A Boccadamo, il Premio Castrum Minervae 2017

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Domenica 6 agosto, cornice la splendida Piazza Vittoria della “Perla del Salento”, a Rocco Boccadamo, giornalista e scrittore salentino, è stato assegnato il premio in oggetto, sezione cultura, nell’ambito della prestigiosa manifestazione promossa e organizzata dal Comune di Castro e giunta alla XII edizione.

Questa la motivazione del riconoscimento attribuito a Boccadamo: ”Per aver scelto Castro come ambientazione dei suoi racconti e aver donato una sua pubblicazione ad ogni nucleo famigliare della comunità, contribuendo alla promozione del territorio e alla valorizzazione del tessuto sociale”.

Di seguito, i nomi degli altri premiati;

         Scuola primaria di Castro;

         Walter Graziani, funzionario Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali;

         Luciano Barbetta, imprenditore di Nardò (LE), operante nel settore dell’abbigliamento di lusso e Presidente del Politecnico Made in Italy;

         Roberto Inciocchi, Capo redattore Sky TG24.  

boccadamo

22 luglio. C’era una volta, e c’è ancora, S. Maria Maddalena

Donato Antonio d'Orlando

di Rocco Boccadamo

Come riportato dal calendario, il 22 luglio ricorre la festa di S. Maria Maddalena, detta anche Maria di Magdala, seguace di Gesù, unica donna ad aver avuto il privilegio d’assistere alla sua crocifissione e, di seguito, prima testimone visiva e annunciatrice della sua risurrezione.

Nel Basso Salento, per quanto è a mia conoscenza, tale Santa è venerata e celebrata in un paesino non distante dal mio, ossia a dire a Castiglione d’Otranto, frazione del comune di Andrano.

A voler essere precisi, sotto il suo nome, non si tiene una festa vera e propria, con luminarie, fuochi d’artificio e bande musicali, del genere che, in onore del Patrono o di altri Santi, contrassegnano, nell’arco dell’anno, un po’ tutte le località del territorio, bensì una fiera mercato, che, un tempo, recava, in aggiunta, l’appellativo di “fiera delle cipuddre” (in italiano, cipolle).

Quanto al sito della manifestazione in parola, è rimasto identico lo slargo, contermine al camposanto, nella periferia di Castiglione verso il passaggio a livello delle Sud Est, su un lato del quale insiste anche una piccola chiesa, area che, quand’io ero ragazzo, si soleva utilizzare pure come campo di calcio.

Ritornando alla Santa e all’omonima fiera, si tratta di evento impresso dentro chi scrive da tempi ancora più lontani, ossia a dire risalenti alla mia fanciullezza, giacché, svariate volte, in quell’epoca, mi è capitata l’occasione di recarmi da Marittima a Castiglione, in compagnia dei miei nonni paterni, i quali, specialmente la nonna Consiglia, vi si portavano puntualmente, sia per devozione, sia e soprattutto per effettuare qualche utile acquisto dalle baracche e bancarelle ambulanti, che erano allestite ed esponevano le loro mercanzie in quello slargo di Castiglione.

Si consideri che, allora, nei singoli paesi, non esistevano esercizi commerciali, salvo uno per la vendita di pane e prodotti alimentari di stretta necessità e risicate botteghe (puteche) per la mescita di vino.

La trasferta a S. Maria Maddalena si svolgeva a bordo di traini in legno caratterizzati da lunghe stanghe e da grandissime ruote a raggiera con le circonferenze ricoperte e rinforzate mediante fasce metalliche.

Sui mezzi di trasporto in questione, a cassetta, con pareti laterali e posteriore (ncasciate), prendevano posto i passeggeri, sino a sei, seduti su rudimentali apposite assi, parimenti in legno, mentre il conducente si sistemava, redini in mano, all’inizio di una delle stanghe.

Maria Maddalena

Memorabile, in particolare, una delle mie avventure su traino in compagnia dei nonni e in direzione Castiglione, viaggio, iniziato, al solito, nelle primissime ore del mattino, ancora buio d’intorno, onde coprire in tempo utile i cinque/sei chilometri di distanza.

In quella circostanza, i miei ascendenti, unitamente a un paio di parenti, avevano, esprimiamoci così, noleggiato il traino di compare Peppe ‘u muricciu.

Purtroppo, a un certo punto, a meta ormai prossima, esattamente in corrispondenza del tratto viario terminale, in discesa, che andava a guadagnare il centro abitato, si verificò un incidente imprevisto: non si sa come, il cavallo ebbe a scivolare con le sue staffe e s’inginocchiò sul selciato, rimanendo lì immobile e incapace di risollevarsi.

Per il traino, fortunatamente, un deciso scossone, ma nessun danno a carico dei trasportati. Tuttavia, gli adulti furono costretti a scendere e ad aiutare il conducente, con compattezza di braccia e spalle, nello sforzo, non indifferente, di rimettere in piedi il quadrupede e, così, consentirgli di completare il viaggio.

Altro particolare che serbo a memoria in correlazione alla fiera di S. Maria Maddalena è un detto o proverbio popolare, recitante: “A S. Maria Matalena, va alla vigna e se ne vene prena” (in concomitanza del 22 luglio – maturazione, raccolto e vendemmia dell’uva ormai imminenti -, la/quella donna si reca in campagna per lavorare nella vigna e se ne ritorna pregna, ovvero in stato interessante).

Chiara l’allusione, non inverosimile, alla possibilità, in presenza di lavori in gruppo da parte di persone di entrambi i sessi, d’incontri e/o contatti strettamente ravvicinati e di qualche naturale effetto conseguente.

Breve inciso, venerdì 21 luglio, si è sposata una giovane amica e brava collega, nativa di Castiglione: un mare d’auguri, Tiziana.

Ampliando l’orizzonte in senso geografico, il nome Maddalena lascia scorrere e stagliarsi nella mia mente la figura di un’anziana compaesana marittimese, assai conosciuta e familiare all’intera comunità, giacché gestiva uno dei tre forni del paese, dove ciascuna famiglia si recava periodicamente per preparare e cuocere la provvista di pane, soprattutto friselle, detto  “pane fatto in casa” onde distinguerlo da quello che, saltuariamente se non in casi eccezionali, si acquistava presso il dianzi accennato negozio di generi alimentari.

E, poi, Maddalena era il nome di una graziosa giovinetta di un paese della Grecìa salentina, frequentante la mia stessa Scuola Superiore, sulla quale avevo messo gli occhi, beninteso come si poteva e intendeva, da diciassettenne, intorno alla metà dello scorso secolo, insomma senza alcunché di concreto.

Ad ogni modo, ancora adesso, nelle rarissime occasioni in cui succede che m’imbatta in quella Maddalena, un filo d’emozione sgorga a illuminare gli occhi del ragazzo di ieri.

 

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Conosco F.C. di Castro, mio coetaneo, dai primi anni delle Elementari

La memoria lontana me lo ripropone sotto forma di un bambino macilento, vestito alla buona, appartenente a una famiglia poverissima e numerosa che viveva in un’unica stanza.

F., quindi, talora era costretto anche a fare i conti con la fame, al livello che, in determinate circostanze, arrivava a spostarsi, tenendo per mano un fratello minore, finanche nella mia Marittima per chiedere l’elemosina.

Da giovane e adulto, il lavoro mi ha portato lontano ma, con l’andata in pensione e il rientro nel Basso Salento, ho avuto agio di rivedere F.

Ovviamente decenni a iosa trascorsi pure per lui, nondimeno, nella profondità del suo sguardo, ritrovo, nitidamente presenti, le tracce dei miei ricordi da fanciullo.

Ora, F. è pensionato, nonno e, soprattutto, sereno. E, io, avverto nel mio intimo un tuffo di contentezza ogni volta che m’imbatto in lui, in sella al suo scooter o seduto al bar per un tressette con gli amici.

 

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Stamani ho fatto il bagno al Lido La Sorgente di Castro, in compagnia del mio nipotino Andrea. Oltre che compiere una nuotatina insieme, ho coinvolto il piccolo nella pesca di qualche granchio.

A portata delle mie mani, non di quelle di Andrea, comprensibilmente ancora timoroso e inesperto, alcuni piccoli esemplari di detti crostacei, lestamente passati al sicuro di un retino e poi di un secchiello d’acqua salata.

Uno, in particolare, di apprezzabili dimensioni, color marrone scuro e ricoperto da una sorta di peluria (in dialetto, caura pelosa), ha lo speciale destino, per l’odierna cena, di essere cotto in un sugo di pomodoro fresco e di condire una piccola spaghettata per nonno Rocco e Andrea.

 

 

Ricordare per rivivere: bozzetti di storie dalla culla

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di Rocco Boccadamo

Doverosa premessa.

Come sono solito fare ogni volta che scrivo, ho brevemente pensato, in semplice autonomia da comune osservatore di strada e narrastorie, al titolo da attribuire alle presenti note.

Sennonché, immediatamente dopo, mi sono accorto che la prima parte del cappello s’identifica niente poco di meno che con un’espressione del grande maestro della psicanalisi Sigmund Freud, recitante, esattamente, “il ricordare è un rivivere”. Non me ne voglia, l’esimio personaggio, per l’involontaria e inconsapevole invasione di campo.

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Sin dalla tenera età, vado avvertendo d’essere sfiorato da una sorta di speciale buona ventura, cioè a dire di sentirmi, in senso vasto, un tutt’uno con il mio paese di nascita, i suoi luoghi, la sua storia, fatta di piccole e svariate vicende, e, soprattutto, i volti e le figure della sua gente, che, a onore del vero, ho sempre considerato alla stregua di mia seconda famiglia, allargata, a fianco del nucleo di mera appartenenza per ragioni di sangue, con correlato ovvio primario legame affettivo.

Così che, negli anni – ormai sfioranti un arco di quattro lustri – della mia “seconda esistenza” sotto l’aspetto dell’impegno lavorativo e degli interessi d’elezione, mi è stato, a più riprese, dato d’evocare situazioni e spaccati di ricordi, riconducibili alla minuscola località natia e, in maggior dettaglio, una lunga sequenza di vicende e di determinati compaesani, con le loro caratteristiche, abitudini, doti, virtù e vezzi.

In questo odierno caso, lo spunto ispiratore mi è casualmente arrivato dalla necessità di eseguire una riparazione al timone della mia barchetta a vela, incombenza che mi ha condotto a una bottega artigiana posta alla periferia del paese, in direzione di Capo Lupo.

E però, avanti di raggiungere tale destinazione e lasciar espletare il lavoretto dianzi accennato, ho dovuto attraversare una zona del paese, a cominciare dal Largo Campurra, ora denominato Piazza della Vittoria, e, quindi, proseguendo più avanti verso la meta.

In detto percorso, idealmente uscio per uscio, quasi fossero ritagli di una pellicola di celluloide, si sono affastellate numerose, da sembrare interminabili, scene, che, sebbene in maggioranza ormai datate, mi si sono snodate davanti come se ancora intrise di vitalità e attualità.

marittima castello

A cominciare dalla menzionata “Campurra” di per sé, nel senso di slargo, il maggiore dell’intero paese, una volta delimitata, a nord, dalla cappella di S. Giuseppe, recante al centro un pozzo animato e arricchito sul fondo da risorse d’acqua sorgiva, declinante a scivolo verso sud est, sì da consentire il naturale deflusso indotto e guidato delle acque piovane in confluenza di un’adiacente voragine, conosciuta, in dialetto, con il sintetico appellativo di “ora”.

E mi sono sfilate alla vista le serie di greggi ovine che, sortendo di buon mattino dai rustici rifugi al coperto e dirette al pascolo, proprio sul prato della “Campurra”, avevano agio di prendere confidenza con i primi assaggi di erbe.

Transitavano, tali armenti, senza lasciare tracce o postumi di odori, giacché, forse, a quei tempi, le stesse campagne e, quindi, le distese di pascoli, non conoscendo né tantomeno subendo processi d’inquinamento, emanavano effluvi genuini e gradevoli.

Rocco, Saverio, Tommaso, i nomi di alcuni dei pastori di pecore di quelle stagioni lontane.

Ancora, il largo “Campurra”, in mancanza, nel paese, di un campo sportivo, era utilizzato dai ragazzi e giovani per partite di calcio alla buona, con, per rendere l’idea, due coppie di pietre a segnare le porte.

Vi giocavano parimenti, reminiscenza straordinaria, magari fronteggiandosi con squadre di marittimesi, gruppi dei soldati polacchi che, intorno alla fine del secondo conflitto mondiale, furono di stanza, per un breve periodo, a Marittima.

E, affacciato imponente sulla Campurra (c’è ancora adesso, ma vuoto), quasi a voler vigilare bonariamente sulle sottostanti azioni di vita e di attività quotidiane, il palazzo cosiddetto dell’arciprete vecchio, già abitato, precisamente, dal medesimo prelato e da una nobildonna sua nipote.

Attigua, l’abitazione della “Richetta ‘e l’ortu ‘u puzzu” (Enrichetta, proprietaria dell’orto con il pozzo/voragine), maritata con Vitale, quattro figlie femmine.

Appena più giù, il vicolo dove aveva casa, fra gli altri, una vecchia parente di mio zio Guglielmo Bianchi, anziana che, nell’anno 1945, rammento con precisione, fu prescelta, come segno di rispetto, per condurre al battesimo in chiesa, tenendoli fra le braccia, due neonati gemelli del mio ricordato zio, piccoli, i quali, purtroppo, in breve volgere di tempo, se ne ritornarono in cielo.

Oltre, la casa di Rosaria ‘u tatameu, in cui, in una sera stellata, la figlia Concettina, rimasta gravida antecedentemente al matrimonio, diede alla luce il suo primogenito, con gli inevitabili lamenti da parto e mamma Rosaria, saggiamente, a consolarla, esortandola nel contempo a darsi pace, giacché, le faceva osservare, ciò che stava vivendo l’aveva in fondo voluto tutto da sé.

Quindi, la residenza di una famiglia portante il mio cognome, cugini di primo grado di mio nonno Cosimo, e la casa di un altro nucleo, dal soprannome “Pisca”, nel cui ambito, una delle figlie, P., era stata temporaneamente la “zita” del mio zio materno T.

Adiacente, il piccolo spazio con il monumento ai caduti e, dirimpetto, i palazzotti di donna Uccia Russi e della famiglia Spagnolo, il secondo contraddistinto da un caratteristico aggraziato arco, menante in un portico e in un cortile padronale.

A succedersi, i locali terranei, ormai da lungo tempo chiusi, noti come “u trappitu ‘a nutara” (frantoio oleario e palmento per la trasformazione dell’uva) e, fra i restanti diversi fabbricati, i due stabili a piano terra e primo piano occupati dalle famiglie dei cugini Frassanito.

A dividere detti immobili, due vicoletti, il primo dei quali corrispondente alla ex dimora del mio prozio materno Michele, pure lui Frassanito e parente dei predetti, adesso di proprietà e svolgente funzione di ritiro, per riposo, relax e bagni marini all’Acquaviva e Porticelli, della nota artista televisiva e teatrale, oltre che scrittrice, Serena Dandini.

I Frassanito cugini, in origine, espletavano il mestiere di muratore, al pari di altri parenti col medesimo cognome (Giacomo, Luigi, Cosimo, Calogero, Donato).

In un dato momento, ritennero però opportuno di mutare la loro attività, accostandosi, sino a divenire esperti e specializzati, al lavoro di costruzione, soprattutto, ma anche di riparazione, di barche in legno (gozzi piccoli, medi e grandi e lancette) prevalentemente adibite alla pesca, ma utilizzate pure, man mano che prendevano piede il turismo e le attività hobbistiche, per fini di svago e di diporto.

I medesimi Frassanito, specie il nucleo famigliare di Vitale, agli inizi, poi di Salvatore, suo figlio, e di Vitale, Nino e Antonio, a loro volta discendenti di Salvatore, diedero gradualmente luogo a un interessante sviluppo della nuova attività, arrivando, almeno a livello artigianale e di correlata apprezzata qualità dei manufatti, a collocarsi fra i primi del Salento, spaziando, quanto a campo di azione, da Porto Cesareo, a Gallipoli, Leuca, Tricase, Castro (la totalità dei battelli o schifi dei pescatori locali era opera loro), Otranto, S. Cataldo.

Giovani marittimesi negli anni '70
Giovani marittimesi negli anni ’70

Purtroppo, con l’avanzare degli anni e il cambiamento di usi e di scelte, ad oggi, è ancora attivo unicamente il più giovane dei varcaluri, Antonio, e, addirittura, avendo il medesimo unicamente figlie femmine, v’è da ritenere che quando egli deciderà di appendere l’ascia al muro, avrà inevitabilmente termine una bella tradizione, anzi una saga, di un mestiere di qualità, dignitoso, che ha accompagnato svariate generazioni di addetti alle attività marittime e pescherecce o, semplicemente, di appassionati di barche, lenze e ami.

Come riferimento agli amici Frassanito in questione, è rimasto un fondo, detto “Schettu” (boschetto), piantumato a querce secolari, già appartenente a un benestante del paese, don Eugenio Russi, un sito dove, anticamente, aveva sede anche un frantoio sotterraneo, poi crollato e finito in abbandono e distruzione.

Riguardo al boschetto di che trattasi, conservo il dolce e nostalgico ricordo delle lunghe parentesi di svago e gioco che, ogni domenica mattina, trascorrevo lì con gli amici, dopo aver partecipato, non a caso bensì appositamente per restare libero, alla prima Messa presso il santuario della Madonna di Costantinopoli.

Ritornando per un attimo ai compaesani Frassanito, prima muratori e poi costruttori di barche, tengo a rimarcare due particolari, in apparenza secondari, ma, a loro modo, indicativi.

Della seconda famiglia di cugini (a capo, Mosè), facevano parte due figli maschi, Vitale e Tommaso, e due femmine, Ttetta (Concetta) e Damiana.

Anche Tommaso, in proprio, costruiva gozzi e lancette in legno e, adesso che lui non esiste più, il segreto del mestiere è custodito da suo figlio Vitale, ufficialmente docente di matematica e fisica, ma capace di realizzate barche, come, saltuariamente, in effetti, fa.

Delle sorelle Frassanito, invece, mi è rimasta impressa l’attività svolta dalla più grande, Ttetta, fino a quando non andò in sposa nella vicina località di Andrano (non so se ella sia ancora viva). Si occupava, infatti, di un lavoro normalmente insolito per una donna, ovvero faceva la calzolaia.

A esercitare tale mestiere, nel paesello c’erano già i mesci Tore, Leriu e Roccu, tuttavia pure Ttetta operava nel settore. A voler essere precisi, non realizzava calzature di pelle e cuoio, bensì, soprattutto, accessori fatti di materiali meno pregiati, cioè gomma, stoffe e tele, per lo più in forma di sandali, ma a volte anche chiusi.

Nella casa dei miei genitori, sei figli e un unico stipendio da impiegato comunale, non si navigava nell’oro, sicché, sovente, noi ragazzini indossavamo scarpe realizzate dalla Ttetta.

Leggermente oltre l’abitazione e la bottega dei barcaioli Frassanito più affermati, viveva un contadino del paese, tale Giuseppe, piccolo di statura e mingherlino, alla buona, cui era stato attribuito il nomignolo di Titeppe.

Ovviamente povero, il predetto, del resto come la grande maggioranza dei concittadini, e tuttavia, la domenica, probabilmente credendo di imitare qualcuno degli sparuti signori del paese (catena e orologio nel taschino del panciotto), aveva preso l’abitudine di presentarsi in piazza munito di una catena, da una parte fissata alla cintura e dall’altra infilata in una tasca dei pantaloni.

Al che, gli amici, per celiare, si compiacevano con lui chiedendogli di mostrar loro l’orologio che si poteva supporre fosse legato a quella catena, ma, alla curiosità dei compaesani, il buon uomo, onesto e sincero, non poteva far altro che rispondere: “No, guardate che tengo appeso semplicemente un coltello”. Ed erano, ovviamente, risate allegre, senza ombra di malizia, sfottò o derisione.

Lì accanto, in un vicoletto dove dimorava la famiglia di F.A., quattro figli fra cui due belle ragazze, all’interno di un giardinetto si apriva una modesta grotta sotterranea presentante, su tratti della volta, tracce di stalattiti e noi ragazzi, incuriositi, non esitavamo a cercare di calarci dentro tale cavità, invero servendoci di attrezzatture precarie se non pericolose.

Il centro abitato, a quel punto, va esaurendosi, ma destano curiosità e rappresentano tappe di egualmente vividi e intensi ricordi, i vari fondi agricoli che si susseguono, taluni dalle denominazioni strane o stravaganti, altri collegati ai particolari personaggi degli antichi proprietari, così da aver lasciato un segno nella memoria del narrastorie.

“Sciancateddri”, “Lamelogne”, “Cantine”, “Vigna ‘e l’api”, “Pizzeddri”, “Aria”, “Munti”, l’infilata di appellativi di questi fazzoletti di terra rossa, sui quali, da ragazzino, mi è capitato di familiarizzare, vuoi per la loro appartenenza a miei parenti, vuoi frequentandoli in compagnia di amici coetanei, figli dei proprietari.

Da notare, specialmente, che il terreno “Vigna ‘e l’api”, già di Vitale e Palma ‘u tunzi, adesso fa capo ed è condotto direttamente da un nipote, omonimo, un altro Vitale, il quale vi ha impiantato un moderno alveare dei preziosi insetti, un apiario utilizzato anche per finalità didattiche, a beneficio di scolaresche e, in genere, di persone interessate che vi convengono dal Salento e non solo.

Ritornando sui passi iniziali dell’escursione agricola, in zona “Aria”, è situato uno spazioso locale, già agricolo e in una seconda fase destinato ad attività artigianali.

In decenni distanti, vi s’infilavano e, all’esterno, si essiccavano sotto il sole, le foglie di tabacco e io stesso, scolaro e studente delle medie, mi sono più volte trovato lì seduto sul pavimento, per aiutare in tale fatica i miei zii Guglielmo e Nina.

Dopo, vi ebbe sede un’attività di confezionamento di capi e accessori tessili, per conto terzi.

Da alcuni anni, infine, è il sito di lavoro di Simone Fersino, un bravo giovane, artigiano o meglio dire artista dalle mani duttili e dotato di estro e inventiva, che si è specializzato, attraverso una lunga e seria preparazione, nella lavorazione del ferro battuto e in abbinate produzioni di pregio, attività che gli reca ordini non soltanto da committenti salentini, di Lecce in particolar modo, ma anche di altre località italiane.

Simone è, insomma, molto apprezzato per la sua opera; personalmente, in aggiunta a ciò, lo ammiro anche per aver rilevato una piccola vicina tenuta agricola, la “Vija”, con una costruzione padronale originariamente dipinta di un gradevole rosso e col tempo divenuta cadente, e aver fatto rinascere il tutto, con sacrifici e investimenti mirati, davvero a nuova vita.

E’ bello, per me, infine, annotare che Simone ha per nonna paterna la cara Maria, da bambina, ragazza e giovane, oltreché prima cugina, anche stretta amica di mia madre: a lei, che, tutte le volte che ci incontriamo, mi fa grande festa, voglio dedicare un saluto e un fervido augurio inusuale da queste righe, al pensiero, fra l’altro, che nel dicembre dell’ormai prossimo 2018, compirà il suo centesimo compleanno. 

Ecco, è proprio nella bottega di Simone che, come anticipato all’inizio delle presenti note, mi sono recato per la riparazione al timone della mia barchetta a vela. E, uscendomene a lavoro compiuto, non ho potuto fare a meno di volgere lo sguardo, come accade ogni volta che passo da quelle parti, su un lato del piazzale: precisamente, sullo scafo, tinteggiato di blu, di un’altra barca a vela, lì posto e conservato gelosamente da Simone, in memoria del fratello Andrea che, amante come pochi del mare e delle barche, appena ventenne, se ne andò per un’accidentale disgrazia mentre cercare di tutelare quel natante dagli effetti di una violenta burrasca.

 

Spezzoni di vita salentina all’insegna del tabacco

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 di Rocco Boccadamo

Antefatto. Qualche giorno fa, mi è casualmente capitato di visionare, sul computer, un vecchio video in bianco e nero, realizzato dalla RAI nel 1953, dedicato alla coltivazione e alla lavorazione del tabacco nel Salento, a cura del mitico giornalista e inviato Ugo Zatterin, inconfondibile la sua voce, e comprensivo di una serie d’interviste ad abitanti, soprattutto donne, del Capo di Leuca.

Documento, a dir poco emozionante per uno come me, ragazzo di ieri dai radi capelli bianchi e soprattutto, in piccolo, già diretto spettatore, se non protagonista, di antiche sequenze di vita contadina, autentiche pagine di civiltà e di storia, scritte, con matita e tratti di dura fatica, dalla gente di questo Sud.

Ciò, accanto al ricordo ancora fresco delle vicende appena successive alla seconda guerra mondiale e, specialmente, della fase in cui si poneva inarrestabilmente avvio a una grande, radicale riscossa o rivincita.

Una mutazione, tale ultimo evento, affatto effimera e di facciata, accompagnata e enfatizzata, al solito, da proclami e discorsi di non disinteressati rappresentanti del popolo nelle istituzioni, di qualsivoglia schieramento, bensì reale, concreta, solida, progressiva, tanto da toccare, in un pugno di stagioni, sì o no un decennio, l’impensabile traguardo, riconosciuto al nostro Paese anche a livello internazionale, del cosiddetto e però autentico miracolo economico.

E, si badi bene, a ulteriore merito degli attori, all’epoca nessun regalo, nessuna congiuntura favorevole, nessuna fase di tassi o cambi o prezzi delle materie prime favorevoli, nessun influsso, insomma, di condizioni propiziatorie, cadute dall’alto o dal contesto globale.

Unicamente, un’immensa marea d’impegno civile e sociale, frutto di singole personali gocce di sudore, di fatiche intense e immani, d’impegno inconsueto, indescrivibile, una cascata di volontà e dedizione che non conosceva confini, né di orario lavorativo, né di luoghi, né di settori.

Per restare al tema narrativo odierno, il tabacco si appalesava con le sue diffusissime e onnipresenti gallerie di filari, esse stesse intrise di una forza naturale prodigiosamente eccezionale. Giacché i modesti germogli o piantine ricollocati dai vivai nel grembo delle rosse e/o di colore grigio bruno zolle, crescevano, si elevavano sino a raggiungere, talora, l’altezza delle creature umane, uomini, donne, anziani, ragazzi, ragazzini, adolescenti, uno schieramento senza età e senza tempo che accudiva le piantagioni con amore, a modo suo appassionato, dedicandosi, sperando e, nello stesso tempo, emanando interminabili rosari di stille di sudore.

La storia, o avventura, della coltivazione del tabacco, vengono a mente le sue varietà Erzegovina, Perustizza, Xanti yakà, prendeva abbrivio con l’assegnazione, da parte dei Monopoli di Stato, di un’area prestabilita su cui si poteva piantare, più o meno piccola, quando non sacrificata, a seconda delle dimensioni delle proprietà agricole dei richiedenti. Concessione diretta, oppure, nel caso di messa a dimora colturale da svolgersi in regime di mezzadria, indiretta, con la relativa pratica espletata, in tale ipotesi, a cura di grossi proprietari o latifondisti che, a loro volta, trasferivano i permessi ai loro coloni.

A seguire, la semina, con relativi vivai o ruddre contraddistinti anche dalla sistemazione, sui cordoli perimetrali di fertile terra concimata, di centinaia o migliaia di piantine di lattuga (insalata), che successivamente, per, alcuni mesi, avrebbero rappresentato un non trascurabile contributo per la gamma di pietanze delle povere mense contadine.

Poi, la piantagione vera e propria, la zappettatura e, finalmente, il graduale raccolto, partendo, giorno dopo giorno o a brevi intervalli, dalle foglie più basse rispetto al terreno (1^, 2^, 3^, 4^, 5^ raccolta).

Intanto si susseguivano le stagioni, arrivando ad abbracciare, fra semina e raccolto, una buona metà del calendario, ovvero l’arco da fine gennaio ai primi di agosto.

Non sembri retorica, ma, con nostalgia ed emozione, si potrebbe fare un accostamento approssimativo rispetto all’umana gestazione. In fondo, così come dal seme dei padri e dal grembo femminile si attendeva, come tuttora si attende, lo sbocciare e l’arrivo di una creatura sana e bella, parimenti dalla semina del tabacco si aspettava, con fiducia e ansia, il germoglio e la crescita di piante/foglie belle, sane, forti e fruttuose.

Un vero e proprio impegno a doppia ripresa, sempre all’insegna della fatica, consisteva nello stacco, di buon mattino, immediatamente dopo l’alba, delle foglie verdi e ancora umide di rugiada  dagli steli delle piante, badando a rispettare rigorosamente la platea dei filari; quindi, da metà mattinata, nell’infilaggio delle medesime in lunghe, piccole lance (cuceddre) per la formazione di pesanti file/assemblaggi, che, appese man mano a rudimentali telai  in legno (talaretti o tanaretti), sarebbero state a lungo fatte essiccare sotto il sole.

Non senza saltuari interventi delle persone accudenti, sotto forma di corse sfrenate, di fronte a pericoli o imminenza di acquazzoni, onde trasportare le anzidette attrezzature e i preziosi contenuti al coperto di capannoni o rifugi rurali.

Una volta, il prodotto, divenuto secco, con le file si formavano i chiuppi, per rendere l’idea una specie di grossi caschi di banane, tenuti appesi, per un’ulteriore maturazione o stagionatura del tabacco, ai soffitti dei locali.

E, alla fine, lo stivaggio del tutto in grosse casse di legno e la loro consegna, per la lavorazione finale delle foglie, alle “manifatture” o magazzini, in genere gestiti, dietro concessione da parte dei citati Monopoli di Stato, a cura di operatori abbienti, soprattutto proprietari terrieri, dei vari paesi.

All’interno dei magazzini, le donne, in certi casi a partire dalla giovanissima età e sino a raggiungere ragguardevoli carichi di primavere, dopo le fatiche richieste dalla coltivazione e dall’infilaggio delle foglie verdi, riprendevano a lavorare a giornata per due/tre mesi all’anno.

Così, fra una stagione del tabacco e la successiva, si procreavano figli, si stipulavano fidanzamenti e celebravano matrimoni, grazie anche ai nuovi “frabbichi” (case di abitazione), per i giovani maschi, e ai corredi, per le femmine, realizzati proprio mediante i sudati profitti che era dato di trarre dalla coltivazione e vendita del tabacco.

La scenografia dell’attività in parola era anch’essa ambivalente, nel senso che, talora, l’ambientazione rimaneva totalmente circoscritta in loco, nei paesi e nelle campagne del Salento, mentre, in altri e diffusi casi, si spandeva su plaghe distaccate e distanti, a partire dagli ultimi territori verso sud ovest della provincia di Taranto, sino a una lunga sequenza di località del Materano.

Nel secondo contesto, avevano luogo, mercé l’ausilio di grosse autovetture noleggiate con conducente, vere e proprie migrazioni temporanee di numerosi interi nuclei famigliari: dalla mente di chi scrive, giammai si cancellerà l’immagine delle considerevoli partenze di compaesani marittimesi, per il tabacco, nelle primissime ore del 29 aprile, il giorno immediatamente successivo alla festa patronale di S. Vitale.

Riprendendo l’antefatto al primo rigo delle presenti note, nel documentario di Zatterin, le sequenze erano girate interamente dalle mie parti.

Sennonché, ieri, nel compiere un viaggio in auto con i miei famigliari per una breve vacanza sul Tirreno, è stato per me come veder girare ancora un analogo documento, improntato a nostalgia e amore per il sano tempo lontano, che tanto mi ha dato e lasciato e, perciò, mi è fortemente caro.

Ciò, scivolando lungo la statale 106 Ionica e i primi tratti della 653 Sinnica, e scorrendo e leggendo le indicazioni segnaletiche di Castellaneta, Ginosa, Metaponto, Marconia, Scanzano, Bernalda, Marconia, Pisticci, Casinello, Policoro, Montalbano Ionico e via dicendo.

Non erano, almeno per il mio sentire, meri appellativi di paesi e contrade. Invece, generavano l’effetto di immagini palpitanti, con attori, non importa se in ruoli di protagonisti o di comparse, identificantisi nella mia gente di ieri e, in fondo, in me stesso.

 

I comizi in piazza di una volta, con correlate razzie e abbuffate di nespole

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di Rocco Boccadamo

Ieri sera, mi sono messo ad assistere, arrivando a trattenermi solamente sino a un certo punto, allo spettacolo, propinato come interessante e, però, più che altro triste e avvilente, del talk show di turno, in onda nel palinsesto di una nota ed estesa rete televisiva privata.

Fra gli argomenti proposti, a spiccare maggiormente, è stata la vicenda, invero affatto nuova e/o originale, della diffusione, anzi pubblicazione, di alcune intercettazioni telefoniche, dal contenuto, se non clamoroso, indubbiamente ad alto effetto in seno alla pubblica opinione, aventi per protagonisti un padre e un figlio, o viceversa.

Con la speciale peculiarità, che uno degli interlocutori s’identifica con il più importante esponente politico e, fino a poco tempo fa, anche governativo, del nostro Paese.

Di fronte al conduttore della trasmissione, un esperto e affermato giornalista (l’autore, diciamo così, dello scoop) e un parimenti conosciuto personaggio politico dello schieramento del dianzi richiamato leader, chiaramente lì mandato come panzer contraddittore e negatore all’estremo delle evidenze, o per lo meno verosimili evidenze, emerse dalla faccenda, che, forse, doveva rimanere segreta.

Tra le parti sono sprizzate scintille e, addirittura, volati insulti a ripetizione, eccessi certamente non cancellati, alla fine, dalla stretta di mano di pura maniera.

Segno e conferma, cotanta scena, della campagna elettorale che, dalle nostre parti, si svolge e sussegue ormai in permanenza.

Esausto, anche perché erano suonate le ventitré, ho pigiato sul tasto stop del telecomando, non senza, tuttavia, in quell’attimo, ricondurre alla memoria, nitide e fresche, le immagini di stagioni elettorali lontane, circoscritte in archi di due/tre mesi, vere, autentiche e animate, con la medesima intensità, dai protagonisti, o candidati come meglio dir si voglia, da una banda e dalla gente, dall’altra.

Sia che fossero elezioni politiche, sia che si trattasse di consultazioni amministrative, l’impostazione e il clima erano quasi identici e, soprattutto, non esistevano, allora, distanze o distacchi fra le popolazioni e il cosiddetto palazzo.

Anche se, di là dalle procedure ufficiali e dalle regole burocratiche, gli eventi si tenevano alla buona, con veicoli di comunicazione consistenti appena in immaginette propagandistiche (santini) degli aspiranti consiglieri o onorevoli e manifesti, con o senza l’effige della persona in lista, che ricoprivano i muri delle case e degli edifici in genere.

E poi, ovviamente, i comizi all’aperto, tenuti dai gareggianti locali o dai potenziali parlamentari.

A comprova della sopra ricordata vicinanza fra la gente e il potere politico, a queste ultime manifestazioni in piazza partecipava l’intera comunità paesana; chi amava assistervi, in piedi o accomodato su una seggiola portata da casa, nelle prime file rispetto al palco dell’oratore, arrivava sul posto anche due ore prima dell’evento, già annunciato per le vie del paese anche per opera del pubblico banditore, che girava in bicicletta, con tanto di suoni di tromba per richiamo.

Pure noi piccoli marittimesi, con riferimento al periodo dal 1948 al 1958, eravamo coinvolti nell’atmosfera delle tornate elettorali e nella relativa “macchina” organizzativa, in ciò agevolati dalla circostanza che coincidevano con la fase finale dell’anno scolastico, le verifiche erano terminate e si attendevano solamente gli scrutini.

Ad esempio, collaboravamo con gli adulti nell’affissione dei manifesti e nella distribuzione dei santini.

Ma, con la furberia propria della fanciullezza e dell’adolescenza, la sera, in concomitanza con i comizi, compivamo spesso un’altra azione.

In sostanza, sicuri di aver spazio libero e di non essere scoperti, anziché trattenerci in piazza dove si raccoglieva la totalità della popolazione, sciamavamo in direzione di giardini e campi in zone periferiche della località. Lì, varcando agevolmente muretti di recinzione o dischiudendo precari portoncini, ci portavamo ai piedi o sui rami di alberi di nespole, piante di cui possedevamo un vero e proprio inventario logistico, cogliendone e mangiando a più non posso i succosi frutti, che giungevano a maturazione giusto in quel tempo.

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Da notare che, per via delle cene frugali appena consumate in famiglia e, quindi, dello stomaco ancora capiente, tali scorpacciate clandestine si protraevano a lungo, all’incirca per tutta la durata dei comizi.

Le nostre missioni per incette di nespole iniziavano, di solito, dal fondo “Monticelli” del mio nonno paterno Cosimo e, dopo, proseguivano in vari altri appezzamenti di parenti o semplici conoscenti, dove sapevamo perfettamente che ci fossero piante della specie.

Ad agevolare la nostra opera, rispetto al manto del buio, timido nella prima sera e via via più fitto, il brillio delle stelle e, quando c’era, il raggio delicato della luna, mentre, qua e là, grilli, lucciole delicate e civette stanziali davano l’impressione di non accorgersi o non curarsi delle nostre invasioni, seguitando, invece, a manifestare le loro abituali voci e lucine color verde azzurro.

Tutto si compiva, alla fine, con il rientro nelle nostre abitazioni, abbinato o confuso con il ritorno dei nostri genitori e parenti che avevano partecipato ai comizi.

Morale, vuoi mettere quelle antiche esperienze di campagne elettorali con le manifestazioni e caratteristiche che hanno luogo adesso?

Libri| Luca e il bancario

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di Marcello Buttazzo

L’amicizia è un giacimento di calie preziose, un tesoro di sole, uno dei beni immateriali di più inesausto sapore, che armonizza il mondo, che salva la vita. Ho conosciuto Rocco Boccadamo nel settembre 2012, a Lucugnano, a Palazzo Comi. Con Vito Antonio Conte e con Giuliana Coppola presentavamo il mio libretto di poesie, “E ancora vieni dal mare”, nella Casa di rose del preclaro poeta. A Rocco, di cui in passato avevo già letto alcune sue lettere sulle rubriche de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e de “Il Corriere del Mezzogiorno”, donai la mia silloge. Su quell’incontro Rocco scrisse amorevolmente sul sito della Fondazione Terra d’Otranto. Prima del trascorso Natale, Rocco s’è recato nel mio paese, Lequile, e mi ha donato il suo ultimo lavoro “Luca e li bancario” (pubblicato da Spagine – Fondo Verri Edizioni). Rocco ha avuto, finora, varie e intense esistenze. Agli albori delle primavere, sboccia la sua vita fanciulla, bambina, di arguto adolescente, di giovinetto diligente e studioso. Una esistenza giocata e bordeggiata a Marittima, nei paesi vicini, con il riverbero del mare negli occhi, confortato dalla Natura e dagli affetti più cari. Dopo il diploma, conseguito in modo brillante, Rocco ha iniziato, quasi subito, per una serie di motivi, l’attività lavorativa di bancario. Che lo ha portato in giro per l’Italia. Un lavoro denso di soddisfazioni, di abnegazione, di alacre operosità. Nel libro “Luca e il bancario”, mi colpisce, tra le tante cose, la descrizione emozionale e vibratile di Rocco nel ricevere il suo primo stipendio. Nella fase adulta, lui ha traversato e traversa il tempo e respira il suo giardino più intricato di sogno e di sperimentazione: quello della scrittura. Da grande Rocco ha deciso che la scrittura dovesse essere la sua ineludibile compagna di viaggio, la panacea universale, la sua musa prediletta e preferita, campo immenso di rossi papaveri e d’esplorazione del vivente. Dal 2004, pubblica sistematicamente i suoi volumetti di storie vivide d’amore e di paesaggi incontaminati. Scrive su Internet, per diversi periodici, con puntualità e parsimonia, con uno stile sobrio e pulito. Da tempo, seguo con interesse i deliziosi bozzetti del nostro prolifico Autore sul periodico Spagine del Fondo Verri. Il Fondo Verri, per noi anime indocili, vagolanti come la luna, è una fucina di arte e di cultura. Forse, questa fase matura della vita di Rocco si può sostanziare come quella più articolata, da certi punti di vista più ricca di placide, serafiche albe nuove e inedite. Lui è padre, è marito accorto, è nonno premuroso di alcuni bellissimi ragazzi e dolcissime fanciulle. È una persona umile e perbene, integrata nel connettivo sociale, è un uomo rispettoso e contegnoso. È un narrastorie leggiadro ed elegante. Semplice e diretto nell’incedere e nel procedere scritturali, ma con una visione allargata e ad ampio spettro, conscio che la sua prosa lineare sia quella più benaccetta e fruibile. Lui mediante la scrittura, tramite la prosa e il racconto, recupera la capacità di paziente rabdomante, che va alla ricerca delle venule più chiare, che scandaglia con passione i vissuti. Avverto tutto ciò anche e preminentemente in “Luca e il bancario”: il nostro narrastorie tramite il medium della scrittura s’abbandona sovente sulle ali del ricordo, della pacificatoria reminiscenza. Rivive gli anni passati, quando la vita era un primordiale virgulto di primavera e di sogno. Rocco sa far rivivere con movenze umanissime e palpabili tutto un universo di uomini e di donne, di gente della sua Marittima, di Castro, della sua terra natia rosso sangue di zolle marroni. La scrittura, si sa, può diventare uno strumento pacifico e non violento per interrogare a fondo il proprio sé e per gettare un ponte conoscitivo e creativo con l’altro da sé. È una medicina benedetta che terapeuticamente ci fa affrontare il tempo gaio e quello triste, il pianto e la gioia, il sole e la tempesta, la caduta repentina, la salita vertiginosa. Rocco narra le storie, descrive di sé, ma soprattutto degli altri. Lui, da anni, conferma la sua dote precipua di narrastorie, legato alla memoria che è carne viva. La sua è narrazione del ricordo, sovente tratteggiata con vivida nostalgia: sa scavare a fondo nei vissuti bambini e giovanili. La sua è narrazione del paesaggio, perché le località cristalline, di adamantina purezza, di Marittima, di Castro, di Acquaviva, campeggiano spesso, con storie umanissime e pulsanti di passione. Racconto di luoghi, perché nelle pagine di “Luca e il bancario” i campi d’ulivo, i boschi di virente colore, compaiono con veste anche lirica. Descrizioni davvero dettagliate e felici del paesaggio e, soprattutto, della gente d’intorno. I protagonisti veri sono contadini, allevatori, lavoratori, calzolai, ciabattini, insomma quel popolo multiforme e silenzioso, che solitamente ha fatto e fa la Storia. La gente che la vulgata comune dipinge come marginale, ma che per Rocco ha una centralità assoluta. “Luca e il bancario” è, altresì, un diario di viaggio, che percorre gli spostamenti dell’Autore bancario per varie città d’Italia. Ho potuto notare, fra le altre cose, la sincera devozione di Rocco, che è sia laica, che religiosa e spirituale. In lui vibra potente l’amore per l’umanità, per la gente umile. Lui sa anche celebrare doverosamente festività come l’Assunzione, sa dare la sua carezza a figure come Sant’Antonio da Padova, alla Madonna, a San Francesco, anima folle stremata d’amore. Quella di Rocco è narrativa degli affetti: Il padre è una figura sempre viva di fulgente luce. L’universo immaginifico e reale del nostro Autore si vivacizza di tanti protagonisti del popolo: il novantenne Orlando intento con il suo coltellino a raccogliere bacche e fichidindia, Vicenzu ‘u cuzzune e il suo asinello dalla lenta andatura. Il contadino compare Vitale. Ed ancora Consiglio, nachiro (capo ciurma nei frantoi oleari in autunno), Teodoro avvezzo a far bagni a pelo d’acqua.  Come non ricordare il cugino Luca sempre pronto alla battuta e al sorriso. Ed ancora l’anziano contadino Luca. La vita è un continuum, si susseguono le varie fasi in un collante di relazioni. È quello che succede anche al nostro Autore che, pur peregrinando per l’Italia, deliberatamente non recide mai i propri legami, rinnovellando sempre di nuova linfa vitale le sue radici. La sua villetta fiorita alla “Pasturizza”, è una sorta di buon ritiro, un posto d’elezione, uno specchio d’anima. L’Acquaviva (insenatura prossima a Castro Marina) è un porto di bellezza adamantina. Marittima brilla in tutto il suo lucore, di aurore frementi d’amore, di sole assetato di visioni, di crepuscoli screziati e aranciati, di notte fruscio di stelle silenziose e assorte. In “Luca e il bancario”, Rocco con dolcezza e con delicatezza ci conduce attraverso questi Frammenti di vita salentina. In essi traspare un amore sviscerato per la sua terra, utero di mare, madre accogliente, culla d’eterno. C’è davvero un filo conduttore che anima “Luca e il bancario” e tutti gli scritti di Rocco Boccadamo: è la soavità amaranto dell’amicizia, che ci lega e ci cattura al lume d’un’idea. Infine, vorrei dire che nelle opere di Rocco c’è un anelito francescano, una manifesta esortazione a vivere una esistenza di piccoli passi quotidiani e ordinari. E la sua cifra poetica più sentita risiede proprio nella tendenza di voler tratteggiare con occhio giustamente benevolo quella umanità silenziosa e umile, che fa la Storia.

 

“Luca e il bancario” di Rocco Boccadamo, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016

Da Marittima: zolle di storie e di ricordi, nel solco della tradizione

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di Rocco Boccadamo

Nella piccola località che mi ha dato i natali, non sono, invero, molte le ricorrenze che riescono a preservarsi di là dal tempo, senza sostanziali scalfitture, e cui, insomma, di generazione  in generazione, si continua immancabilmente ad annettere un substrato di valore e d’importanza, soprattutto sul piano ideale e morale, cercando, altresì, a ogni singola cadenza, di inquadrarle in una cornice di adeguata visibilità e solennità.

Al primo posto, fra esse, si colloca la festa del Patrono, S. Vitale martire, che si svolge annualmente, per secolare tradizione, il 28 aprile.

E ciò, giacché non v’è marittimese che, a prescindere dalla cifra della sua personale fede religiosa e relativa concreta pratica, non si senta legato al Protettore, milanese d’origine, milite cavaliere nelle schiere dell’imperatore romano Nerone, a un certo punto della sua vita convertitosi al cristianesimo e, quindi, per quest’ultima scelta da lui considerata irrinunciabile, costretto ad affrontare e subire il martirio.

Vitale ebbe per sposa Valeria, che lo rese padre di due figli, Gervasio e Protasio: e, però, qui mette conto di rimarcare non tanto la composizione del focolare domestico del Santo, quanto la circostanza particolare che tutte e tre le persone care al capo famiglia fecero la sua medesima, gloriosa fine.

Sullo specifico tema, mi piace rammentare un episodio, diciamo così, moderno, marginale ma in certo qual modo indicativo, capitatomi, anzi, in fondo, da me promosso, un paio d’anni fa, in occasione di una breve puntata nel capoluogo lombardo per rivedere i figli e i nipotini ivi residenti.

Era di pomeriggio e a un certo punto, dopo un giro insieme nel vicino Museo della Scienza e della Tecnica, mi trovavo con Andrea in zona S. Ambrogio e, lì, il piccolo, teneva a indicarmi l’Istituto presso il quale sarebbe andato a frequentare le Scuole elementari.

Sennonché, parallelamente, a me, ebbe ad accendersi una lucina nella mente, dopo di che afferrai per mano Andrea, chiedendogli di starmi sul passo sino all’interno della contermine, omonima Basilica e, precisamente, sin dopo l’altare.

Il nipotino mi veniva dietro in silenzio, dando però a vedere di essere un po’ stupito di tale itinerario.

Arrivati a destinazione, indirizzai il suo sguardo e la sua attenzione su due figure di scheletri, rivestiti di paramenti sacri, che giacevano in un’urna di vetro illuminata e in bella vista sotto l’altare, sussurrandogli che quei resti appartenevano ai Santi fratelli Gervasio e Protasio, figli di S. Vitale, protettore di Marittima, paesello dei nonni paterni e luogo di una parte delle sue vacanze estive al mare.

Andrea strabuzzò gli occhi, incantato, e proferì un sostenuto: ”Ma, come, nonno…! Che mi stai dicendo? Si tratta proprio dei resti veri di due Santi?”.

Naturalmente, fu intensa la scena del racconto del piccolo ai genitori, alla nonna e, il giorno seguente, ai cuginetti.

In  seno a passate narrazioni e rievocazioni, mi è già occorso di intrattenermi intorno alle celebrazioni in onore di S. Vitale e, fra l’altro, di porre in risalto che, dal punto di vista stagionale e specialmente del clima, l’evento, per consuetudine radicata, segnava, nel sentir comune dei marittimesi, una sorta di spartiacque fra l’inverno compreso il marzo capriccioso da un lato e la bella stagione dall’altro.

A suffragio di ciò, il 28 aprile coincideva anche, nella maggior parte delle mura domestiche del paesello, con l’introduzione del riposino pomeridiano, evento, per la verità, affatto gradito da noi ragazzi.

Che l’estate fosse non lontana, era confermato da un’ulteriore, puntuale circostanza.

Il Comitato festa ingaggiava, ogni anno, due Complessi Bandistici, che diffondevano le loro sinfonie, sia seguendo la processione lungo le vie del paese con il simulacro del Patrono, sia esibendosi schierati sull’apposita “cassa armonica”, autentica selva di luminarie, allestita nella piazza.

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Orbene gruppi di “bandisti”, specialmente se provenienti dall’entroterra e da località montane e, perciò, normalmente più fredde, subito dopo mezzogiorno e in attesa di riprendere le loro prestazioni, si recavano a piedi da Marittima all’insenatura “Acquaviva”, transitando giusto davanti all’abitazione dei miei genitori, per fare o prendere il primo bagno.

Così andavano, di solito, le cose sul piano meteorologico; nondimeno, ogni tanto, accadeva qualche eccezione.

Guarda caso, in questo periodo del 2017, alla vigilia o quasi di S. Vitale, in queste plaghe salentine, il clima è, se non precisamente freddo, fresco assai, il mattino e la sera le temperature segnano 7-8 gradi. Di conseguenza, ci si meraviglia, dimostrando tuttavia di aver memoria corta.

Mi spiego. Correva il 1961, io avevo appena compiuto vent’anni, dall’estate precedente ero fidanzato con A. e da pochi mesi avevo preso a lavorare a Taranto, dove anche A. risiedeva con la sua famiglia.

Per quella festa di S. Vitale, così come ci fu il mio ritorno a Marittima, i miei genitori invitarono e si proposero di ospitare anche A.

Successe, purtroppo, che, la sera del 28, nonostante il calore emanato dalle sfarzose luminarie, in giro, sulla strada centrale del paese, percorso d’elezione delle passeggiate, su e giù, dei ragazzi e delle ragazze, ma anche degli adulti, e, parimenti, nella piazza dove campeggiava la cassa armonica su cui si esibivano a turno le bande musicali, spirava un’arietta se non proprio fredda, fresca e non da poco.

Rammento che A., la quale, qualche tempo prima, aveva avuto problemi di salute, per prudenza indossava un cappottino sopra il vestito e, tuttavia, sia lei, sia mia madre, all’epoca quarantaquattrenne, sua compagna di passeggiata nell’ambito della festa, a un certo momento avvertirono il bisogno di non trattenersi oltre all’aperto e pensarono di chiedere ospitalità alla famiglia di E. F. che abitava esattamente in piazza, tra la cassa armonica e la Chiesa Madre.

I padroni di quella casa si dimostrarono lietissimi di accogliere le due donne, tra loro e la mia famiglia, a parte i legami di compaesani, esistevano anche quelli di compari e comari, poiché un figlio di E.F, A. detto U., era stato, nel 1948 o 1949, mio padrino di Cresima.

E qui, pure su tale punto ho già avuto modo di riferire, quando si diventa compari, si rimane tali per sempre.

Non venga da sorridere, il mio padrino (o nunnu) U.F. regalò a me  figlioccio (o sciuscettu) una banconota da 500 lire italiane, accompagnando la consegna del dono con la frase: “Ecco, con questi soldi, potrai comprarti un paio di pantaloncini”.

Per chiudere la parentesi, devo ricordare che, tra padrino e figlioccio, a contare non è davvero l’entità del regalo intercorso, bensì l’intensità del sentimento che viene a instaurarsi fra le due figure.

Per dire, compare U., una quarantina d’anni dopo, già sposato e padre di due figlie arrivate alla maggiore età, in un’occasione, incontrandomi insieme con la primogenita, oltre che salutarmi e farmi salutare dalla figlia, ebbe a raccomandare a quest’ultima: “Senti, quando, un giorno, io non ci sarò più, ricordati che, per qualsiasi cosa, potrai fare affidamento su questa persona, ti rivolgerai a lui”.

Anche ora, U. se n’è andato da un bel pezzo, la sua figliola in discorso mi dà sempre segno di considerazione, rispetto e amicizia, un particolare, a mio avviso, bello e positivo.

Il capo famiglia E.F., esile e di statura medio bassa, si distingueva, pure in vecchiaia, per il suo incedere di buona lena, dava quasi l’impressione di muovere lesti i propri passi, magari a piedi scalzi, con piacere; io, sin da piccolo, me lo godevo quando transitava davanti a casa mia per portarsi dal paese a un suo fondo agricolo situato luogo la litoranea fra l’Acquaviva e la Marina dell’Aia.

Ritornando ad A. e alla mia, allora giovane, mamma, stettero bene insieme, per qualche ora, all’interno dell’abitazione di E.F., avendo agio, dal 1° piano, di osservare i compaesani numerosi nella piazza sottostante per la festa, come pure di ascoltare le arie eseguite dalle Bande musicali che si alternavano sulla cassa armonica.

Dal punto di vista dello svolgimento materiale, adesso, ovviamente, la festa di S. Vitale è profondamente cambiata, in linea, del resto, con i radicali mutamenti verificatisi, nei decenni, su scala generale.

Nondimeno, la ricorrenza mantiene il suo tradizionale valore e significato e seguita a essere sentita anche nell’animo dei marittimesi del terzo millennio.

 

Dal Salento: fra i ricordi e il presente, i segni di uno speciale dopo “Coena”

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di Rocco Boccadamo

Secondo il calendario liturgico della Chiesa Cattolica, fra i riti della settimana che precede la Pasqua, come pure nel radicato sentire dei credenti e/o praticanti, spicca e si rinnova puntualmente la rievocazione del “Giovedì Santo”.

Le relative cerimonie religiose, com’è noto, culminano con la celebrazione della Messa denominata “in coena Domini” e, in particolare, con la Lavanda, per opera dell’officiante (dal Sommo Pontefice, sino al più umile parroco di montagna), dei piedi di dodici persone, di qualsiasi età o sesso o censo, che vogliono simboleggiare le figure dei Discepoli, riuniti a tavola accanto al Maestro, per l’ultimo pasto insieme prima del suo sacrificio sul Calvario.

Dopo di che, la pisside, contenente i segni sacramentali del corpo di Cristo, rimane esposta sino al giorno successivo, per l’adorazione da parte dei fedeli.

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A proposito del precipuo rito di detta ostensione, una volta si parlava di “sepolcro”, mentre, adesso, vige la definizione, semplicemente, di luogo di presentazione solenne del simbolo di Cristo, sempre vivente.

Con l’ormai cospicuo passare delle stagioni, nella mente del ragazzo di ieri, è venuta ad allestirsi una vera e propria galleria, vie più ricca, d’immagini del “sepolcro” o “luogo”, come meglio piaccia appellarlo, incominciando dai tempi dell’infanzia e dell’incipiente giovinezza nel paesello natio e giungendo all’attuale dimora nella Capitale del barocco.

E, così, per citare sul tema, dopo Marittima, a seguire in scansione temporale, Taranto, Messina, Squinzano, Napoli, Imperia, Catania, Monza, Roma, Milano e Lecce.

Eccettuato il riferimento alla località d’origine, dove era, ed è, aperta in via permanente al culto solo la Chiesa matrice, in tutte le altre città, in concomitanza con la sera del Giovedì Santo, è venuto a presentarsi il costume della visita a più chiese, in numero sempre dispari, e, di riflesso, l’occasione di scoprire e ammirare una considerevole serie di siti o luoghi o angoli del genere in discorso.

Da quelli assolutamente semplici per fattura, esponenti soprattutto vasi con tenere piante di lino o di grano, a quelli sontuosi ed eleganti, insomma di realizzazione in certo qual modo artistica.

Avevo addosso venti primavere, quando a Taranto, ho intrapreso i miei giri per le visite ai “sepolcri” e, però, seguito a compierli anche adesso, che mi trovo a quota settantasei, con le gambe e le ginocchia ovviamente un tantino arrugginite, ma, tuttavia, sembra, idonee a permettermi ancora la scarpinata, ispirata a devozione, di alcuni chilometri.

Anche ieri, dopo aver assistito ai riti nella Parrocchia del quartiere dove abito, mi sono messo in cammino, per circa un’ora e mezza, nella sera incalzante.

Di buona lena, ho raggiunto altri quattro luoghi sacri della città, che mi astengo dal citare nominativamente, giacché, nella circostanza, rappresentano grani, identici, del medesimo rosario di fede personale.

A ogni tappa, come dicevo all’inizio, l’approccio con un’immagine, anzi cornice, differente dal punto di vista dell’estetica e dei segni o simboli.

Nella prima sosta, mi si è parata innanzi agli occhi la scena di una piccola barca di legno, in parte ricoperta da mucchi di reti da pesca e recante in bella mostra, adagiati fra poppa e prua, una coppia di remi.

Una semplice idea di mare, insomma, un habitat a me specialmente familiare e caro, in cui ho pensato di individuare tre altrettanto semplici significati.

L’imbarcazione, alla stregua di simbolo, oggi purtroppo dall’impatto sovente tragico, e comunque anello di fratellanza, con il mondo che fra le onde lavora e, inoltre, s’avventura in viaggi, affrontandone i rischi e i pericoli, alla ricerca di una vita migliore.

Le reti, segno di speranza in risultati e traguardi positivi, i remi, infine, come arnesi e presupposti di buona volontà e d’impegno.

Nel secondo luogo, accanto al semplice tabernacolo, ho scorto alcune pagnotte, una serie di rametti d’ulivo e una giara con la scritta “offerte per i poveri”: non v’è dubbio, formule, pure queste, tutte di estrema concretezza ed essenzialità, anche alla luce delle caratteristiche tradizionali e naturali di questa terra, messaggi veramente espressivi e indicativi.

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Nella successiva chiesa, ho riscontrato la presenza di alcune focacce di grano, bianche, al naturale.

Nell’ultimo luogo visitato, invece, mi ha colpito un semicerchio di lanterne accese e, però, dalle fiammelle tenui, forse a voler suggerire sobrietà e umiltà, sentimenti che, anche in seno alle comunità avanzate e in parallelo alle più moderne tecnologie, v’è da pensare che non guastino.

Di fronte alle lanterne, la raffigurazione di un pozzo con abbinato flusso d’acqua incessante.

Nel percorrere il tratto di strada per il rientro a casa, quasi senza avvedermi del traffico circostante e della presenza, in pizzerie o ristoranti o pub, di persone intente a mangiare la cena o uno spuntino similmente a un giorno qualunque, ho rivisitato la sequenza del mio cammino, sentendomi, dentro, pieno e appagato, per aver vissuto, a modo mio e come sempre, l’esperienza dei riti conclusivi del Giovedì Santo, con lo speciale dopo “Coena” per finale.

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Su quella bici di Rocco…

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SU QUELLA BICI DI ROCCO BOCCADAMO E …DI COME ABBIAMO PEDALATO QUANDO POI FINALMENTE È ARRIVATA

di Vanni Greco

Mi domando spesso se le attese deluse (come per “la bici desiderata e non avuta” di Rocco Boccadamo) (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/08/92481/) di noi ragazzi e adolescenti di qualche tempo fa, che hanno dovuto fare i conti con padri poco disposti ad assecondare richieste di beni non strettamente necessari, e madri impegnate a rimodulare con affetto e con successo la frustrazione del figlio e l’intransigenza del marito, siano state utili allo sviluppo della personalità e della capacità di coltivare speranze e progetti per la vita adulta che avessero più probabilità di essere realizzati. Se la necessità di dover spesso rinunciare e quasi sempre accettare il rinvio del bene giudicato superfluo, abbia favorito una distanza dalle pulsioni dell’istinto e maggiore equilibrio e stabilità nei confronti dell’alternarsi di vittorie e sconfitte che, senza eccezioni, segnano la vita di ogni essere umano.
O se, invece, la limitata soddisfazione di tutti i bisogni che esprimeva quell’età abbia rappresentato un limite allo sviluppo della capacità di sognare e di realizzare, con la spinta creativa che li accompagnava, un progetto di vita radicalmente migliore per sé e per gli altri.
Oppure ancora, se quelle rinunce abbiano garantito un accumulo tale di energia che, una volta approdati all’autonomia personale e professionale, si sarebbe liberata in capacità di cambiamento della propria parte di mondo e con esiti decisamente positivi ed oggettivamente apprezzabili.

A distanza di alcuni decenni, il tentativo di fare un bilancio della propria vita credo non aiuti molto nella ricerca di risposte a queste domande, perché non è mai agevole prender le misure reali di ciò che è stato, dei successi e delle sconfitte e ricondurli a meriti ed errori propri, dei propri genitori o di chi ha avuto un ruolo importante nella nostra vita. E senza nemmeno scomodare il “caso”, benigno o meno, che pure entra in misura determinante negli eventi umani.
Si tratta di domande che mi sembra mantengano tutta la propria legittimità anche di questi tempi che pare abbiano abbandonato del tutto il modello nel quale molti della mia generazione e delle precedenti sono cresciuti, e dal quale ne hanno preso talmente le distanze da risultare, forse, agli antipodi. L’impressione, infatti, è che oggi il genitore debba e voglia assecondare qualunque richiesta dei figli. Mi domando se ciò accada per reazione alla propria esperienza adolescenziale, se per saggia consapevolezza sugli effetti dell’uno o dell’altro modello oppure ancora se dipenda dal bisogno degli odierni genitori di evitare qualunque ostacolo alla continua ricerca della propria felicità individuale; una ricerca che l’attenzione e l’impegno verso i figli rischia di compromettere e che risulti, quindi, più facile facendosi sostituire da beni materiali in abbondanza che possano opportunamente distrarre e tenere occupati i figli.
Un ribaltamento, ammesso che corrisponda alla realtà, che rischia di indurre quelli come noi, che pure portano ancora qualche cicatrice del passato, a riversare giudizi talvolta pesanti sulle nuove generazioni di genitori e figli; e che, nel migliore dei casi, alimenta l’inquietudine per il loro futuro che appare senza sbocchi e senza speranza.
Giudizi e paure che ritornano, di generazione in generazione. E, ogni volta, l’ultima generazione di giudici ed osservatori sembra convincersi o teme d’essere la penultima nel computo totale.
È, dunque, davvero a rischio, ogni volta per colpa delle nuove generazioni, il regolare processo di sviluppo e di benessere che continua da alcuni millenni o, secondo altre letture, la storia delle nostre tutto sommato giovani democrazie?

Comincio a dubitare che i giudici più severi in realtà siano gli stessi che, nel pieno delle loro forze, sopravvalutavano o nemmeno s’interrogavano sul valore del proprio contributo al miglioramento del mondo, preferendo puntare il dito sui loro contemporanei, responsabili di tutti i mali.
Mentre, gli osservatori realmente più angosciati forse confondono il destino dell’intero mondo con la crescente, ma non ancora ben riconosciuta paura di chi si avvicina alla propria uscita individuale dal mondo; proiettando così sulle nuove generazioni un destino che è solo personale.

E se, invece, finché c’è ancora tempo, provassimo a fare e, soprattutto, a fare meglio di quanto non abbiamo fatto finora?

O, in alternativa, lasciare responsabilmente il campo a chi, magari sorprendendoci, potrebbe fare meglio, anche molto meglio di noi.

Da Maglie, ricordo di una bici tanto desiderata

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Da Maglie, ricordo di una bici, tanto desiderata e, però, non avuta

 di Rocco Boccadamo

Stamani, per il disbrigo di una pratica, mi trovavo a Maglie, la signorile cittadina del medio Salento che, fra l’altro, come è noto, ha dato i natali al compianto statista Aldo Moro.

Nel percorrere lentamente in auto una vecchia stradina del centro storico, dalle case basse sovente abbellite da ameni cortili, sono stato d’un tratto colpito da un’insegna di carattere commerciale in grande stampatello, recitante “RESTI”. In corrispondenza, invero, si stagliavano un paio di grigie saracinesche abbassate e, quindi, mute.

Tuttavia, quelle cinque lettere del cartello, in un baleno, andavano prodigiosamente a scatenare nella mia mente un piccolo indicativo ricordo, lontano e, insieme, vivo e guizzante, incentrato su un preciso e determinato episodio risalente, si pensi un po’, alla metà dello scorso secolo.

Correva l’anno 1953, io ero in prima media e, senza volermi esaltare, sul piano del profitto scolastico me la cavavo bene.

Nel paesello natio di Marittima, frequentavo, allora era normale, un’ampia cerchia di amici, coetanei o quasi, e, fra essi, ve n’era uno, D.A., più grandicello rispetto a me, che ammiravo e, anzi, invidiavo per una particolare ragione.

Mosca bianca nel gruppo, egli possedeva una bicicletta, non proprio da adulti, ma nemmeno mini, vale a dire del genere usato da qualche raro bimbetto; insomma, il suo, era un velocipede di dimensioni mediane (a cominciare dalla circonferenza delle ruote), ma, nello stesso tempo,  in tutto attrezzato e completo come se si trattasse di un’autentica bicicletta, sicché gli consentiva di scorrazzare di gran corsa per le vie della località e, talora, anche, di convincere le ragazzine a sedersi sulla canna.

Per rendere più efficacemente l’idea, mi viene di tirar fuori l’immagine di un letto: come c’è quello a due piazze o matrimoniale, c’è quello a una piazza o lettino ed esiste pure il modello a una piazza e mezzo. Ecco, la bici di D. si potrebbe accostare al concetto dimensionale di “una piazza e mezzo”.

Da parte mia, saltuariamente, convincevo il fortunato amico a cedermela per un giretto, beninteso solo per pochi minuti, e, in quei momenti, andavo letteralmente in sollucchero.

Di riflesso, non perdevo occasione per mettere in croce i miei genitori, affinché comprassero un mezzo a due ruote, magari usato, per me o, quanto meno, da adoperare alternativamente con i miei fratelli.

Loro replicavano che ciò non era fattibile, le misurate risorse finanziarie famigliari non potevano essere destinate a un acquisto della specie e, poi, osservavano che ero ancora piccolo. In fondo, loro cercavano di prendere tempo, io, nondimeno, li martellavo senza sosta.

Concentrato su tale obiettivo, rammentando che, in occasione dell’andata a Maglie per gli esami d’ammissione avevo scorto un grande negozio di vendita, guarda caso, di biciclette, non mi feci scappare lo spunto di una missione, nella cittadina, di mia madre, mio padre, la nonna materna Lucia, lo zio Toto e la sua promessa sposa Maria, per l’acquisto di vestiti, scarpe e altri accessori, in vista, esattamente, del matrimonio dei predetti zii Toto e Maria.

Aggregatomi, dovetti inizialmente sorbirmi i passaggi dai Magazzini Candido e dai vari negozi Puzzovio, Santese e De Giorgi; dopo, invece, convinsi il gruppo ad accompagnarmi in quella stradina citata in apertura, dove era ubicato l’esercizio di vendita di biciclette.

Lì, mi soffermai a girare a lungo, divorando con gli occhi i bellissimi modelli esposti, ma… i prezzi erano letteralmente inabbordabili.

Purtroppo, l’azienda non trattava bici usate e, alla fine, quindi, restai a bocca asciutta.

Mi toccò, di conseguenza, attendere l’estate dell’anno successivo per veder soddisfatto il mio sogno: in casa, arrivò una seconda bicicletta usata per noi ragazzi, intanto che quella preesistente serviva a mio padre per andare e tonare dall’ufficio.

La prima escursione che compii gongolante ebbe come meta la Marina di Andrano, dove s’inaugurava l’impianto elettrico, al posto delle vecchie lampade a acetilene, nella chiesetta dedicata alla Madonna.

Un amico magliese, mi ha appena riferito che la ditta Resti, che di generazione in generazione andava vendendo biciclette, ha chiuso da circa un decennio; della sua realtà, sopravvive, però, quell’insegna in grande stampatello che ha ispirato, al ragazzo di ieri, la rievocazione della presente, semplice e minuscola antica storia.

Vitale Boccadamo da Marittima, medaglia d’argento al valor militare

Onore al merito di un grande eroe marittimese

Vitale Boccadamo, M.A.V.M.

di Rocco Boccadamo

Devo ammettere che pure a uno come me che conosce a fondo, almeno così ritiene, la propria plaga natia, nel senso specifico delle fondamenta, degli scenari tipici e strutturali, dei limiti, confini e dettagli delle proprie origini, può, talvolta, accadere di non avvedersi, anche per lungo tempo, di un determinato particolare, vie più se il medesimo coincide con un aggiornamento risalente a epoca, diciamo così, non antica.

La suddetta confessione/considerazione non viene a sgorgare e cadere casualmente e/o per mero sfogo concettuale. Giacché il mio proposito, in veste di narratore, di stendere le presenti righe trae spunto, esattamente, da un minuscolo particolare colto qualche mese fa, un segnale d’indicazione toponomastica, fra i tanti che si affacciano all’imbocco delle strade e viuzze della località di Marittima in cui sono nato, ho vissuto stabilmente sino a diciannove stagioni e abito tuttora per sei mesi l’anno.

Alla periferia a sud est del paese, un’arteria invero contrassegnata da scarsissimo traffico, in proseguimento della preesistente Via S. Bernardo e, quindi, sfiorando la zona agricola comunemente conosciuta come “Pustizze”, nella parte inferiore sino a congiungersi con Via Maria SS. Di Costantinopoli, quasi al suo incrocio con la certamente più nota e ancor più storica e trafficata Via Acquaviva (ora, peraltro, ufficialmente e precisamente denominata Via Agostino Nuzzo), reca l’intitolazione “Boccadamo Vitale – M.A.V.M.”.

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Nel notare il relativo cartello segnaletico, di primo acchito, nonostante che la popolazione marittimese si collochi sotto le duemila anime, non sono riuscito a identificare il personaggio.

Né maggior lume, a tal fine, ho potuto trarre consultando la deliberazione della Giunta comunale, che risale al 2011, relativa alla dedicazione della via e contenente una serie di dettagli sulla figura, compresa la motivazione all’origine e presupposto della scelta.

Poi, però, memore degli intensi legami di conoscenza, consuetudine e vicinanza che, sin dall’infanzia, mi sono sentito vocato, con naturalezza e piacere, a intrecciare e tenere con la generalità dei nuclei famigliari del paese, a un certo punto, non ho potuto fare a meno di andare a fondo e cercare di determinare, con precisione e chiarezza, di chi si trattasse. In altri termini, chi fosse, a quale focolare dovesse riferirsi, quel piccolo, anzi grande, eroe marittimese (una medaglia d’argento al valor militare non è un’onorificenza qualunque, non è per tutti, né, tanto meno, si può registrare in ogni paese), di cui mai avevo sentito parlare in precedenza e che, quindi, doveva essere rimasto, purtroppo, a lungo negletto nella memoria, nel ricordo e nell’ammirazione dei compaesani e delle stesse autorità locali.

Pongo quest’ultimo accento, atteso che, avanti di compiere le mie personali ricerche approfondite con finalità identificative, sono venuto a sapere che l’iniziativa dell’intitolazione di quella strada a Vitale Boccadamo, non era stata coltivata, sviluppata e conclusa localmente, avendo, bensì, preso abbrivo a seguito della segnalazione, da parte di un parlamentare della zona agli amministratori comunali, circa l’esistenza di un nativo di Diso/Marittima, Vitale Boccadamo, decorato di M.A.V.M., e ciò per essere caduto eroicamente durante la prima guerra mondiale.

Tale informativa, a quanto riferitomi, lì per lì, richiese che anche il Sindaco pro tempore e i suoi collaboratori ponessero mente locale e operassero diversi riscontri per dare un volto e un’appartenenza precisa all’illustre personaggio.

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Dire che, in una delle mie prime narrazioni intorno al paesello di Marittima, pressappoco quindici anni addietro, fra l’altro così annotavo:

Regnava una totale e assoluta familiarità, si conosceva tutto di tutti, i vecchi avevano presenti i nomi finanche dei neonati e, analogamente, anche i bambini conoscevano quelli degli anziani.

Indimenticabili i semplici giochi delle serate estive nelle viuzze dei vari rioni, sotto una casuale lampadina dell’illuminazione pubblica, se e quando esistente, altrimenti al buio rischiarato solo dal luccichio delle stelle e dalla luna: si partecipava in numerosi, serenamente e gioiosamente, a prescindere dall’età.

Quotidianamente, anche col tempo inclemente, i giovani, gli adulti e gli anziani, di sera, erano soliti “uscire in piazza”, con lo scopo prevalente, se non esclusivo, di incontrarsi, far crocicchi, parlarsi e, così, tener sempre aggiornate le reciproche conoscenze.

Magari, ci stava anche qualche passata dalla bottega di mescita del vino, ma, ripeto, essenzialmente si discorreva, del più e del meno, come nell’agorà delle civiltà antiche.

Le ricorrenze delle feste, almeno delle principali, rinfocolavano vieppiù gli stimoli ai contatti, alla socializzazione, alle passeggiate, in coppie o in gruppi. In quelle circostanze, si registrava anche il fenomeno dei numerosi compaesani – residenti altrove – che mai mancavano all’appuntamento di un rientro, seppure breve; si materializzavano, in tal modo, più ampi e festosi spunti per incontrarsi.

Quando qualcuno versava in cattive condizioni di salute, non passava giorno senza che i compaesani, a frotte, di solito al rientro dalle fatiche nei campi, passassero a rendergli visita, per informarsi sul decorso della malattia, per condividerne le sofferenze mediante due parole o un sorriso.

Nei ragazzi e negli adolescenti era radicata l’abitudine, la domenica, di assistere alla “prima” messa al Convento; si saltava giù dal letto verso le cinque e mezzo, in certe stagioni ancora notte, si compiva il tragitto a piedi sotto l’incanto di cieli tersi e stellati. La funzione, per le otto, era già terminata e, così, si aveva a disposizione l’intera mattinata, per giochi e divertimenti nel boschetto sulla via dell’Arenosa.

D’estate, i giovani, se non c’era altro da fare, si attardavano in piazza o nelle strade principali del paese per tutta la notte, sino alle prime ore del mattino, discorrendo e scherzando, ma senza schiamazzi per non arrecare disturbo agli altri, in un clima di autentica amicizia e di schietto cameratismo.

Succedeva, non di rado, che la loro permanenza così prolungata s’incrociasse con le prime sortite da casa degli adulti, i quali, ancora buio, si avviavano verso i campi. Ed era molto bello scambiarsi, insieme, quel buongiorno avente un sapore assolutamente speciale.

Saltuariamente, di solito nella tarda serata del sabato, si spostavano in gruppi verso le marine per pescare i granchi, qualche scorfano o, magari, i polpi, sorprendendoli sugli scogli bassi e nelle buche a ridosso del bagnasciuga erboso sotto il fascio di luce di rudimentali lampade ad acetilene. In qualche punto, i gruppi s’incontravano e facevano il confronto dei rispettivi bottini che, intanto, strusciavano scivolando lungo le pareti interne delle caratteristiche anfore di rame o zinco (capase).

Gli usci delle case restavano in genere aperti, il rispetto della proprietà altrui era sacro, le notizie di qualche furterello costituivano un evento davvero eccezionale.

 

E poi, l’ultimo ma in certo qual modo pertinente, mio richiamo narrativo, contenuto nel racconto “Congedo dalla bella estate salentina: sui passi di Luca”, pubblicato in seno al volume “Luca e il bancario” – Edizioni Spagine Fondo Verri, dicembre 2016:

Luca, mio gemello di cognome perché primo cugino del mio nonno paterno Cosimo (al pari di Donato ‘u culiniuru, Costantino e Toto ‘u pulinu e di un certo Caianu), era un uomo dotato di grande giovialità, il classico amicone, anche se gravato, come, del resto, tutti, dal peso del lavoro sulla terra rossa e, in più, condizionato pure da un grave difetto o imperfezione nel camminare, non so se dipendente da un motivo congenito o dai postumi di qualche infortunio o caduta non curati adeguatamente.

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Dopo la parte introduttiva e di ambiente, adesso avverto dentro, prevalente, il bisogno che queste righe siano indirizzate e rivolte eminentemente a rendere onore e omaggio all’unico vero protagonista del “racconto”, all’eroe, a Vitale Boccadamo, nipote, figlio del figlio Salvatore, del Donato ‘u culiniuru, citato quale cugino carnale del mio nonno paterno Cosimo e, dunque, anche mio lontano parente.

Di famiglia contadina, analogamente e ovviamente come quella da cui provengo io stesso, Vitale nacque a Marittima il 9 luglio 1894 e lì visse da bambino, adolescente e giovane, sino a quando fu chiamato alle armi.

Mi torna facile vederlo in quelle lontane stagioni della sua esistenza, paesano fra paesani, presto avviato ad aiutare i genitori nei lavori in campagna, magari sospingendo al pascolo una pecora o una capretta.

Ho motivo di credere che gli fossero familiari determinate zone del comprensorio natio, in special modo la strada che conduceva e anche adesso porta verso l’insenatura Acquaviva, inframmezzata, a un tratto, dal cosiddetto canalone nella zona delle “Oscule” dove i progenitori di Vitale possedevano o conducevano qualche fazzoletto di terra.

Sullo sfondo la modesta ma caratteristica collina delle “Acquareddre” (piccole acque), verso la quale si affaccia l’imbocco della via da poco intitolata.

Non richiede speciale ardire configurare, quindi, che adesso, a distanza di oltre un secolo dai tempi dei suoi percorsi terreni sul frammento di territori in questione, Vitale continua idealmente a percepire gli stessi odori, la luce, i richiami, il frastuono, quando lieve e quando forte, delle onde del mare vicino, confidando i suoi pensieri, le sue attese, speranze e prospettive alla natura, al cielo azzurro, alla vegetazione e agli arbusti che, in buona parte, non hanno fortunatamente subito modifiche, con l’accompagnamento di cinguettii amici. Non senza rimirare, estasiato, la maestosità dei due carrubi giganti del contermine fondo agricolo “Mastefine”.

°   °   °

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Questi i connotati e le indicazioni personali di Vitale impressi sull’Estratto del suo Foglio matricolare concernente il servizio militare:

–         statura: m. 1,55;

–         torace: m. 0,81;

–         capelli: colore castani, forma lisci;

–         occhi: castani;

–         colorito: bruno;

–         dentatura: sana;

–         arte o professione: contadino;

–         sa leggere e scrivere: no.

Tratti somatici e altre caratteristiche e requisiti del tutto comuni, ove si rapportino all’epoca cui risalgono.

Vitale Boccadamo lasciò Marittima, chiamato alle armi, nel luglio 1916, con inquadramento nell’83° Reggimento Fanteria dell’Esercito e giunse, nel successivo ottobre, in territori dichiarati in istato di guerra. Dopo aver partecipato alla nona e alla decima Battaglia dell’Isonzo, rientrò al Corpo d’appartenenza nel dicembre 1917.

A distanza di pochi mesi (febbraio 1918), arrivò nuovamente in territori dichiarati in istato di guerra, con inquadramento nel 47° Reggimento Fanteria. Nel successivo giugno, prese parte attivamente alla Battaglia del Piave (o del solstizio) e nel corso dei correlati combattimenti, il 15 giugno 1918, morì a seguito di ferita da pallottola nemica, in località Zenson di Piave.

Il biennio dedicato al servizio della Patria ebbe a rivelarsi, per il giovane marittimese, un’eccellente scuola formativa, di crescita morale e umana, verosimilmente a completamento e rafforzamento dei sani e solidi principi di vita semplici e seri maturati e accumulati durante i precedenti periodi trascorsi in famiglia, tra i compaesani e gli impegni di lavoro nei campi.

Se è vero che, la “statura” d’insieme di Vitale ricevette una graduale ma decisa sublimazione e crescita, specialmente sotto le insegne, ritenute insostituibili, della dedizione alla Patria, dell’altruismo e dell’esempio positivo e attivo all’indirizzo dei compagni, o, per meglio dire, nel caso di un soldato, dei commilitoni.

Al culmine ed epilogo della sua azione, egli ebbe, difatti, a dimostrarsi una vera e propria pietra miliare per impegno, iniziativa e coraggio, e solo ciò spiega il tenore, parola per parola, della motivazione con cui, in seguito al suo estremo sacrificio in battaglia, fu ritenuto meritevole di un’altissima onorificenza, sotto forma di Medaglia d’argento al valor militare:

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Distintosi già in parecchie azioni di pattuglia, sempre pronto ad offrire la sua opera nelle più pericolose operazioni, fu di valido aiuto al suo comandante di compagnia, infervorando i compagni, e dando loro costante mirabile esempio d’ardimento e di alte virtù militari. Slanciatosi poi fra i primi all’assalto, irrompeva con impeto tra le file nemiche e, ferito a morte, incitava fino all’ultimo istante i compagni alla lotta.

Zenson di Piave, 15 giugno 1918

°   °   °

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A tuo ulteriore e speciale merito, caro Vitale, al narratore tuo compaesano, omonimo di cognome e lontano parente, viene di rimarcare che la medaglia assegnatati dall’allora governante Re d’Italia acquista notevole maggior valore in virtù delle tue doti di uomo semplice e di umile meridionale. L’autentica grandezza non si misura per mezzo di stereotipi o regole generiche, ma è tanto più evidente e indicativa quanto più promana dall’animo, dall’essenza genuina e dal disinteresse rispetto a obiettivi utilitaristici o di vuoto egoismo.

Dal tuo arrivo al mondo nella Piazza Re Umberto I della comune Marittima, sono passati oltre 120 anni e il prossimo calendario segnerà esattamente un secolo dal tuo sacrificio sul fronte del Piave.

Si tratta, indubbiamente, di notevoli spezzoni temporali (mi permetto di segnare, sul tema, che mia madre, classe 1917, ha compiuto, idealmente da lassù, un secolo proprio qualche giorno fa e che nel 2018, insieme con un importante anniversario dalla tua dipartita in battaglia, a Marittima, a Dio piacendo, ben quattro nostre compaesane – Valeria, Ntina. Bice e Maria – celebreranno il loro secolo di vita), tuttavia, alla presenza di figure del tuo spessore, a mio parere, non possono esserci né quantificazioni di calendari, né somme di stagioni, né indici numerati di età.

Cosicché, anche l’ascesa in alto, viene a mantenere una continuità esistenziale, nel caso tuo con il legame proprio del gruppo di concittadine, che fra un anno, con lo stesso “18”, segnale indicativo del tuo percorso finale, registreranno un egualmente indicativo traguardo di vita.

La via, nei paraggi delle Oscule, delle Acquareddre, del Canalone e dell’Acquaviva, al cui imbocco ora si staglia nitidamente il tuo nome, ti rende maggiormente presente nell’ambito della minuscola realtà paesana e, da ultimo, anch’io, attraverso queste note che ho fortemente e sinceramente voluto rivolgerti, mi auguro di concorrere a renderti più vicino e idealmente ancora e sempre vivo in mezzo a noi.

Terminando, mi piace inserire in calce, alla stregua di parte integrante della mia rievocazione, taluni atti, documenti e immagini che sono un tutt’uno con la tua persona e la tua vita, sino all’eroico compimento.

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Castro e la sua Protettrice

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di Rocco Boccadamo

Si contano, ormai, a milioni, in Italia, in Europa e addirittura Oltre Oceano, le persone che conoscono, hanno visitato e amano Castro, la minuscola ma fulgida e unica Perla del Salento.

D’altronde, la località rappresenta, davvero, un eccezionale concentrato di storia, monumenti, vestigia, bellezze naturali e tradizioni.

Riguardo all’ultimo aspetto anzi richiamato, è risaputo, anche, che la cittadina ha per protettrice la Madonna, precisamente Maria SS. Annunziata, cui è intitolata la chiesa parrocchiale, appellata, a buon titolo, ex cattedrale, a motivo che Castro, fra l’altro, è stata, sino al 1818, sede vescovile.

Un’intensa e viva devozione regna, da secoli, in seno alla popolazione, tant’è che, fra gli abitanti, sono diffusi i soggetti dal nome, chiaramente dedicato, di Annunziata, Nunziata, Nunziatina, Tina e Nunzio.

Ogni anno, in onore della Vergine patrona, nella seconda metà di aprile, si svolgono solenni festeggiamenti, sia di carattere civile, con luminarie e fuochi d’artificio, sia d’impronta prettamente religiosa.

Il cuore delle celebrazioni religiose è la processione, con la statua in cartapesta della Madonna portata lungo le strade del paese; vi partecipa l’intera comunità, evidentemente pervasa da spontaneo riguardo e devozione verso la Vergine tutelare.

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Uomini, donne, bambini, giovani, anziani, tutti in corteo rigorosamente con l’abito della festa e adornati sobriamente di ori e preziosi. E’ il caso di rimarcare “sobriamente”, giacché, nella fattispecie, non è questione di moda o ostentazione, bensì di un atto di mero omaggio e di devozione alla Madonna.

A proposito della protettrice Maria SS. Annunziata e dei connessi festeggiamenti, quest’anno mette conto di dare rilievo a un evento straordinario assai indicativo: il restauro del simulacro in cartapesta, affrontato, sotto il coordinamento del parroco pro tempore don Fabiano Leone, grazie al generoso sostegno di alcuni devoti e della popolazione castrense in generale.

L’intervento di ripristino della statua è stato appena ultimato e la Madonna – sabato 25 marzo, giorno della sua festa liturgica – farà ritorno, bella e splendente come e più di prima, nella sua Casa.

Stille di scrittura, intorno a cento anni di dolcezza

Stille di scrittura, intorno a cento anni di dolcezza: 20 marzo 1917 – 20 marzo 2017

di Rocco Boccadamo

Esattamente un almanacco fa, in concomitanza con una meno indicativa e strettamente personale ricorrenza, mi venne di cavare dalla penna le seguenti note, incipit di un testo intitolato “I quindici lustri di un narrastorie salentino” e opportunamente più articolato:

Duemila sedici meno mille novecento quarantuno, fanno settantacinque. A Marittima, Basso Salento, nel rione popolare dell’Ariacorte, erano circa le 3:00 del mattino di una lontana, lontanissima domenica intorno a metà marzo, quando, nella modesta abitazione a piano terra di proprietà dei coniugi Immacolata e Silvio, si accingeva a venire al mondo il loro secondogenito, ossia a dire, si andavano schiudendo alla vita gli occhi dell’autore delle presenti righe.

A quei tempi, è diffusamente noto, i bambini non nascevano in ospedale oppure in clinica come accade adesso, bensì nella casa dei genitori, sul letto grande, con la puerpera, sorretta, assistita e aiutata dalle mani abili della levatrice e dall’esperienza delle altre donne di famiglia già sposate e mamme.

Nel ruolo d’ostetrica condotta comunale si trovava Donna Elvira Vainò, originaria, se ben ricordo, della zona di Galatina, la quale abitava nella frazione capoluogo di Diso, insieme con il marito Don Consalvo e, ironia del fato, senza figli. Lei compieva il suo prezioso servizio, con copertura, anche, ovviamente, delle altre frazioni di Marittima e Castro, muovendosi in sella a una bicicletta da donna e portando con sé, appesa al manubrio, una capiente borsa, contenente quanto necessario all’atto degli interventi d’assistenza. Pur essendo, la protagonista del lieto evento che stava per maturare, una donna mite e soprattutto paziente, i suoi naturali e comprensibili lamenti durante il travaglio arrivavano a raggiungere l’udito dei vicini e di qualche compaesano che si trovava a transitare lì, all’angolo tra la breve via Nizza (così era denominata l’attuale via Piave) e la strada che, ancora oggi, si diparte in direzione di un vasto comprensorio agricolo, fino alla scogliera demaniale, per sfociare in corrispondenza dell’amenissima, anzi, in un certo qual modo magica, insenatura “Acquaviva”.

Sì, un comune effetto, in questo caso beneaugurante, delle doglie, percepibile anche all’esterno delle mura domestiche strettamente interessate, che suscitava sentimenti di tenerezza all’indirizzo di una giovane mamma (a distanza di alcuni giorni, avrebbe compiuto ventiquattro anni), da tutti conosciuta e stimata, in seno alla minuscola località, per le spiccate doti di semplice e intensa bontà, dolcezza e cordialità. Ancora oggi, capita, spesso, sotto lo stimolo di reminiscenze ormai così distanti e, tuttavia, sempre vive, che siffatto impulso emotivo s’ingeneri dentro di me, nel ricordo di mia madre. Pensare, che, dopo averne fatti, in totale, ben sei, di figli, la donna se ne sia andata esattamente mezzo secolo addietro, col nascituro di quella metà marzo 1941 nel frattempo arrivato a venticinque primavere, in sostanza pressappoco alla stessa età della sua mamma intenta, sul lettone di casa, a dischiudere generosamente il proprio grembo per lui.

1953, mia madre in abito da festa per il matrimonio del fratello Toto.
1953, mia madre in abito da festa per il matrimonio del fratello Toto.


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Allora, il riferimento anagrafico era, è ovvio, a me e, però, dalle suddette righe, traspare come il sentimento e la mano del narratore incedessero indirizzandosi e rivolgendosi a un’altra precisa persona, con l’intento di rendere un ennesimo, forte omaggio postumo, alla sua indimenticabile figura.

Già, mentre, scorrendoli alla stregua dei cerchi concentrici arrivati a spuntare e a sovrapporsi con straordinaria precisione lungo il tronco di un ulivo senza età, mi rendo conto che i miei grani esistenziali hanno, nel frattempo, oltrepassato di un’unità gli indicativi quindici lustri, in occasione del presente nuovo spunto a narrare, mi succede, specialmente, d’avvertire dentro sentimenti più forti, un’emozione che mi prende quasi come un nodo in gola, dita che, serrandosi a impugnare e guidare la penna, non denotano l’abituale assetto fermo ma, al contrario, sembrano inevitabilmente prese da fremito e tremore. Ancora già, sull’orizzonte innanzi a me, si staglia una differente data di nascita, 20 marzo 1917, e dunque, con riferimento a quell’altra persona, nel mese andante, viene a comporsi e a rintoccare un intero secolo.

Ed è grande il desiderio, anzi il bisogno, nel sentire del ragazzo di ieri, di cercare di ripercorrere, almeno per qualche tratto, il suo purtroppo breve passaggio accanto alle persone care e famigliari e, allargando lo scenario, a tutti quelli che hanno avuto agio di conoscerla e frequentarla.

A connotare la sua figura, le precipue doti di dolcezza, empatia, semplicità, generosità, bontà, impegno, pazienza, spirito di comprensione e tolleranza, amorevolezza e mitezza, qualità o virtù, assimilate, con concorso quasi equanime, dai genitori Lucia e Giacomo. Ma, oltre che alla naturale vicinanza a questi ultimi, tracciando un arcobaleno ideale poggiato su una serie di generazioni, mi piace riandare pure alla consuetudine, di mamma Immacolata, ragazzina e adolescente, di compiere un affettuoso e intenso scambio suppletivo con la sua progenitrice nonna Raffaela, nella cui casetta, per lunghi periodi, si portava, puntualmente, la sera, restandovi a dormire.

La mia famiglia nel maggio 1949 (manca l'ultimogenito che nascerà nel dicembre successivo)
La mia famiglia nel maggio 1949 (manca l’ultimogenito che nascerà nel dicembre successivo)

 

Ciò, in parallelo, alla prestazione, da primogenita, di costanti cure verso i fratelli e le sorelle più piccoli e, ancora, dei primi aiuti a beneficio dei genitori, ai fini dell’espletamento dei lavori in campagna.

Intanto, avanzavano le sue stagioni, contraddistinte in via preponderante, fa niente se lo ripeto, da dolcezza, toni sempre concilianti, compostezza e sorriso sulle labbra e negli occhi. Andava, così, sbocciando e fiorendo una giovane donna esemplare e, insieme, di bell’aspetto e, perché tale, affatto inosservata e, a ogni modo, assai benvoluta fra coetanei e coetanee. Esito di siffatte qualità, ad appena ventun anni, passava già a sposarsi. A proposito della sua giovane età all’atto delle nozze, lei soleva talvolta rammentare, sorridendo, a se stessa e a chi la ascoltava, come la sua fortunata metà (mio padre), soprattutto agli inizi del ménage, se ne uscisse con l’evidenziazione, in dialetto salentino, “eri nna vagnona, mancu mpinnata bbona” (traduzione in italiano: “eri una ragazza, neppure ricoperta a sufficienza da piume, peli e (nel nostro caso umano) capelli”. Mpinnata o meno, nell’arco di dieci anni, ben sei maternità e lei, per ciò, intensamente e diuturnamente presa dalle fatiche, anche dure, per crescere la prole.

Quante fasce (all’epoca, non esistevano i pannolini) da avvolgere, svolgere, pulire e lavare, quanti lavandini di piatti, pentole e stoviglie, quante pappine da predisporre e somministrare, quanti bucati, piccoli e grandi (cofini), da eseguire.

Rivedo ancora, vivide, screpolate, talora quasi sanguinanti, le sue mani consumate e rovinate dal sapone e dalla liscivia (acqua del cofinu, a lungo portata a ebollizione insieme con strati di cenere per pulire e rendere bianco il bucato più grosso).

Purtroppo, i precari benefici di qualche pomata che il medico di famiglia le prescriveva, erano vanificati dall’impossibilità di fermarsi o di tenere riguardati gli arti, le necessità della famiglia non concedevano tregua, con la conseguenza che, nella migliore delle ipotesi, i tempi della guarigione si protraevano.

Intanto, lei si occupava anche di seguire i figli durante i loro primi impegni scolastici. Inoltre, in talune occasioni, non esitava a intervenire con la sua pacatezza per fronteggiare e controbilanciare qualche saltuario e inevitabile sbotto del capo famiglia, inducendolo, in breve, a quietarsi e a passare alle scuse.

Come era bello, per noi figli, man mano che ci avviavamo alla crescita, osservare il suo volto nei momenti di serenità, con gli occhi neri che brillavano sopra e accanto a un composto, e a modo suo accattivante, accenno di sorriso!

Fino a quando, poco più che quarantenne, una terribile frana non ebbe a caderle addosso, raggelando, d’intorno, tutti e tutto.

Ciò nonostante, durante la parentesi di circa sette calendari che si susseguì, pur tra sofferenze, preoccupazioni e comprensibili timori, giammai mutò il suo modo di comportarsi. Quasi, a voler, fortemente, continuare, come se nulla le fosse occorso, a incoraggiare e spronare, la sua famiglia, le persone care e gli amici, a non abbattersi, a guardare, invece, avanti e ad aver fede e fiducia.

A un certo punto, nel decorso del problema di salute, si aprì un precipizio, lasciandole, però, lo spazio di vedere due figli mettere su, a loro volta, una famiglia e la gioia di tenere, sia pure a fatica, tra le braccia, nel ruolo di madrina di battesimo, il primo nipotino, la cui vicinanza le allietò anche il Natale che precedette la sua dipartita.

Estate 1942 al Serritu, con nonni e zii e zie materni
Estate 1942 al Serritu, con nonni e zii e zie materni

Messi di ricordi, a lei correlati, si muovono, dal sentire inferiore alla mente, e si affastellano. Si tratta per me di un vero e proprio patrimonio ideale e morale, che, da sempre, tengo a serbarmi accuratamente dentro, come compagnia per le mie giornate, sia in rapporto al periodo più lungo già percorso, che riguardo al sentiero che mi resta davanti. Avverto, nondimeno, il bisogno di inserire, in questi appunti, la memoria di una particolare lettera, purtroppo, andata in seguito, non so come, perduta, che volli scriverle, verso la fine del 1965, da Firenze, dove mi trovavo, temporaneamente, per ragioni di lavoro. Con un tono colloquiale, in quel testo, mi soffermavo, principalmente, sulla circostanza che lei avesse concorso a formare e allevare una famiglia numerosa, con sei figli nettamente diversi tra di loro e, però, tutti contraddistinti da una caratteristica comune: il bene profondo, un’autentica devozione nei suoi confronti.

Ora, a così tanti anni di distanza temporale, mi sta sembrando di dedicarle una seconda lettera, che, non a caso, desidero chiudere con una piccola serie di documenti, ricordi e immagini che hanno a che fare con la speciale destinataria.

Con sincero, immenso affetto e amore, carissima mamma, anche a nome (lo faccio senza alcuna remora pure per loro), di tuo marito (mio padre) che si trova lassù con te e degli altri tuoi figli (miei fratelli e sorelle).

Annali di vita salentina: gli sposi di Monteruga

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di Rocco Boccadamo

Fino agli anni quaranta/cinquanta dello scorso secolo, la mappa della Penisola Salentina evidenziava nitidamente, sia sotto lo stretto profilo fisico e/o naturale, sia secondo il sentire e la conoscenza della gente, un particolare tratto di territorio, incuneato, quasi a lambirne i confini ufficiali, fra le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tale fazzoletto di Puglia era denominato – lo è ancora, per le connotazioni e gli sviluppi residuali – comprensorio dell’Arneo, un vasto agro sostanzialmente incolto, se non selvaggio, ricoperto pressoché interamente di una bassa e fitta macchia, latifondo posto in capo, dal punto di vista della titolarità, a uno sparuto numero di famiglie abbienti, principalmente ai Tamborino di Maglie.

A detta plaga, nelle condizioni d’abbandono in cui versava, si attribuiva, in giro, soprattutto cattiva fama, correlata al suo utilizzo, sovente, come nascondiglio o rifugio, quasi impenetrabili, da parte di figure (sarebbe, forse, più giusta l’accezione figuri) irrispettose delle leggi e delle ordinarie regole di civile comportamento e buona condotta.

Conseguente eco di ciò, in una sorta di tamtam surreale, la definizione di “briganti”, accennata a bassa voce, se si vuole approssimativa e, però, indicativa, veniva a correre, di tanto in tanto, con conseguenti singulti di timore e preoccupazione, sulla bocca e nella mente delle persone, diciamo così, corrette o perbene.

Altro riflesso, ad esempio, i trasportatori che, per mezzo di traini, dalle alte ruote a raggi, lunghe stanghe anteriori e sospinti da quadrupedi, recavano merci, prodotti e beni vari da Lecce a Taranto (allora gli autocarri erano rarissimi), nell’intento di evitare o ridurre i rischi di brutti incontri con i personaggi di cui sopra, evitavano di percorrere il tratto stradale Nardò – Avetrana, in corrispondenza della boscaglia più folta, durante le ore notturne. Per lo meno, se costretti a coprirlo al buio, non procedevano da soli, bensì in carovana.

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Nel periodo fascista, il Governo decise di porre in atto, un po’ in tutto il Paese, una serie di operazioni di bonifica agraria; per il territorio su descritto, affidò il compito alla S.E.B.I. Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione.

Quest’ultima, rilevò una parte dell’Arneo dagli storici proprietari privati e aprì un pubblico bando rivolto specialmente all’indirizzo di contadini e braccianti del Basso Salento, proponendo ai medesimi di spostarsi dai paesi d’origine, dai miseri poderi singolarmente posseduti, dalle precarie giornate lavorative sotto padrone (quando c’erano), verso, precisamente, le terre da bonificarsi, poste, alla fine, appena un po’ più a Nord, nell’Alto Salento.

All’inizio, gli aderenti avrebbero contribuito direttamente, dietro regolare retribuzione, con l’ausilio di attrezzature e mezzi meccanici procurati dalla S.E.B.I., alle opere di sbancamento per la trasformazione della macchia in superfici coltivabili, dopo di che, a ciascuno, sarebbe stato assegnato un appezzamento (due o tre ettari, secondo la composizione del nucleo famigliare), dove coltivare specialmente tabacco, salvo piccole aree da impiegarsi per differenti varie colture destinate alle occorrenze domestiche.

Nel frattempo, con oneri parimenti a suo carico, la S.E.B.I. metteva a dimora molte migliaia di ulivi e vaste estensioni di viti, patrimoni che, poi, sarebbero passati in gestione, non ai coloni, bensì ai massari, cioè i responsabili delle preesistenti masserie acquisite dai privati e, in certo qual modo, fiduciari della società neo proprietaria.

In parallelo alla trasformazione dei terreni, si realizzavano stalle, silos, un frantoio, serbatoi per l’acqua potabile, uno stabilimento vinicolo e una grande manifattura, su tre piani, per la lavorazione del tabacco.

Veniva in tal modo a sorgere o nascere l’insediamento o borgo o piccolo paese di Monteruga, richiamato nel titolo di queste note.

Dopo essere stata dotata, oltre che delle strutture operative prima menzionate, anche di una trentina di abitazioni per i coloni arrivati da fuori e provvisoriamente sistematisi nelle vecchie masserie (senza contare quella, con qualche confort aggiuntivo, a uso del fattore e della scuola), Monteruga arrivava a rappresentare una realtà funzionale, residenziale e di vita laboriosa, umile e insieme civile. Vi risiedevano, fisse, circa duecentocinquanta/trecento persone, entità che poteva lievitare nei momenti di concentrazione dei raccolti e/o delle varie attività lavorative.

Le case erano composte di due stanze, con servizio igienico e giardinetto sul retro, erano servite da impianto elettrico e si rivelavano, con certezza, maggiormente vivibili rispetto all’alloggio, sotto forma di angusto monolocale, a disposizione di ogni singolo colono nelle masserie.

Nella fase finale del cantiere di edificazione, nel borgo sarebbe sorta anche una chiesetta, dedicata a S. Antonio Abate, che c’è ancora e, anzi, rappresenta la struttura conservatasi meglio.

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Volendo tracciare una carta geografica più ristretta e determinata, se l’Arneo si poneva, nell’insieme, alla stregua di fulcro, ideale e virtuale abbraccio, fra tre provincie, si può osservare come anche Monteruga detenesse, e annoveri pure oggi, una polivalenza di riferimento.

Sul piano della viabilità stradale, essa si affaccia, difatti, sul rettilineo provinciale che da S. Pancrazio Salentino (Brindisi) corre in direzione di Torre Lapillo di Porto Cesareo (Lecce), esattamente all’altezza del Km.7, punto mediano dell’arteria.

Dal lato meramente amministrativo, il suo territorio ricade, invece, nel feudo del Comune di Veglie (Lecce), anche se tale centro abitato si trova più distante, cioè a quattordici chilometri.

Tuttavia, per estrema precisione, va annotato che una piccola porzione dell’agro dove insiste il borgo di Monteruga, di là da un certo portone o arco del perimetro edificato, riguarda il territorio di Torre Lapillo, frazione di Porto Cesareo, quest’ultima località, da alcuni decenni Comune autonomo, prima, a sua volta, frazione di Nardò (Lecce).

A comprova del richiamato spicchio di territorio con differente competenza o appartenenza, è sufficiente rilevare che, a brevissima distanza, poche centinaia di metri, da Monteruga, è situato il grande circuito o anello o pista per prove e collaudi di autovetture, di pertinenza della casa automobilista tedesca Volkswagen, noto come Pista di Nardò.

Infine, sul piano religioso, Monteruga faceva capo alla parrocchia, incardinata nell’arcidiocesi di Brindisi – Ostuni, di Guagnano (Lecce), località distante, all’incirca, dieci chilometri.

Non suonino fini a se stessi e rasentanti la pignoleria, gli elementi di dettaglio anzi elencati, giacché, unicamente alla luce di determinati particolari, è dato di conferire ancoraggio e spiegazione logica a talune vicende, soprattutto a un episodio, vissute, in decenni ormai trascorsi ma non lontanissimi, dalla comunità già stanziale di Monteruga e di cui si farà rievocazione più avanti.

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Nata all’insegna, con i buoni auspici e sotto l’effetto di un poderoso e, perché no, benemerito stimolo impresso dalle autorità governative, nella pur delicata parentesi di transizione dello Stato dal regime monarchico a quello repubblicano, in altre parole fra la fase conclusiva dell’ultima guerra e il primo lustro immediatamente successivo, la realtà di Monteruga avrebbe dovuto recare tutti i presupposti per una lunga, interessante e proficua vita.

Si poteva, addirittura, intravvedere un suo positivo influsso sulle comunità tradizionali limitrofe, specie quelle di dimensioni limitate, che incedevano, indubbiamente, su binari di sviluppo sociale a scartamento ridotto, con traversine di povertà, indigenza e arretratezza più evidenti e accentuate.

Invece, non è dato di sapere come, forse per un’imperscrutabile e misteriosa nemesi storica, forse semplicemente sulla scia dei corsi e ricorsi delle cose, nonostante l’apparente ordinata gestione e amministrazione complessiva, la giovinezza del sito, intesa come buona salute, andò avanti a malapena per un quarto di secolo, un trentennio a voler abbondare.

Epilogo, fra il 1970 e il 1980, in concomitanza con l’abbandono, da parte della mano pubblica, del complesso, già fatto oggetto d’ingenti investimenti, e il ritorno del bene in testa a privati, purtroppo senza, almeno sinora, nessuna ipotesi o prospettiva concreta di rilancio di Monteruga e di una diversa destinazione d’uso, l’insediamento finì con lo svuotarsi del tutto.

E, da un pezzo, sopravvivono esclusivamente le tracce dei suoi edifici, manufatti, abitazioni, esercizi lavorativi, pochi gli immobili ancora integri, in prevalenza, invece, cadenti e/o diroccati e saccheggiati da mani incivili quando non vandaliche.

Per la precisione, un’idea di accettabile resistenza e mantenimento si riscontra unicamente nelle strutture del grande magazzino per la lavorazione del tabacco e della chiesetta.

Risultato, in sintesi d’immagine, un paese fantasma.

Si ricava la sensazione che nessuno abbia il desiderio o la volontà, non dico d’interessarsi, ma neppure di accostarsi a ciò che in quella plaga c’è stato e di cui, comunque, rimangono chiari segni e testimonianze materiali e tangibili ancora fresche.

Insomma, solo silenzio assoluto, in ogni senso, e abbandono.

Anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione e d’informazione, stampa e web, sono rarissime le occasioni in cui si parla di Monteruga.

Del resto, con la privatizzazione, è venuta a mancare la vicinanza delle amministrazioni locali contermini, in particolare del comune di Veglie competente per feudo; infine, partiti i fedeli, è cessata anche la presenza da parte della Chiesa.

Pochi e occasionali riferimenti si riscontrano in internet sotto la voce “Monteruga”, ove si eccettuino alcuni recenti saggi e/o articoli e due libri, uno a firma di Michele Mainardi e l’altro pubblicato da Adriana Diso.

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Si esaurisce qui la trattazione espositiva intorno a Monteruga, dalla nascita, alla sua purtroppo breve esistenza attiva e alla fine.

E, però, intende andare avanti l’applicazione analitica dello scrivente, da osservatore e narrastorie, con l’attenzione e la suggestione interiore spostate e orientate verso una serie di figure fisiche, esattamente due nuclei famigliari fra loto molto vicini, marittimesi d’origine, perciò compaesani, che, a suo tempo, hanno a lungo vissuto a Monteruga, ivi attraversando, da protagonisti di primo piano o testimoni prossimi e coinvolti, un’intensa serie di avvenimenti ed eventi.

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Nella natia Marittima, lo scrivente, classe 1941, iniziò piccolissimo, appena dopo l’ascolto degli iniziali accenni/riferimenti a tata (papà), mamma, nonni, a sentir parlare, talvolta, di trappiti (frantoi oleari), parmenti (stabilimenti vinicoli), tabacco (coltivazione delle relative piante a foglie verdi) e fieu (accezione, la più strana di tutte e, per ciò, a lungo rimasta per lui misteriosa e senza significato).

Si trattava di voci o echi, con associate immagini di gruppi di compaesani, anche cospicui, che lasciavano il luogo d’origine, in pratica emigravano, spostandosi temporaneamente in aree distanti (Brindisino, Tarantino, Basilicata). A ciò indotti, dal bisogno di accedere a opportunità lavorative meno precarie, con i cui proventi far fronte alle ordinarie necessità famigliari e, possibilmente, mettere da parte qualche risparmio che sarebbe stato poi utilizzato per preparare il corredo (dota) per le figlie femmine e costruire una nuova casa (frabbicu) a beneficio dei discendenti maschi che dovevano sposarsi.

Già avanti rispetto a detta, precocissima esperienza del narratore, nell’ambito della minuscola comunità marittimese, esistevano due determinati nuclei o focolari, che, di qui in poi, concorrono indicativamente ad animare le presenti note.

Il primo, dal cognome del capo famiglia A., nella sua massima composizione, sarebbe giunto ad annoverare otto membri viventi (più due nati morti o deceduti subito): Costantino e Ttetta (Maria Concetta) i genitori, Adele, Floriana, Clementina (detta Tina), Elvira, Settimia e Maria (quest’ultima, venuta alla luce proprio a Monteruga), le figlie, ben sei.

Due particolari sui nomi di battesimo, nello stretto rispetto delle usanze e tradizioni dei tempi passati: Floriana, a voler perpetuare l’appellativo del nonno paterno, Settimia, invece, a rimarcare che era, esattamente, la settima creatura venuta al mondo fra quelle mura domestiche.

Il secondo nucleo, dal cognome del capo famiglia P., comprendeva, da parte sua, i genitori Cosimo e Isabella e cinque figli: Attilio, Rita, Luigi (Gino), Emilio e Maria.

La famiglia A., volle porsi sull’esempio di due/tre altri gruppi di concittadini che già avevano preso l’iniziativa di lasciare Marittima e andare a vivere in masseria (fra S. Pancrazio Salentino, Veglie e Torre Lapillo).

Cosicché, attirata dalla prospettiva di attività lavorative sicure e continue (quanto all’uomo, nelle operazioni di bonifica e, una volta, le medesime, esauritesi, nelle coltivazioni agricole dirette, in primis il tabacco; circa le donne, in numero progressivamente crescente man mano che le figliole si facevano più grandi, dall’opportunità, non meno importante e redditizia, dell’impiego per tre/quattro mesi all’anno nella manifattura tabacco), fu la prima a partire, si era ancora in guerra, nel 1943, sistemandosi inizialmente nella masseria “Ciurli” e, in seguito, nelle nuove e più confortevoli abitazioni del borgo vero e proprio di Monteruga.

Analogo passo, a distanza di qualche anno, dopo un’esperienza di “prova” maturata dal giovane Gino, chiamato a lavorare da una compaesana, già loro vicina di casa, che dimorava da qualche tempo in una masseria, compì pure la famiglia P.

Nonostante l’impegno per l’adattamento nella nuova realtà, le prove della fatica e anche alcuni tristi eventi che sopravvennero colpendoli direttamente o indirettamente, non ebbero mai a pentirsi della scelta, i due gruppi di marittimesi, anzi erano contenti, si sentivano più liberi e aperti, in confronto ai ristretti limiti delle relazioni sociali e interpersonali nel paesello natio.

Per gli adulti c’erano le partite a carte sotto i portici coperti o nell’osteria – bottega di mescita del vino (puteca); riguardo specialmente ai giovani, in masseria, e ancor meglio a Monteruga, era loro dato agio di avvertire più ampi orizzonti, di crescere e di arricchirsi dentro, attraverso i contatti con i colleghi/amici emigrati, originari di altre diverse piccole località del Basso Salento (Diso, Vitigliano, Botrugno, S. Cassiano, Scorrano, Galatina).

Oltre al lavoro, anche duro, vi erano spazi per frequentazioni, svaghi, amicizie, sorrisi, affetti e amori; saltuariamente, balli in famiglia sulle note del grammofono, oppure, allargati, all’aperto, seguendo i ritmi dal vivo di complessi musicali o orchestrine che qualcuno dei residenti, con conoscenze nel settore, riusciva a portare a Monteruga.

In un’occasione, nel borgo, arrivò e si esibì addirittura il rinomato Gran complesso bandistico “Maestro Carlo Vitali” di Bari.

Fin qui, un quadretto in linee generali, ma limitato a taluni, ancorché tangibili, aspetti.

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Nei giorni scorsi, ho voluto incontrare quattro degli attori protagonisti dell’epopea, a voler dire esperienza concreta e reale, di Monteruga, viventi, attivi e lucidi: Floriana ed Elvira A., insieme con i rispettivi mariti, Gino ed Emilio P. (innamoramento, fidanzamento e, in un caso, anche celebrazione del matrimonio, avvenuti proprio nel minuscolo borgo).

A proposito delle coppie come sopra formatesi, Emilio ha tenuto a rilevare che, pur essendo più giovane, è stato lui, per primo, a mettersi con Elvira e, solamente dopo, il fratello Gino, ad allacciare rapporti con Floriana.

All’atto delle nozze, la sequenza temporale si è però rovesciata; per la precisione, gli sposi più anziani, per pronunciare solennemente il “Sì”, hanno fatto ritorno nella natia Marittima, mentre Elvira ed Emilio (guarda la combinazione, due nomi con le medesime iniziali) hanno voluto, a ogni costo, coronare il loro sogno a Monteruga, il 1° maggio 1960, in quella semplice chiesetta, facendo convenire lì, dal luogo d’origine, una vasta schiera di altri famigliari e parenti.

V’è una bella fotografia, ovviamente in bianco e nero, che immortala l’evento, con un piccolo mondo antico, trasferitosi, per festeggiarlo, nel piccolo mondo nuovo di Monteruga.

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A benedire le nozze, una figura assai benvoluta dalla comunità monterughese, don Giovanni Buccolieri, per tutti Papa Nino, originario di S. Pancrazio Salentino, a lungo preposto spirituale a Guagnano, prima da vice parroco e poi da parroco, e in mezzo alla gente del piccolo borgo agricolo da poco inaugurato.

Papa Nino si distingueva per la sua vicinanza e le premure all’indirizzo dei poveri e disadattati; si ricorda che, in un’occasione, arrivò a prelevare “furtivamente” un paio di scarpe (forse appartenenti a una persona abbiente) che erano nella bottega del padre calzolaio per una riparazione, per passarlo a un miserabile sofferente che era perennemente a piedi nudi.

Emilio, poco tempo dopo l’emigrazione da Marittima a Monteruga, si era arruolato in Marina, spesso si trovava di stanza a Taranto e faceva su e giù, per vedersi con la fidanzata, a cavallo di una Vespa (esiste un’altra istantanea, invero non comune in quell’epoca, con i due innamorati in sella allo scooter, a Monteruga, e, sullo sfondo, sorridente, Maria, la sorella di Emilio).

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In tema di fidanzati e mogli, i quattro amici intervistati mi hanno anche riferito del terzo figlio P., Attilio, il maggiore, il quale, nei primi anni cinquanta, da poco giunto a Monteruga e pur avendo una zita (fidanzata) al paese natio, s’invaghì di un’altra Maria, appartenente a una famiglia terza, quella di un massaro del borgo: quest’ultimo non era per niente favorevole al rapporto della figlia con un “comune” colono, sicché la coppia si determinò a compiere la classica fuitina, sposandosi rapidamente e restando a vivere, come a distanza di tempo avrebbero fatto anche Gino e Floriana, nella natia Marittima.

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Ecco, ora, le note non liete, per non dire tristi e dolorose, accennate prima.

Nel 1946, a ventuno anni, dopo una repentina e fulminante malattia, nel giro di otto giorni, venne a mancare, a Marittima, dove si era temporaneamente recata insieme con una sorella, Adele, la più grande delle sei A.

Nel 1954, cessò di vivere, a Monteruga, anche il genitore Costantino A., pure lui ancora relativamente giovane, le cui spoglie furono sepolte nel cimitero di Porto Cesareo, in Comune di Nardò, e tale destinazione finale, per la circostanza che il punto di Monteruga su cui sorgeva l’abitazione della famiglia A. ricadeva in quello spicchio di area rientrante, precisamente, nei confini comunali neretini.

Peraltro, in seguito, a distanza di una dozzina d’anni, i resti di Costantino A. furono trasferiti da Porto Cesareo al camposanto di Marittima, a cura della vedova Ttetta e con l’ausilio, io ero completamente all’oscuro di tal episodio, di mio padre Silvio, già a lungo impiegato all’anagrafe e Ufficiale dello Stato Civile e dunque, diciamo così, esperto in siffatto genere di pratiche.

Infine, pressappoco nella metà degli anni cinquanta, a Monteruga, rimase vittima di un incidente sul lavoro il giovane marittimese, lì emigrato, Pippi, che faceva il trattorista.

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Formavano un insieme di belle ragazze le sei (a un certo punto, purtroppo, rimaste in cinque) sorelle A., come si può vedere da un’altra fotografia.

Certamente, non restavano inosservate; mi è stato detto, da Elvira, che, quando, in mancanza ancora della chiesa a Monteruga, si recevano insieme a piedi, per ascoltare la Messa, a S. Pancrazio salentino (quattordici chilometri, fra andata e ritorno), sovente qualche abitante del paese, al loro passaggio, commentava: “Vardàti, ce belle piccinne ne manda Monteruga” (osservate che belle ragazze arrivano da Monteruga).

Oltre ai lavori in campagna e nella manifattura tabacco, le giovani A. si occupavano di altre attività, erano divenute esperte di cucito e ricamo (Clementina detta Tina, sartoria, Elvira e Floriana, nell’ordine, tombolo e telaio, con esatti attrezzi di legno, a tutt’oggi conservati, costruiti da un abile falegname di S. Pancrazio Salentino).

Avevano un discreto numero di clienti, non solamente a Monteruga, ma, pure, nelle località contermini.

Non a caso, la loro abitazione era denominata la casa delle mescie (maestre).

In punto, per mostrare il significato del termine dialettale fieu richiamato prima, a lungo rimasto misterioso per l’infante Rocco.

Fieu  sta per feudo, da intendersi nell’accezione di contrada o comprensorio o grande estensione di terreni. I marittimesi di sessanta/settanta anni fa, specie le donne, partivano dal paese per il fieu, nell’Alto Salento, per la campagna di raccolta, a mano, delle olive, che si protraeva lungo un arco stagionale di due/tre mesi.

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Nell’intento di completare appieno il mio giro d’orizzonte propedeutico alla stesura delle presenti note, in aggiunta ai vari dati raccolti qua e là e alle confidenze dirette dei citati quattro amici e compaesani già vissuti a Monteruga, ho avvertito la necessità di compiere personalmente una visita materiale all’interno del borgo.

E’ stato, invero, un giro veloce, sotto un cielo grigio e, tuttavia, sufficiente a farmi avvertire e assimilare una piccola catena di suggestioni che esclusivamente il contatto materiale poteva lasciare scaturire ed emergere.

Non mi soffermo sulla descrizione delle strutture edificate che mi si sono parate innanzi agli occhi in fedele aderenza con quanto già trovato descritto, unico particolare di novità un grande disegno a colori vivaci, moderno, tipico dell’oggi, sulla parete interna di una delle abitazioni utilizzate dai coloni.

Con lo sguardo, invece, ho raggiunto, soffermandomi, una collinetta che si erge a breve distanza del borgo, il “monte” la definizione datale dei residenti, su cui, stando al racconto di Floriana ed Elvira, durante le parentesi di svago, erano solite radunarsi compagnie di ragazze e giovani, al fine di cogliere fiori di campo e…sognare.

Dalle medesime fonti, ho anche sentito che, dalla sommità, durante le giornate terse, si scorgeva non soltanto la vicina distesa dello Ionio, ma anche, in direzione sud, il campanile del Duomo di Lecce.

Mi piace e, nello stesso tempo, mi pare doveroso, terminare questo cammino di scrittura dando sparute righe di spazio alla quiete, pace assoluta, aleggiante e imperante nel cuore, che, per sé, non cesserà mai di battere, della minuscola Monteruga, sensazione notevolmente dominante in confronto a tutti i restanti elementi posti d’intorno e a contorno, vuoi che siano semplicemente opera della natura, vuoi che rappresentino frutti dell’attività umana che una volta vi pulsava.

E il silenzio, nei suoi contenuti più profondi, a parer mio, può significare anche storia che travalica il tempo.

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I due Antonio nella pescheria, cicorie e finocchi dal sapore di neve

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di Rocco Boccadamo

Anche stamani, veloce puntata, sempre piacevole e gradita, nei miei conclamati luoghi dell’anima, Castro e Marittima, con immancabile passaggio, e conseguente fugace sguardo innamorato, al cospetto dell’insenatura “Acquaviva”, minuscolo sito naturale di struggente bellezza.

Come accade di solito, la prima sosta della “Golf” è sull’uscio della pescheria per antonomasia della Perla del Salento, già “Adriatica” o “Cooperativa Adriatica”, da qualche tempo, invece, portante la denominazione di “Mediterranea” e gestita da (O)Ronzino.

Oggi, dopo circa una settimana di serio condizionamento, se non d’integrale fermo, arrecato alla locale gente di mare dalle eccezionali precipitazioni nevose, per di più, a tratti, accompagnate da forti soffi di tramontana, sì da assumere le caratteristiche di autentiche bufere, il bancone di vendita dell’esercizio si presenta ben rifornito, segno che gli amici castrioti che vivono di pesca hanno avuto agio di riprendere la loro attività.

Presenti numerosi avventori, a catturare il mio sguardo, in particolare, una cassetta di sontuose orate, un’altra di freschi calamari di grossa dimensione, apprezzabili quantitativi di triglie, merluzzi e ricciole e, poi, cefali, salpe, ombrine, pesci serra e boghe in abbondanza.

A parte il vasto assortimento ittico, durante la mia sosta da Ronzino, sfociata nell’acquisto di due calamari, un merluzzo e una salpa, sono stato colpito da un estemporaneo, simpatico duetto fra due amici pescatori, entrambi portanti il nome del Santo di Padova: Antonio ‘u (figlio di) Nunzio, un gioviale gigante con i baffi, capo barca del natante consortile qui chiamato “chianci” e Antonio, figlio di Adriano e per nonno un altro Antonio, un ragazzone/omone prossimo ai trent’anni, facente parte (forse, è l’elemento più giovane) dell’equipaggio dell’anzidetta “chianci”.

I due omonimi, oltre a lavorare a bordo del barcone, sono anche proprietari di battelli personali che, quando il mezzo grande è a terra o non esce, utilizzano per svolgere attività di pesca, diciamo così, individuale.

Nella circostanza, si trovano nell’esercizio commerciale esattamente in veste di operatori in proprio e si accingono a conferire il frutto del loro lavoro, riposto in semplici sacchetti di plastica.

Il turno, spetta per primo ad Antonio il giovane, il quale depone sul piatto della bilancia, in ordine, un certo quantitativo di ombrine e pesci serra, a seguire un po’ di scorfani ancora vivi e, alla fine e con tanta cura e accortezza, un prezioso esemplare (mezzo chilogrammo di peso) di cicala.

Trascorrono alcuni minuti per la consegna del suo pescato, non dimostra di aver fretta Antonio marinaio semplice, tanto è che, a un certo punto, l’altro, il comandante, sbotta, celiando sorridente: “Ma insomma, non finisci mai, tu, quanta roba hai preso?”.

E il povero, a schermirsi, confidando e lamentando che il ricavato di oggi sarà a mala pena sufficiente a compensare la spesa per la riparazione di un guasto occorsogli al salpa rete.

Il secondo Antonio, a sua volta, depone sulla bilancia un’ombrina e un pesce serra di medie dimensioni.

Con questa scena, termina la mia visita alla pescheria, passo, quindi, a bere un caffè alla “Chianca” e rimonto in macchina.

Appena un centinaio di metri più avanti, sfioro due altri castrioti, i quali, approfittando subito del sole piacevole e al fine di recuperare i giorni trascorsi inevitabilmente tra le mura domestiche, hanno appena intrapreso, come spesso fanno, una passeggiata lungo la litoranea. Scambio di saluti al volo, auguri per il nuovo anno e via.

Di lì a poco, sono all’altezza della mia cara insenatura “Acquaviva”, arresto d’istinto il motore e catturo, intensamente sino a lasciarmelo penetrare dentro, l’azzurro splendente della piccola distesa, incuneata fra i suoi due costoni fino a ieri chiazzati di manto candido.

Guadagno casa mia, compiendo anche una leggera scivolata, per fortuna senza danni, su un tratto di cortile ancora ghiacciato, per cambiarmi le scarpe e attrezzarmi con un paio di guanti che adopero per i lavori agricoli.

L’obiettivo è di cercare di recuperare, da minuscolo coltivatore diretto per la prima volta chiamato ad affrontare i postumi di una nevicata addosso alle coltivazioni orticole in un vicino giardino e alla Marina ‘u tinente, qualche pianta di cicoria e un po’ di finocchi.

Per buona sorte, le piante in discorso non sono state bruciate dal gelo e si presentano ancora in vita, seppure parzialmente ammaccate e con le foglie spiegazzate.

Ad ogni modo, mi va bene; mentre maneggio, ai fini della raccolta, un comune coltello da cucina, provo una sensazione strana e inedita nel contatto con quegli ortaggi frammisti alla terra, già rossa e ora umidiccia e abbrunitasi, e ai residui nevosi.

Tuttavia, a prevalere sono certamente sentimenti di contentezza e di appagamento per le immagini e i frutti concreti del mio odierno breve ritorno ai luoghi natii e/o delle vacanze durante le belle stagioni.

Idealmente e interiormente ben sostenuto, subito dopo mezzogiorno, riprendo la “Golf”, arrivando a varcare la soglia dell’abitazione cittadina puntualmente per il pranzo.

Boccadamo e il suo “Luca e il bancario”

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

Domenica 8 gennaio 2017, alle ore 19.30, presso l’Associazione culturale “Fondo Verri”, in Lecce, Via S. Maria del Paradiso 8/A (Porta Rudiae), nell’ambito della rassegna “Le mani e l’ascolto” 2016/2017, avrà luogo la presentazione dell’ultimo libro dello scrittore e giornalista salentino Rocco Boccadamo “Luca e il bancario“, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016.

Insieme con l’autore, interverranno: Giuliana Coppola, giornalista, scrittrice e critica letteraria; Eliana Forcignanò, filosofa, poetessa e critica letteraria; Mauro Marino, operatore culturale e cofondatore del Fondo Verri.

Al giro di boa, su rotta 75

2017

di Rocco Boccadamo

 

Non per mero vezzo, ma del tutto spontaneamente, così mi viene di appellare, beninteso con ovvio riferimento soggettivo, il compimento dell’almanacco 2016.

Tuttavia, con pari schiettezza intellettuale, devo subito annotare che la cospicua cifra, integrante in senso anagrafico l’intestazione di queste note, non è da me avvertita alla stregua di un fardello che genera o deve necessariamente dar luogo ad ansimi e sospiri e/o come un campanello d’allarme di fronte a perigli e acciacchi ineludibili e inevitabili e/o come un avvicinamento al “fu” (passato a migliore vita).

Infatti, riguardo al progressivo assommarsi di primavera dal lato anagrafico, è da un pezzo che, dentro, vado dicendomi che io, ragazzo di ieri, sono, in fondo, senza età.

I giorni e le stagioni mi scorrono accanto leggeri, a ogni dischiudersi degli occhi, come pure durante l’ammirazione stupita, verso ovest, dei rossi tramonti salentini, mi sembra di registrare una conquista, di essere beneficiario di un prodigio.

In tal guisa, adesso, si succedono, dunque, i miei scalini esistenziali.

Di siffatta visione e del mio personale convincimento, ho di recente reso confidenza alla cara amica Giuliana, invero un po’ meno “ragazza di ieri” rispetto a me, e mi è sembrato che lei, sorridendo con la sua consueta dolcezza, annuisse e concordasse.

In tema di anni, capita sovente che mi si accostino pensieri e piccole riflessioni sulla circostanza che mio padre se n’è andato a pochi passi (mesi) dagli ottanta; mentre, il suo  genitore, ossia mio nonno Cosimo, classe mille ottocento settantanove, arrivo fino al mille novecento ottantadue, dunque, con un bagaglio di oltre centodue primavere.

Ad ogni modo, non mi pongo neppure minimamente l’idea di elaborare termini di paragone o di congetturare scadenze alla luce dei suddetti riferimenti al livello di predecessori famigliari.

Del resto, come prima ricordato, sono uno senza età.

Ritornando brevemente alla figura dell’avo paterno ultra centenario, la mia amica Alba, nata da una Boccadamo, ha appena voluto gentilmente inviarmi l’albero genealogico, da lei realizzato con paziente lavoro di ricerca, concernente un determinato ramo della gente marittimese portante tale cognome.

In conclusione, per quel che la riguarda e, allo stesso modo, mi concerne, così come mio nonno Cosimo e il suo, Costantino, erano primi cugini, i rispettivi bisnonni, Generoso Silvestro e Antonio Maria, vantavano il legame di fratelli.

Grazie di cuore, Alba, per l’originale è prezioso documento, amabilmente passatomi.

Ecco, in estrema sintesi e secondo gli aspetti e le vicende essenziali, come si è rivelato e dipanato il 2016, sia nel mio sentire, sia sotto l’aspetto di concreto coinvolgimento.

Riprendendo il titolo, nella sfera del mio mondo più prossimo, famigliari e altre persone vicine, paragono il 2016 a una sorta di gerla (è la seconda volta che mi scorga quest’accezione), invero assai affollata di avvenimenti, per di più dai colori diversi e anche opposti e contrastanti.

In primo piano, purtroppo, non sono mancati problemi di salute: ove, fortunatamente, risolti e superati, ove, tuttora presenti sulla scena, con sfide che continuano. Di riflesso, confidenze e consuetudini con figure specialistiche e strutture addette ai lavori.

Una serie di prove, insomma, e non liete, rispetto alle quali, tuttavia, c’è una costante diffusa: la ragionata consapevolezza dei protagonisti chiamati a farsene carico, che il primo rimedio o presidio curativo si trova in loro stessi, nella loro volontà e determinazione di non rinunciare e, anzi, di tentare sempre.

Carichi di preoccupazioni su più versanti, insomma, e, però, con relativi pesi alleviati dalla gioia e dal piacere di vedere crescere, sane e belle, le giovanissime leve famigliari, idealmente frutti dei campi esistenziali che noi adulti abbiamo cercato di creare e coltivare al meglio.

Come dire, tirando le somme, preoccupazioni ma anche consolazioni autentiche.

Frattanto, prosegue la rotta del ragazzo di ieri, a 360 gradi, con o senza la barchetta a vela dondolante nel porticciolo e/o filante sulle distese che fronteggiano le amate scogliere.

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L’altro ieri, nel primo pomeriggio, sotto una temperatura rigida per queste plaghe e nella vivacità dei soffi di tramontana, ho compiuto una puntatina a Castro, mio conclamato luogo dell’anima, al pari dell’insenatura “Acquaviva” e della natia Marittima.

Bevuto un caffè ritemprante allo “Speran” sulla piazzetta, dietro il bancone tre carinissime ragazze di cui una moldava, ho imboccato lo scalo delle barche per l’immancabile occhiata di fine anno al vecchio e al nuovo porticciolo.

In una delle grotte che si trovano da secoli scavate nei lastroni di roccia sulla sinistra della discesa, ho trovato il giovane amico Luigi S., pescatore e artigiano tuttofare e, d’estate, “barquero” (socio della cooperativa che gestisce lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto), in compagnia di Nzino, quest’ultimo quasi mio coetaneo, il quale stava sistemando il suo conzo in un grande cesto di vimini. Alla mia domanda se si accingesse a calarlo, Nzino ha risposto  di no, “l’ultima volta l’ho fatto prima di Natale”. Poi, l’uomo è di getto passato a ringraziarmi sentitamente e calorosamente per il dono, ricevuto a casa, del mio libro “A Castro con il cuore” ed è stato per me assai gratificante sentirmi da lui definire “u meiu casciaru” (il migliore degli abitanti di Castro).

Quando, io, ho visto i natali non a Castro, bensì nella contermine località di Marittima.

A un certo punto, è arrivato anche Nino, il mio mitico pescatore di saraghi, nella circostanza, però, vestito non da lavoro ma con abiti di festa; con il suo abituale sorriso, “ad aprile saranno novantatré” mi ha confidato, non senza aggiungere, a seguire, “anche a me è arrivato il tuo libro, grazie”.

Proseguendo, sulla banchina interna lato mare del porto nuovo, ho scorto tre persone, Antonio, comandante della “chianci” (barca consortile), Luigi S. e un’altra di cui non conosco o ricordo il nome, impegnate in una conversazione ad altissimo volume, vertente sul numero di reti o altri strumenti calati in mare e anche sui rispettivi più recenti risultati in fatto di pescato.

Oltre la diga foranea, mentre sulla distesa liquida si palesavano nitidamente i segni della tramontana, in barba ad essi, Antonio S., pure lui, d’estate, “barquero”, sul suo battello calava a più riprese e, con l’ausilio del “salpa rete”, tirava su il lungo attrezzo di pesca a maglie.

Dopo, ho scelto di restarmene per un po’ seduto al sole e riparato dagli spifferi della tramontana a ridosso dell’alto muraglione verso nord.

Lì, via ancora a snocciolare pensieri, ricordi, esperienze, incontri, storie, immagini, un rosario di tasselli di umanità e dintorni dei più svariati.

Il congedo da quel luogo tanto caro è stato sereno e all’insegna del sorriso e accompagnato, altresì, dallo scontato proposito di presto ritornarvi.

Finendo, statti bene e lungo sonno, 2016, nonostante tutto, senza rancore; quanto a te, anno nuovo, ti aspetto e, mi raccomando, sii buono e bravo!

Un mare di auguri a tutti.

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

E’ appena  uscito, per i tipi di Spagine Fondo Verri Edizioni, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino Rocco Boccadamo “LUCA e il BANCARIO”, tredicesima raccolta di narrazioni  avente, al pari delle precedenti, il sottotitolo di “Lettere ai giornali e appunti di viaggi”. Prefazione di Ermanno Inguscio e postfazione di Giuliana Coppola.

Una sintesi profonda, puntuale e indicativa sull’ultimo lavoro di Boccadamo è offerta, in particolare, dalla postfazione di Giuliana Coppola, il cui testo si riporta di seguito:

“Sono arrivato al mondo una grossa gerla di calendari fa…”, pagina di diario 20 gennaio 2016.

Una “gerla” la vita; trovo inaspettato questo segno linguistico e mi fa tenerezza; la “gerla” appartiene a infanzie lontane, al passaggio di generazioni, al passo lieve di una Befana che scendeva da camini; si usa così poco oggi e invece è vocabolo denso di significato, così misterioso, stracolmo di speranze, di doni, di sorprese, di scoperte. Questo succede  quando ci si accosta alla gerla di Rocco. Si può attingere a piene mani e scoprire e ritrovare quello che ciascuno in cuor suo desidera.

Ed ecco la sorpresa… scopro che il narrastorie di mia conoscenza è stato anche e soprattutto bancario, il bancario Rocco Boccadamo; lo scopro nella pagina di diario 13 novembre 2015; ma prima scopro l’esito di un diploma con “tutti numeri tondi” e immagino occhi di padre a scrutare quadri e batticuore di diciannovenne che scruta volto di padre e quadri con impresso l’esito degli esami. Penso – e mi ritorna batticuore – che allora si studiava molto anche per non deludere padri e si sceglieva, sempre per non deludere alcuno, anche il lavoro che si afferrava subito in quei magici anni sessanta; onorava soprattutto il merito, eppure sembrava a portata di mano. E’ a volo d’uccello il racconto di Rocco sul periodo che intercorre da luglio a settembre del 1960; rapido il  ricordo di quei mesi, un salto dalle aule scolastiche alla scrivania della banca per iniziare “l’avventura di bancario che mi avrebbe coinvolto e avvinto per l’intera vita lavorativa”. Una nota di nostalgia ad inizio del viaggio per un collegio, il Berenini di Parma, che da matricola si abbandona perché il lavoro già attende, il primo giorno con le stesse attese e le stesse ansie del primo giorno di scuola, i primi alloggi e il primo stipendio…. l’inizio è così ma poi si va, gerla sulle spalle; segue Rocco da città a città mentre sale il  suo personale cursus honorum, mentre, passo dopo passo, conquista forza e fiducia; assapora il senso della realtà quotidiana non sempre facile da reggere, perché così densa di impegni e responsabilità; i colleghi, gli amici, i funzionari, i direttori, i superiori, i piccoli grandi gesti di amicizia condivisa, le contromarche di don Titino e l’orologio di Gino, le fisse di clienti da non deludere mai, la puntualità da rispettare, le attese di chi ripone in te fiducia…la gerla va su e giù per l’Italia, testimone e complice d’una vita da bancario, diventata oggi pagina di diario che racconta e descrive, coglie particolari di “sfumatura cromatica”, di un “fumo” traditore, di un ritardo, di un orologio che funziona a modo suo, di una libreria a Taranto lì dove c’era la prima sede di lavoro, un cerchio che si chiude. “Per coincidenza o ideale destino parallelo: una “vecchia” banca, ora sommersa dal mondo dei libri, come pure, un ragazzo di ieri, già giovanissimo bancario, anch’egli, ora, vicino e collegato al mondo dei libri”.

Certo, al mondo dei libri… perché un libro, a suo modo, è una gerla; oggi ha il passo di Luca, mentre s’apre il grande abbraccio, profumato di verde, di mare e di campagna, di volti e di storie che si ritorna a carezzare; ogni pagina una carezza su ricordi; quelli che non si assopiscono mai, che vanno e vengono come le onde luminose d’Acquaviva, che riemergono sempre; pagine di diario che sono pagine di biografia; Itaca attende, di Itaca si ritorna a raccontare; il passo cadenzato di Luca, così diverso, così fuori dalla norma, ha il ritmo della voce narrante delle comari, di quelle che, all’angolo delle strade o sugli scalini delle case, o all’uscita della messa, o lavorando a maglia, raccontavano…. Che c’era una volta un asino e c’erano una volta donna Elvira e comare Meris, sì c’era anche comare Meris e c’erano e ci sono proprio tutti i protagonisti di quest’angolo di Salento-Itaca che ormai, grazie alla scrittura di Rocco, ci appartiene; e c’è il miele dolcissimo delle api operaie di Vitale, li, a Torre Lupo, dove se soffia maestrale, fuggono via anche le ombre.

Ecco, delicatezza e dolcezza di storie che ritornano e oggi, ad ascoltarle, si è posata, tranquilla una rondine; un volo mentre in chiesa si celebra il saluto a chi non c’è più su questa terra, una sosta per non disturbare e poi via di nuovo.

Le metamorfosi esistono o no? Io credo che esistano; in questo momento, grazie a una rondine che si posa, ne sono ancora più convinta; le rondini ritornano, per raccontare ancora, d’una gerla che va sulle spalle di chi ha ancora tanta voglia di osservare, fissare immagini, specchiarsi nella umanità vera e nella natura che ci appartiene e poi raccontare, scriverne e comunicare.

E’ tornata anche una lucciola; è la speranza, sottolinea Rocco; certo che è la speranza; “lumicino tra l’azzurro e il verde… sommessamente luminoso nello scuro notturno, ha il significato di un ideale faro di speranza” per Rocco che lo regala a tutti.

Esistono le metafore? Ma certo che esistono. Basta crederci soltanto un po’ e affidarsi al miracolo della scrittura e della lettura.

Storni, migranti e civili

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di Rocco Boccadamo

Il mio appartamentino si trova affacciato su un ameno parco, impreziosito da una selva di pini, circondante il plesso di una scuola dell’infanzia.

Cosicché, le mie soste domestiche, vuoi durante le giornate di sole, vuoi col cielo grigio, hanno agio di trarre un senso di godimento non da poco, grazie alla visione di siffatta oasi di verde, specie quando la stessa è abbinata allo spettacolo, con vocii, rincorse, giochi e vivacità, dei bambini in ricreazione.

In aggiunta alle piacevoli sensazioni di tutti i giorni, questo pomeriggio, fra le sedici e le diciotto, il suddetto habitat naturale mi ha regalato una serie di emozioni inconsuete e ancora più intense.

Mentre rientravo a casa da un’incombenza presso l’ufficio postale, a un certo punto la mia attenzione è stata, infatti, attirata da un mare di cinguettii, non assordanti e tuttavia intensi, connessi con l’arrivo e la sosta sui rami dei pini, senza esagerazione, di alcune migliaia di storni, i minuscoli volatili di colore bruno che hanno proprio la caratteristica di viaggiare compatti in assembramenti considerevoli, sovente tracciando sulla volta celeste tavolozze di disegni fantasmagoriche, estemporanee e mutevoli in un baleno, che nessun artista, a mio avviso, sarebbe in grado di emulare.

Non è la prima volta che assisto a calate di storni in città, e però, in questa circostanza, sono stato colpito da un episodio collaterale mai incontrato prima.

In mezzo a quel cinguettio diffusissimo degli storni, alcuni esemplari di tortore o di piccioni, padroni quotidiani del boschetto nell’abitato urbano, si libravano allontanandosi, quasi a voler lasciare il posto ai più minuscoli, e probabilmente più bisognosi di quiete, ristoro e riposo, compagni di specie.

Mi è sembrata una spontanea e silenziosa lezione di accoglienza e ospitalità.

La visione dei nugoli di storni in discorso ha portato istintivamente il mio pensiero verso le moltitudini, migliaia notevolmente moltiplicate, dei migranti che calano sulle coste del nostro paese, peraltro rischiando, durante le loro peregrinazioni e traversate, rischi ben più pesanti, in certi casi fatali, in confronto agli uccellini bruni visti e incontrati a Lecce.

Purtroppo, com’è noto, all’indirizzo di dette moltitudini umane, il livello di accoglienza ospitalità e assistenza si rivela spesso insufficiente è precario.

Peccato che tanto accada e si ripeta in seno ad esseri definiti civili.

Che dire, in conclusione? Senza cadere nella vuota retorica, credo che la migliore sorte cui vanno incontro gli storni dovrebbe quantomeno indurre a riflettere.

 

Nell’autunno salentino, lenzuola sopra la terra rossa

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di Rocco Boccadamo

In gergo comune, la gente suole definire “teli o reti” gli utili accessori o suppellettili impiegati nell’ambito e ai fini della raccolta delle olive.

A me, però, viene in mente, non a caso, di appellarli “lenzuola”.

Il riferimento attiene a una realtà operativa concreta, non solo vigente lungo queste amene plaghe del basso Salento, ma estesa all’intera Puglia e, in generale, a tutte le altre regioni, aree e, ho motivo di ritenere, anche Nazioni, dove esistono uliveti e si pone, quindi, il compito e l’obiettivo di ricavarne i preziosi frutti nella maniera migliore, sia dal punto di vista quantitativo, che sotto l’aspetto della qualità.

Si tratta di sottili strati a quadratini stretti, dai quattro lati uguali oppure, talora, in forma di rettangolo, di superficie variabile, in ogni caso almeno pari a quella corrispondente alle chiome dei singoli alberi dalle foglie color argenteo, taluni dei quali veri e propri monumenti che presuppongono, pertanto, teli o reti di dimensioni ragguardevoli o da sistemarsi in coppia ai loro piedi.

Gli accessori in discorso sono fatti di materiali plastici o similari, mentre i loro colori si alternano dall’avorio al beige chiaro, al verde intenso e al marrone, così da formare, talvolta, sequenze di pseudo tappeti policromi senza soluzione di continuità.

Ponendo l’accento, come premessa introduttiva, sull’estrema utilità di questi supporti agricoli, come cercherò di spiegare meglio più avanti, mi sembra anche il caso di rimarcare che il loro posizionamento sotto gli ulivi non avviene per semplice e libera caduta dal cielo, comportando, bensì, una non indifferente fatica, specie se il lavoro è compiuto da una sola persona.

Schiena ricurva, sforzi di braccia e gambe, paziente avvolgimento degli aggeggi intorno ai tronchi e, infine, ricerca di tantissimi ciottoli o piccole pietre, da poggiare sui lati dei teli, per evitare che il vento  li scompagini o li ripieghi.

Accennavo, prima, al prezioso scopo dell’impiego di tali accessori: in sintesi, grazie ad essi, le olive che cadono naturalmente o sotto l’effetto di abbacchiatori a batteria o di macchinari scuotitori sui tronchi, non si pongono a diretto contatto delle zolle, che possono, com’è noto, contenere sali, concimi, sostanze tossiche e altre impurità e, in tal modo, nei piccoli frutti ovali, la genuinità e la sanità degli elementi organolettici, le proprietà nutritive e le sensazioni gustative vengono sostanzialmente salvaguardate.

A questo punto, mette conto di annotare che i teli o reti esistono e si utilizzano  appena da alcuni decenni, mentre, in precedenza, si era fermi a modalità di raccolta delle olive di tutt’altro genere:   una per una o quasi,  mediante velocissimi movimenti delle dita delle mani e loro custodia in appositi sacchetti di tela (pusceddri) che si tenevano legati davanti al corpo, ovvero con ripetute ramazzate dei frutti giacenti sul terreno e la formazione di apprezzabili mucchi, riposti poi, a manciate, nei sacchi o in altri contenitori.

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In sfida ai miei quindici lustri di età, conservo viva l’immagine di compaesani, specialmente compaesane, intenti a siffatti metodi di raccolta, negli anni quaranta/cinquanta dello scorso secolo, un lavoro che iniziava di primo mattino e terminava al tramonto, con un brevissimo intervallo per la consumazione di una frisella, condita con pomodori, accompagnata da un sorso d’acqua e, se e quando c’era, da un dito di vino.

Al paese, per altro, non esistevano grandi estensioni di uliveto, tali da assicurare un lavoro, ancorché stagionale, a molti, erano prevalenti le piccole proprietà frazionate, certamente non bastevoli e, di conseguenza, alle scene di siffatte attività in loco si aggiungevano quelle delle partenze di folti gruppi di concittadini, soprattutto donne, di età dai dodici a sessantacinque/settanta anni, che lasciavano Marittima per raggiungere il fieu (feudo, volendo riferirsi a una grande coltivazione ad uliveto) in qualche paese distante, in genere del tarantino o brindisino, dove trovare occupazione per un discreto periodo.

Dette trasferte, unite a quelle per la coltivazione del tabacco nelle pianure lucane, rappresentavano gli strumenti o fonti di reddito a che  le famiglie avessero modo di edificare una casa nuova (frabbicu) per i figli maschi o di preparare il corredo per le figlie femmine.

Anche il giorno d’oggi, per la verità e soprattutto per essere realisti, non tutti i proprietari di terreni a uliveto, piccoli o grandi che siano, si possono permettere di adoperare, o semplicemente vi ricorrono,  i teli o reti o le lenzuola come a me piace appellarli.

Coloro che non lo fanno, si preoccupano unicamente di ripulire le aree sottostanti agli alberi, per poi scopare i frutti caduti e sottoporli, quindi, a una cernita attraverso setacci manuali o meccanici. Certamente, in cotale guisa, il risultato sul piano della qualità dell’olio emerge radicalmente differente.

E però, richiamando l’immagine allegorica delle lenzuola e andando con i miei capelli bianchi ad antichi ricordi correlati, in particolare inerenti alle stagioni passate, anche in casa, anche riguardo ai letti, al riposo e al sonno, taluni, o per scarsità di risorse finanziarie o sulla scia di abitudini radicate, facevano a meno delle lenzuola, spesso materialmente mancanti, avvalendosi invece di semplici e spartani giacigli, riparandosi, d’inverno, dal freddo, sotto umili coperte o zinzuliere, nella migliore delle ipotesi, attraverso le imbottite, i piumoni di una volta, contenenti all’interno fiocchi di bambagia.

Scorrono i tempi, si succedono, come in questo periodo, le stagioni autunnali, sulla scena agreste e paesana dominano gli stupendi e maestosi ulivi e la raccolta dei loro irrinunciabili frutti.

La scena è allietata e colorata, non tanto dalla policromia dei teli o reti o lenzuola, quanto dalla sfumatura rosso vivo dei corbezzoli che giungono a maturazione esattamente nella presente fase dell’anno e dalla macchia, di eguale ma più tenue tonalità, che spicca sul petto di simpatici uccellini, i pettirossi, ghiotti e grandi piluccatori, guarda caso,  sia di olive sia di corbezzoli.

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A proposito di immagini e rimembranze di molti calendari fa intorno alla raccolta delle olive,  mi viene spontaneo focalizzare un flash sulle particolari unità di misura di tali prodotti, contenitori metallici in forma cilindrica di varia capacità: il tomolo (tumminu) corrispondente a 55,54 litri attuali, il picciolo (picciulu) pari a 27 litri all’incirca, lo stoppello (stuppeddru) che conteneva circa 6,8 litri. Vi era inoltre una differenza tra recipiente colmo, raso e pieno: nel primo caso “la materia di cui era stato riempito sopravanzava su di esso in forma rotondeggiante a mo’ di cupola; nel secondo, la materia era al pari degli orli in tutta la sua superficie; nel terzo caso, nel recipiente sarebbe potuta entrare ancora qualcosa di più”.

Gli attrezzi in discorso sono da un bel po’ andati completamente in disuso e rappresentano ormai unicamente un flebile ricordo nel sentire e nella mente degli anziani.

Da ultimo, mi sovviene una località, Monteruga, situata in un triangolo di confine tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto, posta precisamente fra San Pancrazio Salentino e Torre Lapillo, avente una storia particolare: nel corso di cinquanta/sessanta anni, durante il secolo scorso, era un vero e proprio piccolo paese, con una comunità stanziale, la chiesetta e finanche una caserma, popolato in buona parte da famiglie provenienti dal basso Salento.

Successivamente,  fra il 1970 e il 1980,  poco per volta,  Monteruga  è purtroppo rimasta miseramente disabitata,  al punto da ridursi a niente più che una località fantasma.

 

20 ottobre 2016

Rocco Boccadamo

Lecce

Email: rocco_boccadamo@alice.it

 

12 allegati

Un bagno ottobrino, tra onde d’umanità

marittima castello

di Rocco Boccadamo

Anche per me, sebbene sia ancora portato a sperare in qualche giornata a venire eccezionale – cioè a dire se non propriamente calda, almeno tiepida e senza vento – si è sostanzialmente compiuto il tempo delle immersioni nell’accattivante e tonificante mare del Basso Salento.

Tuttavia, ieri, sono stato protagonista e beneficiario, in pratica ho goduto, di un’immersione di tutt’altro genere, e, però, devo riconoscere, non meno coinvolgente: un bagno tra persone.

Per eseguire un piccolo esame, di quelli di verifica e controllo cui periodicamente si sottopongono i “ragazzi di ieri”, i quali, come è noto, nella stragrande maggioranza, devono rinunziare al sonno notturno di un’unica ininterrotta durata, ho raggiunto il poliambulatorio del presidio ospedaliero più vicino.

Sostando nell’astanteria nelle more che si accendesse il numerino del mio turno, ovviamente in vicinanza e quasi a contatto di vista e udito rispetto a una piccola folla di pazienti, ho  inconsapevolmente e, però, attivamente convissuto con una lunga e variegata sequenza di ricordi, riflessioni e suggestioni.

Innanzitutto mi si è affacciata l’immagine, rimasta particolarmente impressa nella mente e dentro, di due famosi e conosciuti protagonisti del cinema italiano, Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi, nella scena di un’intervista sul piccolo schermo, nel corso della quale e alla domanda di come si snodasse la loro vita privata e famigliare, col sorriso sulle labbra e con semplicità e naturalezza, facevano cenno proprio a determinate impellenze che spezzavano l’arco del loro riposo. In ciò, evidentemente, affatto divi, anzi comuni mortali.

Nella platea dei presenti nella sala poliambulatoriale, invero, ho scorto una sola figura dal volto conosciuto, il marittimese Paolo F., che, in un attimo, ho rivisto bambino, mentre, ora, si presenta con una folta capigliatura di colore bianchissimo, fratello minore di un mio coetaneo e compagno di scuola.

In stagioni ormai molto lontane, le nostre rispettive famiglie d’origine erano particolarmente vicine, dato il forte legame d’amicizia esistente fra i due “capi”, mio padre e il genitore di Paolo, purtroppo andatosene prematuramente, nemmeno quarantenne.

Ieri, durante l’attesa analoga alla mia, Paolo, in questo periodo domiciliato in una località contermine a Marittima, era intento a discutere con un compaesano, nella comune veste di membri del Comitato festa cittadino, in merito alla scaletta delle realizzazioni e manifestazioni – luminarie, bande musicali, processione, fuochi d’artificio – connesse con la celebrazione annuale, giusto in questi giorni, della Madonna del Rosario, protettrice del loro luogo di abitazione.

Arriva, intanto, nel salone una ragazza, assai aggraziata di suo, che, ad ogni modo, si pone in evidenza soprattutto per via di un imponente pancione: di sicuro, quindi, è prossima al parto.

La giovane, facendo a meno di rispettare il turno grazie a una positiva e civile prassi ormai consolidatasi, si porta direttamente allo sportello, al fine di disbrigare le proprie occorrenze.

Confesso che, per il mio sentire, la vista di una donna che sta per mettere al mondo una nuova vita è sempre motivo di gioia e ammirazione.

Una signora di mezza età, invece, presentatasi davanti all’impiegata addetta e a una domanda di quest’ultima, declama ad alta voce di abitare nella cittadina di Alessano, in via Carlo Alberto n. 68.

Nell’udire il nome di tale località, io non resisto a volare col pensiero in direzione di una speciale e amata figura del mondo cattolico e religioso, don Tonino Bello, in vita vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi, adesso in odore di santità.

Don Tonino era originario proprio di Alessano e le sue spoglie riposano nel locale cimitero, al centro di un piccolo e infiorato giardino, meta di folti gruppi di visitatori e devoti estimatori che arrivano finanche dall’estero.

Strana coincidenza, l’ennesima delle mie, una volta concluso il  piccolo esame e lasciato l’ospedale, percorsi in macchina pochi metri, incrocio il furgone di una ditta di lavori idraulici, con sede sempre in Alessano e con denominazione, riportante il cognome del titolare, guarda un po’, Bello, lo stesso di don Tonino.

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Le sopra accennate persone, con correlati accostamenti, sono indubbiamente quelle che più marcatamente mi hanno suscitato riflessioni e suggestioni, ma, per fedele completezza, devo dire che, attraverso il rapido soffermarmi nel passare in rassegna il loro viso e il loro guardo, mi è rimasto qualcosa, un segno, di tutte indistintamente le persone presenti.

Come se si fossero accesi dentro di me piccoli fuochi d’interesse e, soprattutto, illuminanti, anche se non chiaramente descrivibili.

Insomma, pure in assenza del mare trasparente, il mio bagno di ieri mi ha fatto bene.

Mentre vado buttando giù queste note, odo chiaramente il crepitio, con saltuari più sonori rimbombi, dei fuochi pirotecnici, protrattisi per circa un’ora e mezza, sparati nella vicina località, nell’ambito dei festeggiamenti in onore della Patrona, Madonna di Pompei.

Echi ideali da Marittima

Echi ideali da Marittima

Volti, luoghi, testimonianze e ricordi di un nido senza tempo

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di Rocco Boccadamo

Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Pier Capponi, Isonzo, Piave e Premuda sono le denominazioni di sei viuzze, lunghe al massimo sessanta/settanta metri, che, susseguendosi oppure incrociandosi, delimitano e nello stesso tempo racchiudono il minuscolo territorio, in forma di quadrilatero irregolare, su cui si trova insediata una sorta di suggestiva bomboniera della tradizione, ossia a dire il rione Ariacorte della mia Marittima.

Un agglomerato di modeste, eppure dignitose, casette e, soprattutto, per secoli, lungo le scansioni del pendolo nei tempi andati,un concentrato di nuclei famigliari, un coacervo di vite per molti aspetti uniformi, pulsanti sulle medesime lunghezze d’onda, in stretta comunione interpersonale.

Non è lontano dalla realtà parlare di cuori che battevano all’unisono e, insieme, costantemente dischiusi al sentimento della solidarietà e del mutuo soccorso e sostegno, dischiusi esattamente al pari, per scendere sul piano della quotidianità pratica, degli usci delle abitazioni.

Quindici lustri fa, sul lettone di casa dei suoi genitori, proprio nell’Ariacorte,  chi scrive s’è trovato ad aprire gli occhi alla propria avventura esistenziale.

Ariacorte, in fondo zona periferica nel perimetro urbano di Marittima, un solco nel campicello paesano, un angolo modesto e, tuttavia, affatto anonimo, non fosse altro per essere costeggiato, sfiorato e occhieggiato nei suoi tessuti interni dalla generalità della popolazione, con maggiore e intensa frequenza nell’arco della stagione estiva, poiché area coincidente con la direttrice che porta alla locale marina per antonomasia, ovvero l’incantevole insenatura Acquaviva.

l’insenatura Acquaviva
l’insenatura Acquaviva

A proposito di quest’ultimo sito, piccola ma lucente perla naturalistica, per chi ha i capelli bianchi e radi come me, è bello e gratificante osservare che, un tempo, vi accedevano, per prendere i bagni nelle sue fresche e corroboranti acque, unicamente gli indigeni o nativi, a voler esagerare gli abitanti delle località contermini, mentre, il giorno d’oggi, l’Acquaviva è meta conosciuta su scala nazionale e, addirittura, anche all’estero, visitata nel corso di tutto l’anno e, a luglio e agosto, letteralmente gremita di gente, dalle prime ore del mattino fino a notte inoltrata.

Ritornando all’Ariacorte e alla sua evoluzione sotto l’aspetto demografico, compresi i correlati costumi, e rapportandomi, ovviamente, ai miei primi ricordi, peraltro tuttora vivi, ho potuto agevolmente stabilire che, nel decennio 1945-1955, vi dimoravano quaranta famiglie, con un totale di centonovantanove componenti, cioè, in media, cinque persone per nucleo.

In termini di paragone, ora, i medesimi valori riferiti ai residenti si attestano su basi numeriche ben più ridotte, nell’ordine, rispettivamente di dieci e sedici, poco più di una persona e mezzo per ogni singolo focolare. Per completezza, bisogna però osservare che alcune abitazioni sono nel frattempo passate di mano, andate in proprietà a forestieri approdati a Marittima per turismo, i quali, in certo qual modo, le animano nel canonico bimestre estivo.

Sia come sia, rispetto al pullulare intenso di vita di un tempo, l’Ariacorte si è trasformata in un’oasi di silenzio, di rari passi, di quiete.

Piace in modo speciale, al narrastorie che già c’era da bambino – ragazzo e che, per sua buona sorte, vive ancora e si trova sovente a osservare di passaggio l’ambiente in cui è nato, piace, dicevo, e gli è caro, rievocare determinate figure che sono rimaste a palpitare nella sua memoria e, finanche, nelle sue suggestioni interiori.

Per la verità, si conserva nitida l’immagine, con particolari e dettagli, di tutti i centonovantanove abitanti dello scorso secolo, a cominciare, ovviamente, da quella dei nonni paterni, degli zii e delle zie.

‘A Valeria ‘e l’Ancilu (Valeria, moglie di Angelo) aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare tante cose.

Era mescia (maestra) del magazzino, una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello. Inoltre, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano e, mediante un vecchio ma efficace telaio di legno, realizzava manufatti di particolare pregio, commissionati da innumerevoli famiglie del paese; insomma, non vi era ragazza in procinto di sposarsi che non tenesse a poter dire di avere qualche capo del proprio corredo realizzato da Valeria. ‘A Valeria ‘e l’Ancilu, ben voluta da chicchessia. Trifone Mariano, al vertice dell’omonima famiglia, si distingueva per la bella abitudine della preparazione annuale, nella ricorrenza del 19 marzo festa di San Giuseppe, di un pentolone di massa, tagliolini fatti in casa, piatto tipico di quel giorno, a beneficio delle famiglie meno abbienti del paese, in altri termini una tavolata, detta, non a caso, di San Giuseppe.

Giovanni ‘u Pativitu (discendente da un certo Ippazio Vito), il quale divideva il tetto con la consorte Ndolurata, era contadino e però, a tempo perso, anche fabbricante di panieri e cesti di giunchi e vimini.

Peppe ’u cardillu era un uomo di bassa statura, buono e scherzoso, sebbene, ogni tanto, preso di mira da noi bambini che gli cantavamo

Zzumpa cardillu

mmenzu sti fiuri

zzumpa cardillu

lalleru lallà.

Cosimo maccarrune, al contrario, si offendeva sentendosi appellare con detto nomignolo e, quindi, bisognava contenersi.

Giulia era giunta a Marittima da un paese vicino, sposando Fortunato e, a distanza di circa un anno, aveva messo al mondo Teresa, classe 1941 come me.

Purtroppo, ancora giovane, la donna scivolò in condizioni di salute precarie, con gravi problemi all’apparato respiratorio.

Spesso, pareva che le mancasse il fiato e, nelle fasi maggiormente critiche, se ne usciva da casa e si portava in un vicino slargo, dove c’era più aria e soffiava diritta la tramontana, restandosene lì per ore, magari al freddo, seduta sugli scalini di chianche della casa di Siveria: almeno respiro, si consolava.

Toti anzi cumpare Toti, vicinissimo di casa, era un contadino, sposato con, a carico, la moglie, sei figli e la suocera. Un buon uomo, ma, invero, non un grande lavoratore, nella sua magione, di conseguenza, non regnava benessere, si avvertiva, al contrario, una sensazione di fame, il pane si mangiava se e quando c’era, sulla tavola appena una minestra di verdure coltivate nell’orto.

Ciononostante, cumpare Toti giammai intese rinunziare ad allevare un uccellino, ora un cardellino, ora un canarino. Teneva tanto a ciò, al punto che, in un’annata in cui anche la sua famiglia fu costretta a emigrare in Basilicata, dove coltivare, in mezzadria, estensioni di tabacco, all’atto di caricare l’autovettura a noleggio che doveva trasportare persone e suppellettili, Toti fu irremovibile nel pretendere che, nell’abitacolo del mezzo, trovasse posto anche la gabbia con l’amato uccellino.

Costantina ‘u medicu, da parte sua, era una vecchietta minuta ma assai sveglia e dotata di forte temperamento. Vedova, viveva da sola alla fine di via Isonzo e attendeva con premura alle necessità di due nipoti, Maria e Costantino, rimasti orfani in tenera età, intanto già divenuti adulti e però non ancora sposati. Mi è rimasto impresso il particolare che Costantino, quando compì la fuitina con Gemma, pensò di cercare e trovare rifugio presso la nonna, la quale tenne la coppia in casa per qualche tempo, sino a quando non le parve giusto di intimare ai due sposini di andare a starsene da soli, in un’abitazione tutta per loro.

Aveva, Costantina, un vezzo, diciamo così, non gradito a noi bambini e ragazzi del rione, era contraria a che, durante le nostre giocate a palla in via Isonzo, lanciassimo la sfera a sbattere spesso sulla porta o sulla parete esterna della sua casetta. Talvolta, ci sequestrava la palla e ci toccava insistere a lungo per averla in restituzione.

I germani Luigi e Tore ‘u casinu, abitanti a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro ed entrambi proprietari di una doppietta, erano soliti andare a caccia insieme; ricordo, particolarmente, gli apprezzabili carnieri di tortore che riuscivano a portare a casa, utilizzando tali bottini come pietanze per le rispettive famiglie.

A fianco della citata anziana Costantina, si ergeva l’abitazione di Peppe ‘e Tuie, netturbino e necroforo comunale, coniugato con Cesira e padre di Nata, Cici e Ucciu, gli ultimi due miei cari amici e compagni di giochi.

Pressoché attigua, la dimora di Consiglio ‘u minicone e Concepita e dei loro otto figli, tra maschi e femmine e, esattamente di fronte, l’abitazione di Rosaria ‘u fusu, sul cui nucleo vado a soffermarmi diffusamente nelle righe che seguono.

Rosaria, proveniente da Andrano, reduce da un primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe) ‘u fusu, reduce anche lui da una precedente unione, padre di tre figli e, pure, rimasto prematuramente vedovo.

Rosaria e Giuseppe, insieme, procrearono ulteriori quattro figli, sicché, a un certo momento, venne a formarsi un antesignano nucleo allargato, con, in totale, undici persone, fra i due coniugi e i nove figli dell’insieme di letti.

Non era per niente facile, per Rosaria e Giuseppe, e tanto meno per Rosaria da sola quando lei rimase vedova per la seconda volta, far crescere tanti rami della pianta famigliare, ma, con il loro personale impegno e sacrificio e, quindi, il conseguente buon esempio, aiutati, sin dalla tenera età e vie più man mano che crescevano, da figli e figlie, conducevano in veste di mezzadri una serie di terreni, una vera e propria “masseria” (grande azienda agricola) la chiama adesso Costantino, il penultimo dei figli sopravvissuto insieme con la sorella Concetta.

Molti i ricordi e le annotazioni, taluni particolari, vuoi per averli vissuti da testimone diretto, vuoi per essergli stati riferiti, che si affacciano nella mente del narrastorie riguardo ai componenti della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Innanzitutto, intorno alla fine degli anni Trenta o agli inizi del Quaranta del secolo scorso, la scomparsa di Giuseppe a causa di un incidente, una rovinosa caduta mentre era intento a fissare a un gancio del soffitto un chiuppu di tabacco già essiccato (una sorta di grosso casco, prendendo a riferimento le banane), in attesa d’essere conferito al magazzino.

Di seguito, nel 1945, io avevo appena compiuto quattro anni, il matrimonio di Pippina, che rivedo nell’atto di varcare la soglia di casa nell’Ariacorte in abito bianco e con un’acconciatura semplice e tondeggiante di egual colore a cingerle il capo. Pippina, minore di solo un anno rispetto a lei, era grande amica di mia madre.

Poi, esattamente il 22 gennaio 1947, le nozze dell’altro figlio di primo letto di Rosaria, Andrea, con Valeria, coetanea e cognata di Pippina, anche lei amica di mia madre, giacche, da nubile, abitante di fronte e, in sostanza, cresciuta insieme sulla via Convento.

Ora, in quel lontano 22 gennaio 1947, Marittima registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata: bellissima ed eccezionale, perciò, la scena dell’uscita dalla chiesa dei novelli sposi, intanto che gruppi di ragazzi e giovanotti facevano a gara nel formare grandi palle di neve e a sospingerle a rotolare sulla strada, in leggero declivio, dalla piazza del paese verso la Campurra.

A più riprese, negli ultimi anni, imbattendomi in Valeria, non ho resistito a ricordare la coincidenza e, sempre, la donna ha di buon grado assecondato la mia rievocazione della scena, senza mancare, nello stesso tempo, di porre l’accento sui legami d’amicizia e d’affetto che aveva nei confronti della mia genitrice, la quale che, purtroppo, non c’è più da mezzo secolo.

Mentre, Valeria, l’ho rivista ancora ieri seduta in poltrona, esitante sulle gambe, ma lucida, a casa sua.

Nel 1951, virgola capitò, invece, un’improvvisa e brutta traversia a Vitale, il secondo dei quattro figli di Rosaria e Giuseppe, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede. La situazione era divenuta quasi tragica, una mattina ci fu grande scompiglio nel rione Ariacorte, meno male che, provvidenzialmente, si trovò, per il malcapitato, la possibilità di un’immediata corsa in macchina e del ricovero nell’ospedale di Lecce. Dopodiché, Vitale guarì e riprese completamente la sua attività di contadino.

Costantino, fratello minore di Vitale, mi ha precisato che, in quel frangente, egli era assente da Marittima, da poco partito per il servizio militare in Marina e si trovava di stanza alla Spezia, imbarcato su un dragamine: chiosa dell’interessato, buon vitto a bordo e pure la paga era buona, rispetto ai magri guadagni da contadino al paesello.

A quest’ultimo proposito, ha soggiunto Costantino, quanta fatica, quanti sforzi a zappare, soprattutto, o per seminare, falciare, raccogliere grano, lupini, altri legumi, fichi, olive, carrube e tabacco, nella “masseria” che aveva per base il fondo denominato “Magno”, con un grande capannone!

Affondi di zappa o semina di lupini, in un terreno, fra gli altri, denominato Cisteddru ‘a chiesia. La prima accezione, richiamante, forse, due tipi di manufatti artigianali, ciste e cistizzi, fabbricati da alcuni compaesani marittimesi, mediante l’utilizzo di steli di cereali intrecciati, manufatti poi adibiti alla conservazione del grano o di prodotti similari.  Della chiesa, perché, a quei tempi, il bene, verosimilmente pervenuto per donazione, era di proprietà della locale parrocchia.

Il comprensorio dei cisteddri ha la caratteristica d’essere situato al culmine di un piccolo promontorio affacciato sulla distesa azzurra nel nostro mare e di vantare una pregevole veduta panoramica sulla località di Castro, una delle più fulgide perle del Salento.

Ieri, ispirato delle antiche testimonianze di Costantino, ho voluto fugacemente avventurarmi dentro la plaga agricola in discorso, cogliendovi una sensazione di pace assoluta, diffusa sia sui tappeti di terra rossa profumata di lontani sani sudori e di sante fatiche, sia nelle sacche di frescura donate dalle argentee chiome degli ulivi.

Con la chicca, della visione di minuscoli grilli nell’atto di saltellare aprendo le loro alette, dall’interno di colore fra il celeste e il ceruleo, e dell’ascolto, in pieno giorno, anche del canto di qualche gufo o civetta, rapaci che, come è noto, capita, in genere, di udire nelle ore notturne.

Libri| A Castro, con il cuore

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di Alessandra Peluso

La cultura – scrive Husserl – è il sedimento oggettivo del sapere della comunità.  Come allora non considerare Rocco Boccadamo depositario della cultura salentina?

Ne scrive da anni, dopo averla vissuta, amata, accettando anche gli aspetti più impervi. In “A Castro, con il cuore” si evidenzia l’amabile arte di destreggiarsi tra racconti che appartengono al piccolo, ma straordinario paese salentino, come Castro: una perla, bellezza dirompente del sud del Salento.

Boccadamo si nutre di cultura, di storia, di tradizioni appartenenti ad una Terra di persone che amano, accolgono, sono ospitali, generosi, inconsapevoli, spesso però, di essere attori e protagonisti di una storia. Ecco che Rocco Boccadamo sembra rappresentare una cartina tornasole, depositario di una cultura da salvaguardare. Egli utilizza la scrittura, a differenza dell’aedo o del bardo, l’oralità, per trasmettere e far conoscere a tutti, visitatori e non, la cultura salentina.

I numerosi racconti contenuti nel libro “A Castro, con il cuore”, come anche in molte altre sue pubblicazioni, rappresentano un legame tra presente e passato, necessario a creare un’identità. Senza identità non si è nessuno. Non soltanto, ma la popolazione che riesce ad aver meglio un rapporto con la propria origine, la propria identità e tradizione, è anche quella capace di confrontarsi con le altre, accettando e rispettando la diversità.

Pertanto, Rocco, oltre ad allietare i lettori con le sue ammalianti storie, funge anche da guida, affinché gli abitanti di Castro e i salentini tutti prendano coscienza di se stessi, riconoscano il valore della propria identità e la presentino agli altri, tutelando per questo anche il territorio nel quale vivono.

Tuttavia, l’autore del prezioso libello è anche il vessillo del sentimento. Il cuore per Boccadamo non è solo l’organo pulsante di vita, ma anche di amore, di quel sentire dolce o acre che scuote il profondo, libera l’istinto, la creatività, la miglior parte dell’individuo e anche la più vera; così come vero è il sole, e caldo che scalda le pietre inscalfibili di questa terra, il mare cristallino dai colori verde e blu cangiante, la luna rassicurante, i gabbiani che gracchiano, volteggiando, indisturbati.

Il Salento è anche questo. E anche Castro diventa il luogo dell’anima, luogo di innamoramento, come scrive Giuliana Coppola nella Prefazione.

E dunque, Rocco Boccadamo, alla stregua di Virgilio quando narra di Enea, prende per mano il lettore, il turista, o il viaggiatore, o il castrense, e lo conduce per mari e per monti, sino a raggiungere il Castello aragonese di Castro giustappunto, e trovarvi ristoro del corpo e dell’anima; mentre, intanto, questa si rinfranca dall’amore intenso per le proprie origini, la bellezza del territorio, come insegna – emblema incontrastato – il caro Rocco.

A CASTRO, CON IL CUORE, di Rocco Boccadamo, Spagine/Fondo Verri Edizioni

A Castro, con il cuore

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Sabato 2 agosto 2016, a Castro (LE), sarà presentato l’ultimo libro dello scrittore salentino Rocco Boccadamo “A Castro, con il cuore”, pubblicato, per i tipi di “Spagine” Edizioni Fondo Verri, nel maggio 2016.

Questa la prefazione al volume redatta da Giuliana Coppola:

Innamoramento… ecco, mentre mi accingo a scrivere ancora sui pensieri di Rocco Boccadamo, ecco, io penso che sia questo il termine giusto per i suoi scritti, per gli scritti di lui che ritorna a guidare il lettore nel suo personale “paradiso terrestre”, nella sua Castro.

Invita tutti ad essere suoi ospiti, a condividere con lui il senso profondo di quest’amore che dura da una vita – e benedetti siano i suoi genitori per averglielo inculcato nell’anima – e che egli vuol far provare in tutta la sua immediatezza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, mentre le ore si rincorrono e trascorre il tempo.

Innamoramento, dunque, pudico, silenzioso, attento ai particolari, alle voci, ai sussurri, ai mormorii; alle sensazioni, alle emozioni, ai passi, agli sguardi e ancora ai rumori di mare, di terra, di cielo, ai colori di verde e d’azzurro e di buio e di luci di lampare, stelle nella notte, sospese all’orizzonte.

Castro avvolge l’anima e le pagine raccontano; “l’ideale nassa di pensieri” diventa quotidiana dichiarazione d’amore. “Per soppalco, un cielo azzurro senza ombra di nubi, strato calmo, tratteggiato da linee orizzontali a dividere zone di bianco perlato da altre di colore intenso blu, carezze scintillanti per opera dei raggi solari, aria cristallina e leggera, orizzonte nitido, temperatura dolce e tendente a lievitare verso l’alto con il progressivo innalzarsi del mattino”.

Castro, per Rocco Boccadamo, suo cantore, è “un immenso schermo in cinemascope intessuto di meraviglie, gioie, bozzetti incantevoli della natura” e sorridono “intorno le macchie di verde, le case, le antiche mura e le torri del borgo”. Le pagine scorrono e il film si dipana e secche di gennaio s’alternano a miti pomeriggi di febbraio e il vento, a tratti, è “solo un abbozzo, quasi il respiro d’un neonato” in questo mese di giugno e d’un tratto, siamo già in estate e si chiacchera un po’ con Nino, il pescatore, che vive di pesca e di mare. “Acini d’estate” e il ricordo è per Vincenzo e sono per lui i colori dell’immensa distesa d’acqua, colori che “raccontano rosari d’emozioni” ed è “sinfonia composta di suoni d’aria e di mare” mentre si cavalca mare e volano le vele “colorate d’amaranto”.

A volte è grigio il venerdì ma che importa? “Vi porto talmente dentro, mi siete talmente compagne…” che i colori rimangono nell’anima e si va, Rocco Boccadamo va e intorno “valanghe di immense distese di bianca schiuma, sferzate sul nero delle alte rocce”. Si va e s’affolla “nassa di pensieri” e s’affollano ricordi e scorrono sul palcoscenico dell’anima volti e persone. Si prega per chi non c’è più perché Castro, a tratti, “rievoca l’azzurro profondo delle volte di talune basiliche… quasi per un arcano e invisibile estro d’artista, tra profumi di mirto, carrubi, menta, gelsomino e basilico” ed è frinire di cicale, intorno.

Santa Dorotea e Minerva e Maria, la Madre del mare e Venere proteggono, ognuna a suo modo, uomini ed eroi; e così succede che Enea si salva e si salvano gli uomini, anche quando crolla il mondo sulla piazzetta ed è disastro, ma la vita resiste e piazzetta ritorna nel suo splendore, balcone sul mare e sul porticciolo da favola.

Si rincorrono i pensieri quando soffia vento di tramontana ed è brivido e non ci si accorge che arriva Natale e forse fa freddo ma dentro, nell’anima, c’è il sole. “Se ne sta in alto a vedersi la scena; contrariamente a quanto può succedere con la luna e le stelle… il sole non si presta a colloqui, limitandosi a sfolgorare, bruciare, riscaldare e semmai suscitare idee…”. Già le idee; anche questa che giunge a monito, inaspettata, mentre si gusta il film della bellezza.

Rocco Boccadamo riporta pensiero che può essere attribuito alle sue divinità, alle divinità del cielo, della terra, della natura “Ti ho messo a disposizione una messe di risorse, cielo, mare, aria pulita e non invasa dallo smog, acque incontaminate, e tu ne hai fatto scempio; ho riposto fiducia in te affidandoti tutti questi tesori e tu, non solo non mi hai ascoltato ma ti sei comportato in modo tale da danneggiarli”.

Par di sentirla la voce… richiamo e monito; chi è innamorato, ha paura d’un tratto che venga sciupato l’oggetto del suo amore; questo mondo che appartiene a Rocco e che, affidato alle sue pagine, ora è patrimonio di tutti coloro che le leggono, e che sono diventati, per suo desiderio, ospiti del suo paradiso terrestre, catturati nella nassa dei suoi pensieri.

Ora seguiamo la sua barca che solca le onde del suo mare; forse, siamo idealmente sulla sua barca, come succedeva un tempo quando il “vascelletto” diventava leggero, grazie alla scrittura che diventa monito e memoria; per non dimenticare chi siamo e dove siamo, in ogni momento della nostra esistenza.

 

Quando, a Marittima, spira forte il maestrale

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di Rocco Boccadamo

Anche attraverso piccoli passi e cose semplici, si ha modo di accorgersi che la forza degli elementi naturali, di solito, finisce col rivelarsi vincente.

Nel basso Salento, ma non solo, questo tratto d’estate si sta caratterizzando con una serie di giorni e notti vivacizzati da venti del quadrante nord/nord ovest, ovvero, secondo la comune denominazione popolare, di tramontana/maestrale.

Soffi, non a livello d’assoluta eccezione e violenza, ossia a dire, riferendoci alla sommità del nostro mare Adriatico, del genere bora, e, tuttavia, di consistenza cospicua, persistente, insistente, con rare pause.

Il relativo rumore emerge sovrastando ogni altro, sarebbe riduttivo affermare che accompagna, giacché, in fondo, domina, in certo qual modo finisce col soggiogare o, perlomeno, condizionare.

Trattasi d’una spinta intrisa e ricca d’aria secca, che assorbe i già scarsi umori delle vie respiratorie, inducendo, di conseguenza, ad assumere più spesso sorsi ristoratori di sostanze liquide, bibite, succhi o semplicemente d’acqua.

Ma la prestanza di questo genere di vento non si ferma agli effetti anzi descritti, arriva a prenderti dentro, addirittura, sembra un paradosso, a scoraggiarti a fare e finanche a parlare.

Eppure, d’intorno, splendono le giornate, il mare non lontano dalla familiare “Pasturizza” dello scrivente, è, al solito, una distesa d’intenso azzurro e, perciò, vie più invitante, sebbene, al largo, presenti l’alea d’onde burrascose, a loro volta sospinte repentinamente e velocemente dai sibili.

Sia come sia, gli elementi naturali che così s’esibiscono non fanno altro che compiere il percorso della loro stessa essenza e, rispetto a ciò, non sono certo i peregrini pensieri, le volontà e i desiderata del comune osservatore a poterne modificare l’iter e a interromperne l’azione.

Io lascio fare, proseguire, questo vento; mi abbandono e mi rifugio dentro la natura, convinto che, alla fine, assecondandola e riprendendo in mano i suoi contorni, invariati da millenni, anzi da ere, mi riguadagnerò la possibilità di sentirmi vivo, di dire, raccontare, osservare, ricordare.

Cosicché, stamani, nel predisporre il foglietto delle incombenze quotidiane, moderne, ordinarie, decido di limitarmi a poco: un rapido passaggio dall’ufficio postale per il versamento del canone della lampada votiva che rischiara la notte ai miei cari nelle brumose e sciroccose stagioni invernali, quindi un salto all’edicola dei miei nipoti per ritirare l’immancabile copia del “Corriere” e basta.

Immediatamente dopo, mi determino a compiere un passo indietro nel tempo, nella memoria, a calarmi in abitudini ormai da decenni desuete ma che, per fortuna, resistono, tirandole fuori e rivitalizzandole.

La pur modesta spinta del mio scooter copre con facilità il breve itinerario dal centro abitato paesano sino alle vicine campagne in direzione sud, non senza sfiorare, quasi a passo d’uomo, le sagome delle ultime, basse case tipiche dei secoli scorsi, che seguitano ad ergersi integre nella loro essenzialità, a comprova e onore della paziente e seria opera dei provetti antichi fabbricatori.

All’abbrivio delle distese di terra rossa, scivolo sul fronte del fondo denominato “Aia”, già del mio zio materno Toto, che da poco, noto con piacere, è stato sottoposto ad apprezzabili lavori di ristrutturazione e riordino relativamente alla costruzione che vi insiste, una volta si o no all’altezza di mero fabbricato agricolo, adesso trasformata alla stregua d’aggraziata villetta. Un complimento particolare alla figlia giovane di mia cugina Elvira, la quale, insieme col suo compagno, impegnandosi personalmente nei lavori, ha spinto la madre a porre in atto l’abbellimento del manufatto.

Ci vuole poco e costeggio anche il minuscolo, vetusto boschetto, dove, da ragazzini, i marittimesi d’un tempo solevano addentrarsi, soprattutto la domenica mattina, per raccogliere sul terreno, oppure staccare dai rami e dalle foglie, le ghiande, risicati frutti che non esitavano ad abbrustolire su braci improvvisate su qualche tratto di terreno non ricoperto da sottobosco e, quindi, a mangiucchiare.

Ancora, più avanti, mentre fa capolino lo specchio sottostante del canale d’Otranto con sull’angolo di sinistra la rada e il colle di Castro, si guadagna il fondo un tempo appellato “Vigna delle canne”, dentro il quale, in una spartana casetta di pietra, erano soliti trascorrere l’intera bella stagione i proprietari Vitale e Palma, insieme con le loro due figlie.

Attualmente, tale terreno appartiene a un nipote dei due, un altro Vitale, e questi, oltre ad abitarvi e a coltivarlo, vi ha impiantato una piccola attività imprenditoriale sotto forma di allevamento d’api.

Bene ha fatto l’amico Vitale a porre all’ingresso, sul muro di pietre, il cartello  “Apiario didattico”, per ricordare ai passanti, locali o turisti, che, durante l’anno scolastico, egli è disponibile e si presta a tenere incontri collettivi con i ragazzi delle elementari e delle medie, su un tema di carattere agricolo o collaterale, invero non molto consueto, ma che offre tanti spunti per utili conoscenze, l’approfondimento e il riavvicinamento alla natura, intesa sia come mondo vegetale, sia come universo animale, anche se, in questo caso, si tratta di piccoli ma alacri e preziosi insetti.

Subito appresso, sulla sinistra, ecco il comprensorio una volta regno d’un altro concittadino, Vitale ‘u pisanelli, caratterizzato, in origine, da una bella costruzione, una delle prime in muratura, tinteggiata di color rosso dolcemente intenso e accattivante, insomma non sparato.

Quel Vitale si trova da lunga pezza a tutt’altra altitudine e però, ultimamente, il fondo ha ripreso corpo, anzi è stato valorizzato, sia in termini di aree coltivabili, sia come rete di muretti divisori, tutti rimessi a nuovo conservandone rigorosamente la struttura compositiva in pietra a secco.

E’ risorta pure la casa che, per via delle intemperie e dei decenni, aveva ceduto; si notano, inoltre, presi a pascolare tra un terrazzamento e l’altro, alcuni animali domestici, quali caprette e oche.

Nella circostanza, il merito, grande ed esclusivo, è di un giovane artigiano marittimese, Simone, il quale, rispetto alla sua vicina officina di lavorazione del ferro battuto, alterna indicative pause, attendendo al lavoro nella “Vija”, dopo aver, per alcuni anni, sorvegliato e assistito alle opere di ristrutturazione e di valorizzazione dell’insieme, per mano di squadre di tecnici ed operai esperti.

Non c’è che dire, un positivo esempio d’investimento, che, ancorché non consistente in cifre macroscopiche, se rapportato alle dimensioni e alle possibilità finanziarie del protagonista, è decisamente lodevole e, soprattutto, sarebbe da imitare da altri soggetti animati da buona volontà e dalla voglia e dal desiderio di costruire qualcosa di diverso e di nuovo, che abbia spazio anche per il futuro.

Proprio dirimpetto alla ”Vija” e  a breve distanza, solo un centinaio di metri, dai piccoli comprensori denominati “Munti” che, in parte, facevano capo alla mia famiglia materna con nonno Giacomo, sulle cui superfici i miei ricordi di fanciullo e di scolaro sono stati protagonisti e testimoni di tante parentesi in compagnia dei più grandi che si sottoponevano a pesanti lavori agricoli di vario genere, si succede un’altra tenuta, conosciuta col nome di “Pizzeddri”. Ivi, tuttora, ogni tanto, mi porto volentieri, giacché la stessa è riconducibile al mio carissimo amico Vitale, non contadino di nascita bensì egualmente appassionato delle attività lavorative tradizionali, in ciò incoraggiato dalla moglie, dal figlio e dal suocero, il quale ultimo, pur prossimo ai novanta, è ancora in piedi a coltivare la terra, ad accudire gli alberi secondo i calendari antichi, quasi che non fosse passato un abisso temporale tra i suoi primi apprendimenti e le usanze e i costumi attuali.

Un anziano, lo dico con benevolenza e con rispetto nei suoi confronti, sinceramente da ammirare e rispettare.

Anche in questa mattinata di maestrale, m’introduco col mio due ruote nei “Pizzeddri”, Vitale mi dà subito una voce, è seduto in un angolo appena dopo l’ingresso, all’ombra, intanto che, poco più avanti, si va svolgendo un’attività rumorosa e insieme importante, con l’ausilio d’un trattore che, grazie a un accessorio corredato all’interno di una ragnatela di catene rotanti, calpesta la superficie del campo, già rivestita di un vero e proprio sottobosco d’erbacce che fino a ieri ne deturpavano l’aspetto e che, al contrario,  dopo il passaggio del mezzo, appaiono ora nient’altro che una coltre color giallo e marrone chiaro sulla superficie rossa dell’humus.

Sullo sfondo del terrazzamento di terreno, si staglia, giustappunto, la figura di L., il suocero, coppola sul capo e un sottile bastone in mano, più per compagnia che alla stregua di mezzo di sostegno, intento a sorvegliare la scena e l’attività del trattorista.

Accanto ai sedili di pietra, mio e di Vitale, svetta una bella pianta di pero, carica di frutti in fase di maturazione, che, invero, non avevo mai scorto in precedenza e, perciò, mi lascia ammirato e stupefatto. D’istinto, guardo detto albero intensamente e Vitale, notandomi, m’invita, gentile, a raccogliere un po’ di frutti.

Ma non si volge a tal fine la mia volontà prioritaria, preferisco decisamente godermi e portarmi dentro lo spettacolo di quella pianta. In altri termini, mi limito a prendere solamente una pera, poi, dopo averla strofinata col palmo della mano, la mordo lentamente, con un piacevole gusto per il palato.

Quanto poco ci vuole, talora, per apprezzare!

Distanti alcuni metri, corrono filari di peperoni, pomodori e di melanzane e, anche rispetto a tali coltivazioni, si rinnovano la gentilezza e la premura dell’amico, anzi, lui stesso, preleva qualche ortaggio offrendomelo: il sapere e vedere che s’attinge direttamente alle piante mi entusiasma e faccio mia una manciata di peperoni di colore verde intenso, cornetti piccoli di dimensione ma promettenti sul piano del sapore.

Un breve indice di gesti, azioni, visioni, esperienze, nell’ambito d’una passeggiata in campagna, un concentrato d’emozioni che riportano all’infanzia, una parentesi che mi soddisfa in maniera speciale.

Mentre pure il lavoro del trattore nei paraggi è giunto ad esaurimento, non mi resta che congedarmi dall’amico vitale e dal suocero L. e ritornare a casa, deponendo di getto, e compiaciuto, sul tavolo del tinello, il minuscolo bottino.

Mia moglie desidera sapere quale provenienza abbiano gli ortaggi e, apprendendola, si propone di adoperarli per il pranzo, nella preparazione d’un contorno sotto forma di brodino di peperoni: risultato concreto, una gustosa, davvero gustosa, portata integrativa.

Ricollegandomi all’abbrivio delle presenti note, devo confessare, in conclusione, che almeno per un’ora e mezzo ho avuto l’impressione di non essere più assordato dal vento di maestrale, prodigiosamente sono riuscito a catturarne la forza e il sibilo o, per lo meno, a convincerlo a non soffocarmi.

Un ideale sottobraccio tra il ragazzo di ieri e un elemento della natura; natura che, a mio avviso, vale la pena di ricordarlo, unitamente al Creatore che governa da lassù, rimane alla base di tutto e di tutti, perennemente accanto e intorno a noi.

 

I treni scontratisi in Terra di Bari e la voce di Eliana

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di Rocco Boccadamo

 

Provo una profonda tristezza, giacché, per l’ennesima volta, sia a livello dei massimi sistemi e vertici istituzionali, sia sul fronte dei vocii, ritornelli e sproloqui d’ogni genere attraversanti i canali d’informazione e/o dei fiumi d’inchiostro versati sulle pagine dei quotidiani, ci si è lasciati andare senza controllo e al di là dei confini, addirittura abbandonandosi, da più parti e pulpiti, a odiose spettacolarizzazioni e strumentalizzazioni della vicenda del gravissimo incidente ferroviario fra Andria e Corato, che ha causato ventitré vittime.

Ancora più amaramente, mi viene di temere che non è e non sarà l’ultima stazione di siffatto calvario comportamentale sul piano del pubblico e singolo dire e sentire.

Ma io, comune e povero pugliese, come mi devo porre al cospetto di quanto accaduto, quale contributo può venir fuori dal mio ragionamento, ancorché ispirato, almeno come tentativo, al massimo buon senso?

Beh, intanto non devo aggiungermi al coro di cui anzi e tenermi ancorato, invece, a pochi, chiari, semplici e inoppugnabili dati di fatto.

Con l’aggiunta, semmai, di sparuti suggerimenti, se e in quanto utili e, nello stesso tempo, all’obiettiva portata delle nostre finanze pubbliche.

Niente più: in fondo, non solevano già i nostri “antichi” tagliar corto con l’affermazione, evidentemente ultra sperimentata, che “le chiacchere stanno a zero”.

°   °   °

La mia regione, per buona sorte di tutti e in primis dei suoi abitanti, non si trova affatto ai margini o all’ultimo posto in classifica, come meglio piaccia dire, del tessuto economico – sociale italiano.

E’ chiaro, vi sono carenze (dove non ne esistono?) e, però, a fianco di molteplici risorse, ricchezze naturali o dell’ingegno, intraprendenze.

Credo che sia ora di finirla con le polemiche a tutto campo, occorre guardare e cercare di affrontare i problemi con decisione, uno per volta, secondo una semplice e ragionevole scala di priorità.

La realtà del binario unico, teatro del disastro di questi giorni, non è una grave anomalia della Puglia; al contrario, in base a una tabella diffusa dal “Corriere della Sera”, la presenza, qui, di strozzature nelle rotaie è sotto la media dell’insieme delle regioni italiane.

I controlli sulla marcia dei due treni non hanno funzionato perché obsoleti o inadatti o inefficienti? Bene, basta togliere le deroghe, sul punto, date alle società concessionarie private rispetto alle regole vigenti e operanti sulle linee gestite dall’entità pubblica Rete Ferroviaria Italiana e definite tra le più efficaci e sicure su scala europea.

Errori da parte di taluni addetti? Purtroppo, non è la prima volta che, a monte delle sciagure, ricorrono manchevolezze umane, ma, al riguardo, le autorità preposte devono occuparsene a riflettori spenti, con tutte le prove e disamine possibili, con estrema serenità di giudizio.

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°   °   °

Di fronte al dramma, si è arrivati finanche a lanciare una campagna mediatica regionale a tutto campo, da Lesina a S. Maria di Leuca, per la raccolta di sangue, certamente iniziativa lodevole e d’indubbia valenza, ma per niente da collegarsi, nello specifico, al numero dei feriti bisognevoli di plasma: lo stimolo a donare il sangue va seriamente proposto in ogni dove e durante l’intero arco dell’anno.

Si ferma a questo punto la penna del comune osservatore di strada e narrastorie, rendendosi del resto conto, nella circostanza, di essersi accostato più a una tragedia che a una semplice storia.

Tuttavia, in conclusione di queste note, si ritiene di trascrivere l’intervento, profondo e puntuale da par suo, oggi pubblicato sul proprio profilo Facebook dalla cara amica leccese Eliana Forcignanò, giovane filosofa, poetessa e critica letteraria:

 

“Non dobbiamo temere la morte, perché, quando noi ci siamo, essa non c’è e, quando essa c’è, noi non ci siamo”. Questo scriveva Epicuro, tuttavia mi riesce difficile credere che, nell’istante in cui i due treni si sono scontrati, le vittime non abbiano incrociato, sebbene per qualche istante, il volto della morte. Per loro non vi è stato silenzio: il clangore nefasto dei treni che entrano uno nell’altro, lo stridere delle rotaie, le sirene dei soccorsi, le urla dei parenti, l’inutile frastuono delle polemiche, il cordoglio di tutti noi espresso con parole veementi di sdegno e sofferenza. Eppure, sono questi i casi in cui la parola, per quanto necessaria a un’elaborazione del lutto e a una canalizzazione della disperazione, rimane tristemente impotente. Né potremo mai sapere ed esprimere per mezzo delle parole ciò che hanno provato le vittime, né, forse, riusciamo a esprimere quel che ci tormenta adesso. Da un lato, l’idea che su quel treno potevamo esserci noi o un nostro congiunto; dall’altro, la rabbia verso qualcosa che serba ancora contorni troppo imprecisi per essere assunta come capro espiatorio.

  1. La generica accusa che si può muovere contro la politica, infatti, non ha poi note così diverse da quella che noi abitanti del Meridione siamo soliti muoverle sempre: ossia, di averci abbandonati a un destino “di seconda classe” – è tristemente il caso di dirlo – del quale non possiamo più essere artefici, se non attraverso la scelta individuale di andar via, di lasciare questa terra in cui siamo nati e cresciuti. Ma questa è una vecchia storia: la tiriamo sempre fuori e sempre la guardiamo inabissarsi nel sopravvivere quotidiano, almeno per chi resta. Poi, ti colpisce alla radio il pianto disperato del familiare di una vittima che chiede giustizia e prega: “Non lasciateci soli!” Anche in questo caso ti accorgi di quanto la parola sia impotente a esprimere la sete di giustizia. Si fa supplica la parola, una supplica struggente da cui traspare la rabbia, perché la logica continuazione di quell’appello sarebbe: “Non lasciateci soli anche questa volta”, ma, nei fatti, un destinatario cui rivolgere l’appello non c’è: il potere cambia faccia, la gente riprende la sua vita seppur nello sconvolgimento generale, ma il dolore, acuto e lancinante, appartiene a chi sopporta la perdita di una persona cara e rimane a noi impenetrabile. Allora, la domanda è quella che i Fontamaresi di Silone rivolgerebbero anche a noi: che fare? Qualcosa d’importante lo hanno fatto i donatori di sangue; qualcosa, per quanto di poco conto, può farla ognuno di noi ascoltando quella stanchezza che ci viene dal profondo: la stanchezza di vederci compianti e immiseriti, la stanchezza di dover supplicare per ottenere giustizia, la stanchezza di udire polemiche tanto bieche quanto sterili, perché, se è vero che la parola è impotente, molto può la consapevolezza di essere stanchi: chi è stanco si ferma, rifiuta di portare oltre i pesi, recalcitra. Forse, dovremmo fermarci, rifiutare, recalcitrare dinanzi all’ovvietà di certe consolatorie promesse e pretendere che venga davvero restituita ai nostri morti la dignità di esser caduti in una terra in cui, da sempre, è più facile cadere che rialzarsi. “Gettate foglie sui morti – scriveva il poeta Salvatore Toma – poiché sono essi i veri vivi”.

Dal Salento: i chiaroscuri della vita e una lucciola di speranza

l'insenatura acquaviva di marittima, come era una volta
l’insenatura acquaviva di marittima, come era una volta

 

di Rocco Boccadamo

 T. e L. sono entrambi della classe 1928, ossia a dire hanno oltrepassato le ottantotto primavere; invero, niente d’eccezionale, giacché, com’è noto, la durata media della vita si è nettamente modificata, tanto a livello delle pile d’almanacchi riservate a noi umani, tanto e soprattutto riguardo alle sembianze fisiche che, dell’esistenza, rappresentano, in fondo, uno specchio indicativo.

Notazione sullo specifico argomento anagrafico e d’apparenza, ho recentemente rinvenuto sul web, una vecchia foto, risalente al 1946, di un gruppetto di pescatori intenti a riassettare gli attrezzi di lavoro sul loro gozzo di legno, fermo tra il bagnasciuga e il risicato scalo per le barche del porticciolo di Castro.

In primo piano e in risalto, due figure, una delle quali con giubbotto e coppola, che danno l’idea, rispettivamente, di un uomo anziano, intorno alla sessantina o giù di lì, e di un secondo di mezza età, ovvero intorno ai quaranta. In realtà, l’ho potuto apprendere successivamente da fonte sicura, i suddetti personaggi contavano, all’epoca, solamente trentatré e ventidue anni.

Ritornando ai marittimesi T. e L., essi sono contadini, si può affermare, dalla nascita e a tale mestiere si sono dedicati per l’intera vita, prodigandosi, appieno, ancora adesso.

Un mondo d’albe e tramonti, il loro, a contatto dei campi, delle zolle rosse, di una miriade di coltivazioni e di piante, compresi gli alberi simbolo del Salento, cioè a dire gli ulivi. Una lunghissima missione di lavoro espletata con impegno, sacrifici, dedizione e dignità, fonte e fulcro, ovviamente, delle risorse per la formazione e il sostegno, anche, dei rispettivi nuclei famigliari.

°   °   °

Giorni fa, al supermercato, mi trovavo in coda al reparto frutta per alcuni piccoli acquisti. L’impiegata addetta stava servendo un cliente, il quale, passando le ordinazioni con tutta calma e a singhiozzo, sembrava non esaurisse mai la sua lista, mentre insieme con me, arrivata qualche attimo avanti, attendeva una giovane donna, d’aspetto gradevole, occhi scuri, volto solare.

Alla mia domanda se aspettasse anche lei il suo turno e se fosse una compaesana, la signora mi precisava di esserlo per residenza a seguito del matrimonio, provenendo, invece, da una località vicina e, come si verifica quando tra persone di diversa generazione difficilmente ci si conosce, mi forniva anche riferimenti in merito alla famiglia del suo sposo.

Aggiungeva di essere casalinga, contrariamente a quanto avrebbe desiderato, a ciò costretta, purtroppo, da gravi e al momento insuperabili ragioni famigliari.

Tuttavia, durante il breve approccio e le confidenze nelle more dell’acquisto della frutta, la solarità di quel viso non usciva scalfita, prevalendo al contrario un composto equilibrio, forse sorretto dall’auspicio di tempi e sviluppi migliori per i propri cari.

°   °   °

A breve distanza di tempo, un’altra attesa, in questo caso davanti al bancomat del mio istituto di credito.

Fra gli altri astanti/utenti, una giovane bruna, dall’accento non salentino, in compagnia di un ragazzino biondissimo.

Probabilmente anche per ingannare l’attesa, mi chiede, la donna, se, almeno, v’è la certezza che all’interno dell’apparecchiatura non si esaurisca il contante, impedendo quindi di prelevare. Mi viene spontaneo, sulla base delle mie esperienze, di rassicurarla e approfitto dell’occasione per domandare se il ragazzo sia suo figlio o fratellino. Risposta, è bielorusso, ha undici anni, la sua famiglia, alcuni decenni addietro, è stata testimone, spettatrice ravvicinata e in qualche modo vittima del disastro nucleare di Chernobyl. Sicché, nel quadro di accordi di solidarietà fra associazioni italiane e bielorusse a ciò preposte, il bambino, ormai da sette anni, è ospite, in estate e anche durante le vacanze natalizie, di una famiglia italiana.

Salutando, apprendo, direttamente dal piccolo, che si chiama Illya.

°   °   °

Da una settimana circa, mi sono trasferito alla “Pasturizza”, la mia villetta del mare.

In questo angolo prediletto, ai piedi del muro di cinta lungo la strada per l’Acquaviva, ieri sera ho avuto la piacevole sorpresa, purtroppo non frequente, di scorgere una lucciola, con il suo magico lumicino fra l’azzurro e il verde.

Al che ho avvertito un sussulto di gioia dentro, con l’aggiunta che, in detta ultima circostanza, ispirato dai problemi famigliari della giovane signora incontrata al supermercato, ho voluto attribuire al simpatico insetto, sommessamente luminoso nello scuro notturno, il significato di un ideale faro di speranza.

A Castro (Le), la caseddra delle “mie” Frasciule

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di Rocco Boccadamo

Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente accanto a un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale, nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei figli a carico, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india ecc., nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta. Per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso, vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano a venire.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il proprio genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva con loro alcuni periodi nel fondo e nella casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado di camminare a piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, cosicché succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si susseguivano e/o prendevano corpo una serie di abitudini rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere il cibo dal grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, che, sebbene non velenoso, causa nei bambini forte apprensione e paura.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare, con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca. Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, delimitata da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Con il trascorrere degli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità fisiche, soprattutto quelle visive e in mancanza dei figli che potessero aiutarlo, perché avevano messo su famiglia, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule andarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli in eredità, ma poi, inaspettatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto primo cittadino si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura, titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di quegli amministratori pubblici che puntarono esclusivamente al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

A Marittima, c’era un volta…

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di Rocco Boccadamo

 

Tratta dal calendario 2016 della Pro Loco “Acquaviva” di Marittima, una fotografia storica del primi anni cinquanta del secolo scorso, a ricordo, come scritto nella didascalia, dell’inaugurazione della sede della Democrazia Cristiana nel mio paesello.

Alla mia vista e al mio sentire interiore, si pongono ancora vive e palpitanti le tre figure principali al centro dell’immagine, ossia a dire Agostino Nuzzo, all’epoca Sindaco del Comune di Diso (di cui Marittima è frazione), il senatore Francesco Ferrari e mio padre Silvio Celestino Boccadamo.

Sulla sinistra, con in mano l’asta d’una bandiera, mi sembra di riconoscere lo zio Vitale, mentre, immediatamente dietro, sono sicuramente distinguibili i volti di Olivio Nuzzo, Vitale e Saverio Carrozzo e Remo Minonne, tutti con coppola in testa.

Che belli, il ragazzino con berretto a visiera appoggiato a un muro e la bimba, con sciarpa di lana che le avvolge il capo, che sembra occhieggiare con interesse sulla cerimonia, standosene in piedi sul limitare d’un uscio vicino.

Piccola chicca sullo sfondo mediano della fotografia, la rudimentale insegna VINO, con accanto una targa metallica reclamizzante la Birra Peroni, ad indicazione della puteca, caratteristico locale di mescita di quei tempi lontani.

A Marittima, Boccadamo presenta “Anita”

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Sabato 21 maggio 2016, alle ore 9.30, presso l’Istituto Comprensivo Statale, in via Roma, 69 a Marittima di Diso (Lecce) sarà presentato il libro di Rocco Boccadamo, “Anita detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti viaggi” edito da Spagine – Fondo Verri nel dicembre 2015.

Interverranno e dialogheranno con gli alunni e il pubblico presente, l’autore e il prefatore Ermanno Inguscio. Nell’occasione, Rocco Boccadamo, portando avanti l’ormai decennale iniziativa “Un libro in dono”, consegnerà una copia del volume a ciascuno degli studenti di terza media.

Scrive Ermanno Inguscio: “Il viaggio è sete di conoscenza, è desiderio di allacciare nuove relazioni, è bisogno di comunicazione”; e un viaggio propone l’autore con i quarantasei brani che compongono il volume.

Nella prima parte del libro, Rocco Boccadamo riferisce di fatti e personaggi incontrati in terra veneta, ad Abano Terme, al consumarsi della stagione autunnale 2013; nella seconda, campeggia, tra i ventotto scritti, il racconto salentino di “Anita, detta ‘Nnita”, che dà il nome alla raccolta.

‘Nnita, personaggio tra le tante figure che popolano le narrazioni di capitolo in capitolo: un vecchio parroco, le belle deputate presenti nel Parlamento nazionale, “lu cumpare signurinu”, la Nunziata di Castro”, “Zi’ Miliu” e Vitale…

Storie e memorie che con la scrittura sfidano il Tempo.

A chiudere il volume, il terribile naufragio del traghetto “Norman Atlantic” nel Canale d’Otranto.

Ma su tutto a farla da padrone, sono i molti angoli della terra tra due mari, con Castro Marina, Serrano, Marittima, non senza puntate nella memoria delle esperienze lavorative del giovane autore, bancario, alle pendici dei Peloritani, delle Prealpi Venete e in Brianza.

Negli anni 50, letture a buon mercato per Rocco da Marittima

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di Rocco Boccadamo

Di almanacchi, accanto a me, ne sono già scivolati ben settantacinque e, tuttavia, in determinati momenti di pausa, abbandono e silenzio, ho l’impressione di toccare ancora con mano e di rivisitare con occhi lucidi di freschezza una serie di antichi, piccoli episodi che mi hanno visto protagonista, o più semplicemente spettatore, nella stagione della fanciullezza e/della prima adolescenza, tra le Elementari e le Medie.

In aggiunta ad altri due modesti esercizi commerciali per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, c’era allora, a Marittima, in piazza, il tabacchino o privativa di generi di monopolio, di Dante e Assunta, gestito prevalentemente dalla donna.

Per la verità, lì, non soltanto si praticava la vendita di sale, sigarette, sigari e cartine, ma si trovava un po’ di tutto: giornali, aspirina, caramelle, farina, pasta, pane, spagnolette di cotone, aghi, bottoni, cerniere e, finanche, petrolio e alcool denaturato, prodotto, quest’ ultimo, che le famiglie adoperavano spesso per alimentare piccole lampade, in dialetto si diceva non a caso a spirito, quando in casa veniva a mancare, succedeva purtroppo frequentemente, l’energia elettrica.

I titolari del tabacchino tenevano sempre una discreta scorta di dette sostanze liquide, in damigiane di vetro stipate in un corridoio attiguo al negozio, da cui si travasavano nelle bottiglie dei singoli acquirenti le quantità di petrolio o d’alcool da loro richieste.

Però, a parte queste operazioni, diciamo così più frequenti e canoniche, ogni tanto, in particolar modo quando faceva freddo, intorno alla damigiana dell’alcool si snodava un rito diverso. Nel tabacchino, si affacciava Mesciu Miliu, portalettere del paese e sacrestano del convento della Madonna di Costantinopoli, il quale amava bere, tanto da essere spesso ebbro; con la motivazione di sentirsi intirizzito, nel mezzo dei suoi giri per la distribuzione della posta e col permesso dell’Assunta, egli si accostava al contenitore, traendone di volta in volta un mezzo bicchiere che tracannava in un baleno.

A proposito di Mesciu Miliu, persona intelligente che sapeva ben rapportarsi con tutti, circolava una storiella particolare.

Il Venerdì Santo, com’è noto, si svolgeva, e tuttora ha luogo, la processione con i simulacri di Cristo Morto e della Madonna Addolorata.

Riguardo alla Madonna Addolorata, mette conto di precisare che la relativa statua in carta pesta, con un volto bianchissimo, ceruleo e un abito di color nero lucido, durante l’arco dell’anno non era conservata nella chiesa matrice, bensì nel convento o Santuario collocato alla periferia estrema di Marittima, sulla via per Castro. Sicché, all’inizio di ogni Settimana Santa, occorreva trasferirla, dal suo abituale alloggiamento, alla sacrestia della parrocchia.

Un compito cui, per molti decenni, provvide giustappunto il sacrestano mesciu Miliu. Per lo spostamento della statua, egli si serviva di un piccolo traino di legno (trainella), da sospingersi a mano afferrando le stanghe, adoperato, di norma, dai compaesani per caricarvi e trasportare al forno pubblico la “mattra” e i “limmi” (contenitori, rispettivamente, di legno e di terracotta) ricolmi di pasta di farina di frumento, con cui si provvedeva alla periodica panificazione per il fabbisogno famigliare.

Mesciu Miliu, come già ricordato, non sapeva stare a lungo senza un bicchiere; per questo motivo, in un’occasione, nel tragitto dal santuario alla parrocchia, con la trainella e, sopra, la statua della Madonna Addolorata, egli pensò di fermarsi davanti a una bettola (puteca) per bagnarsi le labbra, parcheggiando il mezzo di trasporto e il relativo contenuto di fronte all’ingresso.

All’uscita, evidentemente brillo e allegro, si profuse in un’eccezionale quanto indimenticata esclamazione: “ Madonna via bella, ti eri mai vista in trainella?”.

 

 

 

Si diceva che il tabacchino fungeva pure da edicola, precisamente vi si poteva acquistare il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno e qualche settimanale, rammento La Settimana Incom illustrata, Epoca e Tempo. Detti giornali giungevano all’esercizio via posta, giacché in quei tempi non esistevano corrieri dedicati, esattamente al pari della corrispondenza ordinaria o raccomandata per le famiglie.

Piace, all’odierno narrastorie dai capelli bianchi, ricordare che, riguardo ai servizi postali, a collaborare con l’ufficio del paesello, interveniva una figura terza, una brava persona abitante a Castro, C. C., il quale espletava la funzione di “procaccia postale”. Utilizzando la propria moto Ape, egli aveva il compito di prelevare dagli uffici postali di Castro, Marittima e Diso i sacchi della corrispondenza in partenza, chiusi con la ceralacca, e consegnarli ai treni delle Sud Est per Maglie e Lecce che transitavano dalla vicina stazione ferroviaria di Spongano; così come, di rilevare dai medesimi treni i sacchi postali della corrispondenza in arrivo, per recapitarli ai competenti uffici delle tre località.

Sul rimorchietto della moto Ape, C. C. aveva sistemato un paio di panchette e, in funzione di rudimentale navetta, faceva talvolta accomodare qualche paesano in arrivo o in partenza col treno.

In tal guisa, il “procaccia” riusciva ad arrotondare, ovviamente a livello di poche lire, le sue entrate.

Bisogna annotare che, all’epoca, a Marittima non c’era in pratica anima viva che acquistasse i giornali, tranne, per opera d’isolati tifosi, l’edizione del lunedì della Gazzetta del Mezzogiorno, dove ripassare le cronache sportive inerenti alle squadre di calcio di Maglie e Lecce militanti in serie C.

Di conseguenza, trascorsi alcuni giorni dalle date d’uscita, Assunta riprendeva in mano i giornali ormai vecchi e ne ritagliava una sezione rettangolare della copertina o della prima pagina che restituiva per posta agli editori, quale prova dell’invenduto.

Al giovanissimo Rocco, dopo essersi trovato tante volte ad assistere a detta operazione,  venne a un certo punto l’idea di chiedere ad Assunta che cosa avrebbe dovuto pagarle per un settimanale, diciamo così, tagliato (i prezzi di copertina erano di 80 o 100 lire); la risposta della signora fu “devi darmi 5 lire” e scattò subito il patto.

In tal modo iniziò, e si protrasse per alcuni anni, circa dal 1950 al 1954, la parentesi del ragazzo lettore di settimanali scaduti e però egualmente ricchi e fonte unica (nel paese, tranne che in una famiglia, non esistevano le radio) di una miriade di fatti, corredati, per di più, da illustrazioni in bianco e nero e a colori.

Rocco divorava pagina per pagina, riga per riga, i rotocalchi, acquisendo cognizione e diventando testimone di avvenimenti, episodi e fatti, anche clamorosi e drammatici, sia italiani sia internazionali.

Eccone una sintetica carrellata.

1950: si celebra l’Anno Santo, scoppia la guerra in Corea, l’ONU affida all’Italia la Somalia in amministrazione fiduciaria.

1951; la Libia diventa indipendente dall’Italia; nel mese di novembre, una spaventosa alluvione finisce col distruggere il Polesine.

1952: Elisabetta II succede al padre Giorgio VI come sovrano del Regno Unito (sarà incoronata nel giugno 1953).

1953: la Rai inizia le trasmissioni televisive in bianco e nero, muore il dittatore sovietico Stalin, scoppia a Roma il caso Montesi, con una bella ragazza trovata cadavere sulla spiaggia di Torvaianica e con implicazione, all’inizio, del figlio di un famoso uomo politico, poi risultato estraneo.

1954: muore Alcide De Gasperi.

Un percorso di conoscenza molto importante, a integrazione delle nozioni che erano inculcate a scuola, ma anche un forte stimolo a curiosare, informarsi, interessarsi e guardarsi intorno, sino ad acquisire la percezione consapevole di essere, in fondo, un granello, minuscolo e se si vuole millesimale, ma pur sempre vivo e palpitante, della collettività.

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Quale segno ideale ma tangibile di ritorno a un’esperienza che serberò per sempre, con emozione e un filo di nostalgia negli occhi e nel cuore, ho in questi giorni cercato, trovato e ripassato le copertine di Epoca, Tempo e Settimana Incom illustrata di tanti lustri fa.

Nostalgie salentine: li chiamavamo curumusciuli

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di Rocco Boccadamo

Dopo le impreviste e non propriamente piacevoli traversie famigliari marzoline, nei giorni scorsi, al fine di cercare di rinfrancarmi lo spirito su lunghezze d’onda, diciamo così, più leggere, mi sono determinato a fare su e giù da Marittima, precisamente dalla mia Pasturizza e dalla Marina ‘u tinente.

Da solo, con l’ausilio di zappetta, forbice e decespugliatore, oppure in supporto a un paio di compaesani contadini/giardinieri, ho così dato un’aggiustatina alle aiuole della villetta, in vista del rituale rinnovo delle piante da fiori, e ai terrazzamenti scoscesi della citata Marina ‘u tinente, situati nei pressi della scogliera demaniale e popolati da centoquattro giovani ulivi.

Ma, grazie all’eccezionalità vegetativa del corrente periodo stagionale, ho specialmente avuto agio di vivere un’autentica immersione nella rigogliosa coperta di verde, fiorito e non, che, adesso, arriva a sormontare gli affioramenti rocciosi: pressappoco, una sorta di variopinto scendiletto rispetto alla distesa d’onde, a portata di mano, del tratto di costa segnante il connubio tra Adriatico e Ionio.

Immersione, abbinata a uno stato di silente apnea, fra stupore e stordimento per via delle astanti, prodigiose e meravigliose, manifestazioni della natura.

In siffatto clima visivo e, insieme, di suggestione interiore, senza accorgermene, ho compiuto con la mente un viaggio a ritroso verso i sentieri dell’infanzia e della fanciullezza, quando le campagne e le marine, in aprile, di per sé, si presentavano sostanzialmente come oggigiorno, mentre, parallelamente e in senso metaforico, correvano ben altre levate e declinazioni della luna; in altre parole, restando con i piedi per terra, in giro si respirava un’aria completamente differente.

Ad ogni modo, è stato come rivedermi scolaro o agli inizi delle medie, intento alle frequenti scampagnate nelle marine, in genere la domenica o durante i pomeriggi feriali, in un’atmosfera mite e colorata dal sole già quasi caldo.

Quant’era diverso, a quei tempi, il porsi e il comportamento del ragazzo di ieri, come pure, ovviamente, degli amici che lo accompagnavano, nei confronti degli elementi naturali! Si badi, a disposizione di dette creature, in termini di svaghi e giochi preconfezionati, non esisteva quasi niente e, per ciò, era normale che dovessero aguzzare il cervello sino a escogitare di loro iniziativa qualche moto, o azione, piacevole, avvincente, dilettevole e, magari, pure utile.

Sia come sia, alle marine, si passavano parentesi in allegria, giocando con naturalezza e semplicità: o cercando qua e là piccole e leggerissime palline rosse di bauxite (uddhrìe),   oppure tentando di sorprendere nell’erba innocenti grilletti, per quindi «catturarli» e divertirsi assistendo ai loro improvvisi e un tantino goffi saltelli. Inoltre, poiché, all’epoca non c’erano, nemmeno nella fantasia, biscottini o caramelle o gomme da masticare, si era soliti andare alla ricerca di piante di curumusciuli e dopo di che piluccarne i piccoli baccelli, poi mangiati a volo senza dischiuderli.

Ma cosa sono i curumusciuli, oggi, invero, quasi scomparsi? Danno l’idea dei piselli freschi, però di più ridotte dimensioni. In botanica (da Wikipedia), trattasi del ginestrino (Lotus corniculatus), una pianta appartenente alla famiglia delle Fabacee (o Leguminose). È comune dappertutto nei luoghi erbosi ed è buona foraggera.

È un’erba perenne a fusto pieno e ricurvo alla base, alta da 10 a 30 cm. Le foglie, composte, sono divise in tre foglioline romboidali. I fiori, gialli, sono riuniti in ombrellette di 2-6 elementi (maggio-agosto). I legumi, sottili e cilindrici, sono di colorito brunastro.

E se, fra un’attività e l’altra, veniva sete, manco l’ombra, va da sé, della bottiglietta d’acqua minerale che oggi si porta in borsa o in mano o in tasca e, tuttavia, il problema era risolto brillantemente, anzi di più.

Le basse rocce affioranti dai terrazzamenti recavano, così è anche tuttora, diffuse buchette di varie dimensioni, in dialetto conche, che, in determinati periodi raccoglievano e conservavano residui delle piogge.

Bastava attingere con il palmo della mano a tali provvidenziali contenitori e, quindi, portare direttamente in bocca il dissetante liquido.

Quell’acqua caduta dall’alto e ritenuta pura e sicura (siamo a sogni lontanissimi), aveva il pregio non solamente di riuscire a eliminare la sete e l’arsura in gola, ma anche d’emanare un singolare miracolo a livello degli occhi, della mente e degli stimoli interiori.

Noi piccoli, socchiudendo le palpebre, registravamo per incanto come delle visioni, immaginavamo segni d’antiche civiltà, sul mare vicino ci pareva di scorgere la sequenza dei legni capitanati dall’eroe troiano Enea che, com’è noto, a conclusione della sua fuga da Ilio distrutta, si suppone possa essere sbarcato e approdato in Italia giusto sulla costa orientale del Sud Salento.

O le galee degli ottomani che, a più riprese, nel quindicesimo e sedicesimo secolo, hanno attaccato e saccheggiato le nostre terre, con distruzioni ed eccidi, in primis il sacrificio degli ottocento martiri otrantini recentemente proclamati santi.

O, su orizzonti più prossimi, le nostre anziane nonne e/o compaesane in genere, le quali si dedicavano alla “cura” e alla produzione, di contrabbando, del sale marino, mediante frequenti integrazioni, con otri d’acqua piovana e dolce raccolta nelle cisterne, del liquido salato presente nelle conche sulla scogliera demaniale.

Non c’è che dire, in conclusione, talvolta può rivelarsi benefico, rilassante e appagante, a me personalmente accade, lasciarsi avvolgere in un ideale canovaccio fra le esperienze e i ricordi di ieri e la realtà del presente.

Lecce: briciole di note, alle soglie della Pasqua

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di Rocco Boccadamo

 

E’, invero, fatuo e irreale, credere o immaginare o sperare che sul proprio capo possano aleggiare, perennemente, cieli azzurri.

Purtroppo, per i corsi della natura, oltre al sereno, talora vengono a susseguirsi anche volte grigie, ammantate di nuvolaglia scura e cupa. E, però, non è il caso di lasciarsi deprimere, bisogna porsi in attesa e avere fiducia nel ritorno del bel tempo.

°   °   °

A livello di cronaca e correlato comune sentire globale, giusto adesso, si stanno vivendo giornate buie, tristi e drammatiche, scandite da vicende che preoccupano pure a distanza.

L’auspicio più ragionevole, se non d’obbligo, è che si arrivi, finalmente, con la buona volontà e, soprattutto, attraverso propositi univoci e disinteressati, a spazzar via nella maniera migliore le schegge impazzite autrici di stragi e distruzioni, o, perlomeno, a isolarle e disarmarle.

°   °   °

Nel recinto del complesso ospedaliero “Vito Fazzi” di Lecce, il più importante del Salento, è in corso d’avanzata edificazione una nuova grandiosa ala, ferve l’attività di un cantiere, vasto, per superficie e volumetria, quasi quanto la struttura edilizia già esistente e operativa. Ieri pomeriggio, recandomi al “Fazzi” per visitare un parente, nell’atto di parcheggiare l’auto nelle apposite aree di sosta esistenti nelle immediate adiacenze del complesso sanitario, ho notato un gruppo d’operai, tali mi sono subito sembrati, intenti a prendere posto all’interno d’un pulmino, verosimilmente per ritornare alle proprie abitazioni dopo la giornata lavorativa.

Uno di loro si tratteneva a fianco del mezzo, quasi ad attendere e aiutare gli altri a montare a bordo. Con lui, mi sono innanzitutto complimentato per la scelta del viaggio in comitiva, un’assoluta atipicità rispetto agli eserciti d’automobilisti che viaggiano sistematicamente da soli.

Poi, gli ho chiesto se fosse di Lecce o di qualche località, al che l’uomo mi ha fatto presente d’essere originario dell’Egitto, di aver raggiunto l’Italia e Lecce tre mesi fa, trovando subito lavoro, al pari dei nove suoi connazionali lì presenti, nel prima richiamato cantiere di ampliamento del “Vito Fazzi”.

°   °   °

La Pasqua di Resurrezione 2016 è praticamente alle porte. Ogni volta, la ricorrenza in questione vivifica, dentro di me, una serie di legami inerenti ad antiche tradizioni, risalenti addirittura ai tempi della mia infanzia, cui non intendo rinunciare. Così che, anche quest’anno, ho puntualmente partecipato, nella parrocchia del mio quartiere, alla Messa della Cena del Signore, durante la quale il parroco pro tempore e l’anziano parroco emerito hanno lavato i piedi a tredici uomini e ragazzi immigrati.

Il celebrante anziano s’è diretto verso la panca su cui sedevano, insieme, i più giovani, i quali, però, con ingenuità o insipienza o semplice naturalezza, erano rimasti con le estremità inferiori calzate di tutto punto. S’ingenerava, quindi, un momento di contenuta ilarità, chiusosi con l’esortazione del religioso, agli apostoli del terzo millennio, a fargli svolgere il suo compito.

Nota coreografica, all’esterno della chiesa in parola, svettano alcune piante d’ulivo e di palma, entrambe, si sa, simboleggianti la pace.

Nella successiva serata di venerdì, preceduta da un crepuscolo di sogno, ho invece preso parte, nel centro storico di Lecce, alla processione di Gesù Cristo morto e della Madonna Addolorata. Un breve ma indicativo percorso, accompagnato da musiche di circostanza, intonate da un complesso bandistico dotato di strumenti a fiato.

Numerosi i fedeli presenti e ancora più nutrite le ali di folla al passaggio dei due simulacri religiosi.

Il rito s’è concluso nella Piazza del Duomo, sfoggiante i suoi preziosi monumenti artistici, fra cui il superbo campanile, proteso verso l’alto nel semibuio notturno.

La luna, dal faccione quasi pieno, sembrava stendere la mano per accarezzarne la cupola.

Spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

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I quindici lustri di un narrastorie salentino: spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

 

di Rocco Boccadamo 

Duemila sedici meno mille novecento quarantuno, fanno settantacinque.

A Marittima, Basso Salento, nel rione popolare dell’Ariacorte, erano circa le 3:00 del mattino di una lontana, lontanissima domenica intorno a metà marzo, quando, nella modesta abitazione a piano terra di proprietà dei coniugi Immacolata e Silvio, s’accingeva a venire al mondo il loro secondogenito, ossia a dire s’andavano schiudendo alla vita gli occhi dell’autore delle presenti righe.

A quei tempi, è diffusamente noto, i bambini non nascevano in ospedale oppure in clinica come accade adesso, bensì nella casa dei genitori, sul letto grande, con la puerpera, sorretta assistita ed aiutata dalle mani abili della levatrice e dall’esperienza delle altre donne di famiglia già sposate e mamme.

Nel ruolo di ostetrica condotta comunale si trovava Donna Elvira Vainò, originaria, se ben ricordo, della zona di Galatina, la quale abitava nella frazione capoluogo di Diso insieme con il marito Don Consalvo e, ironia del fato, senza figli. Ella espletava il suo prezioso servizio, con copertura, anche, ovviamente, delle altre frazioni di Marittima e Castro, muovendosi in sella a una bicicletta da donna e portando con sé, appesa al manubrio, una capiente borsa contenente quanto necessario all’atto degl’interventi assistenziali.

Pur essendo, la protagonista del lieto evento che stava per maturare,  una donna mite e soprattutto paziente, i suoi naturali e comprensibili lamenti durante il travaglio arrivavano a raggiungere l’udito dei vicini e di qualche compaesano che si trovava a transitare lì, all’angolo tra la breve via Nizza (così era denominata l’attuale via Piave) e la strada che ancora oggi si diparte in direzione di un vasto comprensorio agricolo, fino alla scogliera demaniale, per sfociare in corrispondenza dell’ amenissima, anzi, in un certo qual modo magica, insenatura “Acquaviva”.

Sì, un comune effetto, in questo caso beneaugurante, delle doglie, percepibile anche all’esterno delle mura domestiche strettamente interessate, che suscitava sentimenti di tenerezza all’indirizzo di una giovane mamma, a distanza di alcuni giorni avrebbe compiuto ventiquattro anni, da tutti conosciuta e stimata, in seno alla minuscola località, per le spiccate doti di semplice e intensa bontà, dolcezza e cordialità.

Ancora oggi, capita spesso, sotto la spinta di reminiscenze ormai così distanti e tuttavia sempre vive, che siffatta spinta emotiva s’ingeneri dentro di me, nel ricordo materno. Pensare, che, dopo averne fatti, in totale, ben sei di figli, la donna se n’è andata esattamente mezzo secolo addietro, col nascituro di quella metà marzo 1941 arrivato, intanto, a venticinque primavere, in sostanza pressappoco alla stessa età della sua mamma intenta, sul lettone di casa, a dischiudere generosamente il proprio grembo per lui.

Due giorni più avanti, il 18 di marzo, alle ore 19:00, la dichiarazione della nascita di Rocco all’anagrafe comunale, resa da Boccadamo Silvio Celestino dinnanzi al Commissario prefettizio Salvatore Miggiani, alla presenza dei testimoni Giuseppe Ciriolo e Saverio Urso.

Oggetto testuale dell’atto: il giorno 16 marzo 1941, alle ore 3:00, nella casa di abitazione in Marittima alla via Nizza numero civico 3, da Minonne Immacolata di anni 23, cittadina italiana, di razza ariana, imballatrice, è nato un bambino di sesso maschile, cui viene dato il nome di Rocco.

Piccola notazione statistica, quell’anno, in soli due mesi e sedici giorni, s’erano registrati cinquantotto lieti eventi: quanta differenza e distanza, che stravolgimento dei costumi sociali, emergono rispetto alle due sole nascite verificatesi nell’eguale corrente scorcio del 2016, pur tenendo conto che il Comune di Diso è attualmente composto da due e non più da tre frazioni!

Immediatamente dopo, ecco il battesimo nella parrocchiale di San Vitale, con me pargolo recato in chiesa in braccio dalla nonna paterna Consiglia e accompagnato da uno stuolo di altri famigliari, tra cui gli zii Donato e Maria, rispettivamente padrino e madrina (da parte dei predetti, fino a quando sono stati in vita, ho sempre ricevuto un occhio di riguardo per essere stato, giustappunto, loro figlioccio, sciuscettu in dialetto salentino).

Cerimonia, officiata dall’anziano arciprete del paese don Francesco N., della famiglia benestante dei Scianni, abitante in un bel palazzotto al largo Campurra, insieme con una nipote, donna Nunziatina, già andata in sposa ma poi rimasta, quasi subito, vedova.

Al battesimo, assisteva anche Nena (diminutivo di Filomena) M., una marittimese della medesima classe anagrafica di mio padre, nubile, conosciuta per il suo mestiere di maestra pasticcera, svolto insieme con la madre Costantina.

Nena, però, anche donna particolarmente pia, di chiesa si diceva una volta, teneva i corsi di catechismo agli scolari e formava a tale compito le giovani, preparava e vestiva le fanciulle e ragazze del paese per la parte di ancileddre (piccoli angeli al femminile), con vestiti bianchi e coroncine sul capo, nel corteo in chiesa, alla mezzanotte di Natale, col Bambinello benedicente presentato dal parroco ai fedeli presenti.

Per via dello stacco generazionale, come pure a causa della mia prolungata assenza da Marittima, conoscenza a parte, non ho avuto molto agio di frequentare l’anzidetta Nena. Però, proprio lei, a distanza più o meno di un quarantennio dall’episodio, mi ha ricordato un minuscolo ma indicativo particolare del mio battesimo, esattamente la seguente breve considerazione uscita in quell’occasione dalla bocca di don Francesco N.:”Che cosa te ne pare, Nena, a me questo bambino sembra “nna rrobba bbona”.

Qualche altro ricordo relativo alla figura del parroco in questione, il quale, in aggiunta al pluridecennale servizio, avrebbe avuto la ventura di trascorrere anche una cospicua vecchiaia, giungendo a sfiorare i cento anni.

Aveva il vezzo di assumere tabacco da fiuto, a furia di piluccare polverina dall’apposita scatoletta e di tirare, le dita delle mani erano divenute giallastre e così s’era fatta pure la cute immediatamente sotto le narici.  Persona, ad ogni modo, assai colta, riverita e rispettata pure per il censo della sua famiglia, egli era intestatario di numerosi fondi agricoli, alla periferia e, in genere, in tutto l’agro del paese, fra cui il terreno denominato Arciana sulla via vecchia per Andrano, caratterizzato dalla presenza di un palummaru (torre colombaia) e, per lo meno nei tempi passati, di numerosi alberi da frutto, in special modo mandorli, oggetto di scorribande serali e notturne per opera di noi ragazzi, che, tuttavia, non mancavamo di riferire a don Francesco di tali furtarelli attraverso la grata del confessionale, così guadagnando la rituale assoluzione, nonché, talvolta qualche benevolo schiaffetto da parte, diciamo, del derubato.

Rammento anche, quale occasione finale di contatto con don Francesco, la mia richiesta di notizie e particolari sul rinvenimento, un po’ di secoli prima, nelle campagne marittimesi, per opera di un suo collega curato, dell’icona della Madonna di Costantinopoli, o Odegitria, custodita sopra l’altare dell’ex Convento dei Cappuccini eretto e dedicato in onore della Vergine.

Ebbero a rivelarsi particolarmente preziose le indicazioni dell’ormai vecchio ma lucido arciprete, al punto da consentirmi di ben figurare, in classe, col mio componimento.

Riprendendo e proseguendo riguardo al mio iter scolastico, mi viene spontaneo annotare che ho avuto la fortuna di frequentare l’intero ciclo delle elementari e inoltre, da privatista, la prima e la seconda media, con un giovane, severo e, soprattutto, bravo e preparato insegnante, Alfredo Q,

Mitica, in seconda elementare, la circostanza del primo tema, da lui assegnato come compito a casa, dal titolo “Chi sono io”, con me, unico scolaro della classe, l’età era di sette/otto anni, arrivato a svolgerlo e per questo gratificato con un bel 10 e lode.

Ancora, s’affaccia nella mente il trambusto, tra pianti e strilli, creato, fra le pareti dell’aula, dal diligente ma discoletto Rocco, all’arrivo a scuola del medico condotto per la vaccinazione antivaiolosa, praticata con una piccola incisione sul braccio.

E, poi, come non ricordare il mio prolungato handicap di non sapermi soffiare correttamente il naso, con l’esito di ritrovarmi spesso col moccio e le conseguenti derisioni dei coetanei in uno ai rimbrotti dei genitori e degli altri famigliari e parenti.

Di fronte al che, sempre il maestro Alfredo a cercare di tirarmi fuori con determinazione e pazienza; chiave di volta, una mattina, nel cortile scoperto dell’edificio scolastico, l’utilizzo di alcuni zolfanelli da lui accesi sotto il mio naso, con la contestuale perentoria intimazione di tener serrata la bocca e provare a spegnere le fiammelle con il fiato emesso dalle narici.

Fino a che il problema, autentico prodigio, non uscì definitivamente risolto.

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Nell’estate immediatamente successiva alla quarta elementare, il maestro Alfredo convolò a nozze con la sua fidanzata Uccia ed io fui scelto, al pari di altri due compagni, per la recita, nel corso del ricevimento serale in casa degli sposi, di una poesia.

Perciò, dritto in piedi sul davanzale d’una finestra, passai a declamare, all’indirizzo della coppia e dei numerosi invitati, una composizione dal titolo “La pianta di glicine”, scelta e imparata a memoria con l’ausilio di comare Meris, prima cugina di mia madre e, all’epoca, laureanda in lettere.

Da lunga pezza, comare Meris non c’è più, ma ricordo il suo faccione sorridente e la sua figura grazie all’episodio anzi richiamato e, anche, alla denominazione “Villa Meris” figurante sulla piastrella posta all’esterno di una bella residenza sul mare, a Castro, a suo tempo costruita dalla parante/preparatrice e attualmente di proprietà di una sua figliola.

Accanto al maestro Alfredo, dunque, per ben sette anni, giacché, in aggiunta al ciclo scolastico delle Elementari, sono stato da lui preparato, da privatista, anche in prima e seconda media, a causa degli ingloriosi esiti di due brevissimi tentativi di farmi seguire detti ultimi corsi e i correlati studi in un convitto, ad Anagni (Fr), facente capo all’Inadel, istituto di assistenza e previdenza per i dipendenti degli enti locali, cui era associato mio padre, impiegato comunale.

A parte gli amministratori, nel Municipio di Diso, prestava servizio, come capo operativo e coordinatore, il segretario comunale don Salvatore Volpe, una bravissima e competente persona originaria di Martignano, contrassegnato, purtroppo per lui, da una statura fisica particolarmente bassa e da un’evidente dermatosi con la conseguenza di una pelle biancastra e irregolare sul volto.

Ma, don Salvatore si distingueva soprattutto per la sua umanità, il suo cuore grande.

Conosceva bene l’intero nostro nucleo famigliare, ancor di più conosceva me, giacché, durante le vacanze estive, al mattino ero costretto da mio padre a recarmi in Comune per aiutarlo nel rilascio di documenti allo sportello e ai fini della compilazione a mano, in contemporanea, sulla coppia degli appositi registri di Stato civile, degli atti di nascita, matrimonio e morte.

Don Salvatore era edotto, quindi, disapprovandole e dispiacendosene, anche delle mie disavventure collegate ai repentini ritorni a casa dal convitto, goffamente motivati con lo spiccato attaccamento alla mamma; analogamente, però, era informato del buon profitto finale nei miei studi.

In occasione della promozione dalla seconda alla terza media, tramite mio padre, mi fece avere un piccolo regalo sotto forma d’una penna a sfera (era da poco uscito tal genere di strumento di scrittura), regalo accompagnato da un biglietto con la seguente frase:” Altro non ho che questo e prendi questo è mi si valga”.

Ora, per allora e più sentitamente di allora, un affettuoso grazie, don Salvatore.

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Tramontata definitivamente l’opzione convitto, frequentai normalmente l’anno finale delle Medie presso la scuola statale “Capece” di Maglie, terza D; degli insegnanti, serbo memoria del docente di lettere Francesco E. e del professore di francese Giuseppe M.

Il primo, giovane magliese, molto preparato pur con l’abitudine, durante le spiegazioni, dell’intercalare “è vero”, “è vero”, “è vero” ad ogni piè sospinto, aveva una bella fidanzata di Spongano, sua collega insegnante di matematica, unitamente alla quale la sera, talvolta se veniva al cinema Excelsior di Marittima.

Intorno alla fine dell’anno scolastico, i due si sposarono. Villeggiando, la fresca coppia, a Castro, i miei genitori, a titolo di piccolo segno d’omaggio e di rispetto, un giorno mi mandarono a portar loro un galletto ruspante, ancora vivo ovviamente, ancorché con le zampe legate a mezzo di una cordicella.

L’altro docente che più ricordo è Giuseppe M., bravissimo insegnante di francese, però segnato da modi di fare e di trattare davvero particolari e unici.

Guai a presentarsi da lui con gli esercizi svolti a casa su un quaderno di piccolo spessore, senza neppure guardare i compiti, lo faceva letteralmente volare verso la parete dell’aula con la frase “cos’è, questo, il quaderno della serva?”, intimando all’alunno reprobo di procurarsene uno più grosso e, se il malcapitato provava a giustificarsi con le risicate risorse finanziarie famigliari, gli urlava “allora, fatti dare un sussidio dal sindaco del tuo paese o dal parroco”.

A Giuseppe Circhetta da Vaste, seduto da solo in un banco nei pressi della cattedra, il quale, approfittando della vicinanza, quando il professore M. portava i compiti corretti, gli chiedeva in anteprima il voto da lui riportato, replicava subito immancabilmente “ti ho messo uno meno, che vuoi di più, pezzo di fesso”.

E, a Oronzo Ruggeri da Giuggianello, il quale raggiungeva, ogni giorno, Maglie con la sua bici, però preferendo, talora, non venire a scuola, bensì andarsene in camporella (nnargiare o salare, in dialetto), Macrì, al suo ritorno in classe dopo l’assenza, chiedeva, accennando un sorrisino “Rugeri (con una sola g alla francese), che hai fatto ieri, sei andato a caccia?”.

Quanto ai rapporti diretti con me, il professor M., durante le interrogazioni e in presenza di qualche incertezza nelle risposte, aveva l’abitudine di tirarmi verso la lavagna e sbattere, sia pure dolcemente ma ripetutamente, la mia fronte sulla dura superficie scura, ripetendo “se non te lo imparo io il francese, non te lo impara nemmeno Domineddio”.

Come inizio, tre lustri di vita, penso di poter dire, tutti all’insegna dell’attivismo e della voglia di conoscere; del resto, pressoché analogamente si sono susseguite le stagioni successive e ancora adesso non mi sento mai completamente pago.

Nondimeno, in conclusione, mi ritengo fortunato: non ho accumulato né tesori, né palazzi, né dovizie e, però, ho avuto il privilegio di portare e accumulare dentro di me un notevole patrimonio immateriale, fatto di persone, conoscenze, esperienze, luoghi.

In cima e primo punto di riferimento e valoriale rispetto ai risultati raggiunti, la mia famiglia, con mia moglie, i tre figli e i cinque cari nipotini.

Per tutto quello che ho cercato, voluto, raggiunto e conseguito, da credente e riconoscente, esprimo un grande grazie a Colui che è posto al di sopra di tutto e di tutti e, naturalmente, ai miei genitori Immacolata e Silvio.

 

XIII EDIZIONE DEL “PREMIO GIORNALISTA DI PUGLIA – MICHELE CAMPIONE”

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di Rocco Boccadamo

Iniziativa promossa dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Puglia, in collaborazione con Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari, Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, Arcidiocesi di Bari – Bitonto e d’intesa con la famiglia Campione.

Il premio, istituito per ricordare, attraverso la promozione del lavoro dei colleghi più sensibili e capaci, la figura del giornalista e intellettuale barese scomparso nel 2003, è suddiviso nelle sezioni: carta stampata – internet, radiotelevisione – agenzie e fotografia.

Questi i premiati nel corso della cerimonia tenutasi nella mattinata di domenica 28 febbraio 2016, nel capoluogo pugliese, nella sontuosa cornice della Sala consiliare, già della Provincia e ora della Città metropolitana di Bari:

–          Annalisa Monfreda – direttore del settimanale Donna Moderna – Premio alla carriera;

 

–          Sezione carta stampata – internet:

–          Savino Carbone- The Post Internazionale – cronaca;

–          Roberto Guido – Corriere del Mezzogiorno – cultura e costume;

–          Vito Prigigallo – Gazzetta del Mezzogiorno – sport, ex equo con

–          Giuseppe Dimiccoli – Gazzetta del Mezzogiorno, sport;

 

–          Sezione internet – radiotelevisione:

–         Lorenzo Turi – Sky TG24, cronaca, ex equo con;

–          Marianna Canè – Rete 4, cronaca;

–          Michele Piscitelli – Repubblica TV – cultura e costume;

–           

–          Sezione Agenzieampa:

–          Paolo Malchiorre – Ansa – cronaca;

 

–          Sezione fotografia:

–          Lucia Casamassima – La Lettura, supplemento del Corriere della Sera – cultura;

–          Carlo Tesser – Repubblica TV – cronaca;

–          Donato Fasano – Corriere dello Sport – sport, ex equo con

–         Giovanni Evangelista – Gazzetta del Mezzogiorno, sport.

 

In aggiunta, sono stati attribuiti riconoscimenti, sotto forma di segnalazione a: Lia Mintrone, Angela Balenzano, Maria Cristina Fraddosio, Tea Sisto, Pasquale Vitagliano, Vanni Sgobba, Giovanni Di Benedetto e Sara Pacella.

Fra le autorità presenti alla cerimonia, il Prefetto di Bari Carmela Pagano, il Sindaco di Bari Antonio Decaro e il Rettore dell’Università di Bari Antonio Uricchio.[

Tra palloncini multicolori e, purtroppo, vuoti palloni gonfiati, specchiarsi nell’umanità vera

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di Rocco Boccadamo

 

Da ragazzino, me li divoravo con gli occhi, specie quando mi rendevo conto di non poterli acquistare, cinque o dieci lire era il prezzo per cadauno a seconda della dimensione, ma anche adesso che sono un ragazzo di ieri, continuano ad attrarmi e li guardo con simpatia abbinata a un pizzico d’emozione.

I semplici palloncini multicolori di sottile materia elastica e con minuscolo terminale a boccaglio per gonfiarli e dilatarli, tondi o giù di lì, eventualmente da legare a un filo per poi lasciarli volteggiare e librarsi leggeri, con lo sbocco, talvolta, d’abbandonarli completamente per ascese in alto, molto in alto e lontano, sino a scomparire nel misterioso immaginario.

Invece, non mi piacciono affatto, anzi li disdegno, i cosiddetti palloni gonfiati in senso figurato, di cui, anche se non si direbbe, se ne scorgono e incontrano in giro moltissimi, al punto d’appalesarsi vie più numerosi, in barba a qualsivoglia crisi.

Palloni gonfiati, purtroppo, ad ogni livello del contesto sociale, addirittura anche ai vertici delle istituzioni; con i loro atteggiamenti, danno sovente l’idea di dover letteralmente scoppiare da un momento all’altro, sullo schema della mitica rana della favola di Esopo.

Palloni gonfiati, dunque, senza controllo, senza ritegno e prudenza.

Qualche settimana fa, m’è capitato d’imbattermi in un esemplare del genere, in seno alle sequenze d’un talk show televisivo. Un bravo giornalista, composto, educato, insomma neppure minimamente d’assalto, cercava d’intervistare, strappandogli qualche parola, un uomo di mezz’età delle parti dell’Arno, colbacco sul capo e sigaro modaiolo in bocca, una figura, in fondo, comune, ove si escluda l’eccentricità dell’abbigliamento e salvo, soprattutto, d’essere padre di cotanto figlio.

Sta di fatto che il bravo operatore dell’informazione, nonostante il suo garbo, falliva completamente l’obiettivo, con l’aggiunta di finire vittima di derisioni e sberleffi spavaldi da parte del personaggio.

Chissà, il suddetto, forse, si considera il più inavvicinabile, inaccessibile e irraggiungibile Santo dei Santi. E dire che, come si è letto e sentito, a suo nome e suo carico non mancherebbero alcuni peccatucci.

Dovendo fare compagnia e stare vicino a una mia famigliare, poco tempo fa ho trascorso mezza giornata nell’astanteria d’un ambiente o sito speciale.

Luogo, purtroppo, non di confluenza o attracco per eventi ameni e felici, bensì di sbocco per guai seri, di quelli che cambiano la vita a chiunque ne diventi destinatario.

Ivi, presenze di tutte l’età, uomini, donne, giovani, anziani, vecchietti e vecchiette, indistintamente d’ogni ceto sociale, dunque un autentico spaccato, agevole accorgersene, d’umanità reale, convenuta per confrontarsi con pesanti problemi di salute.

E, tuttavia, in quell’universo di gente, traspariva una connotazione straordinaria, sotto forma di serenità, compostezza e determinazione nell’atto d’affrontare i drammi manifestatisi.

E vero, qua e là, segni esteriori delle tegole piovute addosso, cioè a dire copricapo o berretti o cappelli o coppole o turbanti, a coprire un determinato effetto delle terapie.

Ma a parte ciò, relativamente  a tutti gli ospiti, compresi coloro che, a turno, andavano a sedere e sostare a lungo nelle stanze delle cure, dal volto e dagli occhi s’affacciavano, prevalenti, emozioni e tensioni orientate al positivo, segnali di spinta a credere in un risultato, un rimedio, risoluta determinazione a percorrere interamente la strada, ponendosi il traguardo del superamento o quantomeno del contenimento dei problemi.

Ammirevoli, quasi un simbolo, le immagini sfilatemi davanti, ove si tenga presente che si fa riferimento a questioni di salute non di poco conto, bensì estremamente delicate e, in certi casi, senza via certe per superarle e risolverle.

Ad ogni modo, negli animi di quelle sfortunate figure, prevale la fiducia e la voglia di recuperare. Una piccola grande realtà che consola e lascia sperare, al pari, se non maggiormente, delle stesse cure specifiche: adesso, sono anche i medici ad affermarlo apertamente.

Ho vissuto una mattinata particolare che mi ha lasciato il segno e fatto bene dentro. Cosi che, mi viene di suggerire d’imitare la mia esperienza.

Sono questi gli scenari di vita e d’umanità che alimentano e tonificano, altro che le esibizioni e i teatrini dei vuoti palloni gonfiati in senso figurato.

 

Gocce di penna, tra albe, crepuscoli e… un pettinino

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di Rocco Boccadamo

Sono arrivato al mondo, una grossa gerla di calendari fa, secondo nato in seno ad un nucleo famigliare numeroso, ossia dire composto da padre, madre e ben sei figli.

Eguale quantificazione, per i rispettivi focolari d’origine dei miei genitori, così che, senza porci alcunché di mio, mi son trovato contornato da una pattuglia di dieci figure, fra zii e zie d’ambedue i rami, numero raddoppiato, per effetto delle loro unioni matrimoniali, alla considerevole cifra di venti.

E, ancora, sull’immediato gradino di discesa generazionale, si è gradualmente collocata una vie più folta schiera di cugini e cugine, pari, per la precisione, a trentuno unità, in cui io occupo il secondo posto in classifica per anzianità anagrafica.

Tuttavia, non è una novità anzi è naturalmente risaputo, che alla data di nascita non sempre sono commisurati, in una sorta di sintonia armonica, gli altri eventi importanti della vita, i cui rintocchi e modalità rispondono a variabili del tutto indipendenti.

In siffatto quadro di svolgimento esistenziale, in questi giorni se n’è, purtroppo, andato, antesignano fra i trentuno, il cugino M., di gran lunga più leggero d’anni rispetto a me e, casualmente, inserito in un’attività lavorativa analoga alla ex mia.

Correlati in modo indicativo a M., mi scorrono nella mente e davanti agli occhi, estremamente freschi e nitidi, due avvenimenti.

All’atto della nascita di M., io frequentavo la terza media e, la sera della festicciola per il suo battesimo in casa degli zii L. e P., all’amico parroco del tempo don Giuseppe, il quale mi chiedeva notizie circa l’andamento del mio profitto scolastico, potetti rispondere che proprio quel giorno il professore ci aveva mostrato, in classe, gli ultimi compiti di italiano corretti (tema sull’Odissea, avente per titolo lo sbarco di Ulisse sull’isola dei Feaci), non senza precisare che, nel consegnarmi il mio elaborato con voto otto, il docente mi aveva gratificato con le parole: “Bravo, hai compiuto un bello sbarco sull’isola di Nausicaa”.

Inoltre, nel Santuario della Madonna del Rosario a Castro Marina, quando, nel 1964, mi sono sposato, presente e officiante il già citato don Giuseppe, insieme con don Salvatore, parroco di Castro, M. adempiva al ruolo di chierichetto, in cotta bianca, com’è rimasto fissato nelle ormai vetuste riprese fotografiche di quella cerimonia.

Sembrano danzare irrefrenabilmente i corsi delle cose, grandi o piccoli che siano, finanche sotto forma di sequenze minutissime e di primo acchito insignificanti, e, in realtà, non ci lasciano mai indifferenti, catturando di volta in volta eppure senza soluzione di continuità barlumi di nostri sguardi e frammenti d’attenzione e riflessione.

Stamani, un venditore ambulante con camioncino carico di frutta e verdura, in barba al freddo insolito per queste plaghe, andava proponendo ad alta voce e di buona lena, ai passanti, in particolare “tre cassette di scarcioppole (carciofi), scontate a otto euro, anziché a nove euro”.

Mentre, di lì a poco, nell’anticamera dello studio del mio medico di famiglia, una donna si disperava all’indirizzo della segretaria del professionista perché “le aveva scangiatu la lizzetta” (le aveva dato una ricetta sbagliata).

Intanto che un altro anziano paziente in attesa, seduto in un angolo avvolto in una giacca a vento con la scritta “Aigle” sui gomiti, si toglieva il copricapo di lana, estraendo contemporaneamente e rapidamente dalla tasca un pettinino e passando quindi a darsi una sistemata a puntino alla bianca capigliatura, muovendo con estrema precisione il piccolo attrezzo dalla parte anteriore delimitante la fronte stempiata verso l’indietro.

Nel medesimo luogo, aspettavano in fila il loro turno un uomo e una donna dall’incarnato decisamente bruno e con gli altri tratti somatici tipicamente orientali.

Il curioso narratore s’avvicina loro con qualche domanda: sono marito e moglie, provengono dallo Sri Lanka, vivono in Italia da trent’anni, quasi interamente trascorsi a Lecce, si trovano bene, hanno due figli, di cui il primo universitario e il secondo frequentante l’Istituto alberghiero, il capofamiglia fa lo stalliere in un centro d’equitazione sulla via per San Pietro in Lama, la donna, invece, è semplicemente casalinga.

In sintesi una bella normale coppia, come tante delle nostre.

Perché si sparge tanta generalizzazione nell’argomentare sulla realtà degli immigrati? Appena sette gradi segna il termometro, l’aria è frizzante e, però, due micetti, a loro modo forse più saggi di noi umani che ci lasciamo perennemente prendere da mille incombenze e impicci, se ne stanno a prendere il sole beatamente accovacciati e quasi sonnecchiando sul tettuccio d’una rossa moderna utilitaria.

Mentre vado completando le presenti righe, volgendomi verso il balcone, ho agio di godermi lo spettacolo del soleggiato pomeriggio leccese, che mi piace abbinare a quello dell’affascinante mare di Castro, catturato con la fotocamera l’altro ieri.

Dall’osservazione al racconto: ecco le “tracce” di Rocco Boccadamo

di Eliana Forcignanò

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Edito per i tipi di Spagine “Anita, detta Nnita”, narrazioni e note dal Salento

 

Può nascere dalla fantasia o dall’osservare il racconto, talvolta da entrambi: uno scrittore non è soltanto l’artefice di un’architettura narrativa ben riuscita, bensì è anche e soprattutto colui che esercita lo sguardo fuori e dentro di sé, perché fuori e dentro – come già sosteneva Spinoza – sono l’eco l’uno dell’altro e la realtà è fitta di rimandi al mondo interiore, così come l’interiorità è sempre influenzata da ciò che accade sotto i nostri occhi. L’occhio. E la penna o, per i postmoderni, la tastiera di un computer, il foglio digitale che, tuttavia, suscita lo stesso panico da cominciamento di quello cartaceo. Perché l’esordio della scrittura non è mai impresa facile, soprattutto se questa scrittura parla di noi.

Il nuovo lavoro di Rocco Boccadamo, Anita, detta Nnita. Lettere ai giornali e appunti di viaggi (Spagine Edizioni, 2015), parla di noi. Già Compare, mi vendi una scarpa? rappresenta un approdo significativo per questo narratore di un Salento a tratti manzoniano in cui gli umili, con le loro vicissitudini e con gli stenti quotidiani, esprimono un’umanità fiera e – può sembrare un ossimoro – persino ludica nella dimensione di creatività e dignità che Quintiliano attribuiva al gioco. Ora, con questo volume, Boccadamo torna nei suoi luoghi fisici e mnestici recando con sé una denuncia velata di sottile ironia. Vi torna con sincera partecipazione emotiva nei confronti di chi ha subìto le vessazioni di un progresso sovente cieco e sordo alle esigenze dell’individuo e della collettività. Tuttavia, il progresso non si governa da solo: a guida della potente macchina ci sono uomini che fagocitano altri uomini: lo ha espresso bene Steinbeck in quel bellissimo romanzo che è Furore in cui si racconta l’esodo di una famiglia di agricoltori del Midwest verso la California. A questi poveri agricoltori il progresso aveva espropriato la terra; beneamato progresso che, dalle nostre parti, anni dopo, avrebbe portato la centrale di Cerano riducendo in ginocchio le colture tradizionali e seminando povertà fra i contadini. La Storia – come osservava Vico e come Boccadamo non manca di annotare – è fatta di corsi e ricorsi. Che cosa accomuna la famiglia rurale di Steinbeck agli agricoltori delle nostre parti? Probabilmente, quel caparbio spirito contadino, quel legame con la terra che mandò a morte anche i kulaki nell’epoca staliniana e che si può riassumere nel motto “Mai chinare la testa!”. Le terre limitrofe a Cerano, ove crescevano succose angurie, hanno sofferto l’inquinamento senza che la questione toccasse le alte sfere, eppure i contadini non si arrendevano e continuavano imperterriti nel loro lavoro sospeso fra bisogno e desiderio, pur sapendo che tanta ostinazione avrebbe potuto ridurli alla fame. L’immagine di questi uomini piegati sui campi è traslata da Boccadamo nella splendida metafora dei due cavalli da tiro che, maestosi, trainano l’aratro nella consapevolezza esiodea che le stagioni si succederanno sempre e tale regolarità – la regolarità del clima anch’essa purtroppo in via d’essere irrimediabilmente alterata – infonde negli esseri una certa speranza. O, almeno, la infondeva.

Il ricordo di Boccadamo corre da Cerano alla sua Marittima: anche qui, la terra ha mutato il suo aspetto e la sua produttività, ma c’è ancora chi raccoglie le olive, chi ne sa aspettare pazientemente la maturazione e crede che quell’olio – sacro alle antiche divinità e oggi, ancora una volta, posto in discussione – costituisca un inarrivabile punto di forza per il Salento. Così i “minuscoli frutti ovali tra il verde e il viola” si alleano con quelli “rossi e dolcissimi” per dipingere di colori e sapori (il sapere – tutto il sapere e non solo quello contadino – non è forse un sapore?) un racconto che, prendendo le mosse dal singolo personaggio, giunge a diventare resoconto corale.

Si potrebbe affermare senza timore di cadere in errore che, quando Boccadamo scrive, non ha in mente una visione meramente maschile del Salento: contadini erano uomini e donne e, se non bastasse questa evidenza, il titolo del libro chiude definitivamente le porte all’idea che il Salento sia esistito e sia oggi narrato soprattutto quale “terra di maschi”. Senza dubbio, vi sono molti modi di raccontare la femminilità e Boccadamo, lungi dal vestire i panni di uno stilnovista che angelica la creatura femminile o di un misogino che la relega alla mera funzione riproduttiva, delinea con delicata giovialità il ritratto di Anita, ragazza dai “prorompenti seni” che non aveva voluto saperne di andare a scuola e aveva suscitato amori folli in paese non solo per la sua avvenenza, bensì anche per l’acume e la sagacia. Anita – oggi, simpatica nonna ultraottantenne – nelle ore di scuola forava i lobi delle orecchie alle compagne per far posto agli orecchini e, appena adolescente, non aveva esitato a dimostrare un temperamento risoluto, rifiutando il suo primo fidanzatino che già la corteggiava ufficialmente. Anita, operaia in un tabacchificio; Anita che aveva ricevuto il suo primo bacio a diciassette anni in una casa invasa dal tufo e ne era rimasta spiacevolmente sorpresa, perché non era quello il modo in cui lei lo aveva immaginato. Colpisce, nella narrazione di Boccadamo, la capacità di affrescare i suoi personaggi di là da sterili retoriche e luoghi comuni. È evidente che, in quanto donna, la libertà di Anita fosse limitata ed è evidente che, in paese, non corressero su di lei voci particolarmente benevole, soprattutto dopo il bacio furtivo, eppure non è questo che interessa all’autore. Il fine da raggiungere sembra, invece, quello di tratteggiare un’individualità che agisce in un contesto determinato. Perché solo dal racconto dell’individualità può nascere il corale: non si è mai vista una tragedia in cui vi sia soltanto il coro né il Verga o Silone si sarebbero mai sognati di scrivere i loro capolavori senza ‘Ntoni e Berardo Viola. È la differenza che pone in luce il contesto. Si tratta di una differenza intrinseca non solo nei soggetti, ma anche negli oggetti, nelle cose che ci circondano e nei confronti delle quali Boccadamo lamenta la discuria: è il caso di quell’edificio di Castro che ospitava gli orfanelli e che viene ridipinto con un giallo “sparato” che ne deturpa l’intero prospetto. Per quale ragione – si potrebbe obiettare – scrivere di un edificio pubblico che è uno dei tanti? In fondo, sono numerosi gli esempi di cattivo gusto – o semplice noncuranza – da parte delle amministrazioni locali, tuttavia è proprio dello scrittore – più in generale dell’artista – quel senso estetico che Boccadamo definisce “senso dell’armonia” cui non mancano sollecitazioni positive e, più spesso, negative. Se tutti tacessero – sembra dire tra le righe Boccadamo – il brutto diverrebbe ordinario. A questo proposito, è opportuno precisare che questo libro non è una raccolta di racconti: accanto agli spaccati di vita che, in breve, si è tentato di delineare, compaiono lettere e articoli cui, però, non si trascura mai di conferire una dimensione vissuta e passionale, la medesima dimensione che percorre l’intero volume e lo rende non solo godibile, ma anche commovente, se per “commozione” intendiamo non la romanticheggiante lacrimuccia, ma un vero moto alla riflessione e, possibilmente, all’acquisizione di consapevolezza.

Il Presidente e l’evasione fiscale

Crisi: Mattarella, Italia migliora, bene 2016

evasione-fiscale_1di Rocco Boccadamo

In mera ottica di senso civico e, insieme, di rispetto delle istituzioni, desidero rivolgere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il mio sincero plauso e vivo apprezzamento per aver inserito, fra i punti nodali del suo primo messaggio di fine anno, il problema (forse, sarebbe più giusto parlare di piaga) dell’evasione fiscale.

Al riguardo, la massima carica dello Stato ha testualmente detto: “L’evasione fiscale e contributiva, in Italia, nel 2015 ammonta a 122 miliardi”, aggiungendo: “Dimezzando l’evasione, si potrebbero creare oltre trecentomila posti di lavoro” e chiosando ancora: ”Le tasse e le imposte sarebbero decisamente più basse se tutti le pagassero”.

La cifra di 122 miliardi testé citata dal Presidente ricalca e conferma le conclusioni cui, già alcuni anni addietro, pervenne il Sole24Ore, a seguito di un’indagine sull’infedeltà fiscale in Italia basata sui dati ISTAT dell’economia sommersa, laddove si quantificava in 250 – 270 miliardi di euro all’anno l’area del sommerso economico, ossia dei redditi “sfuggiti” al prelievo tributario e/o contributivo e, di conseguenza, in 115 miliardi il gettito sottratto, ogni dodici mesi, all’Erario.

Si tratta, inconfutabilmente, di cifre terrorizzanti. E’ come dire che, senza le “perdite” inflitte da tale, lungamente datata, realtà, in Italia, nonostante gli sperperi e gli sprechi, non si sarebbe punto formato il debito pubblico o, con proiezione verso il futuro, che, nel giro di venti – trenta anni (appena un baleno nella vita e nella storia d’una nazione), si potrebbe rientrare completamente dall’attuale, faraonico “fardello”, giustappunto, del debito pubblico.

 

Però, bisogna cambiare radicalmente registro, la caccia e la lotta ai “furbi” – di qualsivoglia dimensione – che non pagano le tasse, deve diventare dura, implacabile, i rei scoperti e accertati, oltre a essere obbligati all’integrale refusione del maltolto, vanno puniti, non solo con pene restrittive della libertà, ma anche con il lavoro obbligatorio durante la detenzione, in modo che si auto mantengano e paghino i costi delle strutture carcerarie.

La faccenda è ormai indifferibile e assolutamente vitale, non si lasci nulla d’intentato per, finalmente, sistemarla, si ricorra, al caso, anche all’aiuto e alla collaborazione, con costi ovviamente a nostro carico, del Governo degli U.S.A., dove, come noto, le tasse sono corrisposte da tutti e su qualunque reddito, così da mettere finalmente a regime, anche da noi, un’efficiente macchina fiscale e far dare allo Stato, che, in fondo, s’identifica con le tasche comuni di noi cittadini, ciò che è dello Stato.

Libri| Anita, detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti di viaggi

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Un nuovo libro di Rocco Boccadamo

“Anita, detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti di viaggi”, Edizioni Spagine, Fondo Verri – Lecce, dicembre 2015, prezzo € 10.

E’ stata appena pubblicata una nuova raccolta di narrazioni di Rocco Boccadamo, scrittore salentino, nonché nostro collaboratore.

Il predetto autore è nato a Marittima e vive a Lecce.

Già dirigente bancario, dal marzo 2009 è iscritto, come pubblicista, all’Albo nazionale dei giornalisti.

Ha dato alle stampe i volumi: Volare in alto (2004), Il geco e la coccinella (2005), Ad una Lei (2006), Luminosa stella (2007), Io sono chi (2008), Il barbiere di Natale (2008), Il cavamonti sognatore (2009), Righe fuori schema (2010), Quell’antico suonatore d’organo (2011), Quando il gallo cantava la mattina (2012), Una matinée al Santalucia (2013), L’asilo di donna Emma (2014)

Inoltre, nel 2014, ha pubblicato, per i tipi di Capone Editore, il volume Compare, mi vendi una scarpa?Luoghi vicende e volti di un cantastorie salentino e, con Spagine – Fondo Verri Edizioni, il saggio Fratello narrastorie! Ricordo di Giorgio Cretì, dedicato allo scrittore salentino, nativo di Ortelle, recentemente scomparso.

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Di “Anita, detta Nnita”, riportiamo di seguito la prefazione curata da Ermanno Inguscio:

L’autore di questa pubblicazione, Rocco Boccadamo, presenta nel volume una serie di quarantasei racconti, scritti tra l’ottobre del 2013 e il giugno 2015, con la finalità di dare spazio a paesi e figure del Salento di un tempo, quasi un viaggio interiore di esperienze che sempre si rigenerano. L’humus contenutistico della raccolta affonda saldamente le radici nell’esperienza giornalistica ormai decennale dell’autore, costellata anche, da qualche tempo, da prestigiosi riconoscimenti in campo scrittorio ed editoriale. E’ sempre il sottotitolo dell’opera, Lettere ai giornali e appunti viaggi, a fornire al lettore l’indicazione dell’orientamento di Boccadamo in un campo di scrittura a lui ormai congeniale: il giornale e il viaggio, le lettere e gli appunti. Il viaggio è sete di conoscenza, è desiderio di allacciare nuove relazioni, è bisogno di comunicazione, anche e soprattutto con se stessi; il giornale è voglia di scrivere e storicizzare sia esperienze compiute per la vecchia Europa, sia in altri contesti, come in altre parti del globo, come nella antica Cina; è voglia di fermare l’eterno correre del lettore davanti a un flash di mezza cartella, irradiata da una rivista online su tematiche di attualità e del semplice vivere quotidiano. Per cui accade che la riflessione sul grande tema della conservazione della biodiversità della Terra e dei rischi connessi alle condizioni climatico-ambientali, sembra, quasi, pacarsi davanti alla descrizione disincantata di un lembo di Salento, di fronte al sito di Castrum Minervae. Un viaggio nei quarantasei brani del volume, scelti da Boccadamo in questa pubblicazione, che prende le mosse dall’incedere dell’autunno 2013 sino all’esplodere della rovente estate 2015. Un percorso, per questo arco temporale, ripreso dal suo ritorno ai fanghi di Abano Terme, che si conclude con una gita di gruppo a Santa Maria De Finibus Terrae di Leuca, sul promontorio japigio. Nel primo gruppo di brani, l’autore riferisce di fatti e personaggi incontrati in terra veneta, giustappunto ad Abano T., al consumarsi della stagione autunnale 2013; nel secondo, campeggia, tra i ventotto scritti, il racconto salentino di Anita, detta ‘Nnita’, che dà il nome alla raccolta. Nell’ultimo, si racconta del terribile naufragio del traghetto “Norman Atlantic” nel Canale d’Otranto, ma, a farla da padrone, sono i molti angoli della terra tra due mari, con Castro Marina, Serrano, Marittima, non senza puntate nella memoria delle esperienze lavorative del giovane bancario, fatte alle pendici dei Peloritani, delle Prealpi Venete e in Brianza. Ma quanti personaggi sembrano accalcarsi davanti all’inesorabile filtro del tempo: un vecchio parroco, persino le belle deputate presenti nel Parlamento nazionale, lu cumpare signurinu, la Nunziata di Castro, Zi’ Miliu e Vitale: su tutti l’autore si riversa con la sua voglia di raccontare e il garbo di un’accennata ironia a sferzare, quando è il caso, comportamenti utilitaristici di personaggi pubblici, amministratori delegati di colossi finanziari  che sacrificano al dio – profitto persone e cose. Nell’ultimo gruppo di lettere-appunti, a coprire il primo semestre del 2015, Boccadamo abbraccia con la sua esperienza scrittoria tutta la Puglia, dalle Isole Tremiti, a Lecce, alla sua amata Castro e dando un tributo di affetto al Santo del Gargano, Padre Pio, il quale per buona parte del Novecento, dalla sua montagna sacra sino a Punta Meliso di Santa Maria di Leuca, ha fuso esperienze di umana solidarietà con la potenza della preghiera e l’eccellenza della scienza medica nella “Casa Sollievo della Sofferenza”, struttura di San Giovanni Rotondo a servizio di tutta la comunità nazionale. Ciò non è frutto di una specie di distrazione tematica per Rocco Boccadamo. Il suo Salento, come vero luogo dell’anima, non viene affatto mortificato da riferimenti come quello fatto al Santo cappuccino della sofferenza, testimone del Novecento, che polarizza devozione e un riconosciuto fenomeno di flussi turistico-spirituali verso il Gargano. Nel Salento, del resto, come anche in tutta la Penisola, non vi è contrada che non presenti testimonianze di affetto per il Santo da Pietrelcina, con statue ex voto, altarini, cappelle e manifestazioni di autentico culto popolare. Questo volume pubblicato dall’autore, dunque, continua a percorrere, a cominciare dal titolo, Anita, detta ‘Nnita, un campo di esperienza scrittoria, che scopre un orientamento verso le problematiche del mondo femminile, l’altra metà del cielo dell’esperienza umana, presentate come universo di riferimento obbligato per chi voglia dare un senso alla propria esistenza. Ed anche la stessa copertina della pubblicazione, riproduzione di una pittura di Carlo Colella, artista leccese di buon gusto e raffinata creatività, riproduce in sintesi un tipico paesaggio contadino del Salento di un tempo, affidato a delicati profili collinari e a una incisiva valenza cromatica floreale. Boccadamo, dunque, sebbene con i piedi sulla terra del suo magico Salento, mostra sempre attenzione ai drammi dei continenti di tutto il mondo, come quello dell’11 settembre 2001 a New York, dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Medio Oriente, della Siria, della Libia. Ma nel brano pubblicato il 12 gennaio 2015, significativamente annota: “Non possiedo galloni di penna da richiamo, né tantomeno di fonte di cultura e di opinione. Sono soltanto un comune narrastorie”. A rimarcare che la sua visione del mondo, negli appunti e nelle sue riflessioni, va al di là dell’ambito di sola ispirazione campanilistica, collocandosi in una doverosa dimensione glocalistica. Ma il narrastorie Boccadamo è sempre più affascinato dal braccio di mare di  Castrum Minervae, il cui scenario e palcoscenico, per la maestosità della distesa tra Adriatico e Ionio, tra le coste dell’Albania e le isole greche, fanno del terrazzamento della  Marina ‘u tinente  la piattaforma privilegiata  dei suoi pensieri: il silenzio, la muta presenza dei giovani olivi, il profumo della macchia mediterranea, lo riportano agli affetti famigliari spesso goduti, com’egli scrive, tra  “la tenuta della  Pastorizza, la pinetina, la  Marina ‘u tinente, nei panni di novello eremita del terzo millennio. Così, il cammino lungo l’attuale tratto esistenziale è sempre vivo ed ha il pregio di lasciarmi attivi e vivi, dentro, segni e sentimenti d’ideale gioventù”. E questa può essere una motivazione in più, per il lettore, a volersi immergere, ancora una volta, nel piacere di una buona lettura.  

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