La leggendaria incoronazione in Lecce di Isabella del Balzo

isabella del balzo

di Giovanna Falco

 

La storiografia, purtroppo, è piena di testi che invece di apportare un contributo al passato di un luogo hanno arrecato danno, allontanando dalla verità storica chi in seguito li ha consultati ritenendoli attendibili.

A Lecce, la cui posizione geografica decentrata non ha permesso un’agevole trasmissione delle fonti, in passato i nostri storici si sono dovuti basare sulla consultazione di pochi testi, producendo una storiografia non sempre aderente alla realtà storica, in seguito emersa grazie alla ricerca d’archivio. Si ricorda, inoltre, che Lecce è stata vittima di una sorta di damnatio memoriae: la maggior parte degli archivi cittadini (sia civili, sia religiosi) sono andati perduti, o risultano lacunosi a causa della dispersione di tantissimi documenti.

Un’opera che ha contribuito a questa damnatio memoriae, perché ritenuta attendibile da chi l’ha consultata tra il XVII e il XIX secolo, è la cinquecentesca Apologia paradossica di Iacopo Antonio Ferrari[1]. È pur vero che si ritiene sia stata manomessa in seguito, aggiungendo a sproposito nuove note e codicilli[2], ma se ci si sofferma sulla motivazione della sua stesura, in altre parole quella di provare la supremazia di Lecce rispetto a Capua e Cosenza[3], si capisce perché Ferrari ha romanzato tanti episodi della storia di questa città e ha deliberatamente omesso di ricordare personaggi che avrebbero potuto compromettere il fine del suo lavoro. Non solo sono stati tralasciati e distorti episodi remoti rispetto all’epoca della stesura dell’Apologia, ma anche avvenimenti accaduti a poco più di un settantennio di distanza.

Nel caso specifico ci si riferisce all’inverosimile incoronazione di Isabella del Balzo, moglie di Federico d’Aragona, che sarebbe avvenuta a Lecce nel settembre 1497. Nella consapevolezza che le opere consultate non possono essere considerate attendibili senza un riscontro con i documenti (tant’è vero che si riscontrano differenze di date), si è deciso di mettere a confronto le dissertazioni di Iacopo Antonio Ferrari, con il Balzino del neritino Rogeri de Pacientia[4], testimone dei fatti, i contemporanei Annali del leccese Antonello Coniger[5] e i Giornali di Giuliano Passero[6], e, infine, la Storia civile di Capua di Francesco Granata, perché le motivazioni della sua stesura ricalcano in un certo senso quelle di Ferrari[7].

Prima di confrontare questi testi è opportuno fare una brevissima sintesi storica degli avvenimenti: a distanza di poco più di un mese dall’ascesa al trono di Napoli di Ferrandino, dopo l’abdicazione del padre Alfonso II d’Aragona, il 22 febbraio 1495 il re francese Carlo VIII, grazie all’aiuto di vari stati italiani, entra trionfalmente a Napoli, ma dopo pochi mesi si ritira a causa della formazione della lega antifrancese. Estirpati gli ultimi focolai filofrancesi, Ferrandino muore il 7 ottobre 1496 e gli succede lo zio Federico, incoronato a Capua il 10 agosto 1497.

tomba di Isabella del Balzo a Napoli
tomba di Isabella del Balzo a Napoli

Isabella del Balzo, moglie di Federico, a causa dell’invasione francese, il 24 febbraio 1495 lascia Andria, dove risiedeva abitualmente, e dopo varie soste si trasferisce nel capoluogo salentino sotto la custodia del viceré di Terra d’Otranto Luigi Paladini. Vi rimane sino all’11 maggio 1497, quando intraprende il viaggio per raggiungere prima Barletta, dove soggiorna al momento dell’incoronazione di Federico, e poi proseguire per Napoli dove fa il suo ingresso il 15 ottobre 1497.

Ferrari menziona l’incoronazione di Isabella in Lecce in due diverse parti del volume:

 

Libro Primo, a proposito dei Duchi di Calabria pagine 52 e 53:

… D. Federico fatto successore di quello Regno per la morte del Re Ferrandino suo Nipote senza figliuoli, e per essere stato da colui instituito erede universale al suo testamento dell’anno 1448; perocchè essendo egli stato coronato in Capua dal Cardinal Francesco Borgia cugino di Papa Alessandro VI. l’anno medesimo a 10 di Agosto giorno dedicato alla festa di S. Lorenzo, ordinò che fusse dopo lui coronata alla Città di Lecce la sua moglie Isabella del Balzo figliuola del Principe Altamura Pirro, si come fu poi fatto a 29. di settembre giorno della festa di S. Michel Angelo dell’istesso anno 1448, ed alla medesima solennità fu per ordine del Re suo Padre intitolato, e coronato del cierchio Ducale il suo primogenito D. Ferrante d’Aragona, e gridato con gran fausto Duca di Calabria d’anni otto, nato alla medesima Città di Lecce a 25 del mese di luglio a 21 ora 1491 il giovedì, il quale prima si nominava Marchese di Bisceglie, ed a quella doppia solennità l’Eccellentissimo Predicatore del Verbo divino fra ROBERTO da Lecce, detto da’ Sagri Teologi Roberto Liciense vi fece una dottissima orazione…

 

Terzo Libro. XV Quistione ed Ultima, pagine 811 e 812:

… il suo Zio D. Federico instituito proerede al suo testamento, dal governo di Iapigia, dove steva attendendo all’assedio di Taranto, occupato da Francesi, volendosi coronare da mano di Francesco Cardinal Borgia, mandato legato a Latere da Papa Alessandro, tosto che intese che quel Cardinale era gionto in Capua mandò Gioviano Pontano a fermarlo là, e tutto l’apparato necessario a quell’atto per farlo là, contutto che i Napoletani n’avessero molto esclamato; onde ordinò alla sua moglie D. Isabella del Balzo, che mandasse in Lecce col comune figliuolo primogenito, detto D. Ferdinando di Aragona, Marchese di Bisceglie, ad aspettar il Legato, che coronato che avesse lui, l’anderebbe a coronare. Cosi coronato che fu a 10. di Agosto giorno di S. Lorenzo in presenza di quasi tutti li Magnati del Regno all’Arcivescovado di quella Città, andò in Lecce il Cardinale, e nel giorno della nativita della gloriosa Madre Vergine di Cristo, ch’è alle 8 di Settembre la coronò alla cappella di S. Croce monistero dei monaci Celestini in presenza di tutti li Baroni Pugliesi, ed impose al figliuolo il nome, e’l titolo di Duca di Calabria …

 

Si notano alcune differenze tra i due brani: nel Primo Libro il giorno dell’incoronazione di Isabella sarebbe stato il 29 settembre 1497, data anticipata all’8 dello stesso mese nel Terzo Libro. È indicata, inoltre, la data sbagliata di nascita del giovane Ferrante, nato ad Andria il 15 dicembre 1488 e non a Lecce il 25 luglio 1491. Fra Roberto Caracciolo, presente all’incoronazione nel Primo Libro, in realtà muore il 6 maggio 1495. Nulla è dato sapere, infine, sulle ultime volontà di Ferrandino datate al 1448 (anno di nascita di Alfonso II) a favore dello zio Federico. Forse Ferrari fa riferimento al testamento di Alfonso, rogato il 27 gennaio 1495, con il quale escludeva dalla successione la figlia Isabella, duchessa di Milano.

Mettendo a confronto le fonti citate si riscontra che non c’è nulla di vero nel racconto del Ferrari: l’unica realtà è che Isabella fu acclamata regina dai leccesi al suo rientro da Carpignano a Lecce. Non fu Francesco Borgia[8], bensì Cesare a incoronare Federico a Capua il 10 agosto, quando Isabella era a Barletta, e dopo la cerimonia, il legato del Papa tornò a Napoli, prima di rientrare a Roma[9]. Nel Balzino, inoltre, non si fa alcun cenno ad altri prelati presenti in Puglia ai tempi dell’incoronazione. Di Francesco Borgia, cugino di Alessandro VI, all’epoca vescovo di Teano, non si fa alcun cenno nel Balzino.

Si ripercorre ora il calendario degli avvenimenti, così come sono stati riportati dalle fonti.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 24 marzo 1496. Arrivo di Isabella a Lecce[10]:

Die 24. Marcij venne in Lecce per stanciare la Serenissima Isabella de Baucio Mollierem del signor Don Federico de Aragonia incieme cum li figlioli, & Conte dove fu receputa cum grande honore.

 

Dal IV libro dello Balzino. Luglio 1495. Arrivo di Isabella a Lecce[11]:

Stando con questo, la cità leccese / lo princepe de gracia supplicarno / che quella princepessa e lo marchese / mandar volesse in Lecce ad abitarno. / Quello signor gentil ce lo concese, / unde a gran gracia tutti el reputarno; / e così el prince ad Isabella scrisse / che a Lecce a starse cum figlioli gisse.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 7 ottobre 1496. Muore Ferrandino e Federico è proclamato re[12]:

Lo venerdì alli 7. di ottubro 1496. alle 11. hore lo Sacratissimo, et ben amato Re transio da questo Mondo santo dolcemente…

Lo popolo napolitano stava in gran travaglio non sapendo quello si dovevano fare per fare nuovo Re perche non ce erano figli de lo morto Re Ferrante II. che per questo si fece ordinatione, che havesse a cavalcare la Regina mogliere del d. Re morto; & dopoi si fece un altro consiglio, & determinato, che se mandasse per l’Illustrissimo don Federico d’Aragona quello che in scientia non trova paro: ma non fi di bisogno mandare per lui perche già era in camino et veneva dall’impresa di Gaieta.

In questo medesimo iorno ciò è alli 7. di ottubro 1496. lo signore don Federico d’Aragona se appresentai avante Napoli con circa 20. galere bene e in ordine, & ionto che fo desmontai allo muolo grande, & loco fu receputo da tutti li baruni del regno, & anco da tutti li Eletti di Napoli tanto dalli Jentil’uomini, quanto dallo puopolo, & presentarole le chiavi di Napoli, & dissero; venite signore nostro, & pigliate possessione del regno poiche fortuna ci ha privato de si alto signore e te accettamo come a suo vero frate, & e suo vero herede, & suo successore, & così accettato multo cortesemente, & con gran pianto li ringratiò, & così montò a cavallo con tutti li signuri jenitl’huomini, & napolitani, & così cavalcai per tutta la terra con gran copia de suoni, & trombette, ma / allegrezza poco perche stavano tutti male contenti della morte de si nobile signore, & per questo non potevano pigliare alcuno piacere, et cavalcato, che fo se ne tornai allo castello nuovo, & la reposai con gran pianto pensando alla morte di suo nepote;

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 5 ottobre. Muore Ferrandino[13]:

Die 5. di Ottobre 15. Inditionis fo morto lo Serenissimo S. Re Ferrante secondo casa de Aragona de età d’anni venti due de fore de Napoli sencia herede, qual fo portato in Napoli morto con gran pianti sotterrato in San Domenico.

Napolitani vedendosi senza Re, & essere divisi li Cetatini delli Jentil’homini chi gridava Francia Francia, chi Spangha Spangha e chi Federico Federico, & tutto Napoli era in arme, el Serenissimo Principe di Salerno subito venne in Napoli, & culla sua prudencia pacificò Napolitani, & Fe invocare per Re Federico de Aragona cum consentimento de legato che era in Napoli de Papa Alessandro sesto, e dell’Ambasciator dell’Imperatore de Romani Maximo, e lo imbasciatore della signoria de Veneccia, e del Duca di Milano, quale invocando Re Ferdinando mandaro per esso, che non era in Napoli Antonello de S. Severino.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 7 ottobre. Federico entra a Napoli[14]:

Die 7. 8bre Re Federico entrò in Napoli & cavalcò come he Re facendo a Napolitani & a tutto el Regno infinite gratie.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 12 ottobre. Isabella rientra a Lecce da Carpignano[15]:

Die 12 8bre in Lecce havendose saputa la nova della Morte di Re Ferrante omne uno grande, & picciolo, Mascoli, e femine senza intendere altro gridavano viva viva Re Federico, & e quasi tutto Lecce andò a pilliare la Regina da Carpignano ci dimorava, dove se ne tornò in Lecce cum gran triumfo, fece gratie come he Regina.

 

Dal IV libro dello Balzino. 12 ottobre 1496. Muore Ferdinando II mentre Isabella è in visita a Carpignano e Federico è acclamato nuovo re[16]:

(U)n di fra l’altri, li venne in fantasia / de voler(e) visitare lo suo stato / e con ornata e bella compagnia, / da Carpignano il ebbe accomenzato; / dove ne andäo / una lunedia, / (a) li dudece de ottobro ben notato, / ne’ milli quattrocento novantasei, / che ‘l ciel monstrò sue posse e tutti dei.

Circa due ore opo’ fo arrivata, / venne una nova: «Re Ferrando, è morto!». / La princepessa stava assai turbata, / pigliandone dolore e disconforto, / per dubio ancor(a) de qualche novitate, / che ‘l cose ancor non erano al suo posto. / A meza notte venne / un correro / Cum lettre a lei mandate de lo vero.

Eran lettre del signor Berardino / De Baucio, qual da Napuli scrivia / Como, piacendo a lo voler divino, / morto era Re Ferrando quella dia, / de flusso e rescaldato, lo mischino, / per le fatighe sustinuto avia / de dì, de notte, ognor con tanto ingegno, / per recup(e)rar na volta questo Regno; /

certificando ce, morto Re Ferrante, / tutt’i baroni con signor del Regno / (i)nvocarno Don Fedrico in quello stante / Per loro re pacifico e benegno; / e che spacciarno subito un fante / (a)l princepe in Gaieta, senza retegno, / a farli intender questa bona nova, / che a farlo re, ognun ben se ce trova.

 

Dal IV libro dello Balzino. 13 ottobre 1496. Isabella ritorna a Lecce ed è acclamata regina, dopo qualche giorno le arriva la lettera del marito che la mette al corrente dei fatti e le annuncia di aver investito il figlio Ferrante del ducato di Calabria. Nei giorni successivi Isabella riceve i tributi di baroni e autorità locali[17]:

Gran dispiacer n’ebbe e cordïale / de questa morte Isabella regina, / considerando ce a sto mundo frale / la natura tal produce e ‘l ciel distina; / videndo po’ che contristar non vale, / pensò de retornar l’altra matina; / e così pöi lo sequente giorno / in Lecce con baroni fe’ ritorno /

Fo receputa in Lecce per regina / Con gran trïunfo e con onor assai; / ciascun regracia la pietà divina / ché più meritamo, lei ce fae. / Chi «Ferro», chi «Federico», chi «Regina», / fino a lo cielo li clamor se dae, / et «Isabella», «Duca» con «Ferrante» / gridare se sentea per tutte cante.…

In pochi dì Fedrichetto arrivao, / mandato da lo novo re Fedrico, / e lettre a la regina assai portao, / narrando el fatto sì como era gito, / (e) como tutt’i baroni lo invocao / Per loro fermo re e signor antico, / (e) como per Napul cavalcao per segno / che de Sicilia ottenuto ha lo Regno.

A ciò che se intendesse, lo scrivea / che regina Isabella sua consorte, / e locotenente general la facea / del tutto el Regno in sì benigna sorte; / e Don Ferrando publicato avea / per Duca di Calabria con gran corte, / e vicario general pronunciato; / (u)nde reputa ciascun esser beato.

Ora tornamo a li baron liccesi, / ch’ognuno tal novelle desïava, / e avendole per ferme e chiare intese, / ciascuno a la regina el pie’ basava. / Cità, castelle tutte del paese, / el simil far per sindici mandava, / per modo tal che durao vinti giorni / ch’in Lecce venea in frotta como stormi.

 

Dal IV libro dello Balzino. maggio 1497. Federico comunica a Isabella che deve partire da Lecce per andare a Barletta[18]:

Lettere venne in questo a la regina, / c’in tutto ben in ordine se metta, / ché a la secunda lettra faza stima / andar a far la stancïa in Barletta; / perché Sua Maiestà llà se avicina, / in pochi giorni per vider se aspetta. / Questa tal nova fo a la corte grata / (e) più a la regina che l’ha desïata.

A li undece de magio fo arrivato / lo signor Galëotto e la mogliere, / a la regina da lo re mandato, / per posser a la partenza providere, / como quel che ne era prattico e dotato / d’ogni virtù repieno e de sapere, / facendo tutto quanto / ordinare / che a li vintidui potesser cavalcare.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 1497. Isabella parte da Lecce[19]:

1497. Regina Isabella de Bautio se partette de Lecce per andare in Napoli, dove tutti li Baruni, & Jentil’huomini di di Lecce, & lo Viscopo li fera compagnia per sieni a Barletta ad spese de ditti Baruni, & Jentil’homini.

 

Dal IV libro dello Balzino. 24 maggio 1497. Isabella parte da Lecce[20].

Quando a lo punto per partire forno, / tutto om montò a cavallo in compagnia; / per ditto de quellor che li contorno, / più de mille cavalli cum lei gia, / e per tre miglia fòr l’accompagnorno / cum soni de trombette e melodia / de pifari e flaùti; e in omne canto / del suo partir se facëa gran pianto.

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. Papa Alessandro VI invierà il figlio cardinale Cesare Borgia per l’incoronazione[21]:

Or’ amando teneramente Federico la Città di Capua, volle in essa coronarsi Re di Napoli, essendogli stata mandata la corona del Reame per mezzo di Cesare Borgia, Legato Apostolico di Alessandro VI., chiamato il Cardinal di Valenza.

 

Dal VI libro dello Balzino. Mentre è a Barletta Isabella è messa a conoscenza dell’incoronazione[22]:

Appresso venne nova gracïosa / Che se apparecchia el re per coronarse / Cum festa grande, nobil e suntuosa; / (i)n Capua deliberava omnino farse, / ché per la
peste in Napul non è cosa / per tanta gente avea a retrovarse; / (e) fra pochi dì lo legato verria, / el cardinal de Valencia saria.

Venea omne dì lettre da’ cortesani / De li apparati grandi se facia; / le pompe tanto grande in forge strane, / che nol videndo non se crederia; / reputando tutte l’altre esserno vane, / più bella che tal far(e)se non poria; / de che la regina avea assai allegreza / audir(e) del marito tanta adorneza.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[23]:

Alli 10. di Agusto 1497. in dì santo Laurenzo se fece la festa della incoronatione dello signore Re Federico I. di Aragona a Capua, dove ce fo fatta grandissima festa, & con gran cirimonie dove se viddero de molti baroni dello Riame adobbati ddi broccato & gioie, & de adornezza

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[24]:

… già seguì tal coronazione in Capua nella Cattedrale il giorno decimo d’Agosto 1497. di Giovedì su l’ora 17. circa dieci mesi, e tre giorni dopo la morte di Ferdinando II. Vi fu gran pompa ed apparato, essendo decorata la funzione dall’intervento d’un numero grande di Prelati, di tutti i Principi, che si ritrovarono in Regno, dell’Arcivescovo di Cosenza, allora Segretario del Papa

 

Dal VI libro dello Balzino. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[25]:

Or venne po’ la nova tanto grata / De la felice sua coronacione, / como a dece de augusto fo celebrata / cum gran trïunfo, assai demostracione. / Dal Signor Re e da molti fo avvisata / la pompa che ià fe’ omne barone, / de broccati, rizi, sete e panni de oro, / catene, collane et altro ricco decoro.



[1] Cfr. I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1728 (https://archive.org/details/apologiaparadoss00ferr). La precedente edizione del testo è stata pubblicata a cura di Alessandro Laporta (cfr. A. Laporta, Introduzione, a I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1707 (riedito a cura e con introduzione di A. Laporta, Cavallino 1997).

[2] Domenico De Angelis, ad esempio, nelle sue note sulla vita di Ferrari pubblicate nel 1710, a proposito di quest’opera scrive: “Paradossica Apologia, la quale quanto prima dovrà uscire alla luce, essendosene di già impressa la maggior parte per opera, e diligenza dell’eruditissima Accademia degli Spioni, avendo Giusto Palma onoratissimo gentil’uomo Leccese, e Consolo della medesima, uomo anch’egli quanto saggio, ed erudito, altrettanto amante dell’onore, e della buona fama della Patria, preso la lodevol cura di farla stampare, e per mezzo della diligente attenzione di D. Lazzaro Greco, anch’egli Accademico, di farla riscontrare colle migliori, e più fedeli copie, che ne correvano, riducendola al senso del suo proprio originale, il quale si è trovato in moltissime parti, lacero, guasto, ed alterato, per lo poco intendimento di quei, che vi avevan fatto sopra parecchie aggiunte, discordanti dalla Cronologia de’ tempi, e dalla verità di quella storia; e particolarmente per l’imperizia, e per l’avidità de’ poco accorti, ed ambiziosi annotatori, alcuni de’ quali indotti forse da strabbocchevole desiderio d’ingrandir troppo la fama della loro famiglia, e d’innalzare i fatti degli Avi loro, si studiarono poco felicemente, di accrescerla di notizie stravagantissime, e lontane dalla mente dello Scrittore dell’Opera” (cfr. D. De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, I, Firenze 1710, pp. 123-135: p. 130).

[3] E’ esemplificativo, in tal senso, il titolo integrale dell’opera: Apologia paradossica, di M. Jacopo Antonio Ferrari, giureconsulto, e Patrizio leccese divisitata in tre libri nella quale si dimostra la precedenza, che deve avere l’antichissima e fedelissima Città di Lecce né Parlamenti Generali del Regno e come debba essere preposta, non solo alle Città di Capua, e di Cosenza, ma a tutte le Città del Regno, eccetto Napoli.

[4] Cfr. M. Marti (a cura di), Opere (cod. per F 27), Lecce 1997.

[5] Si riporta la copia delle quattrocentesche Cronache di Antonello Coniger trascritte da Aurelio Pelliccia (A. Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, cosi italiani, come latini appartenenti alla storia del Regno di Napoli, Tomo V, Napoli 1782, pp. 5-54) (http://books.google.it/books?id=RhxAAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[6] Cfr. G. Passero, Giornali, a cura di M. M. Vecchioni, Napoli 1785 (http://books.google.it/books?id=OBute-976hIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[7]Cfr. F. Granata, Storia civile della fedelissima città di Capua, Libro III, II vol., Napoli 1752 (http://books.google.it/books?id=vKE5PJJ8doIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[8] Forse Ferrari fu tratto in inganno dal fatto che partecipò all’incoronazione di Federico il segretario di Alessandro VI e vescovo di Cosenza, Bartolomeo Florido, a cui è succeduto nella diocesi nel 1499 Francesco Borgia.

[9] “… lo signore Re se incoronai, & incoronato che fo se ne tornai in Napoli con lo Cardinale legato, che era venuto ad incoronarlo, & in Napoli se reposaro circa dui iorni, & dopoi se ne andaro in Sorriento, dove stavano le due Regine vedue madre, e figlia, & lo signore Re ce andai insieme con lo sopradetto legato, dove foro benignamente receputi, & la reposaro dui giorni & poi montaro sopra quattro galere, e tornaro in Napoli, & lo detto legato stette cinque iorni in Napoli dopoi cercai licenza allo signore Re Federico per tornare in Roma, & lo signore Re li fece un ricco dono & isso con la sua gente se ne tornai in Roma” (G. Passero, op. cit., p. 115).

[10] A. Pelliccia, op. cit., p. 37.

[11] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 126.

[12] G. Passero, op. cit., pp. 108 e 110-11.

[13] A. Pelliccia, op. cit., p. 39.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 40.

[16] M. Marti (a cura di), op. cit., pp. 132-33.

[17] Ivi, pp. 133-34.

[18] Ivi, pp. 138. Il Galeotto inviato da Federico è Galetto Carafa, accompagnato dalla moglie Vittoria Cantelmo, cugina di Isabella. In nota Marti precisa che la data di partenza fu il 24 maggio (cfr. Ivi, p. 327).

[19] A. Pelliccia, op. cit., p. 41.

[20] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 145.

[21] F. Granata, op. cit., p. 163.

[22] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

[23] G. Passero, op. cit., p. 115.

[24] F. Granata, op. cit., p. 163.

[25] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

Sul termine naca, la culla dei nostri avi

di Armando Polito

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1) Ci tene fili si fazza la naca! (Chi ha figli si faccia la culla!).

2) Lu piccìnnu ti la naca nnu ggiùrnu ènchie1 e l’addhu sdiàca2(Il bambino della culla un giorno riempie e l’altro svuota).

3) El più del tempo stava, questa3, mbriaca/e non sapëa quel che se facea;/e molte volte sopra de la naca/con greve sonno spisso4 se adormea (La maggior parte del tempo stava, questa, ubriaca/e non sapeva quello che faceva;/e molte volte sopra alla culla/con pesante sonno profondo si addormentava).

Chi legge avrà già intuito che i primi due documenti sono due proverbi in dialetto neretino e che il primo è un invito ai genitori a far fronte direttamente (si fazza) alle loro responsabilità, il secondo è di interpretazione più problematica, perché potrebbe alludere al continuo, alternato  aumentare di peso, ingrassare (ènchie) e diminuire, dimagrire (sdiàca) del bambino5, oppure dipingere un quadro di regolarità intestinale in tempi in cui Activia e il suo biphidus actiregularis non esistevano e, non esistendo nemmeno la tv, non rompevano, come fanno oggi, le scatole senza, peraltro, garantire nei fatti ciò che a parole e ad immagini promettono…

È altrettanto evidente che il terzo documento non è in dialetto neretino; infatti si tratta di quattro endecasillabi (vv. 249-252) tratti dal poema Lo Balzino scritto nella seconda metà del XV° secolo dal neretino Rogeri de Pacientia6. Il poema, contenuto nel manoscritto F24 della Biblioteca di Perugia, fu studiato dal Croce, ma la prima pubblicazione integrale del testo, a cura di Mario Marti, è relativamente recente7. Quanto alla lingua usata, si tratta di uno dei primi tentativi salentini dell’uso del volgare con intendimenti letterari ed essa non si discosta da quella solita degli scrittori napoletani del secolo, non priva di forme dialettali, barbarismi, costrutti poco lineari che sovente danno vita ad un’espressione piuttosto intricata del pensiero.

Chi, però, pensa, sulla scorta dei proverbi probabilmente più antichi de Lo Balzino, che naca nei quattro versi riportati sia la forma dialettale neretina più

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