Roberto Ferri. Elegiaco cantore di un universo visivo

10 ferri21

La nascita dell’eclissi

di Claudio Strinati

Roberto Ferri si è già da tempo segnalato come un artista drasticamente orientato su scelte figurative di nitida e lucidissima evidenza, di nobile e raffinata ispirazione, con ampio spettro di riferimenti al passato glorioso dell’ arte italiana e non solo italiana attraverso un interessante sovraccarico di echi soprattutto seicenteschi. L’ evidenza assoluta delle forme, la tornitura perfetta dei corpi, l’ insistita attenzione per aspetti talvolta estatici, talvolta foschi e tenebrosi, talvolta languidi, ne dimostrano l’ adesione verso un ideale figurativo che trae indubbiamente le sue origini dal pieno Barocco italiano. In tal senso Ferri si direbbe inquadrabile in una linea di tendenza che, senza costituire un vero e proprio movimento, è presente in Italia dagli anni settanta del Novecento e che ha visto e vede operosi artisti grandi e grandissimi accanto a artisti mediocri se non irrilevanti. Tuttavia Ferri è artista alieno da qualunque coinvolgimento in una direzione teoretica precisa e accademicamente definibile.

E’ pittore che può certamente essere accostato a esperienze più o meno recenti di altri, ma fa sostanzialmente “parte per se stesso” e come tale va visto e giudicato. Ciò non toglie che certi accostamenti siano legittimi e aiutino a comprendere meglio il senso profondo del suo fare. E’, in sostanza, il destino di quell’ orientamento che si può far risalire fino alle meditazioni di Giorgio de Chirico ( un maestro talvolta citato in rapporto a Ferri) tra la fine degli anni venti e l’ inizio degli anno trenta, a proposito del recupero della eccelsa tecnica seicentesca che sembrò al “pictor optimus” un punto di arrivo insuperabilie per tutta la storia dell’ arte europea e che avrebbe quindi ben potuto essere ripresa da chi fosse stato in grado di coglierne il senso profondo. E indubbiamente tra queste postulazioni dechirichiane e la moderna arte di Roberto Ferri un qualche rapporto c’è anche se non è esattamente questo l’ orientamento di Ferri, di cui è stata notata invece una volontà di fermo distacco dal passato pur in un clima rievocativo o, meglio, evocativo di una stagione gloriosa e rispettata profondamente. Peraltro non era questo neppure l’ orientamento vero ed esclusivo di de Chirico stesso. Basti pensare, infatti, alle sue elette ed evidenti citazioni da Renoir proprio nel momento dell’ appassionato culto seicentesco. E proprio qui si potrebbe, appunto, ravvisare un avvicinamento tra la venerata esperienza dechirichiana e le idee di un così fervido artista nostro contemporaneo come Ferri, appunto nel segno della continuità conseguita da entrambi gli artisti, ancorchè sulla base di presupposti diversi e di acquisizioni diverse, ma tenendo ben fermo quel principio di coinvolgimento e venerazione verso un passato che resta presente nelle coscienze e funge da stimolo continuo alla creatività. Ferri arriva a suo modo a questo tipo di pittura, così carico di evidenza e estenuazione insieme, ma transitando comunque attraverso l’ Ottocento.

La nascita dell'eclissi
La nascita dell’eclissi

 

Un suo artista di riferimento è, come è ben noto, Bougereau, una sorta di “metafisico ante litteram”, pittore di qualità suprema e ricco di ambivalenze segrete sul piano espressivo, tanto da non ammettere una facile e immediata decifrazione delle sue intenzioni più intime e autentiche. Ciò detto è imprescindibile per Ferri il riferimento al naturalismo seicentesco che nel nome del Caravaggio trova una specie di simbolo universale che ha colpito le menti e l’ immaginazione di molti e ancora oggi colpisce un’ anima sensibile e fine come quella di Ferri. Ma il “caravaggismo” di Ferri sembra scaturire più che da un rapporto diretto con la grande fonte antica, dalla rilettura del Caravaggio operata nell’ ambito del neoclassicismo francese da pittori come David ( soprattutto) e Ingres. E’ da quel punto di osservazione che l’ arte sottile di Ferri nasce e si sviluppa, e da quel punto di osservazione meglio si comprendono lo stato d’ animo del pittore e il suo orizzonte creativo. I titoli delle opere, attentamente meditati dall’ autore, dicono molto sul tema della “malinconia” e del “male” cui l’ artista dedica tanta attenzione e totale coinvolgimento. Ma i due termini non sono affatto inevitabilmente dipendenti l’ uno dall’ altro. E’ l’ artista che talora li sovrappone e li elabora poi dialetticamente. La dimensione della “nigredo” e quindi della Melanconia, infatti, non è assolutamente quella stessa del male e del “requiem”. L’ una è l’ elegia, l’ altra la tragedia. Può sembrare una sottile distinzione ma va presa nel suo giusto verso perché Ferri, in definitiva, non è un artista da affrontare attraverso sfumature troppo sottili. Anzi è diretto e la sua volontà di colpire al cuore l’ osservatore non gli consente di porsi quale distillatore di quintessenzae. In questa dialettica inquieta gioca un ruolo essenziale la questione del “peso dei corpi”. Ferri, in parte ispirandosi al Seicento in parte rimeditando forse aspetti fondamentali delle poetiche primonovecentesche soprattutto dannunziane ( come, per fare un solo emblematico esempio, nel caso di Giulio Aristide Sartorio) pone al centro del suo lavoro la rappresentazione del “peso del corpo”. La densità della stesura e l’ evidenza con cui il maestro descrive il concetto stesso della rappresentazione, sono volte al fine principale di farci percepire l’ arrivo dei corpi sul quadro realizzato quasi fosse un arrivo dall’ iperurano, come è stato peraltro autorevolmente detto sul suo conto.

Così le figurazioni piombano sull’ osservatore e viene pienamente giustificata quella sensazione da “sabba delle streghe” che circola insistentemente in tanti suoi lavori, persino in quelli esplicitamente sacri, elaborati, del resto, con estremo scupolo verso le esigenze della committenza. Sovente questi nudi, maschili o femminili, sono dipinti come evidentemente minacciati dal logoramento, dalle ferite, dalle escrescenze mostuose che sembrano prodursi nella purezza adamantina dei corpi con un’ ottica che non è certo immune dalle suggestioni dell’ “horror” cinematografico, pur nel costante riferimento caravaggesco e, si potrebbe aggiungere qui, riberesco quando il nostro giovane maestro ingaggia la sua sfida rispetto alla rappresentazione di corpi anziani e quasi oltraggiati dal trascorrere implacabile del tempo. Questa complessa componente in Ferri c’è e si sviluppa nelle opere compiute ( ma sovente anche negli studi disegnati preliminari) dove troviamo grande autonomia di espressione e forza esasperata nel dominio dell’ espandersi delle forma quasi che una determinazione inconscia premesse all’ interno del razionale esplicitarsi dell’ intenzione creativa dell’ autore. Attrazione e Repulsione sono, quindi, due poli dialettici del suo fare arte e i due termini sono sempre presenti nelle sue elaborazioni. Ferri, alla fin fine, non è disturbante e non è rassicurante, ma immette nelle sue opere una energia inquieta e impetuosa che seduce l’ osservatore convincendolo pienamente della forza vitale delle opere ma tenendolo anche come a distanza, per il timore di scoprire nella perfezione quasi ostentata della materia i segnali di un perturbante che aggredisce la materia stessa e mira a rovesciare la percezione, da lieta a angosciata, da compiaciuta a preoccupata.

Questo deriva dall’ approccio generale che Ferri ha con le sue stesse immagini. Le spinge, allora, su un piano avanzato e tormentato di perfezione esecutiva dando a chi guarda l’ idea di una precisissima e lenticolare attitudine a riattivare un mondo di belleza e di seduzione che per molti era come irrimediabilmente perduto. Poi, però, quando l’ immagine è giunta al suo livello massimo di evidenza e efficacia, sembra aggredirla lui stesso, corroderla, estrarne l’ altro da sé, una componente malata e “malvagia” che si impone quasi fosse ineliminabile. E’ costante in lui l’ idea della figura che si libra o cerca di librarsi in volo e, all’ opposto , della figura che precipita come fosse condizionata dalla sua stessa fisicità. E’ appunto quel nodo inestricabile di melanconia e di negativo che urge dentro la forma realizzata. Una “vitalità del negativo” ( per evocare un antico, bellissimo titolo riferito a ben altri fenomeni di molti anni fa) preme dentro quella che potremmo chiamare, a contrapposizione, l’ “estenuazione del positivo” che Ferri rappresenta con tanta energia e tanta determinazione. Ferri è ben consapevole, del resto, delle forti emozioni che promanano dalle sue opere ma Fabio Isman, discorrendo di lui qualche anno fa, ribadiva la positività e la profonda religiosità di un artista che ama la musica rock e la danza, da cui trae spunti poderosi alla sua creatività e che, nel contempo, ha ben in evidenza nella sua biblioteca, ideale e reale, Baudelaire e Pirandello. Un uomo del nostro tempo, dunque, che ragiona in un’ottica non tanto antica quanto ancestrale, elegiaco cantore di un universo visivo che confina con la dimensione del sogno e, nel contempo, racconta una realtà impossibile e non visibile se non con gli occhi della pittura.

Claudio Strinati da “Noli foras ire – Roberto Ferri e la…” ed GIUNTI

Crepuscolo del mattino
Crepuscolo del mattino

La “divina decadenza” di Roberto Ferri al Castello di Gaasbeek – Bruxelles

DIVINA DECADENZA 

 8 Aprile 2016 – Giugno 2016

Castello di Gaasbeek – Bruxelles

ferri
Divine Decadence, an exhibition in collaboration with Mechelen-based theatre group Abattoir Fermé, will be bringing to life the Decadent cult book A Rebours by Joris-Karl Huysmans in Gaasbeek Castle. It will start on 27 March. 

At the end of the nineteenth century, in the age of industrialisation, the Decadents escaped what they considered banal reality through beauty and art. Today, artists still rebel against a good many social norms and taboos. Various works of art immerse you in the luxurious and sometimes dark world of decadence. With works by amongst others Berlinde De Bruyckere, Jan Fabre, Erwin Olaf, Gérard Rancinan, Félicien Rops, Kees Van Dongen en Jan Van Oost.

On 9 April, a major ‘Art Room’ will open with the works of the Italian painter Roberto Ferri. He reaches back, both in style and technique, to the major Baroque masters and uses classical themes and Christian stories that seem to place him outside our own time. But his glorious and graceful bodies betray a fascinating darker side. Claws, horns and fins make them mutate into something monstrous.

In the book Divine Decadence, we go in search of the essence of decadence, with texts by Luc Vanackere, Stef Lernous, Pol Dehert, Karel Vanhaesebrouck and Donald Kuspit. When you buy this book, produced in collaboration with Lannoo, you also receive a free admission.

http://www.kasteelvangaasbeek.be/nl/evenementen/54/divine-decadence

 

Roberto Ferri, il nuovo Caravaggio

10 ferri21

Joven artista causa furor en Europa; es el nuevo “Caravaggio”

El pintor italiano Roberto Ferri (Tarento, 1978) tiene 35 años, pero su pincel no es de este siglo. Sus obras, herederas de las pulcras y magistrales técnicas del claroscuro barroco, parecen haber nacido en aquella Roma de finales del Renacimiento, pero irrumpen en pleno siglo XXI con un poder que inquieta, aturde y seduce…… A propósito de esta serie, el historiador de arte Maurizio Calvesi escribió: “Ahora el ‘anacronismo’ en la pintura de Roberto Ferri emerge en toda su literalidad de recuperación de la pintura después de Miguel Ángel, concediendo sólo a un instrumento de la modernidad: el surrealismo, el cual envuelve con sus formas abstractas de intranquilidad visceral, con innegable sabiduría, pasión y empatía, las paredes de los museos, entre la gracia y la morbosidad sadomasoquista. Aquí es un surrealismo que tiene la capacidad metamórfica de un Dalí, excepto que en Dalí es viscosa, en cambio, en Ferri es carnal”…


 

http://www.orbiarte.com/articulos/635-joven-artista-causa-furor-en-europa-es-el-nuevo-caravaggio

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/15/intervista-a-roberto-ferri-lartista-e-luomo/

Roberto Ferri, pictor Apuliae

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/25/roberto-ferri-pictor-apuliae/

Libri/ Roberto Ferri. Oltre i sensi. Beyond the Senses

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/11/libri-roberto-ferri-oltre-i-sensi-beyond-the-senses/

Roberto Ferri sulla Treccani!

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/08/roberto-ferri-sulla-treccani/

Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/12/roberto-ferri-pittore-della-magia-filosofo-della-seduzione/

L’Ultrarealismo, la nuova frontiera dall’arte: intervista a Rocco Normanno

 Intervista

di Gianluca Fedele

 

L’artista che incontriamo oggi è uno di quelli che si stagliano nell’Olimpo della pittura figurativa contemporanea. Non si resta indifferenti incrociando le opere di Rocco Normanno; rappresentazioni chiare dai messaggi inequivocabili che fotografano il nostro tempo utilizzando, con dovizia di particolari, i canoni pittorici del ‘600.

Ho conosciuto Normanno nel modo più semplice che ci possa essere oggi: Facebook. Un amico comune aveva condiviso il link riportante una notizia che lo riguardava e cioè che il dipinto “Testa di bue” gli fosse valso la vittoria del Premio Alferano di Castellabate (SA).

Appassionatomi immediatamente all’arte di questo giovane pittore salentino mi sono sentito autorizzato a mettermi in contatto con lui. Quando mi ha spiegato che vive e lavora in Toscana ho perduto le speranze di poterlo incontrare, almeno in tempi brevi, ma poi mi ha gentilmente rassicurato dicendo che ci saremmo potuti vedere nei primi di settembre, poiché sarebbe sceso in Puglia per alcune settimane di vacanza.

Lo raggiungo a Taurisano (LE) nell’abitazione della sua famiglia. È lì che si appoggia quando torna nella terra di origine. Ovviamente non ha nessun quadro con sé ma in casa trovo il ritratto di suo padre, realizzato in periodo accademico, dove già si esprimono la fedeltà della raffigurazione e lo studio minuzioso della luce.

Ceramiche - 2006 - cm 80 x 100, olio su tela -
Ceramiche – 2006 – cm 80 x 100, olio su tela

 

D.:

Intanto volevo ringraziarti per il tempo che stai dedicando a me e alla Fondazione Terra d’Otranto per la realizzazione di questa intervista, sottraendolo evidentemente al riposo della villeggiatura.

Classe 1974 e “amante delle atmosfere caravaggesche”, come si legge in un articolo che ti riguarda; raccontami la tua storia: com’è entrata a far parte della tua vita, l’arte?

 

R.:

L’arte, a dire il vero, è stata una presenza costante nella mia vita.

Sin da piccolo si manifestava come una sorta di spinta irrazionale. Non era per nulla peregrino il mio attaccamento alla luce del fuoco la sera, il piacere provocato dal barlume della fiamma di una candela nella stanza. Solo molto più avanti capii che quell’impulso interiore era destinato a diventare qualcosa di importante, di irrinunciabile.

I miei studi iniziali, infatti, furono ben diversi da quanto ci si aspetti conoscendomi oggi: qui a Lecce frequentai l’Istituto Professionale per il Commercio (ragioneria) e quando nel ‘93 mi iscrissi all’università scelsi di trasferirmi a Firenze per studiare lì Giurisprudenza.

Nel capoluogo toscano studiavo sì Legge ma, capirai, i miei occhi erano distratti da altro. Durante le ore libere dalle lezioni in facoltà e dallo studio, giravo per i musei, visitavo le mostre e più immergevo i sensi nella bellezza più in me cresceva l’insofferenza nei confronti dell’indirizzo universitario intrapreso; tutto questo fino a quando, un bel giorno, decisi drasticamente di interrompere gli studi.

A quel punto ero comprensibilmente confuso poiché il futuro mi appariva come mai incerto. Per mia grande fortuna all’epoca avevo da poco stretto amicizia con Gianfranco Bonelli, grafico e insegnante di Storia dell’Arte, al quale avevo mostrato alcuni disegni e che subito mi aveva suggerito di fare un test d’ammissione per entrare nell’Accademia di Belle Arti. Non gli nascosi lo scetticismo per la proposta che mi parve azzardata, se non altro perché non avevo le basi scolastiche giuste e credevo fosse, quella dell’arte, una realtà dalla quale sarei rimasto sempre tagliato fuori. Invece, grazie soprattutto alla preparazione che mi ha dato in soli quattro mesi, superai l’esame ed entrai in Accademia. Da quel momento mi si è aperto un mondo! Oggi sento di aver sprecato degli anni, di aver iniziato tardi a dipingere ma mi consolo con le storie di altri amici artisti che, come me, sono “inciampati” nell’arte solo dopo un percorso di studi – o addirittura professionale – che potremmo definire anomalo.

Come suol dirsi: meglio tardi che mai!

Compianto sul Cristo morto - 2004  -cm  325 x 220, tempera su tavola
Compianto sul Cristo morto – 2004 -cm 325 x 220, tempera su tavola

D.:

Quali sono gli artisti ai quali ti rifai nella personale ricerca stilistica?

 

R.:

A me emoziona tutta la pittura del ‘600, questo credo sia abbastanza evidente. Come base per il disegno ci metto dentro Leonardo e Raffaello, e ovviamente la cultura greca. Da qui parte una lista di grandi maestri che comprende Caravaggio, Guido Reni, Gherardo delle Notti, José de Ribera; un nucleo di artisti fondamentali, accomunati da una spasmodica ricerca della luce che talvolta, erroneamente, vediamo tutti indicati con l’appellativo di “caravaggeschi” pur non avendo, alcuni, avuto mai un contatto diretto con Michelangelo Merisi.

 

D.:

Il realismo delle tue opere è lampante; quanto conta per te aver raggiunto questo grado di perfezione figurativa?

 

R.:

Per me la tecnica è fondamentale. Rimango convinto che un bravo artista sia un ottimo artigiano con qualcosa da dire. L’opera finita è un prodotto che innanzitutto è stato costruito seguendo rigorosi criteri tecnici, tenendo conto dei giusti materiali, degli strumenti, delle varie fasi e tutto il resto. Secondo me è molto più complicato essere un artista senza avere una tecnica di base. Partendo da questo presupposto prendiamo ad esempio i cantanti di lirica, possono avere la voce ma se non hanno preparazione non entreranno mai nei grandi teatri; lo stesso vale per gli scrittori, possono avere un grande romanzo nella testa ma devono anche e soprattutto saperlo raccontare per sperare di appassionare i loro lettori. Ecco, credo che la regola appena espressa valga a maggior ragione nel mondo della pittura, dove la forma è più che mai fondamentale. È il raggiungimento di una determinata precisione della forma, quindi, a donare alla pittura – o alla scultura – quel valore indefinibile e alto.

Ricordo che in accademia c’era un professore il quale non amava particolarmente il mio stile e non perdeva occasione per spronarmi a “uscire” da quella rappresentazione che giudicava troppo classica. Io invece mi ripresentavo da lui sempre, convintamente coi miei lavori, pur nella consapevolezza che mi sarebbero potuti costare qualche voto in meno. Con la perseveranza ho avuto la mia piccola rivincita. Quello che penso è che gli artisti non dovrebbero mai violare il proprio istinto inseguendo le mode del momento, o le richieste che talvolta vengono da certi “salotti”, perché poi col tempo si finisce per firmare i lavori realizzati da altri. E non c’è nessun merito in questo.

Eva (Fiona May) - 2009 - 110 x 80cm, Olio su tela
Eva (Fiona May) – 2009 – 110 x 80cm, Olio su tela

 

D.:

Molte delle tue opere esprimono concetti di estrema attualità adoperando iconografia sacra e mitologia. Dove va rintracciata la relazione tra questi aspetti, modernità e mito, apparentemente incompatibili e distanti?

 

R.:

Va precisato che non vi è mai una spinta religiosa dietro la realizzazione delle mie opere. Non mi importa affatto se il fruitore dell’immagine che ho dipinto sia credente oppure agnostico, non mi pongo assolutamente il problema. Viceversa trovo affascinanti le storie che dalla Bibbia e dal Vangelo vengono riportate, lo stesso nei racconti della mitologia. Mi concentro su tutti quei fattori ai quali reagiscono gli impulsi umani e che, dopo tutto, non sono mutati in millenni di storia dell’uomo. Se ci facciamo caso le necessità e le pulsioni sono sempre le stesse: il bene e il male come l’amarsi e l’odiarsi restano aspetti assoggettati ai medesimi meccanismi. Da sempre.

Il riadattamento alla nostra contemporaneità viene da sé. Voglio dire che sarebbe anacronistico se mi mettessi a dipingere personaggi che non appartengono al tempo in cui vivo. Per ciò che concerne le tematiche, invece, io credo siano sempre valide, soprattutto quelle trattate nei testi sacri e mitologici.

 

Giuditta e Oloferne - 2006 - cm 110 x 140, olio su tela
Giuditta e Oloferne – 2006 – cm 110 x 140, olio su tela

D.:

Dopo decenni di pittura informale noto con piacere un ritorno al figurativo; c’è, secondo te, una connessione tra questa urgenza artistica e la società odierna?

 

R.:

Io credo che il mondo dell’arte sia assoggettato a un andamento ciclico, per certi versi ondulatorio. Oltretutto, se escludiamo le ultime tendenze più innovative (mi riferisco alle opere in digitale la cui realizzazione è inevitabilmente connessa all’impiego del computer) oramai in nome dell’arte è stato fatto di tutto e di più. Se partiamo osservando l’arte bizantina – che in qualche modo è astratta –, proseguendo nel tempo potremo constatare un graduale mutamento delle forme e delle fisionomie nella rappresentazione pittorica, che diverrà coi secoli sempre più fedele e conforme al reale. Dalla seconda metà dell’ottocento fino a oggi gli artisti hanno largamente sperimentato ogni forma astratta fino all’informale. Oggi, proprio per l’andamento ciclico di cui parlavo, c’è un interessante ritorno verso l’arte figurativa.

Mi torna in mente il concetto fisico secondo il quale «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

 

D.:

Ci sono i colleghi contemporanei ai quali ti senti artisticamente vicino?

 

R.:

Sono certamente in buona compagnia e i nomi che mi vengono in mente sono diversi: dal tarantino Roberto Ferri a Gianluca Corona di Milano, l’arte figurativa va prendendo piede sempre più. Di recente ho anche fatto la conoscenza di un giovane pittore napoletano con un nome strepitoso: Michelangelo Della Morte.

È un bel movimento quello che sta germinando e lo percepisco come l’entusiasmante ritorno alla figurazione classica.

 

D.:

Possiamo dare un nome a questo fermento culturale, che ha tutta l’aria di essere una vera e propria corrente artistica?

 

R.:

L’amico Francesco Libè, tempo fa, per connotare questo fenomeno quale conseguente e fisiologica successione del Realismo prima e del Neorealismo poi, mi parlava di “Ultrarealismo”. Che non va però confuso con l’Iperrealismo, differente nella tecnica e soprattutto nei presupposti.

 Montaggio Tela

D.:

Quando sei partito per la prima volta cosa ti sei portato con te dal Salento?

 

R.:

Il sangue, me stesso, la cultura, le tradizioni e i valori! Ma soprattutto la luce.

La luce dei miei quadri, in realtà, è la luce di qui. Se ti fermi a osservare il chiarore che si genera in certe ore non puoi sbagliare: quella è la luce del Caravaggio.

Tornando alla domanda, la semplicità di alcune composizioni che a me piacciono molto viene dalla essenzialità di certi nostri oggetti di uso quotidiano, come ad esempio la “pignata” (contenitore per cucinare i legumi al fuoco) o “lu mmile” (orciolo in terracotta per mantenere fresca l’acqua), protagonisti tra l’altro delle mie prime raffigurazioni di natura morta. Tutti questi elementi e molto altro sono parte integrante della mia formazione e quindi della mia essenza.

 

D.:

Hai in programma di tornare? Se si, con quali aspettative?

 

R.:

In effetti sto attraversando un momento nel quale mi piacerebbe molto tornare a dipingere nel Salento, ma senza alcuna aspettativa utilitaristica se non quella di cercare modelli per i miei dipinti. Sono interessato a dipingere certe anatomie particolari che ritrovo solo qui. E vorrei farlo prima che l’omologazione estingua queste figure arcaiche, già rare.

Ho anche in mente di approfondire la figurazione di genere, scene prese da quel quotidiano che va velocemente scomparendo. A questo proposito ho già iniziato un progetto che vede come protagoniste due donne anziane – tra le quali mia madre – che tessono al telaio come si faceva un tempo, quando si usava realizzare il corredo per le figlie.

Infine ho bisogno di rivivere il Sud con leggerezza, senza quell’angoscia adolescenziale che ti fa star male e ti spinge ad andare via.

 

Ritratti dei modelli  per Fuga dall'Egitto
Ritratti dei modelli per Fuga dall’Egitto

D.:

Tornando nel Salento e pensando a una mostra personale dove ti piacerebbe esporre?

 

R.:

Da Lecce in giù, praticamente ovunque.

D.:

Hai qualche galleria che ti segue?

 

R.:

Attualmente non vi è alcuna galleria a curare la mia immagine e le mie opere. Aggiungerò che la sola persona che in questo senso devo ringraziare è Vittorio Sgarbi che mi ha aiutato disinteressatamente offrendomi delle occasioni professionali di buon livello.

Tutto il resto è frutto di costanza, perseveranza e tanto lavoro.

 

D.:

Ci sono altre persone che hanno contribuito al tuo successo?

 

R.:

L’elenco sarebbe veramente troppo lungo, partendo dai tanti amici e sostenitori tra cui un restauratore a cui devo molto, e infine i modelli che tante volte si sono prestati pazientemente per le ore di posa. Infine i collezionisti che acquistando un mio quadro mi hanno permesso di continuare a dipingere.

 

Studio per un Cireneo - 2006 - cm 50 x 70,  carboncino e biacca su carta azzurra
Studio per un Cireneo – 2006 – cm 50 x 70, carboncino e biacca su carta azzurra

D.:

Ho una domanda proprio a proposito dei modelli; so, infatti, che hai il vezzo di scegliere individui non solo esteticamente adeguati ai personaggi da raffigurare ma persino con una storia personale simile ai soggetti che incarnano. È esatto?

 

R.:

Si, ci sono state diverse occasioni nelle quali ho voluto fortemente che tra modelli e personaggi vi fosse un qualche legame che mi evocasse delle connessioni. Nella rappresentazione di “Salomè”, ad esempio, la principessa giudaica e il profeta martirizzato altri non sono che due coniugi divorziati ma rimasti in buoni rapporti. Nella scena attualizzata (o forse solo nel mio immaginario) ci sarà quindi una moglie con la testa mozzata dell’ex marito come una sorta di trofeo.

Ancora, nel dipinto “Abele e Caino” i due modelli scelti per l’occasione sono realmente due fratelli, e la storia dell’uomo che interpreta Abele si può dire essere stata più agiata rispetto al vissuto del fratello che interpreta Caino. Una affinità che naturalmente, almeno qui, non si conclude con l’omicidio, per fortuna.

 

D.:

I modelli che scegli si prestano volentieri oppure hai bisogno di persuaderli in qualche modo?

 

R.:

Sino a oggi non mi è capitato di dover convincere nessuno a posare per me. Tutti i modelli coi quali ho condiviso questa esperienza lo hanno fatto in maniera convinta, anche perché si sono sentiti rispettati già attraverso la presa visione delle immagini fotografiche che precedono l’inizio di ogni lavoro. Persino Fiona May, che ha posato mentre era al quarto mese di gravidanza, lo ha fatto con grande spontaneità e disponibilità, interpretando a meraviglia la mia “Eva” di colore. Una scelta audace, quella dell’atleta, di sposare innanzitutto il mio progetto contro il razzismo, impersonando la prima donna biblica che, col suo colore della pelle, contravviene all’immaginario collettivo.

Secondo l’antropologia, infatti, la razza umana ha origini africane.

 

D.:

Quando deciderai di stabilirti nuovamente qui al Sud ci saranno delle espressioni altisonanti con le quali dovrai convivere: profughi, emergenza, clandestini, accoglienza, ecc.. Come credi di affrontare emotivamente questa realtà?

 

R.:

Di recente in Toscana ho incontrato un funzionario consolare italiano in servizio Cambogia sposato con una donna Keniota che ha conosciuto in un viaggio di lavoro. Mi è piaciuta molto la loro storia e presto realizzerò una “Fuga dall’Egitto” per la quale ho fatto posare proprio questi due amici, nei panni di Giuseppe e Maria.

E questo è uno dei modi col quale intendo affrontare una tematica così drammatica e complessa. Non sarebbe da me ritrarre corpi umani arenati sulla spiaggia o altre scene così crude prese dall’attualità. Infatti preferisco realizzare le mie opere attraverso una sorta di ricostruzione teatrale in modo da filtrare la tragedia affinché l’impatto drammatico-emotivo non attenui la presa di coscienza.

 

Studio per una Crocifissione - 2015 - cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf
Studio per una Crocifissione – 2015 – cm 300 x 210, carboncino e biacca su mdf

D.:

In un’epoca presa in ostaggio dai reality televisivi e dominata dalla mediocrità, quali spazi occupa l’arte e che obiettivi si prefigge?

 

R.:

L’arte si deve imporre obiettivi ambiziosi e deve tornare a essere alla portata di tutti, sia dal punto di vista concettuale e sia da quello logistico, riappropriandosi di tutti quei luoghi utili alla fruibilità collettiva.

Infatti l’arte oggi deve riconquistare una “dimensione democratica”, tornando a far parte integrante della cultura di un popolo, suscitando emozioni che inducano alla riflessione e alla comprensione del proprio tempo e della propria storia, senza il bisogno di dover essere un critico d’arte o uno storico per apprezzarla.

 

D.:

In conclusione di questa piacevolissima chiacchierata ti chiedo dov’è che ambisce Rocco Normanno a vedere esposti i suoi dipinti?

 

R.:

In una chiesa!  Come in un qualsiasi altro luogo pubblico.

 

Testa di bue - 2015 - cm 100 x 115, olio su tavola
Testa di bue – 2015 – cm 100 x 115, olio su tavola

Roberto Ferri sulla Treccani!

10 ferri21

Ferri, Roberto

Lessico del XXI Secolo (2012)

Fèrri, Roberto. – Artista figurativo (n. Taranto 1978). Dopo essersi diplomato al liceo artistico di Taranto, nel 1996 si trasferisce a Roma, dove nel 2006 si laurea all’Accademia di belle arti. F. guarda alla grande pittura del Seicento di Caravaggio, del quale sembra voler riprodurre i tagli di luce, come anche all’accademia ottocentesca francese di Jean Louis David o alla maestria tecnica e coloristica di Jean Auguste Dominique Ingres. Nel 2003 gli viene dedicata una prima mostra personale al Centro d’arte contemporanea Luigi Montani di Genzano di Roma. Lo stesso anno, la galleria Il labirinto di Roma organizza una sua personale intitolata La luce del corpo. Nel 2006 espone alla galleria Il cortile e la galleria Anarte di Sant’Antonio, Texas, organizza una sua mostra di disegni. Nel 2007 gli viene dedicata una personale all’Istituto italiano di cultura di Londra, intitolata Roberto Ferri beyond the senses, e nel 2009 il Complesso del Vittoriano a Roma gli dedica un’importante monografica. Nel 2011 è tra gli artisti invitati al Padiglione Italia della 54a Biennale di Venezia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/roberto-ferri_(Lessico_del_XXI_Secolo)/

 

Nel nostro sito abbiamo parlato di lui in questi links:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/25/roberto-ferri-pictor-apuliae/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/15/intervista-a-roberto-ferri-lartista-e-luomo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/12/roberto-ferri-pittore-della-magia-filosofo-della-seduzione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/16/roberto-ferri-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma-dal-7-maggio-al-2-giugno/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/11/libri-roberto-ferri-oltre-i-sensi-beyond-the-senses/

Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

10 ferri21

di Marcello Gaballo

 

Due persone in una, la semplicità di Roberto nella genialità di Ferri, il tutto svelato in una veloce intervista fatta al giovane talento tarantino.

Poche domande di un innamorato dell’arte portano alla luce un quadro inedito fra i tanti della produzione pittorica di Roberto Ferri, il suo ritratto umano.

Pochi tratti salienti.

L’intervistatore usa toni rispondenti alla ricchezza simbolica e grafica dell’autore ricreando lo stesso rapporto esistente tra la sua ispirazione creatrice e la messa in opera della stessa, essenziale e naturale la prima, complessa e travolgente la seconda.

Il messaggio personale affidato alle opere contribuisce a fare di Roberto Ferri, prima che un personaggio, una persona vera.

Straordinaria infatti la sua comunicatività diretta con l’interlocutore, sorprendente l’empatia con quell’umanità comune che gli restituisce il conforto di sentimenti condivisi e il privilegio dell’unicità nell’esprimerli.

 

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

Il web mi ha permesso di conoscerla e dopo aver visitato il suo sito, godendo delle straordinarie e numerose opere, non ho più difficoltà a riconoscere un suo dipinto. Anche solo un’immagine di piccolissimo formato mi consente di attribuirla immediatamente. Uno stile inconfondibile, che si sta imponendo nella pittura contemporanea. La apprezzano e la seguono migliaia di fans, in Italia e all’estero, tanto da creare viva attesa nel conoscere la prossima mostra che ospiterà anche solo una delle sue opere. La critica è generosissima nei suoi confronti. Solo impressioni da parte di chi la segue da lontano o celebrità di cui lei è consapevole?

E’ un fenomeno di cui sì, sono al corrente, perchè le mie opere parlano direttamente al cuore, sono sincere, parlano di ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. La libera espressione di se stessi.

Mi par di capire che il suo iter formativo, in fondo a disposizione di tutti coloro che vogliono interessarsi di pittura e disegno, parta da molto lontano. Dove nasce questa particolare sensibilità e originalità, che evidentemente vanno ben oltre il liceo artistico e l’accademia?

Il tutto nasce dalla mia antica passione per la pittura. Da quando ero bambino ad oggi non ho smesso mai di studiarla, amarla, viverla.

 14 particolare blog

Potendo scegliere la frequentazione amichevole dei grandi della pittura a cui lei spesso si ispira, con quale di essi preferirebbe trascorrere un viaggio in diligenza da Taranto a Roma o viceversa?

hahaah bella domanda. Non so…forse proprio col Caravaggio, perchè credo non parleremmo di pittura, di arte…ma di vita.

 VIZIO E VIRTU'__

Ai tanti ammiratori e critici che la seguono, quale approccio lei consiglierebbe di avere dinanzi alle sue opere?

Consiglierei semplicemente di viverle, così come si vive una bella storia con una donna. Un’opera ti parla, trasmette intensità e racchiude un gran segreto.

La pittura di Ferri la si può collegare maggiormente al mito, all’onirico, alla fantasia, al demoniaco o al religioso?

Mi servo di tutto, pur di raccontare me stesso. Anche se comunque, sono affascinato naturalmente dall’eterno conflitto tra il bene e il male, tra angelico e demoniaco..

Le tante incredibili pose a cui ricorre per le sue figure sono indice di complessità della vita terrena o piuttosto emblemi della psicomachia?  

Sono l’esternazione di un conflitto interiore, la forma sensibile di un pensiero, di un sentimento…di un’emozione.

 

16 TRISTEZZE DELLA LUNA 3

Si metta ora nei panni dell’osservatore attento ad una sua opera. Come vorrebbe che lasciasse la sala espositiva: sgomento, sorpreso, lieto o estasiato?

Ciò che mi ha lasciato più felicemente impressionato, è stato quando ho visto un guardiano di una mia mostra, piangere per ciò che gli era stato trasmesso dalle mie opere… Non mi aspetto nulla, spero solo qualunque osservatore non rimanga indifferente.

 Angelo caduto

Qual è l’ambiente che la circonda nel dipingere? La luce o il buio? Il silenzio o un sottofondo musicale? Ai modelli è concesso dialogare con Roberto Ferri che li ritrae? Può esserci interferenza e ispirazione nell’opera o è già tutto predeterminato?

Sono immerso nella penombra, credo di essere fotofobico. Amo la musica come sottofondo, dalla classica al rock-metal e qualsiasi cosa contribuisce alla nascita di un’ opera. Anche una battuta con i modelli a volte..

 

Ed infine, ha mai esposto in Puglia o perlomeno nella sua Taranto? Mi auguro che il celeberrimo “nemo propheta in patria” non valga per lei.

Beh quest’anno esporrò al MUDI a Taranto, in una mostra curata da Sara Liuzzi, e ne sono molto felice. Qualcosa a Taranto si sta svegliando.

 

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

 

Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Ninfa, olio su tela, 2010
Ninfa, olio su tela, 2010

 

di  Raffaella Verdesca

 

C’è chi per comunicare usa la parola, chi le figure.

Roberto Ferri, giovane pittore contemporaneo, nella sua Taranto ha imparato a parlare e a disegnare. Vogliamo immaginare una sorta di contemporaneità tra i due processi, urgenza di un linguaggio plastico e verbale da parte di un genio creativo.

Roberto nasce a Taranto nel 1978 e qui, diciotto anni dopo, si diploma al Liceo artistico “Lisippo” per poi approdare a Roma, nel 1999, dove conosce e si fa conoscere, meraviglia e rimane meravigliato.

La laurea con lode all’Accademia delle Belle Arti romana non si fa attendere e nel 2006 sancisce il traguardo fortunato dei suoi studi, gli ultimi tre anni dei quali arricchiti dalla presenza di Gaetano Castelli, l’ultimo anno da quella di Francesco Zito.

Le forme espressive di Roberto Ferri sono battezzate dalle esperienze pittoriche infantili, dai vecchi pennelli del nonno, fino ad arrivare a quel grado di osservazione e sperimentazione che lo porta alla scoperta del passaggio segreto utile a interiorizzare la bellezza e la nefandezza della vita. Roberto è infatti un passionale, si forma nell’idea che lo studio e la rappresentazione del corpo umano possano diventare parola e quindi esprimere attraverso le immagini i suoi sentimenti, i pensieri, il proprio credo filosofico, le ossessioni e i fantasmi del vivere quotidiano.

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

La sua arte s’ispira dunque a quella classica rinascimentale eleggendo a massimo personaggio di riferimento il Caravaggio.

Di lui acquisisce e riproduce in maniera personale e strabiliante le tecniche pittoriche, tanto da guadagnarsi l’epiteto di neocaravaggista.

Roberto Ferri non copia, ma interpreta e rivisita il grande autore seicentesco traducendo i temi antichi e classici in chiave moderna, secondo un’interpretazione intimista. È proprio questa sua bizzarra e splendida unicità ad attirare l’attenzione di molti galleristi che pertanto lo chiamano e se lo contendono rendendolo protagonista d’importanti eventi nazionali e internazionali.

Finora le esposizioni delle sue opere hanno abbracciato molte città tra cui Roma col suo Complesso Vittoriano, Londra con l’Istituto di Belgrave Square e perfino New York.

Un astro, quello dell’arte ferriana, asceso in breve tempo ai cieli della cultura oltre confine. Alcune sue opere, infatti, impreziosiscono importanti collezioni private a Roma, Milano, Londra, Parigi, New York, Barcellona, Miami, S. Antonio (Texas), Qatar, Dublino, Boston e Provenza.

Non v’inganni, dunque, la giovane età del nostro artista perché a volte il genio si manifesta senza voler perdere tempo.

Angelo Ferito
Angelo Ferito

A questo punto, proveremo a svelare il mistero di tanta fama e gradimento.

Riferendosi all’opera di Roberto Ferri non si può dire che si tratti di un tipo di pittura ragionevole, quanto piuttosto di una sontuosa arte visiva che contorna l’invisibile, al pari di una suggestiva magia. Facendo riferimento alla dimensione mitica dell’arte con creazione di nuovi miti e manipolazione di quelli già esistenti nella civiltà classica, il giovane pittore pugliese materializza il sogno, ricorre al surrealismo delle figure dando voce ai metalli e carne e ossa alle angosce, ai deliri, alle inquietudini, al terrore, al dolore, all’attrazione lussuriosa e all’erotismo «della carne, della morte e del diavolo». C’è infatti nel prodigioso artista la tendenza all’allucinazione che celebra lo splendore e l’estremo della passione umana sotto le vesti di visionarismo, di quella dimensione impossibile che si addomestica solo dinanzi al corpo e alla sua seduzione. Ecco dunque il trionfo della carne, di quel corpo considerato unica dimensione possibile per l’uomo, laddove il paganesimo dell’autore insiste nell’esaltazione della realtà materiale dell’esistenza, di quegli Inferi in cui tutto torna, a cui tutto anela, dove tutto ha senso. I luoghi disertati dalla passione non esistono, infatti, poiché è questa la sola forza capace di donare movimento ai corpi, significato alle posture e vittoria all’umano su tutto ciò che, disertato da questo turbine, rimane informe.

Così Ferri celebra i corpi interpreti dell’inconscio attraverso una perfetta resa anatomica di ugual valore in bellezza e genesi seduttiva sia al femminile che al maschile.

Deposizione, olio su tela, 2010
Deposizione, olio su tela, 2010

Ne nasce un esercito di figure nate dalla fervida fantasia dell’autore e dal mito: sirene, centauri, satiri, Pan e Dioniso, angeli, demoni, efebi e femmine fatali, tutti parte di una superumanità che l’artista contrappone a una dimensione terrena ormai priva di energia e volontà di sfida.

La vita sembra dunque incapace di elaborare ed esibire il pathos necessario ad accendere le sue creature, perciò Ferri sintetizza la sua religione artistica, quella secondo cui l’arte accorre in aiuto dell’uomo trasferendo la potenza primigenia della vita stessa nella riproduzione artistica di corpi depositari di verità, pulsioni e corporeità, qualità spesso sbiadite o perse nell’ordine del quotidiano e del reale.

Da qui l’opulenza dell’arte, «Tutto si ritrova nell’arte» per Ferri, definizione che ci fa pensare visivamente all’opera “Aurora”, dea rappresentata con tali rotondità al femminile, da essere descritta dal critico Isman come «un’orgia di carne pronta ad iniziare il nuovo giorno».

crepuscolo del mattino
crepuscolo del mattino

La passione carnale che anima personaggi e figure nelle opere di Roberto Ferri, li spinge nell’attività creativa ritenendola unico palcoscenico possibile. Il Teatro dell’Arte. È qui che la carne, aspirando all’infinito, lo colma solo attraverso l’eccesso e il superlativo che il pittore è l’unico a saper evocare. A tal proposito ci viene in mente la gigantesca tela de “Le delizie infrante”, 2 metri x 3, esecuzione che partendo dalla casualità di una puntura che colpisce un bambino divino, innalza una cattedrale delirante di corpi che s’intrecciano nella bellezza, nell’Eros e nella lussuria, costruzione che rimanda di getto all’idea di tormento e alla riflessione che nel dolore alberga l’intima e complessa trama della follia della vita.

L’occhio di Roberto, nelle figure, non si ferma mai allo studio superficiale della pelle, chiara e morbida nelle donne, muscolosa e pulsante negli uomini, ma ne porta alla luce il contenuto ricavandolo da quell’ombra avviluppata alla trasgressione, affacciata sul precipizio del peccato e del piacere, mantello di esistenze piegate dalla repressione della morale e dall’esaltazione dell’istinto naturale.

In molte figure della produzione artistica del geniale contemporaneo è stata tolta la testa a simbolo dell’ablazione dello spirito, così come è stato sfumato e corrotto il volto ad impedimento del contatto con l’anima: esaltazione della carne e del desiderio. Tra le tele più rappresentative a riguardo il “De Profundis clamavi”, “Il dannato”, “Vizio e Virtù”, “Genesi”, “Angelo infernico”, “Adoratio mortis”.

Angelesse demoniache si fanno strumento di fascinazione sessuale e via diretta per gli Inferi intesi come regno indiscusso della passione umana. (“Porta Inferi”, “Angelo Infernico”, “Dall’Inferno”)

Femmine fatali soggiogano uomini e sono a loro volta soggiogate dal destino, quello pittoricamente reso dalle catene metalliche attorno a molte figure, marchingegni questi che insieme ad astrolabi, sestanti, ingranaggi di orologi, bilance e ruote dentate, servono a prolungare il pensiero e il desiderio nel tempo, oltre che ad enfatizzare il movimento dei corpi fino ad assurgere al ruolo di strumenti di tortura. La vita e l’amore sono infatti spesso sofferenza, ferite che si accettano come destino impossibile da rimuovere. (“La Bellezza uccide il Tempo”, “Gaia”, “Vizio e Virtù”, “Circe”, “Ultimo addio”, “Eros Anteros”)

In quale modo più originale Ferri avrebbe potuto rappresentare la malinconia e la celebrazione del dolore? La stessa sua fervida forza inventiva nasce da una frenesia che è anche dolore e malessere, sensazioni di cui il maestro vuole liberarsi sublimandole nella rappresentazione pittorica di posture stravaganti, posizioni talvolta drammatiche, altre ancora estreme.

Potere catartico dell’arte, liberazione dal tormento creativo e interiore dell’artista.

Roberto Ferri, come un ‘Dioniso ebbro’, cerca nella pittura il mezzo per varcare il confine tra la realtà e il sogno, tra il fluire del tempo e l’eternità. Allo stesso modo fanno i modelli a cui lui si ispira, nel passaggio dal mondo reale che li vede normali individui in carne ed ossa, al mondo visionario del pittore che li trasforma in entità dalla concretezza anatomica meravigliosa, fatta di sangue e muscoli, di pelle e simboli, di mito e vitalità.

Se Roberto Ferri è il mago creatore del suo stile, inconfondibile e folgorante, è impossibile non farsi sedurre dal suo messaggio di luce e di tenebra, intinto nei corpi e disteso nelle mille sfumature dell’umana fragilità.

 

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

Questa sera presentiamo il secondo numero de Il delfino e la mezzaluna

copertina delfino e la mezzaluna

Questa sera, alle ore 19.30, nella Sala Roma (di fronte alla Cattedrale di Nardò), presenteremo il secondo numero della rivista della Fondazione “Il delfino e la mezzaluna”.

216 pagine, ricchissimo di illustrazioni e foto (tra queste opere di Stefano Crety, Mauro Minutello e Paolo Giuri), 16 pagine a colori, vede tra gli Autori qualificati studiosi, docenti universitari, dottorandi e addottorati.

Particolarmente appetitosa la sezione dedicata al nostro artista conterraneo, Roberto Ferri, tarantino, sul quale abbiamo più volte trattato nel sito, che ha concesso in esclusiva alcune riproduzioni delle sue bellissime opere e al quale è dedicata la copertina del numero, che riproduce “Taras”.

Il volume non è in vendita, ma è riservato ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che nel corso della serata potranno rinnovare l’iscrizione per il 2013 o aderire ome nuovi soci. Per tutti, oltre al volume, è riservato il depliant-pieghevole a colori sulla Cattedrale di Nardò. Ai vecchi soci sarà donata una monografia sulla Cattedrale di Gallipoli, ai nuovi il volume su Salvatore Napoli Leone.

I contenuti saranno illustrati dal prof. Paolo Agostino Vetrugno, dal dott. Pino de Luca (vice direttore de Leccellente) e dal direttore della rivista dott.  Pier Paolo Tarsi.

La serata sarà allietata dall’ottima musica dei Petrameridie, che si concederanno con esclusivi pezzi e accompagneranno il rinfresco offerto ai presenti.

La quota sociale per il 2013 ha sempre come minimo 30 Euro di contributo, che potrà essere versato nel corso della serata.

 

Questo è l’Indice del numero che presenteremo:

 

Roberto Spaventa, Fragmenta Corsani. Parcellizzazione feudale di Corsano (Lecce) dal XIII al XVII secolo

Maurizio Nocera, Divagazioni storico-bibliografiche sul castello di Copertino

Francesco De Paola, Un poeta alla corte dei Del Balzo: Rogeri De Paciencia de Neritò e un festoso pageant rinascimentale della nobiltà salentina

Domenico L. Giacovelli, Est autem fides sperandarum substantia rerum. Ipotesi per una possibile identificazione di un inedito soggetto iconografico

Marino Caringella, Intorno a Girolamo Imperato

Marcello Gaballo-Armando Polito, L’arco Lucchetti, il misterioso portale di Corigliano d’Otranto

Ugo Di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

Giorgio Cretì, Il muto

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Tauro, non bove. Legami e influenze tra simboli arcaici e iconografia araldica

Brizio Montinaro, Tarantismo (vero, falso) e servizio militare

Angela Calia-Antonio Monte, Le maioliche di Angelantonio Paladini nel Salento. La produzione, i materiali costituenti e lo stato di conservazione

Marcello Gaballo, Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

Raffaella Verdesca, Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

Maria Grazia Presicce, La donna salentina e la tessitura

Gino L.  Di Mitri, Tarantismo, possessione e stati modificati di coscienza nel Mediterraneo d’Antico Regime

Giulietta Livraghi Verdesca Zain,  Riti agresti nell’antico Salento: il grano in alcune formule propiziatorie dell’abbondanza

Giovanni Invitto, Intorno a Carmelo Bene

 

Restauri. La Madonna del Carmine della chiesa matrice di san Giovanni Battista in Parabita (Lecce) (Giuseppe Leopizzi), 177. Risparmio energetico negli immobili storici vincolati: l’impianto di illuminazione a gestione domotica della cattedrale di Nardò (Lecce) (Cristina Caiulo-Stefano Pallara), 179.

Archeologia in Terra d’Otranto. Le statue di due imperatori romani a Otranto (Alfredo Sanasi), 183.

Epigraphica in Terra d’Otranto. Un’epigrafe a Corsano (Armando Polito), 186.

Araldica in Terra d’Otranto. Un insolito stemma borbonico a Giuggianello (Lecce) ( Lucia Lopriore), 189.

Segnalazioni. Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode (Marino Caringella), 190). Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola (Stefano Tanisi), 193. I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del seminario di Lecce (Stefano Tanisi), 195. Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella (Nicola Fasano), 197. Il sansificio di Spongano (Lecce) (Giuseppe Corvaglia), 202. Appello per due chiese abbandonate a Taurisano (Stefano Cortese), 206. Note e vicende architettoniche della chiesa matrice di Casarano (Maura Lucia Sorrone), 208. Un logo per i 600 anni della cattedrale di Nardò (1413-2013) (Sandro Montinaro), 213).

 

 

 

 

Ecco il secondo numero de Il delfino e la mezzaluna

copertina delfino e la mezzaluna

Domenica 23 giugno, alle ore 19.30, nella Sala Roma (di fronte alla Cattedrale di Nardò), presenteremo il secondo numero della rivista della Fondazione “Il delfino e la mezzaluna”. Un importante volume di 216 pagine, con saggi pertinenti la nostra terra, con particolare riferimento alla storia dell’arte, come prevede lo statuto sociale.

Ricchissimo di illustrazioni e foto (tra queste opere di Stefano Crety, Mauro Minutello e Paolo Giuri), 16 pagine a colori, vede tra gli Autori qualificati studiosi, docenti universitari, dottorandi e addottorati.

Particolarmente appetitosa la sezione dedicata al nostro artista conterraneo, Roberto Ferri, tarantino, sul quale abbiamo più volte trattato nel sito, che ha concesso in esclusiva alcune riproduzioni delle sue bellissime opere e al quale è dedicata la copertina del numero, che riproduce “Taras”.

Il volume non è in vendita, ma è riservato ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che nel corso della serata potranno rinnovare l’iscrizione per il 2013 o aderire ome nuovi soci. Per tutti, oltre al volume, è riservato il depliant-pieghevole a colori sulla Cattedrale di Nardò. Ai vecchi soci sarà donata una monografia sulla Cattedrale di Gallipoli, ai nuovi il volume su Salvatore Napoli Leone.

I contenuti saranno illustrati dal prof. Paolo Agostino Vetrugno, dal dott. Pino de Luca (vice direttore de Leccellente) e dal direttore della rivista dott.  Pier Paolo Tarsi.

La serata sarà allietata dall’ottima musica dei Petrameridie, che si concederanno con esclusivi pezzi e accompagneranno il rinfresco offerto ai presenti.

La quota sociale per il 2013 ha sempre come minimo 30 Euro di contributo, che potrà essere versato nel corso della serata.

 

Questo è l’Indice del numero che presenteremo:

 

Roberto Spaventa, Fragmenta Corsani. Parcellizzazione feudale di Corsano (Lecce) dal XIII al XVII secolo

Maurizio Nocera, Divagazioni storico-bibliografiche sul castello di Copertino

Francesco De Paola, Un poeta alla corte dei Del Balzo: Rogeri De Paciencia de Neritò e un festoso pageant rinascimentale della nobiltà salentina

Domenico L. Giacovelli, Est autem fides sperandarum substantia rerum. Ipotesi per una possibile identificazione di un inedito soggetto iconografico

Marino Caringella, Intorno a Girolamo Imperato

Marcello Gaballo-Armando Polito, L’arco Lucchetti, il misterioso portale di Corigliano d’Otranto

Ugo Di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

Giorgio Cretì, Il muto

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Tauro, non bove. Legami e influenze tra simboli arcaici e iconografia araldica

Brizio Montinaro, Tarantismo (vero, falso) e servizio militare

Angela Calia-Antonio Monte, Le maioliche di Angelantonio Paladini nel Salento. La produzione, i materiali costituenti e lo stato di conservazione

Marcello Gaballo, Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

Raffaella Verdesca, Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

Maria Grazia Presicce, La donna salentina e la tessitura

Gino L.  Di Mitri, Tarantismo, possessione e stati modificati di coscienza nel Mediterraneo d’Antico Regime

Giulietta Livraghi Verdesca Zain,  Riti agresti nell’antico Salento: il grano in alcune formule propiziatorie dell’abbondanza

Giovanni Invitto, Intorno a Carmelo Bene

 

Restauri. La Madonna del Carmine della chiesa matrice di san Giovanni Battista in Parabita (Lecce) (Giuseppe Leopizzi), 177. Risparmio energetico negli immobili storici vincolati: l’impianto di illuminazione a gestione domotica della cattedrale di Nardò (Lecce) (Cristina Caiulo-Stefano Pallara), 179.

Archeologia in Terra d’Otranto. Le statue di due imperatori romani a Otranto (Alfredo Sanasi), 183.

Epigraphica in Terra d’Otranto. Un’epigrafe a Corsano (Armando Polito), 186.

Araldica in Terra d’Otranto. Un insolito stemma borbonico a Giuggianello (Lecce) ( Lucia Lopriore), 189.

Segnalazioni. Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode (Marino Caringella), 190). Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola (Stefano Tanisi), 193. I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del seminario di Lecce (Stefano Tanisi), 195. Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella (Nicola Fasano), 197. Il sansificio di Spongano (Lecce) (Giuseppe Corvaglia), 202. Appello per due chiese abbandonate a Taurisano (Stefano Cortese), 206. Note e vicende architettoniche della chiesa matrice di Casarano (Maura Lucia Sorrone), 208. Un logo per i 600 anni della cattedrale di Nardò (1413-2013) (Sandro Montinaro), 213).

 

 

 

 

Libri/ Roberto Ferri. Oltre i sensi. Beyond the Senses

Roberto Ferri. Oltre i sensi. Beyond the Senses. A cura di Isman Fabio – Skira Editore

Catalogo illustrato con 77 illustrazioni in bianco e nero e 83 a colori. Dim cm 24×28. Testo ita/eng

Donne e uomini, corpi sinuosi e posture intriganti, angeli e demoni, purezza e impudicizia, lo spirito e la carne sono gli ingredienti dei dipinti di Roberto Ferri. Tarantino di trent’anni, già affermato anche all’estero, ha studiato Caravaggio, Michelangelo e Guercino reinterpretandoli e rendendoli di nuovo attuali. Dà corpo, sostanza e forma (una forma bellissima) ai sogni, o agli incubi, che tutti abbiamo dentro: “Oltre i sensi”, come si intitola la sua mostra di Londra, Roma e New York. Roberto Ferri, tarantino di trent’anni trapiantato a Roma, è tra i più promettenti artisti della giovane generazione: ha già trovato una sua “cifra”, possiede uno stile inconfondibile che coniuga

Roberto Ferri, pictor Apuliae

Al confine tra la realtà e il sogno. Il tarantino Roberto Ferri reinterpreta i grandi della pittura

di Marcello Gaballo

 

Con piacere ospitiamo in queste pagine poche note che riguardano un validissimo pittore, giovane conterraneo, che sta attirando grande attenzione da parte della critica e degli appassionati d’arte.

Un nuovo modo di fare pittura, che se pur guarda all’antico, si sta imponendo per l’inedita iconografia, per le incredibili invenzioni di pose e soggetti, per i temi che esulano dai tradizionali status symbol.

L’artista è Roberto Ferri, nato a Taranto nel 1978, diplomato al Liceo artistico “Lisippo” di Taranto nel 1996. Inizia a studiare pittura come autodidatta e, trasferitosi a Roma nel 1999, approfondisce la ricerca sulla pittura antica, dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento; in particolare si dedica alla pittura caravaggesca e a quella accademica (David, Ingres, Girodet, Géricault, Gleyre, Bouguereau, ecc.), la cui influenza resterà per tutta la produzione.

Nel 2006 si laurea con 110 e lode all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove per tre anni studia con Gaetano Castelli e l’ultimo anno con Francesco Zito.

Un sito e un blog illustrano nel dettaglio la brillante carriera e i rapidi successi del giovane artista, che esordisce nel 2002 partecipando alla mostra collettiva Animali e Dei (galleria “Il Labirinto” di Roma). L’interesse dimostrato dai visitatori e dagli esperti lo incoraggia a realizzare l’anno dopo una prima personale, che si tiene al Centro d’arte contemporanea “Luigi Montanarini” a Genzano di Roma, con un titolo che già fa pregustare quella che sarà la sua produzione: Roberto Ferri e il sogno del Parnaso.

Sempre nel 2003 ancora una mostra, anche questa con un titolo che preconizza: Angeli, Demoni, Miracoli e Arconti, che si tiene alla galleria “Il Labirinto” di Roma. La grande capacità espressiva che riesce a conferire alle affascinanti figure, siano esse demoniache o benefiche, reali o fantastiche, gli procureranno un positivo apprezzamento che diverrà ancor più consistente con l’altra mostra personale, quella del 2004, alla medesima galleria, che denomina l’appuntamento artistico con un significativo: Roberto Ferri e la Luce del corpo.

Molti galleristi lo chiamano e se lo contendono e in effetti diviene rapidamente protagonista di importanti eventi nazionali ed europei. Nel 2007 risalta nella collettiva “FOEMINA. Il seno nell’arte e nella medicina”. Non passa molto tempo e presso l’ Istituto Italiano di Cultura a Londra si inaugura ancora una sua personale: Roberto Ferri – Beyond the senses / Oltre i sensi, in cui dà la miglior prova della sua arte con l’eccezionale psicologia di tanti corpi, le cui nudità traboccano di significati materiali e spirituali.

Tutto è ormai pronto per il clou e nel luglio dello stesso 2007 ecco la grande personale, al Vittoriano capitolino, poi a Rimini, a Castel Sismondo, alla Biennale d’arte del 2009, agevolmente incluso nelle  ”CONTEMPLAZIONI. Bellezza e tradizione del nuovo nella pittura Italiana contemporanea”.

Sue opere sono presenti in importanti collezioni private di Roma, Milano, Londra, Parigi, New York, Madrid, Barcellona, Miami, San Antonio (Texas), Qatar, Dublino, Boston, Malta, e nel castello di Menerbes, in Provenza.

Nell’immediato Roberto è impegnato nella realizzazione delle stazioni della Via Crucis nella cattedrale di Noto, che saranno poi presentate alla prossima biennale di Venezia.

Una carriera in evoluzione rapida, che fa comprendere come, guardando le sue bellissime tele, Roberto non sia un semplice riproduttore di corpi. Pur nella perfetta esecuzione, ottimamente esaltati nelle forme anatomiche da studiatissimi giochi di luce, sono più vivi che mai. Le sinuosità e la levigatezza delle pelli muliebri, i rilievi delle muscolature virili sono resi con variazioni tonali che ormai caratterizzano l’inconfondibile pittura di Roberto Ferri. E caso mai non bastasse la plasticità e la solidità di quei corpi, ecco che contribuiscono a renderli sempre più vivi e passionali gli sguardi eloquenti in pose surreali, che senz’altro derivano da profonde meditazioni esistenziali, quasi a difendersi dalla follia dell’attuale o dall’arte sfiorita.

Roberto Ferri è candidato a diventare un importante esponente della pittura e sono fermamente convinto che ben merita di essere appellato “pictor Apuliae”. Sia la nostra terra ben lieta di avergli dato i natali, certo che la Puglia tutta, Taranto in primis, voglia annoverarlo tra i figli prediletti che si sono particolarmente distinti nel delicato e competitivo mondo dell’arte.

Impossibile riportare le qualificate e positive critiche rivolte alla produzione sempre più apprezzata. Ci limitiamo perciò a brevissime estrapolazioni delle numerose pagine a lui dedicate da critici d’arte tra i più in vista, rimandando al sito dell’Autore per ogni approfondimento:

…La pittura di Roberto Ferri non è legata alla realtà contingente, anzi, ne è per lo più avulsa. L’occhio impietoso di Ferri, infatti, non si ferma sulle epidermidi (sia pur setose e morbide quelle femminili, virilmente muscolose quelle maschili); ma le scava e ricava dall’ombra, come uno scandaglio psichico penetrante dell’anima. Il suo amore per l’antico non si spinge alla contraffazione dei grandi del passato; l’emozione potrebbe giustificarlo, ma egli vuole trovare la grande pittura della Storia all’interno della sua anima d’artista.

È il suo pennello ad esplorare un mondo nascosto e inquieto, assetato di quella magia che è illusione di verità e realtà della finzione; vale a dire di quel sortilegio acronico che è alla base di ogni arte. Come un Dyoniso ebbro, egli cerca nell’ebbrezza della pittura il tramite per varcare il confine tra la realtà e il sogno, tra il fluire del tempo e l’eternità metafisica… (Maurizio Marini).

…La poetica edificata da Roberto Ferri conosce non pochi punti di contatto con Giorgio de Chirico; nonostante ciò, l’universo immaginativo del giovane pittore si presenta come abissalmente diverso da quello del Grande Metafisico. Come de Chirico, Ferri è, in parte, un nemico giurato del Modernismo e delle Avanguardie Storiche; rifiuta, infatti, la ricerca di novità linguistiche e formali ad ogni costo. Con l’artista del “dio ortopedico”, Ferri ritiene che ogni opera d’arte degna di questo nome traduce in forme plastiche un annuncio, un messaggio, un credo filosofico ricco ed articolato. L’arte, dunque, presuppone una dimensione mitica ed è creazione di nuovi miti oltre che manipolazione di quelli già offerti dalla civiltà classica. Come dicevamo, solo in parte rifiuta però il lascito delle Avanguardie Storiche; non accetta l’antireferenzialismo, ma si accosta al Surrealismo del quale condivide il visionarismo estremo, l’onirismo e l’irrealismo di fondo… (Robertomaria Siena).


 Deposizione, olio su tela, 2010

 


Ringraziamo di cuore il maestro Roberto Ferri per aver concesso di pubblicare in esclusiva su queste pagine le riproduzione di alcune sue opere;  ci preme sottolineare a chi ci legge che la riproduzione di esse a qualunque titolo e con qualunque mezzo è riservata all’Artista.

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