Pietro Marti e la scuola

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Pietro Marti e la scuola

L’alunno, il maestro-professore, il dirigente scolastico

 

 di Ermanno Inguscio

 

A descrivere gli anni della sua infanzia ci viene in soccorso lo stesso Pietro Marti, il quale, nelle sue Memorie, opera incompleta, scrisse i ricordi autobiografici riguardanti il periodo storico compreso tra la sua nascita ed il 1879, anno nel quale ricevette la sua prima nomina a maestro elementare a Ruffano, suo paese natale.

L’opera, dedicata a Gregorio Carruggio, noto scrittore leccese, del quale era buon amico e con cui collaborava anche sulla rivista di quest’ultimo, “Il Salento”, è saltata fuori dal fondo di una biblioteca privata, rimasto nascosto sino al 1992. Il manoscritto steso con la caratteristica sua grafia appare composto di getto, viste le numerose correzioni e s’interrompe a metà di una frase sulla pagine segnata al 29 luglio di una agenda del 1932. Il manoscritto, iniziato nella stesura agli inizi del 1933, registra una interruzione con la frase, nella quale iniziava a descrivere l’incontro con una fanciulla “dalla dolce e pura affettuosità” e trova quasi certamente la sua spiegazione nella improvvisa morte del suo autore, avvenuta a Lecce il 18 aprile 1933. In quelle poche pagine, una quindicina in tutto, Marti descrive la sua infanzia triste e modesta, gli episodi che più colpirono il mondo della sua fanciullezza (l’abbraccio di Giuseppe Pisanelli, l’aurora boreale del 1871, i tristi eventi di miseria del 1873 tra le popolazioni salentine).

E’ una vera confessione che va al di là della esperienza di vita, in cui sembra rivivere il suo romantico immaginario giovanile, e che Marti fa interrogandosi intorno alla dimensione esistenziale dell’uomo nella società e offrendoci l’occasione per considerare  la profondità del suo saldo approdare nel mondo della cultura. Di sé giovanissimo Marti afferma di avere sempre creduto nell’ideale di pace e di giustizia, nell’amore reciproco, sebbene  orfano, povero, sperduto quasi nella solitudine grigia del borgo rurale.

Si smarriva di fronte alle miserie degli umili, considerava la donna vittima della sopraffazione sessuale, trepidava per l’abbandono e la maternità. La sua giovinezza era sbocciata in un’epoca di fanatismo rivoluzionario, ma era convinto  che  l’ideale è legge della vita ed alimento del progresso  e guardava con ripugnanza quanti, bruciando incenso  al Dio Tornaconto, misuravano i propri comportamenti sulla bilancia dell’egoismo.

Sin dalla piena maturità, e prossimo alla fine dei suoi giorni, egli restava turbato di fronte alle forme di cupidigia umana, di pervertimento, di privilegio e di miseria. All’età di tre anni, nel 1866, il piccolo Pietro, per iniziativa della sorella Caterina, venne investito del  “battesimo patriottico”: avvolto in un drappo tricolore e portato dentro una grande sala al pianterreno di palazzo Viva, venne consegnato nelle mani di un reduce garibaldino mutilato, in divisa indossata da Marsala al Volturno, che incitava a seguire Garibaldi per la liberazione del Veneto. Tra gli applausi e come augurio di vittoria, il piccolo Pietro venne mostrato all’assemblea festante tra canti di giubilo.

All’età di cinque anni, nel 1868, Marti venne portato dal padre, una sera,  nel palazzo di Antonio Leuzzi, munifico signore della città natale, ma liberale, che aveva invitato nel salone delle feste amici e personalità del diritto, della politica e dell’arte, per rendere omaggio al grande giurista Giuseppe Pisanelli. Una volta nel salone, dopo l’omaggio del padre al grande personaggio, il piccolo Pietro destò l’interesse del Pisanelli,  che si  mise amabilmente sulle ginocchia il piccolo, scambiando qualche frase con lui e baciandolo, infine, sulla fronte.

Del 1873, anno definito funesto per tutta la regione del Capo di Leuca, Marti rievoca le piogge torrenziali dell’autunno precedente e le grandini dell’estate, ma anche  la triste condizione di cittadine e villaggi, pieni di poveri mendicanti e di malfattori dediti a ruberie e assalti di ogni genere. Nella sua memoria campeggiano il ricordo infantile del pane nero d’orzo, introvabile, e delle erbe del contado, che costituivano l’unica base dell’alimentazione popolare; ma anche le mute privazioni delle sorelle e la cupa rassegnazione dei suoi genitori. Tra gli episodi di violenza  abbastanza inquietante era stato quello dell’assalto all’Ufficio del registro, compiuto da donne travestite da agenti di finanza.

A carestie e calamità si era aggiunta, nell’autunno, la morte del fratello Giuseppe. Aumentato lo stato di bisogno, il fratello Luigi aveva accolto come una vera fortuna la nomina di istitutore nel Convitto Palmieri di Lecce; il fratello Antonio, alunno prodigio del Ginnasio Capece di Maglie, aveva dovuto abbandonare gli studi e accettare anche lui un incarico nell’ insegnamento primario. Illuminante, tra primi ricordi scolastici di Marti, quanto egli scriveva di sé, piccolo scolaro: Spesso mi recavo a scuola senza pane, ma tanta miseria non faceva al mio spirito. Sebbene fanciullo sentivo in me qualcosa che mi faceva guardare con baldanza l’avvenire…, che la dice lunga sulla sua motivazione negli studi e sulla ferma volontà di riscatto personale e sociale. Nel 1874, a undici anni, il Nostro ebbe il modo di trascorrere una giornata trionfale a scuola. Egli, non sempre gratificato come dovuto dall’austero maestro, pur mostrando grande creatività nei testi scritti, viene sottoposto alla stesura di un compito in classe d’italiano (Prodigio di fede  e di costanza), alla presenza del terribile ispettore Calvino. Alla spedita consegna del testo, vergato senza brutta copia, dopo neanche due ore di tempo a disposizione, lo scolaro Marti provocò nell’arcigno ispettore grande meraviglia, per la bontà del prodotto. Questi se ne rallegrò davanti all’intera classe, dispensando lodi al piccolo prodigio e suggellando gl’incoraggiamenti meritati  con un bacio sulla fronte dell’alunno. Marti, per la compiacenza di tanti piccoli amici e il plauso inaspettato dell’Ispettore, riuscì a dimenticare le ingiurie della sorte (l’umiliazione degli abiti rammendati e le scarpe in pessimo stato).

Nel 1879, e per tre anni, ebbe l’incarico di maestro nelle scuole rurali di Ruffano. Una nomina, di gratificante prestigio sociale, all’inizio forse,  e ricevuta soprattutto per benevolenza di un sindaco, il liberale Leuzzi, ma stroncata da un vicesindaco Santaloja, che innescò un grave contenzioso, dopo un licenziamento per assenteismo, e che farà dire a Marti,  con amarezza, che la vita del Maestro di quel tempo fosse spesso un tirocinio di privazioni e di umiliazioni. L’educatore del popolo guadagnava appena tanto da non morire di fame e, soprattutto, il suo stato morale era fatto di servilismo obbligatorio verso tirannelli, spesso analfabeti, che la fiducia del patrio governo elevava alla carica di sindaci e ispettori.

Della sua cittadina di quel tempo, Ruffano, egli amava ricordare ben tre cose: la bellezza fascinatrice del paesaggio, la fraterna intimità di Carmelo Arnisi e la dolcezza pura e affettuosa di una fanciulla. Il clima ostile creatosi in paese  e la conflittualità aperta con l’amministrazione comunale, con esiti fino al Consiglio di Stato, lo costringono ad emigrare con alcuni fratelli nel capoluogo leccese.

Qui fonda un prestigioso ginnasio privato, frequentato da studenti della migliore intellighenzia di Lecce. Ma dopo appena due anni, e prima di fondare i giornali “La Democrazia” e “Il Popolo”, anche il suo ginnasio naufraga sotto i colpi di una dittatura faziosa e violenta. Nel 1893, già direttore de “L’Indipendente”, pubblica a Lecce Origine e fortuna della Coltura salentina, che gli procura notorietà nazionale, e, per “chiari meriti”, ottiene una cattedra per insegnare lettere e storia a Comacchio, nel ferrarese. E’ stato questo il passaggio di Marti da “maestro” a “professore”.

Nel 1895 pubblica a Ferrara il secondo volume de Origine e Fortuna della Coltura salentina, elogiato dallo stesso Carducci in Nuova Antologia.Dopo appena un biennio di esperienza scolastica tra i canali di Comacchio e molti plausi soprattutto in campo giornalistico (come direttore del foglio “Il Lavoro”), Marti, per questioni di salute, farà ritorno in Puglia. Egli sia a Taranto sia a Lecce troverà nel giornalismo e nell’insegnamento i due congeniali canali di realizzazione personale. Nella città ionica si fa apprezzare come operatore culturale (fonda “Il Salotto” e la sezione cittadina della “Dante Alighieri”), a Lecce, oltre che collaboratore di vari giornali, é apprezzato docente in vari tipi di scuola superiore (tecniche, artistiche e classiche).

In tutta la Puglia (Brindisi, Bari, Cerignola, Lecce)  e altrove (Roma) tiene conferenze di vario contenuto  storico-artistico. Accomuna una intensa attività produttiva editoriale a quella dell’insegnamento per un ventennio, sino a registrare anche l’esperienza di dirigente scolastico nella città di Manduria. L’11 ottobre 1921, per iniziativa del sindaco socialista Errico Giovanni, Marti viene designato per istituire a Manduria, in qualità di preside-dirigente, una “Scuola Tecnica privata”, quando a Lecce esercita la sua attività di professore di lettere nell’Istituto Statale d’Arte. Un anno di fruttuose soddisfazioni trascorre con un gruppo di circa 50 alunni iscritti, tra la soddisfazione di amministratori e famiglie. Così almeno sembra, a giudicare da una sua “Relazione” di fine anno, inviata al ministero il 29 luglio 1922.

Nell’autunno dello stesso anno, le mutate condizioni politiche generali e la baldanza della sezione fascista di Manduria rischiano di incrinare gravemente quell’esperienza scolastica, pure giudicata in città particolarmente fruttuosa. I fascisti locali lo accusano di avere percepito indebitamente due stipendi statali, dal novembre 1921 al gennaio 1923, e il clima in città sembra sommergere la buona esperienza del dirigente Marti. Nell’azione di volantinaggio fascista si getta fango sulla sua esperienza, si ipotizza la fine della “Scuola Tecnica Superiore” e il “tradimento” di Marti, come un dirigente scolastico “che se ne vuole andare” e affossare quell’istituto cittadino.  Marti, provocato sul registro della comunicazione a lui congeniale, risponde con suo volantino  a stampa, dal titolo “Per la verità” : nel giungere a Manduria, puntualizza, egli si era naturalmente messo in aspettativa  da professore a Lecce e l’opera diffamatoria della sezione PNF avrebbe portato tutti i responsabili in tribunale, con esiti di rilevanza penale. E nello stesso foglio dichiara: La missione della scuola dev’essere sacra e superiore a tutte le passioni personali e politiche; ed è triste per ogni paese quell’ora in cui si tenta di propinare il veleno della disistima fra discepoli e maestri.

Un’autentica dichiarazione di valore ideale sulla funzione educativa dell’istituzione scolastica e della funzione docente, della necessità di una forte sinergia tra famiglia e scuola, dell’idea del servizio che la politica deve fornire nell’interesse generale della popolazione. Quell’istituzione scolastica a Manduria sopravvisse per il 1922-’23 e Marti, a cui era stato offerto un importante incarico scolastico a Taranto, ritirò la sua decisione. Rimase per un altro anno a dirigere la Scuola Tecnica in quella città, per poi rientrare definitivamente a Lecce nel 1924. Nel 1923 aveva fondato, intanto, l’importante rivista “Fede” (poi trasformata, dal 1926, in “La Voce del Salento”), era stato nominato Ispettore ai Monumenti della provincia di Lecce. Per invito dell’Associazione Pugliese, tiene a Roma una conferenza, riportata su tutti i giornali della capitale.

Nell’estate del 1924 prepara l’organizzazione delle Biennali d’Arte, cui partecipano artisti e cultori della Puglia e dell’intera Italia meridionale. Le Biennali saranno ripetute nel 1926 e 1928, con il consenso del Governo, di stampa e  di critica. Ormai la sua passione di “docente” si affina verso percorsi culturali che lo vedranno, tra le tante opere pubblicate, autore de Ruderi e Monumenti della Penisola Salentina (1932), anche Direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini”, prima di cominciare a scrivere le sue Memorie, preziose, ma rimaste purtroppo incomplete.

Non così la sua figura di docente appassionato in favore della scuola e di ciò che essa d’importante significa per l’intera società di ogni tempo.

Pietro Marti a 150 anni dalla nascita. Il saggista e il polemista

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di Ermanno Inguscio

 

Memorabili tra le sue polemiche quella con Pasquale Guarini sul Problema Morale nel secolo XIX, con Guido Porzio su Lucio Sergio Catilina e su Giulio Cesare Vanini, con Matteo Incagliati e Raffaele De Cesare su Don Liborio Romano e la Caduta dei Borboni. Lo scritto, ripubblicato nel 1909, secondo la Bibliografia di Nicola Vacca del 1949, con una silloge di lettere del Romano a Ercole Stasi, era di tono sicuramente apologetico.

Alla polemica con il senatore Raffaele De Cesare, ragione prima del libro Don Liborio Romano, fecero riscontro attestazioni di apprezzamento, come riferito dal nipote Vittorio Bodini nel 1933: “Nella stratosfera silente degli studiosi di trent’anni fa, si levò gran rumore, uomini che non lo conoscevano trovarono garenzia d’amicizia nel libro…”, che riportò il testo integrale dei messaggi, provenienti dalla Camera dei deputati e dal Senato del Regno, in cui gli onorevoli Enrico Ferri (da Spoleto, 23 luglio 1909) e Guido Mazzoni (da Roma, 25 giugno 1910) rimarcavano l’errata modalità di annessione delle Provincie meridionali al Regno d’Italia secondo criteri che ne avevano aggravato le specifiche problematiche, a suo tempo denunciate da Liborio Romano. Il volume oltre che su Marti, richiamò l’attenzione sulla spinosa questione dell’annessione “forzata”. Napoleone Colajanni pubblicò un lungo articolo su “Rivista Popolare”, Valentino Simiani su “Natura ed Arte”. Persino chi non condivideva la sua tesi sul Romano non poté astenersi dal lodare il volume. Pietro Palumbo, discorde da lui e dal De Cesare, in un accurato studio della polemica, scrisse su “Rivista Storica Salentina”: Per fortuna del buon nome pugliese Pietro Marti gli [al De Cesare]  gli ha contrapposto un suo lavoro, piccolo di mole, ma denso di documenti e di affetto. E’ la glorificazione, direi, è la riabilitazione di don Liborio Ministro di Francesco II. Se questo lavoro non avesse altro pregio, e ne ha parecchi, gli rimarrebbe sempre quello di aver rialzato il buon nome di Terra d’Otranto”. E lo stesso Matteo Incagliati, discorde anch’egli, concluse su “Il Giornale d’Italia”: “Pietro Marti ha reso un alto servizio alla causa della storia nazionale”.

Quando poi l’Incagliati riaprì il dibattito a proposito della polemica sul Romano, Marti scrisse un volumetto, I Naufraghi, supplemento degno del libro e lo ripubblicò poi in Pagine di propaganda civile, affiancando con conferenze e discorsi la passione del suo assunto.

Nel 1912 Marti affrontò nuovamente l’argomento con I Naufraghi (Per don Liborio Romano) Pagine di polemica, con cui si scontrò con M. Incagliati.

L’anno precedente aveva pubblicato, con I Precursori, facendone una strenna sul foglio “La Democrazia”, un nutrito lavoro su alcuni patrioti carbonari, su una Relazione dell’Intendente Cito (1828) e sull’arcidiacono neretino Giuseppe Maria Zuccaro. Infine con Alessandro Cutolo su Maria D’Enghien.

La poliedricità della sua mente, aperta a vari problemi di cultura e d’arte, lo mise in luce negli ambienti culturali della Lecce dei primi del Novecento. Il suo trittico  sulla Origine  e  Fortuna della Cultura Salentina, rappresenta il compendio della sua attività di studioso, sebbene punteggiata a volte da critiche amare, come quella di dilettantismo in materia di storiografia, rivoltagli dal prof. Alessandro Cutolo, a proposito di Maria d’Enghien.

Sulla conferenza che il Cutolo aveva tenuto a Lecce nella Sala “Dante Alighieri” il 28 marzo 1928, sul tema La gran passione di Maria d’Enghien, Marti aveva mosso alcuni rilievi sul suo giornale “La Voce del Salento”, sottolineando l’eccessiva erudizione dell’oratore e una non puntuale documentazione.

Ne nacque una polemica, com’era da prevedersi, le cui pagine furono raccolte da Marti in un volume pubblicato a Lecce, poco prima della sua morte, per i tipi dell’Editrice Italia Meridionale, nel 1931, dal titolo Nella Terra di A. Galateo.

All’accusa di dilettantismo Marti rispose con un lungo articolo nel quale lamentava, in sostanza, che nella conferenza, fosse stata eccessivamente mortificata la personalità storica della sfortunata Contessa. Dopo due giorni il Cutolo replicò, mettendo ancora in  dubbio le doti di storico di Pietro Marti, accusandolo di attenersi più alle cronache che ai documenti, sulle quali egli aveva invece condotto il suo lavoro, consultando gli atti della Cancelleria di Re Ladislao e della regina Giovanna.

La polemica, mentre contribuì a riscoprire aspetti meno noti della personalità di Maria d’Enghien, finì con l’esasperare i due, come accade spesso in queste occasioni, inasprendole a tal punto da far dichiarare al Cutolo, in una sua lettera del 20 aprile, di non voler più rispondere a Marti su quell’argomento.

Tra i due, invero, fu il Nostro a mantenere il garbo e la calma, mentre il Cutolo manifestò la propria impazienza con antipatici riferimenti di sufficienza cattedratica, sebbene mista ad attestazioni di simpatia e stima. Il Nostro non se ne dolse, rispondendo ancora al Cutolo, che aveva inteso chiudere bruscamente ogni tipo di contatto, e rimandando ogni definitiva puntualizzazione alla pubblicazione su Maria d’Enghien che ne sarebbe seguita.

La polemica, in  fondo non giovò neppure a Marti, che se non registrò l’aumento della  sua fama, tuttavia presso gli sprovveduti la vide incrinata, dove invece non c’era d’attendersi necessariamente, in simili diatribe, un vincitore e un vinto, ma rispettabili valutazioni storiche pur su posizioni diverse.

Egli era abituato, però, a mantenere alta la guardia contro denigratori o avversari di turno. Scorrendo le pagine del suo giornale “La Voce del Salento”, è facile rilevare che anche come giornalista di razza fosse sottoposto a continue provocazioni.

Marti dovette rintuzzare i periodici assalti, come quello del cav. Giuseppe Zaccaria, che, dalle colonne del “Corriere del Salento”, avanzava dubbi sulla sua “sincerità politica” nei confronti del fascismo e addirittura sulla sua “educazione giornalistica”. E ciò avveniva nell’ottobre del 1932, ad appena sei mesi prima della sua morte, quando dal suo giornale dovette rispondere per le rime  con due articoli di  fondo, il primo Un chiarimento e il secondo Nel campo della sincerità. Premessa.

Ma ancor maggiore eco ebbe a Lecce e nell’intero Meridione, in campo storico-culturale, la polemica sostenuta da Marti, dalle colonne del suo giornale “La Voce del Salento”, contro la prestigiosa opera enciclopedica della “Treccani”, sulla quale, con ferree argomentazioni si denunciavano gravi omissioni di contenuti (quando non errori e abbagli madornali) in relazione a personaggi della storia del Salento e della Puglia intera, a firma di studiosi pur riconosciuti in campo nazionale. Il giornale leccese divenne la roccaforte delle puntuali contestazioni rivolte a spada tratta, e senza alcuna concessione di sorta, al prestigioso Comitato redazionale, nonché alla Direzione, dal giugno all’agosto del 1932, con la puntigliosa riproposizione di una rubrica, a firma di Ellenio, Rilievi e Polemiche. Lagune, granchi e… papere nella Enciclopedia Treccani. La polemica assunse i toni di una virulenza tale che per stemperare i caustici “rilievi” di Ellenio, graditi all’intero panorama culturale salentino e meridionale, pensò bene di scomodarsi lo stesso filosofo Giovanni Gentile. Questi  indirizzò ad Ellenio (pseudonimo, per il filosofo, un po’ troppo comodo) una puntuale lettera di precisazione circa i contenuti e le modalità editoriali dell’intera opera enciclopedica, pubblicata sul periodico leccese il 31 luglio 1932. Nelle ficcanti osservazioni di Marti, pesanti e puntuali come macigni, che rischiavano di mettere alla berlina studiosi di fama conclamata alla stregua di distratti scolaretti, si additavano omissioni, nelle voci “campanile” e “chiesa”, quali la mancata citazione della Guglia di Soleto del 1397 e il Tempio dei SS. Niccolò e Cataldo di Lecce.

In altro articolo si contestavano le sole cinque righe assegnate a Cosimo De Giorgi dall’estensore, prof. Stefano Sorrentino, che pure aveva pubblicato nel 1876 le Note Geologiche della Provincia di Lecce. In altro intervento, alle voci “Arditi” e “Briganti”, Marti considerava assolutamente inaccettabile la mancata citazione dell’Arditi e del gallipolino Tommaso Briganti (1691-1772). Come non mancava di sottolineare, il 24 luglio 1932, il pressapochismo della linea editoriale Treccani, per cui non si diceva assolutamente nulla di personaggi come Oronzo Massa, di Filippo Lopez y Royo, arcivescovo di Palermo, e di Francesco Antonio Astore, una delle vittime più illustri della repressione borbonica del 1799.

Nella lettera di Giovanni Gentile, dal filosofo si contestarono le “omissioni” denunciate dal giornale leccese che altro non erano che il frutto di scelte editoriali obbligate in forza del carattere universale della Enciclopedia, nella quale non potevano confluire tutte le voci di “abbazie, campanili, chiese e personaggi storici”: altro, dunque che “lagune, granchi e papere”. A tali “omissioni”, tuttavia, Gentile annunciava ad Ellenio (ma chi si celava sotto quello “pseudonimo”?) la promessa della compilazione e stampa di un apposito “Dizionario biografico degli Italiani”. Al direttore del foglio leccese “La Voce” se piacque l’annuncio del promesso Dizionario Biografico, non mancò l’ardire di respingere però al mittente l’ammiccante accusa di giornalista “mimetizzato” sotto le ali di uno pseudonimo. E in una conclusiva replica sulla faccenda della Treccani, a comprova della sua coraggiosa militanza giornalistica di un intero cinquantennio di battaglie contro la sordità di Sovrintendenze e Istituzioni, attacchi di giornali e scontri in campo amministrativo, rimarcava che le lacune, una volta accertate, rimangono tali e i granchi e le papere non si possono improvvisamente dissolvere in altro. Il pezzo si concludeva con la firma Pietro Marti e, tra parentesi, lo pseudonimo Ellenio. La prima e unica volta in cui il direttore del giornale leccese decise di apporre, su “La Voce”, ambedue le indicazioni.

Ma ai colpi mancini della fortuna Marti era abituato, sin dalla fanciullezza, quando, rimasto a sei anni orfano di padre, impiegato presso la Pretura di Ruffano, con l’aiuto dei fratelli maggiori, era riuscito, con grande sacrificio a conquistare il patentino di maestro rurale. Qui cominciò col misurarsi con le scolaresche del natìo paesello, dove pure entrò in conflitto con la locale amministrazione, il cui sindaco Santaloja gli interruppe lo stipendio, per essersi assentato dal servizio, per motivi di studio. Ne nacque un contrasto infinito, con ricorsi legali sino alla Corte dei Conti e che lo fece decidere vieppiù ad allontanarsi dall’amata terra di origine, trasferendosi presso gli istituti scolastici di Comacchio. Con la sua multiforme attività giornalistica si fece apprezzare nell’intera Penisola, più tardi anche come Direttore della Biblioteca provinciale “Bernardini” e come Ispettore onorario ai Monumenti per la Provincia di Lecce.

Tornò a Ruffano un’ultima volta, il 24 aprile 1927, per tenervi il discorso inaugurale per il Monumento ai Caduti, La Vittoria alata, opera offerta alla cittadinanza dal suo grande concittadino, l’artista Antonio Bortone.

Questi soltanto alcuni degli aspetti di Marti giornalista, conferenziere e polemista. Ciò era doveroso rimarcarlo, ma è soltanto parte di quanto si può riferire del suo battagliero e creativo giornalismo, della sua profonda cultura in ordine ai temi di rilevanza civile, trattati nelle conferenze in giro per la Puglia e l’intera Penisola, e della stessa virulenza delle polemiche innescate in nome del suo amore per il Salento, la Puglia, l’Italia. Altri interessanti aspetti verranno degnamente sottolineati nel preannunciato Convegno nazionale da celebrarsi ad inizio estate 2013, tra Lecce e  Ruffano, da valenti studiosi come Alessandro Laporta e il prof. Antonio Lucio Giannone. Il primo, infatti, in qualità di direttore della Biblioteca provinciale “Bernardini” di Lecce approfondirà tematiche bibliografiche anche in ordine al “Catalogo” del suo predecessore Marti; il secondo compulserà aspetti più tipicamente letterari, che appunteranno la riflessione sulla poesia del grande salentino Vittorio Bodini.

 

(Pubblicato su Presenza Taurisanese, a. XXXI, aprile 203, pp. 8-9)

Il giornalista ruffanese Pietro Marti (1863-1933)

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di Ermanno Inguscio

 

Dopo un primo contributo sul direttore della Biblioteca  provinciale “Bernardini”, Pietro Marti (1863-1933), descritto nella sua preziosa attività di direttore di giornali, in questo secondo intervento si lumeggerà la sua attività di giornalista, sua seconda attività, dopo quella di giovane docente a Ruffano e a Comacchio, lungo il suo peregrinare per la Penisola  tra fine Ottocento e il primo trentennio del Novecento.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si articolò lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali diretti da altri, di cui qui si riferisce, e le prestigiose iniziative, diverse, già presentate su questo foglio, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro.

Quanto alla “collaborazione” giornalistica di Marti, anticipata dalla prestigiosa direzione a “Democrazia”, iniziò con una lettera al Comitato di curatori del numero unico “ 2 Giugno”, composto da studenti e operai democratici leccesi. Il foglio aveva visto la luce a Lecce nel 1889, per i tipi della Tipografia Campanella. Su quelle colonne, accanto a diversi interventi sulla figura di Garibaldi, erano riportate altre due lettere, sempre rivolte al Comitato, ad opera di A. Saffi e di F. Rubichi.

Significativamente dedicato nel sottotitolo (“A Giuseppe Garibaldi”), dell’eroe dei due mondi, su “2 Giugno” era riprodotto il testo di un suo biglietto, indirizzato a Carlo Arrighi, il 7 aprile del 1862.

Dal 1891  Marti collaborò alla stesura del settimanale di Vincenzo Giosa, “Il Messaggero  Salentino”, con interventi giornalistici forniti per undici anni,  quasi quanto tutta la durata del foglio leccese, pronto a dare manforte all’impostazione già battagliera e scopertamente votata  a favore di Pellegrino. Suoi collaboratori nella più che decennale impresa furono Pietro Trinchera, G. Pellegrino, Francesco Rubichi, ecc.

Clemente Antonaci, Giuseppe Petraglione. Il giornale ebbe una ripresa nel 1908 e col numero del 23 giugno uscì sotto la direzione di Francesco Forleo-Casalini e dopo di Duilio Guglielmi. Di fatto era direttore e redattore principale Vincenzo Giosa e, dopo il 1898, fu vivamente antipellegriniano. Col numero 3 dell’anno VII (1897), iniziò la pubblicazione delle Cronache di Lecce dal 1591 al 1775 del Braccio, del Panettera e del Cino, da uno zibaldone del Duca Castromediano. Nella Biblioteca provinciale si conservano i numeri delle prime cinque annate, della VII, X e XII.

Marti fu poi partecipe allo stuolo di collaboratori de “La Cronaca Letteraria”, diretta da Giuseppe Petraglione, pubblicata a Lecce dal 1 gennaio 1893, presso la Tip. Lazzaretti e Figli.

Il giornale sospese le pubblicazioni col numero 8 del 16 aprile 1893. Le riprese il 2 maggio 1894. Dopo sei numeri cessò definitivamente il 5 agosto 1894. La seconda serie uscì per i tipi della Tip. Cooperativa, Editore Vincenzo De Filippi. Vi collaborarono, oltre il Petraglione, Clemente Antonaci, Carmelo Arnisi, di cui abbiamo ampiamente riferito nella monografia  Carmelo Arnisi. Un maestro-poeta dell’800 (Congedo Ed., 2003), Francesco Bernardini, Alessandro Criscuolo, Cosimo De Giorgi, Francesco D’Elia, Giuseppe Gigli, Trifone Nutricati, Arturo Tafuri, Vincenzo Ampolo, ecc.

Due mesi dopo, nel marzo del 1891, con Giacomo Gridi, Marti fu assiduo redattore del settimanale satirico leccese  “Don Ficchino”, diretto da Giuseppe  Carlino. Si trattava di un giornaletto di piccolo  formato, ma di grande impatto su ogni fascia di lettore, anche di tipo popolare, molto noto per le sue punzecchiature velenose, mimetizzate sotto il velo d’una leggera ironia, non sempre pietosa, che di rado mancava il bersaglio. Ai deputati al Parlamento Brunetti e Monticelli  non furono mai risparmiati gli strali della critica, ma non sfuggirono alla gogna gli avvocati socialisti, gli acquirenti di titoli nobiliari e, come allora si diceva, gli spacciatori di carte false. Sebbene i numeri pubblicati non superarono la decina, i vespai nati si rivelarono tuttavia così virulenti, da suggerire presto ai redattori, rimasti all’inizio pure anonimi, il pensiero del’interruzione della stampa del periodico. Cosa che puntualmente avvenne, a conferma dell’estrema pericolosità della satira politica per i propri ideatori.

Dal 7 giugno 1896, all’epoca del soggiorno nella città jonica, sotto lo pseudonimo di “Ellenio”, Marti produsse diversi interventi, richiesti dal direttore-proprietario Alfredo Guariglia della pubblicazione “Jonio”, organo delle provincie meridionali. Il taglio era di carattere politico, commerciale e letterario. Agli articoli furono spesso accostate delle piccanti vignette, che miravano a colpire soprattutto l’on. Nicola Re.

Del periodo del soggiorno “tarantino”, preceduta già dalla direzione de “Il Salotto” dell’aprile del 1896 e del periodico bisettimanale “L’Avvenire” (1897), di cui figurò anche proprietario, fu sua la collaborazione al foglio indipendente “Il Lavoro”, che usciva con cadenza settimanale, a partire dal 1898, e per cinque anni, diretto da Antonio Misurale.

Sempre a Taranto, dal maggio del 1902, il Nostro collaborò alla stampa del settimanale “La Palestra, diretta da Achille Trisolari. Purtroppo, ebbe a lamentare Nicola Vacca, anche di quella pubblicazione non si conservano che pochissimi esemplari.

Oltre agli interessi di carattere storico-artistico, non mancò a Marti quello per le manifestazioni d’ordine letterario. Dal 1905, infatti, collaborò alla rivista quindicinale “Calliope”, diretta da Luigi De Simone, su cui furono affrontate questioni relative alla produzione poetica, alla prosa ed al teatro. Suoi compagni di avventura furono V. D. Palumbo e Francesco Capozza.

Marti non mancò di essere nello stuolo dei protagonisti delle vicende editoriali

della “Rivista Storica Salentina”, fondata nel 1903 dal direttore Pietro Palumbo. Il prestigioso mensile fu stampato prima presso la Tipografia Giurdignano, poi presso la “Dante Alighieri”. La rivista fu sospesa coi numeri 1-2 dell’anno X (1915) per la morte del direttore Palumbo. Riprese le pubblicazioni, il 20 luglio 1916, sotto la direzione di Salvatore Panareo e Cosimo De Giorgi, stampata dall’editore Gaetano Martello nella Tipografia Salentina.

Con la morte del De Giorgi, avvenuta nel dicembre 1922, rimase direttore Salvatore Panareo. Con l’ultimo fascicolo del 1920 si pubblicò in Maglie nella Tipografia Messapica di B. Canitano. Le pubblicazioni cessarono definitivamente con l’anno XIII, nel dicembre del 1923.

In Appendice si pubblicarono le Cronache Leccesi del Braccio, del Panettera, del Cino e del Piccinni. Nell’anno X vi è l’indice del decennale, compilato da Panareo e una commossa necrologia di Pietro Palumbo, dettata da Cosimo De Giorgi.

La rivista, creata con i soli mezzi finanziari del Palumbo, verso il quale insensibili furono le pubbliche amministrazioni, avare di aiuti nel difficile periodo dell’anteguerra, costituì un’importantissima rassegna di studi storici regionali per serietà, costanza di propositi e cospicui risultati raggiunti.

Il Palumbo seppe radunare intorno alla sua rivista i migliori studiosi tanto da farne per molti anni il centro propulsore di autorevoli studi storici salentini. Tra i maggiori collaboratori non mancarono, oltre al direttore, Pietro Marti, F. Bacile, Luigi e Pasquale Maggiulli, Amilcare Foscarini, Cosimo De Giorgi, N. Bernardini, Umberto Congedo, il can. Francesco D’Elia, Salvatore Panareo, Baldassarre Terribile, Giovanni e Ferruccio Guerrieri, Giuseppe Blandamura,, Giovanni Antonucci, Nicola Argentina, G. F. Tanzi, Rodolfo Francioso, Giuseppe Petraglione, V. De Fabrizio, M.A. Micalella, P. Coco, C. Massa, F. D’Elia, T. Nutricati, E. Pedìo, A. Perotti, F. Ribezzo, G. Ceci,, F. Barberio,L. Bianchi,. P. Camassa, G. Della Noce. V.D. Palumbo, G. Porzio, A. Anglani, ecc.

Il Vacca notava che questa rivista era la più ricordata e la più ricercata dai collezionisti, lettori e studiosi. La sua collezione completa, che per fortuna è presente nella Biblioteca provinciale, è quotatissima, anche perché ormai introvabile.

Altra interessante collaborazione di Marti fu quella che egli fornì al foglio Arco di Prato, che cominciò le sue pubblicazioni  a Lecce nel 1928. Esso vedeva la luce una volta l’anno, la sera del Veglione della Stampa, quando veniva presentato al pubblico leccese. Tra i principali redattori dei primi anni vi furono Ernesto Alvino, Nicola Vacca e Mario Bernardini. Spesso non fece mancare la sua collaborazione anche Pietro Marti, Memorabili, tra le caricature che non mancavano quasi mai, quelle di Ernesto Alvino e Pippi Rossi.

Nel 1932 fu scritto in Almanacco Illustrato (Il Salento, 1932) il contributo non firmato, ma certamente  fornito da Pietro Marti, dal titolo “Giornali e giornalisti di altri tempi: nel decennio del trasformismo”. Nella nota giornalistica si faceva un quadro del decennio trasformista nella provincia di Lecce e soprattutto, ed è ciò che depone in favore della sua paternità, l’apologia del giornale “La Democrazia”, che il giornalista ruffanese aveva diretto.

Questa, dunque, la serie completa, forse, dei fogli, delle riviste e dei periodici che videro Pietro Marti, accanto ad altri prestigiosi intellettuali salentini, misurarsi con la nobile arte del giornalismo, fatto di serietà e di passione, con le quali egli illuminò non poco il panorama culturale della sua Lecce e dell’intera Puglia, con tracce significative da lui lasciate anche in altre città della Penisola, come a Comacchio, dove egli aveva soggiornato e scritto, sempre con l’intento di recuperare e riproporre il patrimonio storico-artistico delle nostre genti salentine.

 

pubblicato nel  bimestrale  “Terra di Leuca”, Tricase, a. VIII (2011), n. 40, p. 7.

L’attività giornalistica di Pietro Marti. Il direttore, il giornalista (1863-1933)

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di Ermanno Inguscio

Pietro Marti  ( Ruffano,1863- Lecce,1933) fu saggista, studioso di storia, arte e archeologia, giornalista, docente, ispettore onorario ai Monumenti, e direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini” di Lecce, nella quale si conservano una quarantina di sue apprezzate opere, volte al recupero delle memorie patrie della Terra di Salento.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si manifestò con un innato spirito creativo tale da farlo misurare subito alla direzione di qualche foglio, da lui fondato e diretto, senza quasi passare dalla fase di semplice pubblicista, appassionato dello strumento della comunicazione cartacea di riviste e giornali.

La sua attività, nel complesso, si articolò lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali affidati alla direzione di altri colleghi e le prestigiose iniziative, fatte su diverse testate, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro, compito assunto in prima persona, con costanza e ardito piglio giornalistico.

Egli era nato a Ruffano il 15 giugno 1863, dal padre Pietro, occupato come cancelliere presso il regio giudicato di quel circondario e dalla madre Elena Manco, contadina quarantanovenne, che dovette presto occuparsi da sola della sua educazione per la prematura scomparsa del padre. Compiuti i suoi primi studi in patria e poi a Lecce, conseguì con profitto la patente di maestro elementare. Ottenne la prima nomina in una pluriclasse del comune di nascita, Ruffano, ma contrasti con quella amministrazione comunale (e la sospensione dello stipendio nel luglio 1883), per i quali produsse ricorsi persino al Consiglio di Stato, lo spinsero a spostarsi presso scuole di Comacchio. Qui, accanto all’attività d’insegnamento e alla proficua produzione delle prime monografie di ambito storico, affiancò presto una febbrile attività giornalistica. Successivamente si spostò a Taranto e Lecce, dove fondò e diresse diverse giornali e riviste.

Nella sua casa leccese costituì grande figura di riferimento per il giovane nipote, l’adolescente Vittorio Bodini. Al piccolo Vittorio, infatti, figlio di Anita Marti, era mancato irrimediabilmente il rapporto con la giovane mamma, approdata a nuovo matrimonio con  Luigi Guido, e costretto a rimanere per tutta l’infanzia in casa del nonno materno, e lontano dai quattro fratelli nati dal patrigno.

Così, stando alla traccia biografica dell’esegeta e amico della prima ora, suo conterraneo, Oreste Macrì, Bodini visse con Pietro Marti la prima delle sue “sette vite”, quella dell’infanzia e dell’adolescenza futurista.

A Lecce, accanto al nonno, l’inquieto Bodini apprese a conoscere menabò e ogni fase di allestimento d’un giornale, e da cui fu certamente spinto a compiere i primi approcci con l’attività scrittoria, che tanto lustro diedero alla letteratura di tutto il Salento.

Pietro Marti produsse nella sua vita una quarantina di opere di carattere storico-artistico, tra cui le più famose “Origine e fortuna della coltura salentina”, oltre a tenere decine di conferenze in tutta la Puglia. Per oltre un ventennio raccolse attorno a sé giovani artisti salentini, che si prodigò di far conoscere al grande pubblico. Divenne poi Ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e direttore della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini”, per cui lasciò un prezioso “Catalogo bibliografico delle Opere di scrittori salentini” (1929). Morì a Lecce il 18 aprile 1933, lasciando un grande vuoto negli ambienti storico-artistici e del giornalismo dell’intera Puglia.

Interessante è  soffermarsi, a questo punto, sull’attività giornalistica affrontata da Marti in qualità di direttore, cui non riusciva difficile fondare di sana pianta nuove testate, quasi in ogni città che l’avevano visto vagare su e giù per la Penisola.

Prestigiosa, agli occhi di molti estimatori, apparve la sua attività  giornalistica di direzione-produzione di fogli di grande respiro e di forte impatto culturale nell’intero Salento e nelle maggiori città di Puglia.

Appena ventiseienne Pietro Marti, alla luce anche dell’esperienza del collezionista Nicola Bernardini, che l’anno precedente, nel 1896, aveva suscitato scalpore con la ghiotta pubblicazione sulla storia del giornalismo leccese (Giornali e Giornalisti Leccesi, Lecce, Ed. Lazzaretti, 1896) dal 1808 al 1896, intraprese l’avventura della direzione in città del settimanale “La Democrazia”. Grande era infatti, nel capoluogo leccese  l’esigenza d’una grande spinta all’informazione periodica, sebbene le statistiche ufficiali ponessero Lecce tra le città italiane con maggiore presenza di testate.

La rivista fu sospesa per alcuni anni, durante i quali Marti, trasferitosi prima a Comacchio, poi a Taranto, dove aveva fondato altri giornali come “Jonio (1896), “Il Lavoro” (1898), “La Palestra” (1902), aveva continuato la sua vivace attività di giornalista, oltre che quella di docente nelle Scuole pubbliche. Il settimanale leccese, “La Democrazia”, riprese le nuove pubblicazioni con due numeri di saggio, il 6 e il 13 dicembre 1902, ma col sottotitolo di “Pugliese”, poi soppresso, stampato nella Tip. di L. Carrozzini e M. Ghezzi. Con il numero 4 uscì dalla Tipografia Garibaldi, col numero 16 fu aggiunto il sottotitolo di “Corriere Salentino politico amministrativo, commerciale letterario”, presso la Tipografia Giurdignano.

Subì poi interruzioni ed ebbe riprese editoriali; ma la regolarità delle pubblicazioni

non fu sempre rispettata. Nel 1913, anche se per breve tempo, figurò direttore Pietro Massari.

“La Democrazia”, ceduta in proprietà al senatore Tamborrino, uscì, sempre sotto la direzione di Marti, in edizione quotidiana, durante il periodo elettorale dal 21 ottobre 1919 fino al giugno 1920 dalla Tip. Leccese Bortone e Miccoli. Memorabili le polemiche personali asperrime, violentissime che Pietro Marti sostenne contro Nicola Bernardini, che lo ricambiò con eguale moneta sulla sua “Provincia di Lecce”, polemiche ripetutesi ad intervalli durante un trentennio, e che spesso finirono in processi da cui Marti ne uscì sempre assolto.

Intanto, nel 1891, Marti aveva diretto il foglio settimanale leccese L’Indipendente , che trattò ambiti di politica amministrativa, commerciale e naturalmente anche di arte. Vi collaborò Giuseppe Petraglione e i numeri furono stampati presso gli stabilimenti Scipione Ammirato e  Garibaldi.

 Nel periodo di permanenza a Taranto, Marti volle subito misurarsi in quel contesto con la direzione di alcuni giornali.  L’esperienza maturata a Lecce, infatti, costituirono una grande premessa per risvegliare la città jonica dal torpore nel quale sembrava fosse da tempo precipitata.

Cominciò  nell’aprile del 1896  con “Il Salotto”, una sorta di biblioteca tascabile, stampata presso l’Editore Salvatore Mazzolino.

Un foglio, dal titolo analogo, diretto da Niccolò Foscarini, aveva avuto breve vita a Lecce, dall’ottobre 1885 al novembre 1886.

Il primo fascicolo jonico, di trenta paginette, uscì il primo aprile 1896. Il numero complessivo delle uscite, stando alla testimonianza di Nicola vacca, ammonta a otto. Nella pubblicazione trovarono spazio anche poesie di Emilio Consiglio, Luigi Marti, Giuseppe Scarano e Giuseppe Gigli; conferenze di Alessandro Criscuolo e Angelo Lo Re, un dramma di un atto di Michele De Noto. Ciò a comprova dell’interesse per la letteratura di Pietro Marti e di tutti i suoi collaboratori. Tra questi, il prof. Giuseppe Gigli, in una sua conferenza del 3 maggio 1890, letta nella sala dell’Associazione Giuseppe Giusti in Lecce e data alle stampe, per  i tipi dei Fratelli Spacciante, aveva toccato ampiamente “Lo stato delle lettere in Terra d’Otranto”.

Nel maggio dell’anno successivo, Marti fondò a Taranto e diresse, in qualità anche di proprietario, “L’Avvenire”. Si trattò di un periodico bisettimanale, edito dalla Tipografia del Commercio, che stampò il primo numero il 3-4 maggio 1897.

Nel luglio del 1898 egli fece stampare un altro periodico, “Il Presente”, presso lo Stabilimento Tipografico di F. Leggieri: gli ambiti trattati andarono dal politico-amministrativo al commerciale, senza mai trascurare quello letterario.

Al periodo del suo ritorno a Lecce risale l’altra pubblicazione da lui diretta nel 1900, “L’Imparziale”, un periodico settimanale, che trattò argomenti politico-amministrativi, commercio e arte. I numeri pubblicati, videro la luce presso la Tipografia  litografica dei Magazzini Emporio.

Un’altra importante direzione di Marti fu quella della rivista quindicinale d’arte e di cultura,  “Fede”, pubblicata per Lecce e Taranto, a partire dal 1 dicembre 1923. Col primo numero dell’anno III (1 gennaio 1925), il formato divenne più ampio. I primi due fascicoli, di 16 pagine in 8°, si stamparono nella Tipografia Sociale di Oronzo Guido, i successivi nella Tip.-Litogr. Giuseppe Guido. L’ultimo fascicolo (16-17 dell’anno III) uscì il 15 novembre 1925.

Si trasformò poi, in giornale settimanale dal titolo “La Voce del Salento”, sempre diretta da Marti, a partire dal 15 gennaio 1926, per i tipi della Tip. Prim. “La Modernissima”, che fece sentire il proprio peso sull’opinione pubblica salentina sino all’anno della morte di Marti, avvenuta nel maggio del 1933. Vi collaborarono tra gli altri, Gregorio Carruggio, Pasquale Camassa, E. Alvino, Elia Franich, Luigi Paladini, P. Maggiulli, N. Vacca, presso cui fu reperibile l’intera collezione della rivista.

Alla scomparsa di Pietro Marti, non fu soltanto Lecce a perdere un epigone del giornalismo militante, votato alla riscoperta e alla rivalutazione delle peculiarità storico-artistico-culturali di Terra d’Otranto, ma l’intera Puglia  e la stessa Italia, nelle quali egli, sin da giovane e per diverse stagioni della sua esistenza, aveva operato battendosi con passione nel campo dell’istruzione, dell’informazione, della storia e dell’arte.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si articolò, come detto, lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali diretti da altri, di cui qui si riferisce, e le prestigiose iniziative, diverse, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro.

Quanto alla “collaborazione” giornalistica di Marti, anticipata dalla prestigiosa direzione a “Democrazia”, iniziò con una lettera al Comitato di curatori del numero unico “ 2 Giugno”, composto da studenti e operai democratici leccesi. Il foglio aveva visto la luce a Lecce nel 1889, per i tipi della Tipografia Campanella. Su quelle colonne, accanto a diversi interventi sulla figura di Garibaldi, erano riportate altre due lettere, sempre rivolte al Comitato, ad opera di A. Saffi e di F. Rubichi.

Significativamente dedicato nel sottotitolo (“A Giuseppe Garibaldi”), dell’eroe dei due mondi, su “2 Giugno” era riprodotto il testo di un suo biglietto, indirizzato a Carlo Arrighi, il 7 aprile del 1862.

Dal 1891  Marti collaborò alla stesura del settimanale di Vincenzo Giosa, “Il Messaggero  Salentino”, con interventi giornalistici forniti per undici anni,  quasi quanto tutta la durata del foglio leccese, pronto a dare manforte all’impostazione già battagliera e scopertamente votata  a favore di Pellegrino. Suoi collaboratori nella più che decennale impresa furono Pietro Trinchera, G. Pellegrino, Francesco Rubichi, ecc.

Clemente Antonaci, Giuseppe Petraglione. Il giornale ebbe una ripresa nel 1908 e col numero del 23 giugno uscì sotto la direzione di Francesco Forleo-Casalini e dopo di Duilio Guglielmi. Di fatto era direttore e redattore principale Vincenzo Giosa e, dopo il 1898, fu vivamente antipellegriniano. Col numero 3 dell’anno VII (1897), iniziò la pubblicazione delle Cronache di Lecce dal 1591 al 1775 del Braccio, del Panettera e del Cino, da uno zibaldone del Duca Castromediano. Nella Biblioteca provinciale si conservano i numeri delle prime cinque annate, della VII, X e XII.

Marti fu poi partecipe allo stuolo di collaboratori de “La Cronaca Letteraria”, diretta da Giuseppe Petraglione, pubblicata a Lecce dal 1 gennaio 1893, presso la Tip. Lazzaretti e Figli.

Il giornale sospese le pubblicazioni col numero 8 del 16 aprile 1893. Le riprese il 2 maggio 1894. Dopo sei numeri cessò definitivamente il 5 agosto 1894. La seconda serie uscì per i tipi della Tip. Cooperativa, Editore Vincenzo De Filippi. Vi collaborarono, oltre il Petraglione, Clemente Antonaci, Carmelo Arnisi, di cui abbiamo ampiamente riferito nella monografia  Carmelo Arnisi. Un maestro-poeta dell’800 (Congedo Ed., 2003), Francesco Bernardini, Alessandro Criscuolo, Cosimo De Giorgi, Francesco D’Elia, Giuseppe Gigli, Trifone Nutricati, Arturo Tafuri, Vincenzo Ampolo, ecc.

Due mesi dopo, nel marzo del 1891, con Giacomo Gridi, Marti fu assiduo redattore del settimanale satirico leccese  “Don Ficchino”, diretto da Giuseppe  Carlino. Si trattava di un giornaletto di piccolo  formato, ma di grande impatto su ogni fascia di lettore, anche di tipo popolare, molto noto per le sue punzecchiature velenose, mimetizzate sotto il velo d’una leggera ironia, non sempre pietosa, che di rado mancava il bersaglio. Ai deputati al Parlamento Brunetti e Monticelli  non furono mai risparmiati gli strali della critica, ma non sfuggirono alla gogna gli avvocati socialisti, gli acquirenti di titoli nobiliari e, come allora si diceva, gli spacciatori di carte false. Sebbene i numeri pubblicati non superarono la decina, i vespai nati si rivelarono tuttavia così virulenti, da suggerire presto ai redattori, rimasti all’inizio pure anonimi, il pensiero del’interruzione della stampa del periodico. Cosa che puntualmente avvenne, a conferma dell’estrema pericolosità della satira politica per i propri ideatori.

Dal 7 giugno 1896, all’epoca del soggiorno nella città jonica, sotto lo pseudonimo di “Ellenio”, Marti produsse diversi interventi, richiesti dal direttore-proprietario Alfredo Guariglia della pubblicazione “Jonio”, organo delle provincie meridionali. Il taglio era di carattere politico, commerciale e letterario. Agli articoli furono spesso accostate delle piccanti vignette, che miravano a colpire soprattutto l’on. Nicola Re.

Del periodo del soggiorno “tarantino”, preceduta già dalla direzione de “Il Salotto” dell’aprile del 1896 e del periodico bisettimanale “L’Avvenire” (1897), di cui figurò anche proprietario, fu sua la collaborazione al foglio indipendente “Il Lavoro”, che usciva con cadenza settimanale, a partire dal 1898, e per cinque anni, diretto da Antonio Misurale.

Sempre a Taranto, dal maggio del 1902, il Nostro collaborò alla stampa del settimanale “La Palestra, diretta da Achille Trisolari. Purtroppo, ebbe a lamentare Nicola Vacca, anche di quella pubblicazione non si conservano che pochissimi esemplari.

Oltre agli interessi di carattere storico-artistico, non mancò a Marti quello per le manifestazioni d’ordine letterario. Dal 1905, infatti, collaborò alla rivista quindicinale “Calliope”, diretta da Luigi De Simone, su cui furono affrontate questioni relative alla produzione poetica, alla prosa ed al teatro. Suoi compagni di avventura furono V. D. Palumbo e Francesco Capozza.

Marti non mancò di essere nello stuolo dei protagonisti delle vicende editoriali

della “Rivista Storica Salentina”, fondata nel 1903 dal direttore Pietro Palumbo. Il prestigioso mensile fu stampato prima presso la Tipografia Giurdignano, poi presso la “Dante Alighieri”. La rivista fu sospesa coi numeri 1-2 dell’anno X (1915) per la morte del direttore Palumbo. Riprese le pubblicazioni, il 20 luglio 1916, sotto la direzione di Salvatore Panareo e Cosimo De Giorgi, stampata dall’editore Gaetano Martello nella Tipografia Salentina.

Con la morte del De Giorgi, avvenuta nel dicembre 1922, rimase direttore Salvatore Panareo. Con l’ultimo fascicolo del 1920 si pubblicò in Maglie nella Tipografia Messapica di B. Canitano. Le pubblicazioni cessarono definitivamente con l’anno XIII, nel dicembre del 1923.

In Appendice si pubblicarono le Cronache Leccesi del Braccio, del Panettera, del Cino e del Piccinni. Nell’anno X vi è l’indice del decennale, compilato da Panareo e una commossa necrologia di Pietro Palumbo, dettata da Cosimo De Giorgi.

La rivista, creata con i soli mezzi finanziari del Palumbo, verso il quale insensibili furono le pubbliche amministrazioni, avare di aiuti nel difficile periodo dell’anteguerra, costituì un’importantissima rassegna di studi storici regionali per serietà, costanza di propositi e cospicui risultati raggiunti.

Il Palumbo seppe radunare intorno alla sua rivista i migliori studiosi tanto da farne per molti anni il centro propulsore di autorevoli studi storici salentini. Tra i maggiori collaboratori non mancarono, oltre al direttore, Pietro Marti, F. Bacile, Luigi e Pasquale Maggiulli, Amilcare Foscarini, Cosimo De Giorgi, N. Bernardini, Umberto Congedo, il can. Francesco D’Elia, Salvatore Panareo, Baldassarre Terribile, Giovanni e Ferruccio Guerrieri, Giuseppe Blandamura,, Giovanni Antonucci, Nicola Argentina, G. F. Tanzi, Rodolfo Francioso, Giuseppe Petraglione, V. De Fabrizio, M.A. Micalella, P. Coco, C. Massa, F. D’Elia, T. Nutricati, E. Pedìo, A. Perotti, F. Ribezzo, G. Ceci,, F. Barberio,L. Bianchi,. P. Camassa, G. Della Noce. V.D. Palumbo, G. Porzio, A. Anglani, ecc.

Il Vacca notava che questa rivista era la più ricordata e la più ricercata dai collezionisti, lettori e studiosi. La sua collezione completa, che per fortuna è presente nella Biblioteca provinciale, è quotatissima, anche perché ormai introvabile.

Altra interessante collaborazione di Marti fu quella che egli fornì al foglio Arco di Prato, che cominciò le sue pubblicazioni  a Lecce nel 1928. Esso vedeva la luce una volta l’anno, la sera del Veglione della Stampa, quando veniva presentato al pubblico leccese. Tra i principali redattori dei primi anni vi furono Ernesto Alvino, Nicola Vacca e Mario Bernardini. Spesso non fece mancare la sua collaborazione anche Pietro Marti, Memorabili, tra le caricature che non mancavano quasi mai, quelle di Ernesto Alvino e Pippi Rossi.

Nel 1932 fu scritto in Almanacco Illustrato (Il Salento, 1932) il contributo non firmato, ma certamente  fornito da Pietro Marti, dal titolo “Giornali e giornalisti di altri tempi: nel decennio del trasformismo”. Nella nota giornalistica si faceva un quadro del decennio trasformista nella provincia di Lecce e soprattutto, ed è ciò che depone in favore della sua paternità, l’apologia del giornale “La Democrazia”, che il giornalista salentino aveva diretto.

Questa, dunque, la serie completa, forse, dei fogli, delle riviste e dei periodici che videro Pietro Marti, accanto ad altri prestigiosi intellettuali salentini, misurarsi con la nobile arte del giornalismo, fatto di serietà e di passione, con le quali egli illuminò non poco il panorama culturale della sua Lecce e dell’intera Puglia, con tracce significative da lui lasciate anche in altre città della Penisola, come a Comacchio, dove egli aveva soggiornato e scritto, sempre con l’intento di recuperare e riproporre il patrimonio storico-artistico delle nostre genti.

 

 Testo pubblicato in: “Note di storia e Cultura Salentina”, Lecce, Grifo Ed., a. XX (2012-2011), pp. 227-234. 

La chiesa madre di Casarano: nuove ipotesi e brevi annotazioni

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, navata principale (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, navata principale (ph Maura Lucia Sorrone)

di Maura Sorrone

 

La chiesa madre di Casarano, dedicata a Maria Santissima Annunziata, è da annoverarsi tra i monumenti più rilevanti del barocco salentino.

Tra gli studi sulla chiesa, si ricordano soprattutto le pubblicazioni inerenti le opere pittoriche: il saggio di Mimma Pasculli Ferrara che ha analizzato le sei tele di Oronzo Tiso[1], quello di Michele Paone del 1980[2] e l’inventario dei dipinti curato da Lucio Galante nel 1993[3].

La chiesa fu edificata tra la fine del XVII e i primi decenni del secolo successivo, in seguito all’abbattimento di un edificio precedente, scelta da imputarsi probabilmente alla crescita demografica del paese.

Il progetto, o quantomeno l’esecuzione materiale dei lavori, in precedenza attribuiti ipoteticamente al clan dei Margoleo[4], sembra invece da riferirsi più correttamente alla famiglia De Giovanni, costruttori originari di Galatina. Infatti fu Angelo De Giovanni, ha lasciare il suo nome in un epigrafe ben in vista sulla facciata principale della chiesa.[5] La scelta di maestranze galatinesi ci autorizza a ritenere ancora una volta questo paese del Salento tra i centri più significativi per l’edilizia barocca della provincia[6]. Sicuramente, le tante botteghe presenti sul territorio[7] furono in grado di favorire, in modo diverso, la diffusione di modelli che dai centri principali ben presto entrarono a far parte della cultura architettonica delle periferie, facendo così diventare il barocco da leccese a salentino[8].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di S. Antonio, part. epigrafe dopo il restauro (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di S. Antonio, part. epigrafe dopo il restauro (ph Maura Lucia Sorrone)

La chiesa, a croce latina, ha una pianta longitudinale. La facciata principale, alquanto semplice, presenta il portale arricchito da una decorazione a punta lanceolata, motivo utilizzato di frequente da Giuseppe Zimbalo e con lui entrato nella cultura tipica dell’arte salentina fino al Settecento inoltrato[9].

All’interno si possono ammirare opere risalenti a periodi diversi quasi a testimoniare il cambiamento di gusto e le scelte operate dai diversi committenti. Innanzitutto, come accennato in precedenza, la chiesa attuale ha sostituito quella precedente, ma alcune opere realizzate per la vecchia matrice furono trasferite nella nuova costruzione. Hanno generato maggior confusione le poche e scarne notizie su un probabile acquisto fatto a Lecce nel 1874 dal Reverendo don Giuseppe De Donatis[10] che portò a Casarano diversi altari provenienti dalla chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce[11]. Anche se non abbiamo forti testimonianze documentarie che ci permettano di attestare certamente quali siano le opere provenienti dalla vecchia chiesa e neppure precise carte documentarie che attestino l’acquisto del 1874, i restauri degli ultimi anni sembrano dare corpo ad alcune ipotesi, in questa sede soltanto brevemente segnalate[12].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, altare di S. Antonio part. epigrafe prima del restauro (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, altare di S. Antonio part. epigrafe prima del restauro (ph Maura Lucia Sorrone)

Ponendoci di fronte all’altare maggiore è facile percorrere con lo sguardo l’intera navata. A sinistra, vicino al portale d’ingresso è collocato l’Altare di Sant’Antonio di Padova (primo decennio del XVIII secolo), nel quale vi è la statua lapidea del santo. Durante gli ultimi lavori di restauro è stata scoperta un’iscrizione prima d’ora completamente sconosciuta. Si tratta di un’epigrafe per ricordare Giuseppe Grasso che restaurò quest’altare, un tempo dedicato ai re magi, intitolandolo al santo di Padova[13]. Nessuno conosceva queste parole completamente nascoste dal responsorio latino, (si quaeris miracula), che si ripete nella preghiera dedicata al santo di Padova e trascritto in un clipeo dell’altare.

A mio avviso, Giuseppe Grasso è lo stesso benefattore che nel 1713 ha lasciato il suo nome sull’altare dell’Immacolata nella matrice di Ruffano. Com’è stato ricordato di recente[14] si tratta di un noto personaggio appartenente ad una famiglia di medici. Da Ruffano ben presto egli si trasferì a Lecce diventando, a quanto ci dicono le fonti, il medico di fiducia del vescovo Pignatelli[15].

È piuttosto insolito che un’ epigrafe in memoria di un illustre benefattore, tanto generoso da impegnarsi a finanziare un intervento di restauro, sia stata volutamente coperta mentre di solito è consuetudine ricordare gli interventi di restauro con epigrafi e iscrizioni ben visibili sulle pareti delle chiese salentine, sugli altari e sulle tele dipinte. Credo che sia più corretto leggere la scelta di modificare l’iscrizione nell’ottica di un vero e proprio riutilizzo dell’altare che, provenendo da un’altra chiesa, doveva essere adattato a un altro luogo entrando nella vita di una nuova comunità di fedeli. Inoltre, nelle carte documentarie dell’archivio parrocchiale non sembrano esserci riferimenti a questo facoltoso medico. Dunque, l’altare potrebbe essere uno di quelli provenienti dalla chiesa di San Francesco della Scarpa. Anche per quanto riguarda l’intitolazione originaria non sembra esserci stato nelle diverse chiese matrici di Casarano alcun altare dedicato ai Magi né al Presepe. Tematiche più solitamente vicine alla religiosità francescana. È possibile dunque che l’epigrafe modificata e la statua di Sant’Antonio siano state assemblate al nuovo altare dopo il 1874[16].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, part. navata e tela di O. Tiso (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, part. navata e tela di O. Tiso (ph Maura Lucia Sorrone)

Per cercare di capire le scelte fatte, in assenza di precise carte documentarie, credo che si debba considerare la tematica del riutilizzo di parti o intere strutture d’altare che, entrate in questa chiesa devono aver integrato o rinnovato gli altari che qui già esistevano o che si scelse di creare ex novo perché segno di una particolare devozione del territorio, come abbiamo visto per Sant’Antonio.

Tornando alla nostra breve visita in chiesa, segue all’altare del Santo di Padova, quello dedicato all’Immacolata e poi ancora il pulpito ligneo del 1761 e l’organo a canne realizzato dieci anni dopo[17].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare delle Anime Sante del Purgatorio (sin.) e altare del Rosario (d.) (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare delle Anime Sante del Purgatorio (sin.) e altare del Rosario (d.) (ph Maura Lucia Sorrone)

Nella navata destra si susseguono l’Altare dell’Incoronazione della Vergine, quello del Rosario che al centro conserva la tela omonima dipinta da Gian Domenico Catalano[18] e l’altare dedicato alle Anime del Purgatorio. Quest’opera, realizzata entro il 1660[19] fu voluta dal Chierico Giovanni D’Astore.

Sebbene realizzato per la chiesa precedente, quest’altare insieme  al dipinto posto al centro, è frutto di una scelta unitaria da parte del committente e, nonostante i diversi spostamenti subiti all’interno della chiesa, il dipinto e la struttura architettonica sono state mantenute insieme. I lavori di realizzazione furono affidati a Donato Antonio Chiarello per la scultura e a Giovanni Andrea Coppola per la tela dipinta[20].

Ricordiamo tra l’altro che lo scultore copertinese in questi stessi anni realizza a Casarano l’altare maggiore nella chiesa della Madonna della Campana.[21]

Altri tre altari sono posti nel transetto: quello dell’Annunciazione, realizzato entro il 1829 dal capomastro Vito Carlucci[22] (a destra), e a sinistra quello dedicato a San Giovanni Elemosiniere, mentre l’Altare dell’Assunta è collocato in cornu epistolae.

L’Altare dedicato al protettore del paese, è frutto di diversi adattamenti. La nicchia posta al centro è stata modificata dall’aggiunta di due colonne, accorgimento utilizzato probabilmente per adattare lo spazio, in precedenza destinato ad ospitare un dipinto, alla statua ottocentesca (fig. 7). Nelle visite pastorali e nello scrupoloso lavoro fatto da Chetry, si cita più volte un altare dedicato al Crocifisso, presente in chiesa dal primo decennio del XVIII secolo fino al 1799[23]. Quest’intitolazione certamente sembra essere più consona agli angeli scolpiti in basso che reggono i simboli della Passione.

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di San Giovanni, part. (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di San Giovanni, part. (ph Maura Lucia Sorrone)

L’altare dedicato all’Assunzione della Vergine, datato 1740, appartiene invece a un altro ramo della già citata famiglia D’Astore[24]. Questa struttura ha sostituito un’altra più antica attestata in chiesa fin dal 1719. L’altare, bell’esempio di scultura barocca, si caratterizza per gli angioletti scolpiti che letteralmente invadono lo spazio della scena, dipinta quasi due secoli prima dal pittore neretino Donato Antonio D’Orlando (fig. 9). La tela sicuramente fu richiesta da un’altra committenza data la discordanza degli emblemi visibili. Quello dei D’Astore presente nella macchina d’altare, precisamente  nei plinti alla base delle colonne, è diverso da quello visibile nel dipinto (fig. 10).

Al 1634 risale la tela del Miracolo di San Domenico di Soriano. Essa è parte restante di un altare documentato in questa chiesa fino al 1910. L’opera è adesso collocata nel transetto sinistro, di fronte all’altare dell’Assunta. L’anno di esecuzione e il monogramma del pittore[25] sono stati recuperati durante il recente restauro. Nel transetto destro, di fronte alla cappella novecentesca in cui è riposto il SS. Sacramento, vi è la tela raffigurante la Pentecoste, attribuita ad un pittore di cultura emiliana[26] probabilmente del XVII secolo.

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)

A questa veloce descrizione si vuole aggiungere la segnalazione di alcune sculture e architetture attualmente collocate nel cimitero comunale. Si tratta precisamente di due trabeazioni decorate con motivi fogliati e di quattro statue. Non c’è dubbio che le due trabeazioni siano parte dell’architettura di un altare così come una delle statue, raffigurante Sant’Oronzo. Quest’ultima, come possiamo vedere dalle fotografie, sembra essere stata staccata da un altare. Infatti, la figura, anche se è molto danneggiata, mostra un intaglio carico di particolari nella parte frontale, a differenza del retro, in cui la pietra, piatta, è lasciata completamente allo stato grezzo.

Si può ipotizzare che, in seguito alle modifiche di fine Ottocento, l’altare sia stato smembrato e alcune parti siano state trasportate nel cimitero comunale edificato proprio alla fine di questo secolo.

Ad ogni modo, dopo i recenti interventi di restauro si spera che un nuovi studi possano chiarire le vicende storico – artistiche di una delle principali chiese del Settecento in Terra d’Otranto[27].

 

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare dell'Assunta, tele di D. A. D'Orlando (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare dell’Assunta, tele di D. A. D’Orlando (ph Maura Lucia Sorrone)

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2, cui si rimanda per la bibliografia, fonti archivistiche e sitografia

 


[1] Oltre alle sei tele conservate nella matrice, la studiosa ha analizzato quelle conservate nella chiesa confraternale dell’Immacolata e quelle della cappella della famiglia Valente. M. PASCULLI FERRARI, Oronzo Tiso, Bari 1976.

[2] M. PAONE, I Tiso di Casarano, in A. DE BERNART,  Paesi e figure del vecchio Salento, Casarano, vol. I, Galatina 1980, pp. 258 – 272.

[3] Regione Puglia Assessorato Pubblica Istruzione C.R.S.E.C. LE/46 Casarano, Pittura in Terra d’Otranto, (secc. XVI – XIX), Inventario dei dipinti delle chiese di Acquarica del Capo, Alliste, Felline (fra. di Alliste), Casarano, Matino, Melissano, Parabita, Presicce, Racale, Ruffano, Torre Paduli (fraz. di Ruffano), Supersano, Taurisano, Ugento, Gemini (fraz. di Ugento), a cura di L. Galante, Galatina 1993.

[4] Questa ipotesi probabilmente nasce per la somiglianza della chiesa casaranese con la vicina chiesa madre di Ruffano realizzata dai fratelli Ignazio e Valerio Margoleo. Sulla chiesa di Ruffano: A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano: una chiesa, un centro storico, Galatina 1989; V. CAZZATO – S. POLITANO,  Topografia di Puglia: atlante dei monumenti trigonometrici : chiese, castelli, torri, fari, architetture rurali, Galatina 2001, cit. p. 238.

[5]M. L. SORRONE, Alcune note sulla chiesa madre di Casarano, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 23 novembre 2012 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/23/annotazione-sulla-chiesa-madre-di-casarano/.

[6] M. CAZZATO, L’area galatinese: storia e geografia delle manifestazioni artistiche, in: M. CAZZATO, A. COSTANTINI, V. ZACCHINO, Dinamiche storiche di un’area del Salento, Galatina 1989, pp. 260 – 366.

[7] Si ricordano tra gli altri: l’artista neretino Giovanni Maria Tarantino che nel 1576 firma il portale della chiesa di San Giovanni Elemosiniere a Morciano, Pietro Antonio Pugliese, che lavorò alla chiesa di Santa Caterina Novella di Galatina intorno al 1619 e l’architetto leccese Giuseppe Cino, autore  di numerose opere a Lecce e nel Salento che, a quanto dicono i documenti, aveva stretti legami lavorativi con i suoi fratelli, che ricoprivano il ruolo di <<costruttori>>, cfr. M. PAONE, Per la storia del barocco leccese, estr. da “Archivio storico pugliese”, 35 (1982), fasc. 1, cit. p. 141.

[8] M. CAZZATO, L’area galatinese…, cit. p. 330.

[9] F. ABBATE, Storia dell’arte Meridionale, Il secolo d’oro, Roma 2002, p. 267.

[10] Il Reverendo Giuseppe De Donatis commissionò anche il restauro della tela di Oronzo Tiso, San Giovanni che distribuisce l’Eucarestia ai fedeli, (a sinistra, dietro il presbiterio). Intervento ricordato da un’iscrizione posta in basso a sinistra sulla tela, si veda: L. GRAZIUSO – E. PANARESE – G. PISANO’, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Galatina 1994, p. 139.

[11] G. BARRELLA, La chiesa di San Francesco della Scarpa in Lecce, Lecce 1921, p. 28; C. DE GIORGI, La provincia di Lecce – Bozzetti di viaggio, Galatina 1975, vol. II, p. 153; A. CHETRY, Spigolature casaranesi, I, La chiesa matrice di Casarano, ed. a cura dell’Amministrazione comunale di Casarano, Casarano 1990, p. 11.

[12] Queste brevi segnalazioni vogliono essere un preambolo ad un lavoro più dettagliato che chi scrive sta svolgendo.

[13] <<DANT. O  PATAVINO/ SERAFICA FAMILIAE P.P SIDERI FULGENTISS.O/ SACELLUM OLIM REGIBUS AD PRAESEPE VENIETIB(US)/ SACRUM IOSEPH GRASSUS VETUSTATE COLLAPS(US)/ DICAVIT: UT SI ILLI QUONDAMSTELLA DUCE IAM/ DEUM HOMINEM NORUNT: TANTI NUNC/ SIDERIS LUMNEM DEUM SIBI NOSCAT/ PROPITIATOREM>>, trad. <<A Sant’Antonio di Padova astro fulgentissimo tra i presbiteri della famiglia serafica Giuseppe Grasso ha dedicato questo altare rovinato dagli anni un tempo (dedicato) ai re (magi) diretti al presepe affinché come loro un tempo guidati dalla stella hanno già conosciuto il Dio uomo, così ora alla luce del Santo Astro, Dio gli si mostri propizio>>.  Traduzione a cura di G. Pisanò, F. Danieli e don Agostino Bove. In queste sede voglio ricordare con affetto il mio prof. Gino Pisanò scomparso nei giorni di revisione di questo saggio.

[14] A. DE BERNART, I Grassi di Ruffano: una famiglia di medici, estr. da “Nuovi Orientamenti”, 12 n. 71, Cutrofiano 1981, A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano…, Galatina 1989, p. 37.

[15] S. TANISI, Visita alla chiesa della Natività della Vergine di Ruffano, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 17 luglio 2012,

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/17/visita-alla-chiesa-della-nativita-della-vergine-di-ruffano-lecce/.

[16] A Casarano è ben documentato il culto di Sant’Antonio da Padova, al quale era intitolata una cappella, cfr. ACVN, Atti delle visite pastorali, Mons. Antonio Sanfelice, anno 1711, A/52. È probabile che una volta dismessa questa, la statua in pietra del santo sia stata trasferita nella chiesa madre.

[17] Al centro si legge: D.O.M. / A. D./ MDCCLXXI.

[18] Attivo negli anni 1604 – 1628.

[19] <<[…] per sua devott.ne a sue proprie spese novam.te have eretto, et edificato una cappella sotto il titulo dell’Anime del Purgatorio dentro la Matrice chiesa di […] Casarano dalla parte destra nell’entrare dalla porta grande d’essa chiesa et proprio dove stava prima il quadro di s. Trifone, nella quale anco a sue proprie spese vi ha fatto un quadro delle dette Anime del Purgatorio…>>. ASLe, Protocolli notarili, notaio Marc’Antonio Ferocino, anno 1660, f. 138, 20/3, Archivio di Stato, Lecce.

[20] V. CAZZATO, Il Barocco leccese, Bari 2003, p. 99; V. CAZZATO – S. POLITANO, L’altare barocco nel Salento: da Francesco Antonio Zimbalo a Mauro Manieri, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna, Roma 2007, catalogo della mostra, pp. 107 – 129, cit. pp. 113 – 114. La tela fu inizialmente commissionata a Giovanni Andrea Coppola, ma egli non riuscì a portare a termine l’opera che dopo la sua morte fu completata dal pittore Fra’ Angelo da Copertino. Il dipinto è stato restaurato dalla dott.ssa Luciana Margari. Sulla vicenda si segnala un recente articolo di S. TANISI, La tele delle Anime del Purgatorio di Casarano: due autori per un dipinto, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 10 gennaio 2012, http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-tela-delle-anime-del-purgatorio-di-casarano-due-autori-per-un-dipinto/.

[21]V. CAZZATO – S. POLITANO, L’altare…, cit. p. 114.

[22] Sull’altare si legge: Vito Carlucci e figli (Muro leccese) mentre sulla tela è presente l’anno di esecuzione: 1829.

[23] ACVN, Atti delle Visite Pastorali, mons. Antonio Sanfelice, anno 1719, b. A/77;  A. CHETRY, Spigolature…, cit. p. 27 e p. 41. Anche quest’altare, nella sua architettura originaria, fu commissionato dalla famiglia D’Astore.

[24]L. GRAZIUSO – E. PANARESE – G. PISANO’, Iscrizioni …, cit. p. 127: << Gentilicium familiae de Astore sacellu[m] hoc/ deiparae in coelum evectae dicatum ac benef[icio]/ [a] notaro qu[o]nda[m] Antonio Vergaro fu[n]d[a]tore donatum/ cl. Vitus Antonius De Astore ex matre pronep.[os]/ excitandu[m] curavit anno reparati orbis/ MDCCXL>>, <<Questo altare gentilizio della famiglia d’Astore, dedicato alla Madonna Assunta in Cielo e dotato di un beneficio dal defunto notaio Vergari, il signor Vito Antonio d’Astore, pronipote da parte di madre, fece erigere nell’anno della redenzione del mondo 1740>>.

[25]ORT. BR. NER. 1634, (Ortensio Bruno Neritonensis). Altri dipinti sono accompagnati da questo stesso monogramma, pensiamo alla tela dell’Immacolata nella chiesa di Santa Lucia a Taviano e al dipinto raffigurante il Miracolo di Soriano nella chiesa matrice di Racale. In queste opere per l’abbreviazione della provenienza si legge “N. US” e non “NER.” (neritonensis), cfr. L. GALANTE, Pittura…, cit. p. 11 e nota n. 23 a p. 20. Si veda anche: A. SERIO – G. SANTANTONIO, Racale: note di storia e costume, Galatina 1983.

[26] L. GALANTE, Pittura…, fig.74 senza numero di pagina.

[27] Ringrazio sentitamente il parroco, don Agostino Bove, per la disponibilità e per avermi permesso di fotografare la  chiesa.

Antonio Baldassarre e la Residenza dell’Amore

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di Paolo Vincenti

 

“Io che avevo dipinto sempre paesaggi, mi sono ritrovato  a scolpire e a dipingere scene di amore e di sesso come mai avrei pensato che sarebbe potuto succedere”. Così scrive Antonio Baldassarre, da Ruffano, sulla brochure di presentazione della sua “Residenza dell’Amore”, altare, tempio pagano, monumento  all’amor profano, sito in quel di Cardigliano di Specchia,  a metà fra castello sulla sabbia e cattedrale nel deserto. Come queste, infatti , il museo dell’erotismo di Baldassarre possiede le caratteristiche proprie di tutte le opere d’arte: l’inutilità e insieme la follia. E come tutti gli artisti, Baldassarre ha l’ambizione e insieme l’illusione che qualcosa possa durare per sempre, a dispetto della sua precarietà.  E chissà che Baldassarre,  in barba a pregiudizi  e scetticismo che seguono tutti i visionari, non abbia proprio ragione e che, al di là del suo artefice, il Museo dell’Amore non possa  avere quella memoria più duratura del bronzo e, meglio, quella vita perenne e quella fama immortale, utopia realizzata, cui aspira ogni facitore armato di penna , pennello o scalpello.

Cyrano e Rossana, Isotta e Tristano
Cyrano e Rossana, Isotta e Tristano

Antonio Baldassarre, classe 1950, nato e cresciuto a Ruffano, dipingeva le marine e le strade del nostro Salento, la vita vera di questa nostra terra come solo riesce a fare la sensibilità di chi proviene da una cultura contadina come lui e i colori predominanti erano il grigio e il verde informati ad un certo pessimismo, ma sicuramente di grande resa poetica. Il pessimismo di Baldassarre era quello tipico di chi vedeva come angusti i propri orizzonti e cercava una liberazione dall’amara realtà oscurantista e terragna del Salento di qualche decennio fa, una via di fuga, insomma, nell’arte. E a coronamento degli sforzi del pittore, certi suoi dipinti ad olio costituiscono davvero un effetto compositivo straordinario, trasmettendo con la tecnica dello sfumato e con il sapiente gioco di luci ed ombre, quasi commozione all’osservatore, per quell’aura di soffusa tristezza che sembra avvolgere certi desolati paesaggi. Pessimismo di rigetto, come è stato definito, quello del Baldassarre, sorretto da un impressionismo tanto istintivo quanto lirico.

Giulietta e Romeo
Giulietta e Romeo

Molte famiglie ruffanesi hanno in casa almeno un’opera del maestro Baldassarre ed anch’io ne ho  tre in casa mia. Gli anni Settanta e Ottanta sono stati quelli di più intensa produzione per Baldassarre che mi dice aver  venduto molto bene in quel periodo ma continua a vedere pure oggi  essendo ormai la sua firma molto quotata.  “Paesi e strade, case e campagne trattati con la spatola balzano vivi dalla tela quasi fossero animati”, scrive Giuseppe Albano, “ Sono paesaggi di Puglia cari all’artista che nel suo continuo vagabondare osserva con occhio d’amore gli uomini e le cose e li fa vivere autonomamente nel suo discorso pittorico. Di particolare interesse il contenuto cromatico delle sue opere: prevalgono i toni cupi ed anche se i cieli sono aperti è difficile scorgere in essi i colori festosi della nostra terra. E’ chiaro che l’artista ha l’animo tormentato e dà al nostro cielo il suo colore”.   Scrive Aldo de Bernart: “…I suoi paesaggi, i suoi fiori, i suoi scorci, le sue figure hanno una cromatica singolare, ottenuta quasi sempre con due colori con i quali l’artista sa ricavare le tonalità più intense e le sfumature più delicate. Ma ciò che più sorprende è il gusto con cui il nostro artista sa cogliere gli angoli del suo paese nativo e della sua campagna, pietrosa ed assolata, per trasfigurargli in scene a volte ariose a volte cupe, in un impressionismo non scevro da evidenti reminiscenze ma pur personale nel sentimento…”. I suoi dipinti ad olio, dalla grande armonia, hanno attraversato gli anni e continuano a sussurrare a chi li osserva di questo nostro paesaggio attraverso la loro calda cromaticità con un discorso pittorico nel quale Baldassarre ha intrecciato la sua meditazione intima con una resa estetica particolare, originale. Ma quello che colpisce nella carriera di questo ottimo artista nostrano è la svolta che egli ha impresso alla sua carriera. Infatti,  ad un certo punto della sua vita, Baldassarre , pur senza ripudiare la pittura, abbraccia la scultura e decide di dedicare all’amore sensuale ed appassionato un tempio, che chiama  “La Residenza dell’amore”: un’opera molto ambiziosa, unica nel suo genere, che,  fra pittura, scultura e mosaici, esalta il godimento  dei sensi ed i piaceri della carne. Baldassarre illustra con malcelata fierezza la propria opera, con stanze piene di affreschi e di gruppi scultorei che costellano anche il grande giardino, al centro del quale campeggia una grande “A” di amore ; e poi numerose sculture di donne ed uomini in atteggiamenti inequivocabili, scene orgiastiche di sesso sfrenato e sculture di grande o piccolo formato che hanno come ossessivo leit motiv  gli organi di riproduzione maschile e femminile, che ritornano in tutte le realizzazioni dell’ardito  complesso architettonico-scultoreo. Attraverso la pietra leccese, l’artista ha modellato vicende d’amore delle più disparate, fantastiche e reali, e poi i grandi amanti della storia e della letteratura come  Paolo e Francesca, Otello e Desdemona, Romeo e Giulietta, Dante e Beatrice, Tristano e Isotta,  tutti dominati dalla lascivia , arsi dal fuoco della lussuria. Dal ponte dell’amore,  sotto il quale scorre un fiumiciattolo quasi clandestino, come il sole che illumina questo orgiastico ritrovo, si può avere una visione d’insieme delle creazioni scultoree e della casa che si sposano amabilmente con il verde della natura circostante mentre lo sciabordio del fiumicello crea un piacevole sottofondo musicale all’estasi quasi mistica che rapisce gli esterrefatti visitatori. Tra realtà e mito, i corpi nudi che si intrecciano nell’osmosi della passione sembrano suggerire le movenze di una danza simile a quella che nell’antichità greca le donne simulavano nelle processioni falliche con le quali si propiziavano  la fertilità dei campi e la prosperità della città.  Tutti i soggetti maschili delle rappresentazioni di Baldassarre in effetti sembrano irrimediabilmente colpiti da priapismo, come il dio adorato nell’antica Roma, appunto Priapo, dall’enorme fallo, da cui il nome di questa malattia. E’ difficile  non provare una forte emozione di fronte a questo spettacolo che un uomo ha concepito e realizzato da solo, nonostante un grave problema di deambulazione che lo tormenta da sempre. Fatale quella delusione d’amore che ha portato l’artista Baldassarre a realizzare questa sua utopia, sfidando la morale imposta, preconcetti, ignoranza e finanche paura da parte della società , almeno di quella società che non ama chi non capisce e non capisce chi è diverso. Ma ogni artista è diverso, dagli altri ed anche da sé, un artista non sarebbe tale se non avesse dentro di sé un assillo, come un rovello, un tormento che lo spinge  a creare. Certo, non si può restare indifferenti la prima volta che si visita la residenza dell’amore, dopo una immersione totale nel  regno dell’Eros.

 

“Novecento” di Baricco a Ruffano

baricco

di Paolo Vincenti

 

Il 30 aprile 2013 presso il Teatro Comunale di Via Paisiello, a Ruffano, a cura dell’associazione “Voce alle donne”, è andato in scena lo spettacolo “Novecento”, a cura di Antonio D’Aprile. Si tratta di un adattamento del noto monologo teatrale di Alessandro Baricco, “Novecento”, pubblicato da Feltrinelli nel 1994 e di cui ricordiamo anche una importante trasposizione cinematografica, “La leggenda del pianista sull’oceano”, del regista Giuseppe Tornatore, del 1998, e addirittura una riduzione in fumetto, sul settimanale Topolino (“La vera storia di Novecento”, riadattato  da Tito Faraci –sceneggiatura  e Giorgio Cavazzano – disegni), nel 2008.

Recita la sinossi dello spettacolo: “Il Virginian era un piroscafo. Negli anni tra le due guerre faceva la spola tra Europa e America, con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente qualsiasi. Dicono che sul Virginian si esibisse ogni sera un pianista straordinario, Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa. Dicono che la sua storia fosse pazzesca, che fosse nato su quella nave e da lì non fosse mai sceso. Dicono che nessuno sapesse il perché… Tutto questo rivive nelle parole commoventi e vibranti di pura poesia, dell’amico trombettista Tim Tooney. Un racconto che incanta, una musica senza tempo e senza confini, magistralmente eseguita dal vivo per conoscere la vita di un uomo, comprendere le sue scelte e imparare a guardare, insieme a lui, il mondo, dalla scaletta di una nave.”

Al capolavoro di Baricco si è ispirato anche il cantautore Edoardo Bennato con la sua canzone “Sempre in viaggio sul mare”.

Antonio D’Aprile, talentuoso attore salentino, sta portando in giro per i teatri della provincia di Lecce questo testo che riscuote un successo crescente ad ogni data. Per la regia di Antonio D’Aprile, gli arrangiamenti musicali di  Daniele Vitali e le scenografie di Benedetta Pepe, sul palco l’attore, fedele alla lezione originale del testo, riesce ad evocare con il solo strumento della sua voce  richiami lontani e avventurosi,  facendo entrare gli spettatori in un’atmosfera suggestiva e rarefatta, di sospensione del tempo e dello spazio.

“Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto” ( da “Novecento”).

 

Il Risorgimento a Ruffano e Torrepaduli

 

di Paolo Vincenti

Il Risorgimento nella periferia del Mezzogiorno. Ruffano e Torrepaduli dalla rivoluzione giacobina all’Unità (1799-1861), per la collana “Cultura e Storia” della Società di Storia Patria – Sez. di Lecce, è l’ultima fatica dello studioso Ermanno Inguscio (Edipan 2011).

Dedicato al “maggiore pilota Michele Cargnoni, comandante degli ‘Otto Angeli Azzurri’ dell’84° S.A.R. Aereo Aereonautica Militare Italiana”, il libro vanta una Prefazione del professor Mario Spedicato, Presidente della S.S.P.- Lecce nonché docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi del Salento, e una Postfazione dello studioso ruffanese Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, maestro e donno del Nostro. Nell’anno delle celebrazioni per l’unità d’Italia, quindi, un ulteriore tassello, nel grande mosaico della conoscenza storica del Risorgimento locale, che tanti studiosi hanno contribuito a comporre. In effetti, mai c’è stata messe più foriera di nuovi spunti e stimoli di dibattito e ricerca storica nell’ambito degli studi salentini, della copiosa produzione editoriale del 2011, grazie alla quale le vicende politico-amministrative che interessarono Terra D’Otranto durante gli anni dell’unificazione sono state a lungo lumeggiate.

Il volume che qui si presenta va appunto in questa direzione, vale a dire cerca di far luce su fatti e personaggi minori del periodo risorgimentale, nello specifico dei due paesi Ruffano e Torrepaduli, nella ormai consolidata e condivisa consapevolezza che la microstoria sia intrecciata indissolubilmente alla macrostoria, nel tessuto connettivo della nostra storia nazionale.

Dopo la Prefazione di Spedicato, nel libro compare una Premessa dell’autore e quindi il corpus della narrazione storica, suffragata da documenti d’archivio, nella compulsazione dei quali Inguscio è un esperto, come dimostrano i suoi numerosi precedenti lavori editoriali, tutti mirati alla conoscenza storica e all’approfondimento delle principali tematiche sociali, economiche, politiche e culturali che hanno interessato le nostre comunità d’appartenenza nei secoli andati.

Il libro di Ermanno Inguscio ci dimostra ancora una volta che il Risorgimento italiano non fu fatto solo dai grandi nomi che abbiamo imparato a conoscere sui libri di scuola , ma anche dal contributo di tanti e tanti uomini e donne i cui nomi sono meno noti, conosciuti solo a livello locale o, a volte, del tutto ignorati, ma che hanno partecipato fattivamente, spesso dando la propria vita, alla causa nazionale. Così anche nell’ambito degli studi storici di Terra D’Otranto, ai nomi tanto celebrati di Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, Antonietta De Pace, Giuseppe Libertini, e via dicendo, dovremmo aggiungere quelli dei tanti sconosciuti eroi che, in ogni piccola o grande municipalità della nostra provincia di Lecce, si spesero per la giusta causa e sui quali nomi, libri come questo che abbiamo tra le mani, fanno luce, meritoriamente.

Patrioti come Giuseppe Marti, Antonio Leuzzi, Francesco Villani, Vito Santo, Vincenzo Marchetti, Samuele Gaetani, Raffaele Viva a Ruffano, e Delfino Caretta, Piacentino Occhiazzo, don Antonio De Giorgi a Torrepaduli, vengono messi in risalto in questa pubblicazione, e tornano a parlarci della storia della nostra comunità che anch’essi hanno contribuito ad edificare, con la loro idea forte di patria unita, di nazione. Questo libro potrebbe costituire il prequel, come si direbbe con un termine tratto dal linguaggio televisivo delle fiction, dell’altro libro di Inguscio, “La civica amministrazione di Ruffano. Profilo storico 1861-1999” (Congedo Editore, 1999), nel senso che approfondisce il periodo storico immediatamente precedente a quello trattato in quel libro. Ciò offre una visione d’insieme sulla storia ruffanese degli ultimi due secoli Ottocento e Novecento.

Nella sua Premessa, Inguscio spiega quali sono le fonti (tantissime) da lui consultate per la redazione di questo volume e quali anche le difficoltà incontrate nel percorso di studio a causa della mancata reperibilità di alcuni documenti fondamentali. Nella Prima Parte (“Il 1799 tra rivoluzione e restaurazione”), Inguscio si occupa dei riflessi della Repubblica Partenopea del 1799 in Terra D’Otranto, nello specifico con riferimento alle “Università” di Ruffano e Torrepaduli, e ci parla delle mortalità e natalità nel nuovo stato civile di Ruffano e Torrepaduli (che, all’epoca era aggregata a Supersano). Nella Seconda Parte ( “Decennio francese, Nonimestre, Società segrete”), si occupa delle riforme che avvennero in Terra d’Otranto dalla Rivoluzione Partenopea all’eversione della feudalità (1799-1806), sempre con specifico riferimento al nostro comune, quindi dell’istituzione delle Conclusioni Decurionali di Ruffano e della nascita delle società segrete.

Passa poi ad occuparsi dei demani, dei catasti e del contenzioso amministrativo nel comune di Torrepaduli in età murattiana (1806-1808), della carboneria torrese di Antonio De Giorgi, con la “vendita” di Torrepaduli nell’ex Convento dei Carmelitani , e delle vicende amministrative che interessarono Ruffano durante quegli anni davvero “caldi” per il nostro Paese. Si fanno i nomi di diversi settari ruffanesi, con il movimento carbonaro nell’ex Convento dei Cappuccini.

Nella Terza Parte (“ ll 1848. Fermenti e sommosse”), Inguscio si occupa del periodo che va dal 1830 al 1840, con il propagarsi delle idee mazziniane in Terra D’Otranto, focalizzando le figure di alcuni liberali ruffanesi fra i quali in primis il patriota Raffaele Viva.

Con l’Unificazione, e siamo nella Quinta Parte del libro, anche a Ruffano e Torrepaduli si tiene un Plebiscito per l’Unità, con ben 877 “si” all’Italia unita.

Una parte dello studio è riservata ai mercati e fiere, fra cui la Fiera di San Marco a Ruffano e l’altrettanto nota e antica Fiera di San Rocco a Torrepaduli. Nel biennio decisivo per l’Unità d’Italia (1859-1861), viene approfondito il fenomeno del legittimismo reazionario, in particolare con lo scontro, a Torrepaduli, fra le figure dell’arciprete Caracciolo e del Sindaco D’Urso. In effetti furono molte le manifestazioni filo borboniche nel nostro comune e disordini, in quegli anni agitati, se ne registrarono in tutto il Salento , con processi politici che interessarono anche il Circondario di Ruffano.

E con le Conclusioni, termina il libro, che riporta una serie di fotografie dei più importanti monumenti, palazzi e strade di Ruffano. Dopo la Postfazione di Aldo de Bernart, in “Appendice” vengono riportati: una tavola sinottica delle cose più notevoli in età preunitaria (fatti, luoghi e nomi) di cui si è parlato nel libro, e l’intero elenco degli 877 elettori del plebiscito del 21 ottobre 1860 a Ruffano e Torrepaduli.

Lascio che a chiudere questo pezzo siano le significative parole dell’autore stesso: “Nell’anno delle mille celebrazioni, giustamente programmate nella Penisola, in occasione del 150° dell’Unità D’Italia, nel pieno fiorire nel contesto globale della realtà dell’Europa Unita, è parso utile dotare il lettore di una minuscola tessera di riappropriazione storica d’identità, di due piccole comunità… che, con l’umile contributo dei propri antenati (patrioti, liberali, legittimisti e diffidenti), hanno contribuito al raggiungimento di un’unica patria, dove ciascuno sia protagonista della propria esistenza e della ricerca collettiva del bene.”

La statua di san Francesco da Paola a Ruffano

di Paolo Vincenti

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

 

La saga dei Grassi a Ruffano di Aldo de Bernart

di Paolo Vincenti

Aldo de Bernart ha dato recentemente alle stampe l’opuscoletto “La saga dei Grassi di Ruffano – Giuseppe Grassi- “,  l’ennesimo,  della sua pregevole collana “Memorabilia”, che ha preso le mosse, qualche anno fa, dalla voglia di de Bernart di far riscoprire ai propri concittadini personaggi e  fatti minori della storia ruffanese. Questa volta la plaquette, sottotitolata “Scritture storiche in onore del dott. Mario Stefanò per il suo ottantesimo compleanno”,  e come sempre stampata dalla Tipografia Inguscio e De Vitis, tratta di alcune figure storiche di medici della Ruffano dei secoli scorsi. In realtà, si tratta della riproposizione di “Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento”, già pubblicata da De Bernart, ma stavolta col valore aggiunto della dedica ad un amico personale dello studioso, vale a dire Mario Stefanò,  conosciuto e stimato medico in pensione di Ruffano, che compie il genetliaco e che, come de Bernart, è un profondo conoscitore della storia  e delle tradizioni di Ruffano, il paese di Sant’Antonio e San Marco, di Antonio Bortone e Saverio Lillo, di Pietro Marti e Carmelo Arnisi.

Nella Ruffano  della Madonna della Serra e di Torrepaduli col suo importante culto di San Rocco, Stefanò è nato e cresciuto e qui ha svolto, per molti anni di onorata carriera, la propria professione di medico condotto, sempre

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Saverio Lillo, pittore settecentesco di Ruffano

di Paolo Vincenti

Saverio Lillo nasce a Ruffano nel 1734. Inizia giovanissimo a dipingere, spinto soprattutto dalla necessità, a causa delle ristrettezze economiche in cui versava la sua famiglia. Sposatosi a 21 anni con Margherita Stefanelli, che gli diede ben sette figli, accettava ogni tipo di committenza per sbarcare il lunario. Ben presto venne a contatto con la nobiltà salentina, per la quale il Lillo iniziò a produrre le sue inconfondibili Madonne, dal tenero incarnato e dal volto dolce e malinconico.

Nel 1765, quando ormai aveva abbracciato in pieno l’arte come sua ragione di vita, iniziò la sua opera più importante: le tele della nuova chiesa parrocchiale Beata Maria Vergine di Ruffano, su committenza della Confraternita del Rosario, per un prezzo di 160 ducati, un prezzo certo molto modesto ma che il Lillo accettò volentieri poiché voleva lasciare l’impronta della sua arte nella chiesa madre del suo paese.

La prima opera è la tela centrale, raffigurante “Eliodoro che ruba i tesori del tempio”, datata 1765. L’episodio è tratto dal II Libro dei Maccabei e il soggetto ricalca l’affresco del 1725 di Francesco Solimena nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli e la tela del leccese Serafino Elmo nella parrocchiale di Muro Leccese. Poi, la tela del “Trasporto dell’Arca”, episodio tratto dall’Esodo, che riprende l’omonima tela del leccese Oronzo Tiso nella chiesa di Sant’Irene a Lecce. Quindi, la tela della “Visita della Regina di Saba a Salomone”, la più bella del Lillo, episodio tratto dal III Libro dei Re, che ricalca la omonima tela di Oronzo Tiso nel Palazzo Baronale di Arnesano.

Il Lillo poi si occupò della tela ottagonale del transetto, raffigurante la “Natività di Maria Vergine” e, successivamente, delle tele degli estradossi, raffiguranti le virtù “Vigilantia, Fortitudo, Virginitas, Puritas, Una Fides, Iustitia, Constantia, Miseratio, Aelemosina, Spes, Charitas”.

Completa l’opera la tela “Gesù che caccia i profanatori del Tempio”, episodio tratto dal Vangelo di Matteo, che ripete le omonime tele di Liborio Riccio nella parrocchia di Muro Leccese e di Nicola Malinconico nella cattedrale di Sant’Agata a Gallipoli.

Nel 1776, dopo alcuni lutti in famiglia, come la prematura scomparsa di due sue figlie, si dedicò a dipingere la tela raffigurante “Il miracolo di Sant’Antonio e la conversione dell’eretico”.

Vissuto in un secolo in cui l’arte pittorica fioriva in Terra D’Otranto, circostanza che giovò alla sua formazione, non ebbe però la possibilità di frequentare le grandi scuole pittoriche del Settecento e questo influenzò la sua arte che non venne considerata, dai critici,  degna dei grandi maestri dell’epoca.

Lillo morì a 62 anni e venne sepolto proprio nella chiesa parrocchiale che con tanto amore aveva decorato.

(Liberamente tratto da: “Saverio Lillo pittore ruffanese del Settecento”, di Aldo de Bernart,  in “Ruffano una chiesa un centro storico”, Congedo Editore 1989).

Il Lillo, che non solo a Ruffano ha lasciato l’impronta della propria arte, morì nel 1765 e, da quel momento, scese su di lui un velo di silenzio, dispiegato, nel 1989, da una preziosa pubblicazione, la sopramenzionata “Ruffano una chiesa un centro storico”, ad opera di Aldo de Bernart e Mario Cazzato, che ha fatto riscoprire la figura di questo pittore del XVIII secolo, ingiustamente dimenticato.

 

Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello

busto muliebre di Antonio Bortone (da http://auction.leonardauction.com)

 

di Paolo Vincenti

Nel 160° di sua nascita (1844-2004) migliore ricordo non poteva avere il “Mago salentino dello scalpello” se non quello del riconoscimento ufficiale della sua casa natale, con l’apposizione di una lapide sulla facciata ovest della fabbrica, di recente restaurata. Una casa dalla nobiltà delle linee architettoniche degne di un grande architetto, che la edificò nel 1595 con una ardita scala aggettante bordata di un intenso fogliame di felce che corre lungo il toro che guarnisce la fronte d’appoggio della scala, rotta da feritoie al tempo stesso lucernari e saettiere; e con un balcone a patio, posto in un angolo con tetto a tegole cadente su di una svelta colonna ottagona, che spartisce gli spazi aperti su due scorci dell’antico borgo di S.Foca.

Una casa prestigiosa, extra moenia, dirimpettaia della dugentesca chiesa di S.Foca, prima matrice di Ruffano. Una casa palatiata, al civico 6 di via S.Foca, dove il 13 giugno del 1844 vide la luce Ippazio Antonio (tale il nome di battesimo) figlio di Carmelo Portone e di Anna Antonino […].

Ma il nostro scultore ben presto ritoccò i suoi dati anagrafici scegliendo il secondo nome Antonio (forse perché era nato proprio il giorno di S.Antonio da Padova-13 giugno) e tralasciando il primo nome Ippazio (impostogli forse per discendenza patronimica) e mutando il cognome da Portone a Bortone.

Il tutto, crediamo, per esigenze d’arte. Infatti, a soli trentatré anni, quando la sua fama di scultore varca i confini d’Italia, la statua che lo rende famoso a Parigi (il Fanfulla) porta infisso il nome di Antonio Bortone. E ancora, Antonio Bortone è scolpito sul plinto, che regge quella famosa statua, nel testo epigrafico del prof. Brizio De Santis: Sono/ Tito da Lodi /detto il Fanfulla/ un mago di queste contrade /Antonio Bortone/ mi tramutò in bronzo/ Lecce ospitale mi volle qui/ ma qui e dovunque/ Dio e l’Italia nel cuore/ affiliamo la spada/ contro ogni prepotenza/ contro ogni viltà/ MCMXXII.

La statua raffigura il Fanfulla, uno dei tredici cavalieri della “Disfida di Barletta”, ritratto ormai avanti negli anni quando orbo di un occhio e col saio domenicano faceva penitenza nel fiorentino convento di S.Marco, mentre affila la misericordia, un acuminato spadino che all’inquieto lodigiano era servito in tante battaglie.

Modellata a Firenze nel 1877, l’opera è figlia della tensione tra i circoli artistici fiorentini e il Bortone, che si era prodotto, e bene, nel nudo, con il Gladiatore morente, ma non aveva ancora dato prova di sé nel drappeggio. Tale prova il Bortone la darà appunto con la statua del Fanfulla, inviata alla Mostra Internazionale di Parigi, dove però giungerà ammaccata in più parti. Invitato a ripararla, il Bortone non andò mai nella capitale francese, forse per il suo carattere che a volte lo rendeva spigoloso e quasi intrattabile. […] Comunque la statua fu esposta ugualmente a Parigi e vinse il terzo premio, previo il restauro praticato dal grande scultore napoletano Vincenzo Gemito, che si trovava nella capitale francese a motivo della stessa Esposizione.

Tanto spigoloso e mutevole nel carattere, altrettanto continuo, però, puntuale e riflessivo nella composizione delle sue opere, che studiava profondamente documentandosi sempre sulla storia dei personaggi che andava modellando, fino a tormentarli, quasi, perché parlassero di sé.

Sotto questo profilo l’opera più sofferta rimane il monumento a Sigismondo Castromediano, il bianco duca di Cavallino, condannato alle patrie galere ad opera dell’intendente di Lecce barone Carlo Sozy Carafa.

Ma le due figure, antitetiche sul piano politico, avevano aiutato, in tempi diversi, il Bortone a percorrere le tappe della sua carriera artistica, talchè l’impianto del monumento le richiamava entrambe alla mente dell’artista, che finì per raffigurare, come ognuno sa,  il Castromediano nell’atto di levarsi dalla sedia per offrire le sue “Memorie” ad un ospite che lo visita, che potrebbe essere lo stesso Carafa, non più tutore di un’autorità ma semplice cittadino, che rende omaggio all’antico avversario, alla presenza della Libertà, nelle nobili fattezze di una matrona seduta ai piedi del plinto del monumento, e della Gloria, simboleggiata da un’aquila che lascia cadere la catena di forzato sul blasone dell’antico casato dei duchi di Limburg.

[…] Per il Fusco, Antonio Bortone riassume prodigiosamente, con ritmo severo ed alato, le nostre glorie; per il Vacca, il motto del Bortone è nulla dies sine linea.

Alla sua morte, che lo colse il 2 aprile 1938, il vescovo di Lecce, monsignor Costa, in un commosso saluto pubblico su L’Ordine, scrisse: Il figlio più illustre del Salento, vanto dell’Arte, onore della Patria, si è spento nel bacio di Cristo […] Corsa di una vita di 94 anni, seminata di capolavori della mente e della mano, nei quali egli ha scolpito il suo nome per i secoli…

Ai funerali, io c’ero. A ridosso di Palazzo Carafa, guardavo una marea di gente che attraversava muta le vie di Lecce, al tocco lugubre del campanone del Duomo. Ero a Lecce per motivi di studio. Avevo tredici anni. Non potevo allora immaginare che proprio io sarei diventato il biografo di Antonio Bortone!

Biella, particolare del monumento a Quintino Sella (1888) di Antonio Bortone. Sella è ritratto a figura intera mentre ai lati del basamento siedono due corpulente allegorie: la Politica e la Scienza (da http://www.duesecolidiscultura.it/monumento-a-quintino-sella-%E2%80%93-antonio-ippazio-bortone/)

(Tratto da: “Antonio Bortone e la sua casa natale in Ruffano” di Aldo de Bernart, stampato in occasione della inaugurazione, nel 2004, della Domus Bortoniana, da parte dell’Amministrazione Comunale ruffanese)

Fra le  numerose opere del Bortone,oltre a quelle citate, ricordiamo: il busto di Giuseppe Garibaldi, in marmo, che si trova presso il Castello CarloV di Lecce;  presso la Biblioteca provinciale N.Bernardini di Lecce, i busti in marmo di G.C.Vanini, di Francesco Milizia, di Antonio Galateo e di Filippo Briganti; quello di Gino Capponi, presso Santa Croce in Firenze; il monumento a Quintino Sella, a Biella; il monumento a Francesca Capece, a Maglie; il monumento a Salvatore Trinchese, a Martano; il ritratto di Pietro Cavoti, in bronzo, presso il Convitto Colonna a Galatina; il monumento ai Martiri di Otranto; il monumento ai Caduti di Tuglie; il monumento ai Caduti di Ruffano;  il monumento ai Caduti di Calimera;il monumento al Sottotenente Benedetto Degli Atti, nel Palazzo comunale di Guagnano; e tanti altri.

Visita alla chiesa della Natività della Vergine di Ruffano (Lecce)

 

di Stefano Tanisi

part. dell’altare di S. Antonio (ph M. Gaballo)

La chiesa della Natività della Beata Maria Vergine di Ruffano rappresenta un inestimabile monumento del barocco salentino.

La sua edificazione, iniziata nel 1706 sul suolo della vecchia chiesa di rito greco e terminata nel 1713, si deve all’impulso religioso delle Confraternite del SS. Rosario e del SS. Sacramento e al contributo corale del popolo. I lavori furono affidati ai mastri martanesi Ignazio e Valerio Margoleo. Nel 1716 fu edificata la sacrestia e nel 1725 la torre dell’orologio sulla porta secondaria comunemente detta “porta dei maschi” (memoria della bizantina divisione tra uomini e donne).

Grande e maestosa architettonicamente, si presenta nella planimetria a croce latina, con la navata centrale su cui si aprono le cappelle dei sei altari.

Dal 1765 al 1776 il pittore ruffanese Saverio Lillo (1734-1796), arricchisce le pareti della chiesa con le Virtù che inquadrano gli altari laterali; la tela ottagonale del transetto che raffigura la Natività di Maria; le grandi tele del presbiterio che raffigurano il Castigo di Core, Eliodoro scacciato dal tempio e la Regina di Saba; S. Antonio e miracolo della mula nel braccio destro del transetto; e Gesù che scaccia i mercanti dal tempio nella

Ruffano/ MAGMA. Le mani dell’arte

di Paolo Vincenti

Nel bel centro storico di Ruffano, a pochi passi dalla barocca chiesa matrice “B.M.Vergine”, Pamela Maglie ci riceve nel suo laboratorio creativo ricavato in una antica costruzione sapientemente restaurata a adattata anche, per il piano superiore, ad abitazione.  Nella calma pigra e sonnolente di Piazzetta Giangreco, il cuore dell’antica Ruffano, locus amoenus, scrigno di memorie per generazioni e generazioni di ruffanesi che ivi sono nate e cresciute, prima che l’ampliamento urbanistico del paese e le mutate esigenze abitative causassero un esodo che ha di fatto spopolato questo vecchio quartiere, il laboratorio di Pamela Maglie sembra quasi un’oasi nel deserto, un’ancora di salvezza nel vuoto che almeno apparentemente il centro storico di Ruffano può trasmettere a chi vi si addentri.

In effetti, nel cuore antico del paese, ad uno sguardo meno distratto, ci si accorge che ci sono tante bellezze, che sono potenzialità inespresse, che attendono solo di essere riscoperte e valorizzate.

Pamela Maglie, versatile e dinamica artista salentina, laureatasi all’Accademia di Belle Arti di Lecce, ha  lavorato in laboratori di restauro cartaceo a Milano.  E’ promotrice di eventi d’arte e partecipa e organizza mostre d’arte personali e collettive. A Ruffano, ha realizzato diverse mostre presso il Museo della Civiltà Contadina di Torrepaduli e performaces artistiche, soprattutto di manipolazione della carta, nell’ambito di manifestazioni culturali organizzate dalla locale Pro Loco,  di cui Pamela Maglie è attiva esponente.

Oltre al restauro di opere d’arte, la Maglie è una originale pittrice e tiene diversi corsi di pittura rivolti a minori e anche a soggetti svantaggiati. L’arteterapia è, infatti, ormai inserita all’interno dei programmi psico-educativi al fine di promuovere la salute, favorire la guarigione o, in senso più ampio, migliorare la qualità della vita dell’utente disabile. Fra le diverse attività della Maglie, una delle sue passioni è la cartapesta e in particolare Pamela si è specializzata nella creazione di gioielli in cartapesta, come dire un modo di alleggerire e rendere avvicinabili a tutti (e a tutte le tasche)  questi preziosi monili che siamo abituati a guardare ammirati dietro a lussuose vetrine del centro dove essi, inavvicinabili ai più, fanno bella mostra di sé.

Insieme alla collega e amica Francesca Mazzotta, ha creato un marchio che è Magma. Questo progetto nasce dalla comune passione per la lavorazione della carta, un materiale che le due artiste definiscono affascinante per la continua ricerca e sperimentazione che su di esso si possono fare. Sul loro sito, le artiste presentano la nuova collezione autunno-inverno 2011 di Magma con una citazione da Eraclito, il filosofo greco del divenire, e cioè: “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos”. “Bios”  hanno chiamato la nuova collezione di gioielli di cartapesta, una parola greca che letta  “biòs” significa “arco” , ma letta “bìos” significa “vita”. Tutto ciò ci incuriosisce e ci invita a scoprire queste preziose e delicate realizzazioni, frutto del lavoro di due giovani donne che hanno passione e fantasia da vendere, che potrebbero essere fra i tanti talenti salentini (fedelmente all’assioma, oggi di moda, “Salento-talento”) da esportazione, ma che invece  rimangono devote alla nostra terra natale perché qui, in questo Salento riarso dal sole, vogliono raggiungere la propria realizzazione. Certo, i percorsi per arrivare ad un risultato sono più lunghi e tortuosi, si fa sempre più fatica, come è noto, a queste latitudini, per imporre sul mercato una progetto innovativo e per trovare il successo sperato. Ma voglia di fare, estro e puntigliosità, non difettano a chi si esprime con l’arte: e le due artiste sanno non essere, la propria, scelta di vita facile, ma non per questo demordono, anzi ogni nuova tappa del proprio cammino artistico e umano è stimolo per andare avanti e ogni piccola gratificazione, motivazione per fare meglio.

Sul sito del progetto Magma si legge: “ MAGMA, oltre che essere un acronimo dei due cognomi (Maglie, Mazzotta), evidenzia la lettera G di gioiello, vero protagonista del loro lavoro. Nel suo significato la stessa parola ricorda il processo tecnico della focheggiatura, tipico della cartapesta leccese, la quale necessita di ferri arroventati per la modellazione. La carta, piegata, intrecciata, cucita, riciclata assume forme insospettabili, generando dei gioielli la cui preziosità non è più affidata a metalli e gemme, ma ad un  progetto di sostenibilità, ecologia e valorizzazione del territorio. Le creazioni sono pezzi unici in un mix di materiali, forme e colori.”

E ancora: “Bìos è studiata attorno alla forma circolare e a un concetto di linearità, un semplice filo che chiude uno spazio vuoto incornicia e valorizza dettagli della natura. Un guscio di una lumachina, una foglia d’alloro per un gioiello odoroso, un peperoncino piccante, un fico d’india, quasi a voler sottolineare il valore autoctono della biodiversità.”

Come pittrice, pur essendo quella che si definirebbe un’artista in progress, nel senso che tanti e diversi potranno essere ancora gli approdi della sua pittura, Pamela Maglie ha tuttavia ben chiare le idee e la ricerca che ella compie denota un attaccamento forte, viscerale, alla propria terra d’origine che esercita su di lei un richiamo materno, ancestrale;  solo che le modalità scelte di volta in volta per riappropriarsi di queste sue radici non sono quelle consuete del Salento immaginifico di certa pittura sognante o simbolista, né del Salento pietroso e contadino di certa pittura verista, né ancora del Salento depresso e violentato di certa pittura militante e di denuncia.

Il Salento di Pamela Maglie è quello della sua natura, che si fa filo di cipolla, coccinella, guscio di lumachina, noce, fil di ferro e spago, fico d’india, chicco di caffè, ecc. ecc., come si può vedere dai suoi quadri.

Sono formule nuove, quelle della Maglie, sorrette da una robusta formazione culturale, da acuto spirito di osservazione, da una forte curiosità e duttilità artistica e da una estrema capacità di sintesi, e manifestate con fermezza compositiva, varietà cromatica e vigoria espressiva. Ecco, certamente quello delle sue tele è un cromatismo non retorico, diverso ma alquanto poetico perché sa rendere, anche a chi non conosca questo lembo di terra, l’incanto dei suoi elementi e la magia delle piccole cose quotidiane, di quei dettagli che, a volte, più dei raffigurati palazzi e chiese o dei grandi paesaggi di campagna o di mare, sanno riassumere in sé l’anima vera del Salento. Senza asprezze e con originalità,la Magliedipinge con la nostalgia accorata di chi pur sa che ha ancora tanta strada da fare davanti a sé ma sente comunque il peso di quel bagaglio culturale ed esperienziale che si porta sempre appresso, dovunque le stagioni della vita e le occasioni dell’arte la porteranno.

Naturalmente, la rappresentazione del  Salento è filtrata dalla sua visione personale, perché, come dice Oscar Wilde “nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista”. E il viaggio nel laboratorio della Maglie  e nel centro storico di Ruffano termina così lasciandoci una speranza, come un mazzo di rose profumate di primavera, promessa di future sorprese, di vita e di arte che si intrecciano magicamente insieme ad un Salento avvenire.

in “Il Paese Nuovo”,  6 agosto 2011

Ruffano festeggia San Marco, il protettore dell’udito

di Stefano Tanisi

ruffano – statua in cartapesta di san marco

San Marco si festeggia a Ruffano da tempo immemorabile, forse dal XII secolo, quando i monaci bizantini dipinsero nella loro chiesetta ipogea un affresco raffigurante il santo mentre si accinge a scrivere -in greco- il primo passo del suo Vangelo.

Il santo è invocato come protettore dell’udito: il 25 aprile, giorno in cui  ricorre le solennità dell’Evangelista, si distribuisce ai devoti un batuffolo di cotone imbevuto di olio benedetto, che applicato nel condotto auricolare, attenua il dolore sino a farlo passare. I numerosi ex voto in oro e argento esposti (per la maggior parte a forma di orecchio) testimoniano le grazie ricevute dai fedeli. Nella piccola cappella ruffanese, meta di numerosi pellegrinaggi, sono poste la reliquia e la statua in cartapesta dell’evangelista.

La mattina di questo giorno, si tiene la tradizionale Fiera di S. Marco, la più antica (XV secolo) fiera primaverile dei dintorni, con la quale si introducevano i frutti di stagione e si potevano acquistare gli strumenti da lavoro e i prodotti d’artigianato locale come le terracotte. In origine si svolgeva solo nello slargo antistante alla chiesa (c.d. borgo S. Marco) e già dall’Ottocento si è estesa nella parte sud del paese, divenendo oggi la più importante fiera-mercato del basso Salento.

In questo giorno di festa si può anche visitare la cripta dedicata sempre a San Marco (XII sec.), situata al di sotto della chiesa del Carmine. Si accede

La statua di san Francesco da Paola a Ruffano

di Paolo Vincenti

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

 

La saga dei Grassi a Ruffano

di Paolo Vincenti

Aldo de Bernart ha dato recentemente alle stampe l’opuscoletto “La saga dei Grassi di Ruffano – Giuseppe Grassi- “,  l’ennesimo,  della sua pregevole collana “Memorabilia”, che ha preso le mosse, qualche anno fa, dalla voglia di de Bernart di far riscoprire ai propri concittadini personaggi e  fatti minori della storia ruffanese. Questa volta la plaquette, sottotitolata “Scritture storiche in onore del dott. Mario Stefanò per il suo ottantesimo compleanno”,  e come sempre stampata dalla Tipografia Inguscio e De Vitis, tratta di alcune figure storiche di medici della Ruffano dei secoli scorsi. In realtà, si tratta della riproposizione di “Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento”, già pubblicata da De Bernart, ma stavolta col valore aggiunto della dedica ad un amico personale dello studioso, vale a dire Mario Stefanò,  conosciuto e stimato medico in pensione di Ruffano, che compie il genetliaco e che, come de Bernart, è un profondo conoscitore della storia  e delle tradizioni di Ruffano, il paese di Sant’Antonio e San Marco, di Antonio Bortone e Saverio Lillo, di Pietro Marti e Carmelo Arnisi.

Nella Ruffano  della Madonna della Serra e di Torrepaduli col suo importante culto di San Rocco, Stefanò è nato e cresciuto e qui ha svolto, per molti anni di onorata carriera, la propria professione di medico condotto, sempre

Spigolature ruffanesi

di Paolo Vincenti

Sul fronte degli studi ruffanesi, dobbiamo segnalare, innanzitutto, alcune pregevoli plaquettes, recentemente date alle stampe dal più noto studioso ruffanese, Aldo de Bernart.

Si tratta di alcun brevi saggi storici, che fanno parte della collana “Memorabilia”, stampati in una tiratura fuori commercio di n.99 copie.

Fra le ultime, due, in particolare, ci sembra giusto menzionare.

La prima è: Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento (Tipografia Inguscio e De Vitis) in cui l’autore ricorda la figura di Altobello Grasso, medico ruffanese e capostipite di una generazione di medici in Ruffano fra il Cinque e il Settecento, autore di una pregevole opera di carattere tecnico, dedicata al gesuita leccese Padre Bernardino Realino, e il cui frontespizio viene riportato nell’opuscolo, insieme ad una immagine dell’Altare dell’Immacolata, con lo stemma della famiglia Grassi, che si trova nella settecentesca chiesa matrice di Ruffano.

Una citazione dal Foscolo ammonisce: “Spiar ne’ guardi medici speranza lusinghiera della beltà primiera”.

La seconda plaquette è In margine al V Centenario –1507 = 2 aprile = 2007- della morte di San Francesco di Paola (Tip. Inguscio e De Vitis) in cui de Bernart si sofferma su un culto molto sentito in provincia di Lecce, quello di San Francesco di Paola, che a Ruffano viene ricordato da una statua lapidea che si trova in una nicchia sopra l’ingresso della cappelletta di San Francesco di Paola, sita nella piazza omonima.

La statua, opera dello scultore Valerio Margoleo, del XVIII secolo, che oggi necessiterebbe di un appropriato restauro poichè ormai resa quasi irriconoscibile dall’incuria e dall’usura del tempo, viene ripresa in fotografia nell’ultima di copertina dell’opuscoletto in parola; sulla seconda di

Pietro Marti e altri illustri cittadini di Ruffano

di Paolo Vincenti

Dalle pagine di NuovAlba, vorrei destare l’attenzione su un illustre ruffanese, la cui figura è stata troppo presto e troppo a lungo ingiustamente dimenticata: Pietro Marti. Mi si potrebbe obbiettare che una rivista di storia e cultura parabitana non sia  la sede adatta per dispiegare quel velo che è sceso sulla figura di questo grande personaggio ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Ciò è vero. E’ però anche vero che preziosi collaboratori di NuovAlba, fin dagli inizi, sono due insigni studiosi salentini, entrambi legati, in vario modo, a Ruffano: Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, massima gloria di Ruffano, sua patria d’elezione , e di Parabita, che gli ha dato i natali, e Alessandro Laporta, anch’egli  frequentatore  di lungo corso della città di  Ruffano,  anche in virtù del vincolo di parentela e di fraterna amicizia che lo lega al de Bernart. Ebbene, Aldo de Bernart, al quale  faccio i miei più sinceri auguri per i suoi

Ruffano, festività della Madonna del Latte

 

di Stefano Tanisi

Situata sulla collina della Serra -a 170 metri sul livello del mare- è la piccola chiesa rurale della Madonna della Serra o comunemente detta Madonna del Latte di Ruffano. La cappella sin dal XII secolo ha visto sostare i numerosi pellegrini diretti verso la “perdonanza” di Leuca.

La domenica seguente la Pasqua la chiesa riapre per festeggiare la titolare, la Vergine del Latte. Grande è la devozione delle donne verso questa Madonna: fino a pochi decenni fa le donne -in gestazione o che avevano appena partorito- percorrevano il sagrato e la navata della chiesa in ginocchio, fino ad arrivare al cinquecentesco affresco della Madonna che allatta il Bambino (la Vergine Galaktotrophusa – che nutre col latte), per chiedere la grazia di avere abbondante latte per il nutrimento dei propri piccoli.

Nei primi del ‘900 il pittore mandurino Giovanni Stano (1871-1945) realizza il dipinto omonimo per l’altare maggiore, mentre verso gli anni ‘30 del secolo scorso è stata realizzata la statua in cartapesta che le donne portano in processione per le strade di campagna intorno alla chiesa.

Bibliografia

– A. de Bernart, L’antica chiesa di Mater Domini a Ruffano. Storia, culto, tradizione, Ruffano 2008

– A. de Bernart – M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina, 1994

– S. Tanisi, Giovanni Stano. A Santa Chiara il grande dipinto dei Quattro Santi, in “L’Ora del Salento”, settimanale, Anno XIX, Numero 28, 5 settembre 2009

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