Santa Maria di Pompignano

La chiesa matrice di Santa Maria di Pompignano

un bene culturale medievale da salvare ad ogni costo

di Romualdo Rossetti e Oreste Caroppo

 

Chi si trova a percorrere la strada provinciale 363 che da Maglie conduce a Santa Cesarea Terme, all’altezza dello svincolo per Muro Leccese, posta su di una piccola altura in agro di Sanarica, compare sulla sinistra ciò che rimane della chiesa del villaggio medievale di Pompignano, uno dei tanti borghi satelliti (denominati in epoca bizantina choria) che insieme a quelli di Brongo, di Miggiano, di Miggianello e di Pulisano orbitavano intorno al nucleo urbano più importante denominato in epoca medievale Santa Maria de Muro, che a sua volta sorse sullo stessa area urbana in cui anticamente governò l’importante polis messapica di Mios.

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Ingresso di Santa Maria di Pompignano con arco ogivale e volta a crociera (foto Romualdo Rossetti)

Il luogo di culto mariano è ubicato lungo la vecchia strada comunale che conduceva a Palmariggi, a due chilometri dal centro abitato di Sanarica e ad appena un chilometro da quello di Muro Leccese. Ciò che lascia sgomenti è lo stato di abbandono in cui versa l’antico edificio di culto che, per ampiezza volumetrica e localizzazione fisica, testimonia un illustre passato.

Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)
Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)

La struttura della chiesa, risalente grosso modo al X secolo d.C., risulta di pianta rettangolare ad una sola navata che si apre con un grande arco ogivale di fattura quattrocentesca, che introduce in un primo spazio su cui compare una volta a crociera. Nel corpo dell’edificio retrostante si nota ancora la stessa foggia degli archi portanti da cui si diramavano le stesse tipologie di volte ormai irrimediabilmente perdute per l’opera degli agenti atmosferici ed il sovrapporsi, nel corso degli anni, di vegetazione spontanea (rovi ed arbusti di caprifico).

Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)

I continui crolli, soprattutto quello che ha interessato il lato settentrionale della struttura, ha evidenziato a destra della parete absidale la presenza di una stele di epoca presumibilmente romana o addirittura anteriore, presenza archeologica importantissima e forse unica nel territorio comunale di Sanarica dove ricade oggi il bene architettonico in questione.

Risultano caratteristiche anche due finestre  di foggia ellittica,  anch’esse quattrocentesche, poste sulla parte destra e sulla porticina rettangolare dell’ingresso laterale sinistro dell’edificio. Fino a poto tempo addietro si potevano osservare anche dei resti d’intonaco affrescato per terra.

La chiesa di Santa Maria di Pompignano (…ecclesia sub titolo Sancte Marie de Pulpignano”) ricadeva molto probabilmente nel novero delle chiese e dei luoghi di culto facenti riferimento al gran cenobio di San Nicola di Casole, come lo fu per molto tempo il monastero dei monaci basiliani di San Zaccaria (ora del Santo Spirito) e l’abbazia di S. Spiridione sita nel feudo di Sanarica.

Non è improbabile che il borgo medievale di Pompignano sia sorto sulla stessa area dove operava un piccolo fortilizio messapico, e successivamente tardo romano, posto a difesa dei traffici su via. Dell’antico villaggio medievale non esiste più traccia.

Insieme a tantissimi luoghi di culto di rito greco come  S. Eutimio, S. Salvatore, S. Menna, S. Maria di Costantinopoli, S. Spiridione, S. Giorgio, S. Zaccaria, S. Barbara, S. Pantaleone, S. Andrea, S. Maria di Corignano, presenti a Muro, si ritrovano cenni sulla vitalità di questo luogo di culto nelle “sacre visite” pastorali del 1522 e del 10 gennaio del 1540. Quest’ultima fu effettuata per volere dell’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua, che incaricò il domenicano Antonius de Becharis ed il reverendo Mariano Bonusio a recarsi nella “parochie terrum seu Casalis muri”. Dalla lettura del resoconto della visita pastorale  emergeva lo spaccato della vita religiosa della parrocchia sotto esame. Il rito greco persisteva ancora, anche se irrimediabilmente volto al declino, e  nel lungo elenco delle chiese presenti un buon numero di queste risultavano ancora consacrate a santi greci come S. Elia, S. Giorgio, S. Sofia e S. Pantaleone. Alla liturgia greca subentrò pian piano quella latina che si professò nelle chiese dedicate a San Sebastiano e a S. Maria dell’Assunzione.  Per quel che concerneva il rendiconto  dei due religiosi riguardo allo stato degli edifici di culto traspariva che la maggior parte di questi necessitasse già all’epoca di riparazioni strutturali.

Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Scorcio lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto Romualdo Rossetti)

Per ciò che concerne Santa Maria di Pompignano si può oggi ipotizzare che la chiesa versasse ancora in discrete condizioni, possedendo un patrimonio fondiario costituito da piccoli appezzamenti di terreno agricolo ed alcuni alberi di ulivo situati sia nelle immediate vicinanze del luogo di culto che in altre zone poco distanti. Si conosce altresì anche la presenza di un cappellano, di nome Palmerius Gramalatius, che doveva essere uno dei presbiteri della chiesa di Pompignano.

Ora dell’antica chiesa, di proprietà privata, resta solo un rudere prossimo a scomparire, violentato dai continui cumuli di materiali di risulta che gente a dir poco incivile continua ad accatastare ai suoi piedi e nelle vicinanze, proprio in quei luoghi in cui leggende contadine narravano di esemplari e fortuiti ritrovamenti ossei  come femori ed ulne dalle dimensioni gigantesche ed archeologici  come monili e oggetti di vestiario di epoca medievale e moderna.

Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)
Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)

Dinanzi a tanto oblio svetta alto un imperativo categorico: “Bisogna al più presto e ad ogni costo ricostruire Santa Maria di Pompignano dov’era e com’era”.

Restaurare è atto tanto nobile in sé perché non significa riedificare qualcosa che rischia di non essere più, restaurare è recuperare anche la storia ed il carico simbolico che un bene ha posseduto nel corso della sua esistenza. Oggi grazie alla scienza del restauro che si perfeziona sempre di più, e cum grano salis è possibile porre in essere interventi esteticamente parlando poco invasivi che non alterano la struttura originaria con un “nuovo” sovrapposto al “vetusto”. Basta dunque a quelle trovate stupide, come quelle di certa deviata scuola che non vuole ricostruire com’era, ma indicare con colori e materiali diversi il nuovo restaurato, dal vecchio. Oggi restaurare significa tenere conto della complessità dell’oggetto e del contesto in cui l’oggetto viene a trovarsi. Dunque si proceda non solo alla riedificazione ma anche a far ritornare il paesaggio circostante nelle condizioni originarie ( qualora ciò sia possibile s’intende! ndr). Il bene come parte della scenografia delle nostre esistenze che deve essere quanto più possibile gradevole. In questo caso il restauro della chiesa di Santa Maria di Pompignano deve essere integrale e non conservativo altrimenti si è compartecipi della condanna di quel bene alla sua perenne  mutilazione estetica! Supponiamo di avere un affresco (ma vale per tutto), di cui si è consapevoli  di com’era in origine perfettamente, in linee e colori. Se oggi nell’ intervento si  cerca solo di conservare ciò che è rimasto, diciamo il 50 % senza integrare le parti mancanti, nel futuro restauro, ne sarà rimasto solo il 40%, poi il 30% e così via, finché nel 2300 il restauro vorrà dire presentare al pubblico una parete vuota o quasi, senza più percettibili linee e colori, seppur neo-restaurata con grande dispendio di risorse economiche! Il bene culturale è presenza e informazione insieme, informazione anche comprendente il materiale adoperato, e l’informazione si conserva ritrascrivendola in continuazione, come nei computer e nella replica del DNA negli esseri viventi, e così che si dovrebbe intendere il restauro, come è stato inteso nel passato, ermeneutica dell’arte che non solo ha conservato  ma ci ha trasmesso buona parte delle opere che oggi ammiriamo. L’opera, in tal modo, con la sua immutata presenza vivrà nel tempo aionico e continuerà a trasmettere, a comunicare contro il tempo cronico che tutto degrada, persino la pietra. Ed è per questo che il restauro deve essere rispettosissimo del Genius loci dei luoghi e dello spirito delle opere, talvolta dotate di un’ anima stratificatasi nei secoli  che giunge fino ai giorni nostri.

Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)
Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)

Gedik Ahmet Pascià e Giulio Antonio I Acquaviva. Breve profilo storico di due uomini l’un contro l’altro armati

Gedik Ahmet Pascià il rinnegato cristiano che divenne Gran Visir alla corte di Mehmet II il Conquistatore

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Ritratto di Gedik Ahmet Pascià detto Giacometto

 

di Romualdo Rossetti

 

Il nome di Gedik Ahmet Pascià (… – Edirne, 18 novembre 1482) è tristemente ricordato in terra d’Otranto per la ferocia con la quale il 14 Agosto del 1480 ordinò ai suoi uomini di decapitare gli 800 prigionieri idruntini sul colle della Minerva, dopo aver fatto stuprare fanciulle, sgozzare inermi uomini di fede, donne, vecchi e bambini, abbattere ed insozzare i più importanti luoghi di culto cristiani come la chiesetta di San Pietro, la cattedrale e l’antico cenobio basiliano di San Nicola di Casole, segare in due il comandante della guarnigione cristiana Francesco Zurlo, e fatto impalare il boia Berlabei che colpito dal coraggio e dall’eroica e soprannaturale morte di Primaldo Pezzulla, il primo degli ottocento martiri, si era rifiutato di decollarne altri.

Ma chi era in realtà Gedik Ahmet Pascià? Secondo alcune fonti il comandante in capo dell’armata turca conosciuto anche con gli appellativi di Giacometto o Gedik lo sdentato pare non fosse altro che uno dei tanti rinnegati cristiani di origini serbe o greco-bizantine che si erano votati per codardia alla causa dell’Islam. Altre fonti invece, lo dichiarano di discendenza albanese visto che durante una manovra bellica si rifiutò di prendere parte ad una ritorsione nei confronti della città di Scutari che molti cedettero fosse la sua città d’origine. La sua folgorante carriera politica ebbe sicuramente inizio in ambito militare quando in qualità di stratega riuscì a sconfiggere l’ultimo karamanide che ostacolava l’avanzata di Mehmet II in Anatolia, principato islamico che resisteva alle mire espansionistiche degli Ottomani da più di duecento anni.

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Stemma del Gran Visir della “Sublime Porta”

La sua vittoria contro i Karamanidi nel 1471, permise all’Impero della “Sublime Porta” di conquistare la strategica regione costiera che si affacciava sul Mediterraneo e che aveva reso prospere con le sue rotte commerciali e vie carovaniere le città di Silikke, Mennan ed Ermenek. Ebbe anche numerosi scontri con la flotta veneziana stanziata nel Mediterraneo orientale e fu inviato nel 1475 dal Sultano ottomano Mehmet II a dar manforte al Khanato di Crimea contro le forze genovesi che lo assediavano da tempo. In Crimea conquistò le città di Sudak, Balaclava e Caffa insieme a molte altre fortezze e roccaforti genovesi. Per opera sua capitolarono il Principato di Teodoro con la sua capitale Mangup e le regioni costiere della Crimea. In un’occasione mise in salvo inoltre, Mengli I Giray, il Khan di Crimea dagli attacchi dei Genovesi. Conquistò al soldo del suo sultano la Crimea e la Circassia. Nel 1479 il Sultano Mehmet II gli ordinò di porsi alla guida della flotta ottomana nel Mediterraneo nella guerra contro il Regno di Napoli ed il Ducato di Milano.
Durante questa campagna, si appropriò delle isole di Cefalonia, Santa Maura (Leucade) e Zante (Zacinto).
Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, Mehmet II volle considerarsi il legittimo erede dell’Impero Romano, cosa che gli fece credere di poter intraprendere la conquista della penisola italiana per riunire i territori romani sotto la sua dinastia. Dopo un tentativo non riuscito di strappare l’isola di Rodi ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, nel 1480 riuscì a conquistare la città portuale di Otranto.
Nel frattempo, nel 1474 Gedik Ahmet Pascià, uno dei primi fra coloro che avevano istruito i Turchi sull’arte della navigazione, era stato da nominato dal suo amato sultano Sadrazam (supremo Visir, carica che terrà fino al 1477) successivamente retrocedette alla carica di “Sançak Bey”, ovvero governatore del sangiaccato di Valona.

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Ritratto di Maometto II di Giovanni Bellini

La flotta messagli a disposizione per la conquista dell’Italia era imponente. Stando alle varie fonti storiche pare fosse composta da un numero compreso tra le 70 e le 200 navi nominalmente capaci di trasportare tra i 18.000 e i 100.000 uomini: cifre però queste non storicamente confermate ed in continua oscillazione. Per approssimazione, la flotta doveva disporre in fatto di navi da guerra di 90 galee, 40 galeotte e altre 20 navi, per un totale quindi di circa 150 imbarcazioni. È ipotizzabile che la flotta turca trasportasse un esercito di 18.000 uomini. Presa Otranto ordinò ai suoi uomini svariate incursioni lungo la penisola salentina ai danni di numerosissimi villaggi e casali non trascurando di attaccare però città di notevoli dimensioni come Galatina che sotto i suoi assedi rovinò il 7 febbraio del 1481.

La presa di Otranto e le scorribande nel Salento durarono in realtà pochi mesi perché gli assedianti si trovarono, ben presto, senza vettovagliamenti e ripiegarono in Albania con l’intento di riprendere l’assedio con l’arrivo della buona stagione. La morte improvvisa di Mehmet II il 3 maggio del 1481 causata da un complotto di palazzo orchestrato con buona probabilità dal figlio Bayezid II pose Gedik Ahmet Pascià in una posizione abbastanza scomoda tanto che fu posto dal nuovo sultano agli arresti e dopo nemmeno diciannove mesi la morte del suo grande benefattore, fu fatto uccidere ad Edirne il 18 novembre del 1482.

Giulio Antonio I Acquaviva lo sfortunato “defensor fidei” di Don Ferrante d’Aragona che perse la testa per la causa cristiana

Ritratto di Giulio Antonio Acquaviva in veste di condottiero conservato nella sala consiliare del Municipio di Giulianova
Ritratto di Giulio Antonio Acquaviva in veste di condottiero conservato nella sala consiliare del Municipio di Giulianova

 

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VII Duca d’Atri, I Duca di Teramo, XIII Conte di Conversano e di Castro San Flaviano e Signore di Forcella, Roseto e Padula, Giulio Antonio Acquaviva I nacque in Abruzzo nel 1425. Figlio di Antonella Riccardi Migliorati dei signori di Fermo e di Ortonae del famoso capitano di ventura Giosia Acquaviva, VI duca d’Atri.

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Le famiglie di entrambi i suoi genitori appartenevano al più antico patriziato napoletano. Suo padre Giosia aveva ereditato vasti territori lungo il litorale adriatico da parte dei propri predecessori che erano scesi in Italia dalla Baviera con gli Ottoni nel corso del X secolo. Questi vasti possedimenti avevano il loro centro d’irradiazione nel feudo della città di Acquaviva Picena, graziosa città in Abruzzo Ultra, da cui la famiglia acquisì il nome a partire dal regno dell’imperatore Federico II di Hohenstaufen.Gli Acquaviva ricoprirono le più alte cariche sia in campo militare che in quello civile ed ecclesiastico. Le prime scritture risalgono al 1195 con tal Rinaldo sposato a Foresta, figlia di Lione signore d’Atri.

Stemma ducale della Casata Acquaviva
Stemma ducale della Casata Acquaviva

Gli Acquaviva parteciparono, con le proprie milizie alla Crociata del 1185 e, con propri navigli, alla guerra contro l’Imperatore d’Oriente. L’antica prossimità degli Acquaviva con la casata sveva rese inevitabile il forte contrasto con gli Angioini ed i loro vassalli. Un suo avo , Antonio Acquaviva nel 1376 riuscì a sottomettere gli Ascolani che si erano ribellati e fronteggiò con successo anche Lodovico d’Angiò tanto che per riconoscenza, re Carlo III di Durazzo lo nominò suo ciambellano donandogli i possedimenti di San Flaviano e di Montorio col titolo di Conte.Con un’abile strategia e manovra militare, nel 1390 riuscì a penetrare di notte nella città di Teramo uccidendo Antonello della Valle che dormiva nella sua dimora. Il 20 giugno del 1393 ottenne da re Ladislao di Durazzo, dietro pagamento il riconoscimento del possesso di Atri e Teramo. Suo padre Giosia intraprese la stessa strategia alleandosi con Alfonso d’Aragona nella lunga, drammatica contesa per il trono di Napoli. Per questa netta scelta di campo, egli dovette subire periodiche devastazioni delle sue terre da parte degli Sforza, alleati degli Angioini, venendo persino preso prigioniero da questi ultimi dopo la sanguinosa battaglia di Ortona del 1440. Cresciuto in un contesto così violento ed infido il giovane Giulio Antonio I non potette che farsi strada con l’astuzia e la forza delle armi, militando con onore nell’armata del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

La sincera devozione verso il suo signore – dimostrata in molti campi di battaglia tra Marche, Abruzzo e Puglia – gli portò in dote la contea di Conversano, acquisita tramite il matrimonio che si celebrò nel 1456 con Caterina Orsini del Balzo, Contessa di Conversano, Signora di Turi, Noci, Castellana, Casamassima, Bitetto e Gioia del Colle, nonché figlia naturale del suo amato principe. Affiancando la politica del suocero, prese parte alla prima congiura dei baroni sconfiggendo il 22 luglio del 1460 presso il proprio feudo di Castello S. Flaviano le guarnigioni reali anche se non potette gioire della vittoria perché ostacolato dalle forze di Giorgio Castriota Scanderbeg. Passò poi a prendere parte all’assedio di Troia e quindi a quello di Andria insieme con Niccolò Piccinino col quale si sforzò di piegare ma invano la resistenza di Francesco del Balzo, padre di Raimondello e fedele a Ferrante d’Aragona. Presa infine la città di di Andria ma fu però sconfitto nel 1462 a Troia.

Successivamente Giulio Antonio I Acquaviva negoziò un trattato di pace tra il suocero e gli Aragonesi, riuscendo ad instaurare così un buon rapporto personale con il nuovo sovrano Ferrante. Nel 1463 tale simpatia gli permise di recuperare alcuni possedimenti di famiglia a Montepagano, e di imporre alla città di Bari un esoso tributo ammontante ad oltre 4000 ducati. Nel 1463, una volta deceduto il suocero, capo ed organizzatore principale della rivolta dei baroni, passò senza preavviso dalla parte del re Ferrante d’Aragona, al quale da allora in poi serbò fede fino alla morte. Ferrante lo accolse con ogni onore, concedendogli il 30 aprile del 1469 la restituzione dei possedimenti di Atri e di Teramo, che erano stati privati a suo padre Giosia.

 Busto in ceramica policroma di Re Ferdinando I d’Aragona detto “Don Ferrante”
Busto in ceramica policroma di Re Ferdinando I d’Aragona detto “Don Ferrante”

Nel 1473 ebbe l’incarico di scortare a Ferrara Eleonora d’Aragona, che andava in sposa ad Ercole d’Este. L’anno successivo fece parte del corteggio di Federico d’Aragona nel viaggio verso la Borgogna, per chiedere la mano di Maria, figlia di Carlo il Temerario. Il 16 settembre del 1477 accompagnò Giovanna d’Aragona da Castelnuovo alla chiesa dell’Incoronata, dove doveva aver luogo la cerimonia della sua incoronazione.

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Con l’interdizione della carriera militare ai nobili, decisa da don Ferrante, il maturo condottiero si stabilì definitivamente nei suoi possedimenti abruzzesi dove pose in essere un’intensa attività artistica e culturale.Questo ritiro fu interrotto per poche settimane solo dalla guerra di Toscana del 1479. Ormai sicuro dei propri diritti feudali, Giulio Antonio I Acquaviva progettò la ricostruzione di molte località del ducato di Atri, diroccate durante le precedenti ostilità tra Aragonesi e Angioini.La prima località ad essere soggetta a tali interventi urbanistici fu la città di Conversano, dove venne ristrutturato l’antico castello medievale che fu arricchito con un’ampia torre a base decagonale e lunghe mura a scarpata, particolarmente ardite dal punto di vista ingegneristico. Il resto del maniero fu invece fortificato con parapettie bastioni a pianta cilindrica che lo fecero divenire un vero e proprio capolavoro dell’architettura militare del tredicesimo secolo. Subirono importanti restauri anche la Cattedrale e il Monastero di San Benedetto, governato spesso nei secoli seguenti da badesse appartenenti alla famiglia ducale Acquaviva d’Aragona.

Giunse poi il tempo della ricostruzione di Atri, con l’edificazione della chiesa di San Liberatore che era stata originariamente cappella votiva degli Acquaviva e l’ampliamento di quella di San Nicola.Fu però l’antico borgo di Castel San Flaviano ad assorbire le massime attenzioni del duca mecenate. Posto sul litorale adriatico dopo la famosa battaglia del Tordino del 25 luglio del 1460 tra le truppe di Francesco Sforza e quelle Niccolò Piccinino, Castel San Flaviano, la residenza degli Acquaviva, fu saccheggiata dai soldati di Matteo di Capua e ridotta in un cumulo di macerie.Invece di ricostruire la città, Giulio Antonio I preferì costruirne una nuova a settanta metri sul livello del mare vicino alla città antica romana denominata Castrum Novum Piceni.

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Stemma d’Aragona

Il 31 maggio1471 Ferrante I re di Napoli emise un proclama mediante il quale autorizzava Giulio Giulio Antonio I Acquaviva a riedificare Castel San Flaviano sul luogo che egli stesso aveva prescelto. Il nuovo nucleo prese da lui il nome di Julia e più tardi quello di Julia nova. Il progetto della cittadella fu affidato dal duca ai famosi architetti Leon Battista Alberti e Francesco di Giorgio Martini che lo terminò nel 1472, ispirandosi agli antichi modelli vitruviani ed ai nuovi criteri di prospettiva e razionalità propri dell’età rinascimentale. I lavori di edificazione si protrassero per più decenni e si presentarono come un’impresa titanica, fortemente voluta dallo stesso duca che più di una volta s’interessò personalmente dell’opera, anche con l’aiuto di persone di sua fiducia, come il suo legittimo primogenito Giovanni Antonio, e Sulpizio altro suo figlio naturale. Il centro abitato originario era racchiuso per intero entro una possente cinta muraria della forma di un quadrilatero irregolare, difeso da otto torrioni di cui uno inserito nel palazzo ducale. L’impianto dell’urbe era di tipo radiocentrico imperniato su un nucleo monumentale costituito dal Palazzo degli Acquaviva, dalla fontana pubblica e dal Duomo di forma ottagonale che dominava l’Adriatico.

Stemma Acquaviva d’Aragona
Stemma degli Acquaviva d’Aragona

La cittadella, progettata per accogliere non più di un migliaio di residenti, ebbe al principio una scarsa popolazione, composta per lo più da immigrati di altri stati italiani o provenienti da alcuni paesi dell’Europa orientale. Nel primo censimento comparivano dieci Albanesi, quattro Croati non ben identificati e tre Greci mentre per quanto concerneva gli Italiani si segnalavano la presenza di ben quindici Lombardi oltre ad alcuni Veneti e Romagnoli, un Ragusino, un Marchigiano ed un solo Abruzzese. La città di Jiulia nova fu il definitivo trionfo di Giulio Antonio I Acquaviva, ormai acclamato non solo per le diverse battaglie sostenute ma anche per le grandiose opere artistiche realizzate durante il suo lungo ritiro professionale.

Uomo d’arme e d’ingegno fu utilizzato più volte da re Ferrante per i suoi fini politici. Nel 1478, riprese le armi e comandò la flotta che sosteneva l’esercito napoletano di Ferrante d’Aragona, che si era unito alla coalizione costituita dal papa Sisto IV contro Firenze e nel luglio dello stesso anno partì alla volta di Genova alla testa di una spedizione armata, in occasione della ribellione genovese contro gli Sforza, di lì attraverso la Lunigiana transitò in Toscana con Roberto Sanseverino, combattendo sotto le mura di Pisa e passando poi a sostenere nel 1479 i Senesi ribelli contro Firenze.

Una volta ritornato alla corte di Napoli per aver guidato e consigliato il duca di Calabria, fratello del re, venne insignito dell’Ordine del Ermellino. Inoltre con privilegio del Re di Napoli del 30 aprile 1479, ricevette l’onore di poter aggiungere al suo cognome il nome di Aragona e di inserire nel blasone di famiglia i colori della nobile casata regia. Una volta occupata Otranto dai Turchi di Mehmet II, fu posto a capo della prima spedizione di millecinquecento soldati mandata per recuperare la cittàportuale salentina.

Stanziatosi con le sue truppe nella piccola città di Sternatia, il 7 febbraio del 1481 saputo della caduta in mano musulmana della roccaforte di Galatina cercò di inseguire le retroguardie turche che ritornavano ad Otranto ma alla guida di un manipolo di suoi fedeli, s’impantanò nelle terre paludose e boschive nei pressi dei casali di Acquarolo (oggi località “Laccu”) e Pulsanello (oggi località “Pulisanu”) a poche miglia dai centri urbani di Muro Leccese e Giuggianello cadendo in un agguato dei Turchi che lo decapitarono in battaglia. La sua testa fu dapprima issata su di una picca e mostrata a sfregio durante gli scontri poi successivamente fu inviata a Costantinopoli come trofeo di guerra.Nonostante vari tentativi diplomatici non fu mai riportata in patria ad alcun prezzo. La leggenda racconta che una volta decapitato rimase in arcione sul suo cavallo che lo riportò privo di testa a Sternatia nel fortilizio da dove era partito con le sue truppe.A vendicarlo ci pensò il figlio Andrea Matteo, che condusse il lungo assedio delle posizioni turche nel Salento sino alla loro resa definitiva.

Il suo corpo fu sepolto, assieme a quello della moglie, nella chiesa di Santa Maria dell’Isola a Conversano, in un momumento funebre opera dello scultore galatinese Giulio Barba.

La sacralità del valicabile e dell’invalicabile da Terminus a Limentinus, passando per Cardea

 

di Romualdo Rossetti

 

Non si potrà analizzare bene il concetto filosofico di limite se non ci si soffermerà ad esaminare quali furono le antiche divinità italiche pagane preposte alla difesa dello stesso. Nel pantheon dei nostri predecessori latini non a caso comparivano più nomi preposti, a vario titolo, alla salvaguardia di quella linea, reale o immaginaria, che di volta in volta definiva il valicabile o l’invalicabile.

Terminus era la divinità preposta alla protezione dei marcatori di confine. A tale divinità erano dedicate le festività chiamate terminalia che si celebravano in suo onore dopo la prima metà del mese di febbraio. Secondo lo scrittore romano dedito all’agrimensura Siculo Flacco il luogo prestabilito per l’edificazione della stele in pietra posta a segnare la fine o l’inizio di un possedimento agricolo, veniva reso sacro con un sacrificio di un animale (un maiale o un agnello) il cui sangue veniva raccolto e versato insieme alle ossa e alle ceneri dello stesso alla base del cippo. Il culto di Terminus molto probabilmente fu introdotto a Roma ai tempi della prima coreggenza tra re Latini e Sabini (Romulus e Titus Tatius). Terminus essendo essenzialmente una divinità preposta alla divisione della proprietà privata sovraintendeva la giusta ripartizione dei possedimenti agricoli, mentre per ciò che concerneva l’equità del lavoro nei suddetti possedimenti e la sana ed equa procreazione dei frutti della terra in questi coltivati (cereali in primis) la mansione ricadeva su di un’altra divinità ctonia di nome Hostilina.

 

 

 

Altra importantissima divinità preposta alla sicurezza dell’ingresso domestico era Cardea e la sua localizzazione sacrale permaneva nelle cerniere delle abitazioni ma non solo. Il cardo (Il cardine ovvero la via/linea principale Nord-Sud rifacentesi nel nome stesso alla dea ed a questa consacrato), intersecato all’altro tracciato detto Decumanus Est-Ovest, era  anche l’asse di orientamento geomantico tramite il quale gli Auruspici nonché successivamente gli Edili suddividevano la planimetria di un accampamento militare o di una città a pianta urbanistica ortogonale come già avevano operato con la volta celeste.

 

 

Cardea, al contempo, rappresentava anche il cardine della vita e della salute  Anticamente venne considerata moglie di Ianus Bifrons (Giano bifronte) la maggiore divinità tra i Di Indigetes, predisposta al movimento ed al cambiamento, colui il quale permetteva il transito e l’ostacolo. Ianus presiedeva tutti i transiti e gli oltrepassamenti e di conseguenza anche le soglie, avessero queste valenza materiale e immateriale, le porte (che solo in caso di guerra rimanevano spalancate nei suoi santuari), i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma sovraintendeva anche l’inizio di una nuova impresa inerente la vita umana, col tempo storico – mitico e religioso della civiltà con tutte le sue istituzioni.

 

Cardea, che da ninfa abitava in un bosco situato presso il Tevere denominato Lucus Helerni, per volere del suo sposo bifronte possedeva il potere di allontanare le Striges dagli infanti proteggendo le cerniere delle porte delle dimore in cui questi erano venuti al mondo. Le Striges, latine come le Arpie e le Lamie elleniche erano rappresentate, nell’immaginario collettivo, come degli orribili uccelli rapaci notturni, dalla grande testa umana e dal verso lamentoso che si cibavano delle viscere e del grasso dei lattanti per poi dissetarsi del loro sangue. Cardea, oltre a proteggere gli infanti, fu anche una divinità minore predisposta alla salvaguardia della salute corporale (l’altro suo nome, quello di Carna richiamerebbe le parole latine caro, carnis ovvero “carne, cibo” e per traslitterazione rimandava alla protezione del corpo dei neonati, invece col nome di Cardea rimandava ai cardini vitali del corpo umano e in primis alla funzione digestiva (si badi bene che l’aggettivo cardiacus in latino originariamente designava la malattia di stomaco e non quella di cuore come comunemente si può credere).

 

 

Cardea, come già citato, presiedeva i cardini degli usci ad uso latino che si aprivano verso l’interno della domus e che potevano essere facilmente forzati dall’esterno, a differenza di quelli in uso nel mondo ellenico che si aprivano sulla strada e che risultavano, quindi, più difficili da forzare per chi era fuori dal limite della dimora). Si narrava spesso che Cardea avesse il potere di “aprire ciò che era chiuso e chiudere ciò che era aperto” permettendo il transito umano, ma anche quello energetico e vitale. Suoi aiutanti erano altre due divinità minori chiamate rispettivamente Forculus e Limentinus. Il primo  proteggeva l’integrità delle porte per tutto ciò che riguardava la parte lignea e come tale veniva invocato dai falegnami quando costruivano una porta. Il secondo proteggeva la soglia della casa ed era in suo onore che i Romani ponevano con cura sopra di essa unicamente il piede destro, come segno di buon augurio e protezione. Secondo altre fonti Cardea presiedeva unicamene il cardine, Forculus il battente e Portunus la chiave. Per altri invece Forculus custodiva le imposte e Limentinus la soglia e l’architrave.

 

 

Limentinus col passare del tempo divenne poi la divinità tutelare più nota della soglia (limen) domestica, sulla quale era buon auspicio poggiare il solo piede destro, consuetudine scaramantica che è rimasta invariata ancora oggi in molte parti d’Italia nonostante il trascorrere dei secoli.

Limen dunque come ingresso, come quel qualcosa che consentiva di accedere in un altro luogo considerato però di propria pertinenza. Esattamente contrapposto al significato della parola quasi omofona Limes che designò in origine il sentiero, quella linea militare fortificata che proteggeva chi racchiudeva, che prima di divenire fines, ovvero, “linea di confine”, volle indicare principalmente non solo un momento di sosta verso l’espansione territoriale di Roma ma una certa volontà di separazione atta a salvaguardare il proprio patrimonio culturale condiviso e considerato il migliore da difendere a tutti i costi col buon utilizzo del pilum e del gladio.

Da qui, necessariamente, la frase antropologicamente sprezzante “Hic sunt leones” che ha accompagnato per millenni un certo modo di considerare la propria civiltà da parte degli Occidentali eredi degli antichi Romani. Ma a ben vedere non è mai esistito un Limes che non abbia avuto in sé uno o più Limen di oltrepassamento e di comunicazione . Il fatto che si sia sacralizzato la linea d’ingresso o la linea di confine non fa che rafforzare ulteriormente questa interpretazione storico antropologica. Quindi, ogni volta che calpestiamo una soglia, o quando superiamo palizzate o linee reali o immaginarie o abbattiamo altrettante barriere culturali sforziamoci di ricordarci sempre del nostro passato e dell’antico culto dell’oltrepassamento latino.

Tarantismo salentino e antico culto ellenico di Asclepio

Le sorprendenti analogie di rito presenti nel tarantismo salentino e nell’antico culto ellenico di Asclepio

di Romualdo Rossetti

Alla luce delle ultime ricerche storiche ed archeologiche risulta evidente che il tarantismo salentino, a differenza di quanto sostenuto da Ernesto De Martino nella sua Terra del Rimorso, affonda le sue radici nella prima storia del bacino del Mediterraneo. Se ci si sofferma ad analizzare con spirito sereno la particolarissima ritualità di questo fenomeno antropologico, ormai in via d’estinzione, non si possono non cogliere le numerosissime corrispondenze di culto che lo legano intimamente agli antichi riti di guarigione praticati in tutti i santuari di Asclepio della Magna Grecia e delle zone ad essa culturalmente contigue.

Ernesto De Martino interpretò il tarantismo quasi esclusivamente in chiave sociologica individuandone la causa nel malessere sociale dei poveri del Mezzogiorno d’Italia, nella condizione subordinata all’uomo della donna contadina, nella società rurale salentina retrograda e culturalmente arretrata, nella diversità fisico-psichica e sessuale mal vissuta e/o socialmente mal tollerata e soprattutto in uno spaccato esistenziale ingenuo e sottomesso all’autorità religiosa.

Per quel che concerne l’origine del fenomeno sociale, nel quinto paragrafo del commentario storico della sua Terra del Rimorso l’etnologo collocò l’atto di nascita del tarantismo nell’alto Medioevo, durante gli scontri tra la civiltà cristiana e quella musulmana in occasione delle Crociate, uno spazio temporale ben preciso che, a ben vedere, escludeva drasticamente la possibilità che esso si fosse generato nella protostoria dell’Occidente. Un’indagine, quella demartiniana, che finì per porre in essere un’interpretazione riduttiva del tarantismo perché frutto di una visione personale del marxismo vissuto soprattutto in chiave esistenzialista, una lettura antropologica, dunque, vittima del tempo (anni 50 del XX secolo) in cui il fenomeno venne studiato, etichettato e proposto al pubblico.

Galatina, cappella di San Paolo, particolare della tela del santo omonimo

Ciò che lascia oggi sorpresi è però, come mai, uno studioso delle religioni attento, intelligente ed intuitivo come Ernesto De Martino abbia trascurato di esaminare il culto di una importantissima pratica medica delle origini e la sua probabile sovrapposizione sincretica in un altro rito nel corso degli anni. Probabilmente ciò fu dovuto proprio dalla formazione culturale dell’etnologo, una formazione culturale fedele all’indirizzo imposto da Benedetto Croce, da sempre poco incline ad analizzare ciò che poteva fuorviare il dato storico da analizzare. In realtà, però, gli sarebbe bastato interpretare con più attenzione le stesse critiche del medico settecentesco Francesco Serao, da lui più volte menzionate nella Terra del Rimorso, quando affermava che la fenomenologia del tarantismo non dipendeva affatto dal morso della tarantola quanto, piuttosto, dall’indole congenita dei pugliesi.

L’indole di un popolo, è notorio che non la si costruisce dall’oggi al domani, ma è un sovrapporsi di simboli, significati e vissuti sociali che si tramandano nei secoli nei costumi, soprattutto in quei contesti culturali arretrati come possono esserlo quelli propri del mondo contadino. Gli sarebbe bastato poco per intuire che il tarantismo come forma di catarsi dall’oistros, come esorcismo coreutico-musicale, affondava le sue radici nella protostoria della Magna Grecia. Se soltanto avesse disatteso le proprie radici crociane e si fosse soffermato ad osservare lo Zodiaco, la prima mappa sapienziale dell’uomo, avrebbe di sicuro intuito che l’Oistros deteneva, non a caso, un posto d’onore anche tra le stelle dove compariva altresì il nome divino della sua risoluzione. Poco sopra la costellazione dello Scorpione difatti, gli antichi scrutatori e denominatori degli astri, avevano posto la costellazione dell’Ofiuco, detto anche Anguitenens o Serpentario che col calcagno pare schiacciare lo Scorpione che a sua volta, pare, volerlo pungere. A quel punto la chiave di risoluzione del mistero dell’origine del tarantismo poteva essere facilmente risolta rifacendosi ad un’unica antichissima divinità, ad Asclepio il signore e demone colui il quale fu da Zeus predisposto alla guarigione fisica e psichica dei mortali.

Se De Martino non si fosse soltanto soffermato a catalogare in maniera quasi ossessiva, come stabiliva il metodo storicistico, il comportamento dei tarantolati durante l’esorcismo nella piccola cappella sconsacrata della casa di S. Paolo a Galatina ma si fosse soffermato ad esaminare l’ubicazione del pozzoomphalos dalle acque emetico-curative all’interno del complesso architettonico della cappella avrebbe sicuramente colto la corrispondenza strutturale che la associava ad un antico asclepeion.

Anche i tanti simboli della città di Galatina, a partire dal nome della stessa, furono trascurati e non furono vagliati con la dovuta accuratezza filologica e semantica. Ad onor del vero ciò è accaduto non unicamente con l’indagine demartiniana ma anche con le altre numerose successive indagini antropologiche che, pur volendo distanziarsi dalla lettura del fenomeno operata tramite la Terra del Rimorso, hanno continuato a trascurare l’evidente inoltrandosi in un indirizzo di ricerca alla “moda”, (interpretazione nietzscheana) con tanto di eccessivi ed azzardati rimandi al dionisismo ed al menadismo.

Esculapio

Asclepio, il protagonista nascosto del tarantismo salentino, veniva rappresentato solitamente come un uomo maturo, il più delle volte munito di  barba con in pugno un bastone e con l’altra mano appoggiata sulla testa di un

Antonio D’Andrea ed il “ferro battuto” leccese

Antonio D’Andrea, La cerbiatta, 1949. Rame sbalzato e cesellato

ANTONIO D’ANDREA ED IL “FERRO BATTUTO” LECCESE. EVOLUZIONE STILISTICA DI UN CONCETTO

 

di Romualdo Rossetti

Oltre al Barocco floreale, uno dei tratti caratteristici del corredo artistico leccese è sicuramente quello del “ferro battuto”. Tali “opere d’arte” erroneamente considerate come dei semplici manufatti di uso comune, a ben considerare, posseggono una loro storia ed una loro dignità estetica, che in questa sede è opportuno ricordare. Fu nel lontano 1916 che venne fondata a Lecce la Règia Scuola Artistica e tra le sue cinque sezioni che la componevano vi era una appositamente dedicata al “ferro battuto”. Dal 1923 al 1929 l’incarico di Capo Officina venne assegnato a Nino Lodi autore della celebre pensilina stile “Liberty” dell’Hotel Risorgimento a Lecce. Dal 1926, invece, a guidare la sezione fu il Maestro Alceo Pantaleoni, anch’essi formato come il suo predecessore presso le officine di Alberto Calligaris di Udine. Fu Alceo Pantaleoni che introdusse a Lecce l’eleganza stilistica propria dell’Art’ Nouveau.  I lampioni della Banca d’Italia di Lecce e le lunette del Palazzo delle Poste, presero forma proprio nei laboratori della Scuola Règia.

Nel 1936, il maestro Alceo Pantaleoni si trasferì a Padova per dirigere la Scuola d’Arte di quella città e nel 1937 venne incaricato a dirigere la sezione del ferro battuto il maestro Antonio D’Andrea. Fu proprio da questa nomina che il “ferro battuto” di scuola leccese acquisì, in breve tempo, una vera e propria dignità artistica di tutto rilievo.

Il D’Andrea, con la collaborazione di alcuni suoi allievi, pose in essere una vera e propria rivoluzione stilistica, dove si fusero armonicamente  le istanze proprie dell’ “Art-nouveau” e la vivacità floreale propria del barocco leccese, vivacità floreale arricchita da una variegata serie di richiami faunistici di derivazione esotica o locale.

Antonio D’Andrea

Antonio D’Andrea nacque a Lecce il 23 Luglio del 1908 dove, dopo aver seguito per poco tempo gli studi ginnasiali, decise di iscriversi alla Rèale Scuola d’Arte della sua città dove si licenziò con lode ed onore. Dopo essersi trasferito a Bologna ed aver frequentato il Liceo artistico di quella città si avvicinò con fervore alla scultura del ferro ed a quella di altri metalli. A Roma,

Il complesso conventuale dei padri Domenicani di Muro Leccese

di Romualdo Rossetti

 

Da sempre luogo di preghiera e di cultura, l’attuale complesso conventuale dei padri Domenicani di Muro Leccese sorse su ciò che rimaneva di un importante cenobio basiliano dedicato al culto di S. Zaccaria, rientrante, secondo quanto afferma lo storico murese Luigi Maggiulli nella sua Monografia di Muro Leccese, nell’orbita politico-amministrativa del più celebre monastero basiliano del Salento, quello di S. Nicola di Càsole, fatto erigere dalla lungimirante politica di Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo nel 1098 e raso completamente al suolo dalle feroci armate ottomane di Maometto II° durante l’assedio di Otranto del 1480.

Con la distruzione ad opera dei Turchi del monastero di S. Nicola di Càsole, prima “Universitas” letteraria ante litteram dell’intero bacino del Mediterraneo, fu inevitabile l’emergere di un lento ma inesorabile declino anche degli altri cenobi basiliani del Salento. Di conseguenza, anche il monastero di S. Zaccaria in Muro, come quello di S. Spiridione in Sanarica (ora masseria Incanelli), patirono la stessa sorte del primo, in maniera, forse meno eclatante, ma sicuramente non meno spiacevole per ciò che poteva concernere la salvaguardia della cultura e della tradizione greco-bizantina nel tacco d’Italia.

Nel 1561 sulle rovine dell’antico cenobio basiliano, il principe di Muro, Giovan Battista I° Protonobilissimo volle che si riedificasse un nuovo sontuoso complesso coventuale e si rivolse per l’occasione al sostegno dei frati dell’Ordo Praedicatorum di S. Domenico di Guzmàn.

Il principe donò ai padri Predicatori, meglio noti col nome di Domenicani, affinché si potessero ben sistemare in paese, i poderi che erano stati dell’antico cenobio basiliano di S. Spiridione in Sanarica ed il patrimonio terriero di S. Zaccaria che, all’epoca, risultava però ancora essere un

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