Il brigante Giuseppe Cotturelli

bersaglieri fucilano un brigante
bersaglieri fucilano un brigante

Sabato 14 novembre 2015, nella Sala consiliare del Comune di Villa Castelli (Brindisi), dalle ore 9,30 alle ore 12,30, si terrà il “Processo di revisione della sentenza di condanna a morte del brigante Giuseppe Cotturelli emessa dal Tribunale di Guerra di Foggia il 10 dicembre 1863“.

L’ideazione e la drammatizzazione è dell’Avv. Augusto Conte.

 

L’evento è organizzato dall’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia” di Villa Castelli (Brindisi), dalla Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi, dall’Ordine degli Avvocati di Brindisi, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli e del Comune di Francavilla Fontana.

 

Introduce l’avvocato Vito Nigro; coordina il professor Rocco Biondi, presidente dell’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”; la voce narrante sarà l’avvocato Carlo Panzuti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Brindisi.

Per il giudizio di revisione presidente del dibattimento sarà il magistrato dottor Massimo Brandimarte; difensore l’avvocato Augusto Conte, direttore della Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi; Pubblico Ministero l’avvocato Antonio Caiulo, del Foro di Brindisi; consulenti di parte saranno per l’accusa il professor Gerardo Trisolino, vicesindaco di Francavilla Fontana, e per la difesa il professor Mario Spagnoletti, dell’Università di Bari.

La Giuria Popolare verrà indicata all’inizio del processo.

 

   Un periodo storico che ha notevoli riflessi di natura giuridico-forense è quello caratterizzato dal fenomeno del brigantaggio postunitario, che dal 1861 si protrasse fino al 1865, ma che nella Società meridionale ha dispiegato conseguenze e problematiche non ancora sopite e dalle quali conseguì la “questione meridionale”.

   La sentenza di condanna a morte di Giuseppe Cotturelli si accomuna alle altre sul brigantaggio per diverse ragioni: è ispirata da questioni di natura “politica”, è motivata in maniera sintetica, è pronunciata a conclusione di un processo sommario, applica la pena capitale, è pronunciata da un giudice “speciale”.

Il fenomeno del brigantaggio postunitario determinò una forte repressione. Non furono adottati solo processi sommari: paesi interi furono messi a fuoco; briganti, o presunti tali, e in loro assenza i famigliari, furono impiccati o fucilati all’istante.

 

Agli Avvocati e Praticanti abilitati, che partecipano, verranno attribuiti 3 crediti formativi.

 

Prof. Rocco Biondi, Presidente Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”

Avv. Carlo Panzuti, Presidente Ordine degli Avvocati di Brindisi

Libri/ Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!

mimmo cavallo d'errico

 

di Rocco Biondi

Il libro è la trascrizione di una lunga intervista al cantautore Mimmo Cavallo. Brevi domande, lunghe risposte. Merito dell’autore D’Errico è stato quello di pungolare opportunamente Cavallo per farne uscire fuori la grande ricchezza dell’uomo e dell’artista.

Si inizia dall’adolescenza quando, non essendoci ancora la tv, nelle fredde sere invernali, le famiglie contadine del Sud si riunivano intorno al fuoco e i grandi raccontavano storie meravigliose tramandate oralmente da generazioni. Le scintille che scoppiettavano erano le anime dei morti che si palesavano. Nelle menti dei bambini realtà, mito e fantasia si sovrapponevano.

Il primo rapporto del piccolo Mimmo con la musica era intriso di magia, di riti e credenze popolari. Ha visto ballare vecchie con una coperta in testa, seguite da suonatori sciamannati della taranta. In me – dice Cavallo – futuro e passato sono sempre stati insieme. Il primo strumento musicale che entrò in famiglia fu una chitarra, acquistata da suo fratello. Mimmo emigrò a Torino dove suo padre aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat. Suo fratello mise su un gruppo musicale, nel quale successivamente entrò anche lui.

In quel tempo, oltre a scrivere canzoni e a svolgere lavori saltuari, leggeva molta letteratura di impegno. Pasolini fu un suo riferimento, ma anche Marcuse, Sartre, Moravia, Pavese.

Dalla prima moglie da giovanissimo (ventun anni) ebbe una figlia. Con un’altra donna ha poi avuto altri due figli. Queste donne e questi figli hanno avuto ed hanno una grande importanza nella sua vita umana ed artistica.

Mimmo Cavallo ha finora pubblicato sei album musicali: Siamo meridionali con la CGD nel 1980, Uh, mammà! ancora con la CGD nel 1981, Stancami, stancami musica con la Fonit Cetra nel 1982, Non voglio essere uno spirito con la DDD nel 1989, L‘incantautore sempre con la DDD nel 1992, Quando saremo fratelli uniti con la Edel nel 2011; nel 2006 la Warner aveva pubblicato una  raccolta con Le più belle canzoni di Mimmo Cavallo.

Cavallo è uno spirito libero, che non accetta nessun tipo di imposizione. Rifiuta di partecipare al Festival di Sanremo e a Quelli della notte di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo aveva messo al primo posto. Rifiuti che nei fatti lo terranno ai margini del mercato della discografia nazionale. Resta lontano dai riflettori, anche se i concerti dal vivo non mancano, dal Nord al Sud d’Italia.

Cavallo si rimprovera di non essere un buon imprenditore di se stesso. Dice: «Uno può avere grandi doti – vocali, di immagine, contenuti – ma se reagisce male agli eventi può essere davvero problematico resistere dentro un mondo così pieno di gente pronta a lasciarti passare in secondo piano».

Eppure i suoi primi album Siamo Meridionali e Uh, mammà avevano avuto grande successo. Ma verso la metà degli anni ottanta il ‘meridionalismo d’autore’ perde interesse.

Scrive pezzi per Fiorella Mannoia (Caffè nero bollente), Mia Martini (Buio), Zucchero (Vedo nero), Gianni Morandi (E mi manchi), Al Bano (Gloria Gloria), Ornella Vanoni (Il telefono), Loredana Berté (Io ballo sola).

Dopo lunghi anni di silenzio come cantante, incontra Pino Aprile. Ne nasce un ricco e fruttuoso sodalizio, che porterà prima alla trasposizione teatrale del best seller Terroni e poi alla pubblicazione dell’album Quando saremo fratelli uniti. La filosofia che sta alla base di quest’ultimo album viene così esplicitata da Mimmo Cavallo nell’intervista: «L’Unità d’Italia, in realtà, è una vera e propria occupazione, in cui il Sud diventa colonia del Nord. La ricchezza del Nord sarà frutto di razzie compiute ai danni della colonia del Sud. Le strade ferrate, le ferrovie, i commerci, le banche, e tutto quello che verrà fatto al Nord sarà fatto coi soldi del Sud…». Fra i pezzi, tutti molto belli, io prediligo Siamo briganti.

Mi piace chiudere questa recensione con le parole con cui Pino Aprile chiude la presentazione: «Credo che Mimmo Cavallo abbia ricevuto meno di quel che ha dato».

 

 

Antonio G. D’Errico, Mimmo Cavallo. Da Siamo meridionali a Caffè nero bollente, dall’incontro con Enzo Biagi a Zucchero, Presentazione di Pino Aprile, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2012, pp. 122, € 12,00

 

Il libro sarà presentato

Sabato 29 dicembre 2012 – Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

 

L’Italia si cerca e non si trova

di Rocco Biondi

 

La ricorrenza, caduta nel 2011, dei 150 anni della cosiddetta e pseudo unità d’Italia ha portato con sé una rifioritura dei tanti movimenti meridionali esistenti e diversi libri che hanno riflettuto e fatto riflettere su quanto siamo stati costretti a subire, dall’annessione piemontese delle Due Sicilie fino ad oggi.

Il libro di Di Brango, offrendo una lucida e puntuale analisi del processo unitario e della formazione dell’attuale Stato italiano, dimostra come le contraddizioni di oggi abbiano la loro origine in quell’imperfetto processo che, «tra omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, al presente, più italie divise e, spesso, le une contro le altre armate».

Il 17 marzo 1861, giorno in cui fu proclamato il regno d’Italia, venne ufficialmente sancita l’annessione del Meridione al regno di Sardegna, portando a compimento da parte dei Savoia una interessata conquista coloniale. I beni dell’ex Regno delle Due Sicilie salvarono l’economia piemontese.

Di Brango aggiunge che tutto quello che è avvenuto nella storia politica italiana, dal 1861 ad oggi, è stato condizionato dal modo perverso di raccontarlo sui libri e sui media, diversamente da quello che realmente è stato. Occorre rimettere a posto i cocci della nostra storia, per portare alla luce il nostro vero retroterra culturale e identitario.

A questo fine nel libro vengono affrontati, nell’ottica meridionalista, i temi caldi del Risorgimento, della repressione del Brigantaggio postunitario, del federalismo, della democrazia.

Gli eventi risorgimentali se da un lato determinarono dal punto di vista geografico l’unificazione del paese, dall’altro lasciarono immutate anzi accrebbero differenze e contraddizioni esistenti. Gramsci, Salvemini, Zitara hanno scritto in tal senso. Anche l’antiborbonico Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e deputato, nel 1861 scriveva: «Non si dirà certo che il nostro sia un parlamento democratico! Vi è di tutto eccetto il popolo».

La guerra civile, tra i piemontesi invasori e i briganti meridionali che difendevano la loro terra, che si protrasse per oltre un decennio, nella storiografia ufficiale viene descritta come semplice repressione di un fenomeno delinquenziale. Si vuol far credere che il brigantaggio politico e sociale sia stato opera di pochi delinquenti e non fenomeno di massa che coinvolse la stragrande maggioranza degli abitanti nel territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie. Le bande armate, che tennero in scacco per dieci anni oltre la metà dell’esercito piemontese, registravano la partecipazione “trasversale” di borghesi, contadini e soldati.

Il federalismo propugnato, negli anni che la cosiddetta unità si stava formando, da Carlo Cattaneo, e più ancora da Giuseppe Ferrari, era tutt’altra cosa rispetto a quello voluto dagli attuali leghisti; quest’ultimi vogliono un federalismo per disaggregazione (ex uno plures), quelli volevano un federalismo per aggregazione (ex pluribus unum). Gli Stati italiani preunitari avrebbero conservato la loro autonomia ed indipendenza. Il federalismo avrebbe potuto e dovuto farsi 151 anni fa e non oggi.

Una vera democrazia, governo del popolo, non è mai esistita, tanto meno fu al centro degli eventi quando si approdò all’unità in Italia. Il processo unitario fu di fatto – scrive Di Brango – un processo élitario che ha ben poco a che fare sia con la democrazia che con la libertà, a meno che non si vogliano spacciare per elementi caratterizzanti dell’una i posticci plebisciti e dell’altra l’affrancamento da una monarchia alla quale ne subentrò, senza soluzione di continuità, un’altra. In certo qual modo, invece, democrazia esercitata dal basso fu la guerra civile combattuta dai contadini con il brigantaggio.

Nelle conclusioni Enzo Di Brango mette in rilievo l’importanza che i movimenti hanno assunto nella battaglia per la verità storica e nel riposizionamento equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale. Fare e promuovere cultura è il primo impegno dei movimenti, ma subito dopo bisogna sviluppare strutture organizzative per attività economiche, politiche e sociali.

Nella prefazione del libro Francesco Tassone pone come orizzonte, per ritrovare il nostro cammino di Meridionali, la fuoruscita dalla dipendenza da uno Stato che si è rivelato per noi un fossato buio e cieco, per non continuare a disperdere la nostra energia e la nostra identità, a cominciare dalla nostra radice contadina.

Nella postfazione Valentino Romano ci invita a fare del meridionalismo una scelta di vita e di impegno civile, pur dicendo pane al pane, pretendendo quello che ci spetta, senza acrimonia ma con lucida e pacata consapevolezza.


Enzo Di Brango, L’Italia si cerca e non si trova. Unità Federalismo Democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca di 150 anni, Qualecultura Edizioni, Vibo Valentia 2012, pp. 136, € 12,00

La fine dei Vinti. Giovanni D’Avanzo: da gendarme a brigante,

di Rocco Biondi

 

Il romanzo tratta del processo che si tenne davanti alla Corte d’Assise di Santamaria Capuavetere (Caserta), dal 24 febbraio al 13 marzo 1864, contro i fratelli Cipriano e Giona La Gala, Domenico Papa e Giovanni D’Avanzo. I reati che vengono loro addebitati si riferiscono a fatti avvenuti nel 1861.

Il 1861 è un anno in cui in tutto il Mezzogiorno d’Italia è in atto una grande ribellione contro l’invasione operata dai Savoia piemontesi nel Regno delle Due Sicilie. Molteplici erano le bande brigantesche in azione: in Basilicata quella di Carmine Crocco, nelle Puglie quella di Pasquale Domenico Romano, in Terra di Lavoro quella di Luigi Alonzi. Franco Molfese nella sua fondamentale “Storia del brigantaggio dopo l’Unità” individua ben 388 bande.

In questo grande sommovimento nell’ex Regno delle Due Sicilie rientrano le azioni dei fratelli Cipriano e Giona La Gala, nati a Nola, il primo nel 1834, il secondo due anni dopo. Nel 1855 i due fratelli erano stati condannati a 20 anni di carcere per un furto, durante il quale vi fu un morto. Nel 1860 i due fratelli La Gala fuggirono dal carcere di Castellamare e si diedero alla macchia diventando briganti. Cipriano formò una sua banda, che contò fino a 300 uomini.

Nel gennaio 1862 raggiunsero Roma, dove incontrarono il re in esilio Francesco II Borbone, che voleva mandarli a Marsiglia e a Barcellona per reclutare gente per una guerra di riconquista dell’ex Regno delle Due Sicilie. Si imbarcarono a questo fine sulla nave francese Aunis. Ma nel porto di Genova furono arrestati dai piemontesi. Ne nacque un incidente diplomatico, che si concluse con la restituzione dei La Gala ai francesi in un primo tempo e con l’estradizione poi dalla Francia all’Italia. Portati a Napoli per il processo, vennero condannati a morte. Condanna poi tramutata all’ergastolo.

La forma che assume il romanzo è quella diaristica, con anche una raccolta di corrispondenze giornalistiche per il giornale “L’Osservatore Romano”. Autore del diario e delle corrispondenze è Paolino Amato, avvocato napoletano e corrispondente appunto dell’Osservatore Romano. Sono raccolti il racconto di nove giornate del diario e nove corrispondenze da Napoli.

La prima data del Diario di Paolino Amato è quella del 20 febbraio 1864. Vengono raccontati i preparativi della partenza da Roma. Cosa che poi prosegue nei tre giorni successivi fino all’arrivo a Napoli. Per capire lo spirito del romanzo leggiamone un brano: «Conoscere la versione del popolo m’intriga e confido possa essermi di aiuto per comprendere cos’è veramente accaduto a questa gente, cos’è che hanno reso “briganti” campagnoli tranquilli e pacifici, armato la mano di canonici e zappaterra, fatto di don Giovanni D’Avanzo un fuorilegge».

La prima corrispondenza da Napoli di Paolino Amato (che è la personificazione di Fiore Marro, l’autore del romanzo), per rendere conto del processo contro i quattro briganti dell’Aunis, è del 24 febbraio 1864. Viene interrogato il brigante Giovanni D’Avanzo. Viene fuori che i giudici hanno già deciso a priori la colpevolezza degli imputati.

Nel processo si narra anche di un presunto episodio di cannibalismo. Noi siamo certi che si tratta di una falsa accusa inventata dai piemontesi per screditare al massimo i briganti.

Il giornalista Amato sta dalla parte dei vinti ed è sicuro che prima o poi sarà fatta giustizia, si saprà la verità. «Ingiustizia è fatta», con queste parole inizia l’ultima corrispondenza.

Al titolo del romanzo a me piace dare un significato positivo. E’ finito il tempo in cui i briganti e i meridionali debbono essere considerati dei vinti. I vinti non sono più vinti, stanno per diventare vincitori.

Rocco Biondi

 

Fiore Marro, La fine dei Vinti. Giovanni D’Avanzo: da gendarme a brigante, Società Editrice L’Aperia, Caserta 2011, pp. 64, € 10,00.

 

Sabato 29 settemdre 2012 – Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio


Associazione

Settimana dei Briganti – l’altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell’ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume

La fine dei vinti. Giovanni D’Avanzo: da gendarme a brigante
di Fiore Marro

 

 

PROGRAMMA

Introduce: Vito Nigro
Coordina: Rocco Biondi

Presentazione di

Francesco Laricchia
Nato a Bari nel 1955. Dirigente medico presso l’Ospedale di Castellana Grotte. Responsabile della Rete Sud. Coordinatore per la Festa della Vittoria di Carlo di Borbone a Bitonto (BA). Fondatore del Premio “L’Alfiere del Sud”. Consigliere e componente della Commissione Cultura del Comune di Casamassima (BA).

Relazione dell’autore
FIORE MARRO
Nato a Cervinara (Avellino) nel 1963, vive a San Nicola La Strada (Caserta). Si ispira per le sue campagne meridionalistiche a Guido Dorso. E’ presidente nazionale dei Comitati Due Sicilie. E’ autore di romanzi e testi teatrali. Ha allenato alcune squadre di calcio. Fonda, con altri leaders del meridionalismo, la Confederazione Duosiciliana.

Evento musicale

 


Ballate banditesche del Settecento meridionale

 

di Rocco Biondi
Raffaele Nigro, ultimo cantastorie contemporaneo (come viene definito da Valentino Romano nella prefazione), con questo suo libro ci introduce e immerge nel mondo dei cantastorie, che colmavano l’assenza di spettacoli nei piccoli centri, nei borghi sperduti, nei cortili delle masserie. Nel tempo la televisione li ha soppiantati e fatti sparire.
Arrivavano durante le feste popolari e dei santi patroni, si fermavano nei piazzali, davanti ai santuari, nei luoghi destinati alle fiere e ai mercati, issavano il telone con le raffigurazioni della storia, mettevano mano a uno strumento musicale (liuto, ribeca, chitarrone, ghironda) o si affidavano alla melodiosità della solo loro voce, e raccontavano le loro storie. Alla fine il cantastorie passava con la mano o col berretto teso, ad accogliere qualche obolo, e cercava di vendere un libretto o un foglietto a stampa dei suoi versi.
I temi trattati erano vari, generalmente si ispiravano alla cronaca o all’agiografia, e andavano dai canti religioso-narrativi ai componimenti epico-cavallereschi, alle novelle d’amore tragico e infelice, alla mitologia, alle composizioni satiriche e burlesche.
Nigro in questo libro ha raccolte e commentate cinque ballate che sono imperniate sulla vita di briganti meridionali.
Si comincia con la ballata su “Don Ciro Annicchiarico”, raccontata da Leonardo Arcadio. Questo autore, nato nel 1771, era un bracciante che d’estate si trasformava in girovago cantastorie. L’Annicchiarico, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1775, era un prete che si innamorò di una donna detta “la Curciola”, della quale si era invaghito anche un altro prete grottagliese, don Giuseppe Motolese, appartenente ad una famiglia facoltosa. Il Motolese rimane ucciso nella notte della Madonna del Carmine del 16 luglio 1803; dell’omicidio viene accusato Don Ciro, che arrestato riesce a fuggire divenendo brigante. La sua carriera brigantesca finisce l’8 febbraio 1818 con la fucilazione nella piazza di Francavilla Fontana. Il testo della ballata, pubblicata da Pietro Palumbo, «è sistemato in 204 quartine di endecasillabi molto deteriorati, a metratura e rima incerte, a volte alternata, spesso assonanzata o per nulla rispettata».
La seconda ballata è la “Istoria della vita, uccisioni ed imprese di Antonio di Santo”, che ha come autore Nicola Bruno, vissuto tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800. Il di Santo è un brigante di Solopaga, in provincia di Benevento, che visse a cavallo tra ‘600 e ‘700 e partecipò nel 1701 alla congiura antispagnola. Quando la congiura fu scoperta, il di Santo riusci a sfuggire al carcere dandosi alla macchia e riparando nelle grotte del massiccio del Taburno. Il cantastorie descrive il brigante come un carattere facinoroso, attaccabrighe e puntiglioso. Arrestato, riesce a fuggire dal carcere, scavalcando un alto muro, e dà il via a una serie di vendette personali. La ballata è composta da 67 ottave in endecasillabi. Il brigante comunque non muore.
La terza ballata narra della “Bellissima istoria delle prodezze ed imprese di Angelo del Duca”. Ricordiamo che con questo brigante inizia la storia dell’ormai classico romanzo di Raffaele Nigro “I fuochi del Basento”. Del Duca era nato a San Gregorio Magno in provincia di Salerno nel 1734. Benedetto Croce sostiene che Angiolillo avrebbe condotto una vita da pastore almeno fino ai cinquant’anni, quando per una violenza subita da un suo nipote spara una fucilata contro un guardiano ammazzandogli il cavallo. Angiolillo è costretto a fuggire e darsi alla macchia. Operò tra Salerno, Avellino e la Basilicata. Non si citano nella sua vita episodi violenti o di grassazioni se non ai danni dei ricchi feudatari e degli alti prelati. Toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Nella rapsodia di Angelo del Duca si arriva persino a parlare di miracolosità delle sue gesta. Fu impiccato a Salerno il 26 aprile 1784. Il poemetto si compone di 42 ottave.
Il quarto cantare è la “Istoria della vita e morte di Pietro Mancino, capo di banditi”, che ha come autore il cantastorie cieco Donato Antonio de Martino. Mancino è una figura che più delle altre si avvicina agli antichi capitani di ventura. Nato nella prima metà del ‘600, secondo una fonte a Vico del Gargano, secondo un’altra a Lucera, uccise due nobili che avevano insidiato l’onore delle sorelle. Per timore di essere incarcerato fuggì dalla Puglia, mise su una banda di quindici fuorilegge, seminando terrore tra Puglia e Basilicata. Si recava spesso in Dalmazia. Combatté al fianco di diversi signori. Nel 1637 lo troviamo prima a Torino, dove fu nominato colonnello dai francesi, poi alla corte pontificia con lo stesso grado militare. Morì di morte naturale nel 1638. Raffaele Nigro inserisce nella raccolta l’edizione Muller di 63 ottave e in appendice l’edizione Paci-Russo di 62 ottave. Le due edizioni hanno non poche differenze.
L’ultima ballata, intitolata “Crudelissima istoria di Carlo Rainone dove s’intende la Vita, Morte, ricatti, uccisioni, ed imprese da lui fatte”, fu composta dal cantastorie Giuseppe Di Sabato, nato ad Ottaviano. Rainone, originario di Carbonara di Nola in provincia di Napoli, visse tra fine ‘600 e primi del ‘700. Secondo l’autore del cantare, durante la sua carriera di bandito Rainone si macchiò di 167 omicidi. A tal proposito scrive Nigro: «Il canto è di quelli con agnizione negativa, perché a differenza della “Bellissima istoria di Angiolillo” dove si mettono in luce i pregi dell’uomo, qui sono le efferatezze del brigante a risaltare». Rainone venne catturato e ucciso il 10 luglio 1672. Il componimento è di 72 ottave.
Quello che Nigro scrive nel preambolo alla ballata su Pietro Mancino, «questi cantari hanno più funzione di prodotto letterario che di documento storico», può essere esteso a tutte le altre ballate.
Nella premessa alla raccolta delle ballate, Raffaele Nigro fa interessanti e condivisibili osservazioni sul decennio postunitario, sostenendo che la guerra politica e sociale di quegli anni fece morire il sogno romantico e la possibilità di voli fantastici. La cronaca è nemica del mito. L’annessione del Sud all’Italia unita si era concretizzata in un bagno di sangue. Negli scritti di quegli e su quegli anni prevale la metodologia scientifica. Dopo il 1861 il romanticismo è morto. Solo a partire dal 1870 le narrazioni e le edizioni a stampa di storie banditesche riprendono vigore.
Raffaele Nigro, Ascoltate, signore e signori, Ballate banditesche del Settecento meridionale, Prefazione di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino 2012, pp. 198, € 16,00

Brigantaggio postunitario – Una storia tutta da scrivere

 

di Rocco Biondi

Fernando Riccardi nell’introduzione al suo libro scrive che ha soltanto gettato un minuscolo seme nel terreno della vera storia del brigantaggio. Noi riteniamo che abbia fatto qualcosa di più, specialmente quando individua e descrive le cause che hanno dato vita a quel fenomeno; solo mettendo assieme tutte quelle cause e concatenandole organicamente può essere spiegata la genesi del brigantaggio postunitario, nessuna di esse presa isolatamente ha svolto un ruolo decisivo.

Dai piemontesi fu abolito il concordato firmato nel 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie e furono emanati una serie di decreti che abolivano pressoché totalmente la proprietà ecclesiastica, che fino ad allora aveva costituito una vitale risorsa per i tanti che vivevano in situazioni di precarietà e di indigenza. Era scontato che questo avrebbe alimentato il fuoco della rivolta, ma al governo sabaudo importava solamente incamerare l’ingente patrimonio ecclesiastico per rimpinguare le sue esangui casse.

Il carico fiscale si abbatté come una mannaia sulle popolazioni dell’ex regno napoletano. Prima dell’avvento dei piemontesi le tasse in vigore erano soltanto cinque, che pesavano principalmente sui possidenti. Tutto ad un tratto vennero introdotte una caterva di tasse, che andarono ad incidere soprattutto sulle classi più umili. Lo scopo era ben preciso: tutelare la ricca borghesia liberale che aveva abbracciato la causa unitaria e stritolare chi già si dibatteva in enormi difficoltà. E poi venne anche la tassa sul macinato. Le proteste dei “cafoni” furono sedate con le fucilate.

L’obbligatorietà del servizio militare nell’esercito borbonico in pratica era solo nominale, lo svolgevano i volontari che erano tantissimi. Con i piemontesi la leva divenne obbligatoria. La stragrande maggioranza dei giovani meridionali disertò. Non volevano lasciare la loro terra per andare a morire lontano e non volevano privare le loro povere famiglie di braccia lavoro (il servizio durava sei anni). I piemontesi arrestavano i renitenti e fucilavano chi si opponeva. Chi si salvò scappò in montagna ad ingrandire l’esercito dei briganti.

L’eterna promessa di dare le terre a chi le lavorava (almeno quelle demaniali) spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi con Garibaldi. Ma anche questa volta rimasero fregati. Le terre demaniali furono messe in vendita, ma vennero tutte accaparrate dai ricchi “galantuomini”, che avevano i soldi per comprarle. Ai poveri “bracciali” non restava che fame, miseria e disperazione. E divennero briganti, lottando per se stessi e per la terra.

Conseguenza del passaggio delle terre demaniali ai ricchi fu l’abolizione degli usi civici. Fino ad allora i poveri meridionali avevano potuto frequentare liberamente le terre del demanio pubblico, raccogliendo legna, olive, funghi, erbe, bacche, ghiande e altro, per sfamare se stessi e i loro animali. Ora tutto ciò fu impedito. E per non morire di inedia furono costretti ad imbracciare il fucile e rifugiarsi nelle montagne e nei boschi. Da briganti si beveva, si mangiava e non si moriva di fame.

Ed infine la popolazione meridionale nutriva un profondo attaccamento alla monarchia borbonica, che si era sempre schierata in difesa e al fianco del popolo. Quando gli ultimi due giovani regnanti furono cacciati dal loro Regno con le armi, senza alcuna dichiarazione di guerra, il popolo si schierò dalla loro parte. I briganti andarono all’assalto dei soldati piemontesi e morivano gridando “viva re Francesco” e “abbasso Garibaldi e il re Savoia”.

Tra i briganti troviamo contadini, braccianti, coloni, massari, pastori, mulattieri, carbonai, guardiani, ma anche artigiani, commercianti, possidenti, aristocratici, funzionari, ed ancora preti, frati, canonici, abati, vescovi, ed anche garibaldini. «Tutto questo variegato cosmo di umanità – scrive Riccardi – contribuì a tenere desta per dieci lunghi anni, e anche di più come dimostrano alcuni recenti studi, la rivolta brigantesca».

Fu una lotta di popolo, di cui la storiografia ufficiale non parla.

Il libro poi tratta di uomini e fatti più significativi del Brigantaggio: il lucano Carmine Crocco, il brigante più famoso del decennio postunitario, che con la sua banda a cavallo, che in alcuni momenti raggiunse le 1.500 unità, riportò una serie di clamorose vittorie contro le truppe sabaude; il pugliese Pasquale Romano, il più importante fra i briganti politici, ex sergente dell’esercito borbonico divenne mito e simbolo della lotta senza quartiere allo straniero invasore; i legittimisti stranieri: rampolli di nobili famiglie, militari di ogni ordine e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti, artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati, che vennero in aiuto del re borbone Francesco II e della regina Maria Sofia, fra essi vengono ricordati lo spagnolo generale José Borges, il belga marchese Alfred de Trazegnies, il tedesco nobile Edwin Kalkreuth; le brigantesse, a volte più risolute e determinate dei loro compagni, fra esse Maria Oliverio (Ciccilla), Maria Capitanio, Michelina De Cesare; la deportazione di un ingente numero di prigionieri napoletani nei lager del Nord (Fenestrelle il più tristemente famoso), dove venivano lasciati morire e sciolti nella calce viva per non lasciarne traccia; la commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, mandata nel Sud con il compito assegnato di convincere il parlamento a promulgare una legge che attribuisse ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti (legge Pica); la persecuzione spietata da parte piemontese contro le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche: moltissimi vescovi meridionali vennero allontanati dalle loro diocesi, molti seminari diocesani vennero chiusi, oltre 2.300 conventi e monasteri furono chiusi  e quasi 30 mila religiosi messi in mezzo alla strada; i fotografi dei briganti, che accompagnarono l’esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse.

Peculiarità del libro di Fernando Riccardi è l’aver collegato episodi storici del brigantaggio, avvenuti 150 anni fa, alla rievocazione che di quegli episodi vien fatta ai giorni nostri. L’avventura di Carmine Crocco viene rappresentata ogni anno per l’intero periodo estivo nel parco della Grancìa, a Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, con un eccezionale cinespettacolo dal titolo “La storia bandita”.

L’arresto e la fucilazione di José Borges vengono commemorati da una decina d’anni l’8 dicembre a Sante Marie in provincia dell’Aquila. Il 6 gennaio di ogni anno viene celebrata, in una cerimonia rievocativa, l’uccisione del sergente Romano nel bosco di Vallata a Gioia del Colle in provincia di Bari. Allo stesso sergente brigante Pasquale Romano è stata intitolata una strada a Villa Castelli in provincia di Brindisi.

 

Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario – Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, Roccasecca (Fr) 2011, pp. 222, € 20,00

I Savoia e il Massacro del Sud

I Savoia e il Massacro del Sud, di Antonio Ciano

di Rocco Biondi
Al Piemonte non interessava per niente l’Unità d’Italia. Al Piemonte interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Per avvalorare questa affermazione Ciano apre il suo libro con delle tabelle statistiche. Nel 1860, anno dell’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, le monete di tutti gli Stati italiani ammontavano complessivamente a 668,4 milioni, dei quali ben 443,2 (66,31% del totale) appartenevano al Regno delle Due Sicilie; il Regno di Sardegna/Piemonte ne possedeva solo 27,0 milioni. Dal primo censimento del Regno d’Italia, tenutosi nel 1861, risulta che nelle province napoletane e siciliane la popolazione occupata nell’industria era 1.595.359,

Libri/ Briganti e pellirosse


“Briganti e pellirosse” di Gaetano Marabello

Recensione di Rocco Biondi

 

Nel libro viene tentato, per la prima volta in modo organico, un raffronto tra i pellirosse americani e i briganti dell’Italia meridionale. La storia di questi due popoli si svolgeva, con modalità molto simili, a tantissime miglia di distanza una dall’altra, senza alcun contatto fra loro. «In entrambi i casi, – scrive Marabello – quel che maggiormente impressiona è il tentativo quasi scientifico d’annichilire l’atavico modus vivendi delle popolazioni locali, praticato dai nuovi arrivati. Operazione che, lungi dall’essere attuata attraverso l’integrazione e il rispetto, sfociò invece in sistematiche azioni di genocidio fisico e culturale».

I territori dei due popoli furono occupati manu militari, camuffando l’intervento con buoni propositi e alti ideali. In realtà il vero obiettivo era e fu quello di impossessarsi delle ricchezze presenti in quei territori. In entrambi i casi si operò per conto di sovrani stranieri, senza dichiarazione di guerra.

Il settantennio che decorre dal 1799 al1870 havisto svolgersi a danno dei due popoli avvenimenti similari funzionali al loro annientamento. Gli invasori, in

Il brigante Chiavone

Il brigante Chiavone, di Michele Ferri e Domenico Celestino


di Rocco Biondi
Il libro, pubblicato nel 1984, si inserisce nel filone delle microstorie che privilegiano le storie locali in un limitato arco di tempo. Vengono presentati gli avvenimenti della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia negli anni 1860-1862. La figura del brigante Chiavone è tenuta quasi sullo sfondo della corale reazione all’invasione ed annessione piemontese del Regno delle Due Sicilie. Clero e contadini, la stragrande maggioranza del popolo meridionale quindi, si oppongono ai galantuomini borghesi che per salvaguardare i loro privilegi si sono schierati con i piemontesi, che con l’alibi dell’attuazione del sogno liberale dell’unità d’Italia sono venuti al Sud per impossessarsi degli appetibili beni del Regno delle Due Sicilie. I briganti sono il braccio armato di questa resistenza.
Attorno ai briganti si gioca una partita che vede un non indifferente movimento di capitali, gestiti dalla Centrale borbonica che si era formata nello Stato Pontificio, dove aveva trovato ospitalità l’ultimo re di Napoli Francesco 2°, e che aveva come quasi impossibile obiettivo il ritorno del Borbone a Napoli. Insieme ai briganti lottarono tanti legittimisti stranieri corsi in aiuto di Francesco 2° e della regina Maria Sofia. Ma mentre i briganti combattevano per un loro miglioramento sociale, non sempre chiare sono le finalità dei legittimisti.
Teatro della guerriglia delle bande armate di Chiavone sono la parte meridionale dello Stato Pontificio e i confinanti Terra di Lavoro e Abruzzo Ultra. I briganti agivano nel territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie, con epicentro a Sora, ma per sfuggire ai piemontesi si rifugiavano nel Territorio Pontificio, dove l’esercito francese dimostrava grande acquiescenza. Le abbazie di Casamari e Trisulti ed il convento di Scifelli offrivano ospitalità ai briganti.
Luigi Alonzi, detto Chiavone, era nato a Sora il 19 giugno 1825 da una famiglia di contadini. Per i suoi servigi a favore del re Francesco 2° era stato nominato guardaboschi del distretto di Sora e della Valle Roveto. Dopo l’invasione piemontese si diede alla macchia e riuscì a formare una nutrita banda di briganti, che lottò contro gli invasori. Nel periodo di maggiore auge la banda Chiavone, nominato comandante in capo da Francesco 2°, era suddivisa in otto compagnie e comprendeva 20 ufficiali, un chirurgo, 59 sottoufficiali e caporali, 7 trombettieri e 343 soldati, per un totale di 430 uomini.
Il libro è quasi un diario degli avvenimenti succedutesi tra il giugno 1860 ed il giugno 1862. Tanti fatti e tanti uomini si avvicendano in un biennio tragico per il meridione d’Italia. Oltre e più che capi e comandanti lasciano la loro traccia persone comuni e normali. Si sussegue, come in un martirologio, una

Libri/ Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento

Sabato 29 ottobre 2011 – Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
“Settimana dei Briganti – l’altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell’ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
“Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento”
del Gruppo Umanesimo della Pietra di Martina Franca

Libri/ Quell’“amara” Unità d’Italia, di Dora Liguori

 

di Rocco Biondi
 
Le storie che si leggono nel libro di Dora Liguori sono le stesse che abbiamo letto sui libri di storia a scuola, ma il punto di osservazione è totalmente diverso. Talvolta vengono usati ironia e sarcasmo.
Vengono presentati gli avvenimenti, storici e sociali, accaduti in Italia nei primi settantanni del diciannovesimo secolo, con particolare riguardo al decennio (1860-1870). Sono gli anni del cosiddetto (a posteriori) “Risorgimento”, quando si fece l’amara unità d’Italia. Unità che si è rivelata per il meridione come la più immane delle tragedie.
Sui fatti accaduti in quel periodo continua ancora a permanere il segreto di Stato. Una massa di documenti, circa centocinquantamila, dopo centocinquanta anni da quella Unità, sono ancora segretati. La verità continua ad essere occultata.
Per glorificare quella che fu spacciata come una liberazione, i vincitori Savoia assoldarono scrittori dell’epoca che fecero diventare inoppugnabile verità storica quello che era frutto di una spregiudicata fantasia. Nella realtà si trattò di una nuda e cruda conquista territoriale del Regno delle Due Sicilie.
Alla falsificazione storica un contributo determinante lo ha dato negli anni successivi il filosofo meridionale Benedetto Croce. La sua lettura addomesticata della storia è passata poi in tutti i libri scolastici. Chiunque volesse intraprendere la carriera universitaria era costretto ad adeguarsi. Il Sud ancora oggi sta pagando per quella falsa interpretazione della storia. E’ solo una bella favola quello che è stato raccontato circa il processo idealistico che portò all’Unità d’Italia. La conquista del Sud invece fu

Libri/ Uniti per forza

Uniti per forza, di Federico Pirro

di Rocco Biondi
Come recita il sottotitolo del frontespizio, il libro di Federico Pirro è un saggio antologico, ampiamente commentato, di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono alla cosiddetta unità d’Italia. Sono presenti oltre ad autori a noi contemporanei anche autori contemporanei ai fatti che si svolsero 150 anni fa. Se ne deduce che non tutti gli autori sono stati organici al potere e tromboni della storia scritta dalla parte dei vincitori e per osannarli. Anche se chi ha tentato di presentare e spiegare le ragioni dei vinti non ha avuto gli spazi, accademici e divulgativi, degli altri. Anzi sono stati boicottati o ignorati. Ora qualcosa sta cambiando e il libro di Pirro ne è testimonianza. Sono tanti i volumi di questo tipo, freschi di stampa, che stanno occupando significativi spazi negli scaffali delle librerie.
Per tutti cito solo alcuni autori “popolari” che danno, anche se con gradi diversi, voce ai vinti del cosiddetto risorgimento: Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Antonio Caprarica, Gigi Di Fiore, Eugenio Bennato, Lino Patruno; ma sono tanti altri i libri, pubblicati da case editrici di ogni grandezza, che parlano dei “briganti” postunitari del Sud. I “briganti” di quell’epoca, lo ripeto ancora una volta, per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono infatti insorgenti e

Libri/ Terroni

di Rocco Biondi*

Il recente libro di Pino Aprile “Terroni” sta ottenendo un grandissimo successo editoriale. E’ un libro di guerriglia culturale in difesa del Sud.
I piemontesi, quando centocinquant’anni fa invasero il nostro Meridione, fecero terra bruciata (in alcuni casi letteralmente) di tutto ciò che di buono avevamo. Saccheggiarono le nostre città, stuprarono le nostre donne, rasero al suolo e bruciarono tanti paesi, praticarono la tortura più spietata, fucilarono tanti contadini senza processo e senza condanna, incarcerarono donne e bambini, aprirono al Nord campi di concentramento e sterminio dove tormentarono e fecero morire tanti italiani del Sud squagliandoli poi nella calce viva; quelli del Nord s’inventarono leggi speciali per annientare noi meridionali, venne depredato tutto l’oro del Regno delle Due Sicilie, vennero trafugate le opere d’arte dei ricolmi nostri musei.
L’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia.
I nostri padri briganti tentarono di reagire a questi immani soprusi e in

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