Grottaglie. A 300 anni dalla morte di S. Francesco de Geronimo

TERZO CENTENARIO DELLA MORTE

DI S. FRANCESCO DE GERONIMO S. J.

(Grottaglie 17 dicembre 1642 – Napoli 11 maggio 1716)

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di Rosario Quaranta

Riscoprire la figura e l’opera di S. Francesco De Geronimo S. J

il missionario più grande di Napoli e gloria fulgida di Grottaglie[1]

 

Esattamente 300 anni fa (11 maggio 1716), nella casa professa del “Gesù Nuovo” di Napoli, pieno di meriti e dopo una vita consacrata esclusivamente al Signore e al bene del prossimo, volava al cielo il padre Francesco de Geronimo, sacerdote professo della Compagnia di Gesù.

Per questo motivo Grottaglie è in festa e lo sarà a lungo (11 maggio 2016 – 11 maggio 2017) appunto per riscoprire, onorare e amare il suo figlio più illustre e importante, grazie a una serie di eventi e celebrazioni atte ad approfondirne la figura e il messaggio che, a distanza di tanti anni, rimangono vivi e attuali.

Personaggio importante e noto nella storia della Chiesa per il ruolo di evangelizzazione svolto per quasi tutta la vita nella Napoli tra Sei e Settecento, Francesco De Geronimo consacrò ogni momento della sua esistenza, confortato e animato dall’inseparabile suo protettore San Ciro, alla sacra predicazione e all’aiuto concreto in particolare dei poveri, degli ammalati, degli uomini e donne di malaffare, portando a tutti sollievo ed elevazione con la parola e con le opere. Un’azione umana e sociale che trovava conclusione in quella religiosa e spirituale col ritorno a una vita più degna di essere vissuta all’insegna del messaggio evangelico sintetizzato nel motto: “Tornate a Cristo!”

La sua fu una ricostruzione sociale, morale e spirituale del popolo sostenuta anche da un impulso verso pratiche devozionali (specie verso la Madonna e verso San Ciro) e da una predicazione caratterizzata da semplicità, immediatezza, compenetrazione negli ascoltatori, anche i più umili e emarginati, per ottenerne non tanto il plauso, quanto il raggiungimento dello scopo religioso e morale.

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Francesco De Geronimo nacque a Grottaglie il 17 dicembre 1642 da Giovanni Leonardo e da Gentilesca Gravina, primo di undici figli. Educato dai genitori e da una Comunità di sacerdoti, detta di S. Gaetano, costituitasi presso la chiesa di S. Mattia, il 25 maggio 1659 venne aggregato al Capitolo e Clero grottagliese e inviato al seminario di Taranto per continuare gli studi di retorica, scienze e filosofia presso il Collegio dei Gesuiti. Nel 1665 passò a Napoli per addottorarsi in teologia e in utroque jure. Ordinato sacerdote a Pozzuoli (1666), fu istitutore per qualche anno nel convitto dei Nobili diretto dai Gesuiti a Napoli. Nel 1670 cominciò il noviziato nella Compagnia di Gesù e svolse fino al 1674 un intenso apostolato missionario nel Regno di Napoli e particolarmente nella diocesi di Lecce, rivelando doti straordinarie di predicatore zelante ed efficace.

Tornato nella Capitale, vi rimase per tutto il resto della vita, circa quarant’anni, dedicandosi alle missioni popolari che prevedevano tre momenti significativi: le “Missioni al popolo”, in piazza o per le strade; la “Comunione generale” ogni terza domenica del mese; la “Conversione delle donne di cattiva fama”. La sua infaticabile azione che si irradiava dalla chiesa del “Gesù Nuovo”, si rivolse anche agli addetti alle navi, ai galeotti, ai carcerati, agli artigiani, agli ammalati. Grande rilievo diede agli “Esercizi Spirituali” a varie classi di persone e specie alle religiose. Morì l’11 maggio 1716. Fu beatificato da Pio VII il 2 maggio 1806 e canonizzato da Gregorio XVI il 26 maggio 1839.

Il suo corpo venne riposto in una magnifica cappella a lui intitolata nel “Gesù Nuovo di” Napoli, abbellita da una scultura di Francesco Jerace rappresentante il Santo in atto di predicare.

Dopo la II Guerra Mondiale le sue reliquie, in artistica urna, vennero traslate nel magnifico santuario precedentemente eretto in suo onore nel paese natale, dove nel frattempo si era stabilita una comunità di Padri Gesuiti che sulla scia del De Geronimo ha svolto e continua a svolgere una preziosa azione umana, sociale e spirituale.

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Una descrizione di P. Francesco De Geronimo

Ecco come descrive il nostro Santo il biografo contemporaneo Carlo Stradiotti che con lui viveva nel “Gesù Nuovo” di Napoli:

“Fu il Padre Francesco di statura più tosto alta che bassa; di vita smunta e scarnata; e benché ossuto non era di complessione da reggere a tante e sì continuate fatiche. Fu di testa piccola e alquanto acuta, di fronte larga, cui stringevano le tempia incavate verso il capo un poco calvo; di capellatura negra, ma sparsa di bianchi; le ciglia folte; gli occhi negri, e rientrati, che sempre teneva sommessi a terra; e quando li sollevava devotamente al Cielo, spiravano pietà: che se talora gli fissava verso alcuno, si vedevano vivaci e spiritosi e penetravano i cuori; le guancie smunte; il naso alquanto rilevato e che si slargava nelle narici; il colore abbronzito, e come cotto dal Sole; la barba negra ma sul mento bianca; il collo sottile e macilento. La voce era sonora, quando predicava; ma nel discorso familiare tutta sommessa, e umile. La bocca larga, nel che mancano i Pittori con fargliela chiusa, poiché gli dava grazia, e non difetto la dentatura mancante e scarsa di denti. Le braccia nelle strade portavale coperte sorto il mantello; e in casa incrocicchiate nel seno, con tenere spesso in mano la berretta, e il capo scoperto: cortese, anzi umile con tutti”.

Una descrizione che corrisponde perfettamente al ritratto, probabilmente il più antico, ritrovato nel Museo dei Gerolamini di Napoli, studiato e restaurato di recente da Carmine D’Anna. Un prototipo iconografico, basato sulla maschera di cera del Santo fatta subito dopo la morte, che condizionerà in maniera quasi esclusiva la raffigurazione di Francesco De Geronimo fino ai giorni nostri.

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La “morte preziosa” del P. Francesco De Geronimo nella narrazione di un testimone oculare

Considerata la fausta ricorrenza del terzo centenario della morte, proponiamo al cortese Lettore alcuni passi della testimonianza data nel processo canonico per la beatificazione dal confratello padre Francesco Fernandez che ebbe modo assistere personalmente al pio transito del De Geronimo.

“Io so molto bene – racconta egli – che il Venerabile Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo morì in Napoli in questa Casa Professa agli 11 di Maggio dell’anno 1716 nel giorno di lunedì verso mezzogiorno, di mal di petto; e mi ricordo che poco prima di morire, detto Venerabile Servo di Dio fece molti atti di virtù in eroico grado, come benedire Iddio e ringraziarlo dei patimenti che gli aveva mandato in quella sua dolorosissima infermità. E quantunque i dolori che soffriva fossero acerbissimi, dimostrava grande ed ardente desiderio di soffrirne maggiori e dolcemente si esercitava parlando della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo dicendo: “Io mi merito di patire; e questo è poco male in cambio di quello che dovrei avere. Cristo solamente patì senza ragione alcuna; a noi tutti si deve il patire”. E poi, riprendendo se stesso, mi ricordo che disse: “Somarello mio, abbi pazienza, patisci pure perché è poco per i tuoi peccati e ti meriti peggio”. Queste parole le ho conservate a memoria per mia consolazione e per mio esempio (…). Ricordo che si esercitava negli atti di confidenza nella bontà di Dio e di amore verso l’infinita sua amabilità, e sfogava l’amore che gli bolliva nel cuore con sospiri e lagrime, frammischiando bellissime e dolcissime giaculatorie, ed alcune volte si tratteneva a recitare Salmi interi. Le più frequenti giaculatorie che egli diceva, mi ricordo che sono le seguenti: “Mi chiamerai ed io ti risponderò. Benedetto Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione che ci consola in ogni nostra tribolazione”. Come pure: “Benediciamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ecco le porte di Sion: i giusti entreranno per essa”. Quest’ultima giaculatoria era la più frequente nella sua bocca in quegli ultimi giorni prossimi alla morte (…). Prima di morire Padre Francesco ricevé tutti i Sacramenti della Chiesa con somma devozione, in quanto, se mal non mi ricordo, il santissimo Viatico lo ricevé tre volte (…). Prima di riceverlo fece dolcissimi e tenerissimi colloqui col Signore Sacramentato, con volto acceso da Serafino, dicendo: “E donde a me, mio Redentore, che tu venga a ritrovarmi”? E rivolto ai Padri disse: “E voi Padri miei che avete avuto tanta pazienza e bontà nel sopportare questo ignorantone, perdonatemi le mie male creanze, rozzezze, ed inciviltà. Io non posso usarvi altra gratitudine se non che quella di pregare sempre” (…).

Quando poi ricevette il Sacramento dell’estrema Unzione proferì anche parole dolcissime e di sommo affetto verso il Signore e supplicò che gli facessero guadagnare tutte le Indulgenze che gode la nostra Compagnia e la Congregazione della Missione della quale era egli Direttore; e voltandosi con le lagrime agli occhi al Superiore nostro, Padre Preposito Antonio de Angelis, disse: “Non mi riconosco degno che il mio corpo sia mandato a quella sepoltura dove stanno depositati tanti corpi di così insigni Servi di Dio; per tanto prego Vostra Riverenza a volermi fare una fossa in mezzo a questo giardino e seppellirmi con i gatti e con i cani”. E queste parole, come le altre da me riferite nell’antecedente mio esame, dette dal Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo le ho bene tenute in memoria, poiché quando disse quelle in mia presenza e degli altri nostri Padri, volli annotarmele nel miglior modo che mi sovvennero (…).

Il Venerabile Servo di Dio Padre Francesco de Geronimo in tutto il tempo della sua infermità, fino agli ultimi momenti della sua vita, sempre stette in retti sensi ed operò e discorse come fosse sano e mostrò così con gli atti, come con le parole, di morire di buona voglia e volentieri dicendo spesse volte: “Signore, volentieri vengo a te”. E mi ricordo che nel ricevere il santissimo Viatico disse: “Signore tu mi hai dato settantaquattro anni di vita; ora mi togli da questo Mondo; vengo volentieri a te. Solo ti prego che mi voglia far partecipare del tuo bellissimo volto ed a concedermi quel Paradiso che mi hai comprato col sborso del vostro preziosissimo Sangue. Né fate, Dio mio, che i miei peccati, negligenze e tepidezze mi impediscano il possesso di un tanto Bene.

Negli ultimi giorni della sua vita 1’osservai sempre con volto ilare, pio e placido, eccetto che una mattina essendo andato nella sua camera lo trovai affannato; ed avendogli io domandato che aveva e come si sentiva, mi rispose: “Figlio, battaglia, battaglia! così piace al Signore”; e dopo qualche tempo si rasserenò secondo il suo consueto… Ma essendosi avveduto il nostro Fratello Pietro Maglietta, infermiere della Casa Professa, che già era giunto al termine della sua vita, diede il segno col campanello solito darsi quando qualche nostro Padre o Fratello sta nell’ultima agonia; e sentitosi il suono di detto campanello, così io, come gli altri Padri, accorremmo e lo ritrovammo boccheggiando, posto in atto come di chi riposa, con la destra sotto il suo volto che teneva rivolto al Cielo. E quantunque il colore naturale del suo volto fosse bruno, in quella circostanza lo vedemmo bianco come il latte e bello; e incominciata da me la recita del “Proficiscere”, tranquillamente nella pace del Signore spirò la sua anima senza dar segno alcuno di perturbazione o di moto sregolato. E tutto ciò lo so per averlo veduto”.

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La rapida diffusione della fama di santità e le suppliche per la sua beatificazione e canonizzazione

Un segno tangibile dell’immensa considerazione che Francesco godeva in vita e subito dopo la morte si può facilmente evincere dalle lettere o suppliche rivolte al Papa (furono ben 81, delle quali solo 30 furono pubblicate negli Atti del processo) per chiedere l’attivazione del processo canonico e l’introduzione della causa della sua Beatificazione e canonizzazione. Inviate al termine del processo diocesano svoltosi a Napoli tra il 1718 e il 1725 dalla Germania e da varie parti d’Italia, chiedevano con insistenza al Sommo Pontefice la rapida introduzione di detta causa nella Sacra Congregazione dei Riti.

Molte pervennero, ovviamente, dalla Puglia. Dal paese natale spedirono suppliche: il feudatario del tempo Giovanni Andrea Cicinelli, il Capitolo e Clero, l’Università o amministrazione civica, i frati minimi di S. Francesco di Paola, i frati carmelitani e le monache del monastero di Santa Chiara.

Giunsero suppliche anche da Carosino, Monteiasi, Martina, Taranto, Massafra, Avetrana, Fasano, Oria, Casalnuovo (Manduria), Francavilla, Conversano, Molfetta e Andria. Sono suppliche e lettere che, come si può immaginare, rivestono grande importanza; una trentina di queste vennero riportate interamente a cura della stessa Congregazione negli Atti del Processo canonico del 1729.

La più altisonante che chiudeva la lunga sequela è certamente la supplica di Carlo VI d’Asburgo imperatore del Sacro Romano Impero, spedita da Gratz il 27 giugno 1728. Ma tutte indistintamente costituivano la voce insistente di moltissime persone che non desideravano altro che di vedere elevato agli onori degli altari il grande Missionario di Napoli.

Ecco l’elenco riordinato cronologicamente di quelle inserite negli Atti: Giovanni Andrea Cicinelli Duca delle Grottaglie (10 gennaio 1726); Il Duca di Carosino (10 gennaio 1726); Angela Spinelli Principessa di Tarsia. Napoli (10 gennaio 1726); Principe di Cuccoli. San Vito (Chietino) 15 gennaio 1726; Carlo Ungaro Barone della Terra di Monteiasi (20 gennaio 1726); Capitolo e Clero di Martina (10 febbraio 1726); Regio Monastero di S. Chiara di Napoli (10 febbraio 1726); Ettore Carafa Duca d’Andria (16 febbraio 1726); Canonici ed Eletti della Città dell’Aquila (15 marzo 1726); Il Capitolo e Clero della Terra delle Grottaglie ( 28 marzo 1726); Università ed Uomini della Terra delle Grottaglie (30 marzo 1726); Domenico Invitti arcivescovo di Sardi (Napoli 1 giugno 1726); Francesco Cardinal Pignatelli (Napoli 8 agosto 1726); Filippo Vescovo di Conversano (29 agosto 1726); Nicolò Cardinal Caracciolo Arcivescovo di Capua (31 agosto 1726); M. Marchese d’Oria (francavilla 19 Ottobre 1726); Gli Eletti di Napoli (16 novembre 1726); Capitolo, e Clero della Chiesa Metropolitana di Taranto (27 luglio 1726); Fra Filippo Arcivescovo di Chieti (4 gennaio 1727); Compagnia della SS. Trinità dei Pellegrini, di Napoli (2 febbraio 1727); Congregazione dei Cavalieri del Gesù di Napoli (9 febbraio 1727); Città di Lecce (17. gennaio 1727); Cardinal Innico Caracciolo, Aversa (1 aprile 1727); Sindaco ed eletti di Cosenza (26 aprile 1727); Antonio Farnese, Parma (21 agosto 1727): Dorotea Sofia Duchessa di Parma, (6 agosto 1727); Clemente Augusto Arcivescovo di Colonia (Bonn 6 giugno 1728); Michele Federico Cardinale d’Althann (vicerè), Napoli 13 gennaio 1728); Carlo Alberto, Elettore di Baviera, Monaco (2 aprile 1728); D. Carlos por la Gracia de Dios Emperador, Gratz (27 giugno 1728).

È alquanto curioso il fatto che il duca di Grottaglie, che la leggenda ha dipinto sempre come empio ostacolatore della costruzione del Cappellone di San Ciro della chiesa madre grottagliese, sia stato il primo patrocinatore del processo canonico di beatificazione. Questo fatto (ma ricordiamo pure che il feudatario fu anche uno dei primi a imporre il nome di Ciro a un suo figliolo nel 1707) e il tenore stesso della supplica pongono evidentemente qualche interrogativo sulla reale verità storica di alcuni episodi tramandati dalla voce popolare.

Ecco il testo di questo importante documento:

BEATISSIMO PADRE.

Sento, che le Università e Persone grandi ed illustri di questo Regno, per adempire ai Decreti di Papa Urbano Ottavo di felice memoria, degnissimo Predecessore della Santità Vostra, concorrono unitamente a darle umilissime le lor suppliche, acciò si degni segnar la grazia per la commissione della Causa e Processi Apostolici da compilarsi sulla santa vita, virtù eroiche e miracoli del Servo di Dio Francesco di Geronimo Missionario Apostolico della Compagnia di Gesù. S’egli è così, Beatissimo Padre, non debbo io tralasciare, avendone maggior l’obbligo, di unirmi con gli altri, a darne alla Santità Vostra fervorosissime le mie, come umilmente già fò per mezzo di questa riverente, pregandola vivamente ed in fatti degnarsi commetter detta Causa ed Apostolici Processi, affinché si veda dalla Santa Sede, formati i medesimi, quanto il Signore siasi compiaciuto d’operare per i meriti ed intercessione del detto suo Servo Francesco di Geronimo che veramente visse sempre d’Apostolo, e tale facendolo vedere al mondo dopo sua morte, per le strepitose grazie e stupendi miracoli che in diverse parti e della nostra Italia e della Germania, si è degnato a sua intercessione prodigiosamente fare. Né oggidì cessa dal Cielo benignamente consolare i Devoti che al patrocinio del medesimo Servo di Dio ricorrono. La fama delle cose suddette essendo chiara, non occorre che nella medesima maggiormente mi diffonda, anche per non recare a Vostra Santità soverchiamente tedio; mi restringo solamente ad attestarle la profonda umiltà, che in grado eroico risplendeva fra le altre virtù nel detto Servo di Dio, mentre viveva e riflettendo che per la virtù suddetta il Signore sia stato compiaciuto dopo sua morte di glorificarlo. Priego adunque umilmente di nuovo la Santità Vostra a degnarsi segnare la bramata grazia e nel mentre resto certo d’ottenerla, con profondissimi inchini resto prostrato innanzi al suo Trono, baciando devotamente i suoi santi piedi. Grottaglie 10 Gennaro 1726.

Di Vostra Santità, Umilissimo, Divotissimo, ed Obligatissimo Servitor vero Giovanni Andrea Cicinelli Duca delle Grottaglie.

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Altrettanto importante è la supplica che la Communità o Università delle Grottaglie (oggi diremmo l’Amministrazione comunale) scrisse al Papa e che qui volentieri riportiamo, anche per le diverse notizie ricordate sulle due missioni che il Santo tenne nella sua città natale nel 1707 e nel 1709, compresi alcuni miracoli compiuti a favore di una coppia di popolani, di un bambino e del proprio genitore morente.

Eccola:

BEATISSIMO PADRE Alle suppliche delle altre Università insigni e personaggi illustri di questo Regno, unisce per obbligo le sue umilissime l’Università della Terra delle Grottaglie Patria del gran Servo di Dio Francesco di Geronimo Missionario veramente Apostolico della Compagnia di Gesù, instantemente pregando la Santità Vostra a volersi per ora compiacere segnar la grazia per la compilazione degli Apostolici Processi da fabricarsi sulla santa vita, eroiche virtù e santa morte del detto Servo di Dio, per poi dichiararlo Ella stessa Beato, giacche ha la facoltà di dispensare alle leggi. Le strepitose grazie, Beatissimo Padre, ed i stupendi miracoli che sua Divina Maestà, ad intercessione del medesimo suo Servo si è compiaciuta benignamente operare, e giornalmente non cessa glorificarlo in diversi luoghi di questo Regno ed in altre parti fuori di esso, specialmente in quelle della Germania, hanno maggiormente svegliato nel nostro animo, e di tutto questo Pubblico, un ardentissimo desiderio di già vederlo dalla Santità Vostra dichiarato Beato, tanto più che le Genti di questa Terra se le confessano in modo particolare obbligate per le due Missioni fatte in essa nel 1707 e 1709 con tanto spirito e profitto delle anime, oltre dei Miracoli praticati a benefizio di essi Cittadini, e precise ad una donna chiamata Rosa Quaranta, consorte di Giuseppe la Pace, la quale era così disavventurosa nei suoi Parti che prima di darli alla luce si vedevano nell’utero materno morti: onde la detta Rosa in passando un giorno il detto Servo di Dio dalla contrada ove abitava, supplicò il Padre che l’avesse toccata con lembo della sua veste, giacché faceva le creature che si morivano senza Battesimo; alle quali preghiere il Padre, tratta dal petto una cartolina delle polveri di S Ciro, la diede alla detta Rosa, ordinandole, che per tre mattine ne prendesse con recitare tre Pater & in onore della Santissima Triade, e tre altre al Santo, e lo stesso facesse in approssimarsi al parto, mentre così le Creature avrebbero il Battesimo, e non morrebbero; il che quella facendo si verificò la predizione del Servo di Dio, mentre dopo di questo avendo dato alla luce più figli, hanno tutti ricevuto il Battesimo, e ve ne sono oggidì due viventi. Altro portento il Servo di Dio praticò nel tempo della prima Missione fatta in questa Terra nel 1707 in persona del proprio suo Padre, il quale essendo di anni 88 decrepito e con grave infermità giacente in letto, che l’aveva costituito presso à morire, e ritrovandosi giunto il detto Servo di Dio per venire alle Grottaglie a far la Missione nella Città di Taranto, determinò D. Tomaso di Geronimo Arciprete Fratello di detto Servo di Dio di scrivergli che avesse dovuto differire in altro tempo la Missione per l’accidente suddetto; quando la mattina giunse in questa Terra il Servo di Dio, ed arrivato nella propria casa, ed informato dall’Arciprete suo Fratello del mal stato del lor comune Padre, si portò nella camera ov’era il di lui Genitore, il quale per incontrare il suo caro Figlio a grande stento si era levato da letto, ed inginocchiatoseli d’avanti baciandoli i piedi, li disse: “Signor Padre, voglio che domani mattina veniate agli Esercizi Spirituali”; onde fu di maraviglia a tutti un tal detto, con tutto ciò il vecchio Padre la seguente mattina riavutosi da ogni malore, stando bene, andò a sentire gli esercizi, continuando per tutto il corso di essi. Di vantaggio, dopo seguita la morte di detto Servo di Dio, ritrovandosi l’unico figlio di Giuseppe de Carolis d’età d’un anno e tre mesi già disperato da Medici, ricorse il Genitore abbandonato dalle speranze umane al favore del Servo di Dio Padre Francesco, e con le lagrime accompagnando le preghiere, le venne ispirato dal Santo di riconciliarsi con la Madre e Fratelli con li quali passava alcuni disgusti, e perché non fece conto della medesima ispirazione, s’ingagliardì il male, onde il Figlio stava per spirare; però avanzando la santa ispirazione nell’animo del detto Giuseppe, chiedendo nuovamente la vita al figlio, promise al Servo di Dio Padre Francesco di riconciliarsi con i suoi la mattina seguente; e con tal promessa mandò a pigliare la Berretta che usò il detto Padre Francesco, quando fece la Missione in questa Terra, che si conserva in casa del Fratello, e toccata con essa la testa del Bambino, ch’era quasi incadaverito, come se da morte a vita resuscitasse, rinvenne con chiamare il Padre e prender latte, e dall’ora in poi non ha patito alcun vestigio di male; tralasciando li molti altri Miracoli e grazie che Nostro Signore ad intercessione del medesimo suo Servo alla giornata per mezzo di detta Berretta si compiace dispensare. Ad ella, Beatissimo Padre, più d’ogni altro, è cognito il merito di questo Servo del Signore, e perciò alla medesima ricorriamo profondamente inchinati, supplicandola per la di lui Beatificazione, potendo dispensare, se vuole, come vivamente speriamo che voglia, alle leggi, anche per secondare la volontà del Signore, mentre a quest’oggetto si è impegnato di tanto glorificare per il passato il suo Servo, ed ogni dì seguita a farlo. Sicuri adunque delle grazie della Santità Vostra, restiamo umilissimamente baciando i suoi Santi Piedi.

Grottaglie 30 Marzo 1726. Di Vostra Santità Umilissimi, ed Obbligatissimi Servi L’Università, ed Uomini della Terra delle Grottaglie.

Il processo di canonizzazione di P. Francesco De Geronimo, dopo alcune difficoltà incontrate per via della temporanea soppressione della Compagnia di Gesù, venne ripreso e concluso, come già ricordato, con la beatificazione decretata da Pio VII il 2 maggio 1806 e con l’iscrizione nel catalogo dei santi fatta Gregorio XVI il 26 maggio 1839.

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[1] Sintesi delle relazioni tenute all’Università dell’Età Libera (UDEL) presso la Scuola Media “Sturzo” di Grottaglie, nel mese di maggio 2016.

 

Donne ed amori durante l’occupazione militare francese in Terra d’Otranto

Donne ed amori durante l’occupazione militare francese in Terra d’Otranto

Gli episodi curiosi dei due matrimoni conclusi a Grottaglie

 

di Rosario Quaranta

 

 

Antichi costumi di Terra d'otranto
Antichi costumi di Terra d’otranto

 “Donne e amori durante l’occupazione militare francese(1801-02 / 1803-1805). Appunti e note”: così titolava un brillante articolo, Antonio Lucarelli, il grande studioso e storico di Acquaviva delle Fonti (1874 –1952), noto in particolare per le molte opere sul movimento operaio meridionale e specialmente sul  brigantaggio pre e postunitario in Puglia.

L’Autore condensava in quelle poche, ma succose pagine apparse sul secondo numero di “Rinascenza Salentina” del 1939, tre episodi realmente accaduti nel nostro territorio durante l’occupazione francese, annotati durante le sue estenuanti ricerche storiche nel grande Archivio di Napoli. Episodi ricondotti rispettivamente nel filone romantico, di quelli cioè che dopo un periodo più o meno intenso di corteggiamenti si risolsero in fughe e sposalizi consacrati dalla Chiesa; in quello tragico, che provocati da ardenti passioni si estinsero presto o tardi in drammi funesti; e in quello comico, che destarono ilarità e stupore per talune esotiche consuetudini trapiantate qua da liguri, lombardi ed emiliani.

Taranto nel 1789, Incis. da Hackert
Taranto nel 1789, Incis. da Hackert

Tralascio l’episodio romantico, relativo al caso di suor Petronilla Tauro che “invaghitasi perdutamente del capitano Doceth, abbandona il monastero delle Benedettine di Massafra e va a soggiornare col suo innamorato in una ridente cascina presso Taranto”, coronando alla fine col matrimonio il suo sogno d’amore dopo incredibili difficoltà. Sorvolo su quello tragico, relativo al caso accaduto a Lecce l’11 maggio1804, quando D. Luigi Mellone uccise per gelosia un capitano della truppa cisalpina e ferì mortalmente anche sua moglie. Mi mi soffermo soltanto su quello comico che ci riguarda più da vicino.

Così racconta lo storico: “La scena si svolge a Grottaglie: ne sono principali attori il soldato Giuseppe Germano di Finale Ligure e la popolana Maria o Marina Alfarano, oriunda di Neviano. Questi, o che fossero attraversati nei loro sogni d’amore dai parenti, come suole spesso avvenire, o che, presi da impaziente ardore, volessero troncare gl’indugi in maniera spicciativa, ricorsero ad un espediente assai diffuso nei paesi dell’Italia settentrionale e che precede di circa venti anni il notissimo episodio narrato dal Manzoni nell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi.

Un giorno del dicembre 1805, sulle prime luci, mentre Don Giuseppe Manigrasso celebrava la messa mattutina nella chiesa collegiata, proprio nell’atto che questi si volgeva ai fedeli, impartendo la benedizione, i due giovani si presentano dinanzi all’altare. Questa è mia moglie! — esclama lui. Questo è mio marito! — soggiunge lei. E si apprestano quindi a uscir dalla Chiesa, come se fossero davvero marito e moglie.

Senonché intervengono subito i parenti, gli amici ed il sacerdote, i quali fanno intendere al bollente ligure che certe consuetudini delle provincie del Nord non avevan forza e vigore nelle provincie del Sud; ond’egli dovè lasciare la fidanzata e tornarsene mogio mogio al suo quartiere. Di lì a non molto però, come apprendiamo da una corrispondenza del Segretariato per l’Ecclesiastico, appianate le difficoltà, fu celebrato al solito il regolare matrimonio, che appagò le fervide aspirazioni degli sposi promessi”.

Il galatinese Antonio Tanza,  Vicario di Mons. Capecelatro a Taranto (da Nicola Vacca)
Il galatinese Antonio Tanza, Vicario di Mons. Capecelatro a Taranto (da Nicola Vacca)

Spinto dalla curiosità di avere una conferma e, magari, di conoscere qualcosa di più, ho fatto in questi giorni una ricognizione nell’archivio parrocchiale grottagliese, dove, però, non ho trovato nessun riscontro di quell’episodio e di quel matrimonio, anche se ho letto più volte nei vari atti il nome del celebrante D. Giuseppe Manigrasso. Non potendosi mettere in discussione la verità storica dell’accaduto (Lucarelli infatti, riporta ineccepibili riferimenti archivistici), è logico inferire che la conclusione della vicenda, ossia la celebrazione del matrimonio canonico, sia avvenuta altrove.

Tuttavia, ho potuto ritrovare tra le diverse testimonianze relative a quegli anni difficili, la registrazione di un altro matrimonio concluso a Grottaglie tra il Capo Battaglione della truppa francese acquartierata a Martina, e una ragazza martinese.

Grazie alla documentazione allegata all’atto, siamo in grado di conoscere alcuni particolari in merito a questo caso del tutto eccezionale, risolto con l’intervento di varie autorità. Apprendiamo così che  il 13 dicembre 1801 Don Antonio Tanza, fedele Vicario Generale del celebre arcivescovo di Taranto Giuseppe Capecelatro (allora trattenuto in Napoli a seguito del comportamento tenuto durante le vicende del 1799) trasmette precise disposizioni all’Economo Curato di Grottaglie, il canonico e tesoriere del Capitolo Don Giuseppe De Amicis.

Stemma e titoli di mons. Capecelatro
Stemma e titoli di mons. Capecelatro

Questi, essendo passato a miglior vita l’arciprete, era allora la figura di riferimento più importante del clero grottagliese ed era, tra l’altro, zio di quel chierico Giuseppe Motolese che di lì a poco (16 luglio 1803) verrà assassinato in circostanze misteriose; un misfatto che aprì una delle pagine più buie del nostro territorio chiamando in causa il famoso D. Ciro Annicchiarico che proprio per questo intraprese la pericolosa e fatale strada del brigantaggio.

Ma torniamo ai nostri “Promessi Sposi”: il Vicario Tanza comunica nella sua missiva al tesoriere De Amicis che “il Cittadino Gio. Battista Guadri Capo di battaglione della truppa Francese quartierata in Martina” aveva chiesto alla Curia  il “permesso di sposare Martina Basile di detta Città dimorante ora costà; e che il futuro sposo aveva allo scopo presentato il certificato del suo stato libero nonché la licenza per questo atto dello Stato Maggiore del Quartiere generale, sottoscritto dal Capo del detto stato maggiore, il Cittadino Verlè. Comunica ancora che il Guadri “ha giurato pure nelle forme, e dato avanti di me la sua parola d’onore di ritrovarsi nello stato di libertà e di non essere impegnato con precedente obbligo di simil natura, e di voler contrarre tal matrimonio secondo il Rito della Chiesa Cattolica nella cui Comunione ha dichiarato esser nato e di esser vissuto fin’ora”.

Disposizioni del Vicario Tanza per il matrimonio a Grottaglie (1805)
Disposizioni del Vicario Tanza per il matrimonio a Grottaglie (1805)

Insomma, rassicura che che il caso, da un punto di vista canonico e civile, anche se eccezionale per “gli urgentissimi mottivi che vi concorrono” può essere risolto positivamente; per cui concede al responsabile della Chiesa grottagliese la celebrazione di tal matrimonio dispensando dalle pubblicazioni e da altre formalità. Tuttavia, nonostante vi sia pure il consenso sottoscritto del padre della sposa, il Vicario raccomanda al Tesoriere “che prima dell’atto Ella in luogo non soggetto e scevro dell’impressione di qualunque timore, o violenza esaminasse la volontà di detta Basile per assicurarsi se la medesima venga liberamente a tal partito”. Dispone infine di registrare l’atto e di informarlo immediatamente dell’avvenuto matrimonio che potrà essere celebrato anche in casa e di sera.

E così avvenne che il 16 dicembre (appena due giorni dopo) il baldanzoso Capo Battaglione dell’armata francese riuscì ad impalmare la bella (…è da crederlo) Martina Basile alla presenza  di Francesco Ducal Sottotenente della Mezza Brigata di Linea, di Giuseppe Dala chirurgo Maggiore della stessa mezza Brigata, e di Francesco Greco delle Grottaglie. Lo scarno racconto che abbiamo potuto ricostruire dai freddi documenti, ovviamente, non dà spiegazioni dei tanti perché e di tante altre circostanze che sicuramente ruotarono attorno alla vicenda. Ma lasciamo ai lettori la libertà di ricostruire ogni cosa, magari con un pizzico di fantasia!

Il famoso generale napoleonico N. Soult (1769-1851)
Il famoso generale napoleonico N. Soult (1769-1851)

Di sicuro gli occupanti dovevano avere un certo fascino. Con con quelle loro vistose e sgargianti uniformi riuscivano spesso a fare breccia nel cuore di tante belle fanciulle e a portarle talvolta anche all’altare, superando non poche difficoltà.

Le ragazze, da parte loro, erano lungi dall’essere terrorizzate. Anzi, almeno per quanto riguarda Taranto all’arrivo del generale Soult nel luglio del 1803, esse ne rimasero affascinate al punto che, non senza esagerazione, il buon Vicario Tanza se ne lamentò desolatamente col Capecelatro in una lettera del 6 luglio riportata da Nicola Vacca; “…I Tarantini stanno allegrissimi. Io, minchione, andavo affliggendomi per le signorine che avrebbero voluto entrare nei monasteri come la passata volta. Niuna ha mostrato tal desiderio…”.

Li avrebbero infatti accolti, a suo dire, a braccia aperte e… non solo!

 

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

 

Lo tenne a fine Seicento il gesuita Caspar Knittel

alla nobiltà e agli Accademici di Praga

Il caso del tarantino Roberto Santoro

di Rosario Quaranta

 

 

Sul finire del Seicento, a Praga, nelle fredde lande di Boemia, dispiegava tutto il suo valore nelle discipline teologiche, filosofiche, scientifiche e politiche un famoso predicatore della Compagnia di Gesù, padre Caspar Knittel (1644 – 1702).

La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie
La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie

Questo erudito, già rettore dell’università praghese e procuratore provinciale presso la corte di Vienna, è noto per aver dato alle stampe un buon numero di opere di oratoria sacra, di teologia e di filosofia. Era pure un ammiratore di altri e più celebri  confratelli gesuiti come Atanasio Kircher, Cristoforo Clavio, Caspar Schott e Sebastian Izquierdo, per via del comune amore per la scienza che lo spinse a stampare una “Cosmographia elementaris propositionibus physico-mathematicis propo­sita” (“Cosmografia elementare presentata con proprosizioni fisico-matematiche”).

Ebbe anche un dichiarato amore verso il Lullismo e verso l’Arte combinatoria in cui ha lasciato traccia con l’opera “Via regia ad omnes artes et scientias” (“Via regia a tutte le arti e a tutte le scienze”), che conobbe molte edizioni a partire dal 1682.

Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.
Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.

Ma perché ci interessiamo di questo Autore, tutto sommato, così distante dal nostro tempo, dalla nostra terra e dalla nostra cultura? Non ci crederete, cari Lettori; ma a far da tramite in tutto ciò è la famosa Tarantola che tanto ha fatto, e fa parlare ancora da oltre mezzo millennio e a tutte le latitudini.

Una curiosa testimonianza di questo sforzo di ricondurre a unità il sapere teologico, filosofico e scientifico si può cogliere nelle opere di sacra predicazione del ricordato Knittel. In particolare  nel volume intitolato “Conciones Academicae in precipua totius anni festa” (“Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”) e stampato postumo nel 1718 a Praga, abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia, un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli, si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio”  e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo  nell’Auditorium.

Ricordiamo che nella festa della Visitazione si esalta la Vergine Maria che con grande umiltà non disdegna di recarsi a Gerusalemme e di prestare aiuto alla cugina Elisabetta che, in età avanzata, stava per partorire il piccolo Giovanni, precursore del bambino che la stessa Maria portava in grembo.

L’oratore sacro pone subito in evidenza quanto scrive l’evangelista Luca narrando il momento dell’incontro fra le due donne: “Esultò il bambino nel seno”. Questa espressione, osserva Knittel, viene riportata nella “Catena” di San Tommaso in maniera diversa; non “esultò”, bensì “saltò” nel seno. Da questa premessa e con una lunga argomentazione, condotta in dialogo serrato con gli Accademici, l’oratore sacro deduce (ovviamente in senso metaforico e spirituale) che questo “salto” del piccolo Giovanni nel seno di Elizabetta fosse stato causato dal morso della Tarantola.

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

Ma ascoltiamo qualche sprazzo della sua oratoria dal quale traspare l’evidente bravura dell’Autore:

“Avete per caso sentito qualche volta parlare, illustri Accademici, della Tarantola? Ascoltate. Questa è in breve la sua storia. C’è una città che gli Italiani chiamano Taranto, in quella parte del regno di Napoli che si chiama Puglia. In quel distretto pullula nei tempi caldi un grandissimo numero di ragni che appunto dalla città di Taranto si chiamano Tarantole. Ora, quelle tarantole sono solite avvicinarsi agli ortolani, ai pastori, ai mietitori e ad altri che dormono  all’aperto con le mani e con i perdi nudi; li mordono e infondono col loro morso un veleno tale da causare nei Tarantati tanti sintomi strani che sembrerebbero incredibili se un’esperienza quotidiana non le rendesse degne di fede. Quel veleno fa diventare gli uomini stupiti, attoniti, fuori di sé, immobili e insensibili come morti.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma la cosa più straordinaria del Tarantismo è che coloro che sono morsicati dalla tarantola non possono essere curati che con la sola musica.  Si chiamano pertanto i suonatori perché in questa gioconda miseria  suonino con degli strumenti ed emettano delle melodie proporzionate alla qualità del veleno. Ascoltando queste, i Tarantati subito si muovono, si alzano, corrono quasi rianimati, vanno di qua e di là come matti, con festosa agitazione delle mani e dei piedi, saltano così a lungo finché tutti i pori si aprono ed evaporano con copioso sudore i veleni della tarantola.

Sentite questo esempio chiarissimo. Una tarantola aveva morso un nobile tarantino chiamato Roberto Santoro e lui non lo sapeva; intanto si ammalava così gravemente da essere condotto quasi a morte. Si tenne consiglio dai medici, ma nessuno riusciva a far fronte alla malattia. Alla fine arrivò uno che esclamò: “E se fosse stato morso da una tarantola?”

Questa congettura piacque: si chiana un bravo suonatore, un “citaredo” che con il suo strumento si ferma davanti al letto in cui il povero Santoro giaceva immobile come morto.  Il citaredo vola sulle corde suonandole di qua e di là…e che succede? Repentinamente il mezzo morto apre gli occhi. Il citaredo con dita velocissime suona tumultuosamente “taratantara” per tutto il tempo necessario alla futura commedia… E che succede? Il mezzo morto comincia tutto a tremare e a muoversi…Il suonatore percuote ansioso lo strumento, va di qua e di là, si interrompe improvvisamente …E che succede? Il mezzo morto, preso quasi dalla contentezza, alza le braccia dopo aver rizzato il collo. Il citaredo di nuovo riprende a suonare le corde, le percuote e ripercuote, le pettina e ripettina, le scandisce e riscandisce; leggermente, gravemente, velocemente, faticosamente…e che succede?  Il mezzo morto improvvisamente si drizza e, tremante per la gioia,  si siede sul letto.

Il suonatore è attonito: per poco non gli cade la cetra: la blocca e tenta cose ancor più grandi; alterna le corde, leggerissimo negli acuti, amoroso nei suoni medi, lento in quelli gravi; insiste graziosamente nei suoni forti, picchia tumultuosamente in quelli rauchi come se andasse in battaglia con clangore marziale… e che succede? Il mezzo morto, tra lo stupore di tutti si alza dal letto e rimane quasi attonito in piedi. Il suonatore insiste ancora. Eccolo che strepita, tintinna, aumenta l’intensità del suono, la ferma, torna di nuovo a suonare, raddoppia, triplica i suoi sforzi sudando, gesticolando e affaticandosi… e che succede? Il mezzo morto agita le mani, solleva i piedi, si lancia, esita, si blocca, corre, saltella elegantemente alle melodie musicali fino a che, apertisi i pori, non si evapora tutto il veleno della tarantola e recupera quella sanità che ormai disperava di riavere. O cosa mirabile!..”

E qui il bravo oratore si ferma suggerendo agli astanti di ricorrere, per saperne di più e per vedere quasi quasi dal vivo la tarantola che salta, alla “Musurgia” del padre Kircher o alla “Magia Universale” del padre Scotto dai quali egli dipende strettamente (in ambedue, peraltro, si può leggere il caso di Roberto Santoro).

Riprende poi a trattare gli aspetti, per così dire, teologici e spirituali con altri argomenti relativi all’assunto evangelico,  non senza aver chiarito che la Tarantola altro non è che il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”.

 

Frontespizio della Magia Universalis (1674)    del p. Gaspare Schotto
Frontespizio della Magia Universalis (1674) del p. Gaspare Schotto

D’altra parte, questa virulenta tarantola – commenta egli – non ha forse colpito col suo morso nel Paradiso terrestre il primo ortolano (cioè Adamo) inoculandogli un veleno così penetrante da corrompergli il cuore e da renderlo stupito, attonito, immobile, insensibile…? Un veleno che la Vergine Maria col suo “Magnificat” riuscirà alla fine a neutralizzare, come avvenne nell’incontro con Elisabetta, quando anche Giovanni che “saltava” a causa della tarantola nel grembo di Elisabetta, riuscì alla fine a liberarsi dal peccato avvicinandosi a quel Gesù che Maria portava in grembo?

Questo di Knittel è un interessante e rarissimo esempio di utilizzazione del fenomeno del Tarantismo nell’omiletica. Un vero e proprio esercizio di bravura che consente comunque all’oratore di concludere, parafrasando quasi il Salve Regina e l’Ave Maria, con queste parole: “…è stato scritto che alcuni dei morsicati dalla tarantola si mettono a ridere; altri si mettono a piangere in quella danza tragico-comica.

O Maria! Ecco, noi miseri peccatori a Te saltiamo ridenti e piangenti. Ridenti quando abbiamo seguito la vanità del mondo: piangenti quando abbiamo seguito la nostra cecità. O Maria, rifugio de peccatori! Prega per noi miseri peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.


[1] Nostra traduzione

A margine della mostra “Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo”

Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.
Albarello attrib. a Francesco Saverio Marinaro. sec. XVIII, fornaci di Grottaglie.

A MARGINE DELLA MOSTRA “CERAMICA PUGLIESE ED ALTRO  NELLA COLLEZIONE TONDOLO. XVII – XX SECOLO”

L’importante contributo di Carlo e Antonio Dell’Aquila

alla storia della ceramica di Grottaglie e di Terra d’Otranto

di Rosario Quaranta

Si segnala con piacere l’importante ed elegante Catalogo che consegna alla storia la mostra di ceramica artistica tenutasi nei mesi scorsi presso il museo Castromediano di Lecce: “La passione del collezionismo. Ceramica pugliese ed altro nella collezione Tondolo. XVII – XX secolo” (Mario Congedo editore, Galatina 2012, pp. 168 splendidamente illustrate). Una mostra progettata da Antonio Cassiano e curata da Brizia Minerva e Anna Lucia Tempesta, con la consulenza di un nutrito e qualificato comitato scientifico (Antonio Castorani, Antonio e Carlo Dell’Aquila, Daniela De Vincentis, Regina Poso, Riccardo Tondolo e Fabrizio Vona) che racconta in maniera esemplare quattro secoli di produzione ceramica regionale, con brevi, ma efficaci, incursioni anche in altre regioni (in particolare Campania, Calabria e Sicilia) e con riferimenti a fornaci e fabbriche lucane e abruzzesi, e a quelle di Faenza, Deruta e S. Quirico d’Orcia, non escluse alcune testimonianze portoghesi, spagnole e francesi. Tutto ciò grazie ancora una volta alla ricchissima e qualificata collezione Tondolo, dopo l’analoga esperienza realizzata nel 2011 sempre presso il Museo Castromediano e incentrata sulle ceramiche di Laterza.

Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
Alzata in maiolica del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

Il catalogo, di cui ci occupiamo, presenta in apertura due saggi firmati da Carlo e Antonio Dell’Aquila, indispensabili per collocare in un contesto preciso e in una sistemazione scientifica la notevole produzione ceramica  in mostra (alzate, piatti da pompa, albarelli, bottiglie da farmacia, scaldini, “ciarle”, zuppiere, caffettiere, coppe, acquasantiere, candelieri, oliere, bacili…) che viene poi analizzata, studiata e presentata nelle singole schede redatte dagli stessi fratelli Dell’Aquila e da altri specialisti (Ida Blattmann D’Amelj, e le ricordate Minerva, Tempesta e De Vincentis, la quale firma pure all’interno del catalogo una breve nota sulla fabbrica Calò attiva a Grottaglie nella prima metà del Novecento).

Copertina del Catalogo

Dei pezzi in mostra (circa duecento che spaziano dal Seicento al secolo scorso) ben una cinquantina appartengono alla produzione figulina grottagliese, a testimonianza dell’importanza che questo centro ha da sempre assunto nel panorama della ceramica pugliese e in particolare di Terra d’Otranto dove pure lungo i secoli sono stati individuati molti altri centri di attività tra i quali spicca Laterza con la sua produzione “faenzara” di alto e raffinato gusto, giustamente decantato e riconosciuto nella storia della ceramica.

E a proposito di storia della ceramica, è con vero piacere che raccomandiamo i ricordati due importanti saggi che aprono il catalogo che non svolgono soltanto mera funzione introduttiva e illustrativa a una esperienza culturale/editoriale di notevole spessore, ma costituiscono un vero e proprio contributo scientifico per la ricerca, la ricostruzione, lo studio, e l’analisi della ricca e variegata produzione ceramica del nostro territorio.

Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie
Giara o ciarla biansata con coperchio del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie

Il primo saggio è incentrato sulla ceramica grottagliese (“La maiolica di Grottaglie. Gli studi, i ceramisti, le produzioni”); il secondo sulle altre produzioni (“Le produzioni di Laterza e di Terra d’Otranto”).

In particolare sono da commendare nel primo le puntuali e attente pagine dedicate a “La maiolica di Grottaglie: gli studi, i ceramisti, le produzioni” (pp. 9-20) che finalmente aprono un varco ed indicano una pista sicura nel finora vago e nebuloso capitolo della storia della ceramica di questo pur “vitale centro pugliese”, con un richiamo accorto e critico a una ricerca che renda conto con probante documentazione storica della straordinaria ricchezza e varietà tipologica di una produzione massicciamente attestata lungo i secoli e, fortunatamente, pervenuta e coltivata sempre con esiti interessanti fino ai giorni nostri.

zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.
zuppiera del sec. XVIII. Fornaci di Grottaglie.

I fratelli Dell’Aquila colgono così l’occasione per fare il punto sulle produzioni delle fornaci grottagliesi sviluppando un discorso critico, ben articolato e metodologicamente corretto, che getta non poca luce nella complicata vicenda della storia della ceramica di questo centro.

Ne ripercorrono così l’evoluzione degli studi, a partire da quelli pionieristici della prima metà del Novecento (da Piero Trevisani a Francesco Blasi, da Carlo Polidori a Domenico Maselli, da Ciro Drago a Cosimo Calò) conclusisi con la famosa monografia del Vacca sulla “Ceramica salentina” (1954); studi proseguiti poi grazie alla presenza e al ruolo dell’antica “Scuola per la Ceramica”, poi Istituto d’Arte, e “al suo problematico inserimento nel tessuto produttivo e sociale grottagliese” (dallo “Statuto per la Scuola di Ceramica in Grottaglie” del 1888, alle note e agli approfondimenti di Anselmo De Simone (1911),  dell’arciprete Giuseppe Petraroli, di Saverio Pansini; ma ricordando pure gli interventi favoriti dalla più ampia  e “nuova stagione di studi sulla ceramica e sulla maiolica pugliese” (da Guido Donatone a Ninina Cuomo Di Caprio, da Saverio Pansini, a Rosario Quaranta e Silvano Trevisani, da  Orazio Del Monaco, ad Antonio e Carlo dell’Aquila, fino ad Elio Scarciglia);  e infine i filoni in cui si ascrivono molte pubblicazioni apparse sui cataloghi curati per “manifestazioni ormai storicizzate organizzate dall’amministrazione grottagliese” (dal “Concorso di ceramica mediterranea”  alla  “Mostra dei presepi”, alla “Biennale internazionale di ceramica contemporanea”), nonché dal Museo della Ceramica istituito dal Comune di Grottaglie nell’antico castello-episcopio degli Arcivescovi di Taranto (con vari contributi di Daniela De Vincentis e di diversi altri autori).

Una produzione bibliografica di tutto rispetto dal punto di vista quantitativo cui raramente corrisponde una validità dal punto di vista della ricerca storico-documentale e scientifico-tipologica. Per cui appare ampiamente giustificata l’osservazione dei due Studiosi: “per quanto a nostra conoscenza, sembrerebbe che fino ad ora la ricerca effettuata in loco sul campo – tranne sporadici episodi- non abbia mai suscitato particolare interesse a Grottaglie. Non ci risulta infatti che l’Amministrazione comunale, né le altre istituzioni locali, come l’Istituto d’Arte e poi anche il Museo della Ceramica, abbiano progettato o comunque favorito l’esecuzione di scavi controllati o il recupero sistematico di ritrovamenti casuali. Lo studio e la successiva pubblicazione, tramite i periodici convegni ceramici specialistici o mediante pubblicazioni locali, dei materiali ceramici, anche frammentali, e soprattutto degli scarti di fornaci costituiscono l’unica possibilità di dimostrare la produzione locale antecedente al XVIII secolo, di cui è attestata l’esistenza dalla documentazione archivistica a partire almeno dal secolo XV. Tutto questo contribuirebbe a riconoscere e valorizzare in modo significativo l’importanza di Grottaglie nell’ambito dei centri produttivi non solo pugliesi anche per i secoli precedenti”.

Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d'Otranto
Piatto da parata del secolp XVII. Fornaci di Terra d’Otranto

Inoltre, e chi scrive concorda pienamente, essi rimarcano l’importanza delle “ricerche sistematiche negli archivi” che sole possono dare informazioni molto interessanti su “i nomi dei ceramisti, i loro estremi esistenziali e cronologici, i rapporti familiari, la costruzione e la trasmissione delle botteghe ceramiche e, ancora, le committenze e i commerci dei loro prodotti, nonché la nomenclatura ceramica nella tradizione locale. Contrariamente a quanto avviene per altri centri produttivi, per Laterza ad esempio, per Grottaglie – che pur vanta forse il più vasto e importante “quartiere delle ceramiche” in ambiente rupestre ancora in attività – mancano studi storici sistematici sulle antiche botteghe e fornaci (i “Camini”), sulla loro ubicazione e distribuzione urbanistica, sulla loro proprietà e sui passaggi di proprietà, e ancora sulla loro valenza produttiva ed economica. Anche queste ricerche potrebbero dare un avallo storicamente e scientificamente valido alla antichità vantata, a volte solo a parole, da tante botteghe attuali”.

Il solo elenco degli altri argomenti sviluppati da Carlo e Antonio Dell’Aquila (che non possiamo qui per ragione di spazio trattare analiticamente) è sufficiente per comprenderne interesse e importanza: “Gli antichi ceramisti grottagliesi” –  “Le produzioni” – “La produzione tardo barocca delle giare o “ciarle” . “I  maestri faenzari: Andreuccio, Marinaro e Lapesa” –  “Conclusioni”. Come pure l’Appendice (con documenti riguardanti due famosi ceramisti: la discussa e misteriosa figura di Ciro La Pesa (ancora tutta da indagare e decifrare dal punto di vista della sua reale attività lavorativa) e quella più sicura di Francesco Saverio Marinaro); e infine le fitte e preziose “Note”  finali.

Le pagine di Carlo e Antonio Dell’Aquila costituiscono così non solo un impulso efficace ai fini di un approfondimento critico, ma anche un autorevole riconoscimento alla plurisecolare esperienza umana e culturale della ceramica grottagliese e dell’antica Terra d’Otranto.

 

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmineappartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Antica presenza ebraica a Grottaglie. L’attività di tintori e conciapelli

 

La festa delle trombe

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare comune. Grottaglie, Bottega Tromba di S. Pietro (bottega Vestita, Grottaglie)

di Rosario Quaranta

 

Stando a una tradizione medievale, la presenza di ebrei in alcune città della Puglia risalirebbe addirittura agli anni immediatamente successivi alla caduta di Gerusalemme del ‘70 dopo Cristo ad opera di Tito e alla conseguente deportazione degli abitanti: “Quelli che (Tito) stabilì in Taranto, Otranto e in altre città della Puglia fu di circa 5.000”si legge nell’opera  Sefer Iosefon risalente al X secolo. Se questa notizia suscita qualche dubbio o perplessità circa la realtà storica dell’avvenimento, non altrettanto si può dire circa la presenza di ebrei nella città bimare a partire dalla fine del quarto secolo dopo Cristo, che è attestata  da una consistente documentazione epigrafica in greco, latino ed ebraico, conservata nel Museo Nazionale di Taranto e da molti altri documenti che Cesare Colafemmina ha studiato e proposto nella monografia Gli ebrei a Taranto: fonti documentarie (Bari 2005).

Per l’illustre studioso quella degli ebrei fu una presenza piuttosto consistente che diede vita a una vera e propria cultura ebraica pugliese e che vide nei secoli VIII-IX una grande fioritura poetica.  Poiché la maggior parte delle iscrizio­ni sono in latino, si pensa che la colo­nia ebraica si identificò con l’elemento latino-longobardo piuttosto tollerante nei loro confronti. I Longobardi presero Taranto tra il 670 e il 680, togliendola a Bisanzio, e la tennero fino all’840, quando venne occupata dagli Arabi, scacciati a loro volta 40 anni dopo dai Bizantini che ripristinarono la cultura greca.

Un riferimento ufficiale alla presenza degli Ebrei a Taranto si ritrova  nel diploma del 1133 di  Ruggero II (confermato poi nel 1195 da Enrico VI di Svevia) in cui il re normanno, accogliendo le richieste del vescovo Rosemanno, concesse a lui e alla sua chiesa le donazioni e i privilegi già fatti dal duca Roberto il Guiscardo, dal prin­cipe Boemondo e dalla madre di questi Costanza. Fra le dona­zioni c’erano molti casali tra i quali Grottaglie, ma c’erano pure i redditi sulle attività dei giudei della città.

Grottaglie. La gravina del Fullonese. Qui gli ebrei, prima di trasferirsi nella Giudecca, esercitarono le loro attività di tintori e conciapelli

Oltre che a Taranto, ebrei e neofiti si impiantarono in alcune località vicine. Altri vi immigravano da sedi più lontane. Talora si trattava di presenze occasionali dovute a motivi commerciali o professionali, come a Massafra. Presenze stabili sono attestate a Grottaglie, Martina Franca, Manduria, Castellaneta. In que­st’ultima cittadina è ancora in uso il toponimo Via Giudea. La vita degli ebrei a Taranto non era fatta solo di commercio, artigianato, prestito bancario. Alcuni codici ebraici del XV seco­lo ci illuminano sugli aspetti più profondi dell’identità ebraica, quella culturale e religiosa (…).

Federico, figlio di Ferrante I d’Aragona, con i Capitoli del 12 giugno 1498 concesse agli ebrei una lunga serie di garanzie e di riconoscimenti di diritti. Successivamente, con la conquista spagnola del regno di Napoli (1503) si assistette al tramonto e alla fine del Giudaismo dell’Italia meridionale, dapprima col bando di espulsione del 1510 di Ferdinando il Cattolico che interessava tutti i giudei e i “cristiani novelli”, salvo poche eccezioni; e infine con Carlo V che “nel maggio 1541 emanò un decreto con cui ordinava senza pietà a tutti i giudei che abitavano nel regno di Napoli di uscire dalle sue terre entro il mese di ottobre. Entro la data stabilita, i giudei pugliesi lasciarono il Regno: alcuni si avviarono alla volta di Roma, gli altri si imbarcarono chi per Venezia, chi per Ragusa, la maggior parte per Corfù e Salonicco. Restarono solo quei neofiti che si erano assimilati alla popolazione cristiana e nella quale poco per volta si dissolsero. Ma le autorità non li dimenticavano, e per parecchio tempo restò loro appiccicata la qualifica, invero poco onorevole e sempre fonte di sospetti, di “cristiani novelli” (Colafemmina).
Secondo alcuni documenti e una tradizione costante, anche a Grottaglie si è registrata quindi una attiva presenza ebraica tra basso Medioevo e primo Cinquecento.

Inizialmente, secondo la ricostruzione fatta da Ciro Cafforio nella monografia La Lama del Fullonese (Taranto 1961), essi si stanziarono nella gravina del Fullonese per esercitarvi la tintoria e la concia delle pelli, come il toponimo lascia intendere: “i giudei venuti in quel tempo, nella nuova dimora trovarono condizioni favorevoli all’esercizio e allo sviluppo dei loro mestieri. La pastorizia e l’allevamento di bovini di razza pregiata, detti dal pelo lom­bardo, erano praticati su larga scala dai naturali del luogo e forniva­no le pelli da conciare; i boschi poi offrivano abbondantemente fo­glie di lentischio e di corbezzolo, cortecce di quercia e noci di galla: vegetali questi che, contenendo grande quantità di tannino, di acido gallico e di mannite, erano usati direttamente come materie concian­ti. In molte antiche scritture una contrada dell’agro di Grottaglie è chiamata «Monte di Giuda seu la strada di Ceglie». Essa veniva a trovarsi al nord-est dell’abitato ed è così precisata nella Platea dei beni della Mensa Arcivescovile di Taranto. Per essere detta località macchiosa con cespugli di corbezzoli e di lentischi, non sembra difficile che i giudei del Fullonese l’abbiano presa in enfiteusi o secondo l’uso longobardo col sistema curtense, donde il nome «corte » per la raccolta della «frasca». Sugli spalti della lama è ancora visibile qualche vasca di macerazione, scavata nella roccia. L’acqua necessaria a tale uso sulle prime fu attinta da pozzi esistenti nel fondo valle; in seguito, per le maggiori necessità, il Pubblico Reggimento fece scavare dei pozzi di acqua viva a po­nente della lama nel luogo che da allora si disse «de puteis novis» (…).

Antichi mestieri a Grottaglie: lu cunzatòri e lu panaràro in un acquerello di Angelo Pio De Siati (1998)

In conseguenza poi del mestiere di tintori, la tradizione ricorda che gli Ebrei diffusero negli orti e nei giardini di Grottaglie la cul­tura del melograno, il frutto del quale, come è noto, dà la corteccia che si usa per tingere di giallo le stoffe e i marocchini. Circa la religione, è superfluo dire che gli immigrati, quando si stabilirono nella lama del Fullonese, professavano il giudaismo, al quale rimasero fedeli ancora per qualche secolo. Il luogo in cui si riu­nivano per pregare e leggerela Scritturaè visibile anche oggi. Sulla fiancata destra della lama e propriamente quasi alla metà, là dove il solco vallivo forma un gomito più accentuato, si aprono due grot­te discretamente conservate (…). Con la costruzione delle mura del paese, le grot­te della lama del Fullonese vennero tagliate fuori e allora gli abitan­ti si ridussero nell’area fortificata. Gli Ebrei ebbero a loro disposizio­ne un rione nella parte sud-ovest del paese, vicino alla porta S. An­tonio. Il rione fu detto «la Giudeca»; la strada di accesso «de li cuoiai » prima, e «delli scarpari» poi. La chiesa ivi esistente fu detta S. Stefano «dei Giudei» (…). La conversione fu una conseguenza naturale  della convivenza col popolo grottagliese e una necessità. Anche a volersi mantenere fedeli alle tradizionali credenze, come è il carattere spiccato dei giu­dei, gl’inevitabili rapporti economici e sociali con i cristiani, annessi e connessi con i mestieri che esercitavano, indebolirono a poco a po­co l’intransigenza dei loro principi religiosi. Ma fu anche una neces­sità : 1) per beneficiare delle concessioni e privilegi che i principi lar­givano agli abitanti di Grottaglie; 2) per sottrarsi alle decime dovu­te all’Arcivescovo di Taranto, che per giunta era feudatario del luogo; 3) per liberarsi dal disprezzo col quale venivano fatti segno nella settimana di Passione, quando cioè la Chiesa commemora la morte di Cristo, dovuta proprio ai giudei.

Questi novelli cristiani nel corso dei secoli esercitarono sempre i mestieri di tintori e di conciapelli; alcuni si elevarono al rango di commercianti, tenendo botteghe di «pannacciari di piazza, propria­mente sottola Ven. Confraternitadel S.S. Rosario». Essi portaro­no la loro attività a sì alto grado da meritare l’esenzione delle tasse, caso unico nella storia ferocemente fiscale di Grottaglie che si di­batteva in deficit e debiti, liquidati solo quando fu abolito il feudalesimo (…) I giudei, entrando dunque ad abitare nella cerchia delle mura di Grottaglie, al principio del secolo XIV si unirono ai Grottagliesi anche spiritualmente, e contribuirono in tutti i tempi a dar lustro alla patria adottiva.”

Censuario del 1417 incui viene riportato il nome di Nicolao, un ebreo “neophita” o “cristiano novello” di Grottaglie

Altre testimonianze documentali sulla presenza degli ebrei a Grottaglie, oltre quelle richiamate dal Cafforio, ho potuto ritrovarle in alcuni codici e pergamene dei secoli XV-XVI conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Taranto e nell’Archivio Capitolare di Grottaglie, e in particolare:
a.    Registro censuario del 1417 in cui si parla di una casa e di un terreno locati rispettivamente per venti anni e in perpetuo  a “Nicolao neophito”, ossia a un giudeo convertito al cristianesimo (Registrum exaratum in anno MCCCCXVII pro Maiori Ecclesia Annunciationis Criptalearum, Ms in Archivio Arcivescovile di Taranto).

La pergamena del 1486 incui figurano i nomi dei due giudei di Grottaglie, Mosè e Giacobbe

b.    Una pergamena del 12 agosto1486, in cui si fa riferimento al diacono Angelo de Gasparro che chiede copia di una sentenza del capitano arcivescovile Darede de Cava, riguardante i giudei Mosè e Giacobbe da Rossano contro Mico de Michi (Archivio Capitolare di Grottaglie, Pergamene, Notaio Cataldo De Tipaldo)

  1. Alcuni riferimenti nel protocollo del notaio Federico Ciracì (Federicus Cirasinus) dai quali si ha notizia di una località extraurbana denominata S. Pietro de Iudeis (Atto del 2 novembre 1531) e dell’esistenza della Giudecca presso le mura (in convicinio de Iudeca iuxta moenia; atto del 24 gennaio 1532). In quest’ultimo documento il venerabile D. Donato Ristaino affitta a mastro Geronimo Manigrasso una casa palazzata con camera e cisterna sita appunto nel rione della Giudecca, per nove anni e per cinque ducati l’anno, per farci una conceria di pelli e per esercitarvi tutte le attività connesse all’arte del conciapelli.

Gli Ebrei avrebbero lasciato il ricordo della loro permanenza a Grottaglie non solo nella onomastica e nella vita economica, ma anche in una manifestazione folcloristica che si svolgeva annualmente il 29 giugno.

Si tratta della festa delle trombe che così viene descritta dal Cafforio: “questa consisteva nell’allietare maggiormente la ricorrenza religiosa col suono delle trombe di argilla, di fabbricazione locale, dai primi vespri della vigi­lia fino alla notte del 29 giugno. Simpatica pratica folcloristica, que­sta, e forse unica nella nostra regione, che fu anche introdotta in Grottaglie dai cristiani novelli. È  noto che gli Ebrei usarono le trom­be da principio nel Tabernacolo nei giorni delle feste solenni, quan­do immolavansi gli olocausti e le vittime di pacificazione; in seguito nel tempio per annunziarvi le feste solenni, l’ingresso del giorno di sabato e i giorni della luna nuova (…) I ragazzi, appena venuti in possesso delle trombe, toccavano, co­me suoi dirsi, il cielo col dito le provavano, tentavano gli acuti da prima con cautela per non impressionare bruscamente gli orecchi dei familiari e poi a gran fiato. Chi poteva uscire all’aperto, sulla strada o in cortile, si sbizzarriva a volontà, e così il frastuono comincia­va. Ma il più alto grado dello strepito si raggiungeva la sera della fe­sta nei pressi della chiesa di S. Pietro (…) A notte alta tornava il silenzio e quei suoni non si sentivano più per un anno preciso, perché a festa finita gli strumenti di argilla anda­vano in frantumi.”

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare ritorto. Grottaglie, Bottega Caretta, Grottaglie

La “festa delle trombe” (e chi scrive la ricorda bene), interrottasi per molti decenni, è stata ripresa con successo da qualche anno grazie al “Piccolo Teatro di Grottaglie”. E così anche quest’anno, il 29 giugno, giorno consacrato ai santi Pietro e Paolo, nella piazzetta antistante la piccola chiesa dedicata al principe degli apostoli, sarà possibile ascoltare, tra canti, poesie e musiche popolari, quel caratteristico, roco suono delle effimere trombe in terracotta che rinnoverà il ricordo di una tradizione che si perde nel buio dei tempi.

Santa Maria “in silvis”. Il santuario di Santa Maria Mutata presso Grottaglie


di Rosario Quaranta

 

 

Il santuario di S. Maria della Mutata, posto a poco più di sei chilometri sulla strada che da Grottaglie porta a Martina, è dedicato alla Vergine Assunta ed è sito in quella che una volta era denominata la Foresta Tarantina, ai piedi dei monti di Martina, per cui è anche detta S. Maria in Silvis.

Una chiesa storicamente molto importante non solo per gli abitanti di Grottaglie ma anche dei paesi vicini che, in particolare la Domenica in Albis, successiva alla Pasqua, e il 15 agosto, festa dell’Assunta, vi accorrono ancora numerosi per venerarla.

 

Il sacro tempio, oggi affidato ai Padri Minimi di Grottaglie, è stato elevato a Santuario Mariano della città della ceramica e della diocesi di Taranto con decreto dell’arcivescovo Mons. Ferdinando Bernardi del 1 aprile 1954.

L’appellativo di Mutata è da riferirsi, secondo la tradizione, a un fatto prodigioso avvenuto nel 1359: “V’era un contrasto tra gli abitanti di Grottaglie e quelli di Martina per il possesso della detta chiesa; l’immagine della Madonna era dipinta sulla parete a Sud e guardava verso la Terra di Martina per cui i martinesi deduceva­no l’affermazione dei loro diritti; ma un giorno la stessa immagine venne ritrovata dipinta sulla parete a Nord guardando verso Grottaglie. Per tale repentino cambiamento è chiamata S. Maria di Mutata”.

Su tale titolo esistono, però, molte opinioni. Come spiega lo storico Ciro Cafforio nella sua monografia Santa Maria  Mutata nell’ex feudo di San Vittore della mensa arcivescovile di Taranto,(Taranto 1954),  è più probabile che “Mutata” si riferisca ai vari punti di riposo, di rifornimento e di cambio delle cavalcature anticamente dislocate lungo le strade e perciò il toponimo indicherebbe questa  “mutazione”.

Nel 1634 l’antico tempio, risalente secondo alcuni storici al secolo X, risulta completo in tutte le sue parti, anche nella decorazione delle volte e delle pareti, come si rileva dalla data che corre sotto lo stemma dell’arcivescovo di Taranto cardinal Egidio Albornoz (1630-1637) dipinto al centro della navata maggiore, sulla porta interna dell’arco che guarda l’altare.

La facciata, molto semplice si suddivide in tre sezioni: le due laterali a superficie liscia hanno due finestre e terminano in alto a linea orizzontale. A coronamento della sezione di sinistra sorge l’edicola campanaria a vela, con due archi sotto i quali sono sospese le campane. La sezione centrale della facciata, più alta e più larga delle laterali, è animata da cinque lesene sulle quali si sviluppa un frontone triangolare con interruzione al vertice, nella quale si innesta una croce greca. La lesena di mezzo è annullata dal basso fino al capitello da due vuoti: la porta di entrata al santuario ha sull’architrave il motivo decorativo del frontone più in alto una nicchia contenente il simulacro della Vergine della Mu­tata in terracotta colorata.

L’interno della chiesa, escluse la sagrestia e le cappelle terminali delle navate, è a base quadrata, misurando m. 15 di lato.

La navata centrale, larga 8 m. è formata da tre campate con volte a crociera piuttosto basse e termina in fondo con l’abside sulla cui parete, in un grande armadio di legno del Seicento con intagli dorati e colorati su fondo bianco, si può ammirare il miraco­loso Crocifisso risalente al secolo XV e  ricordato nella visita di Mons. Brancaccio del 1577.

Ai lati sono inquadrate due piccole tele di buona fattura (sec. XVII), rappresentanti due episodi della passione: Gesù legato alla colonna e Gesù con la canna. Armadio e pitture sono della prima metà del Seicento.

Nella navata laterale, a sinistra entrando in chiesa, si eleva il primo altare, sul quale era collocata  un’antica tela del primo Settecento riproducente la Vergine del Carmelo tra San Lorenzo e S. Francesco di Paola, trafugata alcuni anni fa. L’ultimo altare della navata sinistra, in origine intitolato a Santa Barbara, ospitava un grande quadro della martire e venne fatto dipingere da D. Antonio Ettorre nei primissimi anni del Settecento; venne poi rimosso per ospitare un quadro di San Ciro del Solimena,  sostituito a sua volta con altro quadro raffigurante sempre S. Ciro, del pittore grottagliese Ciro Fanigliulo. Tutti questi quadri sono stati, purtroppo, rubati.

Nella navata destra, sotto la prima campata, s’innalza l’altare con la statua di S. Giuseppe in pietra calcarea dipinta, a grandezza naturale, in atto di condurre per mano il Bambino Gesù (sec. XVIII).

Fra i due pilastri che seguono, si apre una nicchia in cui fino a qualche anno fa si conservava una piccola e interessante statua romanica della Vergine in pietra bianca (sec. XII o XIII), ritrovata nei primi anni del Novecento sotto l’altare maggiore; recentemente restaurata è sistemata attualmente nella chiesa madre per motivi di sicurezza.

L’altare della Mutata s’innalza sotto l’arco estremo del braccio trasversale della croce. E’ sormontata da una trabeazione che poggia su quattro mezze colonne, due a destra e due a sinistra; al centro di queste, incassato nel muro è l’antico affresco risalente al periodo bizantino e più volte  ritoccato della Madonna miracolosa.

La volta del tempio è in massima parte vivacemente affrescata da un ignoto pittore locale del primo Seicento, anche se l’opera risulta manomessa da infelici recenti interventi.

Notevole la cupoletta dell’altare della Vergine, tutta dipinta con l’apoteosi di Maria attorniata da stuoli di angeli e di santi. Nei ventagli sono dipinti i quattro evangelisti; intorno all’attico si aggira una lunga teoria di santi; nella calotta la Vergine Assunta, tutta raccolta in sublime e umile preghiera, è dipinta in atto di ricevere sul capo la corona da Dio Padre e dal Divino Figlio, mentre in alto volteggia lo Spirito Santo sotto forma di colomba

Segue sotto la terza campata l’altare dedicato a S. Cataldo (sec. XVIII) e quello di S. Francesco De Geronimo (metà sec. XIX).

Il pavimento maiolicato è formato da quadrelli verniciati di argilla con ornati geometrici o di foglie e fiori a colori uniti e decisi, tra i quali dominano il giallo, il celeste e il rosa su fondo bianco. Il manufatto, produzione dell’industria figulina locale, è di grande importanza, perché dimostra l’evoluzione e la continuità dell’arte ceramica grottagliese. Si possono individuare, infatti, pezzi e tipologie di epoca diversa (secc. XVII – XIX).

 

Ai piedi della Vergine della Mutata in questo chiesa, come è riportato nella visita pastorale del 1577 di mons. Lelio  Brancaccio arcivescovo di Taranto, e come si ricordava in una tela conservata una volta e poi trafugata dalla sagrestia della chiesa di S. Francesco di Paola, l’eroe grottagliese Pietro D’Onofrio depose il vessillo che in battaglia aveva sottratto ai turchi in una battaglia avvenuta nei pressi di Rossano nel 1575. In seguito a quella vittoria egli ebbe il titolo di sergente maggiore e  introdusse, nel giorno della sua festa, il “proelium iocosum”, ossia una finta battaglia dei cristiani contro i turchi.

Una battaglia commemorativa che si tenne fino al 1788, quando venne abolita per ordine di Mons. Capecelatro. Venne così tramutata in una più semplice “scamiciata” che si è tenuta fino al 1935.

In onore della loro protettrice, i Grottagliesi fecero realizzare a Napoli nel 1777 una splendida statua d’argento, opera di Lorenzo e Tommaso Telese, che si custodisce nella chiesa delle le monache clarisse.

Antica presenza ebraica a Grottaglie. L’attività di tintori e conciapelli

La festa delle trombe

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare comune. Grottaglie, Bottega Tromba di S. Pietro (bottega Vestita, Grottaglie)

di Rosario Quaranta

 

Stando a una tradizione medievale, la presenza di ebrei in alcune città della Puglia risalirebbe addirittura agli anni immediatamente successivi alla caduta di Gerusalemme del ‘70 dopo Cristo ad opera di Tito e alla conseguente deportazione degli abitanti: “Quelli che (Tito) stabilì in Taranto, Otranto e in altre città della Puglia fu di circa 5.000”si legge nell’opera  Sefer Iosefon risalente al X secolo. Se questa notizia suscita qualche dubbio o perplessità circa la realtà storica dell’avvenimento, non altrettanto si può dire circa la presenza di ebrei nella città bimare a partire dalla fine del quarto secolo dopo Cristo, che è attestata  da una consistente documentazione epigrafica in greco, latino ed ebraico, conservata nel Museo Nazionale di Taranto e da molti altri documenti che Cesare Colafemmina ha studiato e proposto nella monografia Gli ebrei a Taranto: fonti documentarie (Bari 2005).

Per l’illustre studioso quella degli ebrei fu una presenza piuttosto consistente che diede vita a una vera e propria cultura ebraica pugliese e che vide nei secoli VIII-IX una grande fioritura poetica.  Poiché la maggior parte delle iscrizio­ni sono in latino, si pensa che la colo­nia ebraica si identificò con l’elemento latino-longobardo piuttosto tollerante nei loro confronti. I Longobardi presero Taranto tra il 670 e il 680, togliendola a Bisanzio, e la tennero fino all’840, quando venne occupata dagli Arabi, scacciati a loro volta 40 anni dopo dai Bizantini che ripristinarono la cultura greca.

Un riferimento ufficiale alla presenza degli Ebrei a Taranto si ritrova  nel diploma del 1133 di  Ruggero II (confermato poi nel 1195 da Enrico VI di Svevia) in cui il re normanno, accogliendo le richieste del vescovo Rosemanno, concesse a lui e alla sua chiesa le donazioni e i privilegi già fatti dal duca Roberto il Guiscardo, dal prin­cipe Boemondo e dalla madre di questi Costanza. Fra le dona­zioni c’erano molti casali tra i quali Grottaglie, ma c’erano pure i redditi sulle attività dei giudei della città.

Grottaglie. La gravina del Fullonese. Qui gli ebrei, prima di trasferirsi nella Giudecca, esercitarono le loro attività di tintori e conciapelli

Oltre che a Taranto, ebrei e neofiti si impiantarono in alcune località vicine. Altri vi immigravano da sedi più lontane. Talora si trattava di presenze occasionali dovute a motivi commerciali o professionali, come a Massafra. Presenze stabili sono attestate a Grottaglie, Martina Franca, Manduria, Castellaneta. In que­st’ultima cittadina è ancora in uso il toponimo Via Giudea. La vita degli ebrei a Taranto non era fatta solo di commercio, artigianato, prestito bancario. Alcuni codici ebraici del XV seco­lo ci illuminano sugli aspetti più profondi dell’identità ebraica, quella culturale e religiosa (…).

Federico, figlio di Ferrante I d’Aragona, con i Capitoli del 12 giugno 1498 concesse agli ebrei una lunga serie di garanzie e di riconoscimenti di diritti. Successivamente, con la conquista spagnola del regno di Napoli (1503) si assistette al tramonto e alla fine del Giudaismo dell’Italia meridionale, dapprima col bando di espulsione del 1510 di Ferdinando il Cattolico che interessava tutti i giudei e i “cristiani novelli”, salvo poche eccezioni; e infine con Carlo V che “nel maggio 1541 emanò un decreto con cui ordinava senza pietà a tutti i giudei che abitavano nel regno di Napoli di uscire dalle sue terre entro il mese di ottobre. Entro la data stabilita, i giudei pugliesi lasciarono il Regno: alcuni si avviarono alla volta di Roma, gli altri si imbarcarono chi per Venezia, chi per Ragusa, la maggior parte per Corfù e Salonicco. Restarono solo quei neofiti che si erano assimilati alla popolazione cristiana e nella quale poco per volta si dissolsero. Ma le autorità non li dimenticavano, e per parecchio tempo restò loro appiccicata la qualifica, invero poco onorevole e sempre fonte di sospetti, di “cristiani novelli” (Colafemmina).
Secondo alcuni documenti e una tradizione costante, anche a Grottaglie si è registrata quindi una attiva presenza ebraica tra basso Medioevo e primo Cinquecento.

Inizialmente, secondo la ricostruzione fatta da Ciro Cafforio nella monografia La Lama del Fullonese (Taranto 1961), essi si stanziarono nella gravina del Fullonese per esercitarvi la tintoria e la concia delle pelli, come il toponimo lascia intendere: “i giudei venuti in quel tempo, nella nuova dimora trovarono condizioni favorevoli all’esercizio e allo sviluppo dei loro mestieri. La pastorizia e l’allevamento di bovini di razza pregiata, detti dal pelo lom­bardo, erano praticati su larga scala dai naturali del luogo e forniva­no le pelli da conciare; i boschi poi offrivano abbondantemente fo­glie di lentischio e di corbezzolo, cortecce di quercia e noci di galla: vegetali questi che, contenendo grande quantità di tannino, di acido gallico e di mannite, erano usati direttamente come materie concian­ti. In molte antiche scritture una contrada dell’agro di Grottaglie è chiamata «Monte di Giuda seu la strada di Ceglie». Essa veniva a trovarsi al nord-est dell’abitato ed è così precisata nella Platea dei beni della Mensa Arcivescovile di Taranto. Per essere detta località macchiosa con cespugli di corbezzoli e di lentischi, non sembra difficile che i giudei del Fullonese l’abbiano presa in enfiteusi o secondo l’uso longobardo col sistema curtense, donde il nome «corte » per la raccolta della «frasca». Sugli spalti della lama è ancora visibile qualche vasca di macerazione, scavata nella roccia. L’acqua necessaria a tale uso sulle prime fu attinta da pozzi esistenti nel fondo valle; in seguito, per le maggiori necessità, il Pubblico Reggimento fece scavare dei pozzi di acqua viva a po­nente della lama nel luogo che da allora si disse «de puteis novis» (…).

Antichi mestieri a Grottaglie: lu cunzatòri e lu panaràro in un acquerello di Angelo Pio De Siati (1998)

In conseguenza poi del mestiere di tintori, la tradizione ricorda che gli Ebrei diffusero negli orti e nei giardini di Grottaglie la cul­tura del melograno, il frutto del quale, come è noto, dà la corteccia che si usa per tingere di giallo le stoffe e i marocchini. Circa la religione, è superfluo dire che gli immigrati, quando si stabilirono nella lama del Fullonese, professavano il giudaismo, al quale rimasero fedeli ancora per qualche secolo. Il luogo in cui si riu­nivano per pregare e leggerela Scritturaè visibile anche oggi. Sulla fiancata destra della lama e propriamente quasi alla metà, là dove il solco vallivo forma un gomito più accentuato, si aprono due grot­te discretamente conservate (…). Con la costruzione delle mura del paese, le grot­te della lama del Fullonese vennero tagliate fuori e allora gli abitan­ti si ridussero nell’area fortificata. Gli Ebrei ebbero a loro disposizio­ne un rione nella parte sud-ovest del paese, vicino alla porta S. An­tonio. Il rione fu detto «la Giudeca»; la strada di accesso «de li cuoiai » prima, e «delli scarpari» poi. La chiesa ivi esistente fu detta S. Stefano «dei Giudei» (…). La conversione fu una conseguenza naturale  della convivenza col popolo grottagliese e una necessità. Anche a volersi mantenere fedeli alle tradizionali credenze, come è il carattere spiccato dei giu­dei, gl’inevitabili rapporti economici e sociali con i cristiani, annessi e connessi con i mestieri che esercitavano, indebolirono a poco a po­co l’intransigenza dei loro principi religiosi. Ma fu anche una neces­sità : 1) per beneficiare delle concessioni e privilegi che i principi lar­givano agli abitanti di Grottaglie; 2) per sottrarsi alle decime dovu­te all’Arcivescovo di Taranto, che per giunta era feudatario del luogo; 3) per liberarsi dal disprezzo col quale venivano fatti segno nella settimana di Passione, quando cioè la Chiesa commemora la morte di Cristo, dovuta proprio ai giudei.

Questi novelli cristiani nel corso dei secoli esercitarono sempre i mestieri di tintori e di conciapelli; alcuni si elevarono al rango di commercianti, tenendo botteghe di «pannacciari di piazza, propria­mente sottola Ven. Confraternitadel S.S. Rosario». Essi portaro­no la loro attività a sì alto grado da meritare l’esenzione delle tasse, caso unico nella storia ferocemente fiscale di Grottaglie che si di­batteva in deficit e debiti, liquidati solo quando fu abolito il feudalesimo (…) I giudei, entrando dunque ad abitare nella cerchia delle mura di Grottaglie, al principio del secolo XIV si unirono ai Grottagliesi anche spiritualmente, e contribuirono in tutti i tempi a dar lustro alla patria adottiva.”

Censuario del 1417 incui viene riportato il nome di Nicolao, un ebreo “neophita” o “cristiano novello” di Grottaglie

Altre testimonianze documentali sulla presenza degli ebrei a Grottaglie, oltre quelle richiamate dal Cafforio, ho potuto ritrovarle in alcuni codici e pergamene dei secoli XV-XVI conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Taranto e nell’Archivio Capitolare di Grottaglie, e in particolare:
a.    Registro censuario del 1417 in cui si parla di una casa e di un terreno locati rispettivamente per venti anni e in perpetuo  a “Nicolao neophito”, ossia a un giudeo convertito al cristianesimo (Registrum exaratum in anno MCCCCXVII pro Maiori Ecclesia Annunciationis Criptalearum, Ms in Archivio Arcivescovile di Taranto).

La pergamena del 1486 incui figurano i nomi dei due giudei di Grottaglie, Mosè e Giacobbe

b.    Una pergamena del 12 agosto1486, in cui si fa riferimento al diacono Angelo de Gasparro che chiede copia di una sentenza del capitano arcivescovile Darede de Cava, riguardante i giudei Mosè e Giacobbe da Rossano contro Mico de Michi (Archivio Capitolare di Grottaglie, Pergamene, Notaio Cataldo De Tipaldo)

  1. Alcuni riferimenti nel protocollo del notaio Federico Ciracì (Federicus Cirasinus) dai quali si ha notizia di una località extraurbana denominata S. Pietro de Iudeis (Atto del 2 novembre 1531) e dell’esistenza della Giudecca presso le mura (in convicinio de Iudeca iuxta moenia; atto del 24 gennaio 1532). In quest’ultimo documento il venerabile D. Donato Ristaino affitta a mastro Geronimo Manigrasso una casa palazzata con camera e cisterna sita appunto nel rione della Giudecca, per nove anni e per cinque ducati l’anno, per farci una conceria di pelli e per esercitarvi tutte le attività connesse all’arte del conciapelli.

Gli Ebrei avrebbero lasciato il ricordo della loro permanenza a Grottaglie non solo nella onomastica e nella vita economica, ma anche in una manifestazione folcloristica che si svolgeva annualmente il 29 giugno.

Si tratta della festa delle trombe che così viene descritta dal Cafforio: “questa consisteva nell’allietare maggiormente la ricorrenza religiosa col suono delle trombe di argilla, di fabbricazione locale, dai primi vespri della vigi­lia fino alla notte del 29 giugno. Simpatica pratica folcloristica, que­sta, e forse unica nella nostra regione, che fu anche introdotta in Grottaglie dai cristiani novelli. È  noto che gli Ebrei usarono le trom­be da principio nel Tabernacolo nei giorni delle feste solenni, quan­do immolavansi gli olocausti e le vittime di pacificazione; in seguito nel tempio per annunziarvi le feste solenni, l’ingresso del giorno di sabato e i giorni della luna nuova (…) I ragazzi, appena venuti in possesso delle trombe, toccavano, co­me suoi dirsi, il cielo col dito le provavano, tentavano gli acuti da prima con cautela per non impressionare bruscamente gli orecchi dei familiari e poi a gran fiato. Chi poteva uscire all’aperto, sulla strada o in cortile, si sbizzarriva a volontà, e così il frastuono comincia­va. Ma il più alto grado dello strepito si raggiungeva la sera della fe­sta nei pressi della chiesa di S. Pietro (…) A notte alta tornava il silenzio e quei suoni non si sentivano più per un anno preciso, perché a festa finita gli strumenti di argilla anda­vano in frantumi.”

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare ritorto. Grottaglie, Bottega Caretta, Grottaglie

La “festa delle trombe” (e chi scrive la ricorda bene), interrottasi per molti decenni, è stata ripresa con successo da qualche anno grazie al “Piccolo Teatro di Grottaglie”. E così anche quest’anno, il 29 giugno, giorno consacrato ai santi Pietro e Paolo, nella piazzetta antistante la piccola chiesa dedicata al principe degli apostoli, sarà possibile ascoltare, tra canti, poesie e musiche popolari, quel caratteristico, roco suono delle effimere trombe in terracotta che rinnoverà il ricordo di una tradizione che si perde nel buio dei tempi.

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmine appartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Seicento in Terra d’Otranto: oppressione fiscale, gabelle, violenze; privilegi e immunità ecclesiastica

350 ANNI FA L’ASSASSINIO DELL’ARCIPRETE DI GROTTAGLIE FRANCESCO ANTONIO CARAGLIO

(22 MAGGIO 1662)

 

TRA PREPOTENZE E VIOLENZE BARONALI, 

SCOMUNICHE E DIFESA DELLE IMMUNITÀ ECCLESIASTICHE

 

di Rosario Quaranta

L’arciprete di Grottaglie Francesco Antonio Caraglio, assassinato nel1662, a soli 35 anni, per aver difeso l’immunità ecclesiastica dalle prepotenze baronali

Il 24 maggio 1662, davanti al Capitolo della Collegiata di Grottaglie riunito in una atmosfera plumbea, D. Niccolò Antonio Angiulli, “procu­ratore dei morti”, leggeva con comprensibile dolore e tristezza una lettera pervenuta dal Vicario Generale di Taranto che annunciava: essen­dosi inteso con particolare disgusto l’assassinamento fatto da vilissimi et empii figli d’iniquità in persona dell’Arciprete di cotesta Terra delle Grottaglie nella Terra di Francavilla diocesi d’Oria, Mons. Arcivescovo con il suo solito zelo pastorale non tralasciando oprare quanto sarà necessario e li viene imposto da’ sacri canoni per il castigo di sì enorme delitto; vuole intanto che le SS. VV. per trenta giorni festivi nel Choro genuflessi prima  della Messa conventuale  recitino ad alta voce l’acclusi salmi et oratione contro quelli sacrileghi. Onde lo notifico alle SS. VV. e li bacio le mani. Taranto li 23 maggio 1662. Delle Signorie Vostre affetionatissimomo servitore Abate Ottaviano de Raho.

Era la mesta notizia dell’omicidio perpetrato nella persona dell’arciprete. Il testo della missiva, scarno e laconico, nascondeva una somma di gravissime tensioni, culminate tragicamente, tra la chiesa grottagliese e gli amministratori (curia baronale e governo cittadino).

L’uccisione di un ecclesiastico, per quanto esecranda, non era un caso unico, né sporadico, in quel tempo di prepotenze e di tirannia. La nostra mente correrà senza dubbio alla descrizione manzoniana del degrado politico-giudiziario nella Lombardia del secolo XVII; dalle nostre parti la situazione non fu migliore. Basti pensare che qualche anno prima, nel 1656 sempre a Grottaglie, ci fu un analogo delitto contro l’arciprete di Faggiano.

Era da decenni che in Terra d’Otranto, come in tutte le altre province del Viceregno, l’autorità del potere centrale e la giustizia dello Stato non riusciva a far sentire la propria voce contro lo strapotere dei feudatari locali.

Si leggano in proposito le illuminanti pagine scritte da Rosario Villari nel suo “La rivolta antispagnola a Napoli” e si scoprirà, ad esempio, fino a che punto giungesse la tracotanza del Conte di Conversano che fece uccidere non solo il Sindaco, ma anche massacrare i preti nella cattedrale di Nardò. Gli stessi responsabili della giustizia ammettono l’impotenza:  In questa Provincia  (di

Letterati salentini/ Fra Serafino dalle Grottaglie (1623 – 1689)

S. Francesco d’Assisi. Mattonella maiolicata policroma del sec. XVII. Francavilla Fontana, chiesa della Croce

LETTERATI SALENTINI

 

FRA SERAFINO DALLE GROTTAGLIE

 Donato Antonio D’Alessandro (1623 – 1689)

di Rosario Quaranta

Tra i tanti letterati salentini che affollarono il Seicento letterario un posto merita anche Fra Serafino dalle Grottaglie, figura autorevolmente riproposta anni fa da Mario Marti nel volume sugli Scrittori Salentini di Pietà fra Cinque e Settecento (Galatina 1992), ma che ha trovato attenzione anche in altri studiosi e critici come Francesco Zerella, Francesco Tateo, Benigno Perrone.

Per Marti si tratta di un autore interessante sul versante  puramente lette­rario. Egli, originario di un centro di tutto rispetto quanto a tradizioni cultu­rali e religiose (si pensi almeno al poeta Giuseppe Battista, al teologo del Concilio Tridentino Anto­nio Marinaro, al canonista Giacomo Pignatelli, a S. Francesco de Geronimo), riuscì ad acquisire una preparazione umanistico-filosofico-teologica di primo piano, tale da imporlo all’attenzione di molti e da consentirgli una versatilità di interessi te­stimoniata da una abbon­dante produzione lettera­ria: poesia epica e melo­drammatica, esegesi bi­blica, moralistica e poli­tica.

Uno scrittore che, secondo  quanto scrive Marti, «può es­sere (anzi dovrebbe es­sere) recuperato alla storia letteraria nazionale in gra­zia dei tre più grossi impe­gni, giunti salvi fino a noi: il poema del Mondo re­dento, i Lamenti sacri e scritturali, e infine L’idea della vera e buona politica togata e militare apparsa in prima  redazione  (1680, Mollo, a Cosenza) col titolo di Lettere scritturali, con le postille politiche». Opera, quest’ultima, che ha tratto qualcuno in inganno, inducendo a considerare Donato Antonio  D’Alessandro un politologo del Seicento; in realtà si deve ricondurre anche  questa esperienza in una dimen­sione puramente letteraria «laddove ogni cosa è messa in versi e tutto gronda letteratura»; una tensione letteraria piegata, però, al fine moralistico ed edificatorio, in sintonia pe­raltro con l’atmosfera controriformistica   all’in­temo della quale Fra Se­rafino si distingue per l’in­sistenza sul dolore con­naturato all’umana specie e sulla passione e morte del Redentore che Marti definisce in maniera appropriata «passiocentrismo».

Ma chi era Fra Serafino dalle Grottaglie?  Donato Antonio D’Alessandro (così egli si chiamava al secolo) nacque appunto a Grottaglie il 17 settembre 1623 da Cataldo e da Isabella Quaranta. Fu battezzato lo stesso giorno da D. Marcantonio Scardino essendo padrini D. Claudio Antoglietta e Chiara Marangiulo.

Spinto probabilmente dal conterraneo P. Ludovico La Grotta anch’egli francescano ri­formato (che insieme con Giuseppe Battista, aveva curato la sua prima formazione culturale) entrò nel 1641 tra i  frati Minori Osservanti Riformati compiendo il noviziato nel convento di Seclì. Fu poi guardiano più

Pezza Petrosa e il fascino di una vexata quaestio: “Della patria di Quinto Ennio"

Quinto Ennio

 Si è tenuta il 20 aprile scorso a Villa Castelli, in una sala consiliare affollata e particolarmente interessata, la presentazione del volume di Pietro Scialpi: “Il Parco Archeologico di Pezza Petrosa a Villa Castelli” (Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2011).

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato  alle Politiche Culturali – Ufficio Cultura e Turismo, in collaborazione con la Pro Loco di Villa Castelli, con l’Archeoclub di Bari e il Touring Club Italiano – Corpo Consolare della Puglia,  è stata preceduta  da una visita guidata a Visita al Parco Archeologico di Pezza Petrosa e al locale Museo Civico che accoglie numerosissimi reperti del sito archeologico.

Dopo i saluti del sindaco Francesco Nigro e dell’assessore Rocco Alò e alla presenza dell’Autore, il prof.  Rosario Quaranta, della Sezione tarantina  della Società di Storia Patria, ha tenuto una relazione che qui, in parte, si riporta.

  

“PEZZA PETROSA”: L’ANTICA CITTÀ SENZA NOME TRA GROTTAGLIE E VILLA CASTELLI

 

di Rosario Quaranta

 

La Rudia Tarentina, segnata nei pressi di Grottaglie, in una carta dell’Ortelio del 1601

“Lungo la strada che da Villa Castelli porta a Grottaglie in contrada “Pezza Petrosa” riposa, ancora chiusa nel mistero archeologico, una vasta e ricca zona di ruderi che, per alcuni studiosi sarebbero i resti di RUDIA TARANTINA, patria del poeta latino Quinto Ennio. La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una

Grottaglie/ Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento

In margine a una mostra

“SACRALITÀ DOMESTICA. SANTI IN TERRACOTTA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO”

Una piccola corte celeste a Casa Vestita nel Quartiere delle Ceramiche a Grottaglie in uno scenario da favola dove si incrociano storia arte e religiosità

 

di Rosario Quaranta

“Sacralità domestica. Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento”: questo il titolo di una mostra  inaugurata il 29 marzo scorso a “Casa Vestita” nel quartiere delle ceramiche a Grottaglie e che sta suscitando interesse e successo straordinari.  Un vero e proprio evento che, oltre a richiamare un buon numero di visitatori, ha solleticato l’attenzione massiccia dei “media” e in particolare del Web veicolando così questa intelligente operazione culturale ben oltre gli stretti confini provinciali e regionali.  Perché tutto questo non sembri inutile esagerazione, suggerisco al cortese Lettore di digitare, magari sul più classico canale di ricerca telematico, le parole  “sacralità domestica a Grottaglie” per verificare on line (è il caso di dirlo) l’impressionante numero di links e di servizi correlati.

C’è da chiedersi come mai una mostra di carattere religioso e popolaresco possa suscitare tanto interesse in un mondo così complesso e sempre meno

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici: Francesco Giacomo Pignatelli

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici:

Francesco Giacomo Pignatelli
canonista – teologo – erudito del secolo XVII

 

di Rosario Quaranta

L’insigne canonista Francesco Giacomo Pignatelli nacque a Grottaglie il 2 aprile 1625 da Vincenzo e da Donata D’Alessandro e fu battezzato 1’8 seguente da D. Orazio Greco essendo padrino il marchese di Monteiasi Carlo Ungaro. Appresi i primi rudimenti letterari nel paese e nel seminario di Taranto, venne aggregato al Capitolo della Collegiata grottagliese l’11 giugno 1639. Si portò poi a Roma per seguire gli studi filosofici e teologici, rivelando particolare inclinazione per la poesia e per il diritto. Fu ascritto all’Accademia dei Fanta­stici dando anche saggi di attività poetica e si addottorò in utroque jure meravigliando fortemente i professori della Minerva per la sua dottrina.
Creato parroco per le specchiate virtù e per le sterminate cognizioni, fu onorato in seguito con la dignità di camerlengo del clero romano. Per ben otto volte gli fu proposto il vescovado che rifiutò per modestia e per dedicarsi agli studi giuridici. La nona volta accettò il vescovado di Gravina (1685), ma, accusato ingiustamente, non poté essere consacrato, né prendere possesso della diocesi. Venne poi nominato parroco della chiesa romana di S. Maria in

Pergamene e codici restaurati dell’Archivio Capitolare di Grottaglie

 Presentazione delle pergamene e dei codici restaurati dell’Archivio Capitolare di Grottaglie

Domenica 22 gennaio 2012, h. 19.00

Chiesa Matrice di Grottaglie

 di Rosario Quaranta

Archivio Capitolare di Grottaglie. 1440. Bolla di concessione di indulgenza del cardinale Ugone di Cipro. La pergamena più antica

Da qualche settimana è stato immesso in rete l’importante fondo pergamenaceo dell’Archivio Capitolare di Grottaglie sulla pagina web “Pergamene di Puglia on line” del sito della Soprintendenza Archivistica per la Puglia. Un’iniziativa che conclude il riordinamento, il restauro e la digitalizzazione di un notevole “corpus” documentario che riguarda direttamente la storia religiosa (ma anche civile) della Città della Ceramica e che interessa anche la vita e la cultura del territorio circostante.

Archivio Capitolare di Grottaglie. Particolare di un codice restaurato, un “Antifonario” del secolo XVI

      Studiosi, amanti della storia e semplici curiosi hanno, quindi, la possibilità di accedere direttamente, con immagini ad alta definizione, a questo vero e proprio tesoro conservato nell’archivio capitolare di Grottaglie e giunto fortunatamente fino ai giorni nostri.

Si tratta di ben 126 pergamene (14 bolle, 6 grazie concesse al Capitolo, 104

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