgoglio. Loro, invece, la puzza di merda la sentono, la respirano tutti contenti, chiudono gli occhi in un’espressione che incrocia il sorriso dell’asceta che trae beneficio dalla meditazione, e l’eccitazione fisica del feticista che annusa la scia profumata, seducente e peccaminosa, che una bella gnocca si lascia di sè.

Io invece non mi abituo. Non ci sono nato, e sono condannato a subirla. Per me non è nè storia nè orgoglio: è merda. Quel fetore inaudito mi prende sempre impreparato, il viso si contorce sempre allo stesso modo, e ogni volta è una sensazione che mi stordisce, provocando quasi allucinazioni mistiche. A volte vedo distintamente Sant’Antonio Abate con un maiale ai suoi piedi, così come iconografato nella metà delle chiese emiliane, che mi invita ad inspirare e respirare, a godermi la pianura padana, a diventare emiliano nell’olfatto prima ancora che nella percentuale di colesterolo cattivo nel sangue. A giudicare da queste visioni, credo che se la essiccassero bene e la compattassero come si deve, quella merda la si potrebbe pure fumare. Un bel cannone padano che non avrebbe nulla da invidiare alla esotica marijuana. E in più sarebbe perfettamente legale.

Ed è in questi momenti di assunzione di strane droghe leggere di origine animale che, forse obnubilato dai fumi dello sterco, arrivo anche a dubitare del buon De Andrè,  che sarà stato anche profondo e romantico nell’affermare che “dal letame nascono i fior”.

Ma io, che poeta non sono, mi sento di aggiungere che il prezzo da pagare per questa metamorfosi a volte è davvero caro.

 

http://paperogaedintorni.wordpress.com/2009/02/09/presente-la-puzza-di-merda-della-pianura-padana/

Ecco ‘La Notte della Taranta’ nel Salento, dal 6 agosto fino al 24

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di Paolo Rausa

Anticipata da un’anteprima il 27 luglio a Taranto, città tarantata per via delle note vicende industriali e ambientali dell’ILVA, si è inaugurata il 6 agosto a Corigliano d’Otranto la sedicesima edizione del Festival “La Notte della Taranta” che parte dalla  riscoperta delle tradizioni, ma non rinuncia come dimostrato in questi anni alle contaminazioni dei suoni e dei ritmi mediterranei e alle nuove sperimentazioni musicali e culturali.

Il festival è itinerante e coinvolge con altrettanti concerti 15 luoghi del territorio salentino, significativi per la tradizione grecanica, magno-greca e messapica: la storia si innesta nelle vicende di questa terra che si allunga nel mare e che ha saputo mantenere fede al suo spirito di cantori delle fatiche inenarrabili dei contadini – come non ricordare Ucciu Aloisi? – con le loro nenie, i canti d’amore, i treni delle prefiche, il percorso vitale che si snoda da generazioni e generazioni e si protende ormai in tutto il Mediterraneo.

Il primo nodo della tela del ragno è stato dunque Corigliano d’Otranto. Qui  è cominciato alle 19,30 nella sala Cavallerizza del Castello lo spettacolo teatrale ‘Il pasto della tarantola’ dei Cantieri Koreja. A seguire alle 21 dal centro storico, in piazza Vittoria, il corteo danzante proposto dalla compagnia di danza di Maristella Martella che con il cast TarantArte è culminato nella performance ‘Solo di Taranta’. Lo spettacolo è continuato con i Tamburellisti di Torrepaduli, il cui repertorio è ben ancorato alle radici.

La contaminazione dei Kamafei è stato il primo progetto speciale del festival itinerante, gruppo che ha porteto sul palco il dialogo “Pizzica, Cumbia e Raggamuffin” realizzato con il duo raggae-dub Mama Marjas e Miss Mykela. Nei giorni seguenti il festival itinerante è approdato a Sternatia (il 7 agosto), a Zollino il giorno successivo, poi a Cursi, a Martignano, Soleto, Carpignano Salentino, Sogliano Cavour, poi toccherà il capoluogo Lecce (il 14). Si salta il 15 e il giorno successivo (il 16) il festival raggiunge Castrignano de’ Greci, poi Alessano, Cutrofiano, Calimera, Galatina e Martano (il 21). Tutte queste tappe in preparazione del Concertone finale a Melpignano il 24 di agosto con l’Orchestra popolare de La notte della Taranta, diretta da Giovanni Sollima. Ospiti della serata saranno Emma Marrone, Niccolò Fabi, Max Gazzé, Roby Lakatos, Alfio Antico e Miguel Berna. Buone contaminazioni a tutti!

Per saperne di più, info: www.lanottedellataranta.it.

 

24 giugno, festività di San Giovanni Battista. Il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

  

Giugno, il solstizio estivo e le erbe di San Giovanni

di Elvino Politi

Azzate San Giuanni e nu durmire

ca sta bisciu tre nuvole venire,

una te acqua una te jentu una te triste mmaletiempu.

A mare a mare

a ddu nu canta jaddru a ddu nu luce luna

a ddu nu se sente nisciuna criatura.

Tra le antiche tradizioni salentine legate alla terra e all’uso delle erbe c’è in primo piano la tradizione della Notte di S. Giovanni, festa di mezza estate, che ricorre pochi giorni dopo il solstizio d’estate.

Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.

Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo: il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte: insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà , da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, alla fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali.

Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate. E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.

Nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori. Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benchè la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità.

Molte sono le usanze legate alla Notte di S. Giovanni: nelle campagne l’attesa del sorgere del sole era propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poichè da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo. Attorno ai fuochi si danzava e si cantava,

La notte di San Giovanni, notte di prodigi

Moon nymphy, di Luis Ricardo Falero

di Paolo Vincenti

La notte di San Giovanni, la notte delle streghe. In questa notte, è facile vedere, in cielo, volare le streghe che, a cavallo delle loro scope, vanno a partecipare al loro convegno annuale, il Sabba. Questa è la notte più corta dell’anno ma è anche quella più piena di carica simbolica. Appena superato il solstizio d’estate, infatti, il sole comincia impercettibilmente a declinare all’orizzonte.

Questa è la notte dei prodigi. In questa notte magica, consacrata a San Giovanni, il sole si mette a ballare, scende in mare, quando spunta l’orizzonte, e si lava la faccia, anche perché c’è sempre una nuvoletta pronta ad asciugarlo.

Anche la rugiada ha poteri magici:  essa può rendere le donne più desiderabili, può sanare i malati e dona alle erbe poteri miracolosi; infatti, se bagnate dalla rugiada, acquistano proprietà terapeutiche e protettive moltissime specie vegetali, fra cui l’iperico e la lavanda, chiamate, non a caso, “erba” e “spighetta di San Giovanni”. La rugiada però deve essere colta al primo raggio di sole ed ecco che molti trascorrono svegli questa notte, per poter prendere un po’ di quest’acqua magica, nella speranza che possa davvero dar loro beneficio. Anche  i tappeti, le coperte ed i capi invernali vengono esposti cosicché, protetti dalla rugiada di questa notte, possano essere riposti fino al prossimo inverno senza che vi si annidino le tarme.

Daniel F. Gerhartz

In questa notte, si può anche conoscere il proprio futuro, soprattutto per quanto riguarda l’amore. La pratica divinatoria più diffusa è quella che utilizza il bianco dell’uovo. Prima delle ore 24 del giorno 23, si deve buttare in una caraffa o in un bicchiere il bianco di un uovo ed esporlo alla rugiada. Prima dell’alba, la caraffa deve essere ritirata. Al mattino, dalla forma assunta dall’albume, si possono individuare gli attrezzi da lavoro del futuro marito o le iniziali del suo nome. Sarà vero tutto ciò? Sarà falso? Vero e falso si confondono insieme nel Salento, terra di tradizioni, leggende e magie.

Così Carmelina, in una afosa sera di giugno, ritornava a piedi a casa. Era stata far visita ad una vecchia zia, l’unica parente che avesse ancora in vita, alla quale era molto legata, anche se l’anziana donna non aveva mai voluto lasciare casa propria per andare a vivere insieme alla nipote. Più e più volte, Carmelina aveva pregato la vecchia parente di  venire a casa sua, per dividere così insieme gli anni che restavano da vivere ad entrambe e soprattutto quelle lunghe giornate di solitudine e di tristezza: due sentimenti che Carmelina conosceva molto bene da una vita intera. Rimasta orfana giovanissima di entrambi i genitori, da pochi anni era scomparso anche il suo unico fratello, la cui salute era stata sempre cagionevole da quando, poco più che adolescente, aveva contratto una forma patologica di bronchite asmatica poi divenuta cronica. I suoi polmoni avevano retto anche troppo a lungo ma poi, inevitabilmente, era venuto per lui il momento di andare, lasciando quella sorella che tanto amava sola al mondo. Carmelina, cosi come il fratello, non aveva mai voluto sposarsi, forse appagata da quel legame fraterno forte e tenace che sembrava potesse sfidare tutto e tutti. Veramente, in paese non erano mancate delle strane voci, quelle gratuite e maligne che sempre circolano in un paesello di poche anime, secondo le quali in quel menage a due, vi era qualcosa di più di un semplice amore fraterno e che, insomma, fra i due vi fosse del tenero, del perverso ed anche del macabro.. ma queste erano rimaste solo delle voci, ed ora che Cosimo aveva reso l’anima a Dio da due anni, nessuno nemmeno più si ricordava di quelle dicerie.

Daniel F.Gerhartz

L’unica parente rimasta in vita, dunque, era questa vecchia zia, che Carmelina curava amorevolmente e alla quale, ad un certo punto, la donna aveva fatto la più che ragionevole proposta di andare a vivere insieme. Avrebbero in questo modo diviso le spese, dato che le due pensioncine da se stesse non bastavano quasi nemmeno ad arrivare a fine mese ma sommate insieme, e dimezzati i costi di vitto e alloggio, avrebbero certamente reso loro possibile una vita un po’ più agiata. Ma si sa, gli anziani spesso si attaccano alle proprie cose in maniera viscerale e quando si è avanti negli anni le abitudini si radicano a tal punto che non basta più di una qualche disgrazia o morte o malattia, per farle cambiare. Dunque a Carmelina toccava fare ogni giorno il percorso da casa sua a quella della zia e ritorno, per prestarle quell’assistenza che si deve ad una persona molto anziana, dal carattere un po’ difficile, anche se generosa e sempre ben disposta verso quella nipote, alla quale i lunghi anni di nubilato avevano fatto guadagnare quel sempre poco simpatico epiteto di “zitellona”. Quella sera, la donna procedeva più lentamente del solito sulla strada del ritorno, quella strada che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi e che, portando anche alla piazza del paese, un tempo aveva percorso con animo diverso. Era il tempo in cui Carmelina aveva molti meno anni e molte più speranze, il tempo dell’adolescenza, insomma, e della prima giovinezza, che a tutti gonfia il petto di illusioni; il tempo in cui si fanno progetti per l’avvenire, ignari di quel che verrà, come ignara era allora Carmelina, essendo lontana la tragedia che si sarebbe abbattuta di lì a poco sulla sua famiglia, di quella mano minacciosa che pendeva sulla sua testa,  come una spada di Damocle, come una nuvola di veleno che incombe sulla vita di chi non sa, come un punto interrogativo, come un fosco presagio, come un campanello d’allarme che non suona o suona sempre troppo tardi, come un fulmine a ciel sereno, come l’equazione che non si risolve, la domanda senza risposta, il mistero senza soluzione.

Daniel F. Gerhartz

La donna pensava ai propri sogni, perché anche lei aveva sognato una volta, prima che l’orizzonte di pene e di morte, si dischiudesse sulla sua giovane vita. Pensava a quel tempo in cui era stato bello ballare la pizzica nella piazza del paese, scalza e ebbra di vino e di vita, il cuore gonfio di passione e la testa libera da luttuosi gravami, da neri presagi. Era stato il sogno di un momento, ma quel tempo era stato bello.. poi lo aveva dimenticato, crescendo e invecchiando, fra le contingenze di una vita austera e monotona, come i muri grigi della sua casa che non vedevano da decenni il tocco del pennello. Poi quell’incontro, fatale si direbbe, se non fosse che invece per lei non era stato niente di speciale, solo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con una nuova amica e la curiosità di conoscere quelle strane occupazioni nelle quali spesso ella era affaccendata. Quell’amica, Dolores, che aveva conosciuto un giorno in paese, sua quasi coetanea, era una donna magra e sgraziata, che vestiva sempre di nero e dimostrava più anni della sua effettiva età. Era però una persona dolce e disponibile che, con i suoi bei modi di fare, aveva conquistato subito Carmelina affascinandola con le sue conoscenze, che spaziavano dalla storia antica, non solo del paese ma anche dell’Italia e del mondo, alle vite di personaggi famosi, soprattutto filosofi e scienziati, alla magia. Ed erano proprio queste ultime conoscenze che avevano portato la gente del paese a diffidare di lei e ad averne paura, come sempre si ha paura delle cose che non si conoscono, paura del diverso, nostro dissimile, paura dell’ignoto, paura della stessa paura a volte. Dolores aveva fatto degli studi superiori, a differenza di Carmelina che invece si era fermata alla terza media, ed era andata perfino all’Università e questo bastava, nella retriva e un po’ miope mentalità del paese, dove in quegli anni il livello di istruzione era bassissimo e regnava ancora l’analfabetismo, a farne una persona molto al di sopra della media, perché colta, e da trattare quindi con deferenza, se non fosse che la donna aveva indirizzato queste conoscenze e la proprie ricerche ed approfondimenti- in archivi pubblici e anche nelle biblioteca della provincia di Lecce,-  in campi assai poco battuti da una donna in quegli anni: la letteratura, la filosofia, la teologia, le scienze mediche, l’occultistica e, fatalmente,  la magia:  magia bianca, sosteneva Dolores; magia nera, le gridava dietro il paese. Carmelina aveva sempre ascoltato con molta attenzione quelle strane formule che la donna le leggeva e soprattutto le storie e i vari aneddoti che Dolores le raccontava. Ma al di là del mero piacere, del tutto innocente, di trascorrere qualche ora in compagnia dell’amica, non c’era mai stato un effettivo interessamento di Carmelina alla materia della magia e a quelle storie di santoni e diavolesse su cui Dolores si intratteneva con gusto orrido. Carmelina era insomma quel tipo di donna non facilmente suggestionabile e nemmeno intellettualmente predisposta a farsi rapire da quel vortice di macabre sensazioni generate nella sua mente dalla notevole capacità affabulatoria di Dolores. Una donna pratica, si direbbe, un poco indurita dai disagi della vita, certo poco attratta da tutto ciò che non si possa toccare con mano, da tutto ciò che non sia quantificabile e verificabile secondo i normali parametri e quelle sensazioni duravano giusto lo spazio di un racconto, della sua permanenza a casa di Dolores,  per poi scomparire senza lasciar traccia dalla sua mente e dalla sua vita, appena lasciato la casa della donna. Mai che quei resoconti di processi alle streghe, di punizioni e orribili supplizi, la avessero condizionata nel regolare svolgersi della vita quotidiana o avessero disturbato i suoi sogni. Era come se Carmelina chiudesse tutte quelle strane storie in un cassetto insieme con la loro narratrice,e lo riaprisse quando nuovamente andava a farle visita. Negli ultimi tempi, però, la sua frequentazione con Dolores si era molto diradata, un po’ perché le cure della vecchia zia la impegnavano abbastanza, un pò per una certa stanchezza che con l’arrivo dei primi caldi si faceva sentire portandole una maggiore pigrizia, un pò, forse anche, perché si era sentita molto infastidita da quelle voci sul suo conto, che riferivano di Dolores, come di una strega e di lei, come della sua fedele assistente, o peggio erede.

A  R., era la festa di San Giovanni. Da qualche giorno si respirava in paese un’aria di festa ma anche una pesante cappa, di sospetto e di risentimento sembrava avvolgere il paese stesso. Carmelina non riusciva a spiegarsi bene il motivo, troppo poco si intratteneva con la gente del posto o con le comari la mattina a spettegolare, e le sue soste dal fruttivendolo o in farmacia, al tabacchino o alla posta per ritirare la pensione, non le consentivano di essere molto informata sulla vita sociale. Forse il suo era una carattere un pò schivo, forse non era mai riuscita ad uscire da quel guscio nel quale viveva, ad entrare in empatia con la collettività che abitava quel piccolo paese dimenticato da Dio e sconosciuto alle carte geografiche, nel profondo Salento.  A R. c’era una cripta che era legata al culto di San Giovanni. Si trattava di una cripta bizantina, opera degli infaticabili monaci basiliani, che, in illo tempore,  avevano raggiunto le nostre contrade per scappare alle persecuzioni che avvenivano nella loro patria a causa dell’Imperatore Leone III Isaurico. Retaggio della loro presenza nel Salento, queste cripte divennero spesso delle chiesette  e scomparve il rito greco- bizantino introdotto dai monaci orientali. Questo accadde anche alla cripta di R., divenuta una cappella che, con l’avvento del rito latino, fu dedicata a San Giovanni. Questa cripta si trovava su una collinetta poco distante dal centro del paese e lì si festeggiava San Giovanni. Lo spiazzo circostante la chiesetta, per la festa del 24 giugno,  si animava di suoni, balli e colori, poiché, dopo la fine della funzione religiosa e la distribuzione dei prodotti della campagna, tutti rimanevano a ballare e cantare sull’aia, nel segno della tradizione, come usava nei tempi antichi.

Molte volte, negli anni precedenti, alcune ragazze, il giorno della vigilia della festa, si erano recate da Dolores per chiederle preziosi consigli sulle proprie vite. E la donna non aveva fatto mancare loro delle indicazioni su come dovessero comportarsi e su strane pratiche che dovevano mettere in atto, come degli incantesimi, con la manipolazione di certe erbe, per cercare o  recuperare l’amore perduto o per migliorare la propria esistenza. Questo aveva fatto guadagnare a Dolores la fama di santona, maga, “strega”. E ciò non deponeva certo a suo favore, anzi la presenza in quel piccolo paese di un “fenomeno da baraccone” come lei,  si faceva sempre più sgradita, molesta. Infine Dolores venne considerata una creatura delle tenebre, maledetta, senza mezzi termini.

Fatto sta che poco prima di rientrare a casa, Carmelina sentì degli strepiti in lontananza e vide un assembramento di gente proprio vicino alla casa di Dolores. Sembrava che tutto il paese si fosse dato appuntamento in quel posto e ora, fra le alte grida delle donne e gli schiamazzi dei bambini, qualcuno iniziava a picchiare violentemente contro la porta di casa di Dolores e contro i muri esterni con qualche arnese metallico e con pietre e sassi. Poi comparve un tizzone acceso e una catasta di lagna;  Carmelina riuscì a scorgere per un attimo da una finestra lo sguardo terrorizzato di Dolores ma non riusciva a far nulla; era come impietrita dalla paura, raggelata, paralizzata; anzi, per un momento, dallo sguardo inferocito della folla che si accorse di lei, ebbe paura che volessero prenderla e farle fare la stessa fine di Dolores. Era buio inoltrato, si era ormai fatto tardi, il fuoco divampava intorno alla casa della presunta strega e ad un certo punto aggredì anche i muri della casa e si inoltrò all’interno. In pochi minuti, tutta la casa divenne un’enorme pira e si udirono distintamente le grida selvagge di Dolores, imprigionata dentro quella gabbia di fuoco. I suoi lamenti si alzarono al cielo, il cielo di quella notte di San Giovanni in cui l’odio e il fanatismo della gente avevano avuto la meglio sullo studio e sulla conoscenza, sulla apertura mentale e sulla tolleranza, e avevano portato a quell’orrenda devastazione. Avevano scelto simbolicamente proprio quella data per mettere in atto il loro spaventoso progetto di “epurazione”, la loro implacabile, per quanto assurda, vendetta, come per l’espulsione di un corpo estraneo, l’uccisione del capro espiatorio. Con il fuoco, bruciava anche tutto il risentimento di un popolo stanco e abbattuto dalla fame, dagli stenti e dalle miserie di una vita difficile, oppresso dal signoraggio tirannico e dalla paura della diversità, vittima di una sottocultura che dà retta alla superstizione, che altro non è che la malvagità inoculata piano piano dal diavolo nelle vene di un popolo di cui vuole l’anima, fino a farla scoppiare in uno spasmo di follia, ad esplodere  selvaggiamente in uno scoppio di bestiale crudeltà. Così come era successo a Dolores, in quell’anno lontano. A R. si parlò a lungo di quella brutta storia e da quella sera nessuno vide più Carmelina, nemmeno la sua vecchia zia la quale, non potendo uscire da casa per sopraggiunti problemi di deambulazione e non avendo quindi più notizie della nipote, morì dopo poco, forse di crepacuore. Carmelina si barricò in casa, tagliò i ponti con il passato, con quel paese dal quale era stata sempre respinta – ora lo aveva capito- come una indemoniata, un’appestata, come un incubo, una malattia, e si lasciò morire senza chiedere aiuto a nessuno. Doveva essere passata una settimana circa, quando la trovarono, forzando la porta d’ingresso, morta di consunzione.

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di aspraggine (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua nel Salento

 

di Pino de Luca

 

 

Il culto dell’uovo nei giorni di Pasqua ha radici remote, legate alla fecondità e alla ripresa della vita. La storia d’Europa e del Mediterraneo ne è pregna. La parola si è poi materializzata nelle endemiche “uova di cioccolata”, a volte ottima e spesso pessima.

Anche nei dolci simbolici e ancestrali c’è stato il culto dell’uovo.

La tradizione scandita dai nomi sopravvive in Sicilia: campanaru o cannatuni a Trapani, pupu ccù l’ovu a Palermo, cannileri nel nisseno, panaredda ad Agrigento e a Siracusa, cuddura ccù l’ovu a Catania, palummedda nella parte sud occidentale dell’isola. Qualunque sia la forma e il nome si tratta di pasta di dolci impreziositi da uova intere cotte nel forno.

Ne abbiamo pure nel Salento, con nomi simili in qualche caso e completamente diversi in altri. I più interessanti sono la “Panareddhra” (dolce) e il “Puddhricasciu” (salato).

Quasi sperduti nella notte dei tempi, ancora qualche forno di paese continua a farli e a sentirsi chiedere cosa siano. La panareddhra ha la medesima radice e formulazione del corrispondente Sicano. Più interessante è la storia del “puddhricasciu”. Almeno nel mito, di incontrovertibili origini leccesi.

… Il Fatalò narra che dimorando San Francesco d’Assisi in Lecce, nel 1219, «giva, secondo il solito dei mendicanti religiosi, limosinando per la città, giunse dinanzi al palazzo di un patrizio (oggi si possiede dalla nobile famiglia dei Perroni ed è immemorabile tradizione dei leccesi che questo fosse stato il palazzo del nostro primo vescovo Santo Oronzo) vi picchiò la porta e chiese per amor di Dio la limosina ; in un subito vaghissimo un paggio diedegli un bianco e grande pane e disparve. Al picchiarvi della porta ere accorso un famigliare della casa a cui San Francesco rendè le grazie in nome di Dio per il pane già ricevuto e che fino a quel punto teneva in mano. Disse colui non essere pane di loro casa, onde, conosciutosi da San Francesco il tratto della divina provvidenza e da quelli della casa il miracolo ne diè i ringraziamenti all’Altissimo e gli altri conservar ne vollero perpetua la memoria, mentre fecero sull’arco della porta scolpire un angelo in atteggiamento di scendere dal cielo ed offrire un pane. Questa memoria sin oggi in quel palagio si vede.» …N. Vacca

Il passo è tratto da Rinascenza Salentina – Anno II, 1934 – pp 207-208.

Quel pane fu nominato “puddhricasciu” e quel rione prese il nome di Pollicastro, per la tendenza a toscaneggiare che s’aveva in quel tempo. Vi sono alcune imprecisioni ovviamente. L’angelo di cui si parla è tipico del 1500 piuttosto che del 1200 e probabilmente quel palazzo non vide mai Sant’Oronzo abitarvi. Ma il rione Pollicastro esisteva per davvero e doveva il suo nome ad una forma di pane bianco con le uova dentro che si portava allu riu …. ma questa è un’altra storia.

La ricetta oggi non c’è, solo l’invito a cercare ancora l’antico “puddhricasciu”, a consumarlo con gli amici sorseggiando un vino nuovo, nuovissimo: il Merlot del Salento della cantina Santi Dimitri. Il primo merlot salentino in assoluto, siamo qui a testimoniarlo come fece il Fatalò per il “pollicastro”, sperando che qualcuno, un giorno, se ne ricordi.

Ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

di Gianna Greco

Lo devo proprio ammettere, durante le festività religiose sono sfiorata da un alone di languida malinconia, che non mi consente di goderne mai a pieno… un giorno o l’altro vi spiegherò, tra le righe, il perchè… ma ora vorrei parlarvi delle ricette per la Pasqua, la Pasquetta e “Lu Riu de li leccesi”.

Piatti importanti e ricchi per quei tempi andati, fatti di ristrettezze e sacrifici, che purtroppo si stanno ripresentando anche oggi!

Con molta cura veniva preparata la cuddhrura o puddhrica per il Sabato Santo, sempre di pane si trattava, ma, con le uova sode, bandite per tutto il periodo della Quaresima insieme a carne e formaggi,  confezionato con forme particolari intrise di significati religiosi o credenze popolari. Ricordo la pupa con un uovo per le bambine, simbolo di fecondità e l’addhruzzu per i bambini, con due uova come auspicio di virilità.

Non si poteva allestire, poi, il pranzo della Domenica di Pasqua senza l’immancabile pasta fatta in casa, le sagne ‘ncannulate o torte o ritorte (quelle preparate tanto lunghe da poterle avvolgere su se stesse per ben due volte) condite con il sugo di carne o di polpette e con la ricotta forte, sapore indescrivibile ed inimitabile.  In alternativa si preparava la pasta al forno non con le lasagne all’uovo precotte ma con ” zite o menze zite” o penne o rigatoni, con polpettine e mozzarella ma rigorosamente senza besciamella e…. “Peccè sta besciamella face male”… mi diceva la nonna.

Poi c’era l’agnello, il tanto discusso e bandito agnellino da latte, ucciso pochi giorni prima, di cui si mangiava praticamente tutto; le interiora con cuore, fegato e polmoni servivano a preparare turcinieddhri e ‘mboti, la capuzzeddhra  veniva divisa in due, cosparsa con una generosa spolverata di pangrattato e pecorino ed un poco di prezzemolo, veniva gratinata nel forno, le costolette e le parti avanzate invece venivano arrostite oppure preparate al forno con le patate, le mie preferite, o sempre al forno con i “pampasciuli” anche questi, che la mia pancia non riusciva proprio ad ignorare.

Dai grandi il tutto veniva generosamente bagnato con un, anche più di un, buon bicchiere di rosato dell’ultima vendemmia ed almeno portava un po’ di allegria.

Per fine pranzo il dolcissimo agnello di pasta di mandorla, farcito con cotognata e pan di spagna imbevuto nella Strega di Benevento, un liquore che, oltre al San Marzano Borsci, non mancava mai a casa mia.

Di uova al cioccolato non ne ricordo, prima dei miei dieci anni.

Il Lunedì dell’Angelo si faceva riposare lo stomaco con il classico brodo, in cui si tuffavano i triddhri sempre fatti in casa con un po’ di formaggio sopra, e si mangiavano gli avanzi del giorno prima.

Il Martedì, ovvero la Pasquetta dei leccesi, c’era la scampagnata vera e propria con tanto di pic nic e di giochi all’aperto, dal gioco del fazzoletto, a palla prigioniera, al gioco con i   tuddhri e quante ore passate a far saltare in aria quei cinque sassolini.

E favevano capolino sulle tovaglie scozzesi le fave con la ricotta marzotica e ancora il risotto alla prigioniera, alias sartù di riso e, cosa alquanto strana, con un accoppiamento che ancora oggi non mi spiego, fatto da fette di salame e uova sode (forse quelle avanzate dalle puddhriche). Una focaccia ricordo con l’acquolina in bocca, quella della nonna Francesca, non era la mia di nonna ma di due cugini, una nonna acquisita, diciamo, che aveva origini napoletane e preparava, tra le tante prelibatezze, questa ricca focaccia farcita con tre o quattro tipi di salumi, formaggio e tante uova sbattute….una delizia ancor più buona il giorno dopo, credo, non mi sembra fosse mai avanzata.

Per dolce si preparava la crostata con la marmellata o se si poteva un pan di spagna altissimo con crema pasticcera e la classica spolverata di zucchero a velo. Ho ancora negli occhi la scena che vedeva nella cucina della nonna, tre zie, le sorelle di mio padre, rimaste zitelle per ovvi motivi (sempre in una prossima puntata vi spieghierò) che con tanta vivacità ed energia sbattevano, a turno, le uova con lo zucchero nella ciotola con il solo ausilio di due forchette, prima dell’era dello sbattitore manuale e di quello  elettrico poi. Eppure vi posso garantire che il pan di spagna riusciva ogni volta alto e soffice come uscito dalla planetaria e la crema aveva sempre il profumo di limone per la scorza lasciata in infusione nel latte.

Ma di tutto ciò conservo un caro ricordo……

S. Giuseppe e la sua festa, fra “Tavole” e “Tavolate”, tradizioni sacre, credenze e devozioni

Statua di San Giuseppe nella chiesa di Cocumola

 

di Rocco Boccadamo

19 marzo, antivigilia della primavera e, soprattutto, giorno in cui, per i cattolici, si celebra la festa di S. Giuseppe, sposo della Vergine Maria e padre putativo di Gesù.

Il culto e la venerazione verso il Santo Patriarca per eccellenza, capo terreno della Famiglia di Nazareth, sono diffusi in tutto il mondo e numerosi e capillari si contano gli edifici religiosi a lui espressamente dedicati.

A prescindere dalle anzidette notazioni sul piano della fede e di un credo specifico, vale la pena di ricordare che il 19 marzo, in Italia, è stato a lungo considerato “giorno festivo” anche agli effetti civili, una regola abolita con legge del 1977.

Nel Salento, la ricorrenza in discorso contiene e abbraccia pure peculiari usi, costumi e consuetudini d’altro genere, datati e rigorosamente tramandati fra generazioni. In concreto, siffatto capitolo verte sulla preparazione e l’allestimento, in omaggio al Santo, di un pasto, meglio dire un pranzo, conforme e fedele a un menù tanto ricco, quanto indicativo.

L’articolata gamma di piatti e pietanze, ivi compresi dessert e dolci, svaria non a caso, ponendosi anzi agli antipodi rispetto ai frugali e semplici pasti d’ogni giorno nella realtà e nella storia delle famiglie contadine, ma recando insieme, in pari tempo, un connotato morale, intriso e insaporito di generosità, considerazione, altruismo e rispetto nei confronti del prossimo, inteso specialmente nel senso dei più poveri. Presupposto basilare e di principio, è l’invito ad Ospiti, sempre in  numero dispari, da un minimo di tre sino a tredici, insieme ai quali condividere il piacere e la gioia della mensa imbandita.

Il tavolo intorno a cui sedere ha la denominazione specifica, giustappunto, di Tavola di S. Giuseppe.

tavola di san Giuseppe in un paese del Salento

Al centro della “Tavola”, ornata con fiori e ricoperta da tovaglie finissime, campeggia un quadro del Santo e, intorno, sono allineate grosse pagnotte ad anello, impreziosite, al centro, da un’arancia.

Ritornando al tema degli Ospiti o Santi, i primi tre, secondo credenza, s’identificano con la Sacra Famiglia (Gesù, Giuseppe e Maria, quest’ultima deve essere una ragazza nubile).

Quanto al menù e ai piatti, le voci principali sono:

–          la “massa” (tagliolini di farina di grano fatti in casa), cotta con ceci e teneri broccoletti di cavolo, servita dopo avervi sparso sopra i

L’uomo della “conza”

 

di Wilma Vedruccio

Da quando sua madre disse “tocca porti lu pane a casa, fiju miu”, aveva allora undici anni suppergiù, aveva impastato  malta senza posa.

Impastato e trasportato malta fino a quindici, venti anni e poi per sempre.

Aveva visto crescere case d’ogni tipologia, secondo la moda del momento, a seconda delle possibilità te li cristiani, case che s’allargavano sempre più dal centro fino a che si parlò di “centro storico” e di periferia.

Era il primo a darsi da fare sul cantiere, fin dalla mattina presto impastava e impastava e poi era pronto a servire. “Conzaaa” e lui correva con il secchio o la carriola a portare l’ impasto che faceva crescere i muri e teneva saldi i mattoni per sempre. Gli piaceva quell’ impasto, grasso, morbido e traballante, somigliava alla pasta del pane, somigliava…alle mammelle della madre quando allattava il piccolo di casa.

Crescevano crescevano le case e lui sempre a correre per portare malta.

Si accorgeva a volte che un albero da frutto era sparito… ma era qui l’anno scorso, avevo mangiato buoni fichi per merenda…ora non c’era più…

Anche l’albero di noci, bello grande era sparito, e lu pajaru anche…più…

Le case intanto non erano più case ma casamenti alti, grandi e brutti, per decine e decine te cristiani, crescevano veloci in pochi mesi, tutti uguali.

Anche la conza non era più la stessa, lui non poteva farci niente, il capocantiere gli aveva detto più volte di aggiungere acqua, di allungare…

Il capocantiere, il geometra, l’ingegnere, l’architetto ( questo prima non c’era), ora arrivavano con macchine sempre più grosse, grandi come le case di una volta, lui andava e veniva con la bicicletta, gli bastava, e poi il vento sulla faccia e fra i capelli gli portava via un po’ del tufo che li incrostava.

Certo che il tufo lui se lo portava sempre appresso, non lo abbandonava mai, anche durante le feste del paese, aivoglia a lavarsi e mettere la camicia nuova, la conza gli stava appiccicata fedelmente. Le ragazze ridevano di lui.

Quando la periferia non ebbe più fine, il nostro amico lasciò di fare conza. Suo nonno, benettanima, gli aveva lasciato una piccola zona nicchiarica, meno di un’ara, lontana da ogni strada. Lui la spietrò e si costruì un rifugio a secco… senza conza. Coltiva fiori e pomodori insieme ed è felice.

Funnucrudeu

 

pajaru

testo e foto di Giorgio Cretì

Funnucrudeu era una proprietà coltivata da quattro mezzadri, cioè da quattro famiglie, ed era suddivisa più o meno equamente in quattro partite ognuna costituita da una buona parte di bassura arativa e da un’area più piccola di cuti1). Tutte le bassure erano coltivate, i cuti solo in piccola parte, con le zappe naturalmente. Il resto era lasciato alla flora spontanea: al timo, ai fùmuli(2) e alle fracilische(3) che una volta secchi venivano raccolti per il forno. Spontanei crescevano anche i lampascioni(4).

Le colture più praticate erano costituite da orzo, grano e piselli, a seconda delle rotazioni. Non si coltivavano ortaggi perchè il fondo era lontano dal paese e c’era soltanto un piccolo ricovero semi diroccato, segno di un’epoca in cui c’era stata la vigna distrutta poi dall’attacco della fillossera alla fine dell’Ottocento. C’era anche una cisterna, ma non mateneva più l’acqua perchè era stata a lungo trascurata ed ora dentro c’erano delle grosse pietre buttatevi chissà da quali mani vandaliche. Per bere bisognava approvvigionarsi alla cisterna di un fondo vicino tenuta sempre in ordine. D’inverno, però, c’era acqua pulita sui cuti di Funnucrudeu, in certe conche naturali impermeabili a forma di cono rovesciato, che venivano tenute regolarmente pulite dalla terra e dalle erbe.

fracilisca (Ferula communis)

Funnucrudeu era ripartito tra Raffaele della Luna, Rafeli, Angelo Cisterna, Ancilu, suo fratello Rocco e la famiglia di una loro sorellla che si chiamava Gesira. Quell’anno Peppino aveva imposto di seminare avena, un cereale che a lui serviva ma non ai mezzadri che avevano dovuto subire il sopruso. A loro servivano il grano, l’orzo ed i piselli. Anche se questi ultimi, coltivati lì, non erano molto apprezzati, però, perchè la terra scarseggiava di certe sostanze minerali e non era adatta per i legumi: non cuocevano mai.

La terra rossa veniva lavorata al secco nei mesi estivi dalle zappe di due chili e mezzo che rivoltavano ernormi zolle puntando nelle spaccature del terreno. Raffaele, con il gomito sinistro poggiato sull’anca, piano piano e da solo zappava al secco tutta la sua partita.

La terra poi veniva era arata da Peppino D’Aprile, il padrone, in autunno dopo le prime piogge che ammorbidivano le grosse zolle rimaste al sole tutta l’estate. Peppino aveva un solo cavallo bianco, paziente come un asino, che assolveva il suo compito come poteva. L’aratro era quello di legno con il timone a forca e il vomere a punta triangolare. I coloni, mezzadri, arrivavano a piedi la mattina presto e risalivano al paese la sera tardi.

Erano sopravvissuti i fichi piantati ai margini della proprietà lungo i confini e addossati ai muri a secco ancora ben tenuti. I frutti prodotti dalle vecchie piante andavano tutti a Raffaele che se li faceva stimare, circa due tomoli(5), e li consumava tutti per mirenna(6) quando zappava. I figli giovani degli altri mezzadri, però, quando arrivavano prima di lui gli rubavano i più belli e li mangiavano loro, a volte glieli portavano via soltanto per fargli dispetto. Questo a lui dava molto fastidio perché era geloso delle sue cose e il giorno che se ne accorse, arrivò prestissimo e raccolse tutti i fichi, maturi e acerbi. Scavò una specie di cassettone in mezzo alle zolle assolate, vi sistemò tutti i fruttti e li coprì di fùmuli e zolle di terra. I ragazzi non tardarono ad accorgersi dell’operazione e stettero all’erta. Non tardarono a scoprire che durante le soste per la mirenna, quando si riunivano tutti assieme all’ombra, Raffaele lasciava gli altri e con una scusa qualsiai andava in un punto della terra zappata e fingeva di muovere qualcosa con la zappa. Poi infilava le mani sotto le zolle e al tatto sceglieva i frutti più buoni da mangiare.

ficus carica

E consumava la bellezza di circa due tomoli di fichi verdi a mirenna. I ragazzi che avevano scoperto il suo segreto e volevano portargli via il tesoro, furono fermati da Angelo che fece la voce grossa, usando anche qualche bestemmia.

Poi arrivò l’autunno con le piogge. Peppino faceva i solchi ed i mezzadri con grande perizia spargevano dentro i semi man mano.

Passò anche l’inverno e dopo la sarchiatura arrivò anche il tempo delle messi. Era abitudine recarsi a mietere tutti assieme.

Ficus sicomorus

Decisero quell’anno di mietere la mattina della festa di Sant’Antonio, anche se Raffaele aveva aderito soltanto pensando di tornare a casa ad una certa ora per andare a messa. Lui andava sempre a messa. E la Nena, sua moglie, lo sapeva bene. Giunse il momento in cui secondo Raffaele bisognava smettere e tornare in paese e cominciò ad agitarsi. Nona diede una voce a Gesira che era più vicina.

“Gesira?”, disse.

“Che cosa c’è, Nona?”, disse Gesira.

“Voi non andate a messa?”.

“No”, intevenne Angelo secco, “No. Visto che ci troviamo finiamo di mietere, poi la festa a Sant’Antonio la facciamo stasera”.

“Nona ce n’andiamo? Andiamo a messa”, tagliò corto Michele alla moglie.

“Stai zitto”, rispose lei, se no loro finiscono di mietere prima di noi”.

“Sangue così”, insistette Raffaele, “che noi non abbiamo neanche portato il pane per la mirenna”.

“Ancilu”, chiese lei, “non avete qualche frisella in più che noi non abbiamo portato pane?”.

“Sì, Nona, ce l’abbiamo”, rispose Angelo e fece cenno a Gesira di darle il pane.

“Ecco Raffaele”, disse Nona, “tieni il pane”.

Fu un attimo, Raffaele prese una frisella e gliela fiondò sulla schiena come una sassata.

“Se vuoi lavorare lavora, io me ne vado”.

E scaraventò in terra anche l’altra frisella assieme alla falce dentata.

Muscari comosum

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(1) Cuti. Rocce superficiali, affioranti.

(2) Fumuli. Iperico (Hyperiicum perforatum).

(3) Fracilisca. Specie di Ferula nana (Ferula communis L.).

(4) Lampascioni. Gigliacea spontanea (Muscari comosum) con poche foglie lineari erette e fiori violetti a ciuffo molto belli a vedersi. Se ne consumano i piccoli bulbi globosi di color rosso-vinoso chiaro, soprattutto nell’Italia meridionale. A seguito delle grandi migrazioni verso il nord il consumo si è esteso a tutto il territorio nazionale ed il nome toscano è stato sostituito con quello pugliese di lampascione. I bulbi si utilizzano di solito in insalata, previa cottura in acqua bollente, conditi con olio, sale, pepe e aceto; si consumano anche in altri modi: alla genovese, fritti, dorati, etc.

(5) Tomolo. Equivalente a 2 mezzetti, a 4 quarte, a 24 misure e a55,545113 litri (legge 6 aprile 1840 di Ferdinando II).

(6) Mirenna. Colazione mattutina dei contadini.

Il Salento eletto “Territorio dell’anno 2013”

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I risultati di un’indagine popolare a pochi giorni dalla BIT, il Salento è il più amato dagli italiani (10,3% di preferenze) seguito da Cinque Terre (9,0%), Costiera Amalfitana (8,8%) e Chianti (8,2%)  Il 10 gennaio scorso “Italia Touristica” ha inviato una mail ad oltre 230.000 italiani, equamente distribuiti in tutte le regioni, chiedendo loro di esprimere, entro il 10 febbraio, un voto di preferenza sul territorio italiano più amato e di aggiungere un breve commento sulla motivazione della scelta.

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Entro il termine prestabilito sono giunte 42.306 votazioni ed il territorio che ha ricevuto il maggior numero di voti è il Salento, in Puglia, con 4.361 preferenze. A seguire, in ordine decrescente, le Cinque Terre (3.816 voti), la Costiera Amalfitana (3.725 voti), il Chianti (3,471 voti), la Versilia (2.455 voti). In coda uno specchio con l’elenco dei 26 territori (su 52 totali) che hanno ricevuto più di 500 voti, con le rispettive preferenze e percentuali.

image001L’indagine popolare è stata espressamente svolta in funzione dell’imminente edizione 2013 della BIT – Borsa Internazionale del Turismo, (14-17 febbraio p.v.) per offrire agli operatori nazionali ed esteri uno spaccato delle sensazioni espresse degli Italiani. Come già accennato, ad ogni partecipante è stato chiesto di aggiungere al voto una breve motivazione.

Qui di seguito l’elenco delle key words (parole chiavi) più emblematiche:

Salento: mare, cordialità, enogastronomia, ospitalità, barocco, olio, musica, uliveti, tradizioni;

Cinque Terre: mare, scenari suggestivi, terrazzamenti, cordialità;

Costiera Amalfitana: mare, limoni, Positano, enogastronomia, musica classica, affabilità, ceramiche, mozzarella;

Chianti: agriturismo, vino, colline, enogastronomia, pace, scenari suggestivi, vigneti;

Versilia: eleganza, mare, vita mondana, spiaggia, locali.

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Coltivare lenticchia nel Salento

 

di Antonio Bruno

Ma se io volessi coltivare la lenticchia in modo tradizionale, così come la coltivavano i miei nonni cosa dovrei fare? Me l’ha chiesto il mio amico Fernando Gabellone, altre braccia conquistate dall’agricoltura. Fernando fa tutt’altro si interessa di sicurezza, ma non sa resistere al richiamo della sua terra, del pezzetto di paesaggio rurale che ha acquistato e che cura amorevolmente ogni volta che può.

La coltivazione in Europa e in Italia

La lenticchia potrebbe essere coltivata in tutta Europa, ma siccome il reddito è più basso di altre colture e anche per la suscettività agli attacchi fungini non è molto diffusa. Ecco che allo stato attuale l’Europa importa una grande quantità di lenticchie da Canada e USA, che è di 150mila tonnellate l’anno, mentre l’Italia ne importa circa 19mila tonnellate. Per rendere conveniente la coltivazione della lenticchia in Italia sono state istituite delle Lenticchie a Denominazioni di Origine Protetta DOP per specifiche varietà caratterizzate da particolari sistemi colturali in aree geografiche definite. Tale circostanza potrebbe essere la coltivazione della DOP Lenticchia verde di Altamura nel territorio della Puglia e quindi anche nel Salento leccese.

Il ciclo di vegetazione

La prima cosa che si deve tener presente è che la lenticchia non tollera la siccità e quindi va seminata nel periodo delle piogge se si desidera che cresca rigogliosa e in tal caso il ciclo di vegetazione è di 5 – 6 mesi; se invece si semina in primavera ecco che il ciclo si accorcia a 3 -4 mesi.

Preparazione del terreno

Due arature di cui la prima possibilmente alla profondità di 25 centimetri. La concimazione si fa utilizzando il perfosfato e la letteratura scientifica nonché le riveniente dalla pratica del Salento leccese sconsiglia l’utilizzo del letame.

Il perfosfato

Il perfosfato contiene anche dello zolfo, come ad esempio il perfosfato Yara che, nonostante sia classificato come concime CE minerale semplice, contiene il 19 per cento di fosforo e ben il 29 di zolfo. Mentre quello della Panfertil contiene anche solfato di calcio. Un medio perfosfato semplice, a differenza del perfosfato triplo, che è privo di zolfo, contiene il 34 % di anidride solforica, oltre al 31 % di gesso e vari ossidi di ferro, magnesio, sodio, potassio, ecc. Lo zolfo è richiesto dalla lavorazione, perché il fosforo delle rocce fosforiche non è assimilato dalle piante se non contiene, appunto, lo zolfo.

Il perfosfato ha un effetto acidificante per via del gesso, e in terreni molto calcarei questo è un beneficio anche perché il gesso è molto usato nei terreni sodici (che hanno pH alcalino) per migliorarli e allontanare il sodio.

La semina della lenticchia

Nel Salento leccese la semina della lenticchia si fa in dicembre. Per il nostro amico Fernando che ha un piccolo appezzamento è consigliabile una semina a mano in solco mentre se tu hai da investire qualche ettaro di terreno a lenticchia è consigliabile l’utilizzo di una macchina seminatrice regolata per una semina a file distanti 35 centimetri. Occorrono 40 chili di seme per ettaro.

Sarchiatura

Successivamente è bene effettuare una sarchiatura che con zappa o mezzi meccanici rompe lo strato superficiale del terreno ed estirpa le erbe infestanti ottenendo il risultato di areare il terreno e di diminuire l’evaporazione dell’acqua ivi contenuta, oltre a facilitare la penetrazione nello stesso dell’acqua piovana. Nel Salento leccese la sarchiatura è utilissima poiché, come tutti sappiamo, c’è la probabilità di una siccità in periodo primaverile estivo. Il nostro amico Fernando potrà senz’altro procedere alla sarchiatura sia utilizzando la zappa oppure le sarchiatrici meccaniche. Queste ultime effettuano la sarchiatura in modo molto più veloce ma in maniera meno precisa rispetto alla zappa. In genere la prima sarchiatura viene praticata un mese dopo la semina quando le piantine hanno già 3 o 4 foglie.

La raccolta della lenticchia

Si effettua a maggio quando la pianta in parte è ancora verde. Infatti la maturazione della lenticchia è graduale, dai baccelli più bassi a quelli più alti, mentre il baccello appena maturo deisce e quindi rilascia il seme che se non fosse in un ambiente protetto andrebbe disperso nell’ambiente. Il termine deiscenza indica, in ambito botanico, il fenomeno che riguarda quegli organi (come frutti o antere) che una volta giunti a maturità si aprono spontaneamente per lasciare uscire il proprio contenuto.

Inoltre tale raccolta anticipata della lenticchia previene anche l’infezione del Tonchio.

Produzione

La produzione oscilla fra i 6 e i 12 quintali di seme per ettaro e di 5 – 8 quintali di paglia. Tenendo conto che una confezione di 500 grammi di lenticchia si vende on line a circa 6 euro si avrebbe una produzione lorda vendibile di circa 14mila euro per ettaro.

Il Salento è un’immensa partita a scacchi in fondo

Nardò. Torre Squillace (ph Maria Aurora Trentadue)

 

di Gianni Ferraris

“Il gioco degli scacchi è il gioco della vita, il re ha un potere solo apparente, è la donna, la regina che decide le sorti della sconfitta o della vittoria, però è lui, alla fine, a capitolare” mi diceva in parte scherzando Giovanni, il mio maestro di scacchi. E mi raccontava di quella guerra sciagurata, della ritirata dalla Russia così lontana, così ghiacciata. E delle donne russe che lo hanno accolto nella loro casa e lei, la più anziana, che gli tolse scarpe e calze e mise i suoi piedi sul suo seno per farli rivivere. Poteva perderli. Non avevano abbigliamento adatto. Giovanni, bravo sarto e improbabile pittore che spiegava la sua filosofia in quei dipinti quasi infantili. E gli scacchi come gioia e simboli della vita stessa.  Si faceva serio quando ne parlava come “la battaglia, forse la guerra della vita”.

I quadri e i pezzi. Bianco e nero. La vita contro la morte, il caso contro la ragione, l’autodeterminazione contro la predestinazione, eros e thanatos.  Il bianco ha la prima mossa sempre. E’ la regola, è la vita che muove i suoi passi.  E la strategia è la speranza.

“Il settimo Sigillo”, con il cavaliere che si gioca la partita contro la morte. Quasi a significare la ricerca del senso della vita, di Dio, dell’uomo.    La vittoria non esiste, non può esistere.  Però il tempo lo si ruba con il tempo delle mosse. Non c’è possibilità di passare il turno, però si può azzardare, osare. Il cavaliere incontra la signora nel bosco (apertura), poi il pasto con fragole e latte (partita), poi la foresta, prima del temporale (il finale).

Nato forse in India, forse in Cina, e portato da noi nel medio evo, il gioco degli scacchi ha da sempre significato un unicum in cui si muovono emozioni e ragione. Probabilità e fato.  Strategia e tattica contro l’alea della fortuna cieca delle carte o dei dadi. I pezzi come gli arcani dei tarocchi, ognuno con un suo significato ed un suo ruolo preciso, colmo di misterioso fascino, unico.  Ci sono le truppe leggere, quelle da mandare avanti per aprire varchi, spesso carne da macello, i pedoni. Le torri, in origine carri da guerra possenti e potenti. Gli alfieri, nell’antichità erano elefanti usati in combattimento e per gli spostamenti. I cavalli, immutati e indispensabili. La regina e il re. Il generale e il suo consigliere e protettore. Tutti i pezzi possono cadere ed essere ammazzati, presi, eliminati. Tutti tranne il Re. A lui si può dare solo “Scacco matto”. Shah (re) dal persiano,  mat (è morto) dall’arabo. Solo quando gli scacchi arrivano a noi il re si dice “morto”, non prima.  Perchè nessuno può osare tanto. Si imprigiona, gli si impedisce di muoversi ulteriormente e deve capitolare, cedere le armi, però non muore. Deve essere pronto ad un’altra partita, un’altra guerra. Quando un re morirà sarà per sempre.

Vuole la leggenda che l’inventore della scacchiera e del gioco degli scacchi chiedesse al re un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via. Sarebbe arrivato alla cifra di 18.446.744.073.709.551.616 chicchi di grano.

Matematica e geometria si fondono nel gioco degli scacchi, a simbolismo e fato. Nelle case si muovono filosofia e pensiero. Bianco e nero. Le 64  case derivano forse dagli 8 trigrammi commentati nell’I-Ching. Il visibile, spirito e divino. In altri luoghi si parla del simbolismo 8 x 8 come iconografia sacerdotale per i brahamani.

Perché è utilizzata nell’arte, cosa rappresenta, a chi parla la scacchiera? In quella battaglia c’è l’essenza dell’essere, la contrapposizione stessa fra divino ed umano. Angeli e demoni che si scontrano, confliggono, periscono. Ed è ammessa la promozione, solo per i più umili pedoni però. Quando  uno arriva in ottava si trasforma in qualcosa di più grande, importante. Può diventare tutto tranne il re. Solo lui, il sovrano, il generale, non è mutuabile. L’esercito si può rinnovare e sostituire. La caduta del re è l’impero che si dissolve, senza possibile rinascita.

La scacchiera è l’otto per otto,   la forma ideale di una casa, un villaggio, una città, un mondo.   E’ il luogo per eccellenza. Nascita, vita e morte, tutto dentro quel quadrato e quelle case. Fuori solo il nulla. E il nulla è impensabile, troppo lontano e non immaginabile dalla mente umana, come l’infinito. Come quel numero di chicchi di grano.

Nardò, Torre di Santa Caterina (ph Maria Aurora Trentadue)

Giovanni, grande sarto passato dalla Russia non per turismo. Amante della vita e della pittura. Occhiali con spesse lenti, strano nodo alla cravatta. Ha trascorso tutta la vita fra case bianche e nere. Non era, in fondo, un buon giocatore. Lui la studiava la scacchiera, la viveva come filosofia. Però, a pensarci bene, era un ottimo giocatore. Sapeva che il re non muore. E sapeva che la regina, la donna, il consigliere del re è il vero stratega. Perché lui, il re, ha il cammino limitato, una casa per volta. Lei può correre fin dove c’è spazio aperto, tramare in ogni direzione. Amava, Giovanni, il pedone che non diventerà mai re. Al massimo una seconda regina, un secondo consigliere. Le torri di guardia della costa salentina stanno ad aspettare e proteggere il re. Come macchine da guerra in attesa della mossa avversaria.  Sono torri bianche. Forse così le avrebbe intese Giovanni se fosse arrivato fin qui.  Se il re nero muove le sue navi le torri riparano i pezzi bianchi. Arrocco, difesa. Il nero vince sempre?  A volte no, si può rimandare. Il Salento è un’immensa partita a scacchi in fondo. Forse la più grande che io conosca.  Nei paesi si muovono le pedine della vita e della morte. Ci sono anime di mille re (baroni?) sconfitti che vagano nelle piazze, con la rabbia per la sconfitta o pacata rassegnazione. E ci sono orgogliosi vincenti nei secoli. Hanno lasciato tutti un segno de loro passaggio. Dolmen e menhir. Palazzi baronali e chiese contrapposti che si guardano nelle piazze. Masserie fortificate con alte mura di cinta.  E’ un campo di battaglia, orgogliosamente chiuso in case bianche e nere. Fuori c’è altra vita, ma è, appunto, altra. La vita si combatte solo dentro quelle case. I neritini se la sono giocata con la “libera repubblica di Nardò” e prima ancora, nel 1647 con la rivolta vinta dal re nero. E si combatte a Calimera  :“Zeni su en ise ettu s ti kalimera”, dove vince il bianco, la morte per ora non arriva.

La Via dicembrina e natalizia a Lecce e nel Salento

 

di Daniela Bacca*

Gli itinerari dicembrini e natalizi a Lecce e nel Salento, sono tra i percorsi più ammalianti ed evocativi della cultura locale.

Ci si incammina nell’intimità dei borghi antichi e dei luoghi di culto, alla scoperta dei simboli e delle tipicità rituali e artistiche, sociali e religiose che fin dall’antichità raccontano il ciclo del calendario liturgico e tradizionale natalizio.

I percorsi tematici seguono originali atmosfere invernali riscaldate da immagini festose ed avvolgenti: la “via delle opere d’arte” che illustrano le storie dei tanti Santi celebrati nel mese di Dicembre ed il “ciclo della natività” di Gesù Bambino; la “strada dei presepi” culturali ed artigianali, di cartapesta, pietra e terracotta, tematici e viventi; il “calendario delle feste” nutrite da riti religiosi e pagani e degustazione di prodotti enogastronomici tipici preparati durante l’inverno ed in occasione delle festività.

Lecce è la “regina” salentina: il suo centro storico sembra un presepe blasonato, addobbato a festa con le sue delicate e raffinate luminarie lungo le strade e le piazze, e con le ghirlande ed i capitelli barocchi che arricchiscono i prospetti dei palazzi nobiliari e le facciate delle Chiese; esposizioni artigianali, mostre tematiche ed eventi musicali e teatrali impreziosiscono le sue scenografie urbane e culturali; le botteghe di cartapesta immerse a modellare e fuocheggiare “pupi” e presepi,  e le prelibatezze dolciarie di pasta di mandorla e cotognate leccese sui banconi dei forni e delle pasticcerie, sprigionano i profumi ed i colori della bontà di un tempo che puntualmente si rinnova ogni anno con  tradizioni storiche e culinarie. Barocco e balocco di gioie autentiche evocano le percezioni  della bellezza e della nascita natalizia.

La Grecìa Salentina è il Natale contadino, un presepe sentimentale che richiama il ritorno ed il ritornello delle storie paesane e fiabesche, delle misteriose leggende folcloristiche e dei “cunti” delle donne con in mano il ricamo del bisogno e del passatempo: suggestivi centri storici e minute “case a corte” ospitano i presepi viventi, animati dai mestieri domestici intorno al focolare dove si impastano la pasta, il pane locale ed i dolci della festa, si cucina la “pignata” e si friggono le “pittule”; nei conventi si respira la spiritualità della Nascita, meditazione candida tra presepi artistici, storici e francescani che si incontrano tra aulici altari, silenziosi chiostri, verdeggianti giardini e sontuose navate; nelle stradine c’è il profumo del fuoco scoppiettante, ancora propiziatorio dei riti simboleggianti il nutrimento ed il rinnovamento, la purificazione e la speranza.

Il Sud Salento ricorda il presepe arcaico incastonato tra le tortuose stradine a labirinto dei centri storici, i muretti a secco e le pietre affioranti delle campagne, ed i belvedere paradisiaci dei “due mari”: incantevoli scorci paesaggistici su pendii e colline, pittoreschi borghi urbani e rurali, e deliziosi angoli marini ospitano rappresentazioni magiche degli uomini sapienti e laboriosi, impegnati nei dolci e faticosi mestieri agresti ed artigianali salentini ; tra i vicoli si respira il clima del silenzio e del lavoro offerti a Dio; nelle Chiese si intonano inni e canti gioiosi tra le immagini dipinte e modellate che narrano le storie evangeliche di Maria e del Bambinello.

I circuiti diversificati della “Via dicembrina e natalizia”, sono articolati e programmati dal 6 Dicembre 2011 al 6 Gennaio 2012 e si differenziano sulla base dei giorni specifici e delle esigenze dei gruppi organizzati e delle scolaresche.

INFO: PolisTurismo – itinerari tematici e visite guidate

polisturismo@libero.it – cell. 340/4054179

* Progettista di itinerari tematici, turistici e culturali; Guida Turistica di AssoGuide regionali di Puglia;  Titolare della Polis Turismo – percorsi a tema e visite guidate

Il campo dei fuochi

 Vi racconto la speranza

di Ezio Sanapo

L’ultimo breve periodo di speranza che si possa ancora ricordare, risale alla fine degli anni ’60 e fu stroncato sul nascere dalla cosiddetta “strategia della tensione,” che non si limitò alle stragi di vittime innocenti ma rispolverò la filosofia dell’individualismo, tanto cara ai governi conservatori di questi ultimi anni.

La paura è nemica della speranza e a partire dagli anni ’80, la gente cominciò a barricarsi in casa. Quel imponente ripiegamento di massa fu chiamato” riflusso” che concretamente significa rinuncia, dietrofront. Il tutto all’insegna dello slogan: “Privato è bello”.

Da allora sono passati ormai troppi anni e non credo che oggi la gente sia felice, chiusa in casa e in se stessa: Per la sua tranquillità non sono bastati tutti i sistemi di sicurezza possibili: lucchetti, porte corazzate, videocitofoni, telecamere, sistemi di allarme, cani da guardia, guardie giurate, siepi, muraglie e filo spinato e non ultimo la legge che autorizza a sparare a vista. Ma fuori, del nemico neanche l’ombra (tanto poteva entrare via cavo). E per via cavo, invece di cultura, entra una concezione deformata e volgare della realtà che ha seriamente danneggiato la sensibilità della gente e la sua disponibilità ad emozionarsi. Senza emotività e stimoli culturali i liberi cittadini non hanno più parlato e i liberi pensatori non hanno più pensato. Mi riferisco ai tanti e qualificati intellettuali che abbiamo in tutto il paese, sono ormai decenni che questi ultimi non scendono sulle piazze.

Essi, abbandonati dalla gente comune, si sono isolati in cerca di se stessi: alcuni si sono limitati a un dialogo chiuso all’interno della propria categoria, senza un coinvolgimento popolare, altri, i più validi, hanno perso ogni speranza. Sul fatto che non ci sia più speranza essi hanno ragione ma non è questo il problema. Il problema vero è la loro solitudine, che è la stessa di tutti noi: una solitudine né voluta, ne casuale: la soluzione di questo problema è la premessa per un nuovo clima di speranza. Un intellettuale, si sa, è per certi versi una figura scomoda, se poi sta tra la gente lo è a maggior ragione perchè tra la gente crea Speranza, dividi le due cose e la speranza muore. Prova ne è il fatto che oggi effettivamente non si intravede all’orizzonte nessuna grande idea e nessun progetto di società che sia in grado di risvegliare grandi ideali e stimolare passione.

I governi che si susseguono a malapena riescono a portare avanti il disbrigo dell’ordinaria amministrazione con programmi a breve termine. Direbbe Platone: “Quando uno Stato è male amministrato è giusto cominciare a trasformare intanto la nostre coscienze”. Io spero che partirà dai nostri intellettuali la richiesta di riscatto della nostra dignità storica e morale e il ripristino dei valori della nostra cultura classica e universale. “I beni materiali di ogni società più vengono ripartiti più diminuiscono, la cultura invece è l’unico bene dell’umanità che al contrario diventa più grande se più distribuito” (Hans G. Gadamer). A loro e a una nuova speranza che sia di supporto e di stimolo per tutti, dedico, come racconti per adulti e bambini, queste mie modeste riflessioni.

“Quasi una ninna nanna”

Non deve essere facile per un bambino appena nato essere fiducioso e tranquillo in un mondo che lo sovrasta per la sua enormità, lui così fragile e indifeso. Ma c’è la mamma che lo tranquillizza e gli somministra una razione giornaliera di fiducia e speranza. Lo fa con ogni modo: la mammella, i baci e le carezze; lo fa cantilenando e discorrendo con il bambino. La mamma gli parla, il bambino non la comprende ma la guarda negli occhi e capisce che quelle della mamma sono buone notizie, che fanno ben sperare e si addormenta.

“La cometa e i fuochi di artificio”

La speranza viene vissuta come una vigilia: nella tradizione popolare e religiosa è rappresentata da quel lungo periodo in cui le anime del Purgatorio vivono in attesa dell’Avvento che culmina con la venuta del Messia e della liberazione dalle loro pene. A segnalare e simboleggiare la sua venuta è una stella cometa che indica un orientamento, una direzione. C’è ancora oggi, da parte della gente, il bisogno e la necessità che un corpo celeste, al di sopra di noi, indichi una presenza e una direzione. Nelle feste dei santi protettori, altre popolazioni di anime “penanti” ma dello stesso purgatorio, hanno sostituito le comete con i fuochi artificiali. Il finale di ogni festa è sempre uguale: Allo spegnersi di ogni cometa e allo scoppio dell’ultimo e dirompente botto di ogni fuoco artificiale, c’è il silenzio e il buio totale. E’ quello il momento in cui ognuno di noi sente il bisogno di guardarsi intorno a cercare accanto a sé la presenza di qualcuno.

“Il sepolcro e il grano”

C’era una volta il rituale dei “Sabburchi” (dei Sepolcri) e del miracolo del grano che nasce al buio nello spazio di una bacinella di terra e tufo, coperta con uno straccio bagnato e nascosta sotto il letto per trenta giorni, tirata fuori e decorata con piccole bandierine di carta e petali di fresie. Così addobbata, veniva portata in chiesa prima di Pasqua, il giorno della morte di Cristo. Immaginate lo spettacolo che possono creare cento bacinelle variopinte e tutte ricoperte di teneri fili di grano appena nato, ai piedi dell’altare. La speranza che sfida la rassegnazione, il trionfo della vita sulla morte: cento singole bacinelle che unite tutte insieme formano un campo di grano e, su questo, Cristo risorto!

“Una valigia piena di sogni e di speranza”

da: http://theappletheking.blogspot.com

Ci sono ancora, da qualche parte, cento famiglie che tutte insieme formano una comunità, ma divise e sparpagliate sono rimaste con un pugno di terra che ognuno ha portato con se, come lievito, convinti che la terra potesse lievitare: la speranza viva per miracolo. Chi è emigrato lo ha fatto suo malgrado, per necessità, ma senza fare nessuna rinuncia. La rinuncia e il danno lo hanno fatto quelli che sono rimasti. Chi è rimasto ha accettato compromessi e in cambio della propria tranquillità ha “lasciato fare”. Sono stati stravolti i centri storici, hanno occupato illegalmente le nostre coste, hanno comprato le masserie e le hanno trasformate in ville con piscina, hanno riempito i terreni di discariche abusive, hanno creato diffidenza reciproca, hanno ucciso il dialogo e, come dice un mio caro amico, hanno ucciso la speranza. Verso la metà degli anni settanta ci fu un massiccio ritorno e chi è tornato ha trovato ormai sciolto quel vincolo di solidarietà che aveva unito generazioni per millenni di anni. Altrettanto massiccia fu la ripartenza, come quella di una nuova ondata di emigrazione giovanile che, ancora oggi, dissangua il meridione, conseguenza di quel patto scellerato tra governanti e governati. Anche questi nuovi emigranti porteranno con se i sogni e la speranza che è stata tanto utile a coloro che li hanno preceduti e che, messi tutti insieme, sono tanti. Così tanti da decidere, addirittura, il Governo e le sorti di una Nazione, com’ è avvenuto con il secondo governo Prodi. L’ex ministro conservatore Tremaglia, autore della recente legge sull’immigrazione non immaginava certo che anche i sogni e la speranza potessero essere di così lunga conservazione e casualmente ha toccato una piaga ed è successa una rivoluzione o semplicemente un miracolo, quello di una bacinella che diventa un campo di grano.

“Il Sud come l’Andalusia ”

Visitando certe zone del Sud, ti sorprende e ti sconforta vedere, a qualsiasi ora, le strade e le piazze deserte: sembra che nei paesi non ci sia più nessuno. Allora ti vengono in mente quegli stessi luoghi negli anni settanta, il clima di festa di allora, una festa durata diversi anni. La gente chiedeva Cultura, voleva Sapere. Mi ricordo la moltitudine di artisti e critici d’arte lavorare gomito a gomito e tanti collezionisti di quadri. C’era una galleria in ogni paese e la gente andava numerosa a visitarle. Chi vive oggi in quei paesi si chiede: “Che fine ha fatto tutta quella gente? E tutti quegli intellettuali?” Mi vengono in mente i versi del poeta spagnolo Rafael Alberti esiliato in Italia a causa del regime fascista, il poeta si chiedeva:

“E’ possibile che l’Andalusia sia rimasta senza nessuno? E’ possibile che sui monti andalusi non ci sia nessuno? Che sui mari e nei campi andalusi non ci sia più nessuno?”

E’ il lamento di dolore causato dal vuoto di speranza e dalla solitudine che ne consegue; dalla distanza tra l’intellettuale e la comunità, distanza tanto simile a quella che si è creata tra la metà di popolazione che è andata via e l’altra che invece è rimasta, senza che nessuno avesse stabilito, tra l’una e l’altra, il necessario dialogo costruttivo che potesse far sperare.

“Il campo dei fuochi”

Il campo dei fuochi stava appena fuori dalla periferia del paese così molta gente poteva guardare i fuochi d’artificio dalla propria terrazza. Visto così al buio sembrava un posto misterioso e chissà quanto lontano, faceva quasi paura. Nei giorni precedenti, prima e durante la festa nessuno aveva potuto avvicinarsi, il divieto era tassativo e gli addetti ai lavori erano stanchi di ripeterlo. Il giorno successivo invece, visto alla luce del sole, era un campo qualsiasi, né incolto né coltivato. Disseminati da tutte le parti, sembravano ancora caldi i pezzi di carta bruciacchiati delle “carcasse”, carta dura e resistente, ricavata dai sacchi di cemento, non facilmente infiammabile. Dopo la festa, di buon mattino,come tutti gli anni, i ragazzi erano là, sparpagliati su tutto il campo a cercare frammenti di polvere da sparo. Erano frammenti di colore nero, di grandezza diversa, nascosti tra le zolle ed i piccoli cespugli. Messi tutti insieme in un barattolo di latta, lo portavano di nascosto a casa. Come ogni anno, la sera si sarebbero riuniti e, sempre di nascosto, avrebbero incartato il tutto e messo in uno “stompo,”; poi, con una miccia di carta accesa, lo facevano esplodere, causando un botto improvviso, forte e violento. Non era certo un fuoco di artificio, ma fra tutti quelli esplosi nei giorni di festa, era forse il più gradito. Siccome la festa era passata, il paese era ricaduto nel suo letargo e questo i ragazzi non lo avevano accettato. Così, d’improvviso, si spalancavano porte e finestre, si sentivano voci dappertutto, cani abbaiare e pianto di bambini. Il paese era ancora vivo.

Il bello di un botto è la sua imprevedibilità, non sai mai quando scoppia né dove. E poi un botto serve a tante cose: può dare il segnale che una festa è finita o che sta per cominciare. Può scoppiare oggi o non scoppiare mai.

…tu però stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.
( da ” il messaggio imperiale” di F. Kafka )

Tutte le ricette tradizionali per il lampascione, il re dei bulbi

di Massimo Vaglio

Lampascioni in insalata

Nettate i lampascioni, lessateli in acqua salata, fateli raffreddare, divideteli in due se sono grossi e conditeli con olio extra vergine, aceto, pepe e a piacere con menta o prezzemolo. Serviteli freddi. Una variante, consiste nel cuocerli nel modo anzi descritto e nel servirli accompagnati da rape di barbabietole lesse, condendo il tutto come sopra indicato. E’ bene che queste insalate per insaporirsi meglio vengano lasciate riposare qualche ora condite prima di essere servite.

I lampascioni costituiscono da tempo immemorabile, uno degli stuzzichini tradizionali dei pugliesi e dei salentini in particolare, per cui, forse non esiste “putea ti mieru”, così sono denominate le caratteristiche botteghe di vino con mescita nel Salento, ove non vi sia una brava coppa di “lampasciuni ccunzati”, (conditi cioè con olio, sale, pepe e aceto) a disposizione degli avventori, poiché si ritiene che il loro gusto dolce-amaro favorisca il consumo di vino.

Lampascioni cotti nella cenere calda

Questo è un piatto a dir poco primordiale, uno dei primi alimenti umani, insieme ai tuberi di asfodelo, sin dal Neolitico, ma l’uso di arrostire i lampascioni nella cenere, al contrario di quello dell’asfodelo, si è conservato sino ai nostri giorni. Quando gli “alàni” delle masserie pugliesi, ossia i bifolchi addetti all’aratura con muli o buoi, arando il terreno cavavano dei bulbi di lampascione, li raccoglievano e la sera, rientrati per la cena a base quasi

I càpperi, perle verdi della cucina salentina

di Antonio Bruno

Certe volte i ricordi dell’infanzia si possono concretizzare nell’immagine di un uomo in bicicletta che aveva il suo negozio fatto di una cassetta di legno sulla ruota posteriore, dietro alla sella. A San Cesario di Lecce, nel Salento leccese, a un tiro di schioppo dalla città capoluogo all’angolo di un incrocio tra via Saponaro e via Liguria dove erano diffuse abitazioni frutto dell’edilizia economica e popolare del dopo guerra e che negli anni sessanta suonava pressappoco “CASE INA” un uomo in bicicletta si guadagnava da vivere gridando “Chiapperi Chiapperì!”lui voleva dire che vendeva Capparis Spinosa L. (Cappero) nome volgare italiano Cappero della Famiglia Capparidaceae. I capperi erano conosciuti ed apprezzati sin dai tempi dei Greci e Romani: era ingrediente basilare del famoso garum, la salsa aromatica più importante dell’epoca. Prima del 5.800 avanti Cristo era presente in Iraq, la mezzaluna fertile che si chiamava Mesopotamia, l’hanno trovato negli scavi fatti nella cittadina di Tel es Sawwan. Ma si parla del Cappero anche nella Bibbia nell’Ecclesiaste XII 5, Dioscoride nel suo “De Materia Medica” (II,204) scrive degli usi terapeutici del Cappero, Plinio il vecchio nel suo “Naturalis historia” (XIII, 127) dice che l’unico cappero buono è quello egiziano tutti gli altri sono pericolosi!

pianta di cappero in fiore (ph M. Gaballo)

Una volta per far nascere il cappero da

Distillerie, alcool e liquori nel Salento

di Massimo Vaglio

Un elemento che contraddistingue e caratterizza molti paesi del Salento, è la presenza di antiche, svettanti ciminiere color sughero. Nella quasi totalità dei casi si tratta dei monumentali camini delle gloriose distillerie che hanno operato in questa subregione sino agli ultimi decenni del secolo scorso.

Osservando l’imponenza e la qualità artistica e architettonica di molti di questi opifici, non ci vuole molto per capire che si trattava, di un’attività industriale particolarmente importante ed opulenta.  Enormi, erano infatti le masse di prodotti e sottoprodotti agricoli locali a basso costo, suscettibili di distillazione; basti pensare, che verso la fine degli anni “20 del secolo scorso, nel solo Salento leccese la produzione di uve da vino sfiorava i tre milioni di quintali, dato da cui si deduce un volume di circa seicentomila quintali di vinacce e un notevole quantitativo di altri scarti della vinificazione. Se a queste di aggiungono la non meglio quantificabile, ma certamente significativa, produzione di carrube e le migliaia di quintali di fichi secchi di scarto prodotti negli stessi anni, dagli oltre ventimila ettari di ficheti specializzati e dalle altre centinaia di migliaia di alberi di fico sparsi per tutta la Provincia, ci rendiamo conto  di quanto questa industria fosse economicamente rilevante.

Verso la fine dell’800 la tecnologia per la distillazione dell’alcool, aveva fatto grandi passi avanti ed è in questo periodo che, anche in seguito all’aumento della produzione vinicola vengono impiantati in Puglia, i primi stabilimenti industriali. Nel 1890 se ne contano 186, dei quali, 50  nella sola provincia di Lecce con 79 alambicchi, 7 dei quali, innovativi alambicchi a vapore, per una produzione complessiva annua di circa 13.000 q.li di spiriti. Di lì a poco, sarebbero scomparsi gli stabilimenti più piccoli, e alla fine degli anni “20 si sarebbero contate ben 40 grandi distillerie, molte delle quali, però non avrebbero, però resistito alla terribile crisi economica del “29. Il settore,  si avviava però, verso un lento, progressivo ridimensionamento, comunque negli anni “60, in provincia, operavano ancora una ventina di solide industrie di distillazione, ma nel 1980, anche molte di queste avevano chiuso definitivamente i battenti.

Ottima la qualità dell’alcool prodotto nel Salento, che, non a caso, alimentava primarie aziende nazionali, quali: la Stock, la Buton, la Sarti etc. Molti, sono inoltre i nomi di imprenditori rimasti indelebilmente impressi nella storia, nella memoria collettiva non solo locale, e negli albi d’onore delle Camere di Commercio e delle Esposizioni Internazionali di molti paesi europei.

Fra questi Luigi Capozza e il figlio Luigi, titolari di una grande distilleria con annessa fabbrica di liquori a Casarano. Il Cavaliere Ambrogio Piccioli, con distilleria e innovativa raffineria di alcool e fabbrica di liquori a Tuglie. Sempre a Tuglie, Pompeo Imperiale e figlio. A Lecce, operava la distilleria Carmelo Pistillo, poi rilevata dall’imprenditore Giacomo Costa e infine demolita per far posto all’Hotel Tiziano. Sempre a Lecce, l’imprenditore neretino Gregorio Falconieri, ai primi del secolo scorso, aveva impiantato una distilleria presso l’ex convento di San Domenico extra moenia, sulla via per San Pietro in Lama, ove aveva iniziato la fortunata produzione dell’Amaro San Domenico, stabilimento che in seguito sarebbe stato rilevato dal Consorzio Agrario Provinciale di Lecce, che ha continuato questa produzione sino ad un recente passato. La ditta F.lli De Bonis, a San Cesario di Lecce, produttrice di tutta una gamma di apprezzati liquori, quali: il Malibrand, l’Anice Crystal Forte, l’Elixir Jamaica, la Sambuca… che ha cessato l’attività nel 2003, alla morte dell’ultimo depositario, Gino De Bonis.

Qualche anno prima, nel 1999, sempre a San Cesario di Lecce, aveva chiuso i battenti un’altra importantissima azienda, la ditta De Giorgi, che aveva operato nel Salento con ben tre distinte, grandi distillerie (a Squinzano, San Pietro Vernotico e San Cesario di Lecce), i cui prodotti, in 90 anni di attività avevano conquistato notorietà anche internazionale ed un ricco e prestigioso medagliere, mitica, l’Anisetta, prodotta sin dal 1919 e, alla quale, nel 1920 venne concesso, da Vittorio Emanuele III il brevetto di fornitore della Real Casa. Altra ditta salentina ad essere insignita con lo stesso ambito riconoscimento fu la Ditta Leone di Nardò, fondata ne 1896 da Gregorio Leone e rilanciata dal figlio adottivo Salvatore Napoli Leone,  scienziato e inventore di grande talento, che ampliando con formule esclusive la gamma delle referenze prodotte, portò la ditta Leone ad essere una delle più accreditate a livello nazionale.  Per non far torto alla memoria di alcuno, precisiamo che, per ragione di spazio, quelle citate sono solo alcune delle premiate ditte salentine.

Negli ultimi decenni la prestigiosa tradizione liquoristica salentina ha rischiato quasi di sparire, ma è stata recentemente ripresa e viene portata avanti,  da alcune giovani dinamiche aziende, che in diversi casi hanno rilevato alcuni storici brand, ma vive anche in molte famiglie, che spesso si tramandano di generazione in generazione l’affascinante arte dei liquori fatti in casa.

Raccoglievano le ulive una per una da terra…

di Giorgio Cretì

D’inverno Antonio aveva sempre trasportato le donne alle ulive. Allora si alzava molto presto per pulire la stalla e governare il cavallo e quando le donne arrivavano, ancora sonnolente e intirizzite dal freddo, egli aveva già attaccato ed era pronto a partire.

Alcuni poderi di don Nino erano lontani dal paese e durante il viaggio, ch’era ancora buio, mentre Antonio sedeva davanti con le gambe penzoloni, le donne si accucciavano nel letto del carro e si coprivano con i sacchi vuoti. Nessuno parlava.

A volte c’era la brina e, giunti sul posto, Antonio accendeva un fuoco intorno al quale tutti si scaldavano le mani rattrappite e mangiavano in piedi il pane che si erano portati da casa. Nel pane ci mettevano intingoli molto piccanti che bruciavano un po’ la bocca, ma scaldavano il sangue e facevano svegliare. Poi le donne cominciavano a lavorare e, curve sulla schiena, raccoglievano le ulive una per una da terra. In genere, il terreno sotto gli alberi era stato lavorato e le ulive cadevano al pulito, ma qualche volta era pieno di spini secchi dell’anno precedente e la raccolta, allora, era molto dura. Anche i ragazzi molto giovani, che non erano in grado di zappare al passo degli uomini, erano adibiti a questo lavoro.

Antonio doveva solo svuotare i panieri e caricare i sacchi sul carro, ma qualche volta aiutava le donne a raccogliere le olive da terra.

Il fattore girava continuamente per gli uliveti, per controllare la caduta e disporre per la raccolta delle olive e, quando incontrava le donne, ogni tanto si fermava a parlare con le più anziane. Le più giovani allora rimanevano con la schiena curva, lavotavano più in fretta e non dicevano una parola. Poi, quando il fattore se n’era andato, c’era silenzio finché le anziane non riprendevano i discorsi interrotti. Ma le giovani non erano chiamate a questi discorsi e, quando riuscivano a mettersi in coppia, parlavano tra di loro a bassa voce. Molto spesso, però, non parlavano affatto perché veniva loro vietato o per paura di essere prese in giro: sembrava che loro sapessero dire solo sciocchezze.

Durante la sosta di mezzogiorno era permesso a tutti di parlare e l’ora era sempre molto attesa. Quando si sentivano i rintocchi delle campane dei paesi vicini, le anziane cominciavano a raddrizzare la schiena, seguite dalle giovani, e lo facevano molto lentamente perché, dopo essere state piegate per tante ore, ormai la schiena faceva più male a raddrizzarla che a tenerla curva. Spesso mezzogiorno suonava più volte ad intervalli irregolari, dipendeva dai sagrestani dei vari paesi, ma il primo era quello buono.

Antonio, un po’ prima dell’ora, andava ad attingere acqua alla cisterna più vicina e poi si occupava del cavallo. Con le donne ci stava poco e le giovani lo sbirciavano mentre era intento alle sue faccende. Tra di loro parlavano di lui e facevano congetture sulla ragazza che poteva occupare i suoi pensieri, non senza un pizzico di malignità e gelosia da parte di quelle che avrebbero volentieri accettato di essere da lui corteggiate. Così giustificavano il suo carattere taciturno e un po’ assente: se non considerava le presenti, doveva pur pensare a qualcun’altra. Se saltava fuori qualche nome, c’era sempre qualcuna che abbassava gli occhi delusa.

Le campagne erano sempre molto affollate in certe stagioni. Nella vicina vigna, di quelle basse alla latina, gli zappatori sconcavano le viti e con la terra tolta, man mano che procedevano lungo i filari, formavano un cavalletto che sarebbe rimasto così fino al momento di accavallare, cioè fino all’operazione inversa di fine inverno. Ogni zappatore portava avanti il suo cavalletto ed era incalzato dallo zappatore che lo seguiva. In genere, conduceva un uomo robusto che poteva zappare più o meno in fretta a seconda che avesse dietro gente capace o ragazzi non ancora forti per tale lavoro.

A mezzogiorno si fermavano anche gli zappatori e si mettevano al riparo dal vento per mangiare il pane che si erano portati da casa. I giovanotti, anche se stanchi, mangiavano in fretta e, seguiti dalle beffe degli uomini, migravano verso gli ulivi a cercare compagnia. Quì venivano presi in giro dalle donne, ma era un gioco anche questo e loro ci stavano, pur di sedere vicino alle ragazze. Non che le coppie avessero la possibilità di appartarsi, ché le sanzioni sociali per la ragazza sarebbero state pesanti, ma c’era il modo, a volte tollerato, di stabilire un incontro per la sera, quando con il favore del buio, il giovane scavalcava il muro di un giardino e abbracciava la sua bella. Gli incontri dietro casa, però, non sempre erano possibili e, tuttavia, erano sempre di breve durata, così come quelli che si riusciva a combinare con la scusa di far visita ad un’amica e compensando un fratellino o una sorellina al seguito della ragazza che, in nessun modo, poteva uscire di casa da sola la sera.

I veri incontri d’amore potevano avvenire in campagna e anche qui ogni precauzione era presa per evitare di essere visti e di passare sulla bocca di tutto il paese.

Quando il vento soffiava da Levante, il mugghìo del mare che si sfracellava contro la scogliera, si udiva da molto lontano e si sentiva l’odore della salsedine che superava la serra di Capriglia e si spandeva per l’aria umida. Gli elementi della natura diventavano vivi e, nel profondo silenzio dell’inverno del Sud, gli uomini e le donne, che riposavano al riparo di un muro di pietre, li percepivano distintamente.

Antonio, in quelle ore di riposo, se ne stava appartato, seduto sopra un sacco con le spalle appoggiate ad una ruota del carro e attendeva la folata di vento che lo facesse viaggiare lontano. Vagava attraverso le chiome degli ulivi, fin dove non aveva più percezione di nulla e gli sembrava di volare, invisibile con il vento e di diventare salsedine, nuvola e aria. Ma volando non passava mai sulle ragazze che lo facevano oggetto dei loro pensieri, perché i luoghi che egli visitava non erano abitati. A volte viaggiava addirittura al buio, avvolto in un involucro di caligine lieve e impalpabile.

Non era mai il primo a rimettersi in piedi, perché decidere l’ora di ripresa del lavoro non spettava a lui; attendeva sempre che le donne si avviassero e poi si muoveva. Sistemava la coperta al cavallo, al quale dava nuovamente da bere, e poi, con in mano il sacco da riempire, lentamente si avviava verso le donne.

Quando non era cattivo tempo, le donne lavoravano fino a che ci si vedeva. Antonio per allora aveva già attaccato il cavallo ed aveva caricato i sacchi pieni sul carro. Le donne gli portavano gli ultimi panieri ed egli sistemava il carico in modo che loro vi si potessero sedere sopra. Si partiva per tornare a casa.

Man mano che il carro si avviava lungo lo stradone, le donne sembravano rianimarsi e non erano silenziose come al mattino, una ben visibile agitazione le prendeva tutte. Le anziane perché era finita una giornata di fatica e tornavano a casa, le giovani con il pensiero alla funzione serotina e alla possibilità di scambiare un’occhiata o qualcosa di più con un giovanotto. Se tornando dalla chiesa si attardavano, sapevano di potersi buscare qualche ceffone, ma vi erano preparate.

Sulla strada incontravano altri carri che pure riportavano a casa donne e tanti erano i carri tanti erano i cori che si muovevano nella sera. Anche con il freddo nel ri torno verso casa, le donne cantavano.

Antonio, se riceveva lo stimolo giusto da arie consone al suo carattere, si distraeva dai suoi pensieri e cantava con le donne: con una voce maschile, anche se ancora non molto marcata, il coro acquistava più vigore. Quando si lasciava trasportare dalla canzone, cantava il ritornello con tutta la forza della sua voce e si sentiva trasportato lontano lontano e sicuro di sé. Per le ragazze diventava il giovane più desiderabile del paese.

Il cavallo che come le donne era contento di tornare a casa, procedeva ad un trotto lento ma cadenzato, mentre il vento di tramontana prendeva d’infilata la strada. Le donne se ne stavano accucciate sui sacchi pieni, alle spalle di Antonio che ogni tanto stimolava il cavallo ad andare più in fretta.

Quando entrarono in paese, le campane della chiesa chiamavano puntuali alla funzione della sera e il coro si interruppe su questa strofa:

«L’acqua ci te llavi la matina,

te preu Ninella mia nu Ila minare.

A dhu ci la mini tie nasce nna spina,

nasce nna rosa russa pe ‘ndurare».

 

(capitolo secondo de “L’Eroe Antico”, stampato a Milano
nel 1980 e segnalato dalla Giuria del Premio Stresa)

La Centoporte di Giurdignano

Chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte” a Giurdignano (Lecce)

di Michele Bonfrate

I ruderi della chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte”, costruita tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., si trovano nel territorio comunale di Giurdignano (provincia di Lecce) a circa km. 1,5 a nord del paese percorrendo la strada denominata via San Cosma che dal centro abitato conduce ai Laghi Alimini, in un contesto paesaggistico rurale di coltivazione estensiva ad uliveti scarsamente urbanizzato.

I resti monumentali dell’edificio appartengono ad una grande basilica a tre navate, di circa m.30 di lunghezza e m.17 di larghezza e strutture murarie conservate in elevato fino ad un altezza massima di circa m.5.

Grazie al rilievo architettonico eseguito nel 1882 dall’Ing. Giovanni Bodio, alla coeva descrizione dell’illustre Cosimo De Giorgi, alle fotografie del 1930 di Giuseppe Palumbo, allo studio architettonico del 1961 del Prof. Adriano Prandi, alle indagini archeologiche condotte dal Prof. Paul Arthur nel 1993-95 ed al minuzioso studio architettonico condotto dall’Arch. Michela Catalano del 1995 (cui spetta il merito di aver riscoperto con una mirata ricerca d’archivio l’intitolazione della chiesa di Centoporte ai Santi Cosma e Damiano), è possibile documentare la grande importanza storica, architettonica e archeologica che assume l’immobile demaniale malgrado lo stato di avanzato degrado in cui versano i ruderi, che non hanno mai subito un intervento conservativo o di valorizzazione ma soltanto impuniti atti di demolizione e danneggiamento da parte di ignoti, nonostante da oltre un secolo siano segnalati come meta turistica.

Nell’aprile del 1880 Cosimo De Giorgi la trova «in uno stato miserando; l’antica chiesa era di forma basilicale a tre navi divise da dieci pilastri, senza croce, con una sola abside in fondo alla nave mediana, ed era preceduta da un vestibolo o pronao di forma rettangolare. Il presbiterio era collocato nella nave mediana dinanzi all’altare maggiore; ed un muricciuolo chiudeva il coro e gli amboni. Le pareti erano intonacate e dipinte a fresco. La facciata terminava in alto a frontone ed una finestra trifora illuminava la nave mediana e le dodici finestre aperte nei muri laterali della stessa nave sopra gli archi sorretti dai pilastri. Il tetto era a due pioventi; le navi laterali aveano una sola falda. Tre porte mettevano dal pronao nell’interno del tempio, una per ciascuna nave a tre finestre erano aperte nella parete semicilindrica dell’abside, un’altra porta metteva in comunicazione la nave sinistra con una stanza che forse faceva parte del cenobio basiliano. I muri esterni delle navi laterali, i pilastri, il presbiterio sono un mucchio di informi rovine ed hanno ricoperto l’area interna dell’antica basilica sotterrando il pavimento. La smania dei cercatori di tesori  ha messo tutto a soqquadro. La cripta è stata anch’essa saccheggiata e sotterrata. Molte monete sono state rinvenute nei poderi attigui alla basilica; ed un tesoretto scoperto nel secolo scorso a poca distanza dalle Centoporte servì alla costruzione della chiesa di Giurdignano. Terminerò col far voti che l’edifizio sia cinto con un muro per conservare, almeno in omaggio alla storia, i pochi ruderi rimasti ».

L’abside, i pilastri, gli angoli dell’edificio ed altri punti di carico strutturale sono realizzati con l’impiego di grandi blocchi squadrati in pietra leccese, provenienti da qualche edificio di probabile origine ellenistica, come testimonia la presenza di lettere greche incise. Le altre strutture murarie sono costituite da blocchi più piccoli di calcarenite locale grossolanamente squadrati e legati con un ottima malta ed intonaco bianco in diversi punti conservato con eccezionale presa.

Scavi archeologici condotti dal Prof. Paul ARTHUR (Università di Lecce) negli anni 1993-95 hanno permesso di verificare ed acquisire nuovi dati dell’edificio.

Numerosi frammenti di tegole e coppi ceramici hanno testimoniato la copertura a doppio spiovente della navata centrale ed a singola falda le coperture delle navate laterali e del nartece. All’interno dell’edificio non è stata trovata traccia di pavimentazione, mentre il rivestimento parietale superstite era fatto d’intonaco bianco.

La ceramica rinvenuta nelle fosse di fondazione della chiesa e fra i giunti dei blocchi, sembra databile tra il tardo V e gli inizi del VI secolo; di fronte alla chiesa, e nei campi intorno, ove affiora il banco di roccia calcarenitica, è stata rinvenuta una serie di tombe, alcune delle quali sono databili al tardo VI o VII secolo.

Tipologicamente l’edificio ha vari confronti con città del territorio bizantino orientale compresa Costantinopoli.

Probabilmente durante il VII secolo inoltrato o quello successivo l’edificio basilicale fu sostanzialmente ristrutturato (forse in un monastero) con la creazione di ambienti all’interno della navata centrale e con il tamponamento delle aperture esterne. Non è chiaro quanto tempo sia passato tra la fine della costruzione della chiesa originaria e l’inizio delle nuove costruzioni al suo interno; il risultato della ristrutturazione sembra essere la fortificazione dell’edificio tramite il tamponamento delle aperture dei muri perimetrali della chiesa, la costruzione di due piccoli edifici nella navata centrale: il primo sfruttava l’abside e pare sia stato una piccola chiesa, successivamente decorata con affreschi (nel 1608 la visita pastorale dell’arcivescovo di Otranto attesta la presenza nell’abside dell’immagine della Vergine, dei santi Cosma e Damiano, di san Francesco e di sant’Eligio); il secondo edificio, il cui muro di fondo era costituito dalla facciata della chiesa, forse ospitava gli ambienti di servizio, quali refettorio e il dormitorio, verosimilmente dislocati su due piani. Lungo il lato settentrionale della chiesa fu aggiunto un ambiente rettangolare, in cui è stata rinvenuta una sepoltura databile intorno all’XI secolo.

L’ultima santa visita dell’ arcivescovo di Otranto alla chiesa di Centoporte è del 1626 e viene descritta in buone condizioni.

Due secoli e mezzo dopo Giovanni Bodio e Cosimo De Giorgi la descrivono e la documentano come un imponente rudere; alla metà del XX secolo Adriano Prandi documenta un ulteriore disfacimento; cinquant’anni dopo Michela Catalano eseguendo un accurato rilievo architettonico riscontra che altri crolli e demolizioni hanno ulteriormente danneggiato l’indifeso monumento.

L’immobile è una proprietà del Demanio ferroviario della Regione Puglia, sito nel Comune di Giurdignano (provincia di Lecce) ed è stato consegnato all’associazione di volontariato Archeoclub d’Italia Sede locale di Porto Badisco (con sede in Uggiano La Chiesa, Lecce) in data 15/2/2007 in esecuzione della Convenzione d’Uso sottoscritta in data 16/10/2006 tra Ferrovie del Sud-Est s.r.l. e la suddetta associazione.

In base a tale Convenzione, l’associazione è obbligata ad utilizzare l’immobile demaniale «per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione dello stesso garantendone la corretta cura e manutenzione secondo le modalità che dovranno essere concordate ed accordate preventivamente dal competente Ufficio Periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n.42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Le “Ferrovie” non assumono alcuna responsabilità in merito all’esecuzione di qualunque opera da realizzarsi sul bene di che trattasi, la responsabilità medesima sarà ad esclusivo carico» dell’Associazione consegnataria (art. 3 della Convenzione).

Ai sensi dell’art.7 della citata Convenzione, l’associazione ha assunto «a suo carico tutti gli oneri relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile concesso in uso, delle opere su di esso realizzate nonché della recinzione dello stesso. Le “Ferrovie” sono sollevate da qualunque responsabilità per danni di qualsivoglia natura a persone e cose che possano accadere sul bene oggetto del presente atto, anche derivanti dalla mancata manutenzione dello stesso. E’, inoltre, a carico dell’Archeoclub la pulizia del cespite concesso in uso».

La Convenzione è stata approvata dalla Regione Puglia -Assessorato ai Trasporti – Settore Sistema Integrato dei Trasporti (nulla-osta prot. n.26/2701/S.I.T. del 14/9/2006) e dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto (parere favorevole prot.n. 9776 del 17/11/2006 ) .

 
 
ph Michele Bonfrate

STATO DELLA TUTELA E DELLA FRUIZIONE

La chiesa di Centoporte, in quanto immobile demaniale dello Stato che presenta interesse storico, architettonico e archeologico è un bene culturale tutelato ai sensi dell’art. 10 del Decreto Legislativo 22/01/2004 n. 42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Nel vigente Piano Urbanistico Territoriale Tematico regionale, un’area circolare tipizzata come “ambito B” di m.500 di diametro erroneamente inscrive graficamente il solo toponimo cartografico “le Centoporte” e non la ubicazione esatta del rudere del monumento che quindi ricade in area tipizzata “ambito C”.

Nel medesimo P.U.T.T. regionale il monumento è riportato nell’elenco delle “segnalazioni architettoniche” del territorio comunale di Giurdignano.

Nel vigente Piano Regolatore Generale del Comune di Giurdignano il monumento ricade in zona E 2 – verde agricolo (uliveto) ed è inscritto in un’area circolare di m.50 di diametro senza legenda.

Il monumento è facilmente raggiungibile sia perchè segnalato con appositi segnali stradali che indicano l’itinerario stradale proveniente dal centro del paese e sia perchè menzionato in ogni tipo di pubblicazione a carattere turistico-divulgativo locale nonchè segnalato su tutte le principale guide turistiche edite a livello nazionale.

I lati est, sud ed ovest del monumento coincidono con i limiti della particella catastale  demaniale confinante con altre particelle di proprietà privata; questa situazione ha consentito in tempi recenti la costruzione a diretto contatto con il lato sud del momunento di un piccolo deposito agricolo (dim m.1,85 x 2,90 altezza m.2,20); lo stesso lato sud del monumento si caratterizza per la demolizione completa fino alle fondazioni di un tratto di circa m.17 dell’antica struttura muraria.

Sul lato est del monumento, lo stipite meridionale della finestra centrale dell’abside reca inequivocabile l’azione di demolizione (per fortuna non portata a termine) avvenuta a danno del grande concio in pietra leccese spostato di oltre cm. 20 dalla posizione originaria dopo le riprese fotografiche di Adriano Prandi del 1961 (cfr. immagini seguenti).

Sempre un’altra ripresa fotografica del Prandi testimonia che dopo il 1961 è avvenuto il crollo dell’ultima porzione superstite del muro d’ingresso della navata sinistra.

Il ridotto volume di materiali lapidei presenti in crollo all’interno del monumento è stato interpretato sia da Prandi che da Arthur come risultato dell’azione di depredamento sistematico dei ruderi; inoltre sono numerosi i segni lasciati sugli elementi lapidei del monumento da percussioni recenti inferti da mano vandaliche.

L’esigenza di una recinzione di protezione intorno al monumento finalizzato a controllare l’utilizzo del bene ed a dotarlo di uno spazio minimo di rispetto funzionale altresì alla realizzazione dei lavori di restauro conservativo nell’ambito di un organico progetto di valorizzazione e fruizione, appare quanto mai prioritaria, urgente ed indifferibile.

Nel 2005 l’Archeoclub d’Italia Sede Locale di Porto Badisco chiede all’Ente proprietario ed alla Soprintendenza le autorizzazioni ad eseguire il taglio della vegetazione infestante che occultava il monumento al fine di consentirne la visita guidata in occasione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte – X edizione – 14 maggio 2006”.

All’indomani della manifestazione si avvia la procedura che porterà il 16/10/2006 alla sottoscrizione della Convezione tra le Ferrovie del Sud-Est e l’Archeoclub per l’affidamento dell’immobile demaniale all’Associazione per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione del monumento stesso garantendone la corretta cura e manutenzione.

Dopo la consegna dell’immobile avvenuta il 15/2/2007, l’Archeoclub ha proseguito l’opera di taglio della vegetazione infestante (rovi) che in parte ancora occupava il monumento ed il 13/5/2007 in occasione della XI edizione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte“ è stata di nuovo promossa la visita guidata della Centoporte.

Nel mese di luglio 2007 su iniziativa ed intervento diretto del Comune di Giurdignano viene completato il taglio di tutta la vegetazione infestante che copriva le strutture della Centoporte compresi i lati esterni del monumento confinanti con le proprietà private (particelle 41 e 40 ad est, particelle 44 e 45 a sud, particella 43 ad ovest) e parzialmente le banchine della strada comunale Centoporte nel tratto che collega il monumento all’incrocio con la strada comunale per i Laghi Alimini.

Riferimenti bibliografici

BODIO Giovanni,          Basilica detta Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa cantoniera N.599 della ferrovia Maglie-Otranto; appunti, Tip. Editrice Salentina, Lecce 1882.

DE GIORGI Cosimo,     La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1888, p. 284-287.

BODIO Giovanni,          Basilica detta le Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa di guardia al km.840 della ferrovia Maglie-Otranto , Milano 1893.

PRANDI Adriano,         Monumenti salentini inediti o mal noti, II, San Giovanni di Patù e altre chiese di Terra d’Otranto, in «Palladio. Rivista di Storia dell’Architettura», fasc. III-IV, anno XI, luglio-dicembre 1961, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1961, p. 103-136.

JURLARO Rosario,       Lettere greche alla «Centoporte» di Giurdignano (LE), in “Atti del IV Congresso Nazionale di Studi Bizantini”, Lecce, 21-23 aprile 1980, Congedo Editore, Galatina 1983, p. 263-266.

CATALANO Michela,  Strutture murarie del Salento: la Centoporte di Giurdignano (Lecce), Politecnico di Milano 1994.

ARTHUR Paul,              Giurdignano (Lecce), le Centoporte, in «Taras. Rivista di archeologia», XIV, 1, 1994, Scorpione Editrice, Lecce 1994, p. 175.

ARTHUR Paul,              “Masseria Quattro Macine” – a desert medieval village and its territory in southern Apulia: an interim report on field survey, excavation and document analysis, in “Paper of the British School at Rome”, vol. LXIV, Hertford 1996, p. 181-194.

ARTHUR Paul,              La chiesa bizantina detta “Le Centoporte” a Giurdignano, in BERTELLI Gioia (a cura di), Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI, Edipuglia-Jaca Book, Milano 2003, p. 177-180.

Dalle orecchiette alle ‘ncannulate. Salento, terra di trafilatori

di Massimo Vaglio

In più occasioni, abbiamo illustrato i formati caserecci di pasta della tradizione salentina, dalle fatidiche orecchiette, da sempre  l’emblema della cucina di questa regione, alle ormai parimenti famose sagne “ncannulate” o agli arcaici maccheroncini cavati. Tutti  formati che ormai vengono apprezzati anche fuori regione anche grazie all’opera di promozione svolta dalle tante dinamiche aziende produttrici.

Per quanto riguarda la preparazione casalinga di questi formati, ricordiamo che le farine vengono quasi sempre ricavate da grani duri coltivati localmente e moliti artigianalmente dai tanti piccoli molini sparsi un po’ in tutto il Salento, Non si tratta quindi di semole, ma di farine, con un vario grado di raffinazione a cui, spesso, chi preferisce un prodotto più rustico vi aggiunge ad arte una percentuale variabile di cruschello ricavato dall’abburattamento della farina dopo la separazione della crusca vera e propria.

Quella della preparazione casalinga della pasta è una pratica semplice che necessita principalmente di una buona materia prima, pochi rudimentali attrezzi e di una sicura manualità.

Il Salento, è però anche terra di rinomati opifici per la produzione industriale di pasta secca trafilata, un’attività che non scaturisce come si potrebbe pensare dall’evoluzione della preparazione casalinga della pasta. Enorme è infatti il divario tecnologico tra le due produzioni, che se si volesse fare un parallelo è come se si mettessero a confronto una carriola con una potente auto di ultima generazione. Un divario tecnologico che parte dalla produzione della semola, per produrre la quale occorrono macchinari imponenti, sofisticati e precisissimi quali i molini di alta macinazione. Piuttosto, la produzione industriale rappresenta il frutto della lenta evoluzione di un’attività che, iniziata

Il lampascione, re dei bulbi. Tutto ciò che occorre sapere

di Massimo Vaglio

 

Squisiti, adorabili, straordinari, benefici, gustosi, ottimi, particolari, ricercati, eleganti, versatili… Accanto a termini come questi, proferiti dai tanti estimatori si affiancano anche tutta una serie di termini meno lusingheri, rispettabile giudizio di una pur presente minoranza di detrattori. Per i lampascioni, infatti non si conoscono le mezze misure, o li si ama o li si odia.

È doveroso comunque premettere che il lampascione resta un bulbo misterioso per la stragrande maggioranza degli italiani, ma è molto probabile che, viste le sue prerogative, se fosse conosciuto meglio, sarebbe certamente amato un po’ di più.

In passato era conosciuto come Muscari comosum Mill.; dopo alcuni approfonditi studi botanici dal 1968, viene più correttamente appellato Leopoldia comosa (L.) Parl. Si contano, inoltre, varie specie simili al lampascione che vengono spesso utilizzate alla stessa stregua del lampascione per così dire verace: si tratta di una decina di specie appartenenti a tre diversi generi Bellevalia, Muscari, Leopoldia che hanno però un po’ tutte caratteristiche organolettiche più scadenti rispetto allo stesso. A tale proposito è utile ricordare quanto riportato dal Mannarini:“Assieme al pampasciulo trovasi spontaneo da noi un altro muscari, il Muscari Holzmannii Bois. o Leopoldia Holzmani Held., che ha proprietà eccitanti ed anche afrodisiache. Questo è volgarmente conosciuto col nome di pampasciulu pe li vecchi. Per questo, esso in Grecia si adibisce ad uso alimentare, da noi non è adoperato, anzi viene scartato nella raccolta del M. comosum”.

Decisamente meno tranquillizzanti le indicazioni di Dioscoride (II.358.) a proposito di una di queste specie identificata da alcuni traduttori naturalisti nel Muscari atlanticus e o M. botryoides:”il porro capitato fa ventosità, genera cattivi umori, fa sognare cose terribili e spaventose. Cuocersi la capillatura sua nell’aceto, ed in acqua marina. Con tali premesse non perderemo nulla se dal punto di vista gastronomico considereremo solo il lampascione rosso verace ovvero la Leopoldia comosa (L.) Parl.

La parte edule è costituita dal bulbo che può raggiungere eccezionalmente i 4 centimetri di diametro ed il peso di 35-40 grammi, anche se generalmente il

Tutto sull’origano e sui suoi utilizzi nella cucina salentina

di Massimo Vaglio

Sotto la generica denominazione di origano (Origanum spp L. 1753), si identificano delle piante appartenenti alla famiglia delle Labiate, il cui genere è costituito da una ventina di specie, quasi tutte aromatiche, alcune con caratteri erbaceo-perenni, altre costituite da arbusti sempreverdi o a foglie semi-permanenti.

I fiori sono allungati a forma di imbuto, generalmente riuniti in piccoli mazzetti e vanno a formare delle spighe; caratteristica del genere è anche la vistosa presenza di brattee che sovente accompagnano la fioritura, che avviene nella tarda primavera ed in autunno. Le foglie sono, quasi per tutte le specie, di forma ovale. L’altezza della pianta varia a seconda della specie; quelle arbustive possono raggiungere anche gli 80 centimetri di altezza, mentre quelle erbacee, sono generalmente alte dai 25 ai 50 centimetri.

Il nome Origanum, deriva dal greco oros” (monte) e gànàos” ( ornamento), alludendo al fatto che queste piccole labiate costituiscono un ornamento per le alture più aride e rocciose. Secondo alcune civiltà l’origano ha un’origine sacra; nell’Estremo Oriente era sacro a Shiva e Visnù e le sue piante caratterizzavano le adiacenze dei grandi templi buddisti. Come pure la presenza di un vaso di origano sulla soglia di un’abitazione era il segno che in

Lucio Battisti, Mogol e Torre Squillace…

la spiaggetta di Torre Squillace in inverno

di Giuseppe Tarantino

Davanti al mare “chiaro e trasparente” di Nardò, Lucio Battisti e Mogol crearono “La canzone del sole”. Si aggiunge un dato più certo alla leggenda che lega Lucio Battisti al mare e alle coste di Nardò: la leggenda, che tale rimane, vuole che la famosa “Acqua azzurra, acqua chiara” sia stata scritta dal duo più importante della musica leggera italiana ispirandosi alle acque cristalline della baia di Torre Squillace, nell’estate di oltre quarant’anni fa (il 1967 o il 1968).

Ma sotto il sole dell’allora incontaminata località neritina sullo Jonio, Lucio Battisti e Giulio Rapetti in arte Mogol (ospiti del loro amico copertinese Adriano Pappalardo) avrebbero creato un altro capolavoro: “La Canzone del sole”. Lo rivela Maurizio Leuzzi, il “patron” del Premio Battisti, la manifestazione-tributo al cantautore che si tiene a Nardò da dieci anni. E la fonte che Leuzzi cita è di quelle che “più autorevoli non si può”: proprio Mogol.

Maurizio Leuzzi l’ha inseguito per anni con l’intenzione di invitarlo ad una delle edizioni del Premio Battisti. L’inseguimento è finito sabato 7 novembre, a Lecce, in occasione del “Concerto per la vita”, dedicato proprio a Lucio Battisti, organizzato in favore dei bambini della Nigeria dall’associazione “For life”, che si è tenuto al Politeama Greco e del quale Giulio Rapetti è stato testimonial. A partecipare alla serata erano stati invitati anche i membri dell’Associazione culturale musicale “Lucio Battisti” di Nardò che non si sono fatti sfuggire l’occasione di consegnare un Premio Battisti “fuori stagione”. Il presidente Maurizio Lezzi e il vicepresidente Luca Rizzello, hanno infatti consegnato a Mogol una maiolica dipinta a mano, opera dell’artista neritino Marcello Malandugno, anche lui presente alla serata.

Inevitabilmente il discorso è presto scivolato sul rapporto con la terra neritina e la genesi di alcuni indimenticabili brani del duo Battisti-Mogol. Il paroliere milanese avrebbe lasciato alla leggenda il luogo della creazione di “Acqua azzurra” ed avrebbe, invece, indicato la spiaggia de “Li Cianuri” (Torre Squillace, appunto) come probabile luogo “di nascita” di quello che sarebbe diventato uno dei brani più celebri nella storia della musica italiana: “La canzone del sole”.

Il sole del Salento, quindi, avrebbe ispirato la musica e il testo (di cui rimane impresso in particolar modo l’incipit “Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi le tue calzette rosse” e l’inciso “Oh mare nero, oh mare nero, oh mare ne..”) del brano che usci nel novembre 1971 sul lato A di un 45 giri che sul retro conteneva un’altra hit di Battisti, “Anche per te”.

da sinistra Rizzello – Leuzzi (presidente dell’Associazione) – Mogol (con il Premio Battisti)- il pittore Malandugno

In una parola, questo è il Salento

SALLENTUM

di Paolo Vincenti

Questa è terra di tradizioni, vecchie di millenni, / dove piangevano le prefiche a pagamento / e sui balconi si stendono ad asciugare i panni     – questa è terra di santi e di icone bizantine, /  da secoli interrate sotto le cesure,  / è terra di santi, di ladri e di rapine    – vedi la mottura che scende la sera, / è come un segnale, quasi venisse a dirci / ch’è ora di tornare, nell’ora in cui si spera    –

questa è terra di erbe magiche e superstizione, / dove si beve anche acqua andata a male, / se tirata da un pozzo, dove tradizione vuole    – vedi quell’ombra che arriva a sera, col fresco: / sono i nostri rimpianti, fatti cosa concreta, / ma qui lo chiamano il Basilisco    – ed è meglio non guardalo, se passa, / porta con se tutte le peggiori intenzioni / e passerà, come i brividi sulla tua pelle scossa    – nel nostro antico Salento, porta d’Oriente, / qui, dove la frigia Magna Mater si incontra / con il bizantino Cristo benedicente   – correndo per i boschi, fra verdi frattaglie, / si fanno strani incontri, nel mattino che viene, / quando l’ora sublustre tinge di bianco la valle   – e  il contadino non capisce da dove provenga / a volte,quello strano suono, guardandosi intorno  / ed è Fauno, il dio dei boschi, che modula la sua siringa    –

e col suo seguito di satiri e ninfe, inizia una strana danza, / mentre gli alberi e i fiori sembra partecipino insieme / e i suoi accoliti eseguono i passi che l’esarca indirizza   – e nel mezzogiorno assolato della campagna, fra falso e vero, / quando esseri caprini si muovono al suono della zampogna, / si può conoscere, se ci si rivolge a lui, il proprio futuro   – perché Fauno è Dio vaticinatore e lo sanno i suoi servi, / mentre la natura asseconda quello strano frastuono, / gli allegri esseri che gli girano intorno, veloci e furbi   – intanto esce dalla conchiglia, Venere delle spume, / e porta l’amore ai satiri e alle sirene / che, in lieto raduno, sono intenti a ballare   – ma subito, a quel richiamo irresistibile di Eros, / nelle notti bagnate dal negramaro, / risponde, con un sibilo inquietante, Thanatos   – e forse è quel sibilo lungo di millenaria memoria / di cui parlano i veggenti scrittori, / quando la vita di questa terra si fa storia   –

questa è terra in cui, fra paralleli e meridiani, / si incontrano e si sposano gli opposti, / terra di briganti, di gendarmi e disertori   – e nella interscambiabilità fra energia e materia,  / tra un serpente che incanta e un ragno che danza, / scorre il flusso ininterrotto della nostra storia   –

questa è terra di caporali, di fame e di contadini / e nelle feste sull’aia, le pastorelle ballano la moresca, / che ricorda la lotta secolare fra mori e cristiani   – e quando la sera tinge di azzurro la valle, / mentre Afrodite sembra benedire,  / strani folletti si aggirano nelle stalle   – e sono i moniceddhi che sparpagliano la biada, / gnomi dispettosi, che qui chiamano Sciacuddhi, / che si divertono ad intrecciare ai cavalli la coda   – vedi quella malumbra che si aggira di sera, col fresco: / //sono i nostri rimorsi, fatti sostanza, / /ma qui lo chiamano il Basilisco   – vedi quell’ombra che ritorna dal sentiero: / è il prezzo che ognuno paga alla vita, / ma qui lo chiamano l’Uomo Nero   –  sono eredità di colpe, sbagli di generazioni, / che si cantano in lamenti funebri e sfiancanti litanie / e si offrono ai santi come anatemi   – questa è terra di canzoni, balli e patimento,  / di falsi invalidi, “fotti fotti” e “chi s’è visto s’è visto”, / questa terra mangia e beve a tradimento   – questa è terra di favole, ninnananne e pentimento,  / di chiese, castelli e palazzi nobiliari: / in una parola, questo è il Salento   –

S. Vito ha una pietra forata: appunti per un rito arcaico

Calimera (Lecce), dintorni della cappella di San Vito

di Brizio Montinaro*

Che il Salento sia una penisola estremamente pietrosa non sono più solo gli abitanti del posto a saperlo, non sono i contadini disperati e piegati in due dal lavoro a farne quotidianamente i conti, ma oggi lo sanno anche i tanti turisti che vengono in questa terra dal misterioso fascino, arcaica e piena di sole a trascorrere le loro feriae. italiani e stranieri. Il Salentino ha avuto sempre un rapporto stretto con la pietra. E non è casuale che sia proprio questa terra uno dei siti più ricchi di monumenti di pietra: i megaliti.

Dolmen, specchie e menhir a centinaia sono sparsi per questo estremo lembo d’Italia. Nel 1955 G. Palumbo in un suo ” Inventario delle pietrefitte salentine ” contò poco meno di cento soltanto di questi prismi di pietra alti e sottili. E poi ancora i dolmen, mai veramente contati, e le tante specchie il cui mistero mai e stato risolto. ” Congestio lapidum ” dicono gli antichi storici e stendono un velo. E intanto intorno a questi coni di pietre si intrecciano in una fitta rete storie di sudore contadino, di tesori nascosti, di diavoli che si presentano come grandi bisce nere, more, come more erano altre bestie nella fantasia popolare: i Saraceni che terrorizzavano le genti delle masserie e delle terre costiere nei tempi passati.

In questi ultimi decenni i megaliti hanno cessato completamente di “parlare” ai salentini o, forse meglio, i salentini non intendono più il linguaggio delle pietre monumentali, linguaggio oggi quanto mai difficile, criptico. Sono attratti da altro, da altri problemi, da altre terre. La campagna non li interessa e le pietre che li hanno per secoli angosciati non li toccano più. Sono le coste la loro meta, il loro interesse, la loro speculazione. Ma in tanta indifferenza c’è ancora una pietra degna di attenzione perché parla un linguaggio chiaro e comprensibile. E’ una pietra che almeno una volta l’anno è meta di visite, se non proprio di pellegrini e devoti, come avviene in altri Santuari salentini, di persone che in un certo qual modo la venerano e credono confusamente ad un suo magico potere.

Appena fuori dell’abitato di Calimera, un paesino di origine greca a 15 chilometri a sud di Lecce, ad est del cimitero, nei pressi del fondo detto Malakrito esiste una piccola cappella dedicata a San Vito, chiusa tutto l’anno. Intorno, piccoli apprezzamenti di terreno coltivati in massima parte a olivi e spesso a metà tra la campagna vera e propria e l’orto.

A pochissima distanza le querce di un bosco, del bosco di Calimera. Nell’interno della cappella, leggermente sulla destra, sporge dall’impiantito una grossa pietra calcarea. Su parte della superficie, tracce di colore di un dipinto difficilmente riconducibile ad un preciso momento storico e raffigurante forse l’effigie di San Vito.

Calimera, la pietra forata nella cappella di San Vito

Tutti gli anni, il giorno di Pasquetta, gli abitanti del vicino centro di Calimera andavano, e ancora vanno, a consumare la festa a ” Santu Vitu “, come oggi si

Viaggio a Presicce, città degli ipogei

Piazza Villani

testi e foto di Gianluca Ciullo

I luoghi del cuore sono sempre cari ed appaiono agli occhi di chi li percorre belli e a volte unici, ma obiettivamente il piccolo borgo di Presicce è un prezioso scrigno di architettura gentile come il Basso Salento che lo ospita. Un concentrato di edilizia religiosa, nobile, gentilizia e “a corte” che è difficile riscontrare comunemente in un’estensione di territorio così modesta.

Nulla è casuale, la sua storia l’ha reso possibile.

Palazzo ducale Paternò è stato da sempre la residenza dei feudatari che si succedettero. Dell’antica  torre di difesa è rimasto solo un richiamo nella merlatura neoguelfa che il duca Pasquale Paternò fece apporre sull’ormai residenza gentilizia agli inizi del novecento. Era il 1630 quando la principessa Maria Cyto Moles lo modificò secondo l’attuale fisionomia, arricchendolo di un meraviglioso giardino pensile e della cappella dell’Annunziata.

il giardino pensile del palazzo

I Cyto non godevano di particolari privilegi, spesso oppressivi per la popolazione locale come accadeva nel resto del Mezzogiorno feudale. Liberi erano i mulini, i forni e i frantoi appartenenti ai privati. Ancora libera era l’elezione del sindaco senza il consenso del feudatario così come quella del parroco. Tale assenza di privilegi consentì di creare condizioni particolarmente favorevoli tra ceto popolare e borghese, dediti pertanto, non solo al lavoro dei campi ma anche e soprattutto all’artigianato ed all’arte.

Piazza Villani con la colonna su cui è posta la statua di S. Andrea

Questo consentì di attrarre l’interesse economico di molti nobili, baroni, e ricchi possidenti che immigrarono fornendo al paese giureconsulti, medici, notai e letterati. I Giuranna di origine veneta, i Pepe fiorentini, i Cara foggiani,

Piccolo approdo di età romana in località Lido Marini (Ugento)

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Lido Marini, località balneare divisa tra i comuni di Salve e di Ugento, si caratterizza per un tratto di spiaggia, che si alterna tra sabbia finissima e bassa scogliera.

Lungo la costa rocciosa, a sud della marina, dove l’acqua diventa improvvisamente fredda e dolce – per la presenza di alcune sorgenti subacquee – si conservano significativi resti di costruzioni associati ad abbondante materiale ceramico. Si tratta di una struttura muraria parallela alla linea di costa, lunga circa 17 metri, perpendicolarmente alla quale se ne sviluppano altre tre lunghe circa 2 metri.

I resti murari sembra che un tempo definissero una serie di ambienti in seguito intaccati dall’azione erosiva del mare, che ha determinato il continuo arretramento della linea di costa.

I ruderi – conservatisi in alzato per un’altezza di circa 40 cm- sono costituiti da pietre calcaree informi, di piccole e medie dimensioni, poste in opera direttamente sul banco roccioso e da numerosi frammenti ceramici (in prevalenza laterizi), il tutto coeso con malta.

Alle strutture sono connessi depositi archeologici; l’erosione marina, infatti, ha messo in luce alcune sezioni di sedimento terroso ricco di frammenti ceramici.

Poco distante dalle costruzioni si individua un tumulo artificiale, di pietre calcaree informi e terra, eroso anch’esso dall’azione del mare. In sezione è presente un significativo strato di frammenti ceramici che poggia direttamente sul banco roccioso. Molto probabilmente si tratta di una base per il sovrastante allineamento di blocchi e pietre calcaree, in opus caementicium.

La datazione delle strutture dipende dall’inquadramento cronologico degli

Dall’antica Grecia al Salento. Appunti per una storia della tessitura

Tessere

di Maria Grazia Anglano

Donna.

E’ nella donna, il silenzioso mistero, del tempo del creare.

Da sempre trova in lei, la sua casa. E la paziente attesa tesse.

La sua unicità irripetibile.

 

All’apertura del passo, rintocca il telaio. Mentre la navetta scorre, nel varco, degli alterni fili dell’ordito. Gesti rituali, di un improbabile danza, scanditi ritmicamente, nel sonoro vuoto della propria stanza.

E’ antica quasi quanto l’uomo quest’arte e nel tempo è diventata più di una semplice necessità, assumendo sempre più caratteristiche identificative di popoli, cultura, stato sociale e non ultima capacità decorativa e creativa.

La tessitura ha superato secoli, tradizioni e miti, basta pensare all’Odissea, dove Penelope nel “tessere” riaffermava la sua capacità di scegliere, una fiduciosa attesa. Oppure ad Aracne, che della sua abilità, ne fa addirittura un’amara sfida agli dei. Condannata per questo, a tessere per sempre, la sua tela dalla bocca.

Dal mito all’arco della nostra storia, la tessitura ha conosciuto alterni momenti, legati strettamente alle vicissitudini, del periodo storico.

Così come anche per la storia dell’arazzo. Inizialmente aveva caratteristiche grezze e prettamente nomadi, serviva di volta, in volta, ora per separare un ambiente, ora per coprire una finestra ecc.

Finché queste grossolane tessiture non iniziarono ad acquisire delle decorazioni più proprie e ad assurgere a un compito più prettamente

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