Una sponsorizzazione femminile dell’anfiteatro di Rudiae nella travagliata storia di una fantomatica epigrafe (CIL IX, 21)? (Seconda ed ultima parte)

di Armando Polito

immagine tratta da http://viverelecce.altervista.org/html/immaginimie/anfiteatro.jpg
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Torniamo all’epigrafe. Essa è registrata nel CIL con l’emendamento del Mommsen:

OTACILIA M. F. SECUNDILLA

       AMPHITEATRUM

(Otacilia, figlia di Marco, l’anfiteatro)

All’ultima parola leggibile doveva certamente seguire un nesso contenente il ricordo di una costruzione o di una ricostruzione. Secondo il consueto formulario epigrafico nel primo caso ad AMPHITEATRUM doveva seguire un nesso del tipo SUA PECUNIA FECIT (fece a sue spese), nel secondo un nesso del tipo CORRUPTUM RESTITUIT (restaurò dopo che si era rovinato).

A prima vista potrebbe sembrare inverosimile che una donna si sia assunto un impegno così prestigioso, usurpando gloria ad un uomo, ma anche così oneroso dal punto di vista finanziario. In realtà nel mondo romano non mancano esempi in tal senso. Per restare, per così dire, in famiglia (un puro modo di dire, perché la loro gens è diversa) Otacilia Severa, eretta al rango di Augusta quando, nel 244, il marito Filippo l’Arabo divenne imperatore col nome di Filippo I, sponsorizzò i ludi saeculares (nel nostro caso il primo compleanno millenario di Roma) del 248 come attestano le due monete che seguono.

 

Leggende: MARCIA OTACIL(IA) SEVERA AUG(USTA)/MILLIARIUM SAECULUM

 

Leggende: MARCIA OTACIL(IA) SEVERA AUG(USTA)/SAECULARES AUGG

Certo, dirà qualcuno, era la moglie di un imperatore …

Ѐ vero, sarà stato un omaggio dell’imperatore alla moglie ma non mancano esempi di sponsorizzazioni che vedono protagoniste donne senz’altro facoltose ma non così potenti:

CIL IX, 22 

PUBLICIAE M(ARCI) F(ILIAE)/FIRMILLAE/LOCO DAT(O) D(ECRETO) D(ECURIONUM)/M(ARCUS) PUBLICIUS QUARTINUS/CUIUS DEDICATIONI DATI/SUNT AB EA DECURIONIB(US)/SING(ULIS) HS VIII N(UMMUM) MUNICIPI/BUS ET INCOLIS SING(ULIS) HS III N(UMMUM)

(A Publicia Firmilla figlia di Marco, donato il luogo [di sepoltura] per decreto dei decurioni. Marco Publilio Quartino, per la cui consacrazione furono donati da lei ai singoli decurioni otto seterzi e ai singoli abitanti tre)

L’iscrizione appena riportata fu rinvenuta proprio a Rudiae e Publilia Firmilla può essere considerata solo una collega minore di Otacilia Secundilla. Ma ecco altre donne che allentarono i cordoni della borsa proprio come la nostra:

CIL IX, 1156

TI(BERIO) CLAUDIO/TI(BERI) FIL(IO) TI(BERI) NEPOTI/COR(NELIA) MAXIMO Q(UAESTORI)/IIVIR(O) QUINQ(UENNALI)/HIC CUM AGERET AE/TAT(IS) ANN(OS) XX IN COLON(IA) AECLAN(ENSI) MUNUS EDIDIT/IMPETRATA EDITIONE AB IMP(ERATORE)/ANTONINO AUG(USTO) PIO IN QUO/HONORE SEPULTUS EST/CUIUS MATER GEMINIA M(ANI) FIL(IA)/SABINA OB HONOREM EIUS IN/VIA DUCENTE HERDONIAS/TRIA MILIA PASSUM EX D(ECRETO) D(ECURIONUM) IN/TRA LUSTRUM HONORIS EIUS RE/PRAESENTATA PECUNIA STRAVIT

(A Tiberio Claudio figlio di Tiberio, nipote di Tiberio, della tribù Cornelia, questore massimo, duumviro quinquennale, qui [morto] a venti anni nella colonia di Eclano, preparò l’onoranza funebre  dopo aver ottenuto il permesso dall’imperatore Antonino Augusto Pio, onore col quale fu sepolto, sua madre Geminia figlia di Mabo della tribù Sabina. In suo onore lastricò tre miglia sulla via che conduce ad Erdonie per decreto dei decurioni essendo stato fornito il denaro entro cinque anni dalla concessione di quell’onore)

E se Gemina Sabina lascia il ricordo del suo nome in questa epigrafe rinvenuta ad Aeclanum (oggi Mirabella Eclano in provincia di Avellino)  per aver sovvenzionato la lastricatura di parte di una strada, ecco due altre rappresentanti del gentil sesso emulare la nostra Otacilia e lasciarne memoria in due epigrafi rinvenute, rispettivamente, a Cassino e ad Assisi:

CIL X, 5183

UMMIDIA C(AI) F(ILIA)/QUADRATILLA/AMPHITHEATRUM  ET/TEMPLUM CASINATIBUS/SUA PECUNIA FECIT

(Ummidia Quadratilla figlia di Caio realizzò a sue spese l’anfiteatro e il tempio per gli abitanti di Cassino)

CIL XI, 5406

PETRO[NIA C(AI) F(ILIA) GALEONIS …]/IN FID[EICOMMISSO SOLVENDO (?) ]/DECIAN[I FRATRIS NOMINE … OPUS (?)]/AMPHPH[ITHEATRI CUM … ORNAMENTIS (?)]/QUOD EX [TESTAMENTO ]/PERFIC[IENDUM CURAVIT ]

(Petronia figlia di Caio Galeone … nello sciogliere (?) un fidecommesso … in nome del fratello Deciano l’opera (?) dell’anfiteatro con … ornamenti (?) il che secondo il testamento curò che fosse portato a termine)

 

Ritornando per l’ultima volta alla nostra Otacilia Secundilla, va detto che la gens Otacilia era ben diffusa, anche se non nel Salento (ma non è detto che la sponsorizzazione debba essere locale). Nel CIL, infatti, si contano 83 Otacilius in Italia1 e 44 fuori; 45 Octacilia in Italia2 e 17 fuori, escludendo, oltre alla nostra Secundilla anche Marcia Otacilia Augusta, la già nominata moglie di Filippo I, che compare 5 volte in Italia3 e 56 fuori. Per completare il quadro va ricordata una villa Otaciliana4, una Otaciliorum area5 e, derivato evidentemente da Otacilius, l’onomastico Otacilianus6.

Un altro nome, però, ben più importante, anche se non è quello di una donna,  emerge da un’altra iscrizione rinvenuta nel 19557 a Rudiae:

EAOR-03, 00083=AE 1958, 00179:

EX IN[SIGNI INDU]LGENTIA/[OP]TIM[I MAXIMI FORTIS]SIMIQUE/[PR]INC[IPIS]/[IMPERATORIS] CAESARIS [COMMODI]/[ANTONINI] AUG(USTI) [GERMANICI]/[AMPHITEATRUM] PEC(UNIA) PUBL(ICA) REFECTUM

(Per straordinaria benevolenza dell’Ottimo Massimo e tenacissimo principe imperatore Cesare Commodo Antonino Augusto Germanico l’anfiteatro fu ricostruito col pubblico denaro).

Secondo me, tuttavia, le notevoli lacune proprio nei punti cruciali (nome del dedicatario e tipologia del refectum) rendono molto dubbio il fatto che l’epigrafe si riferisse veramente all’anfiteatro.

Non va dimenticata, infine, quest’altra iscrizione, registrata come rinvenuta a Rudiae 8:

AE 1988, 00387 = AE 1991, 00516

[IMPP(ERATORIBUS) CAESS(ARIBUS?) DD(OMINIS)] N(OSTRIS) VALENTINIAN[O]/[ET VALENTE VICTORIO]SISSIMIS SEMPER/[AUGG(USTIS)]/[3]NUS V(IR) C(LARISSIMUS) CORR(ECTOR)/[SE]CRETARIUM TRIBUNAL/USQUE AD CONSUMMATIONEM/STUDIIS CURIAE FLORENTIS EXTRUXIT

(Sotto gli imperatori Cesari nostri signori Valentiniano e Valente Augusti sempre vittoriosi  …no uomo illustrissimo governatore imperiale costruì fino al compimento il tribunale segreto grazie alle cure della corte fiorente).

Mi congedo dal lettore con l’auspicio che la ripresa degli scavi porti alla luce anche altre testimonianze epigrafiche e chissà se con un colpo di fortuna qualcuna di loro non consenta di sapere di più della nostra Otacilia e non solo …

 

Per la prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/

____________

1 2 (Preneste) 4 (Terracina) 5 (Buccino) 40 (Roma) 1 (Montecassino) 2 (Pompei) 1 (Grumentum) 1 (Atena lucana) 1 (Erbalunga) 1 (Pisa) 2 (Firenze) 1 (Chiusi) 1 (Spello) 1 (Assisi) 10 (Ostia antica) 1 (Tarquinia) 1

(Paestum) 1 (Potenza) 7 (Naro).

2 33 (Roma) 1 (Terracina) 1 (Salvetella) 2 (Pozzuoli) 1 (Nepi) 5 (Ostia antica) 1 Porto Torres 1 (Atena lucana) 1 (Caggiano).

3 1 (Albano laziale) 3 (Roma) 1 (Urbino).

4 CIL, VI, 36126 (Roma)

5 CIL, VI, 23606 (Roma).

6 VI, 23626 (Roma)

7 Così si legge in una relazione a firma, secondo lo stile epigrafico …  di m(ario) b(ernardini), leggibile all’indirizzo  http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Studi%20Salentini/1958/Articoli/Notiziario%20Studi%20Salentini%201958.pdf

Non riesco a capire, poi, come, sempre nello stesso testo, l’epigrafe sia interpretata come una damnatio memoriae, quando la sua riduzione in frammenti può essere più ragionevolmente attribuita alla lunga attività di saccheggio esercitata per secoli nel fondo Acchiatura.

8 In Francesco Grelle, Canosa Romana,  L’Erma di Bretschneider,  Roma, 1993, pag. 181 si legge, invece, che l’epigrafe è stata rinvenuta una quindicina di anni fa, in occasione di lavori agricoli, nel territorio del comune di Torremaggiore, al confine con quello di Lucera, in una località dove emergono resti di un insediamento tardo antico e forse alto medioevale. Ora è custodita nei depositi del Museo civico di Foggia.

Una sponsorizzazione femminile dell’anfiteatro di Rudiae nella travagliata storia di una fantomatica epigrafe (CIL IX, 21)? (Prima parte)

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg
immagine tratta da http://www.leccesette.it/archivio/img_archivio1682013151042.jpg

 

Prima che le risultanze archeologiche ne dessero conferma, l’unica notizia  sull’esistenza di un anfiteatro a Rudiae era quella lasciataci da Girolamo Marciano (1571-1628) nella sua Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto uscita postuma a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1855, dove, a pag. 502, si legge: Io ho visto e letto un instrumento mostratomi dal curiosissimo Francesco Antonio De Giorgio mio amico, nel quale si legge che l’anno 1211 a 10 di dicembre Gaita moglie di Orazio Ruggiero di Rudia dimorante in Lecce donò un pajo di case al monastero di S. Niccolò e Cataldo. Dal quale si raccoglie che sebbene la città di Rudia fu distrutta l’anno 1147 da Guglielmo il Malo, tuttavia insino al detto anno 1211, e forse più se ne mantennero in piedi gli avanzi, dappoichè gli abitatori non si ridussero totalmente dentro la città di Lecce. Delle reliquie di questa città oggi non si vede altro che rottami di pietre ed il sito dell’anfiteatro, in cui non sono molti anni fa fu ritrovato un marmo, che oggi si conserva in casa del signor D. Vittorio Prioli1 in Lecce con questa iscrizione:

OTTACILLA M. F. SECUNDILLA

       AMPHITEATRUM

Non si legge altro che questo nel marmo, non essendo intero, ma in molte parti spezzato.

Da quanto appena riportato risulta che l’epigrafe era viva e vegeta fino a buona parte della prima metà del secolo XVII e che il suo rinvenimento, a Rudiae, doveva essere avvenuto presumibilmente (altrimenti, come intendere non sono molti anni fa?) nella seconda metà del secolo XVI2.

Pellegrino Scardino, Discorso intorno l’antichità e sito della città di Lecce, Stamperia G. C. Ventura, Bari, 1607, pag. 12: Fuori della Città presso le mura, in un luogo, dove oggi si vede il convento dei Frati Scalzi di San Francesco, era a’ tempi passati l’Anfiteatro per gli spettacoli del Popolo, del quale, benche oggi nessuna parte ne sia in piedi, nientedimeno fra le cose guaste, e rovinate ne appariscono alcuni segni. Acquista di ciò fede al vero un Marmo ritrovato fra gli edifici sotterranei con inscrittione che comincia OTTACILLA M. F. SECUNDILLA/AMPHITEATRUM non si legge più di questo nel Marmo, non essendo intero; ma in molte parti spezzato e lacero, mercè degli anni che a lungo andare rodono a guisa di tarlo ogni cosa.  Conservava gli anni a dietro questo picciolo Marmo nel suo leggiadretto Museo, degno di vedersi per la varietà dei libri e di molte cose antiche, il signor Ottavio Scalfo, medico e filosofo singolarissimo, la cui acerba ed immatura morte oscurò in buona parte non solo la gloria delle Muse, ma tolse ancora al Mondo la maniera dei più nobili e cortesi costumi. Oggi, fra la compagnia d’altri marmi si vede ricoverato dal signor Vittorio de Priuli, gentiluomo Leccese, sottile investigatore delle cose antiche, il quale, infiammato di ogni virtuoso pensiero, si rende huomo singolare in ogni maniera di alto e liberale mestiere.  

Nonostante l’ambiguità di edifici sotterranei lo Scardino collega senza esitazione il marmo all’anfiteatro di Lecce e in più ci fornisce la notizia che il marmo era stato custodito prima da Ottavio Scalfo3 e poi, confermando il Marciano, da Vittorio Prioli.

Giulio Cesare Infantino (1581-1636), Lecce sacra, Micheli, Lecce, 1634 (cito dall’edizione anastatica Forni, Sala Bolognese,1979, p. 213): Fuori le mura della Città di Lecce, e propriamente nel Parco, è l’antica, e Regia Cappella di S. Giacomo Apostolo, Protettore delle Spagne: la qual Cappella in questi ultimi anni, cioè nel 1610 fù conceduta insieme con un giardino, e parte delle stanze a’ Padri Scalzi di San francesco, i quali hoggi vi dimorano, havendo dato buon principio alla fabrica de’ loro Chiostri. E Cappella assai divota, massime dapoi che i detti Padri vi vennero ad habitare, per essere molto assidui alle confessioni, & altre loro religiose osservanze. Quivi era ne’ tempi antichi un’Amfiteatro per gli spettacoli del popolo, del quale benche hoggi niuna parte ne comparisca, pure frà le cose guaste, e rovinate ne compariscono alcuni segni. Testimonio ne fa un marmo antico, ritrovato sotterra, se ben spezzato, e lacero,che gli anni à dietro conservava appresso di sé con molt’altre cose antiche, degne da vedersi, Ottavio Scalfo Medico in questa Città, e Filosofo singolarissimo, honor di questa Provincia: hoggi si conserva in casa di Giovanna Paladini che fù moglie di     D. Vittorio Prioli, gentil’huomo Leccese, Conte Palatino, & à suoi tempi diligente investigatore delle cose antiche, il cui principio è questo

Ho riportato in formato grafico il resto del testo4 riguardante proprio la nostra epigrafe perché il lettore comprenda più agevolmente come la questione, già complicata di per sé, deve fare i conti con problemi accessori. Un esempio per tutti: quell’Amphiteatrum riportato in tal modo fa pensare che fosse leggibile (da chi?) solo la A e che il resto fosse integrazione (di chi?). In più compare un RE. P. R. che, come vedremo nella prossima puntata, non è presente nella trascrizione del CIL.

Giovan Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, v. II, pag.. 167 e 168: Accenna Livio, che Lecce, detta ancor Licia, e Lupia, doppo il dominio de’ Salentini, ubbidì al Senato di Roma, e Colonia de’ Romani la testifica Plinio, & un Marmo ritrovato nelle rovine della distrutta Rudia l’autentica.

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos./ob rem felicissime in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem gestam Sen. Pop.& militum/statio Lupien. A. H. P.5

 [Lecce] esperimentò le vicende della fortuna con l’altre Città distrutte dal re Guglielmo il Malo l’anno 1147, come nota Antonello Coniger nella sua Cronica6 , assieme con la sua Compagna Rudia fabricate ad un tempo dal sudetto Malennio, che per somministrarsi scambievolmente i soccorsi, le congiunse con una strada sotterranea7 , che anche ritiene il nome di Malenniana e se ne scorgono alcuni vestiggi.

Trascurando l’ultimo autore che, fra l’altro, crea un po’ di confusione mettendo in campo l’epigrafe rudina di cui mi sono occupato non molto tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/01/lepigrafe-di-rudie-ovvero-cil-ix-23-un-maquillage-ben-riuscito-pero/), un bilancio potrebbe così essere stilato: non sappiamo se la testimonianza del Marciano fosse stata già redatta alla data di pubblicazione del lavoro dello Scardino, ma anche se così non fosse stato è da presumere che un umanista del calibro del Marciano abbia trascritto de visu il testo dell’epigrafe ed è difficile immaginare che si sia inventato la contestualizzazione del reperto che, comunque, risulta, come s’è visto, meno generica di quella dello Scardino. Quando, poi, all’assenza o ai dubbi di contestualizzazione si aggiunge pure la scomparsa del reperto, la frittata è fatta.  Così passano i secoli e le memorie spesso sono costrette ad intrecciare le loro nebulosità  non per colpa loro ma degli uomini. Ѐ il caso della nostra epigrafe che, nel frattempo dimenticata e pure fisicamente perduta, ritorna in auge nel 1938 quando, durante la risistemazione dell’anfiteatro di Lecce (Lupiae), venne rinvenuta un’iscrizione oggi, anch’essa, scomparsa:

TRAIANI

IMP III CO

PATRE LIBE

Da allora la costruzione dell’anfiteatro di Lecce, che prima quasi concordemente era stata attribuita ad Adriano, fu da parecchi studiosi attribuita a Traiano. Ci fu pure chi si spinse oltre: G. Paladini8 e R. Bartoccinila considerarono in relazione con la nostra. L’operazione apparve arbitraria già al Susini (Fonti per la storia greca e romana del Salento, Tipografia della S.T. E. B., Bologna, 1962, p. 107) e M. Bernardini (La Rudiae salentina, Editrice salentina, Lecce, 1955, pp. 37-38) dal canto suo rivendicò la probabile provenienza rudina della nostra epigrafe; anche a me pare un’operazione discutibile sul piano metodologico ma alla resa dei conti inaccettabile perché non tiene in alcun conto la testimonianza del Marciano nella quale più chiara non poteva essere la contrapposizione tra Lupiae e Rudiae, tanto più che il brano citato fa parte del capitolo XXIII che ha per titolo Della città di Rudia, sua origine e distruzione. Tuttavia, per onestà intellettuale e prima che qualcuno me lo faccia presente, debbo dire che il lavoro del Marciano fu pubblicato, come s’è detto, postumo con aggiunte del filosofo e medico Domenico Tommaso Albanese di Oria (1638-1685), come recita il frontespizio; secondo me è piuttosto improbabile che una delle aggiunte abbia riguardato, integralmente e pesantemente, proprio questo capitolo.

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/09/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-seconda-ed-ultima-parte/

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1 Nelle immagini sottostanti uno scorcio dell’omonima via, Palazzo Prioli al civico 42 (settembre 2011; oggi, dopo il restauro, è sede del resort Mantatelurè)  e il dettaglio dello stemma della famiglia Prioli.

 

Vittorio Prioli, appartenente ad una famiglia di origini venete, fu una delle figure di spicco della cultura leccese tra XVI e XVII secolo. Fu sindaco nel 1593; il suo nome compare più volte negli atti del processo di beatificazione del gesuita Bernardino Realino di Lecce (Sacra rituum congregatione Eminentissimo et Reverendissimo Domino  Cardinali Pedicini relatore Neapolitana seu Lyciensis beatificationis et canonizationis venerandi servi Dei Bernardini Realini Sacerdotis Professi Societatis Jesu, Summarium super virtutibus, Tipografia della Reverendissima camera apostolica, Roma, 1828, passim) come donante di una cassa di cipresso foderata di tela d’oro in cui fu trasferito il gesuita a due mesi dalla morte avvenuta, appunto, il 2 luglio 1616. Egli  era sicuramente vivo alla data del 1627 perché nel catasto di Monopoli di quell’anno, carta 489 v.,  Giovanni di Francesco Palmieri risulta debitore di ducati 233, 1, 13 nei confronti del monastero di San Giovanni Evangelista  di Lecce e di ducati 116, 3, 6 a don Vittorio Prioli della stessa città).

Per le sue mani potrebbe essere passato, oltre alla nostra epigrafe, anche il manoscritto delle Cronache di Antonello Coniger (Ferdinando Galiani, Del dialetto napoletano, Mazzola-Vocola, Napoli, 1779, p. 109: … si conserva ms. presso del Signor Conte D. Vittorio Prioli; per motivi temporali dovrebbe trattarsi di un discendente del nostro).

E proprio nelle  Cronache del Coniger all’anno 1511 si legge: In questo anno alo primo de maggio fo morto mio fratello Gio. Francisco Coniger, & per non haver fillij lecitimi ho successo io Antonello Coniger, & alla Baronia. In questo anno alle 29 di Maggio lo dì della Sensa (?) venne uno Corsaro de Turchi cum dui barcie, una Galera e cinq. fusti  in San Cataldo pigliò la Turre per forza, amazò tutti trovati dentro, mise foco a magazeni, & pigliò più di cento butti pieni di Oglio di Citatini di Lecce, tra li quali Messer Vittorio de prioli ncinde ebbe cinquanta, & cinq. Molto probabilmente il Vittorio de prioli qui nominato era il nonno del nostro.

C’è da pensare che mai il Prioli sospettò che l’iscrizione da lui custodita potesse riferirsi all’anfiteatro di Rudiae leccese, se è attendibile quanto afferma Jacopo Antonio Ferrari (1507-1587) nell’ Apologia  paradossica (Mazzei, Lecce, 1707; cito dalla seconda edizione, stesso editore, stesso luogo, del 1728, p. 141) : Rodia è quella che scrisse Strabone d’essere situata meno di diece miglia lontana da Brindisi, le cui vestigie essendo per molti secoli a pochissimi note, per trovarsi tra la terra di Misagne ed il Castello di Latiano, li signori Claudio Francone Signore di detto Castello di Latiano, e ‘l Signor Vittorio Prioli suo affine nostri Patrizj Leccesi dottissimi, essendo insieme andati a ritrovare tra quei boschi di olive, che ora l’hanno coverte, l’hanno parimente vedute, e chiaritisi d’essere quella, per ritenere quel deserto luogo il suo antico nome di Rodia presso de’ popoli vicini e de’ pastori, che là pascono la loro gregge.

Un’altra notizia sugli interessi antiquari del nostro è contenuta in Girolamo Marciano, op. cit., p. 28: Si conserva un marmo di queste antiche lettere [messapiche] nella città di Lecce in casa del chiarissimo e diligentissimo investigatore delle memorie antiche dott. Vittorio Prioli con una sottoscrizione di suo zio dott. Scipione De Monti, dal quale furono ritrovate in un antico muro della città di Lecce, e dal medesimo con diligenza conservata.  

Per le mani del Prioli dovette passare anche un manoscritto realizzato appositamente per lui; esso sarà oggetto di studio in un prossimo post ispiratomi da una segnalazione di Giovanna Falco, che qui pubblicamente ringrazio.

2  Non  riesco a capire, anche per l’esplicito riferimento al Marciano nella stessa edizione da me utilizzata per la citazione,  la datazione proposta da Mariagrazia Bianchini in Diritto e società nel mondo romano, 1. Atti di un incontro di studio, Pavia, 21 aprile 1988, New Press, Como, 1988, pag. 83, nota 40: Si ha notizia che l’iscrizione (CIL IX, 21), rinvenuta a Rudiae sulla fine del XIV secolo nel “sito dell’Anfiteatro” (vd. G. MARCIANO, Descrizione, origine e successi della terra d’Otranto, Napoli, 1855, 502) …

3 Una scheda dedicata ad un Ottavio Scalfi, letterato, poeta, dedito agli studi filosofici e medici nato a Galatina è presente nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto di Francesco Casotti, Luigi De Simone, Sigismondo Castromediano e Luigi Maggiulli, Lacaita, Manduria e Roma, 1999; essendo vissuto dal 1539 al 1612 sarà stato un omonimo parente del nostro per il quale lo Scardino parla di morte acerba ed immatura. Quest’ultima non può essere considerata neppure una formula di cortesia a sottolineare il fatto che sempre acerba e prematura è la morte di un uomo di grande levatura, perché l’Ottavio della nostra scheda era ancora in vita quando (1607) uscì il lavoro dello Scardino. Non è da escludere, tuttavia, che la data di morte nella scheda sia da correggere in 1602, anche perché il resto della stessa così prosegue: Riunì in un museo privato varie antichità della provincia che dopo la sua morte passò nelle mani del Conte Vittorio de Priuli. Nella bibliografia che correda la scheda è citato il testo Galatina letterata di Alessandro Tommaso Arcudi, uscito per i tipi di Giovan Battista Cilie a Genova nel 1709, testo chiaramente utilizzato nella compilazione della scheda ed al quale, perciò, è ascrivibile l’errore, se di errore  si tratta, prima ipotizzato. D’altra parte non dovrebbe essere l’unico se alla fine della trattazione della vita di Ottavio Scalfo (pp. 130-131) l’Arcudi, che all’inizio aveva indicato come data di nascita il 1539, scrive:  Nella quale città [Lecce] sodisfece al comune tributo della natura nel 1612 all’età di 65 anni.

4 Ringrazio la signora Giovanna Falco (la stessa di prima …) per avermi segnalato la testimonianza dell’Infantino ed avermi fornito la copia fotostatica del brano riguardante l’argomento.

5 Questa iscrizione non è registrata nel CIL (a suo tempo il Mommsen la giudicò falsa). Il Pacichelli molto probabilmente la trae dal Marciano (op. cit., pag. 520) che scrive:  E così anche si legge in alcuni marmi, come in uno ritrovato secondo il Ferraris (non si tratta di Antonio De Ferrariis più noto come il Galateo, ma di Iacopo Antonio Ferrari che nella sua Apologia paradossica, Mazzei, Lecce, 1707,  la riporta così: C CLAVDIO C. F. M. N./NERONI COS./OB REM FELICISSIME IN PICENO/ADVERSVS POENORVM DVCEM/ASDRVBALEM GESTAM , SEN./POP. ET MILITVM STATIO LVPIENS./A. H. P.) tra le rovine di Rugge, città distrutta a sé convicina, che dice così:

C. Claudio C. T. M. N. Neroni Cos. ob rem felicissime/in Piceno adversus Poenorum/ducem Asdrubalem /gestam Sen. Pop.& militum statio Lupien. A. H. P.

Da notare come i tre testi differiscono nella disposizione delle linee.

6 A voler essere precisi nel Coniger si legge: 1157 Rugieri Duca di Calabria primo genito de Re Gullielmo per non li haver voluto dare obedienza la Cità di lecce, e tutte le altre Terre del Duca di Athena, & Conte de lecce; ne ad Re Rogieri, ne a Re Gullielmo suo padre, per retrovarse in Francia detto Duca di Athena, venne in campo ad Lecce cum molto esercito dove la tenne assediata anni tre, infine la pilliao per tradimento chi fe lo Camberlingo, entrò dentro, el Duca di Calabria ditto Rogieri jettao le mura, & tutte le case atterra reservato quell l’adomandao di gratia, & a lui li fe talliare la testa, pillao tutte altre terre, & fe jettare case, & mure chi erano del Duca de Athena, como ad Rugge, Balisu, Vste, & Colomito, & fe bandoZenerale, che nisciuno possa fare case in ditta Cità, & Terre se non alte da terra una canna & mezza al più, e le porte fossino senza archi, & quelle de legname ad stantoli, & questo che le casamente alte chi erano in Lecce li fero …. Essendo dentro che non da faci.

7 Già il Galateo nel De situ Iapygiae aveva scritto:  Duas urbes idem populus habitat, ut de Neapoli dicunt, & Palepoli; quin etiam inter ipsas fama est subterraneas fuisse specus, per quas mutua auxilia sibi invicem cum opus erat, praestabant. Inter has urbes minus quam duorum millium passuum spatium interiacet. Rhudiae, seu Rhodeae, & a Stephano Ρόδαι, seu Rui, per literam I vocalem, sive per j literam consonantem crasso quodam, ut mos est, regionis sono Rugae dicuntur: unde Lupiarum porta, & quarta pars urbis, quam Pittacion Graeco nomine appellant, Rhudiarum dicuntuur. Hae penitus interiere, ut vix cognoscas quo loco fuerint, tantum nomen restat inane … harum aedificia tempus obruit, & rusticus antiquitatum omnium eversor eversat aggeres. Alicubi murorum cernuntur sepulchra innumera fictilibus vasculis, & ossibus plena. Huius urbis nomen & fama apud complures homines, ut & ipsa, cecidit; nunc tota aut feritur, aut oleis consita est …(Lo stesso popolo abita due città [Lecce e Rudie], come dicono di Napoli e di Palopoli; anzi si dice che tra le stesse ci siano state cavità sotterranee attraverso le quali si davano aiuto l’un l’altra all’occorrenza. Tra queste città c’è uno spazio di meno di due miglia. Si dice Rudie o Rodee, e secondo Stefano Ρόδαι [leggi Ròdai], o Rui, Rute per mezzo della i vocale o della consonante in un  suono grossolano  della regione, com’è costume; perciò la porta di Lecce e il quartiere della città che con parola greca chiamano pittagio sono dette di Rudie. Essa è completamente perduta, sicché a stento riconosceresti in quale luogo si trovasse e ne resta solo il vuoto nome …  il tempo ha sotterrato i suoi edifici e il contadino distruttore di ogni antichità rivolta i terrapieni. In qualche luogo si scorgono innumerevoli sepolcri in muratura pieni di piccoli vasi di terracotta e ossa. Il nome e la fama di questa città presso molti uomini, come essa stessa, decadde; ora viene tutta vandalizzata o coltivata ad oliveto …).

8 Guida storica ed artistica della città di Lecce, 1952. L’autore giunge alla conclusione che Otacilla Secundina eresse la fabbrica di Lecce sotto Traiano.

9 All’epoca della scoperta dell’anfiteatro (1929) il Bartoccini era sopraintendente e la primitiva attribuzione della costruzione ad Adriano porta la sua firma (Il teatro romano di Lecce, estratto da  Dioniso, XIII, 1, 1935) anche se era stato Cosimo De Giorgi (Lecce sotterranea, Stabilimento tipografico Giurdignano, Lecce, 1907, pp. 193-197) il primo ad ipotizzarlo. Dopo la scoperta del 1838, però, il Bartoccini, considerando la nuova epigrafe integrazione della nostra, attribuì a Traiano l’edificazione della fabbrica (Apud Susini, op. cit, p. 107) e a Otacilia Secundilla solo il ruolo di intermediaria nella sovvenzione.

L’epigrafe di Rudie, ovvero CIL, IX, 23: un maquillage ben riuscito, però …

di Armando Polito

foto di Corrado Notario
foto di Corrado Notario

Questo post può essere considerato la ripresa, ripromessami su ispirazione del commento di un gentile lettore, di ciò che era rimasto in sospeso in uno precedente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/08/la-toponomastica-della-provincia-di-taranto-in-una-carta-del-1589/).

CIL, IX, 23 non è, come i non addetti ai lavori sarebbero giustificatissimi a credere anche per suggestione del resto del titolo, un prodotto cosmetico di ultima generazione capace di nascondere, fin quasi a farle scomparire, le ineluttabili tracce del tempo. CIL è l’acronimo di CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM, cioè la raccolta più autorevole e completa che registra tutte le iscrizioni latine (di ogni natura, dall’epigrafe che celebra le gesta del grande imperatore al graffito apposto su un muro magari da uno schiavo destinato per sempre a restare anonimo) rinvenute nel territorio dell’impero romano, ordinate geograficamente (nel nostro caso IX contraddistingue la regio II, cioè l’Apulia e la Calabria) e progressivamente (nel nostro caso 23). Il CIL può essere considerato un’opera destinata a restare incompiuta nel senso più nobile (perché più raro …) della locuzione, dunque lontana anni luce da un’autostrada o qualsiasi altra opera pubblica che attende da decenni di essere completata e resa fruibile; l’unico rialzo, però, che essa conosce è quello della conoscenza e questo rialzo non ammette appalti truccati, variazioni in corso d’opera e tangenti perché è costituito solo dai nuovi dati che fisiologicamente e giorno per giorno entrano a farne parte. Per questo dal lontano 1863, anno di pubblicazione del primo volume, l’opera è giunta attualmente al XVII volume, a parte i continui aggiornamenti inclusi nei supplementi ai singoli volumi. Si tratta, dunque, di un’immensa base di dati, locuzione che evoca immediatamente l’informatica. Come non pensare, dunque, ad un progetto ufficiale1 di informatizzazione del catalogo che costituisca anche l’occasione per integrazioni e aggiornamenti, in tempo più o meno reale, ormai indispensabili, non solo di natura iconica (nel CIL attuale in versione cartacea non compaiono foto delle iscrizioni originali ma solo la loro trascrizione, qualche nota e, qualche volta, disegno dell’intero supporto; andrebbe da sé che laddove nella versione digitale non ci fosse riproduzione fotografica l’originale sarebbe da considerare perduto)?

Il IX volume uscì a Berlino nel 1883 (per la versione digitalizzata: http://arachne.uni-koeln.de/Tei-Viewer/cgi-bin/teiviewer.php?scan=BOOK-1318078-0001_890296) e si avvalse del fondamentale e prestigioso contributo di Theodor Mommsen che effettuò anche ispezioni in loco.

Dopo questa premessa fatta nella speranza di suscitare curiosità, se non passione, soprattutto in qualche giovane lettore, qui tenterò di stilare una breve storia della nostra epigrafe partendo proprio dalla scheda che appare nel volume appena citato.

Da essa si apprende che l’epigrafe fu rinvenuta (reperta) a Rudie (Rugge) tra Lecce e Monteroni (inter Lecce et Monterone) e che a quel tempo (nunc=ora) si trovava a Monteroni nel palazzo baronale (Monterone in aedibus baronalibus). Dopo aver detto che sempre lì è attualmente custodita, incastrata su un muro, saltandone provvisoriamente il testo, passo alle altre informazioni contenute nelle righe in calce. Apprendiamo così che il Mommsen la trascrisse dall’originale (descripsi ); che Michele Arditi ne aveva mandato il testo al Marini con una lettera datata Napoli, 22 maggio 1790 secondo quanto risulta dall’epistola 40 del codice Vaticano 9140 [Marinio misit Mich. Arditius Neapoli 22 Mai 1790 (cod. Vat. 9140 ep. 40)] in base a due copie del testo che gli erano state mostrate (ad exempla duo sibi exhibita); che l’epigrafe era stata pubblicata dal Marini nel suo volume sugli Arvali a pag. 21 lodando l’informatore (?) Daniele (ed. Marini Arv. p. 21 auctorem laudans Danielem); che il Lupoli l’aveva pubblicata nel suo lavoro sull’iscrizione di Corfinio, seconda edizione, pag. 321, opuscolo pag. 21 (Lupoli insc. Corf. Ed. 2 p. 321, opusc. p. 21); che, infine, era stata pubblicata pure dall’Orelli col numero 134. 3858 (Orelli 134. 3858). L’ultimo rigo della scheda è da interpretarsi così: fine della prima linea (1 fin.) CERI/II nella lettura dell’Arditi (CERI/II Ard.), CER … nella lettura del Marini e mia (CER … Mar. ego).

A dimostrazione dell’interesse suscitato dall’epigrafe debbo qui aggiungere che essa fu pubblicata pure da Pietro Napoli-Signorelli, Supplimento alle vicende della coltura delle Sicilie, Orsini, Napoli, 1793, pagg. 71-73:  A rinnovar questa contesa sulla Rudia patria di Ennio interminabile (perché alla fin fine non può trattarsi se non per congetture) sento che surto sia un nuovo atleta nella provincia Idruntina per conservare alla moderna Rugge il vanto di aver prodotto Ennio. Egli è questo l’erudito sig. decano di Maglie don Oronzo Macrì [1738-1827] che dicesi averne distesa una dissertazione latina inviata al degno vescovo di Oria mons. Don Alessandro Kalefati. In sostegno di Rugge adduce il sig. Macrì l’antica tradizione, le monete che tutto dì si scavano in que’ contorni, la via sotterranea che mena da Lecce a Rugge, le lucerne e i vasi che vi s’incontrano, parte de’ quali si conservano in Monteroni dall’erudito nobile uomo don Alessandro Maria Lopez y Royo, e finalmente una iscrizione in marmo de’ tempi dell’imperadore Adriano disotterrato (dicesi) l’anno 1790 appunto nel luogo dell’antica Rudia indicata dal Galateo. In questa lapida che è piaciuto al prelodato sig. decano Macrì di comunicarmi, parlasi di Rudia come municipio, e vi si fa menzione di un Marco Tuccio juniore della tribù Fabia da Adriano dichiarato cavaliere, il quale era uno dei quattro decurioni di Rudia, la cui memoria volendo onorare il di lui padre che gli sopravvisse e pur chiamavasi Marco, stimò di stabilire (in vece del solito banchetto funebre, o viscerazione) un capitale perché della rendita se ne distribuissero in onore della memoria del figlio venti sesterzi ad ogni decurione, dodici agli augustali, dieci ai mercuriali, ed otto a ciascuno del popolo. Io la trascrivo perché ne giudichino gli eruditi leggitori:

 

Riservandomi di tornare sulle note 1 e 2 procederò ora all’esame comparativo degli autori citati nella scheda del Mommsen informando il lettore che, purtroppo, non mi è stato possibile leggere il testo della lettera del 1790 e che è risultata introvabile la seconda edizione del testo del Lupoli (nella prima non c’è traccia dell’iscrizione); tuttavia, il fatto che il Mommsen citi a proposito della nostra epigrafe il Lupoli (del quale pure aveva smascherato prima la falsificazione di altre epigrafi) depone a favore della sua autenticità (l’archeologia deve fare i conti pure con le miserie o le ricchezze dell’animo umano …).

Luigi Gaetano Marini, Gli atti e monumenti de’ fratelli Arvali, Fulgoni, Roma, 1795, v. I, pag. 21 (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=dmYLAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:8mzP2v4fMI0C&hl=it&sa=X&ei=XT9GU4r3JYrDtQaCroGoCA&ved=0CDoQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false).

 

Il Marini, dunque, si occupò di passaggio della nostra epigrafe inviatagli cinque anni prima dall’Arditi e la utilizzò per documentare che il titolo attribuito ad Adriano in un’altra di sacratissimus princeps non era un apax. Importante, però, quel trovata or ora nelle ruine di Ruge, illustre Patria di Ennio. Non c’è ombra, invece, di auctorem laudans Danielem riferito dal Mommsen nella sua scheda.

Giovanni Gaspare Orelli, Inscriptionum Latinarum selectarum amplissima collectio, Typis Obellii, Evesslini et sociorum, Turici, 1828, v. II, pag. 187 (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=D7sdPrVBFUsC&printsec=frontcover&dq=editions:szia1HpVxBcC&hl=it&sa=X&ei=zuxHU5P6KuHb0QXZmIHQDw&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false):

 

Come indicato alla fine, l’Orelli si limita a citare il Marini ed aggiunge solo il suo commento (sic) al BUB. per PUB. all’inizio della seconda linea.

La trascrizione del Mommsen si ripete tal quale anche in Herman Dessau, Inscriptiones Latinae selectae,  Weidmann, Berlino, 1902, v. II, parte I, pag. 607 (immagine tratta da https://archive.org/stream/inscriptionesla00dessgoog#page/n616/mode/2up):

Non ci dice nulla in più di quanto sapessimo rispetto a Rugge, ubi fuerunt Rudie, rep. (trovata a Rugge, dove ci fu Rudiae) ma è importantissimo IX 23 vidit Mommsen (IX 23 vide il Mommsen) perché la conferma dell’autopsia è un elemento in più sull’autenticità dopo quanto si è detto a proposito del Lupoli.

Archiviata, si spera definitivamente, l’autenticità non mi rimane che comparare, prima di tradurlo e commentare, il testo letto a suo tempo dal Mommsen e quello che attualmente si legge, evidenziando in rosso le differenze.

Faccio notare come M presenta, tra le differenze grafiche più spiccate, l’apice intermedio meno abbassato di quello di tutte le altre M (certe …) e una curvatura del primo tratto verticale. Confrontando poi la T di TUCCIUS con le rimanenti, non ho difficoltà ad affermare che le due lettere sono state quanto meno integrate nel tratto superiore.

 

Per LL da notare la leggera curvatura a sinistra della linea verticale della prima L (che fa coppia con la curvatura di M messa prima in luce) e lo spazio eccessivo tra queste due lettere, spazio che avrebbe potuto benissimo ospitare una A (ne vedo, l’ho evidenziato nel dettaglio che segue, la traccia della base della prima linea inclinata proprio nel punto di frattura ed abrasione, condizione antica che appare confermata nella nota 2 della scheda del Napoli-Signorelli) secondo la congettura del Mommsen (per il lettore comune ma interessato mi pare doveroso precisare che nella relativa scheda il minuscolo di al, infatti, ne indica proprio il carattere congetturale).

CERILLI, poi, potrebbe essere solo genitivo della seconda declinazione e supporre un nominativo CERILLUS. Tale cognomen, però, non trova nemmeno un’attestazione, dico una sola, in tutto il CIL. A parte queste considerazioni di natura strettamente epigrafica, ancora più stringente è una considerazione di natura grammaticale perché un genitivo CERILLI nel contesto appare come un pesce fuor d’acqua. CERIalI, invece, non solo soddisfa (come dativo da un nominativo CERIALIS) la grammatica ma nel CIL risulta cognomen attestatissimo non solo nelle epigrafi “ufficiali” di tutto l’impero ma anche nei graffiti pompeiani2. Per gli stessi motivi è improponibile la lettura CERI[AT]I riportata nel database cui si accede da http://www.manfredclauss.de/it/index.html e che registra, fra l’altro,  la nostra epigrafe come rinvenuta a Lupiae (Lecce) e non a Rudiae (Rudie).

Da notare come la barra superiore (che indica la moltiplicazione per 1000) di LXXX coinvolge  in entrambe le immagini pure la successiva N.

Inspiegabile la barra superiore che compare per N nella lettura del Mommsen, tanto più dopo la corretta lettura della N finale della linea precedente.

Valgono, relativamente ad N, le osservazioni fatte per la linea precedente.

Per quanto fin qui detto ecco quella che dovrebbe essere secondo me la corretta lettura con lo scioglimento delle abbreviazioni (ad eccezione di  HS che vale SESTERTIORUM):

 

A [?3] TUCCIO4 CERIALE, FIGLIO DI MARCO, DELLA TRIBÙ FABIA,

FORNITO DI CAVALLO PUBBLICO5 DAL SANTISSIMO

PRINCIPE ADRIANO AUGUSTO,

PATRONO DEL MUNICIPIO, QUADRIUMVIRO

EDILE, PARIMENTI EDILE DI BRINDISI.

MARCO TUCCIO AUGAZONTE6

ALL’OTTIMO E PIISSIMO FIGLIO PER LA CUI

MEMORIA PROMISE AI CTTADINI DI RUDIE7

80.000 SESTERZI AFFINCHÉ DALLA LORO RENDITA NEL GIORNO DELLA NASCITA

DI SUO FIGLIO OGNI ANNO A TITOLO DI CELEBRAZIONE FUNEBRE8

SI DISTRIBUISCANO AD OGNI DECURIALE9 20 SESTERZI,

AGLI AUGUSTALI10 12, AI MERCURIALI11 10 SESTERZI.

ALLO STESSO MODO AL POPOLO 8 SESTERZI A TESTA.

SUOLO CONCESSO PER DECRETO DEI DECURIONI.

In sintesi: MARCUS TUCCIUS AUGAZO, liberto di MARCUS TUCCIUS12, in memoria del figlio MARCUS TUCCIUS CERIALIS, che aveva ricoperto cariche importanti, promette ai cittadini di Rudiae 80.000 sesterzi, la cui rendita dovrà essere distribuita ogni anno, in una misura espressamente indicata, a favore di corporazioni politico- religiose e di tutti i restanti cittadini (da notare come l’ordine di citazione corrisponde a quello d’importanza).

Nell’iscrizione mi ha colpito il promisit (perfetto) in correlazione col presente congiuntivo dividatur invece dell’imperfetto (divideretur), regola costantemente rispettata in tutto il CIL. Si tratta, dunque, di un apax che conferisce un tocco di inusitata originalità alla nostra epigrafe (come se il perfetto promisit corrispondesse ad un presente storico promittit e avesse delegato a questo (che, per quanto storico, formalmente sempre presente rimane) il compito di rappresentarlo sintatticamente, col risultato di  sottolineare felicemente il permanere nel tempo della freschezza dell’impegno; perciò ho mantenuto nella traduzione questa scelta sintattica. Certo, non sappiamo se il popolo godette effettivamente della generosità di Marco Tuccio Augazonte (e per quanto tempo …), ma quantomeno le sue intenzioni liberali furono preziose perché consentirono di tramandare un documento concreto della memoria di Rudie13. La formula finale L. D. D. D. sembra alludere alla concessione di suolo per collocarvi molto probabilmente la base di una statua o, più semplicemente, un cippo recante l’iscrizione.

Peccato che non sia possibile fare delle deduzioni sulla popolazione di Rudie al tempo dell’impero di Adriano (117-138), perché l’unico dato riguarda la somma donata (80.000 sesterzi), la cui rendita doveva essere distribuita ogni anno nel modo indicato.  Ciò autorizza a pensare ad una rendita fissa, come se l’amministrazione cittadina  fosse una banca ante litteram. Anche se così fosse, non conosceremmo, comunque, quello che oggi viene detto tasso di interesse attivo e, anche se lo conoscessimo, nessun calcolo attendibile sarebbe possibile perché ignoriamo il numero di decuriali, augustali e mercuriali. Una cosa è certa: la somma promessa era considerevole, anche se è impossibile, almeno per me, dire a quanti euro potrebbe corrispondere oggi.

immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/sear5/s3611.html#RIC_0586c
immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/sear5/s3611.html#RIC_0586c

Sesterzio dell’epoca di Adriano. Al recto: busto drappeggiato dell’imperatore, volto a destra e  laureato; legenda: IMP(ERATOR) CAESAR TRAIANUS HADRIANUS AUG(USTUS) P(ONTIFEX) M(AXIMUS) TR(IBUNICIA) P(OTESTATE) CO(N)S(UL) III. Al verso: la dea Moneta reggente una bilancia con la destra e la cornucopia con la sinistra; legenda: MONETA AUGUSTI; a sinistra S(ENATUS), a destra C(ONSULTU).

Non mi rimane che tornare al titolo con una considerazione finale: non so quando le integrazioni della prima linea siano state aggiunte ma fortunatamente è principio oggi consolidato, almeno credo …, che, oltre alla imprescindibilità da una documentazione rigorosa del contesto di ritrovamento che la moderna tecnologia consente (va da sé che la tecnologia, quando è usata non dico da un incompetente o da un superficiale ma più semplicemente da chi non si rende conto che i tempi di Leonardo sono solo un pallido ricordo e che l’estrema parcellizzazione del sapere, leggi specializzazione, richiede l’incontro e, se necessario, lo scontro con saperi differenti ma collaterali, può provocare danni immani), anche il più spinto dei restauri non potrebbe permettersi un intervento come quello palesemente operato sulla nostra epigrafe. Esso sarebbe non solo ascientifico ma criminale, perché costringerebbe lo studioso ad una fatica supplementare, come se già spesso non fosse immane quella necessaria per cavar qualcosa di fondato da un manufatto che, come nel nostro caso, paradossalmente, può essere considerato integro se si presenta ai nostri occhi mutilo così come apparve a quelli di chi per primo lo rinvenne e sul quale ogni intervento che non fosse solo rigorosamente anastilotico (consistente, cioè, nella semplice ed esclusiva ricomposizione dei pezzi originali) sarebbe, come secondo me lo è stato nel nostro caso, uno stupro14.

_____________

1 Non sono mancate iniziative meritorie in tal senso, che, pur con i loro limiti (non esclusi, come vedremo, probabili errori di trascrizione), rappresentano l’unico strumento sistematico nel mare magnum di quelli messi a disposizione dalla rete.

2 Solo tre tra i  numerosissimi esempi di propaganda elettorale:

IV, 07669: A(ULUM) TREBIUM VALENTEM AED(ILEM) CERIALIS /ACRATOPINON CUM CASSIA ROG(AT)

(Ceriale insieme con Cassia invita a votare Aulo Trebio Valente bevitore di vino puro)

IV, 07670: LOLLIUM/CERIALIS FAC AED(ILEM)

(Ceriale, vota Lollio come edile!)

IV, 076, 71: PAQUIUM IIVIR(UM) O(RO) F(ACIATIS) CERIALIS ROG(AT)

(Vi prego di votare come duumviro Paquio. Ve lo chiede Ceriale)

È la conferma che Cerialis è un cognomen, quasi sicuramente variante di Cerealis=di Cerere; solo che mentre questo è un cognomen latino, Augazo, come vedremo è di origine greca e mostra che colui che lo portava doveva essere un liberto.

3 Il dubbio nasce dal fatto che la lettera mancante, riferentesi al praenomen può essere, per motivi statistici legati alle epigrafi citate nella nota successiva, M (abbreviazione di MARCO=a Marco), Q (abbreviazione di QUINTO=a Quinto) ma anche, più probabilmente per motivi di spazio, C (abbreviazione di CAIO=a Caio). Tuttavia, la tendenza di trasmissione del praenomen di padre in figlio privilegia MARCO.

4 La gens Tuccia nel CIL è ben attestata, particolarmente a Roma, cui si riferiscono tutte le iscrizioni che riporto di seguito:

VI, 01911: [Dis] Manib(us) / [3 Tucciae] Cn(aei) lib(ertae) Doridi / [Cn(aeus) Tucci]us Agathopus / lictor et / Fictoria C(ai) f(ilia) Atticilla / vernae suae fecerunt / et sibi posterisque suis et / Cn(aeo) Tuccio Peplo lictori; VI, 08874: D(is) M(anibus) / M(arco) Ulpio Aug(usti) / lib(erto) Achilleo / praeposito / lecti<c=K>a[riorum] / [6] / [6] / [3] co(n)iugi / fecit // D(is) M(anibus) / C(aio) Tuccio / Cosmo Tuccia / C(ai) f(ilia) Secundina / patri pientis/simo fecit; VI, 10011a: D(is) M(anibus) / M(arco) Tuccio Eutycheti / Ti(berius) Natronius / Honoratus / praeceptori piissimo / b(ene) m(erenti) inscripsit; VI, 11499: D(is) M(anibus) / Alphenia Hygia / L(ucio) Tuccio Corintiano / fil(io) bene merenti fecit / qui vixit ann(os) / XXII m(enses) VII d(ies) V; VI, 27793: D(is) M(anibus) / Cn(aeo) Tuccio Euanthio / permissu [; VI, 27694: D(is) M(anibus) / Q(uinto) Tuccio Felici Q(uintus) Tuccius / Feli[x] patri pientissimo fecit / [et] sibi et suis lib(ertis) libertabusque posteris/que eorum; VI, 27699: M(arco) Tuccio M(arci) l(iberto) Lenaeo / ex testamento arbitratu / Cn(aei) Corneli |(mulieris) l(iberti) Lucini / Tucciae M(arci) l(ibertae) Laudicae / Gessiae A(uli) l(ibertae) Erotinis / M(arci) Tucci M(arci) l(iberti) Philarguri; VI, 27703: M(arco) Tuccio Venusto / M(arcus) Tuccius Faustus / patri; VI, 27712: D(is) M(anibus) / Tuccia / Pannychis / C(aio) Tuccio Primo / patrono dulciss/imo et b(ene) m(erenti) fecit / et sibi et libertis / libertabusque / eorum; VI, 28575a: Dis Manibus / Vergiliae Auctae patr(onae) / M(arco) Furio Clementi / Servilio Eroti coniug(i) / M(arco) Tuccio Amaranto / Vergilia Syntyche / bene merentibus / fecit / et sibi

5 Equus publicus (in contrapposizione all’equus privatus) era il cavallo fornito e mantenuto dallo Stato , privilegio di alcuni cavalieri per diritto ereditario. E, senza escludere nemmeno il diritto ereditario …, chissà perché il mio pensiero corre alle auto blu …

6 Ho conservato la lettura del Mommsen ma secondo me la trascrizione più corretta dovrebbe essere AUGAZO[N] e non AUGAZO, in base a quanto mostrano le altre attestazioni di questo cognomen nel CIL, tutte rinvenute a Roma: VI, 07642T(ito) Aelio / Augazo[nti] / sum(mae) rud(i) ludi m[agni]; VI, 07895: D(is) M(anibus) / Augazon vixit annis VI / diebus XXVII pater et / mater filio / pientissimo; VI, 34589: Au]/gazon et [3] / Hegemonias [3] / filio piissi[mo 3] / v(ixit) a(nnos) XVII m(enses) [3] / d(ies) XI[

A proposito di questo cognomen Il Napoli-Signorelli nella nota 2 della scheda riprodotta dal suo testo non era andato al di là di una pur valida intuizione, sia pure espressa in forma dubitativa: Parola che non si capisce; e forse qualche cognome male interpretato per la rottura del marmo.

AUGAZON, infatti, è la trascrizione fedele del greco ἀυγάζων (leggi augazon), participio presente di ἀυγάζω (leggi augazo)=illuminare, a sua volta da  ἀυγή=splendore. AUGAZO(N), perciò, significa l’illuminatore, a dispetto di quanti, probabilmente, suggestionati dal suono, pensavano chissà a che cosa …

Aggiungo, infine, che, se dalle risultanze epigrafiche fosse emerso accanto ad un Augazon/Augazontis (da cui la mia traduzione con Augazonte) anche un Augazo/Augazonis, avrei potuto parlare di un fenomeno analogico simile a quello che vede il greco λέων/λέοντος (leggi lèon/lèontos) di fronte al latino leo/leonis, avrei letto senza il minimo dubbio AUGAZO e non AUGAZO[N] e tradotto non con Augazonte ma con Augazone, a costo di incrementare il già ventilato rischio di evocazione di altro indotto dal suono. E ora qualcuno si azzardi a dire che non rispetto nemmeno i morti …

7 Ho sciolto in RUDINIS l’abbreviato originale RUDIN sulla scorta della forma aggettivale tramandataci da Cicerone, Pro Archia, 22: Carus fuit Africano superiori noster Ennius, itaque etiam in sepulcro Scipionum putatur is esse constitutus ex marmore. At eis laudibus certe non solum ipse qui laudatur, sed etiam populi Romani nomen ornatur. In caelum huius proavus Cato tollitur: magnus honos populi Romani rebus adiungitur. Omnes denique illi Maximi, Marcelli, Fulvii, non sine communi omnium nostrum laude decorantur. Ergo illum, qui haec fecerat, Rudinum hominem, maiores nostri in civitatem receperunt … (Ennio fu caro all’Africano Maggiore e così si ritiene pure che nel sepolcro degli Scipioni fu posta una sua statua in marmo. Ma grazie a quelle lodi certamente è celebrato non solo colui che è lodato ma anche il nome del popolo romano. Catone, proavo di questi, è innalzato al cielo: un grande onore si aggiunge alle gesta del popolo romano. Infine tutti quei Massimo, Marcello, Fulvio sono esaltati non senza comune lode di tutti noi. Dunque i nostri antenati accolsero in città colui che aveva fatto tutto ciò, l’uomo di Rudie …) e dal famoso frammento del Libro XII degli Annales dello stesso Ennio tramandatoci dallo stesso Cicerone, De oratore, III, 42: Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini (Noi siamo romani, noi che fummo di Rudiae).

Non mi pare perciò accettabile l’integrazione RUDIN(IBUS) proposta nel database (lo stesso del precedente CERI[AT]I) con accesso da http://www.manfredclauss.de/it/index.html; essa suppone un nominativo RUDINES (della terza declinazione, quando, invece, l’infisso –in– è tipico di forme aggettivali della seconda), ma da RUDIAE mi sarei aspettato, tutt’al più, con un infisso –iens-, RUDIENSES e, quindi, RUDIENSIBUS, come da ATHENAE è ATHENIENSES e, quindi, al dativo, ATHENIENSIBUS e come, per restare in zona …, da LUPIAE è LUPIENSES e, al dativo, LUPIENSIBUS.

8 Livio (I secolo a. C.), Ab urbe condita libri, XXXIX, 46: P. Licinii funeris causa visceratio data, et gladiatores centum viginti pugnaverunt, et ludi funebres per triduum facti, post ludos epulum (In occasione del funerale di P. Licinio fu offerta la visceratio,  combatterono centoventi gladiatori, si svolsero giochi funebri per tre giorni, dopo i giochi ci fu un banchetto) .

Servio (IV secolo), Commentarii in Aeneidos libros, I, 211: VISCERA NUDANT:  Viscera non tantum intestina dicimus, sed quicquid sub corio est, ut in Albano Latinis visceratio dabatur, id est caro (Mettono a nudo i visceri. Chiamiamo visceri non solo gli intestini ma tutto ciò che è sotto la pelle, come nel territorio di Alba Longa era offerta la visceratio, cioè carne); VIII, 180: VISCERA TOSTA FERUNT: Visceratio est epulum quod fieri solebat in sacrificiis, non ex visceribus tantum, ut vulgus putat, sed ex qualibet carne; nam viscera sunt quidquid inter ossa et cutem, seu sub corio est (Recano visceri arrostiti: La visceratio è un banchetto che soleva avvenire nei sacrifici, non soltanto con visceri, come comunemente si crede, ma con qualsiasi carne; infatti i visceri sono tutto ciò che è tra le ossa e la cute, sioè sotto la pelle).

La visceratio, dunque, originariamente legata ad un rito funebre, è passata nella nostra epigrafe da un carattere contingentemente celebrativo ad uno virtualmente commemorativo. Va da sé che non era da tutti offrire la visceratio una sola volta, figuriamoci una volta all’anno. Molto probabilmente la carne offerta era cruda, come fa supporre la distinzione tra visceratio ed epulum (banchetto vero e proprio) in CIL VIII, 01321: [Pro salute Imp(eratorum) Caes(arum) M(arci) Aureli] / Antonini [[A[u]g(usti) et [L(uci) Aure]l[i] C[om]]]/[[modi]] Aug(usti) totiusq(ue) do/mus eorum C(aius) Volcius Quie/tus aram a solo ex HS D / n(ummum) s(ua) p(ecunia) f(ecit) idemq(ue) dedicavit / et ob dedicatione(m) con/gentilibus et sacerdoti/b[us] viscerationem et epu/[lum dedit (Per la salvezza degli imperatori Cesari Marco Aurelio Antonino Augusto e Lucio Aurelio  Commodo Augusto e di tutta la loro famiglia Caio Volcio Quieto eresse dalle fondamenta a sue spese un’ara con 500 sesterzi e lo stesso la  dedicò e per la dedica offrì a i familiari e ai sacerdoti la visceratio e un banchetto).

Il virtualmente commemorativo che prima ho usato è riferito al fatto che il denaro ha sostituito la carne (nomine viscerationis), cruda o cotta che fosse.

9 Nel database già citato a proposito di CERI[AT]I la lettura è DECURION(IBUS); detto  che nel CIL s’incontra: X, O5348 DECURIALIB(US); XIV, 00353 DECURI[…… ] [.. ]RARIS che obbligatoriamente va integrato con DECURI[ALIBUS] [CE]RARIS; XIX, 00642 DEC(URIONI), DECUR[…] da integrare in DECURION(UM)  e DECURIONIB(US), DEC[.]RIALIBUS SCRIBIS CERARIS da integrare in DECURIALIBUS SCRIBIS CERARIS, anche per i successivi AUGUSTALES e MERCURIALES che sembrano designare categorie di eligendi più che di eletti, io sarei più propenso ad integrare con DECUR(IALIBUS)=ai decuriali, più che con DECUR(IONIBUS)=ai decurioni. Le epigrafi forniscono esempi di specializzazione dei decuriales: oltre ai già citati DECURIALES CERARII=scribi,  in CIL, VI, 01008 i DECURIALES PULLARII=custodi dei sacri polli (questi ultimi anche in Cicerone, Ad familiares, X, 12 e De divinatione , II, 34, 73) e in Livio, Ab urbe condita, X, 40).

10 Gli Augustali erano una sorta di sacerdoti cui era affidato il culto di Augusto. Nei municipi costituirono una vera e propria casta che si interpose tra i decurioni e la plebe cittadina, dunque il loro potere probabilmente era anche politico.

11 I Mercuriales erano i componenti il collegio dei commercianti. Come per gli augustali l’ordine, nato con finalità religiose, finì probabilmente per assumere anche connotazioni politiche. Lo fanno supporre già Tito Livio, Ab urbe condita, II, 27, 5-6: Certamen consulibus inciderat, uter dedicaret Mercuri aedem. Senatus a se rem ad populum reiescit: utri erorum dedicatio iussu populi data esset, eum praeesse annonae, mercatorum collegium instituere, sollemnia pro pontifice iussit suscipere (Sorse una diatriba tra i consoli su chi dovesse consacrare il tempio di Mercurio. Il senato rimise la decisione al popolo: comandò che colui al quale la consacrazione fosse stata attribuita per volere del popolo presiedesse all’annona, istituisse il collegio dei commercianti, si assumesse le celebrazioni al posto del pontefice) e Cicerone, Ad Quintum fratrem, II, 5): … Sed eodem die vehementer actum de agro Campano clamore senatus propr concionali. Acriorem causam inopiam pecuniae faciebat, et annonae caritas. Non praetermittam ne illud quidem. M. Furium Flaccum, equitem Romanum, hominem nequam, Capitolini et Mercuriales de collegio eiecerunt, praesentem, ad pedes uniuscuiusque iacentem (Ma nello stesso giorno si trattò animatamente dell’agro campano con un clamore in senato simile a quello delle assemblee popolari. La scarsezza del denaro e la carenza di viveri rendeva la discussione più aspra. Non tralascerò neppure quanto segue. I capitolini e i Mercuriali cacciarono dal collegio M. Furio Flacco, cavaliere romano, uomo dappoco, mentre era presente e si prostrava ai piedi di ciascuno).

12 Il liberto assumeva il praenomen ed il nomen del padrone, seguito nelle epigrafi dal genitivo del praenomen e da L o LIB (abbreviazioni di LIBERTUS). Il lettore noterà che tra TUCCIUS ed AUGAZO c’è uno spazio eccessivo e che si direbbe abraso,

 ma sufficiente a giustificare una linea originaria che di seguito mi son permesso di ricostruire.

M(ARCUS) · TUCCIUS · M(ARCI) · L(IBERTUS) · AUGAZO

Ne approfitto per far notare lo spazio eccessivo esistente pure nella penultima linea tra VIRITIM e HS, integrabile con un LEG(AVIT)=lasciò per testamento, secondo la sottostante ricostruzione virtuale.

13 L’unica altra attestazione epigrafica da me conosciuta è in un’epigrafe rinvenuta a Brindisi (CIL, IX, 00076): [M(arcus) An]tonius / [I]ul(i) l(ibertus) Rud/[in]us / [v(ixit) a(nnos)] XXXVIII / [h(ic)] s(itus) / [3]dia Hygine / [v(ixit) a(nnos)] XXXV h(ic) s(ita)

Nessun contributo serio ma solo amarezza può dare, invece, ciò che si legge in Giovanni Donato Rogadei, Dell’antico stato de’ popoli dell’Italia Cistiberina che ora formano il Regno di Napoli, Porcelli, Napoli, 1780, pag. 240: E nel vero, non può egli dubitarsi, di esservi stata Rudia vicino Lecce per essersi da circa anni cinque addietro rinvenute molte anticaglie, ed infra esse una iscrizione, che favellava di Rudia, la quale fu infranta da coloro, che in Lecce la conduceano.

14 Oggi che stupri di tal genere sono inconcepibili (?) rimane il problema della corretta divulgazione (tanto più in un paese come il nostro che può vantare una ricchezza culturale unica al mondo ma ne esibisce solo vergognosamente l’ignoranza e la connessa incapacità a difenderla e renderla produttrice di ulteriore ricchezza, anche non culturale), che deve fare i conti con le ristrettezze del bilancio.  Mentre, paradossalmente, dilaga la moda dei totem elettronici (la loro installazione e manutenzione, quando quest’ultima c’è, è un vero affare …), il problema può essere risolto con costi irrisori col sistema antico, ponendo, cioè, accanto agli originali più importanti sopravvissuti, un modestissimo pannello/copia con tutte le integrazioni possibili e immaginabili.

L’acchiatura (il tesoretto nascosto)

di Armando Polito

La voce è da acchiare=trovare,  secondo una collaudata tecnica di formazione, come, in italiano, montatura da montare. L’acchiatura, come il lettore anche non salentino può immaginare, è l’ingrediente privilegiato di racconti popolari i cui protagonisti sono spiriti avventurosi e spiriti tout court, intendo dire fantasmi, streghe, gnomi e simili che in alcuni casi favoriscono, per lo più impediscono il ritrovamento di un tesoro. Acchiatura è pure il nome di un fondo insistente nel territorio di Rudie e mai toponimo, forse,  fu più allusivo pensando al fatto che da quel fondo e dalle zone confinanti sono emerse in passato le testimonianze archeologiche dell’antica città e se ieri esso era legato alla speranza del cercatore in proprio dilettante  o su commissione di trovare il pezzo della vita, oggi il tesoro che esso evoca può rappresentare, qui come altrove,  il volano di una nuova economia, a sconfessare chi afferma (e dubito che lo faccia in buona fede, oltretutto perché la durata nel tempo del potere è direttamente proporzionale a quella dell’ignoranza dei sudditi …) che con la cultura non si mangia.

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
http://viverelecce.altervista.org/html/immaginimie/anfiteatro.jpg
immagine tratta da http://viverelecce.altervista.org/html/immaginimie/anfiteatro.jpg

Ma qual è l’etimo di acchiare? Prendo prima in esame singolarmente le proposte altrui a me note:

a) Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789:  “ACCHIARE, voce già antiquata, ed in di cui luogo oggi asciare per trovare, discoprire. È corrotto dallo spagnolo  Kallar, che dinota lo stesso”.

Al di là del sovvertimento fonetico che qualsiasi corruzione può comportare, debbo dire che nello spagnolo (ho consultato i dizionari storici a partire dal 1729) non c’è traccia di kallar, ma esiste callar col significato di smettere di parlare, che nemmeno facendo salti mortali si potrebbe collegare semanticamente con trovare. Callar, per farla completa, è dal latino chalare=sospendere, a sua volta dal greco χαλάω (leggi chalào)=allentare, abbassare. È intuitivo, a questo punto, che la voce spagnola ha aggiunto il dettaglio integrativo  della voce al significato di base ed è intuitivo pure di chi è figlio l’italiano calare. Credo, comunque, che kallar vada letto hallar, che in spagnolo esiste, significa soffiare ed è dal latino afflare, che sarà messo in campo nell’ipotesi etimologica che segue.

b) Vocabolario del dialetto salentino di Gerard Rohlfs, Congedo, Galatina, 1976: “Latino *applare<afflare=soffiare, spirare”.

L’etimo proposto non mi convince anzitutto per motivi fonetici: l’esito cchi nel dialetto salentino è frutto di una ben precisa evoluzione che coinvolge pure l’italiano. Da un lato ècchiu (vecchio) che è dal latino tardo e popolare veclu(m), forma sincopata di un precedente *vèculu(m), a sua volta variante del classico vètulu(m), diminutivo di vetus; dall’altro rècchia (orecchia) da aurìcula(m) attraverso la forma sincopata *aurìcla(m). Insomma il gruppo cchi è frutto di tul o di cul; c’è, poi, un altro caso: quello di scucchiare=dividere, che  è figlio di un latino *excoplare, forma sincopata da *excopulare, composto dai classici ex (con valore privativo) e copulare (= accoppiare, unire): in questo caso, dunque, cchi nasce da pul. In tutti e tre i casi ricordati ricorre costantemente la sincope. Lo stesso non succede in *applare, variante (per giunta ricostruita) del classico afflare che non è certo risultato, per sincope, da un precedente *affulare. Insomma, ho l’impressione che il Rohlfs si sia lasciato condizionare troppo dall’etimo, per giunta malamente trascritto, dei Filopatridi.

Esso suscita poi (e il discorso vale, per quanto detto, per i Filopatridi e, a cascata, per il Rohlfs) maggiori perplessità sotto il profilo semantico, perché per poter immaginare un collegamento debbo pensare a questo processo: prima di trovare una cosa ci si deve avvicinare ad essa e il ritrovamento coincide con il primo alito (si spera non puzzolente …) che si posa sulla cosa dopo che era restata in pace per un tempo più o meno lungo.

Passo ora, per quel che può valere, alla mia proposta ed esordisco con la voce italiana che secondo me è l’esatto corrispondente formale e sostanziale di acchiare. La parola magica sarebbe occhiare, variante di basso uso per adocchiare. Comincio dall’etimo di quest’ultima: da un latino *adoculare, composto da ad=verso+(latino tardo) oculare=aprire gli occhi, vedere. Togliendo la preposizione ad mi rimane oculare che ha dato vita ad occhiare.

Sì, ma come spiegare la a- di acchiare contro la o- di occhiare? A Nardò (LE) occhiale è ‘cchiali (plurale), a Ostuni (BR) è acchialu (singolare), in dialetto napoletano il cannocchiale era, a pochi decenni dalla sua invenzione, acchiaro a cannuolo, come è attestato nel poema di Giulio Cesare Cortese (1570-1640) Lo Cerriglio ncantato, VI, 6, vv. 1-2: Ma da coppa a la Torre de Cerriglio/uno teneva l’acchiaro a ccannuolo.

Ad ogni buon conto sono consapevole che, forse, tutto questo non basta per farmi affermare ca aggiu ‘cchiatu l’acchiatura (che ho trovato il tesoretto che cercavo) …

 

 

Quinto Ennio, alter Homerus, tra Lecce e Roma

di Alfredo Sanasi

Chiunque si sia interessato di Ennio ha sempre sottolineato che il nostro grande conterraneo si vantasse di avere tre anime perché, come viene ricordato da Aulo Gellio, conosceva tre lingue, il greco, il latino e l’osco: Q. Ennius tria corda se habere dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret.

In effetti la sua lingua materna non era l’osco, bensì il messapico, ma forse egli considerava il messapico quasi un “dialetto” facente parte della gente di lingua osca, che aveva espresso forme d’arte che, sia pur limitate, tuttavia erano tali da poter aspirare ad una dignità letteraria.

Che egli conoscesse bene il latino prima ancora della sua venuta a Roma è facile capirlo tenendo presenti le vicende storiche dei decenni che precedono la sua nascita. Nei Fasti Trionfali Capitolini si ricordano i trionfi dei Romani sui Salentini e sui Messapi negli anni 268 e 267 avanti Cristo, in seguito alla sconfitta dei loro grandi alleati Taranto e Pirro, che per tanti anni avevano tenuto testa ai temuti Romani. Quindi quando nasce Ennio nel 239 a.C. nel Salento era già diffusa da circa trenta anni la lingua latina dei dominatori, almeno nelle relazioni sociali e politiche e negli strati più alti della popolazione messapica. Ora è indubitato che Ennio discendesse da nobile e prestigiosa famiglia, anzi egli stesso si vantava di discendere dal mitico re Messapo. Quindi era naturale che, data la sua condizione sociale, egli stesso e tutta la sua famiglia avessero studiato e appreso bene la lingua dei conquistatori.

Quanto poi alla sua conoscenza del greco è facile individuarne l’origine. Certo Rudiae, la sua città natale, non era proprio città greca, anche se Strabone la definisce “Polis ellenìs”, ma era comunque profondamente ellenizzata. Per convincersi indiscutibilmente di questo basterebbe osservare che gran parte dei manufatti e dei materiali greci esposti nel Museo Provinciale di Lecce provengono in larga parte da rinvenimenti e scavi di Rudiae.

Il Ciaceri, nella sua splendida Storia della Magna Grecia, ritiene che già a partire dal V secolo a.C. l’egemonia dei Tarantini si fosse fatta sentire più o meno su tutta quanta la penisola salentina, prima sulle coste da Gallipoli ad Otranto e poi sulle città dell’interno, le quali ben presto risentirono fortemente l’influenza della grande colonia spartana. Quindi Ennio, data la sua alta condizione sociale, potè avere fin dall’infanzia un pedagogo greco o un maestro di lingua greca o comunque potè spostarsi durante l’adolescenza a studiare nella vicina colonia greca di Taranto, allora città ricchissima e dai notevoli fermenti culturali.

Fra gli scrittori antichi che ricordano Rudiae importanti sono Strabone, Pomponio Mela e Plinio il Vecchio, ma le indicazioni topografiche di questi tre autori, vissuti tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., dando posizioni vaghe e contrastanti sulla ubicazione di Rudiae, hanno fatto sorgere il tanto discusso problema della identificazione del centro moderno corrispondente all’antica patria di Ennio. Ricordiamo a tal proposito che gli studiosi hanno proposto vari centri moderni: Carovigno, Grottaglie, Francavilla Fontana, Ostuni, Rutigliano, Andria e persino, con molta fantasia, Rodi Garganico.

Noi, tenendo presente anche la attendibile indicazione dell’antico geografo Tolomeo, che colloca Rudiae nella zona mediterranea del Salento accanto a Neretum (Nardò) siamo convinti che la patria di Quinto Ennio fosse indiscutibilmente nella zona archeologica situata sulla strada per S.Pietro in Lama a due chilometri da Lecce, fuori dalla porta della nostra città che ancora oggi reca il nome di porta Rudiae o porta Rusce.

E’  merito del Bernardini l’aver fatto nel secolo scorso una scrupolosa planimetria di questa zona archeologica, cinta dai resti di due cerchie murarie con al centro la cavea ellittica di un piccolo Anfiteatro, arricchito da lavori scultorei, e nelle vicinanze resti di un ninfeo e un lungo tratto di strada romana a grosse lastre dalla forma di poligoni irregolari. I reperti fittili e lapidei provenienti da questa area archeologica, messapici, greci e romani, oggi conservati nel Museo di Lecce, testimoniano che in questo centro antico, forse per le sue radicate tradizioni, la cultura latina, a partire dalla metà del secolo III a.c., pur sovrapponendosi alla precedente indigena e greca, sicuramente non la sopraffece.

Tutto questo rafforza l’immagine poliedrica che Ennio da di sè quando parla di tre anime (tria corda) e quando mostra il suo attaccamento alle sue origini: anche dopo che ottenne la cittadinanza romana da Q.Fulvio Nobiliore volle in un bel verso mostrare la fierezza e la gioia dell’alto riconoscimento a lui conferito, ma contemporaneamente ricordare con orgoglio di essere nato a Rudiae nel Salento:

nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini

oggi siamo Romani noi che un tempo fummo Rudini.

Ma quali eventi portarono Ennio a Roma, ove doveva divenire il primo grande poeta epico e dare l’avvio ad una produzione poetica raffinata che sollevasse la poesia latina a vette altissime tali da competere con la grande civiltà greca?

Ciò avvenne durante la seconda guerra punica, quella guerra che vide contrapposte per il predominio sul Mediterraneo le due più grandi potenze del tempo, Roma e Cartagine.

Quella guerra impose, come ha visto giustamente il grande storico Gaetano De Sanctis, una scelta agli uomini dell’Italia meridionale: per Roma o contro Roma.

Quinto Ennio secondo la raffigurazione realizzata nel 1511 da Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane

Molti, dice il De Sanctis, forse i più, Greci, Osci e anche Iapigi, scelsero la fedeltà alla tradizione locale e la riscossa contro il dominio di Roma sotto la guida di quell’Annibale che aveva sbaragliato le legioni romane proprio in Puglia, a Canne nel 216 a.C. Ennio invece, come cittadino nobile e fiero e come poeta in quella lingua latina che ormai riconosceva come propria, accanto a quella greca a lui ancora più familiare, scelse Roma. Tale scelta fu decisiva per lui e per la poesia romana. Al servizio della romanità Ennio poneva uno spirito ricco d’arte e di pensiero greco, perché la letteratura romana conquistasse un altissimo posto accanto o addirittura sopra alla greca contemporanea, ormai decaduta rispetto alla gloriosa letteratura greca più antica.

Militava dunque Ennio tra le truppe ausiliarie romane quando nel 204 a.C. s’incontrò in Sardegna con Catone il Censore, che apprezzò subito le sue alte doti d’ingegno e la fine cultura (benché fosse fiero avversario della grecità) e lo condusse con sè a Roma. Lì Ennio entrò nella familiarità degli Scipioni, grandi mecenati ante litteram, sostenitori della cultura greca, e intensificò la sua multiforme attività letteraria, che spaziò dall’epica con gli Annales, al teatro con le ammiratissime sue tragedie, sino alla satira e alla produzione filosofica. Non lasciò insomma intentato nessun settore della cultura e dell’arte e se tributò ampio riconoscimento all’aristocrazia, volle contemporaneamente proporsi come il poeta di tutta la società romana e delle sue virtù collettive.

Quinto Ennio e Omero in un dipinto, liberamente reinterpretato (coll. privata)

Si può benissimo dire che la produzione letteraria romana per almeno tre secoli sarà influenzata dalla poesia di Ennio: Lucilio sotto vari aspetti si ricollega a lui; Orazio, che pure è così aspro con gli scrittori antichi, che bistrattò Plauto e Lucilio, porta Ennio come esempio di vera e assoluta poesia; Lucrezio è imbevuto di spirito enniano;  Cicerone trova in lui sentenze da oracolo, lo imita e lo cita continuamente nelle sue opere filosofiche; Varrone e Catullo riecheggiano varie sue espressioni; Virgilio infine si rifà spesso ai versi di Ennio, anzi, talvolta, riporta qualche verso quasi di peso alla lettera, come avviene, per esempio, nel sesto libro dell’Eneide allorchè parla di Quinto Fabio Massimo, che temporeggiando salverà lo stato: “Unus qui nobis cunctando restituit rem”.

Oggi un giudizio preciso sulla poesia enniana e in particolar modo sugli Annales per noi è impossibile, dato che la sua opera ci è giunta solo attraverso poche centinaia di versi frammentari; ma perché essa non venne ricopiata e conservata per intero? Non certo, come qualche critico maliziosamente ha detto, perché nelle età successive non piacque più per la sua primitività e il suo modesto valore artistico, anzi i continui richiami dei più grandi poeti e letterati dell’età classica mostrerebbero il contrario, ma , come ha dimostrato Scevola Mariotti, grande studioso di Ennio, perché le generazioni posteriori non furono sempre capaci d’intendere e apprezzare pienamente quell’arte evoluta, spesso ardita e forse troppo intellettualistica: l’arditezza di cui Ennio dà spesso prova va spiegata alla luce del suo temperamento innovatore e originalmente creatore.

Ennio comprese d’essere un capostipite nella poesia latina: audacemente nel primo proemio del suo poema epico immagina che gli appaia in sogno l’ombra di Omero, il quale gli rivela di essersi reincarnato in lui, secondo la dottrina della metempsicosi: per Roma Ennio sarà il vivente sostituto del più grande poeta di tutti i tempi, il Novello Omero. Ennio sceglie la storia di Roma come soggetto da trattare con toni e movenze mitiche, la storia passata apparirà nell’esametro enniano come un’epica leggenda suscettibile d’essere trasformata in mito: gli Annales di Ennio saranno il capolavoro della nuova cultura romana che viene dalla Grecia.

Lucrezio rievocando nel suo poema sulla Natura il sogno fatto da Ennio, dice che Omero appare al poeta di Rudiae piangendo: “lacrimas effundere salsas coepisse”. Quale il motivo del pianto? Secondo i critici più attenti sono quelle di Omero lacrime di gioia, per aver egli potuto incontrare Ennio e rivivere in lui, erede, oltre che della sua anima, anche delle sue qualità e della sua missione poetica.

Giunti a questo punto noi vorremmo tentare di delineare il carattere e la personalità dell’uomo Ennio, molto difficilmente potremmo intravedere il suo aspetto fisico.

Ennio, il cantore aulico degli Scipioni e di Marco Fulvio Nobiliore, circondato da amicizie potenti, in stretta dimestichezza con i principali esponenti della politica romana del suo tempo, secondo quanto ci dice S. Girolamo volle vivere modestamente, in una piccola casa sul monte Aventino: dirigeva il collegium scribarum histrionumque ma si contentò di un tenore di vita assai parco e dell’assistenza  di una sola ancella. Secondo Svetonio lì, presso il tempio di Minerva, avrebbe insegnato grammatica latina e greca ai rampolli dell’aristocrazia romana, ma a tal riguardo si levano forti dubbi, perché S.Girolamo ricorda solo Livio Andronico come maestro di scuola nel tempio di Minerva: d’altra parte, provenendo Ennio da famiglia aristocratica, discendente da stirpe regale, difficilmente si sarebbe adattato ad un mestiere che allora era praticato da schiavi o liberti. Impegnato soprattutto nella versificazione di tutta la storia di Roma sino ai suoi tempi, visse lieto della sua esistenza sobria, ma allietata dall’affetto dei componenti del primo Circolo degli Scipioni, sino a settant’anni, come ci ricorda Cicerone in varie sue opere, e principalmente nel De Senectute e nel De Officiis. Ennio ci dà egli stesso un suo autoritratto spirituale in un ampio frammento del suo monumentale poema: il poeta immagina di delineare il ritratto del fedele consigliere del console Servilio Gemino, ma già gli antichi, tra cui Lucio Elio Stilone ed Aulo Gellio, riconoscevano in tale profilo tracciato da Ennio l’ideale figura di se stesso, quale compagno e confidente di Scipione l’Africano, Scipione Nasica e Fulvio Nobiliore, con cui egli trattava da pari a pari, senza alcun servilismo. Dal frammento si evince che il poeta sente che Scipione “divide con lui affabilmente la mensa e i discorsi, con lui parla confidenzialmente di affari di stato ma anche di banalità, perché il grande condottiero considera l’amico Ennio uomo accorto e fedele, eloquente, contento del suo, capace di dire la parola giusta al momento giusto, conoscitore delle leggi divine ed umane, uno che sa dire o tacere prudentemente le cose che gli sono state confidate”. Anche in un altro frammento, tratto dalle Tragedie e riportatoci sempre da Gellio, si ritiene che il poeta ritragga se stesso dicendo “Questa è la mia indole e così sono fatto: porto scritto in fronte e tutti possono leggere se amico sono ad altri ovvero nemico”.

Ennio insomma impersona la saggezza pratica e la discrezione onesta, cioè gli aspetti principali della realistica humanitas latina, che noi ritroviamo anche in un altro frammento delle sue Satire, ove testualmente dice “non aspettarti dagli amici qualcosa che tu puoi fare da te stesso (ne quid expectes amicos quod tute agere possies)”.

La ricostruzione dell’alzato della Tomba degli Scipioni. Custodiva un solo estraneo: Ennio. Secondo Livio le tre statue erano dell’Africano, dell’Asiatico e di Ennio

Se questo era l’animo e il sentimento di Ennio, ora vorremmo figurarci quale fosse il suo aspetto fisico. Esiste invero di lui tutta una tradizione figurativa, esistono indizi e notizie di statue e pitture che lo effigiavano. Cicerone, Tito Livio, Ovidio, Plinio il Vecchio ci ricordano che Ennio riposò nella tomba degli Scipioni sulla via Appia Antica accanto all’Africano, anzi Plinio precisa che l’Africano stesso ordinò che una statua di Ennio fosse collocata nel suo sepolcro (prior Africanus Quinti Enni statuam sepulcro suo imponi iussit). Dalla tomba degli Scipioni invero proviene la cosiddetta testa di Ennio (alta cm. 24) scoperta nel Settecento ed ora nei Musei Vaticani. Tale attribuzione però non è corretta, oltre che per certe considerazioni di vario ordine (la testa di un modellato essenziale ma efficace, col viso tondeggiante, dalle labbra tumide ed il naso largo, potrebbe essere più femminile che maschile, sulla testa vi compare qualcosa che somiglia più ad un fermaglio che ad una corona d’alloro), ma soprattutto perché essa è in tufo dell’Aniene, non in marmo, come indicano alcune fonti antiche.

La cosidetta “testa di Ennio” proveniente dalla Tomba degli Scipioni, oggi conservata nei Musei Vaticani

Certo è incontestabile che ritratti del poeta (una novità di assoluto rilievo nella Roma arcaica) si diffusero per tutte le province della Res Publica romana prima e dell’Impero successivamente, come testimonia tra l’altro un mosaico di Treviri del III secolo d.C. conservato appunto nel Rheinisches Landesmuseum di Treviri in Germania, sul confine con il Lussemburgo: si tratta però, almeno per i reperti giunti sino a noi, di immagini ideali o idealizzate e non di veri ritratti realisticamente eseguiti. Un tributo d’omaggio ed una attenzione particolare rivolse ad Ennio nel Rinascimento il sommo Raffaello quando in Vaticano rappresentò nella Stanza della Segnatura i poeti degni di stare sul Parnaso: accanto ad Apollo ed alle Muse egli dipinse Omero circondato dai poeti epici: Virgilio e Stazio alla sua sinistra, Dante ed Ennio alla sua destra. Il primo seduto, a sinistra di chi guarda, con in mano una penna e pronto a mettere per iscritto i versi che Omero inebriato pronuncia è appunto Ennio, come ha di recente sostenuto Giovanni Reale, appoggiandosi alle osservazioni di Giorgio Vasari e Redig De Campos: solo Ennio non ha la corona d’alloro sulla testa, ma questo perché è una reincarnazione dello stesso Omero, come il poeta latino apertamente sostiene nel proemio degli Annales. Insomma, come dice Orazio, egli è l’ alter Homerus, Omero redivivo, perché accoglie dentro di sé l’afflato del più grande dei poeti. Letta in questo modo la figura raffaellesca del giovane Ennio, che pende dalla bocca di Omero, diventa veramente toccante, di una straordinaria efficacia drammaturgica.

Lecce oggi conserva pochi ricordi tangibili del suo grande figlio, ma meritano d’essere menzionati due segni lapidei in città. Una stele in pietra di Trani, accanto al monumento antico più significativo della nostra città, l’anfiteatro in piazza S. Oronzo, fu eretta in ricordo di Quinto Ennio nel 1913 ed è opera dell’insigne scultore Antonio Bortone: ancora oggi si possono vedere di essa il basamento e la fascia in bronzo con maschere teatrali; non è invece più visibile il verso enniano che vi era scritto sopra, tramandatoci da Cicerone.

Immediatamente fuori Porta Rudiae è un’altra testimonianza che ricorda ai leccesi che qui ebbe i suoi natali il primo grande poeta epico di Roma: si leva infatti qui una colonna in granito grigio donata dal comune di Roma alla città di Lecce in occasione del bimillenario di Quinto Ennio.

Non sono mancate certo in questi ultimi anni le manifestazioni culturali in ricordo di Ennio: nel novembre del 1994 l’Associazione Italiana di Cultura Classica volle che si svolgesse a Lecce, nell’Hotel Tiziano, un Convegno Nazionale di studi classici su “Ennio tra Rudiae e Roma” con la partecipazione dei più eminenti studiosi in tale campo, tra cui è d’obbligo ricordare almeno gli insigni latinisti e grecisti Scevola Mariotti e Dario Del Corno.

Ogni anno infine si svolge a Lecce, già da sedici anni, organizzato dal Liceo Classico Palmieri in collaborazione con l’Università di Lecce, il Certamen Ennianum, gara internazionale di lingua e cultura latina, che ha lo scopo di favorire contatti e scambi culturali tra i licei del territorio nazionale ed europeo e di approfondire e continuare la conoscenza del grande poeta latino: così infatti Ennio continuerà a vivere tra noi come egli stesso si augurava e sperava, se, come ci dice Cicerone, egli personalmente sulla sua tomba, o più probabilmente sotto la sua statua dentro la tomba degli Scipioni, allorché morì nel 169 a.C., volle che si scrivesse “continuo a volare come vivo sulle bocche di tutti (volito vivus per ora virum)”.

 

Museo Nazionale di Napoli, presunto ritratto di Ennio proveniente dalla Villa dei Papiri

 

BIBLIOGRAFIA

Fonti antiche

Aulo Gellio, Noctes Atticae, Oxford 1968

S. Girolamo, Chronicon, a. Abr. 1777 e 1830

Livio, Ab Urbe Condita, Lipsia, Ed. M. Muller

Lucrezio, De Rerum Natura, I, Milano 1990

Pomponio Mela, De chorographia, Lipsia 1880

Cornelio Nepote, Liber de excellentibus ducibus, Cato, Milano 1960

Orazio, Epistole, Libro II, Milano 1959

Plinio Il Vecchio, Naturalis Historia, Lipsia 1906

Svetonio, De viris illustribus, De Grammaticis, Milano 1968

Strabone, Geographica, Parisiis 1863

Tolomeo, Geographia, Parisiis 1883

Studi

L. Alfonsi, Letteratura latina, Firenze 1968

M. Bernardini, La Rudiae Salentina, Lecce 1955

E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, Milano1928

G. B. Conte, Letteratura latina, Firenze 1988

G. De Sanctis, Storia dei Romani, IV, II, tomo II, Firenze 1953

Dizionario degli scrittori greci e latini, diretto da Francesco della Corte, Marzorati editore

A. Grilli, Studi enniani, Brescia 1965

Scevola Mariotti, Lezioni su Ennio, Pesaro 1951

Monaco-De Bernardis-Sorci, La produzione letteraria nell’antica Roma, I, Firenze 1995

G. Reale, Raffaello Il “Parnaso”, Rusconi, 1999

S. Timpanaro, Contributi di filologia e storia della lingua latina, Roma 1978

G. Zappacosta, Nil intemptatum, I, Firenze 1968

Arnesano. Il villaggio neolitico di Riesci

via Velardo, direzione Riesci (ph Luigi Paolo Pati)

IL VILLAGGIO NEOLITICO DI  RIESCI IN CERCA DI TUTELA. ART. 9 DELLA COSTITUZIONE

 

di Luigi Paolo Pati

 

 Le prime testimonianze della presenza umana, stabilitasi  a Riesci in agro di Arnesano (Lecce), vennero rinvenute in un’area compresa tra Carmiano, Monteroni, Lecce e la stazione di Surbo, già Collezione De Simone, custodita nella Casa Museo di villa S. Antonio in Arnesano; questa ricca e importante raccolta di oggetti litici di età neolitica,  ora è al Museo Provinciale di Lecce ( Nicolucci 1879, Jatta 1914, De Giorgi 1922).

In  prossimità di Arnesano (contrada Li Tufi) furono rilevate tracce di un insediamento dell’età del Bronzo (Delle Ponti 1968).

Tutto il materiale litico e i frammenti di terracotta rinvenuti a Riesci, oltre ai fondi di capanne con intorno i fori dei pali, vasche di raccolta dell’acqua o buchi di libagione, fosse di combustione, alcuni tratti di muro megalitico e ad un articolato sistema viario,  costituiscono i resti del Villaggio Neolitico di Riesci (L.P.Pati 1986 e 2006).

La testimonianza più nota, ampiamente trattata in letteratura, è la sepoltura a grotticella artificiale scoperta nel 1968, completa di corredo, conservato nel

Rudiae: le nuove scoperte archeologiche

scavi dell’anfiteatro di Rudiae

RUDIAE

LE NUOVE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE DELL’UNIVERSITÀ DEL SALENTO

 

OGGI LA PRESENTAZIONE

 

 

scavo delle mura di Rudiae

Le nuove, straordinarie scoperte che l’Università del Salento, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, ha effettuato nel corso dei recenti scavi nel sito della città messapica e romana di Rudiae (a ridosso della periferia di Lecce, ai lati della “via vecchia Copertino”): per parlarne, una presentazione ufficiale è in programma domani, 24 maggio 2012, alle ore 18 nella sala “Open space” di Palazzo Carafa (piazza Sant’Oronzo, Lecce).

Le relazioni:

  • Marcello Guaitoli, docente di Topografia dell’Italia antica, che illustrerà le monumentali strutture delle fortificazioni messapiche databili tra IV e III secolo avanti Cristo;
  • Francesco D’Andria, docente di Archeologia e storia dell’arte greca e Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia, che parlerà della scoperta dell’anfiteatro, uno dei più antichi del mondo romano, databile tra II e I secolo avanti Cristo;
  • Pasquale Rosafio, epigrafista e docente di Storia romana, che illustrerà il significato di un’iscrizione, quasi dimenticata, murata nel Palazzo baronale di Monteroni in cui si cita il Municipio di Rudiae.

Sarà inoltre presentato il Progetto, in corso avanzato di realizzazione a Rudiae, del Polo Didattico dell’Archeologia per gli studenti delle scuole medie.

Pezza Petrosa e il fascino di una vexata quaestio: “Della patria di Quinto Ennio"

Quinto Ennio

 Si è tenuta il 20 aprile scorso a Villa Castelli, in una sala consiliare affollata e particolarmente interessata, la presentazione del volume di Pietro Scialpi: “Il Parco Archeologico di Pezza Petrosa a Villa Castelli” (Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2011).

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato  alle Politiche Culturali – Ufficio Cultura e Turismo, in collaborazione con la Pro Loco di Villa Castelli, con l’Archeoclub di Bari e il Touring Club Italiano – Corpo Consolare della Puglia,  è stata preceduta  da una visita guidata a Visita al Parco Archeologico di Pezza Petrosa e al locale Museo Civico che accoglie numerosissimi reperti del sito archeologico.

Dopo i saluti del sindaco Francesco Nigro e dell’assessore Rocco Alò e alla presenza dell’Autore, il prof.  Rosario Quaranta, della Sezione tarantina  della Società di Storia Patria, ha tenuto una relazione che qui, in parte, si riporta.

  

“PEZZA PETROSA”: L’ANTICA CITTÀ SENZA NOME TRA GROTTAGLIE E VILLA CASTELLI

 

di Rosario Quaranta

 

La Rudia Tarentina, segnata nei pressi di Grottaglie, in una carta dell’Ortelio del 1601

“Lungo la strada che da Villa Castelli porta a Grottaglie in contrada “Pezza Petrosa” riposa, ancora chiusa nel mistero archeologico, una vasta e ricca zona di ruderi che, per alcuni studiosi sarebbero i resti di RUDIA TARANTINA, patria del poeta latino Quinto Ennio. La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una

Via Vecchia Copertino: strada fiabesca della storia salentina

di Daniela Bacca

E’ l’ arteria stradale tra le più antiche della Valle della Cupa, definita da Cosimo De Giorgi il “Tivoli dei leccesi”, è la strada della genesi dei Messapi e di Quinto Ennio, è il sentiero che mi ha partorito ed in cui io stessa vivo fin dalla nascita nel tratto denominato, fino a qualche anno addietro, “seconda traversa a destra”.  La  via “Vecchia Lecce-Copertino”, che in verità nella cittadinella di San Giuseppe ”dei voli” non arriva, ma si interrompe sulla provinciale Copertino-San Pietro in Lama, fu un prestigioso asse viario legato al tracciato che collegava la città messapica di Rudiae con Lecce e Porto Cesareo,  e si distende, oggi come un tempo, tra le campagne più floride e primitive di Lecce, dove corre una storia arcaica e contemporanea raccontata da ammalianti pietre agresti ed umane.

Il suo lungo sentiero, nodo fondamentale per la viabilità, con le sue affascinanti traverse, diramazioni e contrade, scorre tra le strade “ Lecce-Monteroni” e “ Lecce-San Pietro in Lama”, accomodandosi con mite dolcezza nella magica periferia leccese, ed apparteneva  ad una fitta rete viaria, le cui strade sono riportate anche in alcuni documenti del XVII e XVIII secolo, alcuni dei quali individuano la vecchia strada Lecce-Copertino, quella che da Porta Rudiae a Lecce portava a Leverano.

In quest’ habitat primordiale, di incantevoli cieli cristallini, di inebrianti essenze mediterranee date dai pini domestici, mirti e melograni, di

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