Buccio di Ranallo e La leggenda di Santa Caterina d’Alessandria

di Angela Beccarisi

 

In questo breve articolo riprendo alcuni ipotesi già espresse nella pubblicazione Nel segno della stella a sedici punte (Editrice Salentina) per evidenziare maggiormente i contorni di una ricostruzione storico-artistica attorno alla chiesa di santa Caterina d’Alessandria a Galatina, in relazione alle maggiori famiglie committenti presenti all’interno della stessa.

Come proposto nel 2012, avanzavo una diversa lettura in merito alla fondazione del tempio cateriniano, vale a dire l’esistenza di una chiesa intitolata a Santa Caterina de Veterjis  a cui legavo il nome di Raimondo del Balzo (prozio del più famoso Raimondello) e della seconda moglie Isabella d’Eppe[1]. Trovo conferma nella lettura del saggio di Michela Becchis[2], che consiglio vivamente  per il confronto proposto tra gli affreschi quattrocenteschi galatinesi e pittori dell’area siculo-catalana. Resta a monte che nelle trame artistiche e religiose della chiesa galatinese del 1385, vi sia un rimando anche esplicito a Raimondo del Balzo, sebbene in un’ottica di lettura differente proposta nel mio piccolo saggio.

Sempre Nel segno della stella a sedici punte, evidenziavo il legame esistente tra la chiesa di Casaluce ad Aversa, fondata da Raimondo del Balzo, intorno alla fine degli anni Sessanta del XIV secolo,  e l’ordine dei Celestini, ordine che prese possesso del convento e della chiesa sotto il regno di Giovanna I. L’evento venne celebrato dalla campagna decorativa in cui è presente Celestino V assiso in trono attribuita al maestro toscano Niccolò di Tommaso che operò nel napoletano in quegli anni[3].  

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Celestino V, attribuito a Niccolò di Tommaso, anni Settanta del XIV secolo, Casaluce

 

Allo stesso ordine Maria d’Enghien-Brienne era particolarmente legata. Il Cutolo nella sua biografia, infatti, ci informa del fatto che il confessore della contessa fosse un celestino[4]. D’altronde la notizia è in linea con le dinamiche sociali ed artistiche dell’epoca nella città di Lecce, poiché Santa Croce, la chiesa fondata a metà del XIV secolo da Gualtieri di Brienne, conte di Lecce e zio di Maria (lo stemma è ancora visibile a destra del portale maggiore, nell’edificio ricostruito nel XVI secolo su progetto di Gabriele Riccardi) era anch’essa guidata dai Celestini. Necessariamente questo forte legame con i Celestini conduce le nostre ricerche ed analisi in Abruzzo e in particolare a l’Aquila, dove si conserva il corpo di Celestino V, all’interno dell’abbazia di Collemaggio.

Nel 1392[5], un anno dopo l’arrivo dei francescani della Vicarìa di Bosnia, a Galatina a Santa Caterina, si stipula un gemellaggio tra il tempio cateriniano e l’abbazia di Collemaggio. Per cui trovo molto curioso ed interessantissima quanto leggo e ‘riscopro’ in un testo che a mio avviso dovrebbe essere studiato nelle scuole superiori italiane. E mi riferisco al bellissimo Storia della letteratura meridionale del professore Aldo Vallone.[6] Per quel che concerne la poesia epico-religiosa tra XIV secolo e XV secolo, uno dei maggiori centri di  produzione di versi in volgare era Aquila negli Abruzzi ed il poeta per eccellenza era Buccio di Ranallo (Poppoleto, oggi Coppito, fine XIII sec.-1363) la cui produzione era una “fluente maestosità di celestinismo e francescanesimo, certo il più suggestivo e completo dell’area abruzzese”.

Lo stesso Buccio componeva nel 1330 la Leggenda di Santa Caterina d’Alessandria, versi in volgare che illustravano la storia della santa martire di Alessandria d’Egitto, con una spiccata descrizione della santa, donna colta,  a discapito dell’imperatore Massenzio, in cui il poeta “imposta il colloquio e lo atteggia secondo temi e moduli francescani”.

Vollio che ad celo guardi,

c’- olle soe paramenta;

lu sole co’-ll luna

che tanto lume duna;

et anche delle stelle

che [so’]lucide e belle

che mai fieta non fanno.

 

Potremmo immaginare che l’opera di Buccio di Ranallo non fosse estranea alla corte di Napoli, allo spirito culturale ed artistico inaugurato nella capitale partenopea da Roberto d’Angiò insieme alla moglie Sancia de Mallorca che in quegli anni (1328-1333) erano alle prese con la decorazione della francescana chiesa di Santa Chiara ad opera di Giotto. Corte frequentata da Raimondo del Balzo, gran Camerlengo del regno di Napoli e signore delle terre di Soleto.

Altri elementi quindi possono essere utili a rileggere la grande fabbrica galatinese in cui gli affreschi ‘parlano’ con grande eloquenza di un sostrato impercettibile di scelte figurative che rimandano alla metà del XIV secolo e alla corte di Napoli. Ritengo che Raimondo del Balzo e la moglie Isabella d’Eppe siano stati attori non protagonisti nelle scelte architettoniche di  Galatina e Soleto, a cui si aggiunsero Niccolò Orsini, Raimondello Orsini del Balzo e Maria d’Enghien-Brienne.

Riporto in questo articolo un bel confronto di  immagini che mi è stato segnalato da Valentina Primiceri, dopo aver letto Nel segno della stella a sedici punte. Le due Vergini annunciate, a Galatina e nell’abbazia di Collemaggio, a rimarcare lquesto rapporto, questo dialogo, non solo religioso, ma anche artistico tra la contea di Soleto, in particolare Galatina, e la città dell’Aquila.

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A sinistra: Vergine annunciata, abbazia di Collemaggio, XV secolo- Aquila

A destra: Vergine annunciata, chiesa Santa Caterina d’Alessandria, XV secolo–Galatina

 


Bibliografia             

A. Beccarisi, Nel segno della stella a sedici punte, Galatina, 2012 anche per la relativa bibliografia e ultimi contributi.

M. Becchis, Santa Caterina a Galatina:i suoi committenti e alcune strade per i suoi pittori, in (a cura di) P.F. Pistilli, F. Manzanari, G. Curzi, Universitates e baronie, arte e architettura in Abruzzo e nel regno al tempo dei Durazzo, 2008.

F. Bologna, I pittori alla corte angioina di Napoli: 1266-1414 e un riesame dell’arte fridericiana, Roma, 1969.

A. Cutolo, Maria d’Enghien, Galatina, 1977

 

 G. Vallone, 1992. Ancora riproposto in (a cura di),  A. Cassiano. B. Vetere, Dal giglio all’orso, i principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel salento, Galatina, 2006.

 

 A. Vallone, Storia della letteratura meridionale, Napoli, 1996, pp. 41-54.

 

Eccellentissimo pittore senese del Trecento: Andrea Vanni

Eccellentissimo pittore senese del Trecento

ANDREA VANNI

L’artista toscano ebbe continui rapporti di lavoro con il conte di Soleto Raimondo Del Balzo

 

di Angela Beccarisi

 

Galatina possiede un tesoro inestimabile di storia, cultura e pittura. Parliamo ovviamente della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, eretta nel 1385 da Raimondo Orsini del Balzo, principe di Taranto e marito di Maria d’Enghien Brienne.

Tanto è stato scritto su questa figura di grande condottiero ed abile politico vissuto tra XIV e XV secolo, ma solo negli ultimi anni le ricerche hanno raggiunto importanti risultati, tra cui, non ultimo, quello di fare finalmente chiarezza sulla famiglia di Raimondo Orsini del Balzo ( che per facilità di comprensione in questo testo chiameremo Raimondello) e sui suoi effettivi genitori, vale a dire Niccolò Orsini, conte di Nola, e Giovanna de Sabran (e non Maria del Balzo, come ha sempre erroneamente riportato per secoli una tradizione).

Eppure Raimondello unì alla casata Orsini anche quella del Balzo, proponendo uno stemma composto dai due rami.

Per comprendere questo passaggio bisogna leggere nell’albero genealogico degli Orsini di Nola. Niccolò Orsini, infatti, era figlio di Roberto e Sveva del Balzo, sorella di Raimondo del Balzo, I conte di Soleto (1351). Raimondo del Balzo era prozio di Raimondello, come riportato nella sottostante tabella.

Ugo del Balzo – 1266 Signore di Soleto e capostipite

Raimondo del Balzo

(1351, conte di Soleto)

sposa

Isabella d’Eppe

Sveva del Balzo

sposa

Roberto Orsini

(conte di Nola)

Niccolò Orsini

(conte di Nola e 1375 Soleto)

sposa

Giovanna de Sabran

Beatrice del Balzo

sposa in seconde nozze Francesco della Ratta

(conte di Caserta)

Raimondello Orsini

(poi del Balzo)

(conte di Soleto e principe di Taranto)

sposa

Maria d’Enghien Brienne

(contessa di Lecce)

In questa sede sottolineeremo il ruolo e la figura di Raimondo del Balzo che viene ricordato nella chiesa di santa Caterina d’Alessandria nel bell’epitaffio affrescato nell’ambulacro destro. Epitaffio che era presente e ancora visibile nel XVIII secolo nella chiesa francescana di Santa Chiara a Napoli, cappella reale degli Angiò, fatta erigere da re Roberto e dalla regina Sancia de Mallorca nel 1310 e affrescata da Giotto dal 1328 al 1333. Nella chiesa napoletana sono ancora conservati i sarcofagi di Raimondo del Balzo e della moglie Isabella d’Eppe, perduti sono i dipinti giotteschi. Tutti elementi che ci fanno comprendere lo spessore di Raimondo del Balzo, gran camerlengo del Regno di Napoli, ma soprattutto conte di Soleto come viene ricordato nell’epitaffio: Soletique comes.

Raimondo non fu solo un abilissimo soldato a capo delle truppe reali, ma si fece anche promotore della costruzione di una chiesa a Casaluce, vicino Aversa, intitolata a Santa Maria ad Nives anche nota come chiesa dei SS. Filippo e Giacomo. Una chiesa sorta per conservare le idrie che furono utilizzate da Gesù nelle nozze di Cana, come riporta una leggenda del luogo.

Una chiesa che venne definita splendida per gli affreschi che Raimondo fece realizzare da diverse maestranze di altissimo livello e dove di recente lo storico dell’arte Riccardo Prencipe ha rinvenuto un’iscrizione medievale in cui è presente il manifesto ideologico di Raimondo e sua moglie Isabella, l’origine del nome del Balzo e la volontà di erigere “templi come dono ai poveri”, poiché i due coniugi erano rimasti privi di quattro figli, morti tutti in giovanissima età.

Per la chiesa di Casaluce, Raimondo del Balzo nel 1365 circa commissionò un polittico andato smembrato nel corso dei secoli, firmato da Andrea Vanni pittore ( Siena 1333-1414).

Andrea Vanni (era di Siena) fu un personaggio politico di primo piano, ma anche eccellentissimo pittore di quei tempi che, secondo i documenti, soggiornò a Napoli, presso la corte reale di Giovanna I negli anni Sessanta e, successivamente, negli anni Ottanta del Trecento. Alcune fonti ci tramandano che a Napoli realizzò diverse opere. Oggi di certa attribuzione è solo il polittico smembrato di Casaluce, voluto da Raimondo del Balzo.

Ma Andrea Vanni fu anche pittore di fiducia di Urbano VI (il pontefice che Raimondello liberò dall’assedio di Nocera), il quale emanò una bolla nel 1385 con cui autorizzava Raimondello ad avviare i lavori di costruzione della chiesa sub vocabulo Sanctae Catherinae a Galatina. Lo stesso anno in cui Urbano VI veniva liberato da Raimondello ed emanava la suddetta bolla in suo favore, Andrea Vanni era presso di lui, come si evince dal carteggio che l’artista intrattiene da Nocera con il comune di Siena, pubblicato per la prima volta nel 1839. Un carteggio che riguarda gli anni 1383 e 1385 in cui risulta evidente il rapporto di fiducia e di lavoro tra Urbano VI è Andrea Vanni e la presenza del conte di Nola Niccolò Orsini.

Per questo motivo ho avanzato una diversa lettura degli episodi galatinesi relativi al grande complesso di Santa Caterina d’Alessandria.

La presenza di una piccola chiesa intitolata a Santa Caterina, precedente all’attuale complesso, individuata nelle visite pastorali come Santa Caterina de Veterjis, molto probabilmente era stata realizzata da Raimondo del Balzo per i motivi evidenziati prima e trasformata nel grande edificio orsiniano dal pronipote Raimondello.

Al grande complesso cateriniano di Raimondello ho ipotizzato che l’opera di Andrea Vanni non fosse estranea, essendo il pittore di riferimento del prozio e del pontefice a cui la famiglia Orsini aveva garantito il proprio aiuto. Maestranze che orbitarono attorno al pittore senese potrebbero aver lavorato a Santa Caterina a Galatina e non escludo un viaggio di Andrea Vanni nella contea di Soleto.

Naturalmente sono ipotesi di lettura storico-artistica degli avvenimenti galatinesi, alla luce delle vicende nel Regno di Napoli e dei tanti protagonisti di quel periodo e mi auguro che vi siano in futuro più elementi a suffragio di questa ipotesi.

Bibliografia

Beccarisi A., Nel segno della stella a sedici punte. Vicende della famiglia dl Balzo nella terra di san Pietro in Galatina, Galatina, 2012.

Cassiano A., Vetere B., Dal Giglio all’Orso. I Principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, Galatina, 2006.

Strinati T., Casaluce, un ciclo trecentesco in terra angioina, Milano, 2007.

Pubblicato su Il Filo di Aracne

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