20 febbraio 1743. Quel fierissimo tremuoto…

di Marcello Gaballo

E’ uscito in questi giorni l’ultimo lavoro di don Giuliano Santantonio, direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, Quel fierissimo tremuoto. Nardò e le vittime del sisma del 1743. 28 pagine, stampate dalla tipografia Biesse di Nardò, che rileggono le vicende del funesto sisma del 20 febbraio 1743, che tanti danni arrecò a molti centri di Terra d’Otranto e alla città di Nardò in particolare.

 

san gregorio armeno

Un sisma di magnitudo M=6.9 che fu avvertito in tutto il Regno di Napoli e che causò danni ingenti e centinaia di morti, tra cui anche donne e bambini, dei quali elencati in dettaglio dall’autore nella pubblicazione.

“Gran parte del tessuto urbano – scrive Santantonio – fu sconvolto e gli apprezzi dei danni, fatti da lì a qualche mese, vanno dai 260.000 ducati circa ad oltre 400.000 ducati, somma ingentissima se si tiene conto che il salario medio annuo di un bracciante agricolo all’epoca ammontava a circa 30 ducati. Il Liber mortuorum della Chiesa Cattedrale registra per quell’evento 112 vittime, due delle quali rimaste insepolte sotto le macerie: si tratta di una rilevazione assolutamente certa e attendibile, mentre alcune fonti parlano di 150 vittime e altre addirittura di 349, numeri che appaiono piuttosto inverosimili per la sola Città di Nardò, dove se vi fossero stati dei dispersi rimasti sotto le macerie sarebbero stati sicuramente individuati e citati nel Liber mortuorum, come fu per i due riportati.

La statua di S. Gregorio Armeno, che dall’alto del sedile si vide ruotare per tre volte con la mano benedicente protesa quasi a fermare il flagello, diede da subito origine al convincimento che fu la protezione del Santo Patrono ad evitare un epilogo ancora più doloroso”.

Nella prima parte del volumetto, seppur già note, si riportano le fonti notarili che descrissero l’evento:

“Tra quelle che presentano maggiore interesse vi sono gli atti e le annotazioni di alcuni notai dell’epoca, testimoni diretti dell’evento, le cui particolareggiate descrizioni ci lasciano intuire quale impressione ebbe a destare nell’animo dei contemporanei un evento così drammatico.

Scrive il notaio Oronzo Ippazio De Carlo:

“Nel giorno di mercoledì venti febbraio, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa ore 23 nell’occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn’uno ed intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s’offuscò l’aria e pareva che mandasse fuoco, l’acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 traballò per causa d’un tremuoto Nardò, tornò a traballare, e finalmente muovendosi la terra à guisa dell’acqua che ferve nella pignatta, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono dà 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc.. I mobili e suppellettili dall’ingiurie delle pietre, polveri, e de tempi che susseguirono, restarono di minor momento e valore.  La statua della Beatissima Vergine Maria del vescovado sotto il titolo dell’Assunta sudò. La statua di San Gregorio Armeno che steva sopra del publico Sedile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di San Michele e Sant’Antonio cascarono. Il danno ascese ad un milione sento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto da tutta l’Europa, anzi dal mondo tutto” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo)”.

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Sempre Santantonio scrive:

“Lo stesso notaio ripropone nel medesimo protocollo un’altra descrizione dell’evento, con qualche discrepanza rispetto alla prima:

“Successe un fierissimo tremuto, che durò secondo la comune, sette minuti, e ruinò dalle fondamenta la Città di Nardò [….] morirono duecentoventiotto persone, oltre centinara di figlioli e quattrocento e sette persone restarono in gran parte della persona offese e ferite. Quali morti e feriti furono tutte quasi persone basse a riserba del canonico D.Tommaso Abbate Piccione, del suddiacono Giuseppe Nociglia e del Padre fra’ Michele Talà Carmelitano. La fedelissima città di Lecce mandò per carità à detti infermi con il suo maestro di piazza settecento rotola di pane, quattro castrati e contanti. L’eccellenza del Signor marchese di Galatone ò sia il Principe di Belmonte colla sua solita pietà provedè del necessario detti poveri avendo dato ricovero alle religiose dette del Conservatorio, ed à più e più persone che erano fuggite in Galatone, dove dimora detto Eccellentissimo duca di Cerisano preside e da dove giornalmente si porta per provedere agli bisogni di detta città. Varii furono gli eventi che precedettero à detto tremuoto e frà questi il Tutelare Padre S.Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra del Publico Sedile nella piazza nell’atto che la terra si scoteva, invocato dal popolo si voltò visibilmente verso il ponente dà dove s’insorse il tremuoto, e la mano che prima steva in atto di benedire ora si vede tutta aperta ed in atto che impedisce il flagello: a continua a star voltata verso di detto vento di ponente, avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma non già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S.Michele, e di S.Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso S.Gregorio…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo) “.

E completa con l’altra annotazione:

“Il notaio Vincenzo Fedele, sotto la dicitura “Notizia a’ Posteri” inserita nel suo protocollo del 1742-1743, racconta circa la statua di San Gregorio posta sul Sedile:

“trè volte si vidde dal popolo che presente era in Piazza nell’atto di precipitare, e nello stesso istante li caschò la midra dà testa […] onde considera ò mio lettore che forsa hà il nostro Gran Protettore davanti Sua Divina Maestà à liberare il suo popolo dà i suoi giusti castighi per le nostre colpe. Gran Protettore Gregorio quanto ti deve la Città neretina” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Vincenzo Fedele)”.

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Riguardo l’entità dei danni nella sola Nardò l’autore riporta quanto scrisse il notaio Nicola Bona a distanza di qualche mese in un elenco sicuramente incompleto:

la intiera chiesa del venerabile convento di S.Francesco di Paola; la mettà del venerabile monastero di S.Teresa; il quarto di quello di S.Chiara; il terzo del venerabile Conservatorio di donne monache sotto il titilo della Purità assieme colla gubola della chiesa frantumata; la chiesa del venerabile convento de Scalzi di S.Agostino sotto il titolo della Coronata divisa pe il mezzo; il vescovado tutto conquassato e parte rovinato; la catedrale tutta servata col campanile precipitato in due de suoi ordini; il campanile della chiesa dei PP.Predicatori frantumato l’ordine superiore e la chiesa minacciante rovina; le case della Città nella publica piazza colle carceri nella parte inferiore tutte tirate a terra colla morte di sette infelici carcerati…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Nicola Bona).

E per completezza vengono anche riportati i pareri di alcuni mastri muratori, chiamati a redigere una stima dei danni subiti dal campanile della chiesa di S.Domenico e del Seminario ricostruito da Ferdinando Sanfelice, di cui fu danneggiata “specialmente la facciata, furono ruinati da sotto le fondamenta, la scala che si sale sopra e l’ambulatorio precipitati à terra et anche la chiesa, con havere solamente rimasta in piedi lo pariete della strada, e tutta aperto, e le officine desolate…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano)”.

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Molto interessante, ma anche questa cronaca già nota agli studiosi, la perizia giurata dei mastri muratori Nicolantonio de Angelis di Corigliano e Lucagiovanni Preite di Copertino, che quantifica nel modo seguente l’entità complessiva dei danni:

  • ducati 62.512 per gli immobili appartenenti ai benestanti;
  • ducati 50.829 per gli immobili delle persone povere;
  • ducati 108.982 per gli edifici ecclesiastici;
  • ducati 8.000 per trasportare fuori le mura i materiali degli edifici crollati e di quelli da abbattere;
  • ducati 30.000 per ricostruire le mura e le torri
  • ducati 6000 per le case del Governatore e le carceri;
  • ducati 800 per il Sedile;
  • altre somme non quantificate per riparare il cappellone di San Gregorio nella Chiesa Cattedrale e le case, appartenenti alla Città e dati in uso ai Ministri regii di passaggio (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano).

Liber mortuorum frontespizio

La novità della pubblicazione è data proprio dall’elenco delle 112 vittime, riportato nel Registro dei Defunti della Chiesa Cattedrale di Nardò, vol. 18 – dal 1742 al 1766 in quel “Giorno di mercordì a 20 febraro 1743 ad’ore ventiquattro meno un quarto sortì un terremoto così grande che non solamente precipitò tutta la Città ma vi morirono sotto le pietre li sottoscritti videlicet 112″.

Lo studioso non solo trascrive i nominativi, ma riporta delle utili notizie genealogiche e anagrafiche proprie di ognuno dei defunti, contribuendo così a colmare un’altra lacuna della storia cittadina.

 

Nota informativa: la pubblicazione potrà essere ritirata presso la Cattedrale di Nardò.

20 febbraio. San Gregorio armeno l’Illuminatore, patrono di Nardò

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Battesimo della nazione armena da parte di S. Gregorio, Apostolo degi Armeni – dipinto russo del 1892

di Marcello Gaballo

In molti si chiederanno perché oggi dedichiamo queste note a San Gregorio armeno, detto l’Illuminatore (in armeno: Գրիգոր Լուսաւորիչ traslato in Grigor Lusavorich; in greco Γρηγόριος Φωστήρ o Φωτιστής, Gregorios Phoster or Photistes) o Apostolo degli Armeni, nato  e morto in Armenia (257 ca. – 330 ca.), nazione che si convertì al cristianesimo nel 301.

Festeggiato dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 30 settembre, il santo vescovo è protettore della città di Nardò, che però lo festeggia da quasi tre secoli il 20 febbraio.

La piazza di Nardò con la guglia dell’Immacolata e il Sedile

La tradizione vuole che la statua del santo, posta sulla sommità del Sedile cittadino, nella pubblica piazza, si sia miracolosamente spostata, quasi a rivolgersi verso l’epicentro del sisma che alle ore 16.30 del 20 febbraio 1743 aveva colpito Nardò e tutto il basso Ionio, con ingenti danni a persone e immobili[1]. 112 furono i morti e sarebbero stati molti di più, sempre secondo la tradizione, se non si fosse ottenuta l’intercessione del santo. Il sisma raggiunse il IX grado della Scala Mercalli e sembra che l’epicentro fosse localizzato nel canale di Otranto. Danni notevoli furono registrati anche a Francavilla Fontana, a Maruggio e ad Amaxichi, una località dell’isola di Lefkada (Isole Ioniche) in Grecia.

particolare del Sedile di Nardò con la statua centrale di S. Gregorio armeno e le due statue dei comprotettori

Volutamente tralasceremo le notizie biografiche del santo, ampiamente

Un busto di San Gregorio Armeno tra i tesori della cattedrale di Nardò

Nardò, Cattedrale, busto argenteo di san Gregorio Armeno

di Marcello Gaballo

In altri post si è accennato al reliquiario a braccio con la reliquia di San Gregorio, copia di un precedente rubato negli anni ’80. Oggetto di maggiore venerazione, almeno in questi anni, è il busto del Santo, portato processionalmente la mattina del 20 febbraio tra le vie principali della città, subito dopo il pontificale del vescovo in Cattedrale, accompagnato dalle confraternite cittadini, le Autorità religiose e civili ed un seguito di fedeli che stanno riscoprendo il culto del santo.

Bisogna dare atto che i recenti comitati cittadini si stanno impegnando da qualche anno a incrementare la devozione al santo, con festeggiamenti che senz’altro il popolo gradisce e sostiene con i propri contributi volontari.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita del SS. Sacramento
Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sorelle delle confraternita del SS. Sacramento e confraternita delle Anime Sante del Purgatorio
Nardò, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita di San Giuseppe

L’inclemenza del tempo e le troppe feste cittadine oscurano il giusto tributo che dovrebbe rendersi al santo patrono, ma si spera in una crescente sensibilità per onorare al meglio una delle più antiche devozioni, attestata fin dalla fine del XVI secolo.

Mi piace in questa nota riproporre quanto già scrissi diversi anni fa nel libro sui Sanfelice a Nardò, visto che si continua ad avere incertezza sul prezioso busto settecentesco, spesso datato con incertezza.

particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno
particolare del busto neritino di San Gregorio Armeno

Anche in questo caso la ricerca premiò e una serie di atti notarili, conservati nell’Archivio di Stato di Lecce, attestano che l’opera fu realizzata a Napoli nel 1717, come si evince anche dall’iscrizione posta sulla stessa.

A distanza di un anno il busto richiese un intervento di restauro e in un atto del notaio neritino Emanuele Bovino del 1718 si legge che il mastro argentiere Giovan Battista Ferreri di Roma era stato saldato dall’economo della cattedrale sac. Domenico Grumesi, per conto di Mons. Sanfelice:

Costituito personalmente avanti di noi in testimonio publico il Sig.re Gio: Batta Ferrieri della città di Roma, al p(rese)nte in questa Città di Nardò mastro Argentiere, il quale spontaneam(en)te e per ogni miglior via, avanti di noi dichiarò come hoggi p(rede)tto giorno esso Sig. Gio: Batta have presentato al Sig. D. Domenico Grumesi economo di questa mensa vescovile qui p(rese)nte una tratta pagabile ad esso da Mons(igno)re Il(ustrissi)mo R(everendissi)mo D. Antonio Sanfelice vescovo di questa Città sotto la data in Napoli li 15 del corrente mese di Giugno in somma di ducati quindici, come dalla suddetta tratta alla quale et havendo esso Sig. Gio: Batta richiesto detto Sig.re D. Dom(eni)co per la consegna e soddisfatione delli suddetti ducati quindici, e conoscendo il medesimo esser cosa giusta e volendo soddisfare la tratta suddetta che può hoggi p(rede)tto giorno esso Sig.re Gio: Batta presentialmente e di contanti avanti di noi numerati di moneta d’argento ricevè et hebbe detti ducati quindici dallo detto Sig.re D. Dom(eni)co p(rese)nte date et numerate di proprio denaro detto Il(ustrissi)mo e R(everendissi)mo Mons(ignor) Vescovo come disse, e sono a saldo, e complimento e fino al pagam(ento) della statua d’Argento del nostro Prò(tettore) S. Gregorio Armeno fatta fare nella Città di Napoli da detto Ill.mo R.mo Sig.re come disse, così d’Argento, metallo , oro, indoratura e manifattura e di qualsi’altra spesa vi fusse occorsa…

Nell’ atto dunque l’argentiere si dichiara soddisfatto della somma avuta, impegnandosi per il futuro di apportarvi ogni restauro, senza nulla pretendere, fatta eccezione per l’argento che gli sarebbe stato fornito per le necessarie riparazioni.

Essendo stato il busto realizzato a spese del Vescovo probabilmente egli ne restava anche proprietario, visto che con altro atto del medesimo notaio, ma del 20 febbraio 1722, il Sanfelice donò alla Cattedrale il nostro busto, il braccio d’ argento di S. Gregorio e quello, anch’ esso argenteo, col dito di S. Francesco di Sales.

ancora un particolare del prezioso busto
ancora un particolare del prezioso busto

Per amor di completezza occorre dire che tale donazione includeva altre suppellettili preziosissime, come alcuni “reliquiari d’ argento lavorati in Roma”, due “dossali o baldacchini”, un paliotto d’ argento, una cartagloria e la croce tempestata di smeraldi. Nella donazione infine si includevano duecento “stare di oglio, per farcene lo stucco della nostra Cattedrale, alla quale doniamo anche il cornicione di legno venuto da Napoli”.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Don Gino Di Gesù porta in processione la reliquia del braccio

Una successiva e definitiva conferma di tanta generosità la conferma ancora un atto notarile che viene stilato alla morte del vescovo Antonio, quando, nel 1736, fu redatto l’inventario dei beni da esso lasciati  alla Chiesa neritina, conservati nell’episcopio e nella tesoreria della cattedrale.

Stralcio quanto già pubblicato a suo tempo in Antonio e Ferdinando Sanfelice. Il pastore e l’ architetto a Nardò nei primi del Settecento, a cura di M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi, Galatina 2003:

Die nona mensis Januarii 1736. Neriti.

E continuandosi il notamento et inventario sudetto con l’ assistenza de deputati e con l’ intervento de testimonii sottoscritti si procedè ad annotarsi et inventariarsi li beni riposti nell’ appartamento piccolo.

Prima camera: una porta con maschiatura e chiave e maschiatura di dentro.

Una carta con l’ effiggie di tutti i Pontefici con cornice d’ apeto.

Carte francesi sopra tela senza cornici n° 18 e sei paesini con cornici.

Un braccio d’ argento con la reliquia di S. Francesco di Sales calato in sacrestia consignato al Rev. Sig. Abb. D. Giuseppe Corbino Tesoriero.

Una statua di argento a mezzo busto di S. Gregorio Armeno protettore e […] vi manca un po’ di rame indorata, et à man sinistra vi manca un po’ di argento, con il piede indorato dentro una cassa, con l’ imprese di detto Ill.mo Sanfelice, e due vite di ferro per vitare la statua sopra detto piede; et una cassa con due maschiature e chiavi in dove stava riposta la detta statua e braccio, calate in sacrestia e consignate al detto Sig. Tesoriere.

E l’ inventario continua con l’ elencazione degli altri argenti conservati nella prima stanza:

Un paglietto di argento per l’ altare maggiore[1] con la sua cassa e maschiatura e chiave, sulla quale vi mancano ventidue vite piccole seu chiodetti et in […] vi manca un po’ di argento, calato in sacrestia e consignato al detto Sig. Tesoriero.

Un baldacchino di argento fatto dal medesimo per esporre il SS.mo con la sua veste, cui mancano 30 chiodetti.

Sei candilieri grandi di argento per l’ altare maggiore fatti dalla B.M. di detto Vescovo, calati in sacrestia e consignati al detto Sig. Tesoriero.

Due ciarroni di argento dal medesimo per fiori che si mettono su l’ orlo dell’ altare maggiore sù le teste de’ cherubini; in uno vi mancano tre chiodetti e nell’ altro quattro con le loro vesti; calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Due reliquarii grandi di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi è l’ insigne reliquia delle fascie del S. Bambino, e nell’ altra de pallio […] et veste della Beata Vergine, sulli quali mancano due chiodetti d’ argento, calati in sacrestia e consignati al detto.

Sei altri reliquarii più piccoli di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi sono e reliquie di tutti SS. Apostoli; in un altro de Martiri; in un altro de Confessori; in un altro de Vergini; in un altro de Dottori della Chiesa e nell’ altro de Santi Abbati, in cinque de’ quali vi mancano alcuni pezzotti di argento nelli finimenti, quali si sono calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Una pisside grande nuova di argento con la sua veste ricamata fatta dal medesimo, calata in sacrestia e consignata al detto Tesoriere.

Sei candilieri grandi inargentati per ogni giorno per il gradino dell’ altare maggiore e sei craste dell’ istessa maniera fatte dal medesimo, e sei fiori seu frasche di carta inargentata fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Sei fiori di seta di diversi colori, due grandi e quattro piccoli e due splendori argentati fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Conclude la processione il busto del Santo portato “a spalla” da fedeli

[1] Si tratta del bellissimo paliotto argenteo del 1723, fatto realizzare a Napoli da Giovambattista D’ Aura, per l’ altare maggiore della Cattedrale di Nardò e che in circostanze recenti è stato esposto alla visione dei fedeli.

Gli Armeni in Italia

di Boghos Levon Zekiyan

Università di Venezia «Ca Foscari»

Cristo in Trono, dal Vangelo di Etchmiadzin

Le prime vestigia sicure di un’attendibile presenza di armeni nell’Italia medievale si riscontrano nell’Esarcato bizantino di Ravenna. Alcuni degli esarchi erano di origine armena, come il famoso patrizio Narsete (Nerses) l’Eunuco (541-568) e Isaccio (Sahak) (625-644). Di quest’ultimo si trova nella chiesa di San Vitale a Ravenna uno splendido monumento con sculture ed epigrafi che lo proclamano «gloria dell’Armenia». In un mosaico della stessa chiesa è forse lo stesso Narsete che si vede al fianco dell’imperatore Giustiniano. Inoltre si trovava a Ravenna, per la difesa della città, una milizia composta per la maggior parte di armeni, detta perciò «armena» o numerus Armeniorum. Per la stessa ragione anche il quartiere dove dimoravano i militari, la Classis, nella zona litorale della città, fu pure chiamato “Armenia”.

Questo nucleo di Ravenna può essere considerato giustamente come la prima colonia armena dell’Italia medievale. È da rilevare però che quegli armeni erano nel medesimo tempo cittadini bizantini, erano cioè bizantinoarmeni. Nello stesso periodo, oltre a quelli summenzionati, vengono ricordati pure altri nomi di capi armeni in Italia, sotto il comando dei quali combatterono anche numerose soldatesche armene.

Contemporaneamente a questi nuclei di militari e funzionari, non mancarono anche gli uomini di commercio che si sparsero lungo le coste settentrionali dell’Africa, per la Sicilia, fino in fondo all’Adriatico e a Ravenna.

dipinto di Francesco Maggiotto (1750-1805)

Secondo una tradizione, due reliquie di San Gregorio l’Illuminatore sono custodite in Italia: a Nardò le ossa di un braccio e a Napoli il cranio, trasferito qui da Nardò ai tempi di Ferdinando II d’Aragona, nel XV secolo. La tradizione locale, riportata anche da Baronio, afferma che le reliquie del Santo furono trasferite in Italia da monache e fedeli armeni, fuggiti dall’Oriente. Secondo Baronio, ciò dovrebbe essere accaduto ai tempi

Un pomeriggio “armeno” a Nardò

San Gregorio Armeno battezza il re Tiridate
San Gregorio Armeno battezza il re Tiridate

Lunedì 18 febbraio, alle ore 16, nella Sala Roma, di fronte alla Cattedrale, esperti a convegno per trattare degli Armeni. Il tema dell’incontro è

“Alla scoperta degli Armeni. Storia di un popolo dimenticato”,

nel quale sarà anche presentato il libro di Kegham Jamil Boloyan “Il richiamo del sangue”.

Interverranno: Ani Balian, Kegham Jamil Boloyan, Stefania  Dell’Anna, Cosma Cafueri  e Ada Manfreda, coordinati da Giancarlo De Pascalis.

 

 

 

Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno
Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno

La grande novità è la celebrazione della S. Messa solenne  in rito armeno celebrata in Cattedrale dal parroco della Chiesa armena apostolica di Milano, Padre Tovma Khachataryan. Lo assisterà nel rito il diacono MANOUK SARAFIAN, mentre i canti saranno eseguiti dal soprano ANI BALIAN e dal tenore YERVANT MINAS ERETZIAN, mentre le musiche saranno eseguite da ALINA SILVIA PAPAZIAN, tutti armeni, giunti in città per l’occasione e che parteciperanno anche alla processione del giorno dopo, 19 febbraio.

La celebrazione in rito armeno, senz’altro suggestiva e del tutto differente rispetto alla Messa cattolica, per quanto se ne sa e da quando sono presenti le reliquie del santo patrono Gregorio armeno, si tiene per la prima volta in città.

La presenza di un interprete e la distribuzione di alcun sussidi aiuteranno a comprendere le diverse fasi della cerimonia religiosa, la cui durata si prevede intorno agli 80-90 minuti.

 

Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno
Benedizione con la reliquia di San Gregorio Armeno

 

 

20 febbraio. San Gregorio armeno l’Illuminatore, patrono di Nardò

Battesimo della nazione armena da parte di S. Gregorio, Apostolo degi Armeni – dipinto russo del 1892

di Marcello Gaballo

In molti si chiederanno perché oggi dedichiamo queste note a San Gregorio armeno, detto l’Illuminatore (in armeno: Գրիգոր Լուսաւորիչ traslato in Grigor Lusavorich; in greco Γρηγόριος Φωστήρ o Φωτιστής, Gregorios Phoster or Photistes) o Apostolo degli Armeni, nato  e morto in Armenia (257 ca. – 330 ca.), nazione che si convertì al cristianesimo nel 301.

Festeggiato dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 30 settembre, il santo vescovo è protettore della città di Nardò, che però lo festeggia da quasi tre secoli il 20 febbraio.

La piazza di Nardò con la guglia dell’Immacolata e il Sedile

La tradizione vuole che la statua del santo, posta sulla sommità del Sedile cittadino, nella pubblica piazza, si sia miracolosamente spostata, quasi a rivolgersi verso l’epicentro del sisma che alle ore 16.30 del 20 febbraio 1743 aveva colpito Nardò e tutto il basso Ionio, con ingenti danni a persone e immobili[1]. 112 furono i morti e sarebbero stati molti di più, sempre secondo la tradizione, se non si fosse ottenuta l’intercessione del santo. Il sisma raggiunse il IX grado della Scala Mercalli e sembra che l’epicentro fosse localizzato nel canale di Otranto. Danni notevoli furono registrati anche a Francavilla Fontana, a Maruggio e ad Amaxichi, una località dell’isola di Lefkada (Isole Ioniche) in Grecia.

particolare del Sedile di Nardò con la statua centrale di S. Gregorio armeno e le due statue dei comprotettori

Volutamente tralasceremo le notizie biografiche del santo, ampiamente

Una statua di San Gregorio Armeno a ridosso della basilica vaticana

di Salvatore Calabrese

Di pochi giorni fa la mia piacevole scoperta a Roma,  nel cortilone nord della Basilica Vaticana, in una nicchia della parete esterna destra della chiesa, dove troneggia una  gigantesca statua marmorea, alla cui base c’è scritto: S. GREGORIUS  ARMENIAE   ILLUMINATOR.

Da neretino quale sono, evidentemente attratto dal santo protettore della mia città, insolitamente presente in quel luogo, ho cercato informazioni utili per conoscere meglio la scultura e sul periodo della sua collocazione.

Le fonti rimandano soprattutto ad un articolo di Marco Tosatti, pubblicato sulla STAMPA il 19 gennaio 2005, e a quello del RADIOGIORNALE della RADIO VATICANA, trasmesso alle ore 14 del 19 gennaio 2005.

Da entrambe attingo per essenziali notizie che condivido in questo spazio:

Una nuova ed enorme statua per celebrare uno dei più antichi evangelizzatori della Chiesa: San Gregorio l’Illuminatore, apostolo dell’Armenia. La scultura a lui dedicata è stata benedetta la mattina dl 19-01-2005 da Giovanni Paolo II , poco prima della tradizionale udienza generale di ogni mercoledì. La monumentale statua, alta oltre 5 metrie mezzo e pesante 18 tonnellate, è stata realizzata in due anni, è costata 250.000 Euro ed è opera dello scultore armeno-libanese, Kazan Khatchick che ha vinto un concorso internazionale

Gli Armeni in Italia

di Boghos Levon Zekiyan

Università di Venezia «Ca Foscari»

Cristo in Trono, dal Vangelo di Etchmiadzin

Le prime vestigia sicure di un’attendibile presenza di armeni nell’Italia medievale si riscontrano nell’Esarcato bizantino di Ravenna. Alcuni degli esarchi erano di origine armena, come il famoso patrizio Narsete (Nerses) l’Eunuco (541-568) e Isaccio (Sahak) (625-644). Di quest’ultimo si trova nella chiesa di San Vitale a Ravenna uno splendido monumento con sculture ed epigrafi che lo proclamano «gloria dell’Armenia». In un mosaico della stessa chiesa è forse lo stesso Narsete che si vede al fianco dell’imperatore Giustiniano. Inoltre si trovava a Ravenna, per la difesa della città, una milizia composta per la maggior parte di armeni, detta perciò «armena» o numerus Armeniorum. Per la stessa ragione anche il quartiere dove dimoravano i militari, la Classis, nella zona litorale della città, fu pure chiamato “Armenia”.

Questo nucleo di Ravenna può essere considerato giustamente come la prima colonia armena dell’Italia medievale. È da rilevare però che quegli armeni erano nel medesimo tempo cittadini bizantini, erano cioè bizantinoarmeni. Nello stesso periodo, oltre a quelli summenzionati, vengono ricordati pure altri nomi di capi armeni in Italia, sotto il comando dei quali combatterono anche numerose soldatesche armene.

Contemporaneamente a questi nuclei di militari e funzionari, non mancarono anche gli uomini di commercio che si sparsero lungo le coste settentrionali dell’Africa, per la Sicilia, fino in fondo all’Adriatico e a Ravenna.

dipinto di Francesco Maggiotto (1750-1805)

Secondo una tradizione, due reliquie di San Gregorio l’Illuminatore sono custodite in Italia: a Nardò le ossa di un braccio e a Napoli il cranio, trasferito qui da Nardò ai tempi di Ferdinando II d’Aragona, nel XV secolo. La tradizione locale, riportata anche da Baronio, afferma che le reliquie del Santo furono trasferite in Italia da monache e fedeli armeni, fuggiti dall’Oriente. Secondo Baronio, ciò dovrebbe essere accaduto ai tempi

Un busto di San Gregorio Armeno tra i tesori della cattedrale di Nardò

Nardò, Cattedrale, busto argenteo di san Gregorio Armeno

di Marcello Gaballo

Nel precedente post si è accennato al reliquiario a braccio con la reliquia di San Gregorio, copia di un precedente rubato negli anni ’80. Oggetto di maggiore venerazione, almeno in questi anni, è il busto del Santo, portato processionalmente la mattina del 20 febbraio tra le vie principali della città, subito dopo il pontificale del vescovo in Cattedrale, accompagnato dalle confraternite cittadini, le Autorità religiose e civili ed un seguito di fedeli che stanno riscoprendo il culto del santo.

Bisogna dare atto che il neo-costituito comitato cittadino si sta impegnando da qualche anno a incrementare la devozione al santo, con festeggiamenti che senz’altro il popolo gradisce e finanzia.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita del SS. Sacramento
Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sorelle delle confraternita del SS. Sacramento e confraternita delle Anime Sante del Purgatorio
Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Sodali delle confraternita di San Giuseppe

L’inclemenza del tempo e le troppe feste cittadine oscurano il giusto tributo che dovrebbe rendersi al santo patrono, ma si spera in una crescente sensibilità per onorare al meglio una delle più antiche devozioni.

Mi piace in questa nota riproporre quanto già scrissi diversi anni fa nel libro sui Sanfelice a Nardò, visto che si continua ad avere incertezza sul prezioso busto settecentesco, spesso datato con incertezza.

Anche in questo caso la ricerca premiò e una serie di atti notarili, conservati nell’Archivio di Stato di Lecce, attestano che l’opera fu realizzata a Napoli nel 1717, come si evince anche dall’iscrizione posta sulla stessa.

A distanza di un anno il busto richiese un intervento di restauro e in un atto del notaio neritino Emanuele Bovino del 1718 si legge che il mastro argentiere Giovan Battista Ferreri di Roma era stato saldato dall’economo della cattedrale sac. Domenico Grumesi, per conto di Mons. Sanfelice:

Costituito personalmente avanti di noi in testimonio publico il Sig.re Gio: Batta Ferrieri della città di Roma, al p(rese)nte in questa Città di Nardò mastro Argentiere, il quale spontaneam(en)te e per ogni miglior via, avanti di noi dichiarò come hoggi p(rede)tto giorno esso Sig. Gio: Batta have presentato al Sig. D. Domenico Grumesi economo di questa mensa vescovile qui p(rese)nte una tratta pagabile ad esso da Mons(igno)re Il(ustrissi)mo R(everendissi)mo D. Antonio Sanfelice vescovo di questa Città sotto la data in Napoli li 15 del corrente mese di Giugno in somma di ducati quindici, come dalla suddetta tratta alla quale et havendo esso Sig. Gio: Batta richiesto detto Sig.re D. Dom(eni)co per la consegna e soddisfatione delli suddetti ducati quindici, e conoscendo il medesimo esser cosa giusta e volendo soddisfare la tratta suddetta che può hoggi p(rede)tto giorno esso Sig.re Gio: Batta presentialmente e di contanti avanti di noi numerati di moneta d’argento ricevè et hebbe detti ducati quindici dallo detto Sig.re D. Dom(eni)co p(rese)nte date et numerate di proprio denaro detto Il(ustrissi)mo e R(everendissi)mo Mons(ignor) Vescovo come disse, e sono a saldo, e complimento e fino al pagam(ento) della statua d’Argento del nostro Prò(tettore) S. Gregorio Armeno fatta fare nella Città di Napoli da detto Ill.mo R.mo Sig.re come disse, così d’Argento, metallo , oro, indoratura e manifattura e di qualsi’altra spesa vi fusse occorsa…

Nell’ atto dunque l’argentiere si dichiara soddisfatto della somma avuta, impegnandosi per il futuro di apportarvi ogni restauro, senza nulla pretendere, fatta eccezione per l’argento che gli sarebbe stato fornito per le necessarie riparazioni.

Essendo stato il busto realizzato a spese del Vescovo probabilmente egli ne restava anche proprietario, visto che con altro atto del medesimo notaio, ma del 20 febbraio 1722, il Sanfelice donò alla Cattedrale il nostro busto, il braccio d’ argento di S. Gregorio e quello, anch’ esso argenteo, col dito di S. Francesco di Sales.

Per amor di completezza occorre dire che tale donazione includeva altre suppellettili preziosissime, come alcuni “reliquiari d’ argento lavorati in Roma”, due “dossali o baldacchini”, un paliotto d’ argento, una cartagloria e la croce tempestata di smeraldi. Nella donazione infine si includevano duecento “stare di oglio, per farcene lo stucco della nostra Cattedrale, alla quale doniamo anche il cornicione di legno venuto da Napoli”.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Don Gino Di Gesù porta in processione la reliquia del braccio

Una successiva e definitiva conferma di tanta generosità la conferma ancora un atto notarile che viene stilato alla morte del vescovo Antonio, quando, nel 1736, fu redatto l’inventario dei beni da esso lasciati  alla Chiesa neritina, conservati nell’episcopio e nella tesoreria della cattedrale.

Stralcio quanto già pubblicato a suo tempo in Antonio e Ferdinando Sanfelice. Il pastore e l’ architetto a Nardò nei primi del Settecento, a cura di M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi, Galatina 2003:

Die nona mensis Januarii 1736. Neriti.

E continuandosi il notamento et inventario sudetto con l’ assistenza de deputati e con l’ intervento de testimonii sottoscritti si procedè ad annotarsi et inventariarsi li beni riposti nell’ appartamento piccolo.

Prima camera: una porta con maschiatura e chiave e maschiatura di dentro.

Una carta con l’ effiggie di tutti i Pontefici con cornice d’ apeto.

Carte francesi sopra tela senza cornici n° 18 e sei paesini con cornici.

Un braccio d’ argento con la reliquia di S. Francesco di Sales calato in sacrestia consignato al Rev. Sig. Abb. D. Giuseppe Corbino Tesoriero.

Una statua di argento a mezzo busto di S. Gregorio Armeno protettore e […] vi manca un po’ di rame indorata, et à man sinistra vi manca un po’ di argento, con il piede indorato dentro una cassa, con l’ imprese di detto Ill.mo Sanfelice, e due vite di ferro per vitare la statua sopra detto piede; et una cassa con due maschiature e chiavi in dove stava riposta la detta statua e braccio, calate in sacrestia e consignate al detto Sig. Tesoriere.

E l’ inventario continua con l’ elencazione degli altri argenti conservati nella prima stanza:

Un paglietto di argento per l’ altare maggiore[1] con la sua cassa e maschiatura e chiave, sulla quale vi mancano ventidue vite piccole seu chiodetti et in […] vi manca un po’ di argento, calato in sacrestia e consignato al detto Sig. Tesoriero.

Un baldacchino di argento fatto dal medesimo per esporre il SS.mo con la sua veste, cui mancano 30 chiodetti.

Sei candilieri grandi di argento per l’ altare maggiore fatti dalla B.M. di detto Vescovo, calati in sacrestia e consignati al detto Sig. Tesoriero.

Due ciarroni di argento dal medesimo per fiori che si mettono su l’ orlo dell’ altare maggiore sù le teste de’ cherubini; in uno vi mancano tre chiodetti e nell’ altro quattro con le loro vesti; calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Due reliquarii grandi di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi è l’ insigne reliquia delle fascie del S. Bambino, e nell’ altra de pallio […] et veste della Beata Vergine, sulli quali mancano due chiodetti d’ argento, calati in sacrestia e consignati al detto.

Sei altri reliquarii più piccoli di argento fatti dal medesimo, in uno de’ quali vi sono e reliquie di tutti SS. Apostoli; in un altro de Martiri; in un altro de Confessori; in un altro de Vergini; in un altro de Dottori della Chiesa e nell’ altro de Santi Abbati, in cinque de’ quali vi mancano alcuni pezzotti di argento nelli finimenti, quali si sono calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriero.

Una pisside grande nuova di argento con la sua veste ricamata fatta dal medesimo, calata in sacrestia e consignata al detto Tesoriere.

Sei candilieri grandi inargentati per ogni giorno per il gradino dell’ altare maggiore e sei craste dell’ istessa maniera fatte dal medesimo, e sei fiori seu frasche di carta inargentata fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Sei fiori di seta di diversi colori, due grandi e quattro piccoli e due splendori argentati fatti dal medesimo, e calati in sacrestia e consignati al detto Tesoriere.

Nardò, 20 febbraio 2010, processione in onore del santo. Conclude la processione il busto del Santo portato “a spalla” da fedeli

[1] Si tratta del bellissimo paliotto argenteo del 1723, fatto realizzare a Napoli da Giovambattista D’ Aura, per l’ altare maggiore della Cattedrale di Nardò e che in circostanze recenti è stato esposto alla visione dei fedeli.

Il popolo armeno e la Puglia: un legame millenario

a cura di Giancarlo De Pascalis

In occasione dei  festeggiamenti organizzati in onore di S. Gregorio Armeno a Nardò si terrà sabato prossimo, 19 febbraio, alle ore 10,30 presso la “Sala Roma” dell’antico Seminario Vescovile, sito in  Piazza Pio XI un incontro sul tema “Il popolo Armeno e la Puglia: un legame millenario”. La relazione sarà tenuta da Isabelle Oztasciyan, docente presso l’Università del Salento. Introdurrà  il parroco della Cattedrale di Nardò, sac. Giuliano Santantonio, e seguiranno gli interventi sul culto di S. Gregorio Armeno a cura di Maria Rosaria Tamblé (Archivio di Stato di Lecce) e sulle vicende del terremoto del 20 febbraio 1743, a cura di Giancarlo De Pascalis (Università del Salento).

Sarà l’occasione per riflettere sui rapporti plurisecolari intrattenuti dagli Armeni con le popolazioni pugliesi e sugli scambi culturali tra due popoli accomunati dalla fede cristiana.

L’Armenia fu la prima nazione della storia ad abbracciare il cristianesimo grazie proprio a S. Gregorio l’Illuminatore, fondatore della Chiesa nazionale armena sul finire del III secolo d. C. e suo primo vescovo. La fede incrollabile in Cristo è stata da allora un elemento identitario del popolo armeno, al punto da  farlo resistere all’invasione arabo-musulmana  fino alla creazione di un fiorente regno cristiano (la cosiddetta piccola Armenia in Cilicia)  tra il IX e l’XI secolo che entrò in relazioni con Bisanzio e con i crociati.

Attualmente la Chiesa Armena  è suddivisa in due katholikosati (da katholikos, il capo della chiesa armena): uno maggioritario monofisita (riconosce in Gesù Cristo soltanto la natura divina) e uno che riconosce il primato di Roma, al pari di un terzo, più piccolo, con sede in Libano.

Comunità armene sono diffuse in tutta la Penisola ed anche in Puglia se ne registrano, in special modo a Bari, Conversano, e Martina Franca. Dopo la gloriosa stagione medievale, fatta di scambi mercantili e di vincoli di fede suggellati attraverso il culto nelle suggestive chiese costruite da immigrati benestanti per servire le colonie armene stanziate nelle città costiere del litorale pugliese, un nuovo flusso migratorio si è registrato circa un secolo fa a seguito della durissima campagna di snazionalizzazione posta in atto dalla Turchia a partire dalla fine del XIX secolo.

Dopo i massacri del 1894, del 1895-96 e del 1909, che assunsero le dimensioni di un autentico genocidio, ha avuto luogo la cosiddetta diaspora armena, diretta soprattutto verso la Francia e gli Stati Uniti d’America. In rapporto alla durezza di questo destino, il contributo dell’Armenia allo sviluppo della civiltà è stato straordinario.

Le ricche tradizioni religiose, artistiche, letterarie e folkloriche forniscono tuttora testimonianze importanti di un percorso culturale intrecciatosi in un lontano passato con quello della Chiesa neritina, che ne trasse per lungo tempo motivo di vanto rispetto alle altre consorelle pugliesi per il fatto di conservare una delle più prestigiose e insigni reliquie della cristianità, quella di parte del braccio di S. Gregorio, il patriarca di un popolo eroico sino al martirio nella difesa della propria fede e della propria identità.

In un’epoca contrassegnata dalla ripresa violenta dell’integralismo religioso e dell’intolleranza etnica il culto di S. Gregorio, ispirato all’ecumenismo ed al dialogo tra fedi diverse, si rivela quanto mai attuale e offre a tutti noi un modello di sviluppo civile e religioso ed un sistema di valori dai quali trarre utili insegnamenti per il  presente e per il futuro.

Nei giorni 19 e 20 febbraio sarà possibile anche visitare presso l’Antico Seminario la mostra “Documenti e immagini del culto di S. Gregorio Armeno a Nardò”.

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