Nell’autunno salentino, lenzuola sopra la terra rossa

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di Rocco Boccadamo

In gergo comune, la gente suole definire “teli o reti” gli utili accessori o suppellettili impiegati nell’ambito e ai fini della raccolta delle olive.

A me, però, viene in mente, non a caso, di appellarli “lenzuola”.

Il riferimento attiene a una realtà operativa concreta, non solo vigente lungo queste amene plaghe del basso Salento, ma estesa all’intera Puglia e, in generale, a tutte le altre regioni, aree e, ho motivo di ritenere, anche Nazioni, dove esistono uliveti e si pone, quindi, il compito e l’obiettivo di ricavarne i preziosi frutti nella maniera migliore, sia dal punto di vista quantitativo, che sotto l’aspetto della qualità.

Si tratta di sottili strati a quadratini stretti, dai quattro lati uguali oppure, talora, in forma di rettangolo, di superficie variabile, in ogni caso almeno pari a quella corrispondente alle chiome dei singoli alberi dalle foglie color argenteo, taluni dei quali veri e propri monumenti che presuppongono, pertanto, teli o reti di dimensioni ragguardevoli o da sistemarsi in coppia ai loro piedi.

Gli accessori in discorso sono fatti di materiali plastici o similari, mentre i loro colori si alternano dall’avorio al beige chiaro, al verde intenso e al marrone, così da formare, talvolta, sequenze di pseudo tappeti policromi senza soluzione di continuità.

Ponendo l’accento, come premessa introduttiva, sull’estrema utilità di questi supporti agricoli, come cercherò di spiegare meglio più avanti, mi sembra anche il caso di rimarcare che il loro posizionamento sotto gli ulivi non avviene per semplice e libera caduta dal cielo, comportando, bensì, una non indifferente fatica, specie se il lavoro è compiuto da una sola persona.

Schiena ricurva, sforzi di braccia e gambe, paziente avvolgimento degli aggeggi intorno ai tronchi e, infine, ricerca di tantissimi ciottoli o piccole pietre, da poggiare sui lati dei teli, per evitare che il vento  li scompagini o li ripieghi.

Accennavo, prima, al prezioso scopo dell’impiego di tali accessori: in sintesi, grazie ad essi, le olive che cadono naturalmente o sotto l’effetto di abbacchiatori a batteria o di macchinari scuotitori sui tronchi, non si pongono a diretto contatto delle zolle, che possono, com’è noto, contenere sali, concimi, sostanze tossiche e altre impurità e, in tal modo, nei piccoli frutti ovali, la genuinità e la sanità degli elementi organolettici, le proprietà nutritive e le sensazioni gustative vengono sostanzialmente salvaguardate.

A questo punto, mette conto di annotare che i teli o reti esistono e si utilizzano  appena da alcuni decenni, mentre, in precedenza, si era fermi a modalità di raccolta delle olive di tutt’altro genere:   una per una o quasi,  mediante velocissimi movimenti delle dita delle mani e loro custodia in appositi sacchetti di tela (pusceddri) che si tenevano legati davanti al corpo, ovvero con ripetute ramazzate dei frutti giacenti sul terreno e la formazione di apprezzabili mucchi, riposti poi, a manciate, nei sacchi o in altri contenitori.

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In sfida ai miei quindici lustri di età, conservo viva l’immagine di compaesani, specialmente compaesane, intenti a siffatti metodi di raccolta, negli anni quaranta/cinquanta dello scorso secolo, un lavoro che iniziava di primo mattino e terminava al tramonto, con un brevissimo intervallo per la consumazione di una frisella, condita con pomodori, accompagnata da un sorso d’acqua e, se e quando c’era, da un dito di vino.

Al paese, per altro, non esistevano grandi estensioni di uliveto, tali da assicurare un lavoro, ancorché stagionale, a molti, erano prevalenti le piccole proprietà frazionate, certamente non bastevoli e, di conseguenza, alle scene di siffatte attività in loco si aggiungevano quelle delle partenze di folti gruppi di concittadini, soprattutto donne, di età dai dodici a sessantacinque/settanta anni, che lasciavano Marittima per raggiungere il fieu (feudo, volendo riferirsi a una grande coltivazione ad uliveto) in qualche paese distante, in genere del tarantino o brindisino, dove trovare occupazione per un discreto periodo.

Dette trasferte, unite a quelle per la coltivazione del tabacco nelle pianure lucane, rappresentavano gli strumenti o fonti di reddito a che  le famiglie avessero modo di edificare una casa nuova (frabbicu) per i figli maschi o di preparare il corredo per le figlie femmine.

Anche il giorno d’oggi, per la verità e soprattutto per essere realisti, non tutti i proprietari di terreni a uliveto, piccoli o grandi che siano, si possono permettere di adoperare, o semplicemente vi ricorrono,  i teli o reti o le lenzuola come a me piace appellarli.

Coloro che non lo fanno, si preoccupano unicamente di ripulire le aree sottostanti agli alberi, per poi scopare i frutti caduti e sottoporli, quindi, a una cernita attraverso setacci manuali o meccanici. Certamente, in cotale guisa, il risultato sul piano della qualità dell’olio emerge radicalmente differente.

E però, richiamando l’immagine allegorica delle lenzuola e andando con i miei capelli bianchi ad antichi ricordi correlati, in particolare inerenti alle stagioni passate, anche in casa, anche riguardo ai letti, al riposo e al sonno, taluni, o per scarsità di risorse finanziarie o sulla scia di abitudini radicate, facevano a meno delle lenzuola, spesso materialmente mancanti, avvalendosi invece di semplici e spartani giacigli, riparandosi, d’inverno, dal freddo, sotto umili coperte o zinzuliere, nella migliore delle ipotesi, attraverso le imbottite, i piumoni di una volta, contenenti all’interno fiocchi di bambagia.

Scorrono i tempi, si succedono, come in questo periodo, le stagioni autunnali, sulla scena agreste e paesana dominano gli stupendi e maestosi ulivi e la raccolta dei loro irrinunciabili frutti.

La scena è allietata e colorata, non tanto dalla policromia dei teli o reti o lenzuola, quanto dalla sfumatura rosso vivo dei corbezzoli che giungono a maturazione esattamente nella presente fase dell’anno e dalla macchia, di eguale ma più tenue tonalità, che spicca sul petto di simpatici uccellini, i pettirossi, ghiotti e grandi piluccatori, guarda caso,  sia di olive sia di corbezzoli.

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A proposito di immagini e rimembranze di molti calendari fa intorno alla raccolta delle olive,  mi viene spontaneo focalizzare un flash sulle particolari unità di misura di tali prodotti, contenitori metallici in forma cilindrica di varia capacità: il tomolo (tumminu) corrispondente a 55,54 litri attuali, il picciolo (picciulu) pari a 27 litri all’incirca, lo stoppello (stuppeddru) che conteneva circa 6,8 litri. Vi era inoltre una differenza tra recipiente colmo, raso e pieno: nel primo caso “la materia di cui era stato riempito sopravanzava su di esso in forma rotondeggiante a mo’ di cupola; nel secondo, la materia era al pari degli orli in tutta la sua superficie; nel terzo caso, nel recipiente sarebbe potuta entrare ancora qualcosa di più”.

Gli attrezzi in discorso sono da un bel po’ andati completamente in disuso e rappresentano ormai unicamente un flebile ricordo nel sentire e nella mente degli anziani.

Da ultimo, mi sovviene una località, Monteruga, situata in un triangolo di confine tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto, posta precisamente fra San Pancrazio Salentino e Torre Lapillo, avente una storia particolare: nel corso di cinquanta/sessanta anni, durante il secolo scorso, era un vero e proprio piccolo paese, con una comunità stanziale, la chiesetta e finanche una caserma, popolato in buona parte da famiglie provenienti dal basso Salento.

Successivamente,  fra il 1970 e il 1980,  poco per volta,  Monteruga  è purtroppo rimasta miseramente disabitata,  al punto da ridursi a niente più che una località fantasma.

 

20 ottobre 2016

Rocco Boccadamo

Lecce

Email: rocco_boccadamo@alice.it

 

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Un bagno ottobrino, tra onde d’umanità

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di Rocco Boccadamo

Anche per me, sebbene sia ancora portato a sperare in qualche giornata a venire eccezionale – cioè a dire se non propriamente calda, almeno tiepida e senza vento – si è sostanzialmente compiuto il tempo delle immersioni nell’accattivante e tonificante mare del Basso Salento.

Tuttavia, ieri, sono stato protagonista e beneficiario, in pratica ho goduto, di un’immersione di tutt’altro genere, e, però, devo riconoscere, non meno coinvolgente: un bagno tra persone.

Per eseguire un piccolo esame, di quelli di verifica e controllo cui periodicamente si sottopongono i “ragazzi di ieri”, i quali, come è noto, nella stragrande maggioranza, devono rinunziare al sonno notturno di un’unica ininterrotta durata, ho raggiunto il poliambulatorio del presidio ospedaliero più vicino.

Sostando nell’astanteria nelle more che si accendesse il numerino del mio turno, ovviamente in vicinanza e quasi a contatto di vista e udito rispetto a una piccola folla di pazienti, ho  inconsapevolmente e, però, attivamente convissuto con una lunga e variegata sequenza di ricordi, riflessioni e suggestioni.

Innanzitutto mi si è affacciata l’immagine, rimasta particolarmente impressa nella mente e dentro, di due famosi e conosciuti protagonisti del cinema italiano, Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi, nella scena di un’intervista sul piccolo schermo, nel corso della quale e alla domanda di come si snodasse la loro vita privata e famigliare, col sorriso sulle labbra e con semplicità e naturalezza, facevano cenno proprio a determinate impellenze che spezzavano l’arco del loro riposo. In ciò, evidentemente, affatto divi, anzi comuni mortali.

Nella platea dei presenti nella sala poliambulatoriale, invero, ho scorto una sola figura dal volto conosciuto, il marittimese Paolo F., che, in un attimo, ho rivisto bambino, mentre, ora, si presenta con una folta capigliatura di colore bianchissimo, fratello minore di un mio coetaneo e compagno di scuola.

In stagioni ormai molto lontane, le nostre rispettive famiglie d’origine erano particolarmente vicine, dato il forte legame d’amicizia esistente fra i due “capi”, mio padre e il genitore di Paolo, purtroppo andatosene prematuramente, nemmeno quarantenne.

Ieri, durante l’attesa analoga alla mia, Paolo, in questo periodo domiciliato in una località contermine a Marittima, era intento a discutere con un compaesano, nella comune veste di membri del Comitato festa cittadino, in merito alla scaletta delle realizzazioni e manifestazioni – luminarie, bande musicali, processione, fuochi d’artificio – connesse con la celebrazione annuale, giusto in questi giorni, della Madonna del Rosario, protettrice del loro luogo di abitazione.

Arriva, intanto, nel salone una ragazza, assai aggraziata di suo, che, ad ogni modo, si pone in evidenza soprattutto per via di un imponente pancione: di sicuro, quindi, è prossima al parto.

La giovane, facendo a meno di rispettare il turno grazie a una positiva e civile prassi ormai consolidatasi, si porta direttamente allo sportello, al fine di disbrigare le proprie occorrenze.

Confesso che, per il mio sentire, la vista di una donna che sta per mettere al mondo una nuova vita è sempre motivo di gioia e ammirazione.

Una signora di mezza età, invece, presentatasi davanti all’impiegata addetta e a una domanda di quest’ultima, declama ad alta voce di abitare nella cittadina di Alessano, in via Carlo Alberto n. 68.

Nell’udire il nome di tale località, io non resisto a volare col pensiero in direzione di una speciale e amata figura del mondo cattolico e religioso, don Tonino Bello, in vita vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi, adesso in odore di santità.

Don Tonino era originario proprio di Alessano e le sue spoglie riposano nel locale cimitero, al centro di un piccolo e infiorato giardino, meta di folti gruppi di visitatori e devoti estimatori che arrivano finanche dall’estero.

Strana coincidenza, l’ennesima delle mie, una volta concluso il  piccolo esame e lasciato l’ospedale, percorsi in macchina pochi metri, incrocio il furgone di una ditta di lavori idraulici, con sede sempre in Alessano e con denominazione, riportante il cognome del titolare, guarda un po’, Bello, lo stesso di don Tonino.

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Le sopra accennate persone, con correlati accostamenti, sono indubbiamente quelle che più marcatamente mi hanno suscitato riflessioni e suggestioni, ma, per fedele completezza, devo dire che, attraverso il rapido soffermarmi nel passare in rassegna il loro viso e il loro guardo, mi è rimasto qualcosa, un segno, di tutte indistintamente le persone presenti.

Come se si fossero accesi dentro di me piccoli fuochi d’interesse e, soprattutto, illuminanti, anche se non chiaramente descrivibili.

Insomma, pure in assenza del mare trasparente, il mio bagno di ieri mi ha fatto bene.

Mentre vado buttando giù queste note, odo chiaramente il crepitio, con saltuari più sonori rimbombi, dei fuochi pirotecnici, protrattisi per circa un’ora e mezza, sparati nella vicina località, nell’ambito dei festeggiamenti in onore della Patrona, Madonna di Pompei.

Echi ideali da Marittima

Echi ideali da Marittima

Volti, luoghi, testimonianze e ricordi di un nido senza tempo

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di Rocco Boccadamo

Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Pier Capponi, Isonzo, Piave e Premuda sono le denominazioni di sei viuzze, lunghe al massimo sessanta/settanta metri, che, susseguendosi oppure incrociandosi, delimitano e nello stesso tempo racchiudono il minuscolo territorio, in forma di quadrilatero irregolare, su cui si trova insediata una sorta di suggestiva bomboniera della tradizione, ossia a dire il rione Ariacorte della mia Marittima.

Un agglomerato di modeste, eppure dignitose, casette e, soprattutto, per secoli, lungo le scansioni del pendolo nei tempi andati,un concentrato di nuclei famigliari, un coacervo di vite per molti aspetti uniformi, pulsanti sulle medesime lunghezze d’onda, in stretta comunione interpersonale.

Non è lontano dalla realtà parlare di cuori che battevano all’unisono e, insieme, costantemente dischiusi al sentimento della solidarietà e del mutuo soccorso e sostegno, dischiusi esattamente al pari, per scendere sul piano della quotidianità pratica, degli usci delle abitazioni.

Quindici lustri fa, sul lettone di casa dei suoi genitori, proprio nell’Ariacorte,  chi scrive s’è trovato ad aprire gli occhi alla propria avventura esistenziale.

Ariacorte, in fondo zona periferica nel perimetro urbano di Marittima, un solco nel campicello paesano, un angolo modesto e, tuttavia, affatto anonimo, non fosse altro per essere costeggiato, sfiorato e occhieggiato nei suoi tessuti interni dalla generalità della popolazione, con maggiore e intensa frequenza nell’arco della stagione estiva, poiché area coincidente con la direttrice che porta alla locale marina per antonomasia, ovvero l’incantevole insenatura Acquaviva.

l’insenatura Acquaviva
l’insenatura Acquaviva

A proposito di quest’ultimo sito, piccola ma lucente perla naturalistica, per chi ha i capelli bianchi e radi come me, è bello e gratificante osservare che, un tempo, vi accedevano, per prendere i bagni nelle sue fresche e corroboranti acque, unicamente gli indigeni o nativi, a voler esagerare gli abitanti delle località contermini, mentre, il giorno d’oggi, l’Acquaviva è meta conosciuta su scala nazionale e, addirittura, anche all’estero, visitata nel corso di tutto l’anno e, a luglio e agosto, letteralmente gremita di gente, dalle prime ore del mattino fino a notte inoltrata.

Ritornando all’Ariacorte e alla sua evoluzione sotto l’aspetto demografico, compresi i correlati costumi, e rapportandomi, ovviamente, ai miei primi ricordi, peraltro tuttora vivi, ho potuto agevolmente stabilire che, nel decennio 1945-1955, vi dimoravano quaranta famiglie, con un totale di centonovantanove componenti, cioè, in media, cinque persone per nucleo.

In termini di paragone, ora, i medesimi valori riferiti ai residenti si attestano su basi numeriche ben più ridotte, nell’ordine, rispettivamente di dieci e sedici, poco più di una persona e mezzo per ogni singolo focolare. Per completezza, bisogna però osservare che alcune abitazioni sono nel frattempo passate di mano, andate in proprietà a forestieri approdati a Marittima per turismo, i quali, in certo qual modo, le animano nel canonico bimestre estivo.

Sia come sia, rispetto al pullulare intenso di vita di un tempo, l’Ariacorte si è trasformata in un’oasi di silenzio, di rari passi, di quiete.

Piace in modo speciale, al narrastorie che già c’era da bambino – ragazzo e che, per sua buona sorte, vive ancora e si trova sovente a osservare di passaggio l’ambiente in cui è nato, piace, dicevo, e gli è caro, rievocare determinate figure che sono rimaste a palpitare nella sua memoria e, finanche, nelle sue suggestioni interiori.

Per la verità, si conserva nitida l’immagine, con particolari e dettagli, di tutti i centonovantanove abitanti dello scorso secolo, a cominciare, ovviamente, da quella dei nonni paterni, degli zii e delle zie.

‘A Valeria ‘e l’Ancilu (Valeria, moglie di Angelo) aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare tante cose.

Era mescia (maestra) del magazzino, una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello. Inoltre, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano e, mediante un vecchio ma efficace telaio di legno, realizzava manufatti di particolare pregio, commissionati da innumerevoli famiglie del paese; insomma, non vi era ragazza in procinto di sposarsi che non tenesse a poter dire di avere qualche capo del proprio corredo realizzato da Valeria. ‘A Valeria ‘e l’Ancilu, ben voluta da chicchessia. Trifone Mariano, al vertice dell’omonima famiglia, si distingueva per la bella abitudine della preparazione annuale, nella ricorrenza del 19 marzo festa di San Giuseppe, di un pentolone di massa, tagliolini fatti in casa, piatto tipico di quel giorno, a beneficio delle famiglie meno abbienti del paese, in altri termini una tavolata, detta, non a caso, di San Giuseppe.

Giovanni ‘u Pativitu (discendente da un certo Ippazio Vito), il quale divideva il tetto con la consorte Ndolurata, era contadino e però, a tempo perso, anche fabbricante di panieri e cesti di giunchi e vimini.

Peppe ’u cardillu era un uomo di bassa statura, buono e scherzoso, sebbene, ogni tanto, preso di mira da noi bambini che gli cantavamo

Zzumpa cardillu

mmenzu sti fiuri

zzumpa cardillu

lalleru lallà.

Cosimo maccarrune, al contrario, si offendeva sentendosi appellare con detto nomignolo e, quindi, bisognava contenersi.

Giulia era giunta a Marittima da un paese vicino, sposando Fortunato e, a distanza di circa un anno, aveva messo al mondo Teresa, classe 1941 come me.

Purtroppo, ancora giovane, la donna scivolò in condizioni di salute precarie, con gravi problemi all’apparato respiratorio.

Spesso, pareva che le mancasse il fiato e, nelle fasi maggiormente critiche, se ne usciva da casa e si portava in un vicino slargo, dove c’era più aria e soffiava diritta la tramontana, restandosene lì per ore, magari al freddo, seduta sugli scalini di chianche della casa di Siveria: almeno respiro, si consolava.

Toti anzi cumpare Toti, vicinissimo di casa, era un contadino, sposato con, a carico, la moglie, sei figli e la suocera. Un buon uomo, ma, invero, non un grande lavoratore, nella sua magione, di conseguenza, non regnava benessere, si avvertiva, al contrario, una sensazione di fame, il pane si mangiava se e quando c’era, sulla tavola appena una minestra di verdure coltivate nell’orto.

Ciononostante, cumpare Toti giammai intese rinunziare ad allevare un uccellino, ora un cardellino, ora un canarino. Teneva tanto a ciò, al punto che, in un’annata in cui anche la sua famiglia fu costretta a emigrare in Basilicata, dove coltivare, in mezzadria, estensioni di tabacco, all’atto di caricare l’autovettura a noleggio che doveva trasportare persone e suppellettili, Toti fu irremovibile nel pretendere che, nell’abitacolo del mezzo, trovasse posto anche la gabbia con l’amato uccellino.

Costantina ‘u medicu, da parte sua, era una vecchietta minuta ma assai sveglia e dotata di forte temperamento. Vedova, viveva da sola alla fine di via Isonzo e attendeva con premura alle necessità di due nipoti, Maria e Costantino, rimasti orfani in tenera età, intanto già divenuti adulti e però non ancora sposati. Mi è rimasto impresso il particolare che Costantino, quando compì la fuitina con Gemma, pensò di cercare e trovare rifugio presso la nonna, la quale tenne la coppia in casa per qualche tempo, sino a quando non le parve giusto di intimare ai due sposini di andare a starsene da soli, in un’abitazione tutta per loro.

Aveva, Costantina, un vezzo, diciamo così, non gradito a noi bambini e ragazzi del rione, era contraria a che, durante le nostre giocate a palla in via Isonzo, lanciassimo la sfera a sbattere spesso sulla porta o sulla parete esterna della sua casetta. Talvolta, ci sequestrava la palla e ci toccava insistere a lungo per averla in restituzione.

I germani Luigi e Tore ‘u casinu, abitanti a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro ed entrambi proprietari di una doppietta, erano soliti andare a caccia insieme; ricordo, particolarmente, gli apprezzabili carnieri di tortore che riuscivano a portare a casa, utilizzando tali bottini come pietanze per le rispettive famiglie.

A fianco della citata anziana Costantina, si ergeva l’abitazione di Peppe ‘e Tuie, netturbino e necroforo comunale, coniugato con Cesira e padre di Nata, Cici e Ucciu, gli ultimi due miei cari amici e compagni di giochi.

Pressoché attigua, la dimora di Consiglio ‘u minicone e Concepita e dei loro otto figli, tra maschi e femmine e, esattamente di fronte, l’abitazione di Rosaria ‘u fusu, sul cui nucleo vado a soffermarmi diffusamente nelle righe che seguono.

Rosaria, proveniente da Andrano, reduce da un primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe) ‘u fusu, reduce anche lui da una precedente unione, padre di tre figli e, pure, rimasto prematuramente vedovo.

Rosaria e Giuseppe, insieme, procrearono ulteriori quattro figli, sicché, a un certo momento, venne a formarsi un antesignano nucleo allargato, con, in totale, undici persone, fra i due coniugi e i nove figli dell’insieme di letti.

Non era per niente facile, per Rosaria e Giuseppe, e tanto meno per Rosaria da sola quando lei rimase vedova per la seconda volta, far crescere tanti rami della pianta famigliare, ma, con il loro personale impegno e sacrificio e, quindi, il conseguente buon esempio, aiutati, sin dalla tenera età e vie più man mano che crescevano, da figli e figlie, conducevano in veste di mezzadri una serie di terreni, una vera e propria “masseria” (grande azienda agricola) la chiama adesso Costantino, il penultimo dei figli sopravvissuto insieme con la sorella Concetta.

Molti i ricordi e le annotazioni, taluni particolari, vuoi per averli vissuti da testimone diretto, vuoi per essergli stati riferiti, che si affacciano nella mente del narrastorie riguardo ai componenti della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Innanzitutto, intorno alla fine degli anni Trenta o agli inizi del Quaranta del secolo scorso, la scomparsa di Giuseppe a causa di un incidente, una rovinosa caduta mentre era intento a fissare a un gancio del soffitto un chiuppu di tabacco già essiccato (una sorta di grosso casco, prendendo a riferimento le banane), in attesa d’essere conferito al magazzino.

Di seguito, nel 1945, io avevo appena compiuto quattro anni, il matrimonio di Pippina, che rivedo nell’atto di varcare la soglia di casa nell’Ariacorte in abito bianco e con un’acconciatura semplice e tondeggiante di egual colore a cingerle il capo. Pippina, minore di solo un anno rispetto a lei, era grande amica di mia madre.

Poi, esattamente il 22 gennaio 1947, le nozze dell’altro figlio di primo letto di Rosaria, Andrea, con Valeria, coetanea e cognata di Pippina, anche lei amica di mia madre, giacche, da nubile, abitante di fronte e, in sostanza, cresciuta insieme sulla via Convento.

Ora, in quel lontano 22 gennaio 1947, Marittima registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata: bellissima ed eccezionale, perciò, la scena dell’uscita dalla chiesa dei novelli sposi, intanto che gruppi di ragazzi e giovanotti facevano a gara nel formare grandi palle di neve e a sospingerle a rotolare sulla strada, in leggero declivio, dalla piazza del paese verso la Campurra.

A più riprese, negli ultimi anni, imbattendomi in Valeria, non ho resistito a ricordare la coincidenza e, sempre, la donna ha di buon grado assecondato la mia rievocazione della scena, senza mancare, nello stesso tempo, di porre l’accento sui legami d’amicizia e d’affetto che aveva nei confronti della mia genitrice, la quale che, purtroppo, non c’è più da mezzo secolo.

Mentre, Valeria, l’ho rivista ancora ieri seduta in poltrona, esitante sulle gambe, ma lucida, a casa sua.

Nel 1951, virgola capitò, invece, un’improvvisa e brutta traversia a Vitale, il secondo dei quattro figli di Rosaria e Giuseppe, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede. La situazione era divenuta quasi tragica, una mattina ci fu grande scompiglio nel rione Ariacorte, meno male che, provvidenzialmente, si trovò, per il malcapitato, la possibilità di un’immediata corsa in macchina e del ricovero nell’ospedale di Lecce. Dopodiché, Vitale guarì e riprese completamente la sua attività di contadino.

Costantino, fratello minore di Vitale, mi ha precisato che, in quel frangente, egli era assente da Marittima, da poco partito per il servizio militare in Marina e si trovava di stanza alla Spezia, imbarcato su un dragamine: chiosa dell’interessato, buon vitto a bordo e pure la paga era buona, rispetto ai magri guadagni da contadino al paesello.

A quest’ultimo proposito, ha soggiunto Costantino, quanta fatica, quanti sforzi a zappare, soprattutto, o per seminare, falciare, raccogliere grano, lupini, altri legumi, fichi, olive, carrube e tabacco, nella “masseria” che aveva per base il fondo denominato “Magno”, con un grande capannone!

Affondi di zappa o semina di lupini, in un terreno, fra gli altri, denominato Cisteddru ‘a chiesia. La prima accezione, richiamante, forse, due tipi di manufatti artigianali, ciste e cistizzi, fabbricati da alcuni compaesani marittimesi, mediante l’utilizzo di steli di cereali intrecciati, manufatti poi adibiti alla conservazione del grano o di prodotti similari.  Della chiesa, perché, a quei tempi, il bene, verosimilmente pervenuto per donazione, era di proprietà della locale parrocchia.

Il comprensorio dei cisteddri ha la caratteristica d’essere situato al culmine di un piccolo promontorio affacciato sulla distesa azzurra nel nostro mare e di vantare una pregevole veduta panoramica sulla località di Castro, una delle più fulgide perle del Salento.

Ieri, ispirato delle antiche testimonianze di Costantino, ho voluto fugacemente avventurarmi dentro la plaga agricola in discorso, cogliendovi una sensazione di pace assoluta, diffusa sia sui tappeti di terra rossa profumata di lontani sani sudori e di sante fatiche, sia nelle sacche di frescura donate dalle argentee chiome degli ulivi.

Con la chicca, della visione di minuscoli grilli nell’atto di saltellare aprendo le loro alette, dall’interno di colore fra il celeste e il ceruleo, e dell’ascolto, in pieno giorno, anche del canto di qualche gufo o civetta, rapaci che, come è noto, capita, in genere, di udire nelle ore notturne.

Libri| A Castro, con il cuore

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di Alessandra Peluso

La cultura – scrive Husserl – è il sedimento oggettivo del sapere della comunità.  Come allora non considerare Rocco Boccadamo depositario della cultura salentina?

Ne scrive da anni, dopo averla vissuta, amata, accettando anche gli aspetti più impervi. In “A Castro, con il cuore” si evidenzia l’amabile arte di destreggiarsi tra racconti che appartengono al piccolo, ma straordinario paese salentino, come Castro: una perla, bellezza dirompente del sud del Salento.

Boccadamo si nutre di cultura, di storia, di tradizioni appartenenti ad una Terra di persone che amano, accolgono, sono ospitali, generosi, inconsapevoli, spesso però, di essere attori e protagonisti di una storia. Ecco che Rocco Boccadamo sembra rappresentare una cartina tornasole, depositario di una cultura da salvaguardare. Egli utilizza la scrittura, a differenza dell’aedo o del bardo, l’oralità, per trasmettere e far conoscere a tutti, visitatori e non, la cultura salentina.

I numerosi racconti contenuti nel libro “A Castro, con il cuore”, come anche in molte altre sue pubblicazioni, rappresentano un legame tra presente e passato, necessario a creare un’identità. Senza identità non si è nessuno. Non soltanto, ma la popolazione che riesce ad aver meglio un rapporto con la propria origine, la propria identità e tradizione, è anche quella capace di confrontarsi con le altre, accettando e rispettando la diversità.

Pertanto, Rocco, oltre ad allietare i lettori con le sue ammalianti storie, funge anche da guida, affinché gli abitanti di Castro e i salentini tutti prendano coscienza di se stessi, riconoscano il valore della propria identità e la presentino agli altri, tutelando per questo anche il territorio nel quale vivono.

Tuttavia, l’autore del prezioso libello è anche il vessillo del sentimento. Il cuore per Boccadamo non è solo l’organo pulsante di vita, ma anche di amore, di quel sentire dolce o acre che scuote il profondo, libera l’istinto, la creatività, la miglior parte dell’individuo e anche la più vera; così come vero è il sole, e caldo che scalda le pietre inscalfibili di questa terra, il mare cristallino dai colori verde e blu cangiante, la luna rassicurante, i gabbiani che gracchiano, volteggiando, indisturbati.

Il Salento è anche questo. E anche Castro diventa il luogo dell’anima, luogo di innamoramento, come scrive Giuliana Coppola nella Prefazione.

E dunque, Rocco Boccadamo, alla stregua di Virgilio quando narra di Enea, prende per mano il lettore, il turista, o il viaggiatore, o il castrense, e lo conduce per mari e per monti, sino a raggiungere il Castello aragonese di Castro giustappunto, e trovarvi ristoro del corpo e dell’anima; mentre, intanto, questa si rinfranca dall’amore intenso per le proprie origini, la bellezza del territorio, come insegna – emblema incontrastato – il caro Rocco.

A CASTRO, CON IL CUORE, di Rocco Boccadamo, Spagine/Fondo Verri Edizioni

A Castro, con il cuore

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Sabato 2 agosto 2016, a Castro (LE), sarà presentato l’ultimo libro dello scrittore salentino Rocco Boccadamo “A Castro, con il cuore”, pubblicato, per i tipi di “Spagine” Edizioni Fondo Verri, nel maggio 2016.

Questa la prefazione al volume redatta da Giuliana Coppola:

Innamoramento… ecco, mentre mi accingo a scrivere ancora sui pensieri di Rocco Boccadamo, ecco, io penso che sia questo il termine giusto per i suoi scritti, per gli scritti di lui che ritorna a guidare il lettore nel suo personale “paradiso terrestre”, nella sua Castro.

Invita tutti ad essere suoi ospiti, a condividere con lui il senso profondo di quest’amore che dura da una vita – e benedetti siano i suoi genitori per averglielo inculcato nell’anima – e che egli vuol far provare in tutta la sua immediatezza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, mentre le ore si rincorrono e trascorre il tempo.

Innamoramento, dunque, pudico, silenzioso, attento ai particolari, alle voci, ai sussurri, ai mormorii; alle sensazioni, alle emozioni, ai passi, agli sguardi e ancora ai rumori di mare, di terra, di cielo, ai colori di verde e d’azzurro e di buio e di luci di lampare, stelle nella notte, sospese all’orizzonte.

Castro avvolge l’anima e le pagine raccontano; “l’ideale nassa di pensieri” diventa quotidiana dichiarazione d’amore. “Per soppalco, un cielo azzurro senza ombra di nubi, strato calmo, tratteggiato da linee orizzontali a dividere zone di bianco perlato da altre di colore intenso blu, carezze scintillanti per opera dei raggi solari, aria cristallina e leggera, orizzonte nitido, temperatura dolce e tendente a lievitare verso l’alto con il progressivo innalzarsi del mattino”.

Castro, per Rocco Boccadamo, suo cantore, è “un immenso schermo in cinemascope intessuto di meraviglie, gioie, bozzetti incantevoli della natura” e sorridono “intorno le macchie di verde, le case, le antiche mura e le torri del borgo”. Le pagine scorrono e il film si dipana e secche di gennaio s’alternano a miti pomeriggi di febbraio e il vento, a tratti, è “solo un abbozzo, quasi il respiro d’un neonato” in questo mese di giugno e d’un tratto, siamo già in estate e si chiacchera un po’ con Nino, il pescatore, che vive di pesca e di mare. “Acini d’estate” e il ricordo è per Vincenzo e sono per lui i colori dell’immensa distesa d’acqua, colori che “raccontano rosari d’emozioni” ed è “sinfonia composta di suoni d’aria e di mare” mentre si cavalca mare e volano le vele “colorate d’amaranto”.

A volte è grigio il venerdì ma che importa? “Vi porto talmente dentro, mi siete talmente compagne…” che i colori rimangono nell’anima e si va, Rocco Boccadamo va e intorno “valanghe di immense distese di bianca schiuma, sferzate sul nero delle alte rocce”. Si va e s’affolla “nassa di pensieri” e s’affollano ricordi e scorrono sul palcoscenico dell’anima volti e persone. Si prega per chi non c’è più perché Castro, a tratti, “rievoca l’azzurro profondo delle volte di talune basiliche… quasi per un arcano e invisibile estro d’artista, tra profumi di mirto, carrubi, menta, gelsomino e basilico” ed è frinire di cicale, intorno.

Santa Dorotea e Minerva e Maria, la Madre del mare e Venere proteggono, ognuna a suo modo, uomini ed eroi; e così succede che Enea si salva e si salvano gli uomini, anche quando crolla il mondo sulla piazzetta ed è disastro, ma la vita resiste e piazzetta ritorna nel suo splendore, balcone sul mare e sul porticciolo da favola.

Si rincorrono i pensieri quando soffia vento di tramontana ed è brivido e non ci si accorge che arriva Natale e forse fa freddo ma dentro, nell’anima, c’è il sole. “Se ne sta in alto a vedersi la scena; contrariamente a quanto può succedere con la luna e le stelle… il sole non si presta a colloqui, limitandosi a sfolgorare, bruciare, riscaldare e semmai suscitare idee…”. Già le idee; anche questa che giunge a monito, inaspettata, mentre si gusta il film della bellezza.

Rocco Boccadamo riporta pensiero che può essere attribuito alle sue divinità, alle divinità del cielo, della terra, della natura “Ti ho messo a disposizione una messe di risorse, cielo, mare, aria pulita e non invasa dallo smog, acque incontaminate, e tu ne hai fatto scempio; ho riposto fiducia in te affidandoti tutti questi tesori e tu, non solo non mi hai ascoltato ma ti sei comportato in modo tale da danneggiarli”.

Par di sentirla la voce… richiamo e monito; chi è innamorato, ha paura d’un tratto che venga sciupato l’oggetto del suo amore; questo mondo che appartiene a Rocco e che, affidato alle sue pagine, ora è patrimonio di tutti coloro che le leggono, e che sono diventati, per suo desiderio, ospiti del suo paradiso terrestre, catturati nella nassa dei suoi pensieri.

Ora seguiamo la sua barca che solca le onde del suo mare; forse, siamo idealmente sulla sua barca, come succedeva un tempo quando il “vascelletto” diventava leggero, grazie alla scrittura che diventa monito e memoria; per non dimenticare chi siamo e dove siamo, in ogni momento della nostra esistenza.

 

Quando, a Marittima, spira forte il maestrale

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di Rocco Boccadamo

Anche attraverso piccoli passi e cose semplici, si ha modo di accorgersi che la forza degli elementi naturali, di solito, finisce col rivelarsi vincente.

Nel basso Salento, ma non solo, questo tratto d’estate si sta caratterizzando con una serie di giorni e notti vivacizzati da venti del quadrante nord/nord ovest, ovvero, secondo la comune denominazione popolare, di tramontana/maestrale.

Soffi, non a livello d’assoluta eccezione e violenza, ossia a dire, riferendoci alla sommità del nostro mare Adriatico, del genere bora, e, tuttavia, di consistenza cospicua, persistente, insistente, con rare pause.

Il relativo rumore emerge sovrastando ogni altro, sarebbe riduttivo affermare che accompagna, giacché, in fondo, domina, in certo qual modo finisce col soggiogare o, perlomeno, condizionare.

Trattasi d’una spinta intrisa e ricca d’aria secca, che assorbe i già scarsi umori delle vie respiratorie, inducendo, di conseguenza, ad assumere più spesso sorsi ristoratori di sostanze liquide, bibite, succhi o semplicemente d’acqua.

Ma la prestanza di questo genere di vento non si ferma agli effetti anzi descritti, arriva a prenderti dentro, addirittura, sembra un paradosso, a scoraggiarti a fare e finanche a parlare.

Eppure, d’intorno, splendono le giornate, il mare non lontano dalla familiare “Pasturizza” dello scrivente, è, al solito, una distesa d’intenso azzurro e, perciò, vie più invitante, sebbene, al largo, presenti l’alea d’onde burrascose, a loro volta sospinte repentinamente e velocemente dai sibili.

Sia come sia, gli elementi naturali che così s’esibiscono non fanno altro che compiere il percorso della loro stessa essenza e, rispetto a ciò, non sono certo i peregrini pensieri, le volontà e i desiderata del comune osservatore a poterne modificare l’iter e a interromperne l’azione.

Io lascio fare, proseguire, questo vento; mi abbandono e mi rifugio dentro la natura, convinto che, alla fine, assecondandola e riprendendo in mano i suoi contorni, invariati da millenni, anzi da ere, mi riguadagnerò la possibilità di sentirmi vivo, di dire, raccontare, osservare, ricordare.

Cosicché, stamani, nel predisporre il foglietto delle incombenze quotidiane, moderne, ordinarie, decido di limitarmi a poco: un rapido passaggio dall’ufficio postale per il versamento del canone della lampada votiva che rischiara la notte ai miei cari nelle brumose e sciroccose stagioni invernali, quindi un salto all’edicola dei miei nipoti per ritirare l’immancabile copia del “Corriere” e basta.

Immediatamente dopo, mi determino a compiere un passo indietro nel tempo, nella memoria, a calarmi in abitudini ormai da decenni desuete ma che, per fortuna, resistono, tirandole fuori e rivitalizzandole.

La pur modesta spinta del mio scooter copre con facilità il breve itinerario dal centro abitato paesano sino alle vicine campagne in direzione sud, non senza sfiorare, quasi a passo d’uomo, le sagome delle ultime, basse case tipiche dei secoli scorsi, che seguitano ad ergersi integre nella loro essenzialità, a comprova e onore della paziente e seria opera dei provetti antichi fabbricatori.

All’abbrivio delle distese di terra rossa, scivolo sul fronte del fondo denominato “Aia”, già del mio zio materno Toto, che da poco, noto con piacere, è stato sottoposto ad apprezzabili lavori di ristrutturazione e riordino relativamente alla costruzione che vi insiste, una volta si o no all’altezza di mero fabbricato agricolo, adesso trasformata alla stregua d’aggraziata villetta. Un complimento particolare alla figlia giovane di mia cugina Elvira, la quale, insieme col suo compagno, impegnandosi personalmente nei lavori, ha spinto la madre a porre in atto l’abbellimento del manufatto.

Ci vuole poco e costeggio anche il minuscolo, vetusto boschetto, dove, da ragazzini, i marittimesi d’un tempo solevano addentrarsi, soprattutto la domenica mattina, per raccogliere sul terreno, oppure staccare dai rami e dalle foglie, le ghiande, risicati frutti che non esitavano ad abbrustolire su braci improvvisate su qualche tratto di terreno non ricoperto da sottobosco e, quindi, a mangiucchiare.

Ancora, più avanti, mentre fa capolino lo specchio sottostante del canale d’Otranto con sull’angolo di sinistra la rada e il colle di Castro, si guadagna il fondo un tempo appellato “Vigna delle canne”, dentro il quale, in una spartana casetta di pietra, erano soliti trascorrere l’intera bella stagione i proprietari Vitale e Palma, insieme con le loro due figlie.

Attualmente, tale terreno appartiene a un nipote dei due, un altro Vitale, e questi, oltre ad abitarvi e a coltivarlo, vi ha impiantato una piccola attività imprenditoriale sotto forma di allevamento d’api.

Bene ha fatto l’amico Vitale a porre all’ingresso, sul muro di pietre, il cartello  “Apiario didattico”, per ricordare ai passanti, locali o turisti, che, durante l’anno scolastico, egli è disponibile e si presta a tenere incontri collettivi con i ragazzi delle elementari e delle medie, su un tema di carattere agricolo o collaterale, invero non molto consueto, ma che offre tanti spunti per utili conoscenze, l’approfondimento e il riavvicinamento alla natura, intesa sia come mondo vegetale, sia come universo animale, anche se, in questo caso, si tratta di piccoli ma alacri e preziosi insetti.

Subito appresso, sulla sinistra, ecco il comprensorio una volta regno d’un altro concittadino, Vitale ‘u pisanelli, caratterizzato, in origine, da una bella costruzione, una delle prime in muratura, tinteggiata di color rosso dolcemente intenso e accattivante, insomma non sparato.

Quel Vitale si trova da lunga pezza a tutt’altra altitudine e però, ultimamente, il fondo ha ripreso corpo, anzi è stato valorizzato, sia in termini di aree coltivabili, sia come rete di muretti divisori, tutti rimessi a nuovo conservandone rigorosamente la struttura compositiva in pietra a secco.

E’ risorta pure la casa che, per via delle intemperie e dei decenni, aveva ceduto; si notano, inoltre, presi a pascolare tra un terrazzamento e l’altro, alcuni animali domestici, quali caprette e oche.

Nella circostanza, il merito, grande ed esclusivo, è di un giovane artigiano marittimese, Simone, il quale, rispetto alla sua vicina officina di lavorazione del ferro battuto, alterna indicative pause, attendendo al lavoro nella “Vija”, dopo aver, per alcuni anni, sorvegliato e assistito alle opere di ristrutturazione e di valorizzazione dell’insieme, per mano di squadre di tecnici ed operai esperti.

Non c’è che dire, un positivo esempio d’investimento, che, ancorché non consistente in cifre macroscopiche, se rapportato alle dimensioni e alle possibilità finanziarie del protagonista, è decisamente lodevole e, soprattutto, sarebbe da imitare da altri soggetti animati da buona volontà e dalla voglia e dal desiderio di costruire qualcosa di diverso e di nuovo, che abbia spazio anche per il futuro.

Proprio dirimpetto alla ”Vija” e  a breve distanza, solo un centinaio di metri, dai piccoli comprensori denominati “Munti” che, in parte, facevano capo alla mia famiglia materna con nonno Giacomo, sulle cui superfici i miei ricordi di fanciullo e di scolaro sono stati protagonisti e testimoni di tante parentesi in compagnia dei più grandi che si sottoponevano a pesanti lavori agricoli di vario genere, si succede un’altra tenuta, conosciuta col nome di “Pizzeddri”. Ivi, tuttora, ogni tanto, mi porto volentieri, giacché la stessa è riconducibile al mio carissimo amico Vitale, non contadino di nascita bensì egualmente appassionato delle attività lavorative tradizionali, in ciò incoraggiato dalla moglie, dal figlio e dal suocero, il quale ultimo, pur prossimo ai novanta, è ancora in piedi a coltivare la terra, ad accudire gli alberi secondo i calendari antichi, quasi che non fosse passato un abisso temporale tra i suoi primi apprendimenti e le usanze e i costumi attuali.

Un anziano, lo dico con benevolenza e con rispetto nei suoi confronti, sinceramente da ammirare e rispettare.

Anche in questa mattinata di maestrale, m’introduco col mio due ruote nei “Pizzeddri”, Vitale mi dà subito una voce, è seduto in un angolo appena dopo l’ingresso, all’ombra, intanto che, poco più avanti, si va svolgendo un’attività rumorosa e insieme importante, con l’ausilio d’un trattore che, grazie a un accessorio corredato all’interno di una ragnatela di catene rotanti, calpesta la superficie del campo, già rivestita di un vero e proprio sottobosco d’erbacce che fino a ieri ne deturpavano l’aspetto e che, al contrario,  dopo il passaggio del mezzo, appaiono ora nient’altro che una coltre color giallo e marrone chiaro sulla superficie rossa dell’humus.

Sullo sfondo del terrazzamento di terreno, si staglia, giustappunto, la figura di L., il suocero, coppola sul capo e un sottile bastone in mano, più per compagnia che alla stregua di mezzo di sostegno, intento a sorvegliare la scena e l’attività del trattorista.

Accanto ai sedili di pietra, mio e di Vitale, svetta una bella pianta di pero, carica di frutti in fase di maturazione, che, invero, non avevo mai scorto in precedenza e, perciò, mi lascia ammirato e stupefatto. D’istinto, guardo detto albero intensamente e Vitale, notandomi, m’invita, gentile, a raccogliere un po’ di frutti.

Ma non si volge a tal fine la mia volontà prioritaria, preferisco decisamente godermi e portarmi dentro lo spettacolo di quella pianta. In altri termini, mi limito a prendere solamente una pera, poi, dopo averla strofinata col palmo della mano, la mordo lentamente, con un piacevole gusto per il palato.

Quanto poco ci vuole, talora, per apprezzare!

Distanti alcuni metri, corrono filari di peperoni, pomodori e di melanzane e, anche rispetto a tali coltivazioni, si rinnovano la gentilezza e la premura dell’amico, anzi, lui stesso, preleva qualche ortaggio offrendomelo: il sapere e vedere che s’attinge direttamente alle piante mi entusiasma e faccio mia una manciata di peperoni di colore verde intenso, cornetti piccoli di dimensione ma promettenti sul piano del sapore.

Un breve indice di gesti, azioni, visioni, esperienze, nell’ambito d’una passeggiata in campagna, un concentrato d’emozioni che riportano all’infanzia, una parentesi che mi soddisfa in maniera speciale.

Mentre pure il lavoro del trattore nei paraggi è giunto ad esaurimento, non mi resta che congedarmi dall’amico vitale e dal suocero L. e ritornare a casa, deponendo di getto, e compiaciuto, sul tavolo del tinello, il minuscolo bottino.

Mia moglie desidera sapere quale provenienza abbiano gli ortaggi e, apprendendola, si propone di adoperarli per il pranzo, nella preparazione d’un contorno sotto forma di brodino di peperoni: risultato concreto, una gustosa, davvero gustosa, portata integrativa.

Ricollegandomi all’abbrivio delle presenti note, devo confessare, in conclusione, che almeno per un’ora e mezzo ho avuto l’impressione di non essere più assordato dal vento di maestrale, prodigiosamente sono riuscito a catturarne la forza e il sibilo o, per lo meno, a convincerlo a non soffocarmi.

Un ideale sottobraccio tra il ragazzo di ieri e un elemento della natura; natura che, a mio avviso, vale la pena di ricordarlo, unitamente al Creatore che governa da lassù, rimane alla base di tutto e di tutti, perennemente accanto e intorno a noi.

 

I treni scontratisi in Terra di Bari e la voce di Eliana

puglia

di Rocco Boccadamo

 

Provo una profonda tristezza, giacché, per l’ennesima volta, sia a livello dei massimi sistemi e vertici istituzionali, sia sul fronte dei vocii, ritornelli e sproloqui d’ogni genere attraversanti i canali d’informazione e/o dei fiumi d’inchiostro versati sulle pagine dei quotidiani, ci si è lasciati andare senza controllo e al di là dei confini, addirittura abbandonandosi, da più parti e pulpiti, a odiose spettacolarizzazioni e strumentalizzazioni della vicenda del gravissimo incidente ferroviario fra Andria e Corato, che ha causato ventitré vittime.

Ancora più amaramente, mi viene di temere che non è e non sarà l’ultima stazione di siffatto calvario comportamentale sul piano del pubblico e singolo dire e sentire.

Ma io, comune e povero pugliese, come mi devo porre al cospetto di quanto accaduto, quale contributo può venir fuori dal mio ragionamento, ancorché ispirato, almeno come tentativo, al massimo buon senso?

Beh, intanto non devo aggiungermi al coro di cui anzi e tenermi ancorato, invece, a pochi, chiari, semplici e inoppugnabili dati di fatto.

Con l’aggiunta, semmai, di sparuti suggerimenti, se e in quanto utili e, nello stesso tempo, all’obiettiva portata delle nostre finanze pubbliche.

Niente più: in fondo, non solevano già i nostri “antichi” tagliar corto con l’affermazione, evidentemente ultra sperimentata, che “le chiacchere stanno a zero”.

°   °   °

La mia regione, per buona sorte di tutti e in primis dei suoi abitanti, non si trova affatto ai margini o all’ultimo posto in classifica, come meglio piaccia dire, del tessuto economico – sociale italiano.

E’ chiaro, vi sono carenze (dove non ne esistono?) e, però, a fianco di molteplici risorse, ricchezze naturali o dell’ingegno, intraprendenze.

Credo che sia ora di finirla con le polemiche a tutto campo, occorre guardare e cercare di affrontare i problemi con decisione, uno per volta, secondo una semplice e ragionevole scala di priorità.

La realtà del binario unico, teatro del disastro di questi giorni, non è una grave anomalia della Puglia; al contrario, in base a una tabella diffusa dal “Corriere della Sera”, la presenza, qui, di strozzature nelle rotaie è sotto la media dell’insieme delle regioni italiane.

I controlli sulla marcia dei due treni non hanno funzionato perché obsoleti o inadatti o inefficienti? Bene, basta togliere le deroghe, sul punto, date alle società concessionarie private rispetto alle regole vigenti e operanti sulle linee gestite dall’entità pubblica Rete Ferroviaria Italiana e definite tra le più efficaci e sicure su scala europea.

Errori da parte di taluni addetti? Purtroppo, non è la prima volta che, a monte delle sciagure, ricorrono manchevolezze umane, ma, al riguardo, le autorità preposte devono occuparsene a riflettori spenti, con tutte le prove e disamine possibili, con estrema serenità di giudizio.

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°   °   °

Di fronte al dramma, si è arrivati finanche a lanciare una campagna mediatica regionale a tutto campo, da Lesina a S. Maria di Leuca, per la raccolta di sangue, certamente iniziativa lodevole e d’indubbia valenza, ma per niente da collegarsi, nello specifico, al numero dei feriti bisognevoli di plasma: lo stimolo a donare il sangue va seriamente proposto in ogni dove e durante l’intero arco dell’anno.

Si ferma a questo punto la penna del comune osservatore di strada e narrastorie, rendendosi del resto conto, nella circostanza, di essersi accostato più a una tragedia che a una semplice storia.

Tuttavia, in conclusione di queste note, si ritiene di trascrivere l’intervento, profondo e puntuale da par suo, oggi pubblicato sul proprio profilo Facebook dalla cara amica leccese Eliana Forcignanò, giovane filosofa, poetessa e critica letteraria:

 

“Non dobbiamo temere la morte, perché, quando noi ci siamo, essa non c’è e, quando essa c’è, noi non ci siamo”. Questo scriveva Epicuro, tuttavia mi riesce difficile credere che, nell’istante in cui i due treni si sono scontrati, le vittime non abbiano incrociato, sebbene per qualche istante, il volto della morte. Per loro non vi è stato silenzio: il clangore nefasto dei treni che entrano uno nell’altro, lo stridere delle rotaie, le sirene dei soccorsi, le urla dei parenti, l’inutile frastuono delle polemiche, il cordoglio di tutti noi espresso con parole veementi di sdegno e sofferenza. Eppure, sono questi i casi in cui la parola, per quanto necessaria a un’elaborazione del lutto e a una canalizzazione della disperazione, rimane tristemente impotente. Né potremo mai sapere ed esprimere per mezzo delle parole ciò che hanno provato le vittime, né, forse, riusciamo a esprimere quel che ci tormenta adesso. Da un lato, l’idea che su quel treno potevamo esserci noi o un nostro congiunto; dall’altro, la rabbia verso qualcosa che serba ancora contorni troppo imprecisi per essere assunta come capro espiatorio.

  1. La generica accusa che si può muovere contro la politica, infatti, non ha poi note così diverse da quella che noi abitanti del Meridione siamo soliti muoverle sempre: ossia, di averci abbandonati a un destino “di seconda classe” – è tristemente il caso di dirlo – del quale non possiamo più essere artefici, se non attraverso la scelta individuale di andar via, di lasciare questa terra in cui siamo nati e cresciuti. Ma questa è una vecchia storia: la tiriamo sempre fuori e sempre la guardiamo inabissarsi nel sopravvivere quotidiano, almeno per chi resta. Poi, ti colpisce alla radio il pianto disperato del familiare di una vittima che chiede giustizia e prega: “Non lasciateci soli!” Anche in questo caso ti accorgi di quanto la parola sia impotente a esprimere la sete di giustizia. Si fa supplica la parola, una supplica struggente da cui traspare la rabbia, perché la logica continuazione di quell’appello sarebbe: “Non lasciateci soli anche questa volta”, ma, nei fatti, un destinatario cui rivolgere l’appello non c’è: il potere cambia faccia, la gente riprende la sua vita seppur nello sconvolgimento generale, ma il dolore, acuto e lancinante, appartiene a chi sopporta la perdita di una persona cara e rimane a noi impenetrabile. Allora, la domanda è quella che i Fontamaresi di Silone rivolgerebbero anche a noi: che fare? Qualcosa d’importante lo hanno fatto i donatori di sangue; qualcosa, per quanto di poco conto, può farla ognuno di noi ascoltando quella stanchezza che ci viene dal profondo: la stanchezza di vederci compianti e immiseriti, la stanchezza di dover supplicare per ottenere giustizia, la stanchezza di udire polemiche tanto bieche quanto sterili, perché, se è vero che la parola è impotente, molto può la consapevolezza di essere stanchi: chi è stanco si ferma, rifiuta di portare oltre i pesi, recalcitra. Forse, dovremmo fermarci, rifiutare, recalcitrare dinanzi all’ovvietà di certe consolatorie promesse e pretendere che venga davvero restituita ai nostri morti la dignità di esser caduti in una terra in cui, da sempre, è più facile cadere che rialzarsi. “Gettate foglie sui morti – scriveva il poeta Salvatore Toma – poiché sono essi i veri vivi”.

Dal Salento: i chiaroscuri della vita e una lucciola di speranza

l'insenatura acquaviva di marittima, come era una volta
l’insenatura acquaviva di marittima, come era una volta

 

di Rocco Boccadamo

 T. e L. sono entrambi della classe 1928, ossia a dire hanno oltrepassato le ottantotto primavere; invero, niente d’eccezionale, giacché, com’è noto, la durata media della vita si è nettamente modificata, tanto a livello delle pile d’almanacchi riservate a noi umani, tanto e soprattutto riguardo alle sembianze fisiche che, dell’esistenza, rappresentano, in fondo, uno specchio indicativo.

Notazione sullo specifico argomento anagrafico e d’apparenza, ho recentemente rinvenuto sul web, una vecchia foto, risalente al 1946, di un gruppetto di pescatori intenti a riassettare gli attrezzi di lavoro sul loro gozzo di legno, fermo tra il bagnasciuga e il risicato scalo per le barche del porticciolo di Castro.

In primo piano e in risalto, due figure, una delle quali con giubbotto e coppola, che danno l’idea, rispettivamente, di un uomo anziano, intorno alla sessantina o giù di lì, e di un secondo di mezza età, ovvero intorno ai quaranta. In realtà, l’ho potuto apprendere successivamente da fonte sicura, i suddetti personaggi contavano, all’epoca, solamente trentatré e ventidue anni.

Ritornando ai marittimesi T. e L., essi sono contadini, si può affermare, dalla nascita e a tale mestiere si sono dedicati per l’intera vita, prodigandosi, appieno, ancora adesso.

Un mondo d’albe e tramonti, il loro, a contatto dei campi, delle zolle rosse, di una miriade di coltivazioni e di piante, compresi gli alberi simbolo del Salento, cioè a dire gli ulivi. Una lunghissima missione di lavoro espletata con impegno, sacrifici, dedizione e dignità, fonte e fulcro, ovviamente, delle risorse per la formazione e il sostegno, anche, dei rispettivi nuclei famigliari.

°   °   °

Giorni fa, al supermercato, mi trovavo in coda al reparto frutta per alcuni piccoli acquisti. L’impiegata addetta stava servendo un cliente, il quale, passando le ordinazioni con tutta calma e a singhiozzo, sembrava non esaurisse mai la sua lista, mentre insieme con me, arrivata qualche attimo avanti, attendeva una giovane donna, d’aspetto gradevole, occhi scuri, volto solare.

Alla mia domanda se aspettasse anche lei il suo turno e se fosse una compaesana, la signora mi precisava di esserlo per residenza a seguito del matrimonio, provenendo, invece, da una località vicina e, come si verifica quando tra persone di diversa generazione difficilmente ci si conosce, mi forniva anche riferimenti in merito alla famiglia del suo sposo.

Aggiungeva di essere casalinga, contrariamente a quanto avrebbe desiderato, a ciò costretta, purtroppo, da gravi e al momento insuperabili ragioni famigliari.

Tuttavia, durante il breve approccio e le confidenze nelle more dell’acquisto della frutta, la solarità di quel viso non usciva scalfita, prevalendo al contrario un composto equilibrio, forse sorretto dall’auspicio di tempi e sviluppi migliori per i propri cari.

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A breve distanza di tempo, un’altra attesa, in questo caso davanti al bancomat del mio istituto di credito.

Fra gli altri astanti/utenti, una giovane bruna, dall’accento non salentino, in compagnia di un ragazzino biondissimo.

Probabilmente anche per ingannare l’attesa, mi chiede, la donna, se, almeno, v’è la certezza che all’interno dell’apparecchiatura non si esaurisca il contante, impedendo quindi di prelevare. Mi viene spontaneo, sulla base delle mie esperienze, di rassicurarla e approfitto dell’occasione per domandare se il ragazzo sia suo figlio o fratellino. Risposta, è bielorusso, ha undici anni, la sua famiglia, alcuni decenni addietro, è stata testimone, spettatrice ravvicinata e in qualche modo vittima del disastro nucleare di Chernobyl. Sicché, nel quadro di accordi di solidarietà fra associazioni italiane e bielorusse a ciò preposte, il bambino, ormai da sette anni, è ospite, in estate e anche durante le vacanze natalizie, di una famiglia italiana.

Salutando, apprendo, direttamente dal piccolo, che si chiama Illya.

°   °   °

Da una settimana circa, mi sono trasferito alla “Pasturizza”, la mia villetta del mare.

In questo angolo prediletto, ai piedi del muro di cinta lungo la strada per l’Acquaviva, ieri sera ho avuto la piacevole sorpresa, purtroppo non frequente, di scorgere una lucciola, con il suo magico lumicino fra l’azzurro e il verde.

Al che ho avvertito un sussulto di gioia dentro, con l’aggiunta che, in detta ultima circostanza, ispirato dai problemi famigliari della giovane signora incontrata al supermercato, ho voluto attribuire al simpatico insetto, sommessamente luminoso nello scuro notturno, il significato di un ideale faro di speranza.

A Castro (Le), la caseddra delle “mie” Frasciule

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di Rocco Boccadamo

Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente accanto a un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale, nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei figli a carico, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india ecc., nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta. Per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso, vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano a venire.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il proprio genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva con loro alcuni periodi nel fondo e nella casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado di camminare a piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, cosicché succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si susseguivano e/o prendevano corpo una serie di abitudini rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere il cibo dal grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, che, sebbene non velenoso, causa nei bambini forte apprensione e paura.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare, con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca. Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, delimitata da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Con il trascorrere degli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità fisiche, soprattutto quelle visive e in mancanza dei figli che potessero aiutarlo, perché avevano messo su famiglia, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule andarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli in eredità, ma poi, inaspettatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto primo cittadino si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura, titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di quegli amministratori pubblici che puntarono esclusivamente al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

A Marittima, c’era un volta…

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di Rocco Boccadamo

 

Tratta dal calendario 2016 della Pro Loco “Acquaviva” di Marittima, una fotografia storica del primi anni cinquanta del secolo scorso, a ricordo, come scritto nella didascalia, dell’inaugurazione della sede della Democrazia Cristiana nel mio paesello.

Alla mia vista e al mio sentire interiore, si pongono ancora vive e palpitanti le tre figure principali al centro dell’immagine, ossia a dire Agostino Nuzzo, all’epoca Sindaco del Comune di Diso (di cui Marittima è frazione), il senatore Francesco Ferrari e mio padre Silvio Celestino Boccadamo.

Sulla sinistra, con in mano l’asta d’una bandiera, mi sembra di riconoscere lo zio Vitale, mentre, immediatamente dietro, sono sicuramente distinguibili i volti di Olivio Nuzzo, Vitale e Saverio Carrozzo e Remo Minonne, tutti con coppola in testa.

Che belli, il ragazzino con berretto a visiera appoggiato a un muro e la bimba, con sciarpa di lana che le avvolge il capo, che sembra occhieggiare con interesse sulla cerimonia, standosene in piedi sul limitare d’un uscio vicino.

Piccola chicca sullo sfondo mediano della fotografia, la rudimentale insegna VINO, con accanto una targa metallica reclamizzante la Birra Peroni, ad indicazione della puteca, caratteristico locale di mescita di quei tempi lontani.

A Marittima, Boccadamo presenta “Anita”

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Sabato 21 maggio 2016, alle ore 9.30, presso l’Istituto Comprensivo Statale, in via Roma, 69 a Marittima di Diso (Lecce) sarà presentato il libro di Rocco Boccadamo, “Anita detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti viaggi” edito da Spagine – Fondo Verri nel dicembre 2015.

Interverranno e dialogheranno con gli alunni e il pubblico presente, l’autore e il prefatore Ermanno Inguscio. Nell’occasione, Rocco Boccadamo, portando avanti l’ormai decennale iniziativa “Un libro in dono”, consegnerà una copia del volume a ciascuno degli studenti di terza media.

Scrive Ermanno Inguscio: “Il viaggio è sete di conoscenza, è desiderio di allacciare nuove relazioni, è bisogno di comunicazione”; e un viaggio propone l’autore con i quarantasei brani che compongono il volume.

Nella prima parte del libro, Rocco Boccadamo riferisce di fatti e personaggi incontrati in terra veneta, ad Abano Terme, al consumarsi della stagione autunnale 2013; nella seconda, campeggia, tra i ventotto scritti, il racconto salentino di “Anita, detta ‘Nnita”, che dà il nome alla raccolta.

‘Nnita, personaggio tra le tante figure che popolano le narrazioni di capitolo in capitolo: un vecchio parroco, le belle deputate presenti nel Parlamento nazionale, “lu cumpare signurinu”, la Nunziata di Castro”, “Zi’ Miliu” e Vitale…

Storie e memorie che con la scrittura sfidano il Tempo.

A chiudere il volume, il terribile naufragio del traghetto “Norman Atlantic” nel Canale d’Otranto.

Ma su tutto a farla da padrone, sono i molti angoli della terra tra due mari, con Castro Marina, Serrano, Marittima, non senza puntate nella memoria delle esperienze lavorative del giovane autore, bancario, alle pendici dei Peloritani, delle Prealpi Venete e in Brianza.

Negli anni 50, letture a buon mercato per Rocco da Marittima

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di Rocco Boccadamo

Di almanacchi, accanto a me, ne sono già scivolati ben settantacinque e, tuttavia, in determinati momenti di pausa, abbandono e silenzio, ho l’impressione di toccare ancora con mano e di rivisitare con occhi lucidi di freschezza una serie di antichi, piccoli episodi che mi hanno visto protagonista, o più semplicemente spettatore, nella stagione della fanciullezza e/della prima adolescenza, tra le Elementari e le Medie.

In aggiunta ad altri due modesti esercizi commerciali per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, c’era allora, a Marittima, in piazza, il tabacchino o privativa di generi di monopolio, di Dante e Assunta, gestito prevalentemente dalla donna.

Per la verità, lì, non soltanto si praticava la vendita di sale, sigarette, sigari e cartine, ma si trovava un po’ di tutto: giornali, aspirina, caramelle, farina, pasta, pane, spagnolette di cotone, aghi, bottoni, cerniere e, finanche, petrolio e alcool denaturato, prodotto, quest’ ultimo, che le famiglie adoperavano spesso per alimentare piccole lampade, in dialetto si diceva non a caso a spirito, quando in casa veniva a mancare, succedeva purtroppo frequentemente, l’energia elettrica.

I titolari del tabacchino tenevano sempre una discreta scorta di dette sostanze liquide, in damigiane di vetro stipate in un corridoio attiguo al negozio, da cui si travasavano nelle bottiglie dei singoli acquirenti le quantità di petrolio o d’alcool da loro richieste.

Però, a parte queste operazioni, diciamo così più frequenti e canoniche, ogni tanto, in particolar modo quando faceva freddo, intorno alla damigiana dell’alcool si snodava un rito diverso. Nel tabacchino, si affacciava Mesciu Miliu, portalettere del paese e sacrestano del convento della Madonna di Costantinopoli, il quale amava bere, tanto da essere spesso ebbro; con la motivazione di sentirsi intirizzito, nel mezzo dei suoi giri per la distribuzione della posta e col permesso dell’Assunta, egli si accostava al contenitore, traendone di volta in volta un mezzo bicchiere che tracannava in un baleno.

A proposito di Mesciu Miliu, persona intelligente che sapeva ben rapportarsi con tutti, circolava una storiella particolare.

Il Venerdì Santo, com’è noto, si svolgeva, e tuttora ha luogo, la processione con i simulacri di Cristo Morto e della Madonna Addolorata.

Riguardo alla Madonna Addolorata, mette conto di precisare che la relativa statua in carta pesta, con un volto bianchissimo, ceruleo e un abito di color nero lucido, durante l’arco dell’anno non era conservata nella chiesa matrice, bensì nel convento o Santuario collocato alla periferia estrema di Marittima, sulla via per Castro. Sicché, all’inizio di ogni Settimana Santa, occorreva trasferirla, dal suo abituale alloggiamento, alla sacrestia della parrocchia.

Un compito cui, per molti decenni, provvide giustappunto il sacrestano mesciu Miliu. Per lo spostamento della statua, egli si serviva di un piccolo traino di legno (trainella), da sospingersi a mano afferrando le stanghe, adoperato, di norma, dai compaesani per caricarvi e trasportare al forno pubblico la “mattra” e i “limmi” (contenitori, rispettivamente, di legno e di terracotta) ricolmi di pasta di farina di frumento, con cui si provvedeva alla periodica panificazione per il fabbisogno famigliare.

Mesciu Miliu, come già ricordato, non sapeva stare a lungo senza un bicchiere; per questo motivo, in un’occasione, nel tragitto dal santuario alla parrocchia, con la trainella e, sopra, la statua della Madonna Addolorata, egli pensò di fermarsi davanti a una bettola (puteca) per bagnarsi le labbra, parcheggiando il mezzo di trasporto e il relativo contenuto di fronte all’ingresso.

All’uscita, evidentemente brillo e allegro, si profuse in un’eccezionale quanto indimenticata esclamazione: “ Madonna via bella, ti eri mai vista in trainella?”.

 

 

 

Si diceva che il tabacchino fungeva pure da edicola, precisamente vi si poteva acquistare il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno e qualche settimanale, rammento La Settimana Incom illustrata, Epoca e Tempo. Detti giornali giungevano all’esercizio via posta, giacché in quei tempi non esistevano corrieri dedicati, esattamente al pari della corrispondenza ordinaria o raccomandata per le famiglie.

Piace, all’odierno narrastorie dai capelli bianchi, ricordare che, riguardo ai servizi postali, a collaborare con l’ufficio del paesello, interveniva una figura terza, una brava persona abitante a Castro, C. C., il quale espletava la funzione di “procaccia postale”. Utilizzando la propria moto Ape, egli aveva il compito di prelevare dagli uffici postali di Castro, Marittima e Diso i sacchi della corrispondenza in partenza, chiusi con la ceralacca, e consegnarli ai treni delle Sud Est per Maglie e Lecce che transitavano dalla vicina stazione ferroviaria di Spongano; così come, di rilevare dai medesimi treni i sacchi postali della corrispondenza in arrivo, per recapitarli ai competenti uffici delle tre località.

Sul rimorchietto della moto Ape, C. C. aveva sistemato un paio di panchette e, in funzione di rudimentale navetta, faceva talvolta accomodare qualche paesano in arrivo o in partenza col treno.

In tal guisa, il “procaccia” riusciva ad arrotondare, ovviamente a livello di poche lire, le sue entrate.

Bisogna annotare che, all’epoca, a Marittima non c’era in pratica anima viva che acquistasse i giornali, tranne, per opera d’isolati tifosi, l’edizione del lunedì della Gazzetta del Mezzogiorno, dove ripassare le cronache sportive inerenti alle squadre di calcio di Maglie e Lecce militanti in serie C.

Di conseguenza, trascorsi alcuni giorni dalle date d’uscita, Assunta riprendeva in mano i giornali ormai vecchi e ne ritagliava una sezione rettangolare della copertina o della prima pagina che restituiva per posta agli editori, quale prova dell’invenduto.

Al giovanissimo Rocco, dopo essersi trovato tante volte ad assistere a detta operazione,  venne a un certo punto l’idea di chiedere ad Assunta che cosa avrebbe dovuto pagarle per un settimanale, diciamo così, tagliato (i prezzi di copertina erano di 80 o 100 lire); la risposta della signora fu “devi darmi 5 lire” e scattò subito il patto.

In tal modo iniziò, e si protrasse per alcuni anni, circa dal 1950 al 1954, la parentesi del ragazzo lettore di settimanali scaduti e però egualmente ricchi e fonte unica (nel paese, tranne che in una famiglia, non esistevano le radio) di una miriade di fatti, corredati, per di più, da illustrazioni in bianco e nero e a colori.

Rocco divorava pagina per pagina, riga per riga, i rotocalchi, acquisendo cognizione e diventando testimone di avvenimenti, episodi e fatti, anche clamorosi e drammatici, sia italiani sia internazionali.

Eccone una sintetica carrellata.

1950: si celebra l’Anno Santo, scoppia la guerra in Corea, l’ONU affida all’Italia la Somalia in amministrazione fiduciaria.

1951; la Libia diventa indipendente dall’Italia; nel mese di novembre, una spaventosa alluvione finisce col distruggere il Polesine.

1952: Elisabetta II succede al padre Giorgio VI come sovrano del Regno Unito (sarà incoronata nel giugno 1953).

1953: la Rai inizia le trasmissioni televisive in bianco e nero, muore il dittatore sovietico Stalin, scoppia a Roma il caso Montesi, con una bella ragazza trovata cadavere sulla spiaggia di Torvaianica e con implicazione, all’inizio, del figlio di un famoso uomo politico, poi risultato estraneo.

1954: muore Alcide De Gasperi.

Un percorso di conoscenza molto importante, a integrazione delle nozioni che erano inculcate a scuola, ma anche un forte stimolo a curiosare, informarsi, interessarsi e guardarsi intorno, sino ad acquisire la percezione consapevole di essere, in fondo, un granello, minuscolo e se si vuole millesimale, ma pur sempre vivo e palpitante, della collettività.

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Quale segno ideale ma tangibile di ritorno a un’esperienza che serberò per sempre, con emozione e un filo di nostalgia negli occhi e nel cuore, ho in questi giorni cercato, trovato e ripassato le copertine di Epoca, Tempo e Settimana Incom illustrata di tanti lustri fa.

Nostalgie salentine: li chiamavamo curumusciuli

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di Rocco Boccadamo

Dopo le impreviste e non propriamente piacevoli traversie famigliari marzoline, nei giorni scorsi, al fine di cercare di rinfrancarmi lo spirito su lunghezze d’onda, diciamo così, più leggere, mi sono determinato a fare su e giù da Marittima, precisamente dalla mia Pasturizza e dalla Marina ‘u tinente.

Da solo, con l’ausilio di zappetta, forbice e decespugliatore, oppure in supporto a un paio di compaesani contadini/giardinieri, ho così dato un’aggiustatina alle aiuole della villetta, in vista del rituale rinnovo delle piante da fiori, e ai terrazzamenti scoscesi della citata Marina ‘u tinente, situati nei pressi della scogliera demaniale e popolati da centoquattro giovani ulivi.

Ma, grazie all’eccezionalità vegetativa del corrente periodo stagionale, ho specialmente avuto agio di vivere un’autentica immersione nella rigogliosa coperta di verde, fiorito e non, che, adesso, arriva a sormontare gli affioramenti rocciosi: pressappoco, una sorta di variopinto scendiletto rispetto alla distesa d’onde, a portata di mano, del tratto di costa segnante il connubio tra Adriatico e Ionio.

Immersione, abbinata a uno stato di silente apnea, fra stupore e stordimento per via delle astanti, prodigiose e meravigliose, manifestazioni della natura.

In siffatto clima visivo e, insieme, di suggestione interiore, senza accorgermene, ho compiuto con la mente un viaggio a ritroso verso i sentieri dell’infanzia e della fanciullezza, quando le campagne e le marine, in aprile, di per sé, si presentavano sostanzialmente come oggigiorno, mentre, parallelamente e in senso metaforico, correvano ben altre levate e declinazioni della luna; in altre parole, restando con i piedi per terra, in giro si respirava un’aria completamente differente.

Ad ogni modo, è stato come rivedermi scolaro o agli inizi delle medie, intento alle frequenti scampagnate nelle marine, in genere la domenica o durante i pomeriggi feriali, in un’atmosfera mite e colorata dal sole già quasi caldo.

Quant’era diverso, a quei tempi, il porsi e il comportamento del ragazzo di ieri, come pure, ovviamente, degli amici che lo accompagnavano, nei confronti degli elementi naturali! Si badi, a disposizione di dette creature, in termini di svaghi e giochi preconfezionati, non esisteva quasi niente e, per ciò, era normale che dovessero aguzzare il cervello sino a escogitare di loro iniziativa qualche moto, o azione, piacevole, avvincente, dilettevole e, magari, pure utile.

Sia come sia, alle marine, si passavano parentesi in allegria, giocando con naturalezza e semplicità: o cercando qua e là piccole e leggerissime palline rosse di bauxite (uddhrìe),   oppure tentando di sorprendere nell’erba innocenti grilletti, per quindi «catturarli» e divertirsi assistendo ai loro improvvisi e un tantino goffi saltelli. Inoltre, poiché, all’epoca non c’erano, nemmeno nella fantasia, biscottini o caramelle o gomme da masticare, si era soliti andare alla ricerca di piante di curumusciuli e dopo di che piluccarne i piccoli baccelli, poi mangiati a volo senza dischiuderli.

Ma cosa sono i curumusciuli, oggi, invero, quasi scomparsi? Danno l’idea dei piselli freschi, però di più ridotte dimensioni. In botanica (da Wikipedia), trattasi del ginestrino (Lotus corniculatus), una pianta appartenente alla famiglia delle Fabacee (o Leguminose). È comune dappertutto nei luoghi erbosi ed è buona foraggera.

È un’erba perenne a fusto pieno e ricurvo alla base, alta da 10 a 30 cm. Le foglie, composte, sono divise in tre foglioline romboidali. I fiori, gialli, sono riuniti in ombrellette di 2-6 elementi (maggio-agosto). I legumi, sottili e cilindrici, sono di colorito brunastro.

E se, fra un’attività e l’altra, veniva sete, manco l’ombra, va da sé, della bottiglietta d’acqua minerale che oggi si porta in borsa o in mano o in tasca e, tuttavia, il problema era risolto brillantemente, anzi di più.

Le basse rocce affioranti dai terrazzamenti recavano, così è anche tuttora, diffuse buchette di varie dimensioni, in dialetto conche, che, in determinati periodi raccoglievano e conservavano residui delle piogge.

Bastava attingere con il palmo della mano a tali provvidenziali contenitori e, quindi, portare direttamente in bocca il dissetante liquido.

Quell’acqua caduta dall’alto e ritenuta pura e sicura (siamo a sogni lontanissimi), aveva il pregio non solamente di riuscire a eliminare la sete e l’arsura in gola, ma anche d’emanare un singolare miracolo a livello degli occhi, della mente e degli stimoli interiori.

Noi piccoli, socchiudendo le palpebre, registravamo per incanto come delle visioni, immaginavamo segni d’antiche civiltà, sul mare vicino ci pareva di scorgere la sequenza dei legni capitanati dall’eroe troiano Enea che, com’è noto, a conclusione della sua fuga da Ilio distrutta, si suppone possa essere sbarcato e approdato in Italia giusto sulla costa orientale del Sud Salento.

O le galee degli ottomani che, a più riprese, nel quindicesimo e sedicesimo secolo, hanno attaccato e saccheggiato le nostre terre, con distruzioni ed eccidi, in primis il sacrificio degli ottocento martiri otrantini recentemente proclamati santi.

O, su orizzonti più prossimi, le nostre anziane nonne e/o compaesane in genere, le quali si dedicavano alla “cura” e alla produzione, di contrabbando, del sale marino, mediante frequenti integrazioni, con otri d’acqua piovana e dolce raccolta nelle cisterne, del liquido salato presente nelle conche sulla scogliera demaniale.

Non c’è che dire, in conclusione, talvolta può rivelarsi benefico, rilassante e appagante, a me personalmente accade, lasciarsi avvolgere in un ideale canovaccio fra le esperienze e i ricordi di ieri e la realtà del presente.

Lecce: briciole di note, alle soglie della Pasqua

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di Rocco Boccadamo

 

E’, invero, fatuo e irreale, credere o immaginare o sperare che sul proprio capo possano aleggiare, perennemente, cieli azzurri.

Purtroppo, per i corsi della natura, oltre al sereno, talora vengono a susseguirsi anche volte grigie, ammantate di nuvolaglia scura e cupa. E, però, non è il caso di lasciarsi deprimere, bisogna porsi in attesa e avere fiducia nel ritorno del bel tempo.

°   °   °

A livello di cronaca e correlato comune sentire globale, giusto adesso, si stanno vivendo giornate buie, tristi e drammatiche, scandite da vicende che preoccupano pure a distanza.

L’auspicio più ragionevole, se non d’obbligo, è che si arrivi, finalmente, con la buona volontà e, soprattutto, attraverso propositi univoci e disinteressati, a spazzar via nella maniera migliore le schegge impazzite autrici di stragi e distruzioni, o, perlomeno, a isolarle e disarmarle.

°   °   °

Nel recinto del complesso ospedaliero “Vito Fazzi” di Lecce, il più importante del Salento, è in corso d’avanzata edificazione una nuova grandiosa ala, ferve l’attività di un cantiere, vasto, per superficie e volumetria, quasi quanto la struttura edilizia già esistente e operativa. Ieri pomeriggio, recandomi al “Fazzi” per visitare un parente, nell’atto di parcheggiare l’auto nelle apposite aree di sosta esistenti nelle immediate adiacenze del complesso sanitario, ho notato un gruppo d’operai, tali mi sono subito sembrati, intenti a prendere posto all’interno d’un pulmino, verosimilmente per ritornare alle proprie abitazioni dopo la giornata lavorativa.

Uno di loro si tratteneva a fianco del mezzo, quasi ad attendere e aiutare gli altri a montare a bordo. Con lui, mi sono innanzitutto complimentato per la scelta del viaggio in comitiva, un’assoluta atipicità rispetto agli eserciti d’automobilisti che viaggiano sistematicamente da soli.

Poi, gli ho chiesto se fosse di Lecce o di qualche località, al che l’uomo mi ha fatto presente d’essere originario dell’Egitto, di aver raggiunto l’Italia e Lecce tre mesi fa, trovando subito lavoro, al pari dei nove suoi connazionali lì presenti, nel prima richiamato cantiere di ampliamento del “Vito Fazzi”.

°   °   °

La Pasqua di Resurrezione 2016 è praticamente alle porte. Ogni volta, la ricorrenza in questione vivifica, dentro di me, una serie di legami inerenti ad antiche tradizioni, risalenti addirittura ai tempi della mia infanzia, cui non intendo rinunciare. Così che, anche quest’anno, ho puntualmente partecipato, nella parrocchia del mio quartiere, alla Messa della Cena del Signore, durante la quale il parroco pro tempore e l’anziano parroco emerito hanno lavato i piedi a tredici uomini e ragazzi immigrati.

Il celebrante anziano s’è diretto verso la panca su cui sedevano, insieme, i più giovani, i quali, però, con ingenuità o insipienza o semplice naturalezza, erano rimasti con le estremità inferiori calzate di tutto punto. S’ingenerava, quindi, un momento di contenuta ilarità, chiusosi con l’esortazione del religioso, agli apostoli del terzo millennio, a fargli svolgere il suo compito.

Nota coreografica, all’esterno della chiesa in parola, svettano alcune piante d’ulivo e di palma, entrambe, si sa, simboleggianti la pace.

Nella successiva serata di venerdì, preceduta da un crepuscolo di sogno, ho invece preso parte, nel centro storico di Lecce, alla processione di Gesù Cristo morto e della Madonna Addolorata. Un breve ma indicativo percorso, accompagnato da musiche di circostanza, intonate da un complesso bandistico dotato di strumenti a fiato.

Numerosi i fedeli presenti e ancora più nutrite le ali di folla al passaggio dei due simulacri religiosi.

Il rito s’è concluso nella Piazza del Duomo, sfoggiante i suoi preziosi monumenti artistici, fra cui il superbo campanile, proteso verso l’alto nel semibuio notturno.

La luna, dal faccione quasi pieno, sembrava stendere la mano per accarezzarne la cupola.

Spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

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I quindici lustri di un narrastorie salentino: spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

 

di Rocco Boccadamo 

Duemila sedici meno mille novecento quarantuno, fanno settantacinque.

A Marittima, Basso Salento, nel rione popolare dell’Ariacorte, erano circa le 3:00 del mattino di una lontana, lontanissima domenica intorno a metà marzo, quando, nella modesta abitazione a piano terra di proprietà dei coniugi Immacolata e Silvio, s’accingeva a venire al mondo il loro secondogenito, ossia a dire s’andavano schiudendo alla vita gli occhi dell’autore delle presenti righe.

A quei tempi, è diffusamente noto, i bambini non nascevano in ospedale oppure in clinica come accade adesso, bensì nella casa dei genitori, sul letto grande, con la puerpera, sorretta assistita ed aiutata dalle mani abili della levatrice e dall’esperienza delle altre donne di famiglia già sposate e mamme.

Nel ruolo di ostetrica condotta comunale si trovava Donna Elvira Vainò, originaria, se ben ricordo, della zona di Galatina, la quale abitava nella frazione capoluogo di Diso insieme con il marito Don Consalvo e, ironia del fato, senza figli. Ella espletava il suo prezioso servizio, con copertura, anche, ovviamente, delle altre frazioni di Marittima e Castro, muovendosi in sella a una bicicletta da donna e portando con sé, appesa al manubrio, una capiente borsa contenente quanto necessario all’atto degl’interventi assistenziali.

Pur essendo, la protagonista del lieto evento che stava per maturare,  una donna mite e soprattutto paziente, i suoi naturali e comprensibili lamenti durante il travaglio arrivavano a raggiungere l’udito dei vicini e di qualche compaesano che si trovava a transitare lì, all’angolo tra la breve via Nizza (così era denominata l’attuale via Piave) e la strada che ancora oggi si diparte in direzione di un vasto comprensorio agricolo, fino alla scogliera demaniale, per sfociare in corrispondenza dell’ amenissima, anzi, in un certo qual modo magica, insenatura “Acquaviva”.

Sì, un comune effetto, in questo caso beneaugurante, delle doglie, percepibile anche all’esterno delle mura domestiche strettamente interessate, che suscitava sentimenti di tenerezza all’indirizzo di una giovane mamma, a distanza di alcuni giorni avrebbe compiuto ventiquattro anni, da tutti conosciuta e stimata, in seno alla minuscola località, per le spiccate doti di semplice e intensa bontà, dolcezza e cordialità.

Ancora oggi, capita spesso, sotto la spinta di reminiscenze ormai così distanti e tuttavia sempre vive, che siffatta spinta emotiva s’ingeneri dentro di me, nel ricordo materno. Pensare, che, dopo averne fatti, in totale, ben sei di figli, la donna se n’è andata esattamente mezzo secolo addietro, col nascituro di quella metà marzo 1941 arrivato, intanto, a venticinque primavere, in sostanza pressappoco alla stessa età della sua mamma intenta, sul lettone di casa, a dischiudere generosamente il proprio grembo per lui.

Due giorni più avanti, il 18 di marzo, alle ore 19:00, la dichiarazione della nascita di Rocco all’anagrafe comunale, resa da Boccadamo Silvio Celestino dinnanzi al Commissario prefettizio Salvatore Miggiani, alla presenza dei testimoni Giuseppe Ciriolo e Saverio Urso.

Oggetto testuale dell’atto: il giorno 16 marzo 1941, alle ore 3:00, nella casa di abitazione in Marittima alla via Nizza numero civico 3, da Minonne Immacolata di anni 23, cittadina italiana, di razza ariana, imballatrice, è nato un bambino di sesso maschile, cui viene dato il nome di Rocco.

Piccola notazione statistica, quell’anno, in soli due mesi e sedici giorni, s’erano registrati cinquantotto lieti eventi: quanta differenza e distanza, che stravolgimento dei costumi sociali, emergono rispetto alle due sole nascite verificatesi nell’eguale corrente scorcio del 2016, pur tenendo conto che il Comune di Diso è attualmente composto da due e non più da tre frazioni!

Immediatamente dopo, ecco il battesimo nella parrocchiale di San Vitale, con me pargolo recato in chiesa in braccio dalla nonna paterna Consiglia e accompagnato da uno stuolo di altri famigliari, tra cui gli zii Donato e Maria, rispettivamente padrino e madrina (da parte dei predetti, fino a quando sono stati in vita, ho sempre ricevuto un occhio di riguardo per essere stato, giustappunto, loro figlioccio, sciuscettu in dialetto salentino).

Cerimonia, officiata dall’anziano arciprete del paese don Francesco N., della famiglia benestante dei Scianni, abitante in un bel palazzotto al largo Campurra, insieme con una nipote, donna Nunziatina, già andata in sposa ma poi rimasta, quasi subito, vedova.

Al battesimo, assisteva anche Nena (diminutivo di Filomena) M., una marittimese della medesima classe anagrafica di mio padre, nubile, conosciuta per il suo mestiere di maestra pasticcera, svolto insieme con la madre Costantina.

Nena, però, anche donna particolarmente pia, di chiesa si diceva una volta, teneva i corsi di catechismo agli scolari e formava a tale compito le giovani, preparava e vestiva le fanciulle e ragazze del paese per la parte di ancileddre (piccoli angeli al femminile), con vestiti bianchi e coroncine sul capo, nel corteo in chiesa, alla mezzanotte di Natale, col Bambinello benedicente presentato dal parroco ai fedeli presenti.

Per via dello stacco generazionale, come pure a causa della mia prolungata assenza da Marittima, conoscenza a parte, non ho avuto molto agio di frequentare l’anzidetta Nena. Però, proprio lei, a distanza più o meno di un quarantennio dall’episodio, mi ha ricordato un minuscolo ma indicativo particolare del mio battesimo, esattamente la seguente breve considerazione uscita in quell’occasione dalla bocca di don Francesco N.:”Che cosa te ne pare, Nena, a me questo bambino sembra “nna rrobba bbona”.

Qualche altro ricordo relativo alla figura del parroco in questione, il quale, in aggiunta al pluridecennale servizio, avrebbe avuto la ventura di trascorrere anche una cospicua vecchiaia, giungendo a sfiorare i cento anni.

Aveva il vezzo di assumere tabacco da fiuto, a furia di piluccare polverina dall’apposita scatoletta e di tirare, le dita delle mani erano divenute giallastre e così s’era fatta pure la cute immediatamente sotto le narici.  Persona, ad ogni modo, assai colta, riverita e rispettata pure per il censo della sua famiglia, egli era intestatario di numerosi fondi agricoli, alla periferia e, in genere, in tutto l’agro del paese, fra cui il terreno denominato Arciana sulla via vecchia per Andrano, caratterizzato dalla presenza di un palummaru (torre colombaia) e, per lo meno nei tempi passati, di numerosi alberi da frutto, in special modo mandorli, oggetto di scorribande serali e notturne per opera di noi ragazzi, che, tuttavia, non mancavamo di riferire a don Francesco di tali furtarelli attraverso la grata del confessionale, così guadagnando la rituale assoluzione, nonché, talvolta qualche benevolo schiaffetto da parte, diciamo, del derubato.

Rammento anche, quale occasione finale di contatto con don Francesco, la mia richiesta di notizie e particolari sul rinvenimento, un po’ di secoli prima, nelle campagne marittimesi, per opera di un suo collega curato, dell’icona della Madonna di Costantinopoli, o Odegitria, custodita sopra l’altare dell’ex Convento dei Cappuccini eretto e dedicato in onore della Vergine.

Ebbero a rivelarsi particolarmente preziose le indicazioni dell’ormai vecchio ma lucido arciprete, al punto da consentirmi di ben figurare, in classe, col mio componimento.

Riprendendo e proseguendo riguardo al mio iter scolastico, mi viene spontaneo annotare che ho avuto la fortuna di frequentare l’intero ciclo delle elementari e inoltre, da privatista, la prima e la seconda media, con un giovane, severo e, soprattutto, bravo e preparato insegnante, Alfredo Q,

Mitica, in seconda elementare, la circostanza del primo tema, da lui assegnato come compito a casa, dal titolo “Chi sono io”, con me, unico scolaro della classe, l’età era di sette/otto anni, arrivato a svolgerlo e per questo gratificato con un bel 10 e lode.

Ancora, s’affaccia nella mente il trambusto, tra pianti e strilli, creato, fra le pareti dell’aula, dal diligente ma discoletto Rocco, all’arrivo a scuola del medico condotto per la vaccinazione antivaiolosa, praticata con una piccola incisione sul braccio.

E, poi, come non ricordare il mio prolungato handicap di non sapermi soffiare correttamente il naso, con l’esito di ritrovarmi spesso col moccio e le conseguenti derisioni dei coetanei in uno ai rimbrotti dei genitori e degli altri famigliari e parenti.

Di fronte al che, sempre il maestro Alfredo a cercare di tirarmi fuori con determinazione e pazienza; chiave di volta, una mattina, nel cortile scoperto dell’edificio scolastico, l’utilizzo di alcuni zolfanelli da lui accesi sotto il mio naso, con la contestuale perentoria intimazione di tener serrata la bocca e provare a spegnere le fiammelle con il fiato emesso dalle narici.

Fino a che il problema, autentico prodigio, non uscì definitivamente risolto.

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Nell’estate immediatamente successiva alla quarta elementare, il maestro Alfredo convolò a nozze con la sua fidanzata Uccia ed io fui scelto, al pari di altri due compagni, per la recita, nel corso del ricevimento serale in casa degli sposi, di una poesia.

Perciò, dritto in piedi sul davanzale d’una finestra, passai a declamare, all’indirizzo della coppia e dei numerosi invitati, una composizione dal titolo “La pianta di glicine”, scelta e imparata a memoria con l’ausilio di comare Meris, prima cugina di mia madre e, all’epoca, laureanda in lettere.

Da lunga pezza, comare Meris non c’è più, ma ricordo il suo faccione sorridente e la sua figura grazie all’episodio anzi richiamato e, anche, alla denominazione “Villa Meris” figurante sulla piastrella posta all’esterno di una bella residenza sul mare, a Castro, a suo tempo costruita dalla parante/preparatrice e attualmente di proprietà di una sua figliola.

Accanto al maestro Alfredo, dunque, per ben sette anni, giacché, in aggiunta al ciclo scolastico delle Elementari, sono stato da lui preparato, da privatista, anche in prima e seconda media, a causa degli ingloriosi esiti di due brevissimi tentativi di farmi seguire detti ultimi corsi e i correlati studi in un convitto, ad Anagni (Fr), facente capo all’Inadel, istituto di assistenza e previdenza per i dipendenti degli enti locali, cui era associato mio padre, impiegato comunale.

A parte gli amministratori, nel Municipio di Diso, prestava servizio, come capo operativo e coordinatore, il segretario comunale don Salvatore Volpe, una bravissima e competente persona originaria di Martignano, contrassegnato, purtroppo per lui, da una statura fisica particolarmente bassa e da un’evidente dermatosi con la conseguenza di una pelle biancastra e irregolare sul volto.

Ma, don Salvatore si distingueva soprattutto per la sua umanità, il suo cuore grande.

Conosceva bene l’intero nostro nucleo famigliare, ancor di più conosceva me, giacché, durante le vacanze estive, al mattino ero costretto da mio padre a recarmi in Comune per aiutarlo nel rilascio di documenti allo sportello e ai fini della compilazione a mano, in contemporanea, sulla coppia degli appositi registri di Stato civile, degli atti di nascita, matrimonio e morte.

Don Salvatore era edotto, quindi, disapprovandole e dispiacendosene, anche delle mie disavventure collegate ai repentini ritorni a casa dal convitto, goffamente motivati con lo spiccato attaccamento alla mamma; analogamente, però, era informato del buon profitto finale nei miei studi.

In occasione della promozione dalla seconda alla terza media, tramite mio padre, mi fece avere un piccolo regalo sotto forma d’una penna a sfera (era da poco uscito tal genere di strumento di scrittura), regalo accompagnato da un biglietto con la seguente frase:” Altro non ho che questo e prendi questo è mi si valga”.

Ora, per allora e più sentitamente di allora, un affettuoso grazie, don Salvatore.

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Tramontata definitivamente l’opzione convitto, frequentai normalmente l’anno finale delle Medie presso la scuola statale “Capece” di Maglie, terza D; degli insegnanti, serbo memoria del docente di lettere Francesco E. e del professore di francese Giuseppe M.

Il primo, giovane magliese, molto preparato pur con l’abitudine, durante le spiegazioni, dell’intercalare “è vero”, “è vero”, “è vero” ad ogni piè sospinto, aveva una bella fidanzata di Spongano, sua collega insegnante di matematica, unitamente alla quale la sera, talvolta se veniva al cinema Excelsior di Marittima.

Intorno alla fine dell’anno scolastico, i due si sposarono. Villeggiando, la fresca coppia, a Castro, i miei genitori, a titolo di piccolo segno d’omaggio e di rispetto, un giorno mi mandarono a portar loro un galletto ruspante, ancora vivo ovviamente, ancorché con le zampe legate a mezzo di una cordicella.

L’altro docente che più ricordo è Giuseppe M., bravissimo insegnante di francese, però segnato da modi di fare e di trattare davvero particolari e unici.

Guai a presentarsi da lui con gli esercizi svolti a casa su un quaderno di piccolo spessore, senza neppure guardare i compiti, lo faceva letteralmente volare verso la parete dell’aula con la frase “cos’è, questo, il quaderno della serva?”, intimando all’alunno reprobo di procurarsene uno più grosso e, se il malcapitato provava a giustificarsi con le risicate risorse finanziarie famigliari, gli urlava “allora, fatti dare un sussidio dal sindaco del tuo paese o dal parroco”.

A Giuseppe Circhetta da Vaste, seduto da solo in un banco nei pressi della cattedra, il quale, approfittando della vicinanza, quando il professore M. portava i compiti corretti, gli chiedeva in anteprima il voto da lui riportato, replicava subito immancabilmente “ti ho messo uno meno, che vuoi di più, pezzo di fesso”.

E, a Oronzo Ruggeri da Giuggianello, il quale raggiungeva, ogni giorno, Maglie con la sua bici, però preferendo, talora, non venire a scuola, bensì andarsene in camporella (nnargiare o salare, in dialetto), Macrì, al suo ritorno in classe dopo l’assenza, chiedeva, accennando un sorrisino “Rugeri (con una sola g alla francese), che hai fatto ieri, sei andato a caccia?”.

Quanto ai rapporti diretti con me, il professor M., durante le interrogazioni e in presenza di qualche incertezza nelle risposte, aveva l’abitudine di tirarmi verso la lavagna e sbattere, sia pure dolcemente ma ripetutamente, la mia fronte sulla dura superficie scura, ripetendo “se non te lo imparo io il francese, non te lo impara nemmeno Domineddio”.

Come inizio, tre lustri di vita, penso di poter dire, tutti all’insegna dell’attivismo e della voglia di conoscere; del resto, pressoché analogamente si sono susseguite le stagioni successive e ancora adesso non mi sento mai completamente pago.

Nondimeno, in conclusione, mi ritengo fortunato: non ho accumulato né tesori, né palazzi, né dovizie e, però, ho avuto il privilegio di portare e accumulare dentro di me un notevole patrimonio immateriale, fatto di persone, conoscenze, esperienze, luoghi.

In cima e primo punto di riferimento e valoriale rispetto ai risultati raggiunti, la mia famiglia, con mia moglie, i tre figli e i cinque cari nipotini.

Per tutto quello che ho cercato, voluto, raggiunto e conseguito, da credente e riconoscente, esprimo un grande grazie a Colui che è posto al di sopra di tutto e di tutti e, naturalmente, ai miei genitori Immacolata e Silvio.

 

XIII EDIZIONE DEL “PREMIO GIORNALISTA DI PUGLIA – MICHELE CAMPIONE”

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di Rocco Boccadamo

Iniziativa promossa dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Puglia, in collaborazione con Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari, Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, Arcidiocesi di Bari – Bitonto e d’intesa con la famiglia Campione.

Il premio, istituito per ricordare, attraverso la promozione del lavoro dei colleghi più sensibili e capaci, la figura del giornalista e intellettuale barese scomparso nel 2003, è suddiviso nelle sezioni: carta stampata – internet, radiotelevisione – agenzie e fotografia.

Questi i premiati nel corso della cerimonia tenutasi nella mattinata di domenica 28 febbraio 2016, nel capoluogo pugliese, nella sontuosa cornice della Sala consiliare, già della Provincia e ora della Città metropolitana di Bari:

–          Annalisa Monfreda – direttore del settimanale Donna Moderna – Premio alla carriera;

 

–          Sezione carta stampata – internet:

–          Savino Carbone- The Post Internazionale – cronaca;

–          Roberto Guido – Corriere del Mezzogiorno – cultura e costume;

–          Vito Prigigallo – Gazzetta del Mezzogiorno – sport, ex equo con

–          Giuseppe Dimiccoli – Gazzetta del Mezzogiorno, sport;

 

–          Sezione internet – radiotelevisione:

–         Lorenzo Turi – Sky TG24, cronaca, ex equo con;

–          Marianna Canè – Rete 4, cronaca;

–          Michele Piscitelli – Repubblica TV – cultura e costume;

–           

–          Sezione Agenzieampa:

–          Paolo Malchiorre – Ansa – cronaca;

 

–          Sezione fotografia:

–          Lucia Casamassima – La Lettura, supplemento del Corriere della Sera – cultura;

–          Carlo Tesser – Repubblica TV – cronaca;

–          Donato Fasano – Corriere dello Sport – sport, ex equo con

–         Giovanni Evangelista – Gazzetta del Mezzogiorno, sport.

 

In aggiunta, sono stati attribuiti riconoscimenti, sotto forma di segnalazione a: Lia Mintrone, Angela Balenzano, Maria Cristina Fraddosio, Tea Sisto, Pasquale Vitagliano, Vanni Sgobba, Giovanni Di Benedetto e Sara Pacella.

Fra le autorità presenti alla cerimonia, il Prefetto di Bari Carmela Pagano, il Sindaco di Bari Antonio Decaro e il Rettore dell’Università di Bari Antonio Uricchio.[

Tra palloncini multicolori e, purtroppo, vuoti palloni gonfiati, specchiarsi nell’umanità vera

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di Rocco Boccadamo

 

Da ragazzino, me li divoravo con gli occhi, specie quando mi rendevo conto di non poterli acquistare, cinque o dieci lire era il prezzo per cadauno a seconda della dimensione, ma anche adesso che sono un ragazzo di ieri, continuano ad attrarmi e li guardo con simpatia abbinata a un pizzico d’emozione.

I semplici palloncini multicolori di sottile materia elastica e con minuscolo terminale a boccaglio per gonfiarli e dilatarli, tondi o giù di lì, eventualmente da legare a un filo per poi lasciarli volteggiare e librarsi leggeri, con lo sbocco, talvolta, d’abbandonarli completamente per ascese in alto, molto in alto e lontano, sino a scomparire nel misterioso immaginario.

Invece, non mi piacciono affatto, anzi li disdegno, i cosiddetti palloni gonfiati in senso figurato, di cui, anche se non si direbbe, se ne scorgono e incontrano in giro moltissimi, al punto d’appalesarsi vie più numerosi, in barba a qualsivoglia crisi.

Palloni gonfiati, purtroppo, ad ogni livello del contesto sociale, addirittura anche ai vertici delle istituzioni; con i loro atteggiamenti, danno sovente l’idea di dover letteralmente scoppiare da un momento all’altro, sullo schema della mitica rana della favola di Esopo.

Palloni gonfiati, dunque, senza controllo, senza ritegno e prudenza.

Qualche settimana fa, m’è capitato d’imbattermi in un esemplare del genere, in seno alle sequenze d’un talk show televisivo. Un bravo giornalista, composto, educato, insomma neppure minimamente d’assalto, cercava d’intervistare, strappandogli qualche parola, un uomo di mezz’età delle parti dell’Arno, colbacco sul capo e sigaro modaiolo in bocca, una figura, in fondo, comune, ove si escluda l’eccentricità dell’abbigliamento e salvo, soprattutto, d’essere padre di cotanto figlio.

Sta di fatto che il bravo operatore dell’informazione, nonostante il suo garbo, falliva completamente l’obiettivo, con l’aggiunta di finire vittima di derisioni e sberleffi spavaldi da parte del personaggio.

Chissà, il suddetto, forse, si considera il più inavvicinabile, inaccessibile e irraggiungibile Santo dei Santi. E dire che, come si è letto e sentito, a suo nome e suo carico non mancherebbero alcuni peccatucci.

Dovendo fare compagnia e stare vicino a una mia famigliare, poco tempo fa ho trascorso mezza giornata nell’astanteria d’un ambiente o sito speciale.

Luogo, purtroppo, non di confluenza o attracco per eventi ameni e felici, bensì di sbocco per guai seri, di quelli che cambiano la vita a chiunque ne diventi destinatario.

Ivi, presenze di tutte l’età, uomini, donne, giovani, anziani, vecchietti e vecchiette, indistintamente d’ogni ceto sociale, dunque un autentico spaccato, agevole accorgersene, d’umanità reale, convenuta per confrontarsi con pesanti problemi di salute.

E, tuttavia, in quell’universo di gente, traspariva una connotazione straordinaria, sotto forma di serenità, compostezza e determinazione nell’atto d’affrontare i drammi manifestatisi.

E vero, qua e là, segni esteriori delle tegole piovute addosso, cioè a dire copricapo o berretti o cappelli o coppole o turbanti, a coprire un determinato effetto delle terapie.

Ma a parte ciò, relativamente  a tutti gli ospiti, compresi coloro che, a turno, andavano a sedere e sostare a lungo nelle stanze delle cure, dal volto e dagli occhi s’affacciavano, prevalenti, emozioni e tensioni orientate al positivo, segnali di spinta a credere in un risultato, un rimedio, risoluta determinazione a percorrere interamente la strada, ponendosi il traguardo del superamento o quantomeno del contenimento dei problemi.

Ammirevoli, quasi un simbolo, le immagini sfilatemi davanti, ove si tenga presente che si fa riferimento a questioni di salute non di poco conto, bensì estremamente delicate e, in certi casi, senza via certe per superarle e risolverle.

Ad ogni modo, negli animi di quelle sfortunate figure, prevale la fiducia e la voglia di recuperare. Una piccola grande realtà che consola e lascia sperare, al pari, se non maggiormente, delle stesse cure specifiche: adesso, sono anche i medici ad affermarlo apertamente.

Ho vissuto una mattinata particolare che mi ha lasciato il segno e fatto bene dentro. Cosi che, mi viene di suggerire d’imitare la mia esperienza.

Sono questi gli scenari di vita e d’umanità che alimentano e tonificano, altro che le esibizioni e i teatrini dei vuoti palloni gonfiati in senso figurato.

 

Gocce di penna, tra albe, crepuscoli e… un pettinino

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di Rocco Boccadamo

Sono arrivato al mondo, una grossa gerla di calendari fa, secondo nato in seno ad un nucleo famigliare numeroso, ossia dire composto da padre, madre e ben sei figli.

Eguale quantificazione, per i rispettivi focolari d’origine dei miei genitori, così che, senza porci alcunché di mio, mi son trovato contornato da una pattuglia di dieci figure, fra zii e zie d’ambedue i rami, numero raddoppiato, per effetto delle loro unioni matrimoniali, alla considerevole cifra di venti.

E, ancora, sull’immediato gradino di discesa generazionale, si è gradualmente collocata una vie più folta schiera di cugini e cugine, pari, per la precisione, a trentuno unità, in cui io occupo il secondo posto in classifica per anzianità anagrafica.

Tuttavia, non è una novità anzi è naturalmente risaputo, che alla data di nascita non sempre sono commisurati, in una sorta di sintonia armonica, gli altri eventi importanti della vita, i cui rintocchi e modalità rispondono a variabili del tutto indipendenti.

In siffatto quadro di svolgimento esistenziale, in questi giorni se n’è, purtroppo, andato, antesignano fra i trentuno, il cugino M., di gran lunga più leggero d’anni rispetto a me e, casualmente, inserito in un’attività lavorativa analoga alla ex mia.

Correlati in modo indicativo a M., mi scorrono nella mente e davanti agli occhi, estremamente freschi e nitidi, due avvenimenti.

All’atto della nascita di M., io frequentavo la terza media e, la sera della festicciola per il suo battesimo in casa degli zii L. e P., all’amico parroco del tempo don Giuseppe, il quale mi chiedeva notizie circa l’andamento del mio profitto scolastico, potetti rispondere che proprio quel giorno il professore ci aveva mostrato, in classe, gli ultimi compiti di italiano corretti (tema sull’Odissea, avente per titolo lo sbarco di Ulisse sull’isola dei Feaci), non senza precisare che, nel consegnarmi il mio elaborato con voto otto, il docente mi aveva gratificato con le parole: “Bravo, hai compiuto un bello sbarco sull’isola di Nausicaa”.

Inoltre, nel Santuario della Madonna del Rosario a Castro Marina, quando, nel 1964, mi sono sposato, presente e officiante il già citato don Giuseppe, insieme con don Salvatore, parroco di Castro, M. adempiva al ruolo di chierichetto, in cotta bianca, com’è rimasto fissato nelle ormai vetuste riprese fotografiche di quella cerimonia.

Sembrano danzare irrefrenabilmente i corsi delle cose, grandi o piccoli che siano, finanche sotto forma di sequenze minutissime e di primo acchito insignificanti, e, in realtà, non ci lasciano mai indifferenti, catturando di volta in volta eppure senza soluzione di continuità barlumi di nostri sguardi e frammenti d’attenzione e riflessione.

Stamani, un venditore ambulante con camioncino carico di frutta e verdura, in barba al freddo insolito per queste plaghe, andava proponendo ad alta voce e di buona lena, ai passanti, in particolare “tre cassette di scarcioppole (carciofi), scontate a otto euro, anziché a nove euro”.

Mentre, di lì a poco, nell’anticamera dello studio del mio medico di famiglia, una donna si disperava all’indirizzo della segretaria del professionista perché “le aveva scangiatu la lizzetta” (le aveva dato una ricetta sbagliata).

Intanto che un altro anziano paziente in attesa, seduto in un angolo avvolto in una giacca a vento con la scritta “Aigle” sui gomiti, si toglieva il copricapo di lana, estraendo contemporaneamente e rapidamente dalla tasca un pettinino e passando quindi a darsi una sistemata a puntino alla bianca capigliatura, muovendo con estrema precisione il piccolo attrezzo dalla parte anteriore delimitante la fronte stempiata verso l’indietro.

Nel medesimo luogo, aspettavano in fila il loro turno un uomo e una donna dall’incarnato decisamente bruno e con gli altri tratti somatici tipicamente orientali.

Il curioso narratore s’avvicina loro con qualche domanda: sono marito e moglie, provengono dallo Sri Lanka, vivono in Italia da trent’anni, quasi interamente trascorsi a Lecce, si trovano bene, hanno due figli, di cui il primo universitario e il secondo frequentante l’Istituto alberghiero, il capofamiglia fa lo stalliere in un centro d’equitazione sulla via per San Pietro in Lama, la donna, invece, è semplicemente casalinga.

In sintesi una bella normale coppia, come tante delle nostre.

Perché si sparge tanta generalizzazione nell’argomentare sulla realtà degli immigrati? Appena sette gradi segna il termometro, l’aria è frizzante e, però, due micetti, a loro modo forse più saggi di noi umani che ci lasciamo perennemente prendere da mille incombenze e impicci, se ne stanno a prendere il sole beatamente accovacciati e quasi sonnecchiando sul tettuccio d’una rossa moderna utilitaria.

Mentre vado completando le presenti righe, volgendomi verso il balcone, ho agio di godermi lo spettacolo del soleggiato pomeriggio leccese, che mi piace abbinare a quello dell’affascinante mare di Castro, catturato con la fotocamera l’altro ieri.

Dall’osservazione al racconto: ecco le “tracce” di Rocco Boccadamo

di Eliana Forcignanò

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Edito per i tipi di Spagine “Anita, detta Nnita”, narrazioni e note dal Salento

 

Può nascere dalla fantasia o dall’osservare il racconto, talvolta da entrambi: uno scrittore non è soltanto l’artefice di un’architettura narrativa ben riuscita, bensì è anche e soprattutto colui che esercita lo sguardo fuori e dentro di sé, perché fuori e dentro – come già sosteneva Spinoza – sono l’eco l’uno dell’altro e la realtà è fitta di rimandi al mondo interiore, così come l’interiorità è sempre influenzata da ciò che accade sotto i nostri occhi. L’occhio. E la penna o, per i postmoderni, la tastiera di un computer, il foglio digitale che, tuttavia, suscita lo stesso panico da cominciamento di quello cartaceo. Perché l’esordio della scrittura non è mai impresa facile, soprattutto se questa scrittura parla di noi.

Il nuovo lavoro di Rocco Boccadamo, Anita, detta Nnita. Lettere ai giornali e appunti di viaggi (Spagine Edizioni, 2015), parla di noi. Già Compare, mi vendi una scarpa? rappresenta un approdo significativo per questo narratore di un Salento a tratti manzoniano in cui gli umili, con le loro vicissitudini e con gli stenti quotidiani, esprimono un’umanità fiera e – può sembrare un ossimoro – persino ludica nella dimensione di creatività e dignità che Quintiliano attribuiva al gioco. Ora, con questo volume, Boccadamo torna nei suoi luoghi fisici e mnestici recando con sé una denuncia velata di sottile ironia. Vi torna con sincera partecipazione emotiva nei confronti di chi ha subìto le vessazioni di un progresso sovente cieco e sordo alle esigenze dell’individuo e della collettività. Tuttavia, il progresso non si governa da solo: a guida della potente macchina ci sono uomini che fagocitano altri uomini: lo ha espresso bene Steinbeck in quel bellissimo romanzo che è Furore in cui si racconta l’esodo di una famiglia di agricoltori del Midwest verso la California. A questi poveri agricoltori il progresso aveva espropriato la terra; beneamato progresso che, dalle nostre parti, anni dopo, avrebbe portato la centrale di Cerano riducendo in ginocchio le colture tradizionali e seminando povertà fra i contadini. La Storia – come osservava Vico e come Boccadamo non manca di annotare – è fatta di corsi e ricorsi. Che cosa accomuna la famiglia rurale di Steinbeck agli agricoltori delle nostre parti? Probabilmente, quel caparbio spirito contadino, quel legame con la terra che mandò a morte anche i kulaki nell’epoca staliniana e che si può riassumere nel motto “Mai chinare la testa!”. Le terre limitrofe a Cerano, ove crescevano succose angurie, hanno sofferto l’inquinamento senza che la questione toccasse le alte sfere, eppure i contadini non si arrendevano e continuavano imperterriti nel loro lavoro sospeso fra bisogno e desiderio, pur sapendo che tanta ostinazione avrebbe potuto ridurli alla fame. L’immagine di questi uomini piegati sui campi è traslata da Boccadamo nella splendida metafora dei due cavalli da tiro che, maestosi, trainano l’aratro nella consapevolezza esiodea che le stagioni si succederanno sempre e tale regolarità – la regolarità del clima anch’essa purtroppo in via d’essere irrimediabilmente alterata – infonde negli esseri una certa speranza. O, almeno, la infondeva.

Il ricordo di Boccadamo corre da Cerano alla sua Marittima: anche qui, la terra ha mutato il suo aspetto e la sua produttività, ma c’è ancora chi raccoglie le olive, chi ne sa aspettare pazientemente la maturazione e crede che quell’olio – sacro alle antiche divinità e oggi, ancora una volta, posto in discussione – costituisca un inarrivabile punto di forza per il Salento. Così i “minuscoli frutti ovali tra il verde e il viola” si alleano con quelli “rossi e dolcissimi” per dipingere di colori e sapori (il sapere – tutto il sapere e non solo quello contadino – non è forse un sapore?) un racconto che, prendendo le mosse dal singolo personaggio, giunge a diventare resoconto corale.

Si potrebbe affermare senza timore di cadere in errore che, quando Boccadamo scrive, non ha in mente una visione meramente maschile del Salento: contadini erano uomini e donne e, se non bastasse questa evidenza, il titolo del libro chiude definitivamente le porte all’idea che il Salento sia esistito e sia oggi narrato soprattutto quale “terra di maschi”. Senza dubbio, vi sono molti modi di raccontare la femminilità e Boccadamo, lungi dal vestire i panni di uno stilnovista che angelica la creatura femminile o di un misogino che la relega alla mera funzione riproduttiva, delinea con delicata giovialità il ritratto di Anita, ragazza dai “prorompenti seni” che non aveva voluto saperne di andare a scuola e aveva suscitato amori folli in paese non solo per la sua avvenenza, bensì anche per l’acume e la sagacia. Anita – oggi, simpatica nonna ultraottantenne – nelle ore di scuola forava i lobi delle orecchie alle compagne per far posto agli orecchini e, appena adolescente, non aveva esitato a dimostrare un temperamento risoluto, rifiutando il suo primo fidanzatino che già la corteggiava ufficialmente. Anita, operaia in un tabacchificio; Anita che aveva ricevuto il suo primo bacio a diciassette anni in una casa invasa dal tufo e ne era rimasta spiacevolmente sorpresa, perché non era quello il modo in cui lei lo aveva immaginato. Colpisce, nella narrazione di Boccadamo, la capacità di affrescare i suoi personaggi di là da sterili retoriche e luoghi comuni. È evidente che, in quanto donna, la libertà di Anita fosse limitata ed è evidente che, in paese, non corressero su di lei voci particolarmente benevole, soprattutto dopo il bacio furtivo, eppure non è questo che interessa all’autore. Il fine da raggiungere sembra, invece, quello di tratteggiare un’individualità che agisce in un contesto determinato. Perché solo dal racconto dell’individualità può nascere il corale: non si è mai vista una tragedia in cui vi sia soltanto il coro né il Verga o Silone si sarebbero mai sognati di scrivere i loro capolavori senza ‘Ntoni e Berardo Viola. È la differenza che pone in luce il contesto. Si tratta di una differenza intrinseca non solo nei soggetti, ma anche negli oggetti, nelle cose che ci circondano e nei confronti delle quali Boccadamo lamenta la discuria: è il caso di quell’edificio di Castro che ospitava gli orfanelli e che viene ridipinto con un giallo “sparato” che ne deturpa l’intero prospetto. Per quale ragione – si potrebbe obiettare – scrivere di un edificio pubblico che è uno dei tanti? In fondo, sono numerosi gli esempi di cattivo gusto – o semplice noncuranza – da parte delle amministrazioni locali, tuttavia è proprio dello scrittore – più in generale dell’artista – quel senso estetico che Boccadamo definisce “senso dell’armonia” cui non mancano sollecitazioni positive e, più spesso, negative. Se tutti tacessero – sembra dire tra le righe Boccadamo – il brutto diverrebbe ordinario. A questo proposito, è opportuno precisare che questo libro non è una raccolta di racconti: accanto agli spaccati di vita che, in breve, si è tentato di delineare, compaiono lettere e articoli cui, però, non si trascura mai di conferire una dimensione vissuta e passionale, la medesima dimensione che percorre l’intero volume e lo rende non solo godibile, ma anche commovente, se per “commozione” intendiamo non la romanticheggiante lacrimuccia, ma un vero moto alla riflessione e, possibilmente, all’acquisizione di consapevolezza.

Il Presidente e l’evasione fiscale

Crisi: Mattarella, Italia migliora, bene 2016

evasione-fiscale_1di Rocco Boccadamo

In mera ottica di senso civico e, insieme, di rispetto delle istituzioni, desidero rivolgere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il mio sincero plauso e vivo apprezzamento per aver inserito, fra i punti nodali del suo primo messaggio di fine anno, il problema (forse, sarebbe più giusto parlare di piaga) dell’evasione fiscale.

Al riguardo, la massima carica dello Stato ha testualmente detto: “L’evasione fiscale e contributiva, in Italia, nel 2015 ammonta a 122 miliardi”, aggiungendo: “Dimezzando l’evasione, si potrebbero creare oltre trecentomila posti di lavoro” e chiosando ancora: ”Le tasse e le imposte sarebbero decisamente più basse se tutti le pagassero”.

La cifra di 122 miliardi testé citata dal Presidente ricalca e conferma le conclusioni cui, già alcuni anni addietro, pervenne il Sole24Ore, a seguito di un’indagine sull’infedeltà fiscale in Italia basata sui dati ISTAT dell’economia sommersa, laddove si quantificava in 250 – 270 miliardi di euro all’anno l’area del sommerso economico, ossia dei redditi “sfuggiti” al prelievo tributario e/o contributivo e, di conseguenza, in 115 miliardi il gettito sottratto, ogni dodici mesi, all’Erario.

Si tratta, inconfutabilmente, di cifre terrorizzanti. E’ come dire che, senza le “perdite” inflitte da tale, lungamente datata, realtà, in Italia, nonostante gli sperperi e gli sprechi, non si sarebbe punto formato il debito pubblico o, con proiezione verso il futuro, che, nel giro di venti – trenta anni (appena un baleno nella vita e nella storia d’una nazione), si potrebbe rientrare completamente dall’attuale, faraonico “fardello”, giustappunto, del debito pubblico.

 

Però, bisogna cambiare radicalmente registro, la caccia e la lotta ai “furbi” – di qualsivoglia dimensione – che non pagano le tasse, deve diventare dura, implacabile, i rei scoperti e accertati, oltre a essere obbligati all’integrale refusione del maltolto, vanno puniti, non solo con pene restrittive della libertà, ma anche con il lavoro obbligatorio durante la detenzione, in modo che si auto mantengano e paghino i costi delle strutture carcerarie.

La faccenda è ormai indifferibile e assolutamente vitale, non si lasci nulla d’intentato per, finalmente, sistemarla, si ricorra, al caso, anche all’aiuto e alla collaborazione, con costi ovviamente a nostro carico, del Governo degli U.S.A., dove, come noto, le tasse sono corrisposte da tutti e su qualunque reddito, così da mettere finalmente a regime, anche da noi, un’efficiente macchina fiscale e far dare allo Stato, che, in fondo, s’identifica con le tasche comuni di noi cittadini, ciò che è dello Stato.

Libri| Anita, detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti di viaggi

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Un nuovo libro di Rocco Boccadamo

“Anita, detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti di viaggi”, Edizioni Spagine, Fondo Verri – Lecce, dicembre 2015, prezzo € 10.

E’ stata appena pubblicata una nuova raccolta di narrazioni di Rocco Boccadamo, scrittore salentino, nonché nostro collaboratore.

Il predetto autore è nato a Marittima e vive a Lecce.

Già dirigente bancario, dal marzo 2009 è iscritto, come pubblicista, all’Albo nazionale dei giornalisti.

Ha dato alle stampe i volumi: Volare in alto (2004), Il geco e la coccinella (2005), Ad una Lei (2006), Luminosa stella (2007), Io sono chi (2008), Il barbiere di Natale (2008), Il cavamonti sognatore (2009), Righe fuori schema (2010), Quell’antico suonatore d’organo (2011), Quando il gallo cantava la mattina (2012), Una matinée al Santalucia (2013), L’asilo di donna Emma (2014)

Inoltre, nel 2014, ha pubblicato, per i tipi di Capone Editore, il volume Compare, mi vendi una scarpa?Luoghi vicende e volti di un cantastorie salentino e, con Spagine – Fondo Verri Edizioni, il saggio Fratello narrastorie! Ricordo di Giorgio Cretì, dedicato allo scrittore salentino, nativo di Ortelle, recentemente scomparso.

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Di “Anita, detta Nnita”, riportiamo di seguito la prefazione curata da Ermanno Inguscio:

L’autore di questa pubblicazione, Rocco Boccadamo, presenta nel volume una serie di quarantasei racconti, scritti tra l’ottobre del 2013 e il giugno 2015, con la finalità di dare spazio a paesi e figure del Salento di un tempo, quasi un viaggio interiore di esperienze che sempre si rigenerano. L’humus contenutistico della raccolta affonda saldamente le radici nell’esperienza giornalistica ormai decennale dell’autore, costellata anche, da qualche tempo, da prestigiosi riconoscimenti in campo scrittorio ed editoriale. E’ sempre il sottotitolo dell’opera, Lettere ai giornali e appunti viaggi, a fornire al lettore l’indicazione dell’orientamento di Boccadamo in un campo di scrittura a lui ormai congeniale: il giornale e il viaggio, le lettere e gli appunti. Il viaggio è sete di conoscenza, è desiderio di allacciare nuove relazioni, è bisogno di comunicazione, anche e soprattutto con se stessi; il giornale è voglia di scrivere e storicizzare sia esperienze compiute per la vecchia Europa, sia in altri contesti, come in altre parti del globo, come nella antica Cina; è voglia di fermare l’eterno correre del lettore davanti a un flash di mezza cartella, irradiata da una rivista online su tematiche di attualità e del semplice vivere quotidiano. Per cui accade che la riflessione sul grande tema della conservazione della biodiversità della Terra e dei rischi connessi alle condizioni climatico-ambientali, sembra, quasi, pacarsi davanti alla descrizione disincantata di un lembo di Salento, di fronte al sito di Castrum Minervae. Un viaggio nei quarantasei brani del volume, scelti da Boccadamo in questa pubblicazione, che prende le mosse dall’incedere dell’autunno 2013 sino all’esplodere della rovente estate 2015. Un percorso, per questo arco temporale, ripreso dal suo ritorno ai fanghi di Abano Terme, che si conclude con una gita di gruppo a Santa Maria De Finibus Terrae di Leuca, sul promontorio japigio. Nel primo gruppo di brani, l’autore riferisce di fatti e personaggi incontrati in terra veneta, giustappunto ad Abano T., al consumarsi della stagione autunnale 2013; nel secondo, campeggia, tra i ventotto scritti, il racconto salentino di Anita, detta ‘Nnita’, che dà il nome alla raccolta. Nell’ultimo, si racconta del terribile naufragio del traghetto “Norman Atlantic” nel Canale d’Otranto, ma, a farla da padrone, sono i molti angoli della terra tra due mari, con Castro Marina, Serrano, Marittima, non senza puntate nella memoria delle esperienze lavorative del giovane bancario, fatte alle pendici dei Peloritani, delle Prealpi Venete e in Brianza. Ma quanti personaggi sembrano accalcarsi davanti all’inesorabile filtro del tempo: un vecchio parroco, persino le belle deputate presenti nel Parlamento nazionale, lu cumpare signurinu, la Nunziata di Castro, Zi’ Miliu e Vitale: su tutti l’autore si riversa con la sua voglia di raccontare e il garbo di un’accennata ironia a sferzare, quando è il caso, comportamenti utilitaristici di personaggi pubblici, amministratori delegati di colossi finanziari  che sacrificano al dio – profitto persone e cose. Nell’ultimo gruppo di lettere-appunti, a coprire il primo semestre del 2015, Boccadamo abbraccia con la sua esperienza scrittoria tutta la Puglia, dalle Isole Tremiti, a Lecce, alla sua amata Castro e dando un tributo di affetto al Santo del Gargano, Padre Pio, il quale per buona parte del Novecento, dalla sua montagna sacra sino a Punta Meliso di Santa Maria di Leuca, ha fuso esperienze di umana solidarietà con la potenza della preghiera e l’eccellenza della scienza medica nella “Casa Sollievo della Sofferenza”, struttura di San Giovanni Rotondo a servizio di tutta la comunità nazionale. Ciò non è frutto di una specie di distrazione tematica per Rocco Boccadamo. Il suo Salento, come vero luogo dell’anima, non viene affatto mortificato da riferimenti come quello fatto al Santo cappuccino della sofferenza, testimone del Novecento, che polarizza devozione e un riconosciuto fenomeno di flussi turistico-spirituali verso il Gargano. Nel Salento, del resto, come anche in tutta la Penisola, non vi è contrada che non presenti testimonianze di affetto per il Santo da Pietrelcina, con statue ex voto, altarini, cappelle e manifestazioni di autentico culto popolare. Questo volume pubblicato dall’autore, dunque, continua a percorrere, a cominciare dal titolo, Anita, detta ‘Nnita, un campo di esperienza scrittoria, che scopre un orientamento verso le problematiche del mondo femminile, l’altra metà del cielo dell’esperienza umana, presentate come universo di riferimento obbligato per chi voglia dare un senso alla propria esistenza. Ed anche la stessa copertina della pubblicazione, riproduzione di una pittura di Carlo Colella, artista leccese di buon gusto e raffinata creatività, riproduce in sintesi un tipico paesaggio contadino del Salento di un tempo, affidato a delicati profili collinari e a una incisiva valenza cromatica floreale. Boccadamo, dunque, sebbene con i piedi sulla terra del suo magico Salento, mostra sempre attenzione ai drammi dei continenti di tutto il mondo, come quello dell’11 settembre 2001 a New York, dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Medio Oriente, della Siria, della Libia. Ma nel brano pubblicato il 12 gennaio 2015, significativamente annota: “Non possiedo galloni di penna da richiamo, né tantomeno di fonte di cultura e di opinione. Sono soltanto un comune narrastorie”. A rimarcare che la sua visione del mondo, negli appunti e nelle sue riflessioni, va al di là dell’ambito di sola ispirazione campanilistica, collocandosi in una doverosa dimensione glocalistica. Ma il narrastorie Boccadamo è sempre più affascinato dal braccio di mare di  Castrum Minervae, il cui scenario e palcoscenico, per la maestosità della distesa tra Adriatico e Ionio, tra le coste dell’Albania e le isole greche, fanno del terrazzamento della  Marina ‘u tinente  la piattaforma privilegiata  dei suoi pensieri: il silenzio, la muta presenza dei giovani olivi, il profumo della macchia mediterranea, lo riportano agli affetti famigliari spesso goduti, com’egli scrive, tra  “la tenuta della  Pastorizza, la pinetina, la  Marina ‘u tinente, nei panni di novello eremita del terzo millennio. Così, il cammino lungo l’attuale tratto esistenziale è sempre vivo ed ha il pregio di lasciarmi attivi e vivi, dentro, segni e sentimenti d’ideale gioventù”. E questa può essere una motivazione in più, per il lettore, a volersi immergere, ancora una volta, nel piacere di una buona lettura.  

Una tragedia immane: gli italiani, popolo di giocatori d’azzardo

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di Rocco Boccadamo

 Lontanissima, la pur minima idea dispregiativa e, beninteso, esclusione dei singoli, giacché si pone in riferimento un dato di fatto correlato alla globalità della popolazione.

Ad ogni modo, a mio avviso, si deve considerare tramontata è ormai anacronistica l’antica e nota raffigurazione di noi abitanti del Belpaese nelle vesti di “santi, poeti e navigatori”.

Ciò, se, come ho sentito e letto, corrisponde a verità che in Italia, nel 2014, si sono investiti (sarebbe meglio dire dilapidati) ben 84,4 miliardi d’euro in giochi d’azzardo legali.

Un’autentica follia, un impazzimento collettivo, non vi possono essere alibi che obiettivamente tengano di fronte a tale e tanto spreco di denaro.

Se è vero che, da soli, noi fatturiamo addirittura il 21,15%, più di un quinto, del volume d’affari mondiale in tale sciagurato comparto o burrone.

Se è vero che, considerando i 60,8 milioni di residenti, dai neonati ai centenari, ciascun abitante spende nei giochi in questione, in media, 1388 euro.

Di questo passo, dove si andrà a parare? Per avere davanti agli occhi e nella mente un metro di misura, si pensi, ad esempio, che la produzione italiana annua di calzature, secondo l’ultima cifra disponibile, ascende a 8 milioni circa e che il controvalore delle vendite di auto nuove è, a sua volta, pari a 23,7 miliardi.

Animato unicamente da sincero senso civico, avrei una provocazione da lanciare all’indirizzo del Presidente del Consiglio Renzi: perché, nell’ambito dei suoi quotidiani annunci, proclami e tweet, non invita e diffida i concittadini a rivedere drasticamente la malefica abitudine di esercitare così intensamente il gioco d’azzardo e le scommesse, a prescindere dalla copertura della cosiddetta legalità?

Ove fosse realmente, come vuole apparire e fa credere di essere, un buon e illuminato Capo di Governo, il mio pensiero è che egli non dovrebbe esitare un giorno in più, infischiandosene delle pur consistenti entrate fiscali derivanti, giustappunto, dai giochi e dalle scommesse.

Aspetto con fiducia che qualcosa si muova.

Da Marittima: Vicenzu e il suo asinello

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di Rocco Boccadamo

 

Era conosciuto e indicato da tutti come Vicenzu ‘u cuzzune. E ciò, verosimilmente, per via delle sue caratteristiche fisiche: bassissima statura, grassottello, schiena curva, quasi ripiegato su se stesso, mantello scuro indosso pressoché in tutte le stagioni, cappellaccio di analoga tonalità cromatica sul capo e schiacciato sulla fronte, immancabile mezzo sigaro toscano in bocca.

Il buon uomo conferiva, insomma, l’idea –  la raffigurazione in tal senso era assolutamente benevola e priva di pensieri e intenzioni dispregiativi – di una grossa lumaca a striature alternate tra il marrone e il beige, giustappunto di un cuzzune, come, da queste parti, è comunemente chiamato il mite, lento e anche gustoso, se preparato, cucinato e cotto a puntino, animaletto in discorso.

Di poche parole, semplice e umile nei rapporti con i compaesani.

Per i suoi spostamenti, finalizzati all’attività lavorativa come anche a carattere generale, Vicenzu aveva e utilizzava un unico “mezzo” che gli rimase accanto, ininterrottamente, per lunghi decenni, cioè a dire un asinello. Bestia, oltre che estremamente docile, anch’essa di modesta stazza: con un pizzico di fantasia, proiettando la strana, stravagante e improbabile sequenza dell’animale e del suo padrone sovrapposti l’uno all’altro, si sarebbe ottenuto un perfetto combacio.

Ritornando alle azioni concrete, il ciuchino faceva fronte ai servigi richiestigli dal proprietario – utente con efficienza e puntualità, nonostante, talvolta, i fastidi e le interferenze frapposti alla coppia cavalcatura/cavaliere da noi ragazzi discoletti, servendoci di sottili bastoni, ricavati da rami o spuntoni d’ulivo, che impugnavamo, seguendo da vicino la lenta andatura del “mezzo”, per accarezzare (si fa per dire), a intervalli, un particolare punto delle terga del mansueto, utile e innocente quadrupede.

Però, a siffatte sollecitazioni o intrusioni, la povera bestia non poteva non maturare una reazione, quanto meno passava a scalciare, la qual cosa minava il già incerto equilibrio di Vicenzu sulla groppa dell’asino.

Vacillava l’uomo, un po’ impacciato dal particolare di non poter girarsi verso l’indietro e così affrontare, con uno sguardo diretto e severo e abbinate parole di rimprovero, i gruppuscoli di molestatori.

Finché, noi non ci stancavamo, o meglio annoiavamo, delle deprecabili “torture” e lasciavamo l’asino e il trasportato a proseguire in santa pace il loro percorso. Purtroppo, le “attenzioni” all’indirizzo di Vicenzu –  opera di ragazzini, è vero, e però, ugualmente, simil teppistiche – non si esaurivano lì, ma erano, al contrario, replicate alla prima occasione che veniva a profilarsi successivamente.

Non conosco con precisione i termini della stagione esistenziale dell’animale di cui narro, giacché, dopo un po’ di anni dalle prodezze cui contribuivo, partii dal paesello per ragioni di lavoro.

Invece, so perfettamente che il compaesano Vicenzu ‘u cuzzune ebbe vita lunga e, quindi, agio di trascorrere una discreta vecchiaia in semplicità, anche dopo la rinuncia a recarsi al lavoro e a sbrigare altre varie incombenze a cavallo del proprio quadrupede.

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E oggi, noi tutti, da giovani o nella media età o da anziani, come siamo combinati a proposito di mezzi di trasporto?

Non si riscontra più, ovviamente, la minima traccia dell’esercizio e/o di pratiche di spostamenti del genere dell’antico personaggio marittimese.

Come pure, si deve registrare che ciascuno, per le esigenze personali o famigliari, si determina a cambiare, nel corso degli anni, assai più di un solo mezzo di trasporto, indifferentemente, vuoi che si tratti di bicicletta, o moto o autovettura.

Fra nuovi acquisti e sostituzioni di veicoli vecchi con altrettanti nuovi, si anima un mercato settoriale ampio, interessante, vivace, con fatturati ingenti; e di riflesso, si dà vita e voce a un battage pubblicitario quasi da primato, con annunci, profferte e sollecitazioni in ogni ora del giorno e della notte.

Siamo incalzati fino alla noia e al fastidio, con carrellate di prospettazioni di miracoli e opportunità assolutamente da non perdere. Appena per citare qualche chicca, utilitarie mirabolanti a soli 8.950 euro o “salotti” di media cilindrata ad appena 19.800 euro o, montando più su come classe, capolavori al corrispettivo di 23.500 euro.

Cifre, chiaramente, di tutto riguardo se non ingenti, ma, nel contesto in riferimento, propinate a guisa di “leggeri” sacchi di noccioline.

 

Frammenti di vita salentina: dal (non) maestro d’oggi, ai mesci e alle mescie d’una volta

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di Rocco Boccadamo

 

Non so se succeda anche a voi, a me capita, talora, di essere interpellato da qualche sconosciuto, magari un automobilista che s’accosta lentamente col suo mezzo a finestrino dischiuso, con la frase: “Maestro, sa dirmi a che numero civico si trova….?” Oppure: “Maestro, è da queste parti la Direzione Provinciale….?”

Ora, il semplice risuonare dell’accezione “maestro”, è più forte di me, mi fa restare sistematicamente impietrito e la prima puntuale reazione che ho è di fiondare intensamente lo sguardo sulle sembianze dell’interlocutore, come a volerle dissolvere, replicando secco con parole che sono sempre le stesse: “Guardi, non mi dica maestro, giacché non so neppure avvitare una lampadina”.

Segue, naturalmente, un piccolo ma percettibile sussulto sul volto dell’altro/altra, anche se, poi, l’informazione, almeno quando è nota, è fornita senza problemi e la scena, diciamo così, si ricompone.

Queste, invero non frequenti, circostanze, mi danno, di riflesso, l’estro per richiamare alla mente, con emozione e un po’ di nostalgia, una serie di persone/personaggi del paesello natio d’un tempo, i cui nomi di battesimo erano immancabilmente preceduti, quasi da formare un tutt’uno, dal titolo o qualifica, giustappunto, di maestro (nell’idioma dialettale, mesciu o mescia a seconda del sesso), titolo che, a loro, sì che competeva davvero.

Lunga, la rassegna di tali protagonisti in una comunità di circa duemila anime, soggetti tanto bravi quanto umili e, perciò, apprezzati e stimati.

Dai calzolai o ciabattini o scarpari, mesciu Tore, mesciu Roccu, mesciu Leriu e mesciu Narducciu, l’ultimo, per la precisione, subentrato allo zio Rocco, dopo esserne stato “discepolo” e aver appreso il mestiere.

Pochi i ricordi inerenti al primo artigiano, già vecchissimo all’epoca della mia infanzia, relativamente a lui, rivedo, più che altro, una figura femminile, sorella o moglie non so più bene, affetta da sonnambulismo, vagante, anche fuori dall’uscio di casa, avvolta in una lunga camicia da notte bianca, alla stregua di fantasma, un fantasma, però, dall’animo buono, secondo la suggestione del giovanissimo testimone.

Quanto a mesciu Roccu, invece, a distanza di ben oltre mezzo secolo, sono tuttora nitidi due tristi eventi che l’uomo ebbe a dovere affrontare e patire: la tragica morte del figlioletto Antonio, non ancora scolaro, perito sotto le ruote di un camion militare, per la precisione del drappello di soldati polacchi che, in quel periodo, si trovava di stanza a Marittima, e, poco tempo dopo, anche la prematura dipartita della moglie.

Il terzo calzolaio, mesciu Leriu, da parte sua, si distingueva, oltre che per la maestria nel lavoro, per la circostanza d’intrattenere e gestire, in seno alla propria bottega, intorno al desco, sia all’interno che, durante la bella stagione, fuori dal locale, una sorta di salotto o agorà: su sgabelli e vecchie sedie impagliate, intorno al tavolo, s’accomodavano, ogni giorno, tre – quattro compaesani, di varie età.

E s’inanellavano discorsi, commenti, confidenze, notizie, informazioni, una semplice e sana formula di comunione civica.

Passando ad una differente categoria artigianale, ecco mesciu Primaldu, sarto, originario di Castro.

E’, poi, la volta dei muratori: mesciu Vitali, mesciu Adolfu, mesciu Carlucciu e mescio Pippinu.     

Della lista, il primo, vero e proprio capomastro, figura minuta ed esile, aveva per moglie una cugina di mio padre con la quale aveva procreato ben nove figli. Un paio dei maschi più grandi, per qualche tempo, gli diedero una mano, affiancando altre unità di compaesani collaboratori, alcuni addetti alla squadratura dei tufi o conci, i restanti, denominati manipoli, adibiti al carico, sulle spalle, dei materiali e al relativo trasporto, con l’uso, al caso, di scale, sino alla sommità dei muri perimetrali e delle volte, man mano che le costruzioni avanzavano.

Di mesciu Carlucciu, piace ricordare che era un autentico artista, più che artigiano, nel lavoro di cesellatura dei particolari degli edifici, specie delle cornici e dei decori in pietra leccese.

Si arriva, a questo punto, ai falegnami mesciu ‘Mmbertu e mesciu Pippi, operatori dotati, anch’essi, di elevata professionalità, giacché, secondo le abitudini paesane della metà del secolo scorso, erano chiamati a realizzare non soltanto infissi esterni e interni, bensì pure arredamenti completi, sia per ambienti giorno, sia per cucine, sia per i vani notte.

Ultima figura d’artigiano, sfocata per via della vetustà, quella di mesciu Biasi, che, rammento, aveva una piccola bottega nell’androne del palazzotto Spagnolo, adiacente al Largo Campurra; di lui, tuttavia, sembrerà strano, non ricordo più quale fosse esattamente il lavoro, la specializzazione.

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In omaggio alla parità di sesso, sebbene, allora, approssimativa, resta da dire che la comunità marittimese di ieri con includeva unicamente figure di mesci, ma alcuni casi omologhi di sesso femminile, ossia di mescie.

Tra esse, mescia Nina e mescia Clementina, le quali attendevano a lavori di cucito e di maglieria.

E, ultime ma, di certo, non meno speciali, le quattro mescie degli altrettanti magazzini (o manifatture) per la lavorazione del tabacco, che, una volta, operavano nella minuscola località: Valeria, Anna, Margherita e Teresina.

Personaggi utili, quasi preziosi, sia nel ruolo di fiduciarie dei proprietari degli opifici, sia per il loro compito di coordinare, guidare e seguire l’attività, ciascheduna, di cinquanta/sessanta lavoratrici e, soprattutto, essendo loro chiamate a insegnare il mestiere alle ragazze e giovani ammesse per la prima volta nei magazzini.

Piccolo dettaglio, che, ad ogni modo, non sminuisce le figure delle citate quattro donne, Valeria, Anna, Margherita e Teresina si chiamavano semplicemente con i rispettivi nomi di battesimo, nomi, quindi, non anticipati, come si verificava riguardo agli altri artigiani/mesci, dal prefisso mescia.

Insomma, anche se non definite verbalmente, erano mescie, e come!, nella realtà concreta.

I viaggi del narrastorie: una città speciale, un gradito ritorno e un saluto

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di Rocco Boccadamo

 

Sullo sfondo che s’innalza in direzione nord e nord-ovest, l’ininterrotta, armonica e uniforme catena di vette alpine, sequenza invero familiare e saldamente stagliata nella mente di chi scrive da più di mezzo secolo, risalendo al 1963 il primo impatto del ragazzo del lontanissimo Sud con tale panorama.

Al che, il cuore sembra subito stringersi per l’emozione e, in pari tempo, dilatarsi sull’onda di composti e però ugualmente inarrestabili sentimenti di gioia.

Invece, a terra, sulle superfici di campi e giardini, ecco, oltremodo diffusi e, per il mio sentire, ammalianti, i segni tipici di questo periodo stagionale, sotto forma di arbusti o piante o semplicemente foglie di platani, dal colore che va dal giallo morbido al rosso quasi arancione e viola.

Nella circostanza, non si tratta di semplici e pedisseque sfumature cromatiche, bensì, quasi, di un ideale alfabeto magico, con rami e, giustappunto, foglie che fungono da lettere, consonanti e vocali, insieme che si lascia leggere alla stregua delle omologhe raffigurazioni stampate negli abecedari e, inoltre, proprietà eccezionale, capace addirittura di parlare, di rivolgersi agli occhi e alla mente di passanti e/o osservatori.

Incede senza intoppi, il convoglio sulla strada ferrata e, puntualmente, guadagna la penultima stazioncina della tratta, quindi pressoché periferia rispetto alla meta, il cui nome, Basiliano, rimanda la suggestione del viaggiatore salentino all’antico ordine monastico che tante tracce ha lasciato dalle sue parti, specialmente nell’area del Capo di Leuca.

Di lì a poco, al riecheggiare dell’annuncio dell’altoparlante della destinazione finale e al primo sguardo che si pone naturalmente sulle strutture ed edifici d’intorno, un sussulto intenso viene a rinnovarsi nell’animo.

Quanti viaggi, quante visite, quanti transiti, durante stagioni ormai lontane e che, tuttavia, hanno segnato profondamente un intero corso esistenziale!

Non si presenta granché mutata la città nella sua sostanziale configurazione, malgrado il cospicuo tempo passato dagli iniziali contatti.

Anzi, adesso, conferisce l’idea di essere più aggraziata, ben tenuta, ogni cosa appare in fondamentale ordine, si snodano, i movimenti e i percorsi della gente, in silenziosa risolutezza, senza intralci né inceppi.

Così si snocciola anche il traffico, scorrevole seppure intenso.

E dire, che è radicalmente cambiato, al contrario, il popolo che anima questo capoluogo, passato dal cento per cento d’indigeni, o, a voler concedere, d’immigrati originari d’altre regioni italiane, in particolar modo del meridione, a un’alta aliquota di stranieri, provenienti da ogni dove, Asia, Africa, Sud America, Paesi dell’est europeo.

La prerogativa di detta evoluzione sul fronte della stanzialità è che si scorgono pochi casi di
“ospiti” vaganti inutilmente e/o proponendo alle persone incontrate risicate e inutili paccottiglia.

I “nuovi” sono integrati, almeno in ampia maggioranza, nei tessuti cittadini o del territorio, lavorano, e ciò vale come indubbio insegnamento pure per noi stessi italiani: i “posti”, per chi voglia darsi da fare, qualsivoglia sia la sua origine, ci sono, esistono.

Ad ogni passo, ci s’imbatte in esempi, non importa se piccoli basta che siano reali e concreti, che comprovano siffatta realtà.

Freschissime, personali esperienze, ho acquistato una bottiglia d’acqua minerale e della frutta presso un esercizio commerciale gestito da un giovane cinese.

A breve distanza, sono poi sfilato dinnanzi a ben due negozi con l’insegna “Sartoria su misura”, con, all’interno, intente a lavorare, altre figure della medesima nazionalità.

Analogamente, gestori asiatici in un bar per un cappuccino e un cornetto.

Infine, d’origine straniera, una parte del personale del ristorante dove ho consumato la cena, con la bella sorpresa aggiuntiva che, fra i gruppi d’avventori che andavano man mano accedendo, specie se giovani, si scorgevano non rari volti di ragazzi e ragazze giunti nel nostro Paese da terre una volta impensabili.

Ci vogliono ancora alcuni giorni perché arrivi San Martino, ma, in centro, fra vetrine predisposte sul tema e le prime grandi stelle argentee o dorate a penzolare sospese da un edificio all’altro, una, in particolare, pendente dalla facciata della sede municipale, già affiora e si respira aria natalizia.

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Suona forse imprecisa la definizione di “ricca” per la città meta del mio viaggio, ma non v’è dubbio che il contesto si può definire “benestante”, senza paura di smentita, la vita, in altri termini, si dipana agevole e tranquilla, all’insegna della laboriosità e dell’impegno: del fenomeno “starsene con le mani in mano” non è dato di scorgere la minima traccia.

Innumerevoli e, talora, a brevissima distanza, le insegne luminose di banche e finanziarie, sia italiane che straniere, cui s’alternano sportelli o vetrine proponenti “money transfer”.

Fin qui, la descrizione d’insieme d’un viaggio e una visita di ritorno.  Per completare il quadro, bisogna, ad ogni buon conto, aggiungere che, a monte della trasferta, si è posto, come molla determinante, il desiderio forte di recare un saluto fisico a un antico amico, compagno e sodale d’una lunga serie d’incontri, vacanze e ricorrenze, negli anni in cui, per entrambi, prevalevano la gioventù, l’iniziativa e il pieno vigore fisico.

Il distacco da lui s’è consumato circa un anno fa.

Adesso, finalmente, ho avuto agio di rivederlo e anche di rivolgergli un pensiero da vicino, in una piccola area ombreggiata da cipressi, nella verde periferia, posta sotto lo sguardo della corona di cime montane richiamata all’inizio delle presenti note.

Mandi, vecchio amico mio.

Congedo dalla bella estate salentina, sui passi di Luca

di Rocco Boccadamo

 

Pur avendo dovuto attendere a lungo, praticamente fino a metà settembre, la caduta di un po’ di pioggia salutare, arrivando, a un certo punto, addirittura a sospirarla e agognarla da mattina a sera, qui, nel Basso Salento, l’andamento eccezionalmente favorevole sotto il profilo climatico, costante per l’intera bella stagione, è stato, nel complesso, deciso motivo di gioia, godimento, appagamento e soddisfazione.

Per di più, circostanza che, a esser precisi, si ripete sovente se non proprio tutti gli anni, accompagnato da un gradito e piacevole prolungamento. Ancona tre giorni fa, si registravano, infatti, massime vicine ai trenta gradi, onde quiete, in alto neppure l’ombra di una nube, in molti, non solo turisti del Nord Italia e/o stranieri ma anche residenti, facevano o prendevano i bagni. Insomma, si sono appena assaporati i primi segni, profumi e colori dell’autunno, a cominciare dall’aria divenuta frizzantina e, però, nella parte mediana della giornata, rimasta tiepida e gradevole.

Ad ogni modo, cielo e mare ancora adesso incantevoli.

Oggi pomeriggio, limitando la durata del riposino, ho voluto, come dire, accostarmi a tanto splendore naturale e immergermi nell’accattivante situazione attraverso una tranquilla e lunga passeggiata, che, davvero, mi ha rigenerato.

Sia per il rosario d’impatti e di visioni del momento, sia grazie alla suggestione, affacciatasi durante tutto il percorso, di una serie di ricordi, soprattutto antichi ovvero risalenti alla mia infanzia o adolescenza o esordiente giovinezza e, tuttavia, nitidi e pronti a delinearsi e stagliarsi nella mente e davanti agli occhi del ragazzo di ieri, come se afferissero a episodi, voci e volti del presente

Prima sequenza attrattiva dell’uscita, a poche centinaia di metri dalla mia villetta del mare, l’incontro, segnato da un vero e proprio saluto ideale, con i due carrubi giganti del fondo denominato “Mastefine, da me frequentato già ai tempi delle Elementari insieme con il mio compagno di classe Vittorio, i cui genitori, all’epoca, conducevano detto appezzamento di terreno in regime di mezzadria.

Poi, anche da più grandicello, quando erano i miei zii Nina e Guglielmo a coltivarvi una partita di tabacco e io ogni tanto andavo a trovarli; dopodiché, seduto a terra insieme con loro in un grande capannone rustico a tutt’oggi esistente, li aiutavo a infilare in un lungo ago, in dialetto cuceddra, le grandi foglie verdi raccolte nelle prime ore del mattino e ammucchiate sul pavimento.

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Poco più avanti,

Si ponga attenzione al termine, anzi citato, di mezzadria, il cui significato, secondo il dizionario, è il seguente: “Contratto agrario, in base al quale un proprietario o affittuario terriero (concedente) assegna al socio – colono un podere idoneo alla produzione agricola, già dotato di abitazione per la residenza stabile del coltivatore (ricevente) e della sua famiglia virgola, di entità proporzionata alla misura del suolo da coltivare; il colono s’impegna a lavorarlo e partecipa con i familiari alle spese di gestione e agli utili nella misura del 50%.”

Il principio della divisione paritaria di oneri e utili ha subito cambiamenti, nel tempo, col variare della forza contrattuale delle parti contraenti.

Nel corso di queste note, la parola mezzadria sarà ripresa ancora, accanto ad altre esemplificazioni di vita contadina e lavori nei campi, alla luce delle quali emergeranno sostanziali differenze, da caso a caso, in seno al rapporto, non solo interpersonale ma anche, e specialmente, in termini economici, tra “padroni” e mezzadri.

Cioè a dire, la bilancia sul tema non oscilla affatto con movimenti sempre uguali, in talune situazioni vengono fuori sparuti rivoli d’umanità, in altre, invece, atteggiamenti e comportamenti di severità e rigore se non d’intransigenza meramente egoistica, beninteso con oneri vie più pesanti a carico della parte debole.

°   °   °

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Poco più avanti di ”Mastefine”, ecco il canalone dell’Acquaviva, così detto giacché va a terminare e sboccare giustappunto nell’omonima affascinante rada.

Alcuni decenni fa, il camminamento è stato in parte intaccato per effetto dell’edificazione, sulla sponda a nord-ovest, di un villaggio turistico residenziale, ma, ciononostante, continua a raccogliere buona parte dell’acqua piovana che cade sul territorio di Marittima, dando luogo, quando le precipitazioni sono intense e si protraggono, a rumorosi gorghi.

La vegetazione è sopravvissuta in maniera e misura accettabili: a dominare, mirti, querce e numerosissimi arbusti di ailanto.

Quando la direttrice viaria Marittima – litoranea consisteva in un tratturo sconnesso e ricoperto da brecciolino, il canalone era una vera e propria pietra miliare, anche come punto di riferimento rispetto alle confinanti e/o attigue piccole proprietà contadine, talora arricchite da costruzioni in pietra, che, durante le stagioni dei raccolti, fungevano da abitazioni per molte famiglie paesane, le quali non si potevano permettere il lusso di perdere tempo in spostamenti quotidiani di andata e ritorno fra la casa del paese e la campagna.

Detti, frazionati poderi recano, tutti indistintamente, la medesima denominazione di “Oscule”, in riferimento al non distante bosco dell’Acquaviva; fra i compaesani proprietari, vengono alla mente Luca (sul suo terreno insisteva una graziosa pajara in pietra viva, con, accanto, un bel mandorlo, Cosimo ‘ u surge e Cirinu ‘u tatameu.

Il canalone segnava, e tuttora segna, pure l’inizio di un particolare comprensorio terriero –  rocce frammiste a risicati quadrati di terra – con la caratteristica del graduale, progressivo rialzamento dell’area, alla stregua di sua trasformazione in collinette, procedendo in direzione Nord Est, estensione identificata, forse da secoli, con l’appellativo “Acquareddre” (piccole acque).

Ovunque, di qua e di là, come, del resto, nella generalità delle campagne salentine e, mette conto di rimarcare, specialmente del Capo di Leuca, templi di fatica e sudore e, tuttavia, arene di lotta per il sostentamento dei nuclei famigliari, altrimenti non assicurabile, in particolare nei periodi non coperti dalle migrazioni temporanee nel Brindisino, nel Tarantino o in Basilicata, per lavori negli stabilimenti vinicoli, nei frantoi e relativi alla coltivazione del tabacco.

L’imbocco del canalone, sino ad alcuni decenni passati, aveva un nome dialettale ben preciso, “musatura” (imboccatura),  come per sottolineare che, in quel punto,  si passava dal tratto viario ad uso di traini e carri, a un attraversamento possibile esclusivamente a piedi e badando a non incorrere in scivolate e cadute fra una grossa pietra e l’altra, oppure nella fitta rete di arbusti affiancati e intrigati; come, purtroppo, in occasione di una camminata in direzione dell’Acquaviva, capitò a me, quando avevo intorno ai dieci  anni, col risultato di una non grave ma vistosa ferita sulla fronte e, ciononostante, lo strenuo rifiuto a tutto campo del piccolo ma discoletto malcapitato di farsi accompagnare dal medico condotto del paese, per la paura, o meglio il terrore, di qualche punto di sutura che   il sanitario avrebbe verosimilmente deciso di applicare.

Rammenta e mi riferisce il mio caro amico contadino Toto, ottantasettenne ma attivissimo che, spesso, nei pomeriggi o nelle giornate in cui non c’era scuola, era mandato nel fondo delle “Pezze” per badare a una mandria di vacche. Sostando in quella postazione, gli succedeva di notare innumerevoli scene di fatica che si svolgevano nelle proprietà agricole per opera di compaesani, sforzi fisici immani ma che, allora, erano la regola, fra cui, dice Toto, il trasferimento a spalla dei covoni di cereali, cinque alla volta se si trattava di adulti, tre se si trattava di ragazzini, falciati nelle campagne soprastanti o che si succedevano dietro alle “Acquareddre”, carico da portare fino alla strada percorribile dal traino, che si fermava proprio alla “musatura” del canalone.

Fra dette sequenze, ve n’è una riguardante un ragazzo di quattordici/quindici anni, il quale  poi, divenuto maggiorenne e arruolatosi  nella Polizia  di Stato, è andato a vivere a più di mille chilometri di distanza da Marittima.

Ritorna ogni anno, una o più volte, l’ormai anziano pensionato già con gli alamari e, nelle rimpatriate con i compaesani, non gli sfugge mai il ricordo delle sue dure e pericolose scarpinate (anche se non è proprio giusto chiamarle così, in quanto, di fatto, si andava sempre scalzi) per salire e scendere dalle “Acquareddre”’, con il padre che lo caricava dei suoi tre covoni di cereali.  A causa dei frequenti inciampi contro qualche sasso o roccia, precisa il buon uomo, sebbene siano passati più di sessant’anni dai fatti, porta con sé ancora le tracce di qualche unghia dei piedi saltata o “scoppulata”, come i dice da noi, e mai perfettamente ricresciuta e riformatasi.

Luca, mio gemello di cognome in quanto primo cugino del mio nonno paterno Cosimo (al pari di Donato ‘u culiniuru, Costantino e Toto ‘u pulinu e di un certo Caianu), era un uomo dotato di grande giovialità, il classico amicone, anche se gravato, come, del resto, tutti, dal peso del lavoro sulla terra rossa e, in più, condizionato pure da un grave difetto o imperfezione nel camminare, non so se dipendente da un motivo congenito o dai postumi di qualche infortunio o caduta non curati adeguatamente.

In altri termini, Luca, nel compiere i passi, non sollevava ritmicamente i piedi, ma li trascinava sul terreno: ciò, innanzitutto, gli costava più fatica rispetto alle altre persone, inoltre quel contatto permanente col terreno lo esponeva al rischio d’inciampi e di farsi, conseguentemente, male.

Ma, Luca, non faceva notare il suo handicap, praticamente se ne scordava oppure ci rideva sopra.

Grande affetto e rispetto, analogamente a quanto avveniva nei tempi andati fra tutti i cugini, legava Luca a nonno Cosimo e pure i rispettivi figli erano un tutt’uno tra loro, si trattavano, come si diceva all’epoca, si rivolgevano gli uni agli altri non appellandosi per  nome di battesimo, bensì con l’attributo “parente” o “cucinu” (cugino).

A conferma della vicinanza fra i suddetti, mi viene in mente che mio zio R., militare in Marina di stanza a La Maddalena,  fu informato con una lettera dalla nonna Consiglia che il secondo cugino P., innamorato di una giovane compaesana molto avvenente ma un po’ chiacchierata, nei limiti e sul metro dei costumi di quegli anni, aveva fatto la classica fuitina. A tale notizia, zio R. rispose con un suo commento, anch’esso comprensibile solo se lo si rapporta alla mentalità dominante in tali lontane stagioni: “Male ha fatto, P., a compiere questo passo, chissà come potranno andare a finire le cose”. Per la verità, l’unione tra quella coppia prosegui assai bene, anche se, purtroppo, alla signora, della quale mi sfila davanti agli occhi il bellissimo volto, toccò il destino di congedarsi dal coniuge prematuramente.

Gran parte dei terreni dell’agro marittimese erano di proprietà di tre/quattro famiglie benestanti, fra loro imparentate, portanti il nomignolo di ”Scianni” di origine e etimologia incerta.  Guarda caso, anche un particolare genere di pesci delle nostre parti, di dimensioni piccole ma saporito per la zuppa, di color rosa, marrone e rosso, è noto con il nome di “scianni”, esattamente come i citati possidenti; si distingue, tale specie ittica, per la rapidità e l’ingordigia con cui insegue gli ami e la derivante relativa facilità a catturarla.

Forse, un pesce un po’ fesso o bonaccione, si potrebbe dire.

I ricchi compaesani “Scianni”, in genere, non erano avari, né avidi, né approfittatori, quando concedevano le loro proprietà a mezzadria chiedevano ciò che gli spettava, senza però essere opprimenti o ossessivi nei confronti dei poveri coloni.

Mi relaziona sempre l’amico Toto, il quale ne sa ben più di me, sia per l’età anagrafica, sia per essersi trovato nella situazione di mezzadro, che era sufficiente ricordarsi dei padroni “Scianni”, farsi vedere, portar loro ogni tanto qualche primizia e, successivamente, tutto il resto rimaneva nella libera discrezione, buonsenso e onestà del mezzadro.

Non tutti i padroni, purtroppo, erano così, basti un esempio. La famiglia di nonno Cosimo, quando i figli, fra cui zio R., erano in piena salute e forza,  conduceva a mezzadria una zona nel feudo di “Capriglia” e vi coltivava tabacco, nella misura autorizzata dal Monopolio.

Ai margini dei relativi filari, i miei parenti avevano messo a dimora, come si soleva fare da parte di tutti i mezzadri e come ci ricorda molto bene lo scrittore ortellese Giorgio Cretì nei suoi racconti e romanzi, alcune piante di pomodoro, per coglierne qualche  frutto con cui condire una “frisella”, nell’evenienza di una sera in cui, per porre al riparo il tabacco in via di essiccazione, qualcuno della famiglia si fosse dovuto fermare a Capriglia.

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Nella circostanza in questione, il “concedente” fece bruscamente notare ai miei parenti che il contratto con loro prevedeva esclusivamente la coltivazione del tabacco e nient’altro, dicendo, senza mezzi termini, che quelle piante di pomodoro non andavano bene, non rientravano negli accordi.

Ovviamente, mio nonno e gli zii spiegarono le loro buone ragioni, ma non vi fu verso; di lì a qualche giorno, il padrone ritorno a “Capriglia” e sradicò tutte le piante di pomodoro.

L’anno successivo, lasciata “Capriglia”, il nonno e gli zii avevano seminato grano  in un fondo di un altro proprietario.

Arrivato il tempo della mietitura e del raccolto, il “padrone” di “Capriglia” di cui prima, si offrì, come faceva con tutti i compaesani al fine di accaparrarsi la paglia che utilizzava come mangime per gli animali, di trasportare col suo traino la messe dal luogo di produzione ad un suo terreno su cui insisteva un’aia agricola.

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La trebbiatura, allora, aveva luogo con il supporto di un cavallo, che trascinava a lungo, all’interno dell’aia, grossi pesi fatti di pietre con cui si sbriciolavano le spighe, e di operai addetti alla “jentulatura”, i quali, sollevando in alto la messe sbriciolata servendosi di forconi di legno e grazie al vento, separavano il grano della paglia e dalla pula.

Alla notizia della fissazione dell’appuntamento sull’aia per il giorno dopo, zio R. si tenne libero, rinunciando ad andare a giornata e perdendo, quindi, il relativo salario. Giunti con i covoni sul sito della trebbiatura, nonno Cosimo e i figli s’accorsero però che avrebbero dovuto fare i conti con un ritardo, essendo appena iniziata la lavorazione di un’altra partita di frumento.

A quel punto, zio R. si lamentò con il padrone dell’aia, il quale, invero, non gli diede molto peso e, anzi, visto che doveva attendere il turno della sua messe, lo invitò ad aiutare gli altri. Ma zio R. , memore del comportamento tenuto dall’ uomo a Capriglia” e della fine da lui  fatta fare alle piante di pomodoro, gli rinfaccio il tutto, facendogli  fare una brutta figura, scornandolo davanti al gruppo di operai presenti.

Ritornando alla mia passeggiata, oltrepassate le “Acquareddre”, costeggio il fondo “Boschetto”, già detto “di Chiaro” (ora è del Comune), che, di primo acchito, mi riconduce a una gita scolastica, coprente l’orario delle lezioni in quarta elementare, col maestro Alfredo, il quale, nell’occasione, aveva invitato alla scampagnata la fidanzata Uccia, accompagnata a sua volta dalla sorella Sara.

La scolaresca, in grembiule nero e colletto bianco, era molto attenta alle spiegazioni dell’insegnante su flora e fauna tipiche del nostro territorio; tra un’illustrazione e l’altra, sì arrivò a incrociare e toccare con mano alcune piante di asparagi; in un baleno, ne fu raccolto un bel mazzetto per il bravo maestro.

La discesa mi sta facendo oramai approssimare alla litoranea Castro – Tricase, esattamente all’altezza della rada “Acquaviva”, quando sfioro un altro tassello di ricordi, nelle sembianze di un carrubo sotto il quale, nei pomeriggi delle festività marittimesi di San Vitale e della Madonna di Costantinopoli, mi portavo a piedi o in bicicletta, per alcune ore, facendo i compiti scritti e orali per l’indomani.

Nota similare sullo spartito dei ricordi, l’infilata di alberi di querce subito dopo il ponte sul canalone dell’Acquaviva, lì prossimo allo sbocco in mare, che, nel giugno di cinquantacinque anni addietro, scelsi come luogo di studio per la preparazione agli esami di Stato.

Facevo avanti e indietro sino al tramonto, i contadini che si trovavano a passare mi guardavano, per un attimo, meravigliati, ma immediatamente dopo mi gratificavano con un cordiale “Ciao,Rocco”.

Per concludere, l’Acquaviva, oggi, se ne sta magnificamente sola con se stessa, nel suo stupendo fascino naturale; con l’eccezione, solamente, di una figura d’uomo seduta sul limitare di una delle grotte, ora con gradevoli e civettuoli infissi color azzurro, poste alla sommità dell’insenatura. Locali in atto utilizzati come depositi, in precedenza ricoveri per il riposo notturno di sparuti pescatori, particolarmente di Consiglio B.  proprietario del mitico e inconfondibile gozzo in legno “San Vitale”, rimasto di stanza, per decenni,  nella rada.

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Ultimissima notazione, fra l’Acquaviva e Castro, che si scorge a Nord Est, sotto la carezza di un soleggiato meriggio, si forma un quadro di naturale beltà che, a mio avviso, non ha eguali; nulla, proprio nulla da invidiare alle località turistiche italiane maggiormente celebrate, ossia Portofino, Positano, Sorrento e Taormina.

 

Castro nel Salento

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di Rocco Boccadamo

 

Da tempo “Perla” fulgida e splendente, nella collana di meraviglie di cui sono adornati i tratti costieri e i territori in genere della Penisola Salentina, la minuscola e però eccezionale e unica Castrum Minervae s’accinge ad arricchire i suoi innumerevoli pregi e motivi d’attrazione e richiamo, basati su distese di mare cristallino, vicende storiche insigni, vestigia antiche come le Mura messapiche, i resti del tempio di Minerva, una parte del busto di una statua di detta divinità riportata alla luce giusto nei mesi scorsi e l’imponente e maestoso Castello Aragonese,  mediante un rinnovato fasto, attraverso l’avvincente mondo della celluloide, dei tanti miti, d’impronta epica e/o popolare, che le aleggiano intorno.

Infatti, dopo un lungo e impegnativo percorso di studi e ricerche, allestimenti e riprese, è stato completato un lavoro cinematografico, un’opera giunta a compimento grazie all’impegno e all’abnegazione di un cittadino di Castro, Giuseppe Fersini, il quale non è propriamente uno del ramo o, in qualche modo, addetto ai lavori, svolgendo, nella vita, attività di tutt’altro genere.

Così, il prossimo 18 ottobre, nella sala – auditorium comunale di Via di mezzo, sarà presentato in anteprima il film “La leggenda di Castro – In Terra d’Otranto.

Mentre, il successivo 1° novembre, la pellicola sarà proposta in prima visione al cinema d’essai “Don Bosco” di Lecce

 

 

Salento: note sulla mia “Acquaviva” con spigolature… sull’Islam

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Breve antefatto.

Qualche giorno fa, m’è capitato di ascoltare un operatore culturale e della comunicazione, nonché docente universitario, d’origine e formazione musulmana e però da molti anni residente e svolgente attività in Italia.

A un certo punto, nel pieno della riflessione, con correlato incrocio di commenti, intorno all’attualissimo, triste e, per certi versi, drammatico fenomeno del cosiddetto autentico “Stato Arabo” che, dalla parte promotrice e costituente, si vorrebbe annidato sotto la sigla (invero, una delle tante) Isis, il personaggio in questione si è espresso con la seguente affermazione: “Premesso che Isis si può porre alla stregua d’una cellula impazzita, ad oggi formata da circa quarantamila particelle o combattenti o attivi o adepti, nell’organismo dell’Islam, religione, entità o mondo che, come noto, annovera un miliardo e seicento milioni di credenti, è soprattutto, se non esclusivamente, il popolo arabo – musulmano che deve valutare come impegnarsi e agire per arginare, sino a renderlo innocuo ed eliminarlo, il fattore degenerativo Isis. Non si vede, altrimenti, come lo stesso obiettivo possa essere utilmente ed efficacemente realizzato per opera del mondo e/o delle potenze occidentali, attraverso la diplomazia, la moral suasion e, finanche, con l’eventuale ricorso, che pure si andrebbe delineando, a interventi militari. Troppi, enormi e variegati sono oggettivamente gl’interessi sparsi e contrapposti che condizionano lo scenario”.

Riandando all’intitolazione iniziale dei presenti appunti, il seno “Acquaviva”, a Marittima, amena località del Basso Salento, è per me, da quando sono nato, un emblema, il mio angolo del cuore preferito. Un minuscolo sito, che annovera però contorni di bellezze naturali che definire incantevoli non conferisce appieno merito alla realtà: fazzoletti d’acqua cristallini, trasparenti e dalle tonalità cromatiche cangianti, con tratti in cui la distesa si fa addirittura viva e frizzante, in virtù dello sbocco di minuscoli rivoli d’acqua dolce, scorrenti nel sottosuolo di natura carsica che contraddistingue il territorio posto ai lati e alle spalle dell’insenatura.

Acquaviva, insomma, è, nel mio sentire, una casa alternativa o habitat ideale. Fra le sue sponde, sotto e sopra la sua distesa liquida, ho imparato a nuotare, vi ho trascorso lunghe stagioni di svago nelle fasi della fanciullezza, dell’adolescenza e della prima giovinezza, compresa la pratica della pesca in mezzo ai suoi scogli bassi ed erbosi, a ridosso d’una sorta di riva detta “rena dei ciucci”.

All’Acquaviva ho avuto agio d’essere compagno, attore e testimone d’una miriade di sequenze d’umanità, vuoi in mezzo o accanto a volti conosciuti del paese natio, vuoi in presenza d’altre genti lì convenute, per prendere un bagno ristoratore e rigenerante e poi abbronzarsi, da località vicine o distanti, nella quiete e, specialmente durante i decenni lontani, nel totale silenzio del raccolto tratto di mare.

Sono innumerevoli gli anelli di ricordi che s’affastellano nella mente, e addirittura più dentro, in relazione e con riferimento al luogo di che trattasi. Qui mi viene di rinnovarne e riproporne alcuni.

Acquaviva, mi rievoca la figura di un compaesano, tale Teodoro, semplice e laborioso contadino di taglia robusta e oltre, il quale, nei pomeriggi d’agosto, completata la sua giornata lavorativa e rinfrancatosi con un riposino, non mancava mai di portarsi, a piedi, da Marittima sino, giustappunto, all’Acquaviva, per il bagno.

Suona, invero, improprio, nel suo caso, parlare di bagno; Teodoro, infatti, si “calava” non una ma quattro – cinque volte, da lui, per la precisione, niente grandi nuotate, bensì soste prolungate e in assoluto immobilismo sul pelo dell’acqua, nella posizione comunemente detta “del morto”

Ma la peculiare caratteristica del rapporto Teodoro – mare dell’Acquaviva era che, dopo ogni uscita dal bagno e prima della successiva immersione, egli, seduto su un basso scoglio, s’apparecchiava una frisa di grano ricoperta da pezzi di pomodoro. Così, quattro –  cinque operazioni, ossia a dire che, per Teodoro, s’inanellavano non soltanto bagni rinfrescanti e rigeneratori, ma pure stimolanti l’appetito.

E poi ancora, in connessione con il luogo in discorso, mi si riaffaccia la sequenza, anzi la lunga pellicola di Consiglio, verso la fine dell’estate, in autunno e d’inverno contadino e nachiro o capo ciurma negli stabilimenti vinicoli e frantoi oleari, durante il resto dell’anno pescatore, col supporto della sua piccola imbarcazione in legno, un gozzo o schifo in dialetto, denominata “S. Vitale”, in omaggio al protettore di Marittima.

Consiglio, fra l’altro primo cugino di mio padre, pescava perchie, sciudiuli, scianni, fuggiuni, saragotti, occhiate e lutrini servendosi della togna,  versione dialettale dell’accezione italiana bolentino; talvolta calava una rete a maglie strette detta “tartana” per tirar su pesciolini di diverse specie tanto piccoli quanto squisiti, oppure una lunga lenza, denominata caloma, per la cattura delle aguglie, oppure, infine, tentava di far suoi grossi e pregiati esemplari, specialmente cernie, grazie a lenze, lunghe cordicelle color marroncino, attrezzate con ami di formato medio – grande, cui s’infilzavano, come esche, sardine o boghe, dotate d’una coppia di supporti di sughero e piombo, lasciate scivolare distese  in profondità medio alte su fondali di rocce e, da ultimo, fissate a terra, per poterle agevolmente ritirare dopo alcune ore o una giornata o notte, in genere sui due pizzi, o piccoli promontori verso il mare aperto, dell’Acquaviva.

Negli anni cinquanta e sessanta, il locale tratto d’acqua doveva essere particolarmente pescoso, tant’è che, in ogni stagione estiva, Consiglio riusciva a catturare svariati esemplari di cernia, taluni di grossa dimensione, sino a cinque/dieci chilogrammi di peso.

Pesci, che, in attesa di portarli allo spaccio di vendita della Cooperativa pescatori di Castro, l’uomo di adoperava di mantenere in vita, lasciandoli immersi in mare con l’amo in bocca, semplicemente legati e appesi al suo battello “S. Vitale”, ormeggiato all’interno dell’Acquaviva.

Nessuno che fosse tentato di maturare “brutti pensieri” riguardo a quelle ghiotte prede rimaste all’aperto, in mare. Correvano tempi ben diversi rispetto agli attuali.

Cercando e sperando di emulare il cugino pescatore estivo, anche mio padre Silvio, sporadicamente, s’esercitava a calare una lenza, fissandola sempre al pizzo dell’Acquaviva e il giovanissimo figlio, una volta, potette essere testimone della cattura d’una preda, una cernia di medie ma ad ogni modo apprezzabili dimensioni.

Per completare la serie di ricordi, rivolgendo lo sguardo sulla punta sinistra, verso il largo, dell’Acquaviva, ecco stagliarsi la figura d’un altro compaesano, Michele, il quale, da solo o in compagnia d’un amico, ogni tanto lanciava in mare i “botti”, rudimentali bombe auto confezionate, il cui scoppio stordiva, facendole  finire inermi a galla, frotte di pesci avvistate un istante prima nelle vicinanze della scogliera, in genere cefali e salpe, al che, Michele e l’eventuale compagno, via a tuffarsi nudi sulle onde e andare avanti e indietro per farne incetta e portare a casa un consistente bottino.

Con un occhio nuovamente al titolo di queste note, desidero adesso chiarire il perché dell’accostamento dell’Acquaviva all’Islam.

Ieri, a metà mattinata, mi trovavo nel cortile della mia villetta del mare, quando ho scorto, in transito a piedi sulla confinante strada provinciale, di ritorno dalla via litoranea, due giovani e carine ragazze con abiti di foggia musulmana, ossia col corpo quasi interamente coperto, tranne l’ovale del viso e pochissimo altro.

Sulla scia dell’inusitata visione, si è proposta avanti la curiosità: “Da dove venite, forse dall’Acquaviva?”.  “Avete fatto il bagno?”. “Ma come l’avete fatto, vestite, oppure con i costumi che si usano qui da noi?”. “V’è poca gente, all’Acquaviva, in questo periodo, vero?”.

Le due ragazze si sono immediatamente dimostrate disponibili al dialogo, ora annuendo, ora sorridendo, nessuna parola, però, in riferimento alla mia domanda indiscreta circa l’abbigliamento, diciamo così, per il bagno marino.

Le giovani hanno, quindi, proseguito in direzione del centro abitato di Marittima. Se non che, del tutto fortuitamente, dopo una mezzoretta, recatomi all’edicola per acquistare il quotidiano, mi sono nuovamente imbattuto nelle loro figure, notandole cioè sedute su una panchina nei paraggi, con bagagli a fianco.

Sono state precisamente loro a rivolgermi ancora un sorriso, e così mi sono avvicinato, domandando come mai stessero a Marittima, da dove provenissero e che cosa le avesse portate nel Basso Salento.

Cordiali e pronte le risposte: l’Egitto è il loro paese, vivono temporaneamente in Italia per un master in geologia presso l’università di Bari, la breve vacanza nel Salento, scoperto molto bello, è scaturita da un week end libero da impegni.

Per contraccambiare, ho fatto cenno, alle simpatiche ospiti, di due miei brevi soggiorni, nel passato, in località turistiche del Mar Rosso e, sentendo ciò, i loro occhi son diventati vieppiù luminosi e i sorrisi vieppiù aperti.

M’è sembrato, inoltre, opportuno riferire alle giovani che, attualmente, il Nunzio Apostolico, cioè il rappresentante del Papa, nel loro Paese è l’Arcivescovo cattolico Monsignor Bruno Musarò, nativo di Andrano, località confinante con Marittima, e, guarda la coincidenza, in questo periodo, don Bruno è qui in vacanza. Replica delle giovani all’unisono: “Wow!”, con i loro sguardi a incrociarsi, quasi a voler scambiare la comune sorpresa e meraviglia.

Non c’è che dire, un bell’intermezzo di dialogo fra il narratore salentino dai capelli bianchi e radi e due giovani e simpatiche ragazze musulmane.

Speciale e originale cordone di collegamento, la magica insenatura “Acquaviva” di Marittima.

Premio internazionale Vittorio Bodini – 2^ edizione 2015

di Rocco Boccadamo

 

Sabato 5 settembre, bella e, in certo qual modo anche toccante, serata di cultura e spettacolo, fra versi e musica, al Teatro Romano di Lecce, con la seconda edizione del “Premio internazionale Vittorio Bodini”, a ricordo e in omaggio dell’insigne poeta, letterato e traduttore pugliese – salentino.

Tema dell’evento programmato nella capitale del Barocco, il conferimento di un premio per la poesia, mentre una seconda serata – domenica 6 settembre – al Fortino di Bari verterà sull’attribuzione di un riconoscimento a favore di un personaggio eccellente nell’attività di traduzione letteraria.

Insieme con un rappresentante dell’amministrazione comunale leccese, è intervenuta Valentina Bodini figlia del poeta; a condurre la serata il giornalista – corrispondente RAI e scrittore salentino Antonio Caprarica.

Quale vincitore del premio “Bodini” per la poesia, l’apposito comitato scientifico ha designato all’unanimità Fabio Pusterla, nato nel 1957 a Mendrisio, Canton Ticino, docente di materie letterarie in un Liceo e presso l’Università di Lugano, affermato poeta dal forte impegno civile, già aggiudicatario di altri numerosi e prestigiosi premi letterari.

Nel corso della manifestazione, è stata anche attribuita una targa alla memoria a Lino Paolo Suppressa, nato a Lecce nel 1915 e scomparso nel 2003, amico e sodale di Vittorio Bodini, nel clima di grande fermento culturale che animava il capoluogo salentino negli anni cinquanta e sessanta.

Lino Paolo Suppressa
Lino Paolo Suppressa

Infine, un apprezzamento è andato all’artista Francesco Ferreri, autore di murales, il quale, fra le sue opere, ha realizzato una gigantografia di Vittorio Bodini, campeggiante sulla facciata di un edificio cittadino.

Non c’è che dire, una parentesi serale – notturna, in questa lunga e calda estate, davvero degna di ricordo e che, soprattutto, Bodini e la sua luna (dei Borboni), da lassù, v’è da ritenere abbiano goduto, gradito e apprezzato.

Esequie con rondine

rondine

di Rocco Boccadamo

 

Questo pomeriggio, nella chiesa parrocchiale di Marittima, intitolata a S. Vitale martire protettore della piccola località, è stato tributato l’estremo saluto a un compaesano, di nome, non a caso, Vitale.

Sul preciso punto, mette infatti conto d’annotare che, sino ad alcuni lustri addietro, in omaggio al venerato Patrono, tale appellativo di battesimo era nettamente il più diffuso fra la popolazione, mentre adesso, per via dell’inesorabile cambiamento dei tempi e delle mode, la tradizione è venuta pressoché del tutto meno.

Dello scomparso, cordiale e instancabile contadino di lungo corso, rammento, in particolare, che era buon amico di mio zio Vitale, anche lui andatosene ormai da tempo.

I due, quando erano liberi dagli impegni lavorativi e/o famigliari, erano soliti recarsi insieme sulle rive, o meglio scogliere, del nostro bel mare, per battute di pesca con canne e lenze, ovviamente inframmezzate da conversazioni e commenti. Aguglie e cefali formavano, abitualmente e maggiormente, il loro bottino, e però con saltuarie catture anche di prede di maggior pregio, ossia occhiate e saraghi.

Intorno a un rito religioso come quello cui ho appena presenziato, non vi può essere, ordinariamente, spazio per soverchia cronaca, tuttavia, nella circostanza, mi è stato dato di cogliere, imprevedibilmente, una minuscola pennellata, diciamo così, di colore, quasi adatta e funzionale ad alleggerire l’atmosfera dominante intorno all’evento.

Giusto all’inizio della funzione, mediante un repentino guizzo, non si sa quanto voluto ovvero semplicemente fuori rotta, una rondine ha attraversato l’ingresso principale della chiesa, penetrando e mettendosi a piroettare, con ampie traiettorie, all’interno. Non senza concedersi ravvicinate soste su un bassorilievo o sulla cornice d’un affresco o su una vetrata, e ciò, chiaramente, per riprendere fiato.

Il bruno e simpatico volatile ha assistito al rito per l’intera sua durata, anzi il fedele eccezionale cronista, uscendosene al termine, l’ha lasciato ancora nel luogo sacro.

Certo, sarà la spinta d’un moto soggettivo e suggestivo, ma sono portato a immaginare che la rondine abbia, così, inteso istintivamente e misteriosamente contraccambiare le tantissime volte, le mille albe, in cui Vitale, mentre si recava di buon mattino a lavorare nei campi, ha vissuto incontri, e ha in certo qual modo scambiato saluti, con stormi d’uccelli della medesima specie.

Il Salento è anche questo

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di Rocco Boccadamo

 

Le ombre della bella sera estiva sono appena calate sulle ultime sinuosità a saliscendi della litoranea Castro – Leuca, itinerario fra i più fantastici e magici.

Accanto al porto di Finibus Terrae, alla base della cascata terminale dell’Acquedotto Pugliese, lo sguardo è portato a girarsi in alto per contare i fasci del faro e, già, s’aggiungono pensieri e poesia.

Poi, a un certo punto, proprio sulla cupoletta luminosa e ruotante del manufatto, amico di marinai e naviganti, giunge ad appollaiarsi la faccia della luna, lanterna di splendore caldo inondante la volta blu.

Così, la mente e il cuore hanno la sensazione di serbare dentro il mondo intero, a cominciare dalle risorse, la forza, le ansie e le emozioni della gente del Tacco d’Italia, umilmente semplice e in pari tempo grande.

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Tradizioni paesane dal Salento: una volta diventati compari, si resta tali per sempre

pini

di Rocco Boccadamo

 

Sino all’età di diciannove anni, ho vissuto permanentemente nel luogo di nascita, inserito a trecentosessanta gradi in quella minuscola comunità, a voler dire che, secondo il costume in voga fra coabitanti tre quarti di secolo fa, ero conosciuto è seguito da tutti, sin dalla fanciullezza e poi procedendo verso l’adolescenza e la prima giovinezza, queste ultime correlate, nel mio caso, con la frequenza delle Superiori.

Per il carattere vivace, la sveltezza nell’approccio, la confidenza istintiva e spontanea nei confronti dei compaesani, il buon profitto negli studi e, più in generale, il ruolo di spicco fra coetanei e non solo, non passavo, invero, inosservato.

Forse, questo insieme di connotati, in aggiunta all’appartenenza a un nucleo famigliare modesto ma stimato, ha fatto sì che, sovente, fossi scelto quale padrino di piccoli battezzandi e/o cresimandi; ciò è accaduto anche nei primi periodi in cui mi trovavo già lontano da Marittima per lavoro.

Se la memoria non m’inganna, essendo ormai trascorso così tanto tempo, m’è capitato di essere chiamato a svolgere la funzione in parola dodici o tredici volte.

Si badi, non si trattava di un evento o rito, o come lo si voglia definire, di carattere momentaneo e isolato; al contrario, ogni volta, s’instaurava e materializzava un importante e speciale nuovo valore aggiunto, in pari tempo interpersonale e comunitario, oltremodo diffuso e allargato, ossia a dire esteso anche alla parentela completa dei diretti genitori del/della figlioccio/ figlioccia.

Da considerare, altresì, che il vincolo o legame di compare/comare che si formava in virtù di ciascuna chiamata, era destinato, anche tutt’ora è così, a permanere senza soluzione di continuità, valicando le generazioni, insomma per sempre.

Non è, perciò, un caso fortuito o strano che io, pure il giorno d’oggi, girando per Marittima e incrociando i miei compaesani, sia portato a scambiare il saluto “buongiorno, buonasera, caro, cara, ciao”, non semplicemente con l’aggiunta del nome dell’incontrato, ma inserendo e anteponendo chiaramente l’appellativo di “compare” o “comare”.

Fra i maschi,  uno dei dodici/tredici marittimesi con cui, nell’epoca citata prima, ho avuto la ventura o il privilegio d’intessere rapporti più intensi in collegamento alla somministrazione di sacramenti, è compare Vitale, un contadino che ora ha pressappoco ottantacinque anni, nato e vissuto in un vicoletto attiguo alla piazza del paese, da qualche tempo rimasto vedovo di comare Salvatora, attivo come pendolare fra casa e qualche campagna mediante il suo moto furgone Ape, in altri termini sostanzialmente autonomo, sia pure con spunti d’assistenza resigli dalle figlie.

Quando mi trovavo già impegnato in altra residenza per via dell’attività impiegatizia, da lui e da sua moglie fui designato a battezzare una neonata, la prima o la seconda della loro numerose parole, cinque femmine e un maschio.

Lontano dal paese al momento del battesimo e rimasto fuori per circa quaranta anni, non ho mai avuto l’occasione di distinguere e tantomeno di conoscere la figlioccia in discorso.

Anche se, più o meno in tutte le occasioni in cui ritornavo momentaneamente al paese, avevo l’opportunità di notare o d’incontrare fugacemente i genitori, specialmente compare Vitale.

Un paio di estati fa, mia figlia Imma, la quale vive all’estero, si trovava a Marittima, per trascorrervi, come accade immancabilmente, una parentesi di vacanza insieme con la sua bambina e mia adorata nipotina bionda Elena, all’epoca avente circa quattro anni.

Una sera, rientrando nella nostra villetta del mare, Imma richiamò la mia attenzione su un particolare piacevole episodio che l’aveva appena coinvolta, nell’atto di entrare in un bar del paese per acquistare un ghiacciolo per la piccola.

Seduto all’esterno del locale, se ne stava un anziano signore, occupato a sorbire lentamente la sua birretta. Se non che, mentre madre e figlia s’avvicinavano ed erano sul punto di accedere nel bar, egli si determinò veloce a domandare qualcosa a un vicino di sedia, apprendendo così che le due figure erano rispettivamente la mia figliola e la mia nipotina.

“Come, fanno parte della famiglia del mio compare Rocco? “, si chiese e chiese in un baleno compare Vitale e, sempre rapidissimo, si fece avanti nei confronti di Imma, presentandosi e dichiarando, deciso, che, in virtù dell’antico legame esistente, si sentiva in dovere di essere lui ad offrire ciò che erano intenzionate ad acquistare nell’esercizio.

“Papà, non c’è stato verso”, passo a precisarmi Imma, “il tuo compare ha voluto, ad ogni costo, regalare il ghiacciolo a Elena”.

Ma, a proposito di continuità e valenza di costumi, più precisamente del perpetuarsi oltre le generazioni anche del ruolo di compare, senza volerlo e del tutto casualmente, ecco un secondo e indicativo episodio, più o meno correlato, successo una settimana fa nella vicina Castro.

Com’è nostra consolidata abitudine al termine d’ogni uscita in barca a vela, io e Vitale A., non il compare, bensì un altro Vitale mio carissimo amico, ci siamo fermati ad uno dei chioschi del porto, accomodandoci all’ombra per una breve sosta rigenerante e ordinando la solita gassosa arricchita con due dita di granita di limone.

In aggiunta alla titolare dell’attività, ho scorto, a servire al banco, una simpatica e sveglia ragazza mai vista prima, che, per la verità, non si poteva non notare, a motivo del suo capo completamente rasato e tinto di biondo.

Nel momento in cui la giovane si è accostata per servirci le bibite, l’amico Vitale, a bassa voce, mi ha riferito: ”Guarda, Rocco, questa ragazza dev’essere mezza marittimese, per via della madre, a suo tempo andata in sposa a uno di Castro”. Ha quindi continuato Vitale: “Deve appartenere alla famiglia di tale Vitale, conosciuto con il nomignolo o soprannome  ‘u cuzzune “.

Guarda caso, proprio il mio compare del quale ho raccontato prima. Al che, è scattata la solita molla della curiosità, che sovente finisce con impattare o fare incrocio con concomitanze o coincidenze, quasi ne fosse alleata.

“Giada” tale il nome della ragazza dalle lunghe chiome “tu hai forse un nonno Marittima? Come si chiama?”.

Prontissima, come fosse stata proprio nell’aria, la risposta: “Vitali (Vitale) ‘u cuzzune”.

“Guarda, Giada, che tuo nonno è mio compare, avendo io tenuto a battesimo, molti decenni fa, una sua figlia, fra quelle, mi sembra di aver sentito sei, da lui avute”.

E Giada a replicare: “Sì, esattamente sei, cinque femmine e un maschio”.

E io: “Ora, non so stabilire quale fra le cinque sia la mia figlioccia”.

Nuovamente svelta e determinata la ragazza, a smanettare sullo Smart Phon: ”Mamma, come si chiama il tuo padrino di battesimo?”.

Dall’altra parte del telefono: “Si chiama Rocco, e però non l’ho mai conosciuto”.

Ancora da figlia a mamma: “Guarda che è qui, accanto a me, al chiosco del porto, il tuo padrino, in carne ed ossa”.

E la genitrice: “Oddio, dopo cinquanta tre anni, è un autentico prodigio, passamelo, gli voglio parlare, Giada e dopo, ti raccomando, fagli una foto per me”. Quindi a me: “Compare Rocco mio, che sorpresa, che piacere”. E io a risponderle: “Cara Anna”, questo è il nome della figlioccia ritrovata, “sono anch’io contento e commosso, mi fa molto piacere, complimenti per tua figlia, mi sembra in gamba. Allora, ti sei sposata a Castro?”.

E lei di rimando: “Ero sposata a Castro…Desidero conoscerti presto di persona, segnati il seguente mio indirizzo……..”.

Finale ed esito doveroso e scontato dell’imprevisto e inatteso incontro/colloquio, mi sono formalmente impegnato ad andare quanto prima a trovare Anna.

Intanto, lei, avanti di scrutare dal vivo le sembianze del suo padrino finalmente ritrovato, potrà prepararsi e familiarizzare attraverso il selfie scattato e sicuramente passatole da Giada.

Dal Basso Salento: sotto la metà d’agosto 2015, pale di ventilazione e soprattutto un… ritorno

l'insenatura acquaviva di marittima, come era una volta
l’insenatura acquaviva di marittima, come era una volta

 

 di Rocco Boccadamo

Dal soffitto della piccola e preferita stanza, affacciata civettuola su pini e ulivi, vorticano, a mezza velocità, tre pale chiare, che agitano la massa d’aria racchiusa fra le pareti e/o andante, dentro fuori, attraverso le feritoie delle tapparelle.

Ne derivano, rivoli di ventate, non importa se del tutto naturale o forzose, mai così confortevoli, che, provvidenzialmente, aiutano a respirare, a trovare sollievo nell’attuale fase di calura, obiettivamente decisa se non opprimente.

Non annoi il particolare, ricorso alle pale, giacché l’eremita della “Pasturizza”, da alcuni anni, la scelto di tener mute le bocchette seducenti e, bisogna riconoscerlo, senz’altro più attuali ed efficaci, del climatizzatore.

Del resto, non c’è che dire, ogni età viaggia e si accompagna a determinati effetti collaterali o a problemi di controindicazione.

Oggi, ricorre la vigilia del 15 del mese vacanziero per antonomasia, della festa dell’Assunta, come a me piace appellare il giorno, in luogo della definizione diffusa e modaiola.

Per mia buona sorte, non vado registrando unicamente la spinta salutare delle pale appese un po’ in alto, ma anche, finalmente, la spinta al ritorno alle dita impugnanti una penna.

Mi riabbraccio con la diletta sorella scrittura, dopo una lunga parentesi, quanto meno tre stagioni nel senso astronomico, d’abbandono, apatia, riluttanza, deconcentrazione, invero mai capitatami durante i tre lustri di narrazione, racconti, materiale ed effettivo trasferimento d’emozioni, volti, luoghi, immagini, storie, dalla mente e dal cuore al fedele foglio, alle abituali e copiose raccolte.

Guarda caso, mi piace molto annotare questa concomitanza, proprio nell’odierna mattinata, in occasione di un breve incontro, la giovane amica Ada mi ha lasciato in dono il suo volumetto di poesie avente per titolo “Emozioni del tempo”.

Laddove, io, ragazzo di ieri, sono consapevole che, rovesciando le parole, devo vivere il tempo che mi rimane con l’accortezza di non fargli mancare, neppure per un istante, la compagnia, giustappunto, delle emozioni.

Insomma, se mi è permesso l’auspicio, siano, le presenti righe, benvenute e salutari al pari e ancora di più delle pale del ventilatore richiamato all’inizio.

Stamani, come successo durante tutta la settimana, la mia sveglia ha suonato di buon ora e, alle 6:00, mi trovavo già alla “Marina ‘u tinente”, per portare a compimento un’operazione agricola caratteristica e fondamentale in questa stagione: la raccolta con un rastrello, in piccoli mucchietti opportunamente posizionati e distanziati ai piedi dei giovani ulivi, delle erbacce, rasate, quando non sradicate, mediante il decespugliatore, nello scorso mese di luglio.

In stagioni lontane, i miei famigliari o compaesani erano soliti porre in atto l’intervento in discorso, con l’analogo scopo di liberare e far meglio respirare gli strati di terra rossa, in un’unica fase, detta “roncatura”, imperniata su forza di mani, braccia, spalle, gambe, ovviamente fra bagni di sudore, questi ultimi immancabili e inevitabili pure adesso.

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S’è trattato, non v’è dubbio, di un lavoro un tantino faticoso, e però l’esecutore, lungo la sequenza dei terrazzamenti della predetta Marina, che s’arrampicano progressivamente sino a un dislivello di quarantacinque metri, ha avuto, in cambio, la gioia d’essere ripagato, da un lato dalla vicinanza con il silenzio più assoluto e corroborante, dall’altro dalla visione, sull’arco d’orizzonte di fronte, della prima ascesa del sole, una palla coloro rosso acceso e vivo d’autentico sogno e dell’incantevole tratto costiero in direzione S. Maria di Leuca.

Inoltre, a fatica agricola ultimata, sul percorso di ritorno a casa in scooter, non sono mancate due istantanee felici, in linea o in qualche modo collegate con lo scenario appena vissuto.

Prima immagine, sotto un secolare albero d’ulivo, in un appezzamento di sua proprietà, l’anziano amico e compaesano Angelo, da giovane tenace lavoratore dei campi ma anche suonatore d’armonica a bocca, ora un po’ limitato nell’incedere e nei movimenti, intento a spargere intorno alla pianta un bel quantitativo di bucce o scorze di frutti di fico d’India, chiaramente con finalità di ammirevole e lodevole concimazione naturale.

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Seconda sequenza, poco più avanti, in un altro fondicello, ecco Orlando, intorno ai novanta compleanni, il quale più facilmente del primo si muove ancora in sella a uno scooter che, da parte sua, d’anni d’immatricolazione, ne conta all’incirca la metà di quelli del proprietario guidatore.

Orlando, dunque, occupato a raccogliere, con l’ausilio di un coltellino e senza tema di pungersi le dita con le spine dei fichi d’India, un bel mucchio di tali gustosi frutti di stagione.

Ritornando al titolo di queste righe, io, rispettando la consuetudine, nell’entrante festività dell’Assunzione di Maria in cielo, mi riprometto di sottolineare la ricorrenza non seguendo le ritualità e abitudini quotidiane –  commissioni varie,  uscite in barca –  bensì con due piccoli, e tuttavia per me assai indicativi, accenti: indifferente al traffico accentuato e alle moltitudini di turisti e bagnanti, compirò una lunga camminata da Marittima a Castro e viceversa, con passaggio e una breve sosta, verso la fine , fra conosciuti vialetti di cipressi, per un saluto e l’augurio di “Buona festa dell’Assunta” ai miei.

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Castro: la Piazzetta ricostruita è più bella di prima

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di Rocco Boccadamo

Sommerso come tutti da un’ondata di sgomento ed emozione, subito dopo il 31 gennaio 2009, ossia ancora in mezzo ai detriti e al pulviscolo del terribile crollo di Piazza Dante, cuore e luogo simbolo della Marina, pensai di creare su Facebook il Gruppo Amici di Castro, iniziativa che, invero inaspettatamente, nel volgere di pochi mesi, arrivò a raccogliere oltre duemila adesioni da ogni angolo d’Italia.

Cioè a dire, s‘innestò un incontenibile passa parola d’affetto verso l’amata Perla del Salento.

A un certo punto, le luci dello spazio comunicativo allestito sul social network intorno al drammatico evento vennero a spegnersi, forse per via dell’ineludibile legge del nuovo che avanza e/o della cronaca fresca che prevale e, però, almeno secondo la mia sensibilità di operatore culturale, osservatore e ascoltatore, le moltitudini di raggi d’interesse e d’attenzione verso Castro, da allora e in questi lunghi sei anni, sono sempre e vie più rimaste vive e illuminanti.

Naturale scia, adesso che, finalmente, la ricostruzione è stata completata, m’è venuto spontaneo il proposito d’inviare a tutti gli amici di Fb, e non soltanto a loro, un’immagine della mitica Piazzetta, fissata stamani, invitandoli, se non hanno già avuto l’occasione e il modo per farlo, di compiere una visita o trascorrere una vacanza in questa meravigliosa località e così ammirare di persona la rinascita di Piazza Dante.

A Castro, la lucente Perla del Salento, uno storico grande evento

 castro-marina

di Rocco Boccadamo

 

Non si giudichi intenzionalmente irriverente l’accostamento, giacché, da parte dell’osservatore di strada e narrastorie, è anzi avvertito forte il senso di rispetto e di doveroso omaggio nei confronti del passato, tuttavia viene quasi inevitabile mettere in prossimità, nonostante la distanza temporale di millenni, l’approdo sulle coste di Castro dell’eroe profugo troiano Enea e il Gran Premio d’Italia d’acqua bike, che rientra nel campionato del mondo di tale specialità, in calendario, giustappunto, a Castro dal 22 al 24 maggio 2015.

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Quanto al primo avvenimento, sgorga spontaneo e bello riportare, di seguito, i versi dell’Eneide, al terzo libro, con cui Virgilio descrive l’impatto del famoso esule con le nostre scogliere e lo sbarco:

 

“ci spingiamo innanzi sul mare, tenendoci accosti alle vicine scogliere Ceraunie, da dove è la via per l’Italia e più breve il viaggio sulle onde… e già, fugate le stelle, rosseggiava l’Aurora, quando da lungi scorgiamo oscuri colli e il basso lido dell’Italia…Le invocate brezze rinforzano, e già più vicino si intravede un porto, e appare un tempio di Minerva su una rocca. I compagni ammainano le vele e volgono a riva le prore. Il porto è incurvato ad arco dalla corrente dell’Euro; i suoi moli rocciosi protesi nel mare schiumano di spruzzi salati, e lo nascondono; alti scogli infatti lo cingono con le loro braccia come un doppio muro, e ai nostri occhi il tempio si allontana dalla riva”.

Si tratta di parole e immagini che, seppure risalenti a un contesto lontanissimo, non necessitano di commenti o chiose.

In riferimento, invece, all’evento dei nostri giorni, si scorge tutt’intorno uno scenario nettamente diverso. A parlare, comunicare e conferire un’idea agli astanti, sono i modernissimi strumenti di pubblicità, un’infilata di box o tendoni bianchi a uso delle varie squadre di partecipanti al campionato, un importante assetto organizzativo d’insieme, quest’ultimo in tutto degno e a livello delle grandi competizioni sportive e/o agonistiche.

Poi, la multietnicità del popolo che anima la manifestazione, con pochi italiani e una grande maggioranza, invece, di stranieri, europei e dei restanti continenti. Chi scrive, pass al collo, ha provato a rivolgere un po’ in giro la classica domanda: “What country are you from?”, ottenendo in risposta, ad esempio, Qatar, Portogallo, Martinica, Francia e Polonia, una gamma di provenienze chiaramente non indifferente.

Poi, ancora, seguitando a riferire sullo scenario, ecco gli strumenti al cuore della competizione, riduttivamente definibili moto d’acqua, ma, in realtà, veri e propri bolidi dotati d’accentuate potenzialità e prestazioni, fra cui quelle inerenti alle esibizioni acrobatiche, fortemente spettacolari.

Forse, sin qui e almeno in Italia, rappresenta uno spaccato ancora giovane e da scoprire questo genere di sport, fa presa soprattutto sul pubblico giovane, come traspare dalla ragguardevole sequenza di moto, un unicum davvero eccezionale, sistemate sulla piazzetta di Castro e, non a caso, catturate con un istantanea.

Durante il giro fra i box, mi è stato dato di scorgere nelle adiacenze tre giovani e carine ragazze, sedute tranquillamente su uno dei grandi cubi di cemento che fungono da frangiflutti e intente, più che altro, a conversare.

Il curioso ha chiesto anche a loro da dove venissero, apprendendo che erano tutte italiane, una di Bologna, l’altra a Catania e la terza di Lecce: “Che ci state a fare a Castro, siete appassionate di aquabike?” e, in questo caso, così ha recitato la risposta: “Sì, si tratta di passione, ma non unicamente per la specialità sportiva, siamo amiche o fidanzate o compagne di atleti che partecipano alle gare”.

°   °   °

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E‘ una giornata molto bella, il mare quasi calmo, con i suoi colori cangianti che qui, a onore del vero, sono sempre accattivanti e ti penetrano dentro. Per parte sua, anche il cielo è un vero e proprio spettacolo, le striature di bianche nuvole, che qua e là stazionano o incedono lentamente e leggere, impreziosiscono vie più il manto d’intenso azzurro in alto.

Suggestivo lo spettacolo delle prove degli atleti sulla distesa d’acqua, salutate da applausi specie in occasione di salti e acrobazie fra sbuffi di colonne di schiuma.

Notazione doverosa, gli operatori economici di Castro, in previsione e in concomitanza dell’evento, si sono messi a disposizione, a fianco dell’impegno e dello sforzo dell’amministrazione civica, con in testa il sindaco e i suoi stretti collaboratori. Mobilitati a intenso ritmo i vigili urbani insieme con il personale della Guardia Costiera qui convenuto anche da altri centri marittimi della zona.

Accennavo prima agli operatori economici adoperatisi per rendere puntualmente operativi i loro servizi, esercizi e strutture e così fronteggiare l’afflusso degli addetti ai lavori e degli ospiti appassionati di questo tipo di sport.

castro

Per citare, ho visto l’esercizio commerciale di Martino, in Piazzetta,  con i battenti aperti anticipatamente, lo stesso ha fatto la tradizionale venditrice di frutta;  il mitico “Speran Bar” di Lucio, in attesa della definitiva imminente risistemazione negli “antichi” locali propri ricostruiti in uno con l’intero stabile crollato, come è noto,  sei anni addietro, ha allestito, per la circostanza, un aggraffiato “balconcino” di servizio semi scoperto con, intorno, una bella platea di tavolini e pure il concorrente  e vicino “Bar La Chianca” si è rimesso a nuovo.

Da segnalare, infine, che ha anticipato la stagione lo stesso Lido La Sorgente, con Anselmo e figli già in attività.

Intanto, fra tutto ciò, mi piace rimarcare che il protagonista dominante di questo sito da sogno che è Castro, nonostante la grandiosità dell’evento sportivo in discorso, e insieme con l’attrattiva inconfondibile esercitata dalle bellezze storiche, architettoniche e naturali complessive, rimane solidamente lui, il mare.

Vuoi nelle giornate serene come l’odierna, vuoi quando le condizioni climatiche non sono le migliori, immergersi nelle sue acque o semplicemente fermarsi a goderne la visione, ingenera una sensazione che non è esagerato definire da paradiso.

 

Un “grosso, grasso” matrimonio pugliese, celebrato sull’altare dell’esibizionismo

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di Rocco Boccadamo

 

Scene dal vivo d’un matrimonio celebratosi in una cittadina pugliese, ovviamente innominabile. Per ambientazione, un’aggraziata piazzetta del centro storico (isola pedonale), resa ancora più suggestiva dal fondale buio tenue delle prime ore della sera, e una prospiciente ed altrettanto graziosa piccola chiesa del diciottesimo secolo.

Nubendi, due giovani professionisti appartenenti a buone famiglie e con a fianco redditizie attività commerciali; insomma, tutte le premesse per una cerimonia distinta se non proprio d’élite.

Sennonché, ancora una volta, si ha la dimostrazione che la ricchezza, la bellezza e il successo non necessariamente vanno a braccetto con la classe pura, quel volare alto che, prima di tutto, prende l’abbrivo dalla semplicità, dalla naturalezza, dal riserbo e dalla modestia.

Veniamo alle sequenze che, secondo il parere e la sensibilità di chi scrive, si caratterizzano per i toni sfasati e fuori luogo.

Mancano pochi minuti all’orario fissato, ma lo sposo non appare presente all’ingresso della chiesa ad attendere la dolce metà. Nessun problema, comunque, il suo arrivo è annunciato di lì a breve dal rombo di un’autovettura, da lui stesso guidata, rombo speciale e inconfondibile, giacché trattasi non di un comune veicolo di media o grossa cilindrata, ma, sentite bene, niente poco di meno che di una “Ferrari” color argento metallizzato. Non c’è che dire, un’apparizione veramente sobria, quasi che avvenga a bordo di una cinquecento o di un calesse.

Il secondo fotogramma sfocato, diciamo così, si materializza all’interno del luogo sacro, in pieno rito nuziale. Ciascuno di noi pensa che il culmine del sacramento coincida con lo scambio delle cosiddette “fedi”, ma in realtà, almeno nella circostanza, tale opinione ha un grosso limite, è parziale: difatti, dopo che le comuni fascette d’oro arrivano a cingere gli anulari della coppia, lo sposo trae dalla tasca un involucro e presenta, alla ormai moglie, un vistoso, preziosissimo anello con mega brillante, a occhio e croce roba da decine di migliaia di euro.

Ciò, beninteso, fra gli oh! di meraviglia della generalità degli astanti, integrati da sommessi risolini e sospiri d’innocente invidia da parte delle invitate giovanissime. Neppure in questo atto, v’è alcuna ombra di ostentazione!

Si osserva che certe pacchianerie resistono tuttora, specialmente nei centri medio piccoli; di fronte a siffatta considerazione, sembra tuttavia bene e utile replicare che è giunto il momento d’estirpare completamente le radici di atteggiamenti e comportamenti del genere, in qualunque latitudine e ambiente ci si trovi.

E io, che ho criticato l’usanza, introdotta da alcuni anni, dei fuochi d’artificio in seno ai matrimoni!

 

 

Lecce, città della lettura

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Nella Sala Giunta di Palazzo Carafa, a cura dell’Assessore al Turismo e al Marketing Territoriale Luigi Coclite, è stata presentata una nuova e interessante iniziativa culturale dal titolo “Lecce, città della lettura”, voluta e patrocinata dall’Amministrazione Comunale e che si avvale del supporto prezioso di innumerevoli associazioni, fra cui il Fondo Verri.

L’evento, meglio denominato Festival, avrà luogo dal 21 maggio al 3 giugno 2015 nell’elegante cornice di Piazza S. Oronzo del pieno centro cittadino e si colloca a buon titolo sulla scia del riconoscimento “Lecce, capitale italiana della cultura 2015” attribuito al capoluogo salentino.

Suo obiettivo fondante, attraverso un’articolata serie di manifestazioni e azioni, è di vie più stimolare concretamente l’attenzione e l’interesse dei “non lettori e/o lettori inconsapevoli” verso il mondo dei libri e dei correlati risvolti e valori culturali.

Sarà dato di assistere a un’ampia serie di declamazioni, commenti, incontri con autori, analisi e critiche letterarie, con coinvolgimento delle scuole.

Tra i personaggi che presenzieranno per illustrare e commentare le loro esperienze e/o opere, Luisa Ruggio, Lucia Accoto, Antonio Errico, Livio Romano e Rocco Boccadamo, quest’ultimo con il recentissimo saggio “Fratello narrastorie”, pubblicato da Spagine – Fondo Verri Edizioni, dedicato alla figura e agli scritti e romanzi di Giorgio Cretì, il poeta contadino nativo di Ortelle (Lecce).

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Dall’Albania, un piccolo ma esemplare insegnamento

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di Rocco Boccadamo

Qualche tempo fa, mi è capitato di assistere a un bel reportage della RAI dedicato all’ Albania. Un servizio assai vivo e interessante, giacché fedele e puntuale ripercorso della storia della piccola nazione, intessuta, come è noto, di tante e varie traversie sino alle oceaniche, e a volte tragiche, fughe di suoi abitanti disperati attraverso il Canale d’Otranto verso l’Italia, lungo gli anni novanta.

Fortunatamente, ormai da un pezzo, lo Stato che s’affaccia sull’altra sponda del Canale d’Otranto è andato man mano calandosi nella più accettabile realtà attuale, che, sia pure fra contrasti e difficoltà, sembra pian piano indirizzarsi verso standing di vita di modello europeo, pur partendo, è ovvio, da livelli inevitabilmente bassi.

In particolare, sono rimasto colpito dalla gran differenza fra la popolazione di età media, o avanzata, e i giovani, questi ultimi decisamente “simili” ai nostri ragazzi.

Sullo sfondo di fasce generazionali marcianti con immagini e a ritmi difformi, ho visto delinearsi, in tutta la sua smagliante bellezza e forza attrattiva, l’ambiente naturale del Paese delle Aquile, ricco di montagne verdeggianti e innevate e di spiagge incontaminate, con fondali pescosi. Non c’è che dire, anche siffatto, spettacolare habitat stimola a credere in un futuro migliore per i nostri dirimpettai.

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A un certo punto, la scansione delle sequenze sul piccolo schermo mi ha letteralmente lasciato il segno dentro.

E’ successo quando il giornalista ha porto il microfono a un anziano di un piccolo villaggio del nord, nei pressi di Scutari e l’uomo, con la sua bella figura dalla chioma bianca e dal viso sereno e disteso, ha pacatamente confessato all’intervistatore di aver sempre lavorato attraverso la gestione di un piccolo molino alimentato da un torrente, riuscendo, con i relativi proventi, a mantenere la famiglia e a dare un futuro ai figli.

Verso il finale delle confidenze, per via di una semplice frase, il suo racconto è diventato addirittura ammaestramento: “attualmente il molino non mi costa niente e io non ritengo di trarne profitto e arricchimento a scapito dei miei compaesani: perciò, lo tengo semplicemente e gratuitamente a loro disposizione”.

Non c’è che dire, un modello di gestione aziendale, da parte di uno che ha faticato duramente, da definirsi certamente esemplare.

Personalmente, mi è venuto spontaneo di collegarlo ai tre forni a legna per cuocere il pane fatto in casa che, nel corso di generazioni, sono stati funzionanti nella mia piccola località natia e ora, purtroppo, sono soltanto un lontano ricordo: quanto sarebbe bello vederli riaprire, con libertà di utilizzo per ogni famiglia, così come avviene per il molino del nord Albania!

Semplici note su una minuscola realtà e, tuttavia, stimolo positivo per guardare vie più con occhi diversi alla gente che vive al di là di un braccio di mare.

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L’asilo di Donna Emma

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di Umberto Rodda

Continua la serie dei libri del Lion Rocco Boccadamo dedicati a fatti, personaggi, regole di vita del Salento, e non solo. È come una pubblicazione a puntate: si susseguono gli episodi e i personaggi di un ambiente che, mantenendo inalterate le caratteristiche di fondo, si rinnova continuamente con varie prospettive di una fra le più belle contrade mediterranee. Il titolo è attribuito dall’ultimo articolo della raccolta, “L’asilo di Donna Emma”. Dapprima è una figura femminile come altre, presta servizio in una famiglia benestante del luogo, ne sposa il figlio don Rafeli e acquisisce il titolo di donna Emma. La coppia si sistema “in un antico e artistico palazzotto della “Campurra” di Marittima”. Nel periodo di funzionamento della locale manifattura di tabacco le donne del luogo vi erano impegnate e donna Emma trasformò l’ambiente più grande “in asilo per i piccoli di Marittima”. Divenne una persona nota e rispettata, invitata a tutte le manifestazioni del luogo. Prima di passare a migliore vita don Rafeli e Donna Emma decisero di donare alla Chiesa la proprietà del palazzotto della “Campurra”, “che adesso, esteriormente integro nella sua antica bellezza, si presenta triste e vuoto”. La prima parte è quasi il diario del soggiorno dell’Autore per motivi di cura in Abano Terme e, se può sembrare l’introduzione al corpo dell’opera, in concreto allarga gli orizzonti geografici delle osservazioni. Rocco Boccadamo ha un’invidiabile incisività descrittiva. Le sue pagine uniscono significati etici che meritano ampia valorizzazione e vivacità espressive non comuni. La prefazione di Ermanno Inguscio ha, come tutto il libro, pregevole valore letterario.

Rocco Boccadamo L’asilo di Donna Emma Arti Grafiche Marino – AGM srl, 73100 (artigrafichemarino@libero.it), novembre 2014.

Tradizioni salentine: 28 aprile, S. Vitale a Marittima, con Salvatore da Castro

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di Rocco Boccadamo

 

Martedì 28 aprile, a Marittima, rituali festeggiamenti in onore del protettore S. Vitale.

Come da tradizione, luminarie lungo le vie principali, cassa armonica in piazza, due complessi bandistici di cui uno con abbinata cantante lirica, fuochi d’artificio.

Scadute di qualità rispetto al passato, purtroppo, e, perciò, poco invitanti, le bancarelle e/o baracche che propongono, soprattutto, inutili paccottiglie e articoli e oggetti vari palesemente taroccati in confronto alle rispettive griffe autentiche in auge e di moda. Esercizi, ormai interamente in mano a immigrati extra comunitari che cercano, con molta fatica, di arrangiarsi in ogni modo per riuscire a sbarcare il lunario.

Unica eccezione a livello d’attività commerciali, l’immancabile bancarella di Nico, figlio di Gino e nipote di Nicola, situata sempre al medesimo posto, su cui si vendono, da generazioni, nei classici cartocci color marrone, arachidi, noccioline, mandorle e pistacchi, dal gustoso e apprezzato sapore grazie a una sapiente operazione di tostatura.

Festa, quella di S. Vitale, invero non tra le più conosciute e sfarzose della zona e, tuttavia, che travalica, sul piano della frequentazione, gli stretti confini della piccola località d’appartenenza.

Nota di concreta testimonianza a tale ultimo riguardo, la presenza sul far della sera, nella strada principale del paese verso la piazza con la cassa armonica e la banda che va esibendosi in opere sinfoniche, di Salvatore, ultrasessantenne, già operatore ecologico e tutto fare, da poco in pensione, arrivato da Castro, la splendida Perla del Salento, dove è nato e vive, distante circa tre chilometri.

Naturalmente a piedi, come faceva più di mezzo secolo addietro, giacché l’amico Salvatore non ha mai posseduto né un’autovettura, né una moto, né una bicicletta.

 

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