Nardò, Santa Maria al Bagno, via Giovan Battista Galvani, ieri (1930) e oggi

di Armando Polito

Immagine tratta da Salento come eravamo

 

Immagine tratta ed adattata da Google Maps

Si dice che la nostra epoca sia caratterizzata da un’informazione ridondante, cioè da un bombardamento continuo di suoni e, soprattutto, di immagini. Anche se, come pure io credo, fosse così, non sarebbe di per sé un male, a patto che venissero soddisfatte alcune condizioni che si possono sostanzialmente riassumere nel rispetto più grande possibile del certo (il vero, come ci ha insegnato Vico, è altra cosa e, probabilmente, non è di questo mondo …) e della libertà di opinione (purché più che di opinione non si tratti di una congerie di affermazioni senza capo né coda) di ognuno. Non fa male ricordare, a tal proposito, che il controllo dell’informazione è stato da sempre lo strumento primario dei detentori del potere per conservarlo, anche nei regimi cosiddetti democratici. Nell’età moderna prima la stampa, poi la stampa e la radio, successivamente la stampa, la radio e la televisione, ai nostri giorni la stampa, la radio, la televisione e la rete. Tra tutti gli strumenti la rete sembra teoricamente quella più refrattaria a lasciarsi manipolare, sembra, perché neppure essa può sfuggire all’oscuramento parziale o totale (ben venga con certi contenuti, non solo di natura politico-religiosa, inneggianti alla violenza fisica e psichica) e anche nel loro piccolo gli amministratori, tutti, non esclusi quelli a livello locale, dopo aver sfruttato il loro profilo su questo o quel social network per farsi pubblicità elettorale attaccando giornalmente la maggioranza, una volta diventati loro maggioranza, imitano il comportamento della ex pubblicizzando ogni loro scorreggia e bandendo (io dico così, anche se tutti dicono bannando …) ogni commento ostile, in ossequio alla loro malata idea di democrazia e all’altrettanto demenziale idea di libertà.

La rete, dicevo, offre opportunità impensate a tutti: al politico e al cittadino comune, all’onesto e al truffatore, al riservato e all’esibizionista,  all’intelligente e allo stupido, al credente e all’ateo. Però, come succede per tutti gli strumenti, le modalità d’uso sono fondamentali per evitare danni e il contenuto del libretto d’istruzioni della rete si può riassumere nel senso critico che si basa sulla cultura, quella che il potere politico odia (le menti che conservano autonomia di giudizio non sono facilmente manipolabili) e, in larghissima parte, mostra di non possedere, mentre si sciacqua la bocca con la digitalizzazione e la banda larga e, sul piano strettamente educativo, con la buona scuola

Bella la pappardella fin qui servita, ma, in concreto, come il lettore di questo post può manifestare il suo senso critico? Non accontentandosi, per esempio, del semplice esame comparativo consentito dalle due immagini, ma recandosi sul posto a verificare se ci sono stati ulteriori cambiamenti rispetto all’immagine tratta da Google Maps. Poi, magari sarà mosso dalla curiosità di rifare, con un soggetto diverso, la mia operazione-nostalgia utilizzando gli indirizzi riportati in calce alle immagini e, forse, percorrerà qualsiasi strada in modo meno frettoloso e meccanico. Così anche il selfie assumerà un significato più profondo e, magari, fra qualche decennio, se non sarà stato cancellato, rappresenterà esso stesso un valido elemento di confronto, proprio come una foto antica, tenendo conto dell’accelerazione negli ultimi tempi assunta dalla trasformazione antropica dei luoghi. Se, infine, decidesse di inviare il frutto della sua indagine alla redazione, credo che quest’ultima lo accoglierebbe a braccia aperte e io sarei felice di esserne stato, in qualche modo, l’ispiratore. Chi fosse mosso da questa … insana intenzione dovrebbe, però, fare in modo che il suo volto non sia tanto invadente da rendere invisibile lo sfondo …

Due variazioni sul tema a Nardò e a S. Maria al Bagno?

di Armando Polito

 

Chi è di Nardò ma anche chi, pur non essendolo, ne è stato visitatore attento può immediatamente riconoscere nella foto di sinistra il Palazzo Personé, attuale sede del Municipio, e in quella di destra Villa Leuzzi a S. Maria al Bagno che, per chi non lo sapesse, di Nardò è una frazione.

Non è necessario essere un critico o uno storico dell’arte per cogliere le differenze stilistiche tra le due fabbriche, anche se il rifacimento della facciata di Palazzo Personé e la costruzione di Villa Leuzzi sono contemporanei, essendo stati realizzati tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo.

Cosa, allora, mi ha spinto ad occuparmene in questo post? Il dettaglio che in basso riproduco, il primo del palazzo, il secondo della villa sulla facciata prospiciente il mare. Preliminarmente, però, voglio ringraziare due persone:  Corrado Notario per le foto in alta definizione di Villa Leuzzi, espressamente fatte per me, dalle quali ho tratto  il dettaglio insieme con gli altri riprodotti in questo post, e Giovanna Falco per avermi dato con alcune sue foto dello stesso soggetto precedentemente postate in facebook l’occasione e l’ispirazione per scrivere quanto segue; senza Giovanna questo post, per quanto modesto, non sarebbe esistito, senza Corrado sarebbe nato difettoso proprio nella parte più importante, quella che fornisce l’immediato riscontro a quanto si afferma o ipotizza; tutte le altre foto, a parte quelle d’epoca e quelle recanti una diversa indicazione di provenienza, sono mie.

 

Parto dal dettaglio della villa e per rendere più agevole il raffronto lo inverto orizzontalmente, operazione, questa, che in ricerche del genere costituisce più che altro un trucchetto visivo che, però, non incide minimamente sulle conclusioni.

4

Grazie a questa operazione la figura maschile (a destra) e quella femminile (a sinistra) hanno una perfetta corrispondenza con la rappresentazione del palazzo. Notiamo la comune postura distesa ma nella villa è come se si fossero avvicinate e come se la decorazione traforata che nel palazzo le divide fosse stata travasata lateralmente in modo simmetrico e il traforo si fosse “rimarginato”. Insomma ho l’impressione che elementi compositivi assolutamente uguali siano stati abilmente adattati alla struttura del supporto. Così il braccio destro della figura femminile è ripiegato nella villa, teso a toccare il margine superiore della balaustra del balcone nel palazzo; ancora nel palazzo, quello sinistro è perfettamente aderente alla cornice superiore del traforato, cosa che avviene simmetricamente per il destro della figura maschile, mentre il sinistro nel palazzo tocca la gamba sinistra e nella villa  impugna un tridente.

Questo dettaglio consente di affermare senz’ombra di dubbio che si tratta della rappresentazione di Poseidone (per i Greci, Nettuno per i Romani) e Anfitrite (Salacia per i Romani), sua moglie. Da un punto di vista iconografico il tema mi pare trattato originalmente poiché, a quanto ne so, rare sono le rappresentazioni, antiche e moderne, in cui compaiono entrambi e, comunque, mai, esclusi forse il secondo e il terzo degli esempi che seguono, nella postura che assumono nel nostro caso.

immagine tratta da http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1320
immagine tratta da http://www.engramma.it/eOS2/index.php?id_articolo=1320

Anfitrite, Ebe e Poseidone in uno στάμνος  (leggi stamnos, un tipo di vaso) attico del pittore di Syleus datato al 480 a. C. circa, conservato nel Museum of Art di Toledo (Ohio, Usa).

Qui la coppia fa parte della decorazione di un ῥυτόν (leggi riutòn; un contenitore per versare vino o acqua; in questo caso ha la forma della testa di un cerbiatto) datato tra il V e il IV secolo a. C. e custodito nel Civico Museo di storia e arte di Trieste.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo

 

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ara_di_Domizio_Enobarbo

Le due foto rappresentano altrettanti dettagli della cosiddetta Ara di Domizio Enobarbo (si tratta di quattro lastre, conservate in parte al Louvre, in parte, è il caso delle nostre, nella Gliptoteca di Monaco) databile alla fine del II secolo a. C.; esse mostrano un θίασος (leggi thìasos, corteo sacro) celebrante le nozze di Nettuno e Anfitrite seduti (nella prima raffigurazione) su un carro trainato da tritoni e accompagnati (nella seconda) da pistrici (mostri marini). In base ad un passo di Plinio1 si è ipotizzato che siano copia da Scopa (IV secolo a. C.).

immagine tratta da http://chroma.to/photos/3846397
immagine tratta da http://chroma.to/photos/3846397

Anfitrite e Nettuno in un affresco del I secolo d. C. proveniente da Pompei (IX, V, 14) ed ora custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Herculaneum_-_Casa_di_Nettuno_ed_Anfitrite_-_Mosaic.jpg
immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Herculaneum_-_Casa_di_Nettuno_ed_Anfitrite_-_Mosaic.jpg

Questo mosaico in pasta vitrea del I secolo d. C. è il pezzo forte della Casa di Nettuno ed Anfitrite ad Ercolano. Fu portato alla luce nel 1928 e perciò il dettaglio evidenziato a sinistra dalla circonferenza in rosso non può aver ispirato i fregi floreali tipici dell’art nouveau ed è pure poco probabile che lo abbia fatto con  quelli che accompagnano la coppia in entrambe le rappresentazioni moderne qui esaminate, di seguito evidenziati2.

Comunque siano andate le cose, credo di poter affermare che l’autore nella villa tenne presenti, comunque, gli stili di pittura pompeiani, direi il primo e il quarto, nella foto in basso così evidenziati: in giallo quelli che evocano il primo (meglio: la sua fascia mediana, l’antenato pittorico dell’architettonico bugnato liscio, qui “continuo”3), in bianco quelli che evocano il quarto che, com’è noto, non disdegnò di riprendere elementi degli stili precedenti, soprattutto i tralci vegetali del secondo e i πίνακες (leggi pìnakes=quadretti) del terzo4.

 

La struttura compositiva della decorazione si ripete tal quale nella facciata prospiciente la piazza:

 

e in quella, sempre, perpendicolarmente rispetto all’ultima nostra, prospiciente la piazza, in un’altra fabbrica (foto successiva) a poco più di cinquanta metri di distanza, soprattutto nella parte superiore.5

Colgo l’occasione per dire come il progettista di Villa Leuzzi si trovò a dover risolvere il problema di impostare un edificio che mantenesse la stessa struttura nei due prospetti principali, quello prospiciente il lungomare e quello, perpendicolare al primo, prospiciente la piazza. La forma della copertura, però, nonché la suddivisione degli interni, secondo me lo obbligò ad una soluzione di compromesso che privilegiò il prospetto volto verso la piazza condannando l’altro all’asimmetria con l’estrema parte destra che appare piuttosto estranea al resto della fabbrica; il colpo finale, poi, almeno per i miei gusti, venne dato con l’aggetto del balcone (se non fosse perfettamente visibile nelle foto d’epoca che seguono si sarebbe detto superfetazione recente; in particolare le strutture metalliche, siano esse pezzi di ringhiera o di ponteggi, poggiate sul muretto e il materiale da costruzione collocato piuttosto disordinatamente poco distante, visibili nella prima foto,  inducono a credere che essa si riferisca ad un tempo in cui i lavori erano in fase di ultimazione).

In questa seconda foto, probabilmente più antica di qualche anno della precedente, il dettaglio ingrandito consente di distinguere agevolmente il balcone con la sua ringhiera.

La foto che segue ci conduce ancora più a ritroso nel tempo, quando villa Leuzzi era ancora di là da venire (sarebbe sorta più o meno nello spazio evidenziato in rosso) ma del palazzo prima citato a raffronto c’era già la struttura originaria (evidenziata in celeste).

Torno al balcone: esso appare come un corpo estraneo in un corpo estraneo, anche se ingentilito dalle esili colonne che lo reggono richiamanti l’inedita decorazione pentafora cieca (nella foto sottostante evidenziata in rosso) della parete in cui si apre la porta-finestra, decorazione che a sua volta richiama la bifora senza colonna  centrale (evidenziata in bianco) della restante parte della facciata; inoltre, mentre la cornice superiore della porta finestra si raccorda con quella del sottostante ingresso secondario (entrambe evidenziate in giallo), la finestrella superiore presenta una cornice a sesto acuto (evidenziata in nero) e nel suo complesso sembra riassumere la forma di questa parte destra in cui i richiami evidenziati con il resto non mi sembrano sufficienti a produrre un esito pienamente convincente.

 

Rimane il continuum nella lettura del tetto che, procedendo da sinistra a destra e continuando dopo aver voltato l’angolo, presenta il seguente profilo complessivo dei due prospetti principali: __/\__/\__/\__

Non sono un architetto, ma credo che uno studio preliminare adeguato della superficie a disposizione avrebbe consentito una soluzione più armonica delle facciate conservando il continuum del tetto (il cui profilo questa volta sarebbe stato  ___/\_____/\___ ) e rivedendo e adattando la disposizione degli interni e delle aperture.

Riprendo ora, dopo questa lunga parentesi, la cui parte iniziale ha inquadrato questa villa in quel contesto eclettico di citazioni ed echi, classici e non (tra questi soprattutto la decorazione nei motivi floreali mostra l’adesione alla contemporanea art nouveau; tra quelli classici non manca neppure il rosone quasi cieco, evidenziato in celeste, con le sue numerose evocazioni in tutto o in parte consapevoli: dalla ruota di un timone ad un’elica o ad un oblò, dal quadrante di un orologio ad una croce greca, da una ruota della Fortuna ad una rosa dei venti), che ispirarono, con esiti complessivamente felici (in fondo anche una poesia è fatta di parole per lo più già in uso e una composizione musicale è pur sempre basata sulle solite note …), anche le numerose altre costruite in quegli anni in località Cenate,  la carrellata sulle rappresentazioni antiche della coppia Anfitrite e Nettuno. E quella delle ville signorili sorte tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo fu un fenomeno che accomunò Nardò e S. Maria di Leuca, che in quelle ville ospitarono i profughi ebrei scampati alla follia del nazismo.

immagine tratta da http://us.123rf.com/400wm/400/400/marzolino/marzolino1209/marzolino120901758/15270323-vecchio-mosaico-trovato-in-un-ambiente-constantine-algeria-raffigurante-nettuno-e-anfitrite-riprodot.jpg
immagine tratta da http://us.123rf.com/400wm/400/400/marzolino/marzolino1209/marzolino120901758/15270323-vecchio-mosaico-trovato-in-un-ambiente-constantine-algeria-raffigurante-nettuno-e-anfitrite-riprodot.jpg

Il Trionfo di Anfitrite e Nettuno in un mosaico della prima metà del IV secolo d. C. rinvenuto a Costantina in Algeria  nel 1842, custodito al Louvre.

Immagine tratta da http://www.deamoneta.com/auctions/view/118/633
Immagine tratta da http://www.deamoneta.com/auctions/view/118/633

 

Denario serrato datato 72 a. C.; nel recto busto drappeggiato di Anfitrite con testa volta a destra, a sinistra simbolo di controllo (detto spugna) e a destra simbolo di comtrollo H; nel verso Nettuno in biga trainata da cavalli marini tiene le redini e il tridente; legenda Q(UINTUS) CREPEREI ROCUS.

Non c’era da aspettarsi certo di trovare su una moneta, in cui i soggetti principali di norma vengono ripartiti nel recto e nel verso, Nettuno ed Anfitrite rappresentati insieme,  nella posa che definirei “fotografica” del palazzo e della villa.

immagine tratta da http://www.romainteractive.com/ita/visite_guidate/villa-della-farnesina/sala-del-fregio.html
immagine tratta da http://www.romainteractive.com/ita/visite_guidate/villa-della-farnesina/sala-del-fregio.html

Passano i secoli e anche l’iconografia si rinnova. In questo dettaglio della decorazione della Sala del Fregio nella Villa della Farnesina a Roma, eseguita intorno al 1510 da Balsassarre Peruzzi, vi è raffigurata la coppia in cocchio, col figlio Tritone6 sulla gamba destra della madre. Da notare come l’aggiornamento iconografico ha comportato la sostituzione dei cavalli marini con cavalli normali montati, però, da due creature metà uomo e metà pesce, cioè due tritoni (e tritone, come nome comune, deriva proprio da Tritone).

Chiudo la carrellata con questo imponente bronzo collocato nel parco della reggia di Versailles, opera (1735-1740) di Lambert-Sigisbert Adam.

immagine tratta da http://www.settemuse.it/arte_bio_A/adam_nicolas_sebastien.htm
immagine tratta da http://www.settemuse.it/arte_bio_A/adam_nicolas_sebastien.htm

È tempo di tornare alle nostre due rappresentazioni. Nonostante i punti di contatto messi, spero sufficientemente, in luce, c’è da osservare che se Nettuno ed Anfitrite erano perfetti per una fabbrica che volge lo sguardo al mare7, altrettanto non lo erano per il palazzo. Ecco, allora, che nella decorazione di quest’ultimo, come ho notato all’inizio, Nettuno non ha il tridente. Qui la coppia si è spogliata dei panni divini conservando, però, l’eco lontana del mito nella trasfigurazione tutta umana riferita, credo, alla coppia baronale.

Lascio ad altri più qualificati di me valutare se è praticabile l’ipotesi, prospettata nel titolo sia pure limitatamente alla decorazione presa in esame, che progettista di villa Leuzzi sia stato quello stesso Generoso De Maglie che realizzò il rifacimento della facciata di palazzo Personè e se, dunque, il dettaglio oggi esaminato possa essere ragionevolmente considerato come la sua “firma”, sia pur apposta nel caso del palazzo su una scultura, in quello della villa su una pittura.

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1 Naturalis historia, XXXVI, 25: Scopae laus cum his certat. Is fecit Venerem,et Photon, et Phaethontem, qui Samothrace sanctissimis caerimoniis coluntur. Item Apollinem Palatinum, Vestam sedentem laudatam in aSevilianis hortis, duasque chametaeras circa eam, quarum pares in Asinii monumentis sunt, ubi et Canephoros eiusdem. Sed in maxima dignatione delubro Cn. Domitii in circo Flaminio Neptunus ipse, et Thetis, atque Achilles, Nereides suora delphinos et cete et hippocampos sedentes. Item Tritones, chorusque Phorci, et pristes, ac multa alia marina, omnia eisdem manus, praeclarum opus, etiam si totius vitae fuisset (La fama di scopa gareggia con quella di questi [altri scultori nominati prima]. Egli fece Venere e Foto e Fetonte che sono onorati in Samotracia con santissime cerimonie. Parimenti l’Apollo Palatino, nei giardini serviliani l’apprezzata Vesta sedente e inservienti vicino a lei come nei monumenti di Asinio dove ci sono anche portatori di ceste anche loro di sua mano. Ma nella massima considerazione sono nel tempio di Gneo Domizio nel Circo Flaminio lo stesso Nettuno e Teti E Achille, le Nereidi che siedono su delfini, balene e ippocampi. Parimenti i Tritoni e il corteo di Forco e pristici e molte altre creature marine, tutti di sua mano, opera tra le più famose anche se fosse stata l’unica di tutta la sua vita).

2 La stessa tipologia di fregio ricorre anche nello stemma della famiglia Leuzzi posto in un riquadro che sormonta l’ingresso non costituito dal solito solenne portale ma da un’apertura poco più grande degli altri due accessi laterali della facciata.

3 E, aggiungerei, “ornato”; questa caratteristica, purtroppo si può cogliere solo ad una visione ravvicinata, come si può agevolmente notare nel dettaglio.

4  Sono quattro grandi e quattro piccoli, replicati sulle due facciate; sono meglio conservati quelli della facciata prospiciente il mare. l componenti di ciascun gruppo sono assolutamente uguali fra loro. Il soggetto trattato è di natura floreale nei grandi, mentre la decorazione dei piccoli riprende quella dei fascioni che sottolineano le facciate. Segue un esempio per ogni gruppo (la fascia nera a sinistra della prima foto è dovuta ad un’anta aperta della contigua finestra).

5 Questo motivo decorativo non di dettaglio ebbe particolare successo in quegli anni. Ulteriore esempi a Leuca da Villa Sangiovanni e Villa Meridiana (foto tratte da Wikipedia).

6 Secondo il mito Anfitrione diede a Nettuno tre figli: un maschio, Tritone appunto, e due femmine, Roda e Bentesicima. Come padre di due figlie  e come, almeno credo, nemico del maschilismo, mi sarebbe piaciuto non identificare il figlio della coppia con Tritone, ma avrei commesso un errore storico … anche nel senso di destinato a passare, pur nel ristretto entourage di chi mi legge, alla storia.

7 Si adegua all’ambiente, fino ad apparire come un granchio o, se si preferisce, ad un’aragosta, anche un dettaglio floreale della decorazione sovrastante.

La commistione floreal-marina trova forse la sua espressione più felice nello stemma, che ho già avuto occasione di presentare e che di seguito replico evidenziando i dettagli in causa, in cui il rosone è diventato parte integrante della coda di un delfino e tre lunghe foglie le sue pinne.

Qualcosa di analogo è presente nel dettaglio, di seguito riprodotto, della decorazione della fabbrica poco distante prima ricordata.

 

Troppo poco per ipotizzare che l’autore dei cartoni sia stato unico? E se avesse a che fare con quella che sembra proprio la sua firma apposta in un angolo di un particolare decorativo del primo piano?

Troppa carne al fuoco non può essere adeguatamente assistita e rischia di restare  cruda o di andare in fumo …

Perciò, tornando a villa Leuzzi, si direbbe quasi che la rappresentazione della coppia divina abbia assolto ad una funzione apotropaica più efficace sulla facciata prospiciente il mare che sull’altra prospiciente la piazza, dove la coppia non sarebbe ricostruibile se tutta la decorazione non fosse la perfetta replica di quella del versante marino; infatti l’unico lacerto ancora leggibile (parte della gamba destra di Anfitrite) non sarebbe certo stato sufficiente per l’identificazione. Sorprende di fronte a tanto sfacelo che si sia conservata molto meglio la decorazione che guarda il mare (nelle foto successive la comparazione tra le due), teoricamente più soggetta all’azione diretta della salsedine; è come se per il Tempo un Nettuno ed un’Anfitrite che guardano una piazza, se si fossero perfettamente conservati, sarebbero stati due … pesci fuor d’acqua.

E in un’epoca di divismo insulso e fasullo mi piace chiudere proprio con i dettagli delle due nostre divinità, anche perché solo il teleobiettivo consente di coglierne la finezza nella rappresentazione.

 

 

 

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (I parte)

 

L’ ABBAZIA DI SANCTA MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA

 

di Marcello Gaballo

A meno di 300 metri dal rudere delle Quattro Colonne, a sud del piccolo abitato costiero di Santa Maria al Bagno, sulle ultime propaggini delle Serre Salentine, a circa 35 metri dal livello del mare, seminascosta dalle abitazioni sorte senza rispetto del paesaggio e fuori da ogni regola urbanistica, si intravede la torre di quella che un tempo fu la masseria Fiume, oggi radicalmente ristrutturata in moderna e confortevole abitazione.

L’ ingresso alla masseria si raggiunge da una traversa, sulla provinciale S. Maria al Bagno-Galatone, prima di via Edrisi, per la quale si giunge alle Quattro Colonne e che un tempo era contigua all’ importante ed antica via di comunicazione che da Galatone portava al mare.

La denominazione della masseria si spiega, probabilmente, col fatto che la costruzione fiancheggiava un corso torrentizio in cui si raccoglievano le acque reflue da tutto il territorio a monte, per mescolarsi poi con quelle della sorgente delle Quattro Colonne[1]. Il complesso, nel modo con cui si colloca, corona una prospettiva che sale regolarmente dal litorale verso l’ entroterra.

Le numerose modifiche delle costruzioni adiacenti e la suddivisione successiva impediscono di delineare l’aspetto originario della masseria, restando comunque evidenti l’ androne di ingresso alla corte e, soprattutto, la torre, che rappresenta ancora oggi il nucleo centrale e l’ elemento più sorprendente.

Essa, formata in epoche successive, si sviluppa su due piani, di cui quello a piano terra molto ampio, con volta a botte e spessa muraglia; il secondo è il piano diventato utile, in cui risiedeva il proprietario, con volta a botte lunettata, tre finestre, il camino (poi trasformato in “cucina economica”), una muraglia dello spessore di circa 80 cm.

Santa Maria al Bagno – Nardò (Lecce), masseria Fiume, ingresso principale

Opere in muratura successive dividono questo piano in più ambienti, evidenziandosi comunque un corpo aggiunto sul lato orientale, che ha trasformato la pianta della torre da quadrata in rettangolare. Tale modifica ha previsto anche l’ aggiunta di una scala esterna a due rampe che collega i due piani, in sostituzione di quella più antica che si sviluppava nello spessore delle

La pesca del tonno nello Jonio

di Marcello Gaballo

Tra tutti i sistemi di pesca quello dei tonni risulta, da sempre, tra i più redditizi. La cattura avveniva, ieri come oggi, mediante l’installazione di impianti, per l’ appunto detti tonnare, sistemate nei punti in cui veniva segnalato il passaggio di questi pesci corridori. Occorreva dunque predisporre un complicato tunnel di nasse in cui finivano imprigionati i pesci.

Le reti con la loro tipica disposizione formavano delle camere consecutive, che terminavano in quella della morte, attorno alla quale si disponevano le barche con la ciurma (i tonnarotti), pronta ad eseguire la mattanza all’ ordine del caporais. Sin dall’antichità tonnare furono calate dai Fenici, in seguito altre ne sorsero in Italia, Spagna, Portogallo, lungo le coste meridionali della Francia, nella Tunisia, in Libia, altre più piccole nell’Adriatico orientale, nel Bosforo e nel Mar di Marmora. In quest’ ultima località , e precisamente nella Propontite, i pescatori di quei luoghi preferivano la pesca sedentanea, ovvero il complesso delle nasse ferme o statiche, alla pesca errante per la cattura dei tonni.

Già nel ‘300 a Taranto e nel 1327 a Gallipoli i pescatori praticarono la pesca cetaria, (pesca di pesci grossi), esercitandola con mezzi adatti alla cattura dei tonni, ma in maniera errante, con un apparato di mezzi e di attrezzi portatili di poco rendimento.

L’amico Salvatore Muci ha già trattato ampiamente su questo insolito argomento (in Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli, a c. di M. Gaballo), soffermandosi in particolare su quelle dello Jonio, a sud di Taranto e fino a Gallipoli, coprendo un arco temporale compreso fra XVII e XX secolo.

Tali impianti di reti fisse, verticalmente tese lungo la costa, spesso lunghe diverse centinaia di metri e in corrispondenza di fondali profondi anche oltre i 25 metri, comportavano investimenti in denaro di non poco conto, certamente non possibili al povero marinaio. Divenne dunque prerogativa di duchi e baroni, o perlomeno di ricchi proprietari, sino a rappresentare speciali meriti o concessioni regie alle città, tra cui, nel nostro circondario, la fidelis Gallipoli.

Gallipoli era stata beneficata dell’importante concessione con diploma del re Roberto spedito da Granada il 2 settembre 1327, con cui assegnava alla fedelissima cità de Galipoli il diritto perpetuo della tonnara. L’importante privilegio era stato riconfermato da Carlo V, con diploma del 23 giugno 1526 inviato ai sindaci della città Leonardo Gorgoni e Cristoforo Assanti. Un ulteriore decreto della Regia Camera fu consegnato al sindaco gallipolino, Leonardo D’Elia, il 15 luglio 1628.

Un primo documento in cui si descrive il metodo di pesca risale al 1490 e riguarda il tratto di mare di pertinenza di Nardò, presso il porto della Culumena, dove si pratica la pesca del tonno ad opera di pescatori tarantini, che si spingevano a sud per la mancanza di una tonnara nel loro mare: de li sturni se pigliano alla sturnara, in loco nominato de la Culumena, devono pigliare de lo VII doi. Essi, oltre le tonnine, vi pescavano sardelle, palamide, modoli, inzurri, alalonge e vope e per tale pescato ogni tredici ne pagavano il valore di uno al baglivo, mentre al gabelliere versavano i 15 tarì mensili per la sosta della barca.

La città di Nardò non poteva possedere una tonnara, in virtù dell’antico e citato privilegio ottenuto da Gallipoli, e il pesce venduto, cefali, triglie, spatanghi, pizzute, dentici, aurate, sarachi e occhiate, nel XVII secolo veniva ceduto a sei tornisi a rotolo (890 grammi). Quello pescato nelle acque di Nardò e venduto dai tarantini era soggetto alla decima, non così per i gallipolini, che potevano pescare liberamente in tale tratto, senza pagare il dazio. Gli stessi isolani furono persino autorizzati a vendere a Nardò il loro pescato, senza neppure dover corrispondere lo jus plateaticum, cioè il diritto di piazza.

Tra XVII e XVIII secolo la pesca del tonno continuò ad essere praticata nel tratto di mare pertinente all’università di Nardò e, come risulta da alcuni atti notarili, parte del ricavato delle vendite veniva destinato al sostentamento di opere pie. Sul finire del 1783 nel tratto neritino si aggiunse la tonnara di S. Caterina, quasi coeva con quella di Porto Cesareo e tra le diverse vicissitudini di re ed amministratori locali, di nobili ed emergenti proprietari, buona parte cessò di esistere nel XIX secolo, fatta eccezione per Gallipoli.

Una ripresa dell’ attività si registrò nel secondo decennio del 900, contandosene quattro nel Golfo di Taranto , tra le quali, oltre quella di Gallipoli, le altre di Torre San Giovanni, S. Maria al Bagno, impiantata a Porto Selvaggio, Porto Cesareo.

Negli anni 50 dello stesso secolo ne vennero impiantate altre due a Torre Chianca, installata nel 1953 nel tratto di mare detto l’ angolo della secca, verso ponente , e Torre Colimena, nel tratto di mare detto Punta delli Turchi o Punta Grossa. Furono attive solo per pochi anni, visto l’ ammodernamento delle tecniche di pesca, tra cui quella del cuenzu catanese e l’utilizzo delle reti tonnare a larga maglia (dette schiavine), con conseguente utilizzo di grandi paranze.

Solo verso la fine degli anni 40 furono introdotte le tonnare volanti, che comportavano l’ utilizzo di reti pesanti a base di fibra di cocco, numerose imbarcazioni per la mattanza e la presenza del palombaro, indispensabile per la chiusura delle camere della morte formate dalle reti. I pescatori gallipolini si erano specializzati per l’ utilizzo del cribio o motularo.

 

Questo contributo, come anticipato nel testo, è stato rielaborato da un corposo saggio di Salvatore Muci, pubblicato in Civitas Neritonensis

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