Una triste storia di Natale accaduta all’alba dell’Unità d’Italia

Il pastorello e gli scarponi

Pasquale non aveva mai calzato un paio di scarpe; quando decise di farlo,

per tener fede ad una promessa d’amore, pagò un prezzo altissimo

 

di Rino Duma

 

Premessa

Il fatto che sto per raccontare è realmente accaduto poco dopo l’Unità d’Italia a Picerno, un paesello dell’alta Basilicata, che a quei tempi contava appena tremila anime. Erano gli anni in cui il Regno delle Due Sicilie era stato invaso dalle truppe piemontesi e annesso al Regno d’Italia, nonostante la strenua ed impari lotta della popolazione fedele a re Francesco.

Ho appurato questa triste storia leggendo “La conquista del Sud”, un appassionante romanzo di Carlo Alianello[1], che ha descritto il “Risorgimento meridionale” con dovizia di particolari e con un singolare ed impareggiabile trasporto emozionale. Il libro è pieno di episodi di struggente ed inaudita crudezza, ma – credetemi, amici lettori – questo che sto per narrarvi supera ogni altro per il modo con cui si è svolto e per il crudele epilogo.

L’antefatto

Il personaggio coinvolto in questo patetico e sconcertante avvenimento è un pastorello, orfano di entrambi i genitori, che conduce una vita grama alle dipendenze di una famiglia di pastori in un casolare di campagna ad un chilometro dal paese. Il suo nome è Pasquale Pagliuca, la sua età si aggira tra i sedici e i diciassette anni, forse di più, forse di meno. Il ragazzo è un tipo macilento, bruno di carnagione, alquanto grossolano negli atteggiamenti ed essenziale nel vestire, di poche parole ma gran lavoratore, buono come il pane e dolce come il miele. Cammina scalzo sin da quando è nato. Alla sua giovane età, Pasquale ha già la pianta dei piedi dura e nodosa come il legno, più tenace della terra che calpesta; ma lui non se ne cura, non avverte alcun disagio a muoversi su terreni accidentati, scivolosi e pieni di rovi. Solo raramente usa i “sandali fasciati”[2] per recarsi a Picerno in occasione dell’annuale mercato boario, per partecipare alla festa patronale di San Nicola e per assistere, almeno una volta al mese, alla santa Messa domenicale e comunicarsi.

Il fatto

Siamo entrati da poco nel mese di dicembre 1863. Pasquale ha conosciuto, nella chiesa matrice di Picerno, tramite l’amico Gennaro, Maria Gerarda, una bella ragazza della sua stessa età, molto schiva e contenuta, ma dagli sguardi seducenti ed ammiccanti. Il ragazzo rimane estasiato dal fascino che emana e non smette mai di sognarla e di immaginarsi suo sposo. Per tale motivo si reca ogni domenica a Picerno per incontrarla in chiesa e farsi, almeno con gli occhi, un’abbuffata di cotanta bellezza. La Messa scivola via senza essere percepita minimamente dal ragazzo. I suoi occhi sono puntati costantemente su di lei e ne ammira le grazie e le movenze.

Anche Maria Gerarda si volge spesso verso il ragazzo e gli lancia fugaci sguardi e sorrisi appena abbozzati. Pasquale non ce la fa più: ormai ha deciso di affrontarla e di fare il passo dovuto. Rompe ogni indugio e ferma la ragazza, appena fuori dalla chiesa, e, seppure con il cuore che gli sobbalza in petto, le esterna con poche ed insicure parole il messaggio d’amore. Maria Gerarda, che altro non si sarebbe aspettata, riesce a malapena a contenere la gioia, vorrebbe gridargli in faccia il sentimento amoroso che prova per lui, ma, come prassi vuole, non può farlo, non può pronunciarsi subito e quindi rimanda la sua risposta al prossimo incontro.

Trascorre un’altra interminabile settimana.

E allora, Maria Gerarda, cosa hai deciso?”[3]– esordisce Pasquale con il cuore in gola.

Beh, non posso prendere una decisione così su due piedi… io… io ti conosco da poco” – gli risponde la giovane, a testa bassa per la vergogna, comportamento tipico delle ragazze di quei tempi.

“Se cominciamo a frequentarci, possiamo conoscerci meglio… Io sono disposto a presentarmi subito ai tuoi genitori… Le mie intenzioni sono serie, molto serie”.

“Sì, però…”.

Però!…però, cosa?!”– la incalza Pasquale.

Ecco, devi essere un po’ più ordinato nel vestire, devi curare meglio quei capelli arruffati e poi… e poi, se veramente vuoi chiedere la mia mano, non devi presentarti scalzo a mio padre. Lui, ne sono certa, non ti accetterebbe!”.

Ti prometto che comprerò un paio di scarpe… le migliori scarpe, a costo di lavorare anche di notte per un intero anno!… Te lo prometto, amore mio!”.

E corre via per l’enorme contentezza, senza neanche salutarla.

All’indomani mattina, ottenuto il permesso da Nicola[4], Pasquale ritorna a Picerno ad incontrarsi con Gennaro per aggiornarlo su ogni cosa.

Perciò, Gennaro, tu che vivi qui a Picerno conoscerai senz’altro un calzolaio a cui rivolgermi per un paio di scarpe”.

Lascia fare a me, conosco un tizio che ha tanti indumenti, come pantaloni, cappelli, pastrani, maglie, camicie ed anche un paio di scarponi di media misura, per i quali pretende, se ben ricordo, sette carlini d’argento oppure una pelle di capra in cambio” – gli risponde di rimando l’altro.

Sette carlini!!!… mai visti tanti soldi in vita mia!…” – gli ribatte Pasquale senza troppo pensare – “…Caso mai posso fare un tentativo con la pelle di capra, ma prima devo sentirmi con Nicola. Tu, intanto, parla pure con quel tizio e mantieni caldo l’affare”.

Nicola, che non vuole tradire le aspettative del ragazzo, gli offre la migliore pelle di capra in suo possesso, ma con l’impegno di cardare e filare una grande quantità di lana, dopo essere tornato dal lavoro. Pasquale accetta.

Dopo un paio di giorni il pastorello conclude l’affare; finalmente possiede i tanto agognati scarponi e, in più, ha un coltellino, avuto in omaggio da quel tizio. Ora può presentarsi ai genitori di Maria Gerarda per averla in sposa.

Prima di salutare Gennaro, inforca gli scarponi e, fischiettando, se ne torna verso il casolare. Poco fuori dal paese incontra una pattuglia di quattro carabinieri che rientrano a Picerno.

Ehi, tu, ragazzì, cosa porti ai piedi?” – dice un po’contrariato uno dei quattro.

Sono i miei scarponi nuovi!” – risponde innocentemente il ragazzo.

Quelli non sono tuoi, non ti appartengono… li hai rubati ad un carabiniere!…”- ribatte il militare in modo burbero – “…Conduciamolo in caserma, questo qui deve appartenere ad una banda di briganti!”.

Io brigante?!… ma vi state sbagliando… io sono un pastorello che non ha fatto mai male a nessuno!”.

Pasquale, nonostante le continue insistenze e resistenze, viene ammanettato e condotto in caserma. All’indomani mattina, è trasferito da Picerno a Potenza per essere giudicato dal Tribunale militare.

Una volta in aula, il presidente legge il verbale dei carabinieri e, dopo essersi sentito brevemente con il segretario, interroga il ragazzo.

Voi siete quindi Pagliuca Pasquale di Picerno?”.

Sì, signore, sono Pasquale Pagliuca ed abito nel casolare di Nicola Settembrino, ad una ventina di minuti da Picerno”.

Quanti anni avete?”.

“Non lo so, signore… io… io non ho mai conosciuto i miei genitori”.

E nel mentre abbassa istintivamente il capo.

Come siete venuto in possesso di quegli scarponi… Lo sai che appartengono all’arma dei carabinieri?”.

“Io… io non sapevo che fossero di un carabiniere, altrimenti non li avrei acquistati”.

Chi te li ha venduti?”.

“Non lo so, signore… non l’ho mai visto quel tizio. Io gli ho dato una pelle di capra e lui mi ha consegnato in cambio gli scarponi e, in omaggio, mi ha regalato anche un coltellino”.

“Nonostante l’evidenza dei fatti, avete una bella faccia tosta a negare ogni cosa…” – conclude il presidente, alquanto arrabbiato. Dopodiché si allontana dall’aula insieme al giudice a latere e al segretario per discutere ed emettere la sentenza. Non passano cinque minuti che i tre sono già di ritorno.

“In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della nazione […] a norma dell’art. 2 della legge sul brigantaggio, avendo il qui presente Pagliuca Pasquale opposto resistenza alla Forza Pubblica, essendo stato trovato in possesso di due scarponi appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed inoltre di un coltello in dotazione alla stessa Arma, il Tribunale di Guerra di Potenza, oggi, 23 dicembre 1863, riunitosi collegialmente nell’edificio del Distretto, condanna l’imputato alla pena capitale mediante fucilazione da eseguirsi in giornata”.

Pasquale, che non ha capito un’acca di quello che è stato letto, viene condotto in cella.

Avanti un altro brigante!”– ordina il segretario.

Ma, invece di un brigante, entra in aula un delegato della Pubblica Sicurezza, il quale ha un dispaccio della Soprintendenza di Napoli. Il Presidente, dopo aver tolto i sigilli, legge il contenuto della missiva e strabuzza gli occhi man mano che prosegue nella lettura. Si tratta di un’informativa rivolta ai Tribunali di Guerra e contiene ulteriori istruzioni per quanto riguarda l’esecuzione dei condannati alla fucilazione o all’impiccagione.

Bella questa!…” – dice ridacchiando il Presidente.

Presidente, cosa c’è di tanto strano?” – s’insinua il segretario.

Il sovrintendente pretende che, prima di ogni esecuzione, il condannato debba essere vestito con un abbigliamento signorile e, successivamente, fotografato, in modo da dimostrare, attraverso la stampa nazionale ed estera, che “i briganti” appartengono anche alla classe borghese e che non sono affatto degli straccioni”.

“…Ed allora iniziamo dal Pagliuca!” – gli risponde di getto il giudice a latere.

Ben detto… iniziamo proprio da lui!” – conclude il Presidente.

Pertanto dà ordine ad un carabiniere di prendere dal magazzino quanto occorre per vestire il condannato, come richiesto dall’ordinanza.

Ehi, ragazzo, oggi t’agghindiamo a festa… sei fortunato, figliolo!…” – dice con molta ironia l’uomo – “…Su, tìrati su… Ti vesto da capo a piedi… Ti faccio bello e poi usciamo per il paese a fare una passeggiata. Intanto tira fuori quei luridi e puzzolenti stracci e inizia ad indossare questi mutandoni, poi metti anche i pantaloni”.

Pasquale non capisce, è frastornato… Però l’idea di vestirsi a nuovo gli piace. Dopo aver indossato anche il camiciotto, il ragazzo chiede al militare se sia possibile indossare i suoi scarponi. Pasquale è accontentato. Inoltre, gli viene data una giacca un po’ larga ma profumata e nuova. Per ultimo, il carabiniere gli porge un cilindro ed uno specchio in cui rimirarsi.

Pasquale non crede ai suoi occhi. È però ancora incredulo e sconcertato.

“Giovinò, siamo pronti?…” – conclude con molto sarcasmo il militare – “…Andiamo fuori a prendere una boccata d’aria. C’è un sole meraviglioso e due fotografi sono pronti ad immortalarti per l’eternità… C’è anche una parata di militari!… Tutto solo per te!”.

Pasquale è ancora di più disorientato e intontito, non riesce a darsi una ragione di ciò che gli sta accadendo. Si guarda ancora nello specchio e s’accorge di essere un bel ragazzo.

Poi pensa e dice fra sé e sé: “Chissà se fuori non incontrerò Maria Gerarda?”.

Esce scortato da sei militi, che si dirigono al centro del paese.

Appena arrivati nella piazza principale, Pasquale nota una decina di militari armati di fucile, disposti uno accanto all’altro, e due fotografi che si trovano rispettivamente ai lati. C’è anche della gente, tanta gente, che è stata invitata ad assistere a quell’indecente spettacolo. Tutti, però, sono tristi e bisbigliano tra di loro. Di fronte ai militari, a non più di dieci metri c’è una sedia, poggiata ad un muro ed un prete corrucciato che prega a voce sommessa. Ora Pasquale capisce ogni cosa. Prende il cilindro e lo lancia per aria, urlando qualcosa di indecifrabile; poi, in preda ad un’irrefrenabile convulsione, si strappa da dosso la giacca, la camicia e si leva i pantaloni, ma gli scarponi, no, quelli sono suoi.

E poi urla ai presenti: “Voglio morire nudo, come mi ha fatto mammà!”.

Alcuni militari lo bloccano e lo legano alla sedia, lui si dimena. Il prete, in lacrime, gli unge la testa con gli oli sacri, lo benedice e, allontanandosi, continua a pregare a testa bassa.

In un ultimo momento di lucidità, il ragazzo trova la forza per esternare alcunipensieri.

San Nicola mio, aiutami tu!… Maria Gerarda, ti amoooooo!”.

Una scarica di proiettili lo investe in pieno, ma solo sette arrivano a segno. Tre militari, forse perché meridionali, hanno preferito non colpirlo.

Conclusione

La storia di Natale che ho testé raccontato è una delle tante accadute nel Meridione d’Italia durante i primi otto anni di Unità. Ve ne sono altre, alcune note, altre (le tante) subito dimenticate. Ce ne sono a centinaia, a migliaia, per descrivere le quali non basterebbe una decina di corposi volumi. Fra le più eclatanti voglio ancora una volta ricordare le stragi di Pontelandolfo e Casalduni, che mai, in tanti di anni di storia, sono state ricordate dalle istituzioni pubbliche, se non da quelle locali. Come se quei morti fossero diversi da quelle anime innocenti che perirono a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzena, a Cefalonia, alle Fosse Ardeatine o nei campi di sterminio! Ladifferenza, signori miei, sta nella diversa nazionalità di chi commise quelle efferate esecuzioni. Nel primo caso furono gli stessi italiani ed i morti vennero immediatamente dimenticati, nel secondo furono i tedeschi ed i morti sono ricordati ogni anno.

Quanto è strana la vita!…

Nonostante tutto, da queste colonne rivolgo un augurio di Buon Natale a tutti voi, amici lettori, dovunque vi troviate e chiunque siate. Allo stesso tempo non posso non formulare, anche se con centocinquant’anni di ritardo, i miei migliori auguri al giovane pastorello Pasquale, tradito da un paio di scarponi che mai avrebbe immaginato di indossare, se non si fosse innamorato di una bella ragazza.

Buon Natale anche a te, Maria Gerarda.

[1] L’ultima edizione di quest’interessante romanzo è stata edita da Rusconi editore nel 1971.

[2] I “sandali fasciati” erano delle calzature molto grossolane, usate dalla gente umile e povera. Erano costituiti da un plantare di cuoio o, in mancanza, di corteccia spugnosa e da una striscia di tela o di lana che si avvolgeva, ben stretta, intorno al plantare, sino ad arrivare all’altezza del ginocchio. Per certi aspetti richiamavano la struttura dei calzari degli antichi romani.

[3] Ovviamente il discorso intrattenuto dai due giovanetti è in dialetto lucano (quasi simile a quello campano), che omettiamo di riportarlo per non creare difficoltà nei lettori, ma anche per rendere più scorrevole la lettura.

[4] Nicola è il pastore che ha accolto Pasquale sin da quando è rimasto orfano.

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Il Risorgimento italiano. La sottomissione e l’umiliazione dei meridionali

Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma
Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma

 

di Rino Duma*

Il plebiscito-farsa

Dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, l’annessione del Meridione al Regno di Sardegna fu legittimata istituendo un plebiscito-farsa per ottenere dagli stati europei il loro beneplacito, ammantando ogni cosa con una veste di legalità. Il 21 ottobre 1860,il popolo duo-siciliano fu chiamato ad esprimere il proprio parere sull’annessione al Regno di Sardegna. Come era nelle previsioni, gli elettori si dichiararono favorevoli a larghissima maggioranza, legalizzando in tal modo il passaggio della sovranità dai Borbone ai Savoia.Ad onor del vero, al plebiscito partecipò solo il 19% della popolazione attiva, rappresentato esclusivamente dalle classi sociali agiate, soprattutto borghesi, buona parte delle quali era di stampo liberale. Nonostante ciò gli elettori furono costretti ad esprimere il voto palesemente, deponendo la scheda in una delle due urne, contrassegnate dal “sì” e dal “no”. Solo poche migliaia di persone, fedeli alla loro terra e al sovrano deposto, ebbero il coraggio di dissentire, ma furono irrise, minacciate e, in alcuni casi, picchiate e uccise.C’èda aggiungere che furono in molti, garibaldini compresi, a votare più volte, specialmente nelle grandi città. La stragrande maggioranza della popolazione, però, quella che aveva un reddito molto basso, quella abituata a curvare la schiena per dodici ore al giornonei campi, nelle industrie, nei cantieri, nei porti,quella popolazione, cheaveva a cuore re Francesco, venneinopinatamente esclusa dal voto.

Il plebiscito, insomma, fu un volgare e meschino imbroglio, degno solo della peggiore “mafia”, quella dei “colletti bianchi”, della quale i piemontesidell’epoca furono i precursori, lasciando un solco ben profondo dentro cui i futuri governi si mossero non sempre nell’interesse del popolo e delle parti sociali più bisognevoli.

Con l’unificazione dell’Italia, i governanti di Torino pianificarono scientificamente il declassamento della società civile del Sud.

 

La destabilizzazione di uno stato-moderno

Impossessatisi proditoriamentedel potere, i piemontesi cambiarono di colpo i connotati all’ordinamento giuridico, fiscale, economico, istituzionale, sociale e, soprattutto, di vita del Meridione. Furono immediatamente rimossi i magistrati di ogni livellogiudiziario, tranne quelli di comprovata fede piemontese, i questori, gli intendenti e i sovraintendenti, i prefetti, i comandanti di importanti presidi militari, i direttori dei maggiori uffici statali. I principali personaggi della vita pubblica d’un tempo furono sostituiti da funzionari piemontesi o lombardi. I sindaci furono catechizzati ad adoperarsi pro bono pacis e a sedare in ogni modo e con ogni mezzo le varie contestazioni locali, pena l’esclusione da eventuali sussidi nazionali.

Il sistema fiscale borbonico esonerava dal pagamento dell’imposta sul reddito le classi sociali meno abbienti, mentre prevedeva per quelle più agiate il pagamento di un unico tributo per singolofuoco(nucleo familiare). Tale sistema fu sostituito da un focaticoche colpiva tutte fasce reddituali, anche quelle più basse, che erano tassate in base al numero dei componenti di ognifuoco e in proporzione al reddito prodotto.

Furono istituite le famose ed inique tasse sul macinato e sul sale, che non tutti i cittadini riuscivano a sopportare. Furono creati ex novo balzelli, gabelle, dazi e piccole imposte che tartassavano in continuazionela vita quotidianaad ogni livello.

L’aspetto, però, che, più d’ogni altro, determinò una protesta di grande e grave portata fu l’istituzione della leva militare obbligatoria di cinque anni. Vale la pena ricordare che con i Borbone il servizio militare non era obbligatorio, bensì volontario. Questa inaspettata imposizione comportò un improvviso calo della manodopera nelle campagne, nelle officine e nelle industrie, che, per buona parte, furono costrette a ridimensionare sensibilmente la produzione. Ciò determinò, nel giro di poco tempo, un calo consistente della florida economia agraria ed industriale del Mezzogiorno.

Pian piano andò aumentando tra i giovani la contestazione ed ilrifiuto di prestare l’iniquo servizio di leva. Molti di loro subirono gravi processi penali e l’incarcerazione nelle fredde prigioni di Fenestrelle, nell’alto Piemonte, nelle quali, in precedenza,erano finiti i soldati borbonici che si erano rifiutati di passare nei ranghi dell’esercito italiano. L’unica possibilità per i renitenti era rappresentata dalla latitanza nei boschi, dove in tanti impugnarono lo schioppo e diventarono “briganti”,non per derubare ma per difendere la loro terra dallo straniero, come più tardi fecero i “partigiani” contro i tedeschi a tutela del suolo patrio.

 

Il fenomeno del brigantaggio

Già mezz’anno dopo l’Unità d’Italia, in diverse zone del Meridione, iniziarono a costituirsi bande armate di giovani renitenti, contadini e manovali senza lavoro con l’unico intento di riportare sul trono re Francesco di Borbone. Le prime schermaglie videro quasi sempre prevalere le bande brigantesche, che attaccavano drappelli di carabinieri in perlustrazione,tendendo loro degli agguati, per poi ritirarsi repentinamente nei boschi. I militari italiani subirono pesanti perdite, tanto che il governo centrale fu costretto ad adottare nuove strategie, rafforzando i servizi di pattugliamento e richiamando nel Meridione un esercito di centomila soldati. Fu inoltre approvato in Parlamento il disegno di legge del deputato abruzzese, Giuseppe Pica, che prevedeva condanne capitali nei confronti dei renitenti alla leva, di coloro che fornivano armi, viveri ed ogni sorta di aiuto ai briganti. La lotta si inasprì a tal punto da culminare con la distruzione di interi paesi, dei quali ricordiamo Casalduni e Pontelandolfo. L’ordine impartito dal famigerato gen. Enrico Cialdini ai suoi soldati fu quello di “non lasciare pietra su pietra”. Furono compiuti atti di estrema e inaudita violenza: i maschi fucilati, i bambini e i vecchi sgozzati, alcune donne, quelle belle tanto per intenderci, violentate a più riprese e, a spregio, infilzate con la baionetta nella vagina. Si vantò dell’impresa il crudele generale, esaltando le gesta dei suoi soldati e definendo i meridionali con una frase che rappresenta il razzismo più becero ed umiliante che nessuna pacificazione futura potrà mai cancellare.

Questa è Affrica(sic), altro che Italia!… I beduini, a riscontro con questi cafoni, sono latte e miele!”.

 

L’aggressione al sistema monetario

Abbiamo avuto modo di ricordare in altre sedi che la grande ricchezza monetaria borbonica, secondo quanto dimostrato in Parlamento dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Saverio Nitti, ammontava a 443,2 milioni di lire-oro (si badi che ogni lire-oro pesava ben 4,5 grammi di oro e che oggi il suo valore equivarrebbe a non meno di 170 €). Se si prova a moltiplicare i milioni di lire-oro per il valore dellasingola lira si ottiene il considerevole importo di oltre 75 miliardi di euro. Chi scrive è dell’avviso, però, che non si trattava di lire-oro, ma di ducati d’oro, ognuno dei quali pesava 19,109 grammi e valeva intorno a 700 euro. Se ora proviamo a rimoltiplicare per questo nuovo valore, ci troviamo di fronte all’iperbolico importo di oltre 300 miliardi di euro! Comunque sia il fiume di denaro servì a coprire una minima porzione dell’enorme debito pubblico piemontese. La rimanenteparte, che ammontava a ben 120 milioni di lire-oro, fu equamente distribuita a tutti i cittadini del neo stato unitario.

Nel Meridione d’Italia, al posto del ducato, fu introdotta la lira-oro, che rimase in circolazione solo per pochi anni; in seguito fu sostituita da quella cartacea, che subì ripetutamente una continua svalutazione.

 

L’aggressione al sistema economico

Anche il sistemaeconomico subì un violento attacco. Agli inizi del 1863, l’immenso stabilimento metallurgico di Pietrarsa fu concesso in affitto, per 30 anni, alla modica somma di 45.000 lire, all’imprenditore Iacopo Bozza, vendutosi anima e corpo al nuovo governo.Per incrementare i profitti, il nuovo padrone ridusse drasticamente i posti di lavoro e la paga oraria, mentre aumentò le ore lavorative giornaliere per ogni operaio. Tali iniqui provvedimenti determinarono, come logica conseguenza,l’indizione di scioperi, da cui sfociarono gravi disordini repressi nel sangue. Il 6 agosto 1863 una carica di bersaglieri provocòla morte di 7 operai e il ferimento di 20.In seguito l’industria si riprese, ma mantenne dimensioni ed ambiti alquanto modesti.

Anche i grandi stabilimenti siderurgici di Mongiana in Calabria conobbero la stessa sorte. L’acciaio calabrese era il migliore in Europa, tanto da far invidia agli stessi inglesi, che se ne approvvigionavano in continuazione. Subito dopo l’Unità d’Italia, il governo italiano preferì ridimensionare gli efficienti stabilimenti della “Ruhr calabrese”, per favorire lo sviluppo di altre industrie del settore sorte nel nord. Gli stabilimenti calabresi, insieme alle vicineminiere di limonite (minerale di ferro), furono svenduti all’imprenditore calabrese Achille Fazzari, che tentò in ogni modo di riattivarli, impegnando tutte le sue risorse finanziarie ed assumendo ben duemila operai. Dopo alcuni anni di sacrifici e in mancanza di aiuti governativi, fu costretto a ridimensionare di molto l’attività, sino a chiuderla definitivamente.

Un consistente ridimensionamento subirono i cantieri navali di Castellammare di Stabia, le grandi cartiere campane, il setificio di San Leucio e i numerosi opifici dell’indotto. Lo stesso porto di Napoli, un tempo affollato di bastimenti e piroscafi commerciali, in entrata e in uscita, conobbe una crisi lenta ed inesorabile.

Furono in tante le maestranze, insieme ai moderni macchinari, ad essere trasferiti nelle industrie del nord. Furono in tante le opere d’arte trafugate dai palazzi reali e nobiliari per arredare quelli del nord e, perfino, i loro musei.

Tra i tanti provvedimenti scellerati adottati dal nuovo governo sono da ricordare l’incentivazione riservata ad aziende settentrionali ad investire nelle industrie e nel commercio del Sud, la privatizzazione del settore industriale pubblico, l’eliminazione dei dazi borbonici sull’importazione, che comportò il crollo del commercio internazionale ed interno. Scelte inopportune che determinarono il drastico ridimensionamento della produzione, la chiusura di diverse fabbriche e il conseguente licenziamento di migliaia di lavoratori.

In pochi anni, insomma, la grande economia del Sud fu costretta ad inginocchiarsi e a conoscere l’onta dell’umiliazione e della povertà.

Allo smisurato e incolmabile danno, seguì un’atroce e meschina beffa. Uno strisciante ed ignobile terrorismo psicologico s’insinuò nella coscienza della gente del Sud, che arrivò perfino a gratificare i loro stessi persecutori, considerandoli ed acclamandoli alla stregua di salvatori e benefattori. Attraverso la sistematica falsificazione della verità storica fu esaltato il mito risorgimentale. I giornali, le riviste, i romanzi, le commedie, i racconti, le canzoni, le opere letterarie e musicali, e, soprattutto, i libri di storia rappresentarono gli strumenti che fecero, apparire “vero” il “falso” storico. E ci riuscirono.

 

L’emigrazione

Dal 1863 in poi iniziarono i “viaggi della speranza”. Molti meridionali, per far fronte alla povertà e ai seri problemi ad essa collegati, decisero di abbandonare il loro paese e partire “per terre assaje luntane”, nella speranza di trovare un lavoro e una vita più dignitosa. Con un carico di poche valigie, interi nuclei familiari s’imbarcarono su bastimenti, vecchi e fatiscenti, verso “la Mèrica”, tutti ammassati in coperta, alla stregua di animali, per giorni, per mesi, privi di un ben che minimo supporto igienico, con due pasti quotidiani poco energetici, con una latrina comune situata in una zona non molto riservata del ponte, con un paio di infermieri che facevano da medici, con gli occhi protesi sempre all’orizzonte alla ricerca spasmodica della terraferma, che forse li avrebbe riportate a nuova vita.

Alcuni piroscafi affondarono a seguito di violente tempeste, ad altri non fu concesso di attraccare in porto perché a bordo vi era un’epidemia di colera o di tifo, altri ebbero la fortuna di approdare e di scaricare il prezioso “oro umano”, comprato a basso prezzo da mercanti senza cuore. Furono in molte le famiglie a patire le stesse sofferenze italiche. La gente si arrabattava alla meglio, viveva in squallide stamberghe prive delle essenziali condizioni di vita, mangiava cibo di scarsa qualità e si copriva con luridi stracci. Solo in pochi ebbero la fortuna di affermarsi e di costruirsi una vita adeguata alle loro aspettative.

In cinquant’anni di emigrazione, ben 10 milioni di italiani abbandonarono la loro patria. Di questi, la maggior parte erano meridionali, veneti e friulani, una modesta parte di altre regioni, anche del Piemonte. Solo nel 1915 la partenza verso le Americhe s’arrestò come d’incanto. I giovani, però, partirono ugualmente verso un destino ancora più crudele del migrante, partirono per la “Grande Guerra” per essere utilizzati come “munizioni” da mitraglia e palle da cannone contro gli Austriaci, a difesa di interessi e privilegi dei “Savoia”, che portarono,in settant’anni di regno, miseria e lutti alla maggior parte degli italiani. Poi, terminata la guerra, l’emigrazione riprese intensa sino alla fine degli anni ’60… e furono in tutto 14 milioni di disperati, sparsi in tutto il mondo.

Conclusione

Gentili lettori, la storia che vi ho raccontato non è affatto una storia inventata, né tantomeno una storia di parte, bensì una storia realmente accaduta e che mai alcun libro di scuola ha inteso ricordare e tramandare alle giovani e fuorviate generazioni di oggi.

Ora che avete letto i miei brevi scritti, vi invito a soffermarvi per qualche minuto, a meditare e a trarre le dovute riflessioni. Fatelo senza dare ascolto all’ingannevole richiamo che viene dalla vostra diversa appartenenza territoriale, politica, religiosa, sociale. Se lo ritenete opportuno, andate a consultare un buon libro di storia, oppure fate delle ricerche approfondite su Wikipedia. Vi accorgerete che le mie affermazioni non sono dettate da ragioni faziose, ma sono sacrosante e rispondono al vero. Perciò, continuate a meditare e, se potete, calatevi per qualche attimo nei panni di quella poveragente del Meridione che all’improvviso si trovò a subire l’occupazione straniera e a vivere un dramma epocale.

Fatelo – vi prego – anche se vi costerà molta fatica e susciterà in alcuni di voi rammarico, rincrescimento e rabbia. Solo in questo modo potrete capire quanto ebbero a soffrire le genti del sud e quanto ancora si facciano sentire, a distanza di 150 anni di Unità,alcunediscriminazioni sociali tra le varie genti italiche. Dispiace dirlo, ma oggi siamo molto distanti dal considerarci “Fratelli d’Italia”. Ciò nonostante “W l’Italia!”.

*Pubblicato su  “Il filo di Aracne”

Il dialetto galatinese nell’ultimo libro di Rino Duma

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 

di Paolo Vincenti

“La Taranta. Il dialetto galatinese (ovvero la lingua del popolo)”, è l’ultima proposta editoriale di Rino Duma, scrittore e attivo operatore culturale galatinese.

L’opera, dalla mole consistente, 569 pagine con elegante copertina cartonata bianca, pubblicata dall’Editrice Salentina (2016), è una raccolta di commedie, poesie, proverbi, modi di dire, soprannomi, filastrocche, indovinelli, ed altro, in dialetto galatinese.

Un viaggio letterario, un excursus filologico nella saggezza popolare, nella lingua madre dell’autore e nelle tradizioni ormai in via d’estinzione di una micro realtà municipale, Galatina, tanto ricca di storia ed arte. Alla confluenza con l’era digitale informatica, Duma, facendosi aedo di un tempo perduto, compartecipe cantore della cultura primitiva e spontanea del popolo salentino, ha voluto regalare ai suoi lettori ed estimatori questo scrigno di perle di saggezza, divertimento e leggerezza.

La taranta riportata in copertina è un’opera del maestro Antonio Mele Melanton: una libera interpretazione di uno spaccato sociale che ha caratterizzato in maniera indelebile il passato di questa città, il tarantismo, col suo portato di sofferenza, folklore, cultura popolare. Ancora oggi il nome di Galatina è legato al culto di San Paolo e alle tarante, sebbene il fenomeno si sia ormai concluso.

Ma Rino Duma, Presidente del Circolo culturale Athena e direttore della rivista “Il filo di Aracne”, da studioso e appassionato ricercatore di memorie patrie, ha voluto riportare all’attenzione dei suoi concittadini, degli anziani ma soprattutto dei giovani, il recupero delle cose di un tempo, nel vecchio “scascione de dialettu”, cioè “trabiccolo di dialetto”, come scrive nella sua Prefazione, perché questo “è l’antica e inalienabile carta d’identità della nostra anima cittadina”.

E lo ha fatto con questo corposo volume, una miscellanea, un florilegio di brani diversi raccolti insieme e accomunati dalla lingua usata; lingua che diventa un formidabile strumento di diffusione del sapere, se solo la si considera non museificata, imbalsamata, cioè immobile, inerte nel suo stanco perpetuarsi o sopravvivere a sé stessa, come un certo atteggiamento intellettual snobistico potrebbe suggerire, ma come materia viva, cultura fermentante di un popolo, sua riappropriazione identitaria. Si tratta insomma non di stereotipi anacronistici, superati, bensì di letteratura, disimpegnata, ma di sicuro interesse.

Il presente repertorio linguistico espressivo assume così una doppia valenza: quella di recupero memoriale per i più agée e quella di riscoperta, riproposizione delle radici, per i più giovani sol che questi ditteri, modi di dire, aneddoti e tranches de vie siano guardati come strumenti in grado di attivare processi collettivi.

Nel libro sono proposte quattro commedie, ovverosia farse in dialetto galatinese in tre atti: si comincia con “Reparto Ortopedia”, poi si passa a “Befana miliardaria a Corte Vinella”, poi a “La telefunata” (in quattro atti), e quindi “Natale tra vecchie comari” (in due atti), tutte scritte interamente dall’autore. Le poesie sono: “Poveru mmie”, “L’urtima taranta” che è un vero poemetto in dialetto al centro del quale è il mitico animale, “Pizzaca, Taranta beddhra!”, “Vulia cu èggiu”.

A interpuntare i testi, numerose fotografie in bianco e nero davvero pregevoli e molto vecchie che provengono dal patrimonio comune galatinese. Nella seconda parte del libro, viene pubblicata una sezione dedicata ai Modi di dire galatinesi, una ai Proverbi, una alle Filastrocche, Ninnananne, scioglilingua e Indovinelli, e un’altra, gustosissima, ai Soprannomi galatinesi, divisi in ordine alfabetico. A questo punto del libro, Duma propone la coniugazione di alcuni verbi in dialetto galatinese e qui la trattazione si fa ancora più interessante e divertente, per sfociare poi nella goliardia e nella risata crassa con “Frizzuli dialettali”, e con l’esilarante “Ma cce cazzu!”.

Nell’ultima parte del libro, trovano posto una foto dell’indimenticato pasticcere galatinese Andrea Ascalone, scomparso l’anno passato, ed una scheda bio-bibliografica dell’autore. Questo patrimonio di fiabe e proverbi acquista un enorme significato non solo storiografico ma anche valoriale e riallaccia i fili consunti di una comunità che vi si ritrova, che si specchia in questo “come eravamo”, con il sorriso nostalgico e bonario dell’uomo della strada ma anche con la riflessione del ricercatore , dello studioso.

Così il libro è in grado di suscitare sentimenti che credevamo relegati nel passato perché riesce ad accendere “la miccia esplosiva riposta nel già stato”, per citare Walter Benjamin . E tali sentimenti sono profonde scaturigini dell’immaginario collettivo e della enorme ricchezza che è il deposito culturale di un territorio.

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota. EMANUELE BARBA

gallipoli

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota

 

EMANUELE BARBA

 

Seppe coniugare l’amore per la cultura con l’amore per la Patria. Impegnò ogni suaenergia nella crescita umana della povera gente e ne condivise ogni affanno e sofferenza.

 

di Rino Duma

Ci sono pochissime figure elette nel Salento che possono gareggiare con quella di Emanuele Barba. Il gallipolino ereditò dai genitori, gente brava e onesta, i migliori valori e sentimenti umani, quali l’umiltà, la probità, l’impegno, il rispetto e, soprattutto, l’amore per il prossimo. Fu grande assertore e divulgatore dei principi libertari ed educò i giovani a impegnarsi nel lavoro, a migliorare le fortune della propria terra, a battersi per i valori fondanti della società degli umani e a reclamare i diritti indispensabili per una vita dignitosa. Per tutto ciò fu amato e quasi venerato dai gallipolini.

Sin da fanciullo, Emanuele si prodigò con ogni mezzo per creare situazioni di benessere rivolte soprattutto ai ragazzi di strada, che frequentava con regolarità e nei confronti dei quali si sentiva più legato. La sua colazione o merendina, fatta di fichi secchi o di fette di pane raffermo con alici, spesse volte era condivisa con amichetti bisognosi, che non avevano di che sfamarsi.

Il padre Ernesto era un bravo sarto, ma, nonostante s’impegnasse al massimo nel lavoro, non riusciva quasi mai ad assicurare alla famiglia una vita agiata.

La madre, oltre ad allevare con cura i figli e a trasmetter loro la migliore educazione, aiutava il marito nel faticoso lavoro, sostenendolo spiritualmente e materialmente.

Emanuele nacque a Gallipoli l’11 agosto 1819 da Ernesto, uomo laborioso e onesto, e da Pasqualina Manno. Condusse gli studi primari nella cittadina ionica, riportando un’ottima valutazione in ogni disciplina. Il giovane Emanuele aveva un notevole interesse per il sapere, non disdegnando mai di leggere e di nutrirsi di ulteriori conoscenze, per cui pregò più volte il padre di iscriverlo nelle scuole superiori di Napoli o di Lecce. Vi era, però, un gravissimo impedimento: Ernesto non aveva le possibilità economiche necessarie per accontentarlo e se ne dispiaceva non poco di declinare la richiesta del figliolo prediletto. Ma la divina provvidenza era pronta ad intervenire. Appena adolescente, di Emanuele si presero cura due parenti napoletani, dopo le ripetute lamentele espresse dal ragazzo, in occasione di una loro visita a Gallipoli.

Uno era lo zio materno Gaetano Brundesini, che ricopriva l’importante carica di Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, l’altro lo zio paterno Tommaso Barba, che era Presidente della Gran Corte. Dopo le iniziali difficoltà di ambientamento, Emanuele frequentò a Napoli le scuole Medie Superiori di Grammatica, dove si distinse come migliore studente, e in seguito proseguì gli studi letterari e filosofici nella scuola del famoso professore Basilio Puoti, poi diventato membro dell’Accademia della Crusca. Anche qui il gallipolino si distinse per dedizione allo studio e intelligenza, tanto da meritarsi la frequenza gratuita per cinque anni nell’ateneo napoletano. Nel 1838 conseguì, a soli diciannove anni, la laurea in lettere e filosofia.

Mai sazio di sapere e di migliorare ulteriormente la sua già brillante preparazione culturale, continuò a studiare e s’iscrisse alla facoltà di medicina nel Reale Collegio Medico-Cerusico, laureandosi nel 1842 con il massimo dei voti e la lode accademica.

La sua prima importante conferenza da medico ebbe come titolo: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina“. Grazie a questo molto apprezzato intervento, gli fu assegnato l’incarico di assistente alla Cattedra di Anatomia nel Real Collegio.

Se a livello professionale si sentiva pienamente appagato e realizzato, non altrettanto lo era a livello umano, anzi Emanuele era continuamente turbato e tormentato dalle condizioni misere, e a volte disumane, in cui versavano molte famiglie del regno, soprattutto quelle lucane e salentine. Spesso, commentando con amici l’allarmante situazione in cui versavano i ceti popolari, sosteneva appassionatamente l’urgenza di intervenire con un’adeguata politica per migliorare, anche se di poco, le condizioni sociali delle plebi, per poi programmare con molta attenzione una politica tesa ad un definitivo riscatto delle stesse.

Solo con un’istruzione scrupolosa e mirata, si può combattere l’ignoranza, la sottomissione, l’abbandono, il fatalismo e la rassegnazione. Solo le genti istruite maturano la consapevolezza dei loro diritti e l’impegno per poterne usufruire, sino alla lotta più dura” – era l’opinione ricorrente di Emanuele, in linea con quella del Mazzini.

A Napoli frequentò assiduamente il Caffè Letteriario, dove si ritrovavano eminenti figure, come Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Basilio Puoti, Carlo e Alessandro Poerio, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino. Qui si discettava di tutto: dalla necessità di garantire il purismo alla Lingua Italiana, alla critica rivolta agli emergenti scrittori e poeti del momento, come il Manzoni e il Leopardi, sino ad interessarsi di politica, di economia e di rinnovamento sociale. Emanuele non mancava mai di intervenire nelle varie discussioni, argomentando con argute e singolari riflessioni, che quasi sempre ricevevano il plauso dei presenti, soprattutto quando il dibattito era improntato su tematiche socio-politiche.

A metà anni ’40, sollecitato dalla nostalgia per la sua città natale, dalla quale giungevano notizie poco buone, decise di rinunciare alle ottime prospettive di vita nella capitale e di far ritorno tra la sua gente. A Gallipoli conobbe e sposò Addolorata Bono, una donna pia e molto premurosa, che gli diede ben sei figli: Ernesto, Carmelo e Gustavo, che divennero bravi avvocati, Ettore medico, Antonietta (non si hanno notizie di lei) ed infine Egildo, che morì all’età di sette anni, colpito da una grave malattia.

A Gallipoli, pur guadagnando il minimo indispensabile per vivere, svolse contemporaneamente due attività professionali: quella di insegnante e quella di medico, che gli occupavano gran parte della giornata. L’aspetto, però, che più di ogni altro merita di essere ricordato è che Emanuele esercitava gratuitamente entrambe le professioni, campando di sussidi comunali e di elargizioni volontarie. Poi, finalmente, fu nominato docente di Scienze e Lettere nel Ginnasio e nella Scuola Tecnica di Gallipoli, e, successivamente, fu Soprintendente scolastico e Assessore delegato alla Pubblica Istruzione della città ionica.

Nonostante i numerosi impegni, continuò ad insegnare, sempre gratuitamente, nelle Scuole Tecniche serali, svolgendo anche le funzioni di Direttore delle Scuole serali festive degli Adulti, istituite dal Governo. Non aveva un solo attimo di risposo. La sera, quando rientrava stanco a casa, sul viso affaticato portava sempre un sorriso di compiacimento per l’impegno quotidiano, svolto con cura e dedizione.

La nomea di valente professore e di ottimo medico ben presto valicò i confini del Salento, tanto che gli furono conferite diverse attestazioni di stima e di solidarietà per lo spirito di abnegazione e di generosità con cui si donava ai bisognosi. Gli fu assegnata dal Consiglio scolastico provinciale di Bari la nomina di professore di letteratura nel Ginnasio di Trani. Emanuele ringraziò di cuore le autorità scolastiche baresi, ma rinunziò all’allettante offerta per non abbandonare la sua gente, che tanto bisogno aveva di cure e di sostegno.

La sua preparazione culturale era talmente vasta da parlare correttamente l’inglese e il francese, ed essere un ottimo conoscitore della lingua latina e un rinomato purista della lingua italiana.

Nel 1848 Emanuele si distinse per l’assidua assistenza prestata ai tantissimi ammalati di febbre tifoidea, epidemia che improvvisamente si diffuse in tutto il Salento per via delle scarsissime condizioni igieniche e la situazione miserevole di vita in cui versavano i ceti popolari più bassi. Il morbo fece una mattanza di vite umane in ogni ceto sociale. Anche il vescovo di Gallipoli, Mons. Giuseppe Maria Giove, accorso al capezzale degli infermi per portare aiuto e conforto spirituale, ne pagò le conseguenze. Nella circostanza, Emanuele fu nominato direttore provvisorio dell’ospedale di Gallipoli e si avvalse dell’aiuto del dott. Emanuele Garzya e dei farmacisti Giuseppe Sogliano e Saverio Greco, nonché di Antonietta de Pace. Grazie al loro intervento furono salvate numerose vite.

Anche successivamente nel 1866, in occasione della diffusione del colera, Emanuele intervenne drasticamente, scongiurando la propagazione e la falcidia del morbo. Non mancarono attestazioni, onorificenze e una medaglia d’oro, conferitagli dall’amministrazione comunale.

In occasione dell’abrogazione della costituzione da parte di re Ferdinando II, Emanuele criticò duramente l’illiberalità del sovrano e si schierò a difesa dei liberali, condividendone gli ideali e le azioni. Per questo fu processato, condannato all’esilio e in seguito incarcerato per tre anni dalla Gran Corte di Terra d’Otranto. In carcere non mancò di propagare le idee liberali ai compagni detenuti, intervenendo, durante l’ora d’aria, con accorati comizi che gli crearono ulteriori punizioni. Sempre in carcere, scrisse e pubblicò il Proclama agli Italiani, che fu distribuito clandestinamente in quasi tutte le carceri del regno.

Dopo il periodo detentivo, crebbe ancor di più in lui il “dovere” di schierarsi al fianco delle classi più umili e più deboli, divenendo il loro strenuo difensore.

Nel 1861, subito dopo l’unificazione del paese, Emanuele avvertì il bisogno di fondare a Gallipoli la Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione degli operai. Mai domo di iniziative a favore del popolo, fondò il periodico popolare Il Gallo, su cui venivano trattati i problemi legati agli operai e alle masse popolari.

Per pubblico concorso vinse il posto di Bibliotecario comunale, pubblicando immediatamente un bollettino bibliografico. Ma le sue “imprese sociali” non erano certamente finite. Qualche anno dopo fondò il Museo di Storia naturale e di Archeologia.

Non bisogna dimenticare, però, che Emanuele, oltre ad essere naturalista, medico e patriota, era anche un letterato e un valente poeta, anche vernacolare, di cui si serbano alcuni simpatici proverbi e poesiole. Tra i tanti suoi componimenti, scrisse “Un sospiro di Garibaldi” (versi di ispirazione patriottica, stampati e pubblicati nel 1875) e il “Sonetto all’Italia”.

Non mancò di delineare i tratti biografici dei personaggi gallipolini più illustri. Inoltre, di grande importanza sono alcuni lavori, mai pubblicati, sui Canti popolari e Proverbi gallipolitani e un Vocabolario del dialetto gallipolitano, tradotto in lingua italiana, francese e inglese.

Tra tanti onorificenze e riconoscimenti, Emanuele visse sino all’età di 68 anni, meritandosi le premure dei figli e dei suoi amati gallipolini, ai quali donò l’essenza prima della sua vita.

Il 7 dicembre 1887 si spense serenamente, non prima di aver raccomandato i suoi familiari ed amici di continuare ad adoperarsi per il bene e la felicità di tutti, in particolar degli ultimi.

Così scrisse lo “Spartaco” alla sua morte: “In tempi in cui l’Umanità con uno sforzo titanico aveva dato al mondo una generazione di giganti, Egli lavorò per la Scienza, per la Patria e per l’Umanità“.

Sulla parte alta della camera ardente, gli amici gallipolini affissero il memorabile distico
Nato dal popolo
Per il popolo si adoperò.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Sigismondo Castromediano

SIGISMONDO CASTROMEDIANO

di Lymburgh

Nella storia del Risorgimento salentino Sigismondo occupa un posto preminente

di Rino Duma

il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)
il monumento a Sigismondo Castromediano (ph Giovanna Falco)

Sigismondo Castromediano nasce a Cavallino il 20 gennaio 18111 da Domenico, marchese di Cavallino e duca di Morciano, e da A. Teresa dei marchesi Balsamo. Consultando le memorie della famiglia, si legge che essa discende da Kiliano di Lymburgh della Franconia, sceso in Italia, nel 1155, alla testa di un consistente esercito in aiuto di Guglielmo il Malo contro il pontefice Adriano IV.

Della sua adolescenza si conosce molto poco. All’età di otto anni, inizia a frequentare gli studi presso il Real Collegio di Lecce, situato nell’ex Convento di San Francesco della Scarpa; poi, a 18 anni, forse per motivi familiari, è costretto ad abbandonare la scuola, senza conseguire alcun titolo di studio.

Tra gli anni ’30 e ’40, Sigismondo trascorre la sua giovinezza tra tanta noia e con poco entusiasmo. Si legge nelle sue Memorie “…Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni, altro non merita”.

Si dedica alla campagna per curare gli interessi di famiglia, ma, nei momenti di riposo, compone poesie, scrive novelle, si diletta a riportare su fogli di carta riflessioni sul momento politico poco felice in cui versa il Salento e il Regno delle Due Sicilie.

Meritano giusta menzione i sonetti “Per Ippolita Colonna Principessa di Francavilla” (1832), sonetto; “Marco Giunio Bruto” (1835), sonetto; “Bambino sognante” (1836), breve lirica in versi doppi senari.

Tra i lavori in prosa, invece, si ricorda lo “Schizzo del mio carattere” (1839), breve scritto autobiografico; “Caballino – Cenno panografico” (1839); “Carità italiana” (1846) breve racconto storico.

Nel 1839, dopo anni e anni di continui litigi tra i vari eredi, il palazzo feudale di Cavallino viene diviso per sentenza del giudice in numerose quote, cosicché Sigismondo è costretto ad abbandonare l’antica dimora insieme alla madre e ai fratelli. Il padre, inetto e poco di buono, abbandona la famiglia e va a vivere a Napoli. Gli anni che seguono sono molto tristi e segnati dalla morte del fratello Gianbattista (1840) e la sorella Gaetana (1845).

sigismondo_castromediano

Comincia ad interessarsi con maggiore continuità di politica; frequenta salotti letterari e politici a Lecce, conosce molti esponenti liberali salentini, tra cui il medico Gennaro Simini, i gallipolini Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Emanuele Barba e Antonietta de Pace, i leccesi Salvatore Stampacchia e Giuseppe Libertini, il manduriano Nicola Schiavoni Carissimo, il magliese Oronzo De Donno ed altri. Nella mente cominciano a lievitargli i primi pensieri liberali, ma è ancora incerto e titubante se sposare la causa monarchica costituzionale o quella repubblicana. Alla fine propende per la prima e s’impegna con ogni forza per diffonderla.

A fine gennaio 1848, re Ferdinando II, pressato dal popolo, che invoca a gran voce la Costituzione, dagli altri regnanti italiani, che l’hanno ripetutamente promessa ai propri cittadini, e dal pontefice Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione, pur tra tante limitazioni.

I liberali e i repubblicani ritengono che sia poco democratica e liberale, cosicché, tramite i propri rappresentanti in seno alla camera dei Deputati, reclamano importanti modifiche, che sono immediatamente respinte dal monarca.

Dopo i duri alterchi tra le parti, si arriva all’ineluttabile sommossa del 15 maggio tra i repubblicani e la guardia nazionale da una parte e la polizia borbonica dall’altra. Quest’ultima, meglio armata e ben organizzata, ha facile sopravvento sulle masse popolari, attestate sulle barricate di Via Toledo e Via Santa Brigida. La repressione di Ferdinando è immediata e spietata.

A questo punto, scatta nella mente di Sigismondo l’idea di combattere con ogni energia il dispotismo del re borbonico, reo di non aver mantenuto le promesse e di aver sospeso sine die la Costituzione.

Rientrato a Lecce, Sigismondo, insieme ad altri patrioti, sceglie di onorare e servire sino in fondo l’ideale democratico e libertario per il quale si era da sempre battuto. Nel mese di giugno viene costituito nel capoluogo salentino il Partito Patriottico Provinciale, alla cui presidenza è eletto il gallipolino Bonaventura Mazzarella, mentre come segretari sono scelti Annibale D’Ambrosio, Oronzo De Donno, Alessandro Pino e Sigismondo Castromediano. Questo incarico, insieme a quello di redattore del giornale salentino di ispirazione repubblicana il “Troppo Tardi”, gli costerà molto caro.

Informato che i gendarmi gli stanno dando la caccia, Sigismondo, grazie all’aiuto di alcuni parenti, si nasconde in una casetta di campagna. Nel mese di settembre sono catturati Nicola Schiavoni Carissimo, il sacerdote don Nicola Valzani, l’operaio Michelangelo Verri e lo studente Leone Tuzzo. Purtroppo anche per lo stesso Sigismondo scattano le manette il 30 ottobre 1848.

Così il duca di Cavallino descrive, nelle Memorie, il suo arresto: “Ad esular quindi mi decisi anch’io, e non potendo dal mio covo ricercare i mezzi, fu giocoforza andarli a rinvenire in Lecce. Ma quando un imbarco per l’Albania erasi convenuto, fui tradito, e al terzo giorno arrestato…” con la pesantissima accusa di «cospirazione commessa in illecita associazione per più giorni dal 29 giugno suddetto in poi, ad oggetto di distruggere il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale».

Il processo si protrae per lungo tempo ed è una disgustosa farsa. L’avvocato difensore Pasquale Ruggieri, dopo avere scagionato il suo assistito fornendo evidenti prove, esalta, con un’appassionata arringa difensiva, la figura del Castromediano, definendolo “uomo ineccepibilmente onesto e cittadino lealmente liberale, privo di qualsiasi colpa, se non quella di aver amato fortemente e sinceramente la Patria”.

Il Pubblico Ministero Chieco, un ex carbonaro, chiede per il Castromediano, lo Schiavoni, il Verri e il Tuzzo la pena «dell’ultimo supplizio», cioè l’impiccagione “al laccio col terzo grado di pubblico esempio, cioè da trascinarsi sul luogo del patibolo a piedi nudi, coperti di tunica nera, col velo sul volto e alle spalle una tabella d’infamia”.

Purtroppo, la richiesta di pena capitale è pronunciata, non tanto per le colpe a lui addebitate, ma quanto perché Sigismondo è un nobile, un discendente dei baroni, marchesi, duchi Castromediano, signori feudatari sempre privilegiati, sempre favoriti dai Sovrani napoletani. Il Pubblico Ministero, infatti, chiede la massima pena adducendo le seguenti motivazioni: “… È comprensibile la ribellione di un civile, di un intellettuale borghese, ammissibile pure la rivolta di un popolano, ma non è immaginabile, e perciò stesso maggiormente punibile, il tradimento di un nobiluomo!”.

Buon per Sigismondo che il Tribunale trasformi la condanna a morte in un una detenzione ad anni trenta.

Il cavallinese, dapprima viene rinchiuso nelle carceri dell’Udienza a Lecce, dove assiste impotente alla morte dell’amico carissimo Epaminonda Valentino, e poi trasferito nelle luridi prigioni di Montefusco prima e Montesarchio poi, dove vi rimane sino al 1859. Molto emblematica è la scritta che campeggia all’ingresso del primo carcere.

Chi trase a Montefusco e poi se nn’esce
po’ di’ ca ‘n terra ‘n’ata vota nasce”.

Qui le condizioni degli incarcerati sono estremamente inumane: le celle sono molto umide e prive di finestre; la luce filtra attraverso lo spioncino della porta. I detenuti sono legati a due a due per le caviglie, con una catena a sedici maglie, lunga tre metri e mezzo, pesante dieci chilogrammi, cosicché ogni movimento dell’uno, deve essere necessariamente fatto dall’altro, anche durante i momenti intimi dei bisogni fisiologici. I pagliericci sono pieni di parassiti, le muffe inverdiscono le pareti e nell’ambiente numerosi topastri scorazzano liberamente, infastidendo i detenuti, soprattutto durante le ore notturne, con dolorosi morsi che provocano incurabili ulcere e piaghe. Le razioni alimentari sono scarse e poco energetiche, il clima è estremamente insalubre e freddo, sicché le condizioni di salute dei reclusi scadono di giorno in giorno, divenendo molto precarie. Alcuni amici di Sigismondo muoiono di stenti o si ammalano gravemente; lui stesso soffre maledettamente di reumatismi agli arti.

Finalmente, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II concede la grazia a tutti i condannati del processo di Lecce, con l’obbligo dell’esilio negli Stati Uniti d’America. Il bastimento Stromboli che trasporta gli esiliati, dopo aver varcato lo stretto di Gibilterrra, si dirige, grazie ad un abile stratagemma, in Irlanda. In seguito Sigismondo si reca con gli altri profughi in Gran Bretagna e poi a Torino. Qui viene ben accolto dal Cavour e qui rimane sino alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Nel 1861 si presenta come candidato nel collegio di Campi Salentina al nuovo Parlamento italiano ed è eletto, riportando un gran numero di preferenze. Si trasferisce a Torino e vi rimane sino al 1865. Risiedendo nella capitale, Sigismondo prende a frequentare il salotto della famiglia Savio di Bernstiel. Ben presto la baronessa Adele Savio, giovane di vent’anni, è toccata da spontanei impulsi di ammirazione e di stima per il cinquantaduenne di Cavallino. Più volte il duca, innamorato della giovane nobile, pensa di manifestarle il proprio amore, ma, essendo molto più anziano di lei, soffoca il desiderio e rinunzia all’idea del matrimonio. L’amore tra i due rimane sempre puro e ideale.

Scaduto il mandato parlamentare, si candida nuovamente, ma questa volta non viene eletto. Egli non si amareggia più di tanto per l’insuccesso, anzi, scrivendo a un amico, gli dice: ”…del resto vengano i nuovi, e, se sapranno fare meglio di noi, siano i benvenuti”.

Rientra nel Salento quando ormai il suo organismo è cagionevole: la lunga detenzione, infatti, ha lasciato un segno evidente sia nel corpo sia nello spirito. L’uomo non ha più i grandi entusiasmi d’un tempo, ma, ciò nonostante, si distingue come consigliere provinciale.

Nella sua Cavallino ora può riprendere a vivere come ai tempi giovanili, curando i grandi interessi per l’archeologia, dilettandosi a seguire le colture campestri dei vecchi contadini e dedicandosi alla stesura definitiva delle sue “Memorie”, dove emerge un commovente spaccato delle condizioni di vita dei detenuti nelle orribili carceri borboniche. Nel 1868, su sua istanza, è fondato il Museo archeologico per la tutela, la raccolta, la conservazione, l’esposizione dei reperti e degli oggetti rari, preziosi e interessanti.

Con l’approssimarsi della vecchiaia, la salute è sempre più precaria: ha molta difficoltà nel deambulare, la vista peggiora di giorno in giorno, il suo corpo si spegne lentamente.

Il 26 agosto 1895, nell’antico palazzo paterno, l’insigne patriota serenamente chiude gli occhi al sonno della morte tra le amorevoli premure dell’inseparabile baronessa Adele Savio, unico suo grande amore.

1 Alcune fonti asseriscono che sia nato il 22 gennaio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Un incontrollato e inarrestabile fenomeno esploso subito dopo l’Unità d’Italia

L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Il Meridione, violentato e sfruttato in ogni sua parte vitale, reagì alla difficile situazione economica con un esodo di massa in Europa, nelle Americhe e in Australia

 emigrazione1

di Rino Duma

Premessa

Quello dell’emigrazione è stato un disastroso e sconvolgente fenomeno che ha interessato l’Italia subito dopo la sua unificazione. Una crisi economica devastante e incontrollabile mise in ginocchio intere popolazioni, a partire da quelle meridionali dell’ex Regno delle due Sicilie, in particolar modo la Campania, l’Abruzzo, la Basilicata e la Calabria, sino a travolgere anche quelle del basso Veneto e del Friuli.

Stranamente il fenomeno risparmiò le zone centro-settentrionali del paese, che furono appena appena sfiorate dall’ondata di carestia, sofferenze, malattie e morte.

Il governo non seppe fronteggiare con opportune e tempestive politiche la preoccupante situazione; tentò di arginarla, ma furono solo interventi di facciata e poco efficaci. D’altra parte cosa poteva mai importare al governo centrale se nel Meridione d’Italia intere popolazioni erano state ‘indotte’ a vivere alla stessa stregua degli animali? o se non trascorreva anno senza che si presentasse a Palermo, a Messina, a Napoli o a Bari il colera, il tifo petecchiale, il morbillo, la scarlattina e quant’altro di peggio? Eppure, durante la presenza borbonica, il Meridione, pur vivendo in condizioni precarie, non aveva mai toccato condizioni di vita così tanto estreme!

La verità – nota solo a pochissimi e che la storia non ci ha mai trasmesso – è che le ricchezze dei Borbone e di altre popolazioni servirono a colmare (solo in parte) l’enormità del debito pubblico piemontese (forse superiore a quello attuale italiano), che di fatto fu poi riversato nel bilancio del nuovo stato unitario ed assunto da tutti gli italiani (ancor oggi stiamo pagando interessi su quel debito sabaudo!). Questo è uno dei principali motivi (se non l’unico) per cui fu fortemente voluta l’Unità d’Italia!

L’inarrestabile emorragia dell’emigrazione

Stante una situazione del genere, l’unico rimedio per le genti disilluse, affamate e sfinite fu quello di abbandonare la propria terra e di migrare in uno stato europeo più ricco o in uno extraeuropeo in via di sviluppo. Inizialmente furono scelte la Francia, la Svizzera, la Germania e l’Austria-Ungheria, mentre in seguito furono preferite le Americhe e l’Australia.

Fu un vero calvario verso cui andarono incontro milioni di contadini di mezz’Italia1, per i quali nulla fu fatto di concreto per scongiurare la tendenza all’espatrio. C’è chi ipotizza che il movimento migratorio fu visto come una panacea dalle autorità politiche dell’epoca e che addirittura fu incentivato. I lorsignori governanti, invece, avrebbero dovuto adoperarsi nelle aree interessate con un’efficace e massiccia politica di rinascita e di sviluppo, in modo da attenuare il divario economico tra le due parti d’Italia. Non lo fecero perché l’unificazione dell’Italia non aveva mai trovato posto nella loro mente, se non per realizzare forti e turpi interessi di parte. Anzi il divario andò via via acuendosi senza alcun controllo.

Perciò si decise di partire “per terre assaje luntane”, dove poter ricostruire pian piano una condizione di vita decente e dignitosa.

Spinti dalla miseria e dalla speranza di un futuro migliore, ma vittime della propria ignoranza ed analfabetismo, molti emigranti (veneti e meridionali) furono facili prede di sfruttatori, la cui propaganda fu spietata e scandalosa, tanto da promettere “ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigevano in America, dove le strade erano coperte d’oro e si mangiava a sazietà”.

Il lavoro degli agenti d’emigrazione fu impietoso, asfissiante ma anche molto redditizio. Questi uomini, senza cuore e con l’unico intento di ingrossare il portafoglio, arrivarono ad offrire anche il biglietto d’imbarco a quei poveri disgraziati, che furono costretti ad abbandonare la propria terra e gli affetti familiari più cari solo per estrema necessità di vita. Furono perfino consigliati a vendere la casa, le masserizie e il piccolo podere, per procurarsi il denaro per il viaggio e per il primo periodo di soggiorno. L’agenzia di emigrazione era solitamente un’impresa privata che aveva la sede principale nelle città costiere, come Palermo, Napoli e Genova. Gli agenti erano avventurieri che si recavano personalmente nelle zone in cui il tasso di espatrio era consistente per reclutare migranti e indirizzarli verso le compagnie di navigazione, disposte ad offrire provvigioni molto alte per ogni migrante arruolato.

Con la legge del 31 gennaio 1901 la figura dell’agente fu finalmente abolita. Prima di tale legge gli agenti privati dell’emigrazione erano ben 13.000! Il compito di arruolare i migranti fu perciò assegnato a una ventina di compagnie di navigazione, previa autorizzazione ministeriale. Naturalmente, per svolgere il loro lavoro, le compagnie avevano bisogno di subagenti e, soprattutto, di gente molto esperta. Ovviamente fu assunta buona parte di coloro che un tempo esercitavano in proprio la professione di agente. In pratica fu soltanto rivoltato il calzino, ma non sostituito.

emigrati

La partenza

I due maggiori porti italiani, Napoli e Genova, si divisero tacitamente i porti di destinazione. Il porto di Genova s’interessava del traffico migratorio verso il Sud America (Brasile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Cile). Il porto di Napoli, invece, organizzava i viaggi della speranza verso il Nord America e, successivamente, quelli in Australia.

I primi migranti furono inizialmente rappresentati da persone singole e soltanto verso la fine dell’800 furono raggiunti dai loro familiari.

Le tribolazioni per i migranti iniziavano ancor prima della partenza. Infatti, a differenza dei grandi porti europei dotati di “Ricoveri per emigranti”, quelli di Genova e Napoli non erano adeguati a gestire la grande massa di gente in attesa di imbarco. Infatti, «nelle stazioni marittime gli emigranti sono sottoposti a visita medica e i loro bagagli bonificati. Una volta espletate queste operazioni […] gli emigranti restano sulla banchina in attesa di partire». L’attesa era di non meno di dieci giorni e a volte superava anche il mese.

Con l’entrata in vigore della legge del 1901, le spese ‘in attesa dell’imbarco’ furono a totale carico delle Compagnie di navigazione. Ma anche in questo caso gli agenti, pur disponendo di locande autorizzate al ricovero, preferirono tenerle chiuse ed utilizzare case situate nei quartieri più sudici, ospitando i poveri migranti in ambienti con poca aria e luce, senza acqua, con pochissimi servizi igienici e con la gente che dormiva per terra o su appestati e nauseabondi giacigli. La presenza dello Stato era totalmente assente. Solo nel 1911, dopo il colera di Napoli, fu istituito il ‘ricovero obbligatorio di stato’ presso locande autorizzate, continuamente ispezionate e igienizzate.

Il grande traffico migratorio fu gestito soprattutto dalle compagnie di navigazione straniere, più organizzate e tecnologicamente avanzate, le quali già disponevano di confortanti piroscafi, mentre quelle italiane sfruttavano ancora bastimenti a vela obsoleti e poco idonei alle grandi traversate.

Si trattava di imbarcazioni prossime al disarmo, di vere e proprie carrette del mare. Questi “vascelli della morte” non potevano contenere più di 6-700 persone, ma ne caricavano più di 1.000 e partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Furono in molti a perire in quei tragici viaggi verso la speranza: 576 emigranti, quasi tutti meridionali, nel naufragio dell’’Utopia’, avvenuto nel marzo 1891 davanti al porto di Gibilterra; 549 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio del ‘Bourgogne’, avvenuto al largo della Nuova Scozia nel luglio del 1898; 1.198 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio dei due ’Lusitania’, avvenuti il primo nelle acque di Terranova nel 1901 e il secondo affondato da un sottomarino tedesco nel 1915; 550 vittime del naufragio del ‘Sirio’, avvenuto nel 1906 sugli scogli della costa spagnola di Cartagena. Ci sono innumerevoli altri casi, ma omettiamo di riportarli per questione di spazio.

In genere i migranti erano stivati in terza classe, in condizioni pietose e con scarsa igiene. In fondo non si trattava che di alcune “tonnellate umane” (così veniva chiamato il carico umano dei migranti) che “accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi”.

Per dormire, «l’emigrante si sdraiava vestito e calzato sul letto, ne faceva deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciavano orine e feci; i più vi vomitavano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’avevano ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, ciò che accadeva spesso, era lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente».

In tali condizioni, contrarre una malattia era molto frequente ed era inevitabile che alla fine di ogni viaggio si contassero diversi decessi.

Si pensi che molti furono i piroscafi a giungere a destinazione con delle perdite umane considerevoli. Il ‘Remo’, partito nel 1893 con 1.500 emigranti, registrò 96 morti per colera e difterite e fu respinto dal Brasile; l’’Andrea Doria’ nel viaggio del 1894 contò addirittura 159 morti su 1.317 emigranti (oltre il 12%); sul ‘Vincenzo Florio’ nello stesso anno i morti furono 120 su 1.321 passeggeri; nel 1894 sul ‘Carlo Riggio’ alla fine del viaggio si contarono ben 206 morti di cui 141 per colera e morbillo.

Oltre alle pessime condizioni igieniche e alimentari dei migranti, va osservato che, durante le avventurose migrazioni, su ogni nave vi era un solo medico, il quale disponeva di pochi medicinali e, paradossalmente, non vi erano né infermieri, né ambulatorio, né farmacia.

emigranti3

Finalmente l’arrivo!

Una volta giunti a destinazione, i migranti venivano sottoposti a rigorose visite mediche. Quelle effettuate dal personale sanitario statunitense erano accuratissime e prevedevano, inoltre, un periodo di “osservazione” per coloro che non superavano la prima visita medica. La località che ospitava i migranti “rivedibili” era l’isola di Ellis Island, nel golfo di New York. Al termine della “quarantena”, i migranti venivano sottoposti ad ulteriore visita medica e soltanto dopo ricevevano il nulla osta per entrare negli Stati Uniti. Erano in tanti i migranti che non superavano l’ultima visita, per cui erano costretti a tornare in patria. Le donne sole, anche se fidanzate, non potevano essere ammesse e dovevano celebrare il matrimonio con il proprio compagno, con un parente o un conoscente. I minorenni senza genitori dovevano trovare dei garanti e gli orfani dovevano essere adottati, altrimenti erano respinti.

Questo accadeva negli Usa, ma negli altri porti le visite mediche erano fatte con troppa approssimazione, per cui molti migranti portavano con sé a terra malattie gravi che, a volte, creavano veri focolai di epidemie tra le popolazioni locali.

da "Come eravamo"
da “Come eravamo”

In cerca di lavoro

Non appena i migranti toccavano terra, istintivamente erano portati a genuflettersi e ringraziare il buon Dio per averli fatti giungere a destinazione. Anche se affaticati, sporchi e laceri, quei poveri Cristo formavano compatti una sorta di associazione, che, meglio dei singoli, poteva curare i loro interessi e nel contempo difenderli da spregiudicati avventurieri locali. Insieme chiedevano lavoro, insieme si davano da fare per trovare casa e sistemarsi in quartieri dove già era presente una consistente comunità italiana, insieme facevano istanza alle autorità per essere garantiti nei loro principali diritti. Questo tipo di organizzazione diede il più delle volte ottimi risultati. Ed ecco che nelle grandi città americane si formarono spontaneamente le “Little Italy”, come a New York, Chicago, Montevideo, Buenos Aires, Sao Paolo, Sidney, Toronto.

Con pochissimi soldi in tasca ma con la grande voglia di lavorare, gli emigranti italiani non tardarono a trovare impiego. A loro furono riservate le fatiche più pesanti (rifiutate dai residenti), come le grandi opere stradali o ferroviarie, la costruzione di ponti e canali, la perforazione di gallerie, l’abbattimento di intere aree boschive, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alle famiglie rimaste in Italia. In questo modo, secondo il Commissariato dell’Emigrazione, negli anni precedenti la Grande Guerra le rimesse degli emigrati, frutto di risparmi, superarono i 500 milioni di lire l’anno (un’immensa fortuna, soprattutto per le banche italiane!).

I primi anni di lavoro furono durissimi, non tanto per il salario inadeguato al lavoro svolto, ma quanto per le assurde spese per acquistare medicinali, per usufruire del servizio medico-sanitario, per procurarsi un adeguato abbigliamento o per riparare la propria casa.

Molti non ce la fecero e s’indebitarono al punto da essere indotti a passare tra le fila dei malavitosi, ai quali si erano rivolti in precedenza per alcuni prestiti. I più continuarono tra mille stenti a portare avanti il lavoro massacrante e a tentare di trovarne un altro meno faticoso. Pochi furono baciati dalla fortuna, forse perché più intraprendenti e più votati al rischio.

Nell’Ovest americano e in Canada l’emigrazione italiana ebbe risvolti positivi in diversi ambiti: dal lavoro nei campi, alla coltivazione della vite e di altra frutta, alla pesca, al piccolo commercio. Nel 1910 le aziende agricole, di proprietà di italiani, erano già 2.500; in California, nel 1908, c’erano già cinque banche italiane, di cui la più famosa era la ‘Bank of America and Italy’.

Anche in Brasile alcuni migranti, dopo un periodo di sacrifici e stenti, riuscirono a costituirsi in cooperativa e ad acquistare la fazenda presso cui avevano lavorato. In pochi anni trasformarono quelle “colonie per dannati” in piccoli paradisi, dotati di ogni comfort, tra cui una chiesa, un piccolo ospedale, una scuola, una piazza in cui ritrovarsi la domenica, un teatro e, in seguito, un cinematografo.

Vi sono anche brutte storie legate ai migranti che racconterò solo superficialmente per non intristire ancor di più il lettore. Voglio soltanto ricordare che il 6 dicembre 1907, nelle gallerie della miniera di carbone di Monongah, cittadina del West Virginia, ebbe luogo il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d’America. Vi perirono ben 425 minatori, di cui 171 italiani. Ben più grave di quella di Marcinelle in Belgio (agosto 1956), in cui persero la vita 262 minatori, 136 dei quali italiani (alcuni erano originari di Casarano).

Conclusioni

Mi preme concludere la breve trattazione ricordando che questi “eroi della vita” hanno rappresentato, almeno per chi scrive, la parte migliore degli italiani; è stata gente autentica, fiera, forte, mai rassegnata a subire le sorti della vita, gente che ha osato sfidare “i tempi, il mare, l’uomo con i suoi innumerevoli tentacoli esiziali, un futuro con poche speranze”. Vanno tutti ricordati con grande rispetto e deferenza.

Coloro che rimasero in Italia e nulla fecero per trattenerli sul suolo patrio e farli vivere con dignità vanno messi all’indice, esposti al pubblico ludibrio della storia e… maledetti per sempre!

1 Precisazione – Dal 1870 sino alla Prima Guerra mondiale i migranti italiani furono ben 14 milioni!

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

Il patriota Bonaventura Mazzarella

Con il pensiero rivolto sempre alla libertà, all’unità e alla prosperità della patria

BONAVENTURA  MAZZARELLA

Fervente repubblicano e indomito patriota, dopo la sommossa napoletana del 15 maggio 1848, fonda a Lecce, con il Castromediano, il De Donno e altri rivoluzionari, il Circolo Patriottico Salentino, di cui è presidente. È eletto più volte deputato al Parlamento italiano.

 

di Rino Duma

 

Se non gli storici, pochi uomini sanno di Bonaventura Mazzarella e di molti dei suoi compatrioti. La storia, che da centocinquant’anni ci viene insegnata (forse perché di parte), ha inspiegabilmente sottaciuto le eroiche gesta di questo fiero e valoroso personaggio del Risorgimento meridionale.

Bonaventura nasce a Gallipoli il 6 febbraio 1818 (quattro giorni dopo Antonietta de Pace) da Carlo (1773-1854) e da Caterina Forsenito (1787-1850). Secondo di quattro figli [Rocco (medico), Domenico (notaio) e Annunziata Maria (non si hanno notizie di lei)], riceve dai genitori un’educazione esemplare, improntata sul rispetto, sull’impegno e l’amore nei confronti delle persone, soprattutto verso quelle bisognose e  sofferenti.

Della prima parte della sua vita, si hanno brevi e contraddittorie notizie. È comunque uno studente modello e ha sempre nel cuore le sorti della patria.

Da giovane frequenta assiduamente alcuni gallipolini, come Achille Dell’Antoglietta, Emanuele Barba, Epaminonda Valentino, Nicola Massa, Antonietta de Pace e altri giovani salentini, con i quali stabilisce duraturi ed efficaci rapporti d’amicizia. Spesso si riunisce presso la sua abitazione sita all’isola Briganti e qui si discetta su temi di filosofia, storia ma essenzialmente di politica.

In questo periodo va ricordata la partecipazione alla sfarzosa festa tenuta a palazzo Doxi-Stracca dai de Pace per festeggiare il ventesimo compleanno di Antonietta. Alla cerimonia è presente il fior fiore dei nobili della provincia, tra i quali Sigismondo Castromediano, la cui madre, Teresa Balsamo, è imparentata con i de Pace.

Gli anni giovanili di Bonaventura sono molto inquieti e turbolenti per via dei fermenti popolari che si respirano in tutt’Europa. Infatti, grazie alla costituzione di numerose sezioni della “Giovine Italia”, le idee mazziniane cominciano ad affermarsi e prendono piede in ogni angolo del paese, soprattutto nel meridione d’Italia. Gli ideali repubblicani e libertari svegliano dal torpore intellettuale le classi della borghesia e di certa una nobiltà, facendo breccia nel rattrappito pensiero di molte persone. Le varie monarchie europee e nazionali sono ritenute la causa principale delle disuguaglianze e sofferenze umane, per cui i sovrani tentano di arginare e ammansire il movimento liberale concedendo al popolo la “Costituzione”.

Negli anni ’40, il gallipolino si trova a Napoli per completare gli studi universitari [si laurea in legge (in utroque iure)], e qui frequenta circoli politici e salotti letterari e artistici. Con la mente già predisposta per natura ai principi di libertà e di democrazia, Bonaventura sposa con grande entusiasmo la causa mazziniana, sino a esserne convinto sostenitore e a farsi appassionato divulgatore.

Finalmente il 29 gennaio 1848, re Ferdinando II, anche perché pressato da altri sovrani italici e dallo stesso papa Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione. Per le città del regno è gran baldoria: si respira un’aria nuova e s’inneggia alla ritrovata libertà.

Solo Bonaventura Mazzarella e Antonietta de Pace sono molto diffidenti, memori anche del voltafaccia di Ferdinando I, il quale, nel 1820, prima concesse la carta costituzionale per poi ritirarla. In effetti, i due non si sbagliano. L’identica situazione si ripete a distanza di quasi trent’anni con il nipote Ferdinando II che, dopo appena quattro mesi, la sospende e poi la revoca definitivamente.

I motivi principali, che inducono il sovrano a rimangiarsi ogni cosa, son dovuti ai conflitti insanabili sorti tra i liberali e lo stesso monarca. Un importante scoglio, che viene solo in parte superato, è rappresentato dalla legge elettorale molto restrittiva e di parte (anche allora, come ora). Infatti, per essere eletto alla camera dei deputati, è necessario possedere una rendita annuale di 250 ducati, mentre per essere elettore bisogna avere un reddito di 20 ducati e aver compiuto venticinque anni. Coloro che non hanno tali requisiti vengono automaticamente esclusi dall’elettorato passivo e attivo. Le donne sono escluse dal voto. Le due imposizioni rappresentano delle grandi limitazioni e, soprattutto, determinano uno sbilanciamento della rappresentatività popolare verso i ceti più alti. Infatti, dopo la prima consultazione elettorale, sono per buona parte eletti personaggi appartenenti alle alte sfere nobiliari (più vicine al Borbone che non al popolo). Altra ristrettezza della neo Costituzione è dovuta al fatto che solo il 4-5% dei cittadini è chiamato a votare: un nonnulla! Tutto ciò, unito ad altre gravi carenze costituzionali, determina un aspro conflitto tra il sovrano e i liberali.

Si arriva al famoso 15 maggio 1848, giorno in cui re Ferdinando è chiamato a pronunciarsi sulla proposta di modifica del giuramento presentata dalla camera dei deputati. Il sovrano tentenna, mentre all’esterno del Palazzo Reale la popolazione inizia a rumoreggiare. Le discussioni tra le parti vanno per le lunghe, sicché durante la notte il sovrano, temendo un colpo di mano da parte dei liberali e della Guardia Nazionale, ordina al ministro dell’interno di dispiegare alcuni battaglioni di polizia e di soldati a protezione della casa reale e delle strade adiacenti. I liberali e i repubblicani non se ne stanno con le mani in mano. In breve tempo in Via Toledo e Via Santa Brigida si ergono delle barricate, dalle quali partono, purtroppo, alcuni colpi di moschetto all’indirizzo dei soldati borbonici. È l’inizio di un’insurrezione che durerà alcune ore, al termine della quale si contano 1.500 morti (c’è chi parla addirittura di quattromila!). Scatta immediata la repressione del sovrano, mentre intanto Antonietta de Pace, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Epaminonda Valentino e altri valorosi salentini, che si sono distinti sulle barricate, sono costretti a scappare da Napoli e rientrano nel Salento dopo lunghe traversie.

La notizia giunge a Lecce dopo quattro giorni e suscita nei cittadini sdegno, rabbia ed enorme dolore per i sanguinosi fatti napoletani. I repubblicani e i liberali, capeggiati da Bonaventura, Giuseppe Libertini e Sigismondo Castromediano, si organizzano e in breve tempo destituiscono le autorità borboniche e formano un Governo Provvisorio.

Il Mazzarella, nel frattempo, decide di dimettersi dall’incarico di Giudice Regio a Novoli, indignato e addolorato per quanto accaduto a Napoli. Il 22 maggio scrive al Procuratore del Re, motivando le dimissioni in una lunga e accorata lettera, che termina con la frase “…pertanto, preferisco stare dalla parte del popolo, piuttosto che dalla parte del re traditore”.

A fine giugno si costituisce il Circolo Patriottico Salentino, alla presidenza del quale è chiamato Bonaventura, mentre a vice-presidenti il martinese Michele Santoro (allora come ora un Santoro non guasta mai!) e Camillo Tafuri di Nardò, a segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno e Alessandro Pino. Ben presto, però, sorgono contrasti tra gli aderenti, alcuni dei quali sono Costituzionali, altri liberali moderati, altri repubblicani e altri radicali oltranzisti. A peggiorare la situazione, da Napoli giungono notizie poco confortanti, per cui, con il passar del tempo, molti iscritti si dimettono dal Circolo.

Ridotti, ormai, a un modesto numero di componenti, nella riunione del 15 luglio Bonaventura, con immensa tristezza e prostrazione d’animo, propone lo scioglimento del Circolo, piuttosto che rimediare una bruciante sconfitta. L’assemblea rigetta la proposta, ma il presidente insiste e presenta le dimissioni. Perdendo l’uomo più rappresentativo, il Circolo rimane acefalo e senza una guida sicura: dopo appena quindici giorni, chiude definitivamente i battenti. Stessa sorte tocca ai tanti circoli patriottici locali disseminati nella provincia, che, per effetto domino, si vedono costretti ad abbassare definitivamente la guardia.

Afflosciatasi la resistenza, le autorità borboniche e i vari Intendenti rialzano pian piano la testa, riprendendosi il potere e lasciandosi andare ad azioni repressive di inaudita violenza, in particolar modo nei confronti dei liberali radicali.

Intanto dalla capitale si muove verso le regioni insubordinate un esercito di quattromila uomini, coadiuvato da un nutrito corpo di cavalleria e da un’efficientissima artiglieria. La resistenza leccese è spazzata via nel breve volgere di poche ore. Scattano numerosi arresti dei vertici rivoluzionari e, tra questi, vi è Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Michelangelo Verri, Nicola Brunetti, Gaetano Madaro, Epaminonda Valentino e altri.

Per sua fortuna Bonaventura riesce a mettersi in salvo. Girovaga per alcuni giorni per le campagne salentine e si nasconde nei trulli abbandonati o in anfratti naturali; in seguito raggiunge Monopoli, per poi proseguire ad Ancona e quindi a Roma, dove si unisce ai garibaldini e combatte in difesa della Repubblica Romana. Dopo la disfatta, è costretto ad abbandonare la capitale e si rifugia temporaneamente a Corfù e quindi ad Atene.

Prima di allontanarsi dall’Italia, Bonaventura affida all’amico Angiolo Greco una lettera con la quale scagiona tutti i compagni patrioti impegnati nel Circolo Patriottico Salentino, addossandosi ogni colpa e ammettendo di essere l’unico autore degli atti e dei bullettini pubblicati.

Dopo la cruente repressione, i tribunali militari pronunciano sentenze durissime. Bonaventura viene condannato a morte con il 3° grado di pubblico esempio dal tribunale di Trani.

Per alcuni anni di lui non si hanno notizie. Si rifà vivo soltanto in prossimità della spedizione dei Mille, ma intanto lavora sotto banco in modo da tenere ben salde le fila dei cospiratori.

Finalmente Garibaldi sbarca a Marsala e avanza con speditezza verso la capitale. Bonaventura ne approfitta e rientra clandestinamente nel Salento. Il 7 settembre, dopo che Francesco II ha abbandonato Napoli per la più sicura Gaeta, l’eroe dei due mondi, con a fianco Antonietta de Pace ed Emma Ferretti, entra a Napoli con un seguito di appena ventotto garibaldini. La notizia giunge immediatamente a Lecce, dove la folla si riversa in Piazza Sant’Oronzo e inneggia all’unità e alla libertà. Per prevenire possibili ritorsioni a danno dei filoborbonici e per amministrare al meglio il pericoloso periodo di transizione, si crea immediatamente un Comitato Municipale Provvisorio. Ovviamente, in questo organo è presente anche Bonaventura, il quale redige il comunicato ufficiale della cacciata dei Borbone da Lecce.

Nel gennaio 1861 vengono indette le elezioni per il primo parlamento italiano. Bonaventura è eletto con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli.

Il suo impegno politico per la ricostruzione morale, sociale ed economica del Meridione si protrae per altri venti anni. Poi, improvvisamente, a seguito di una brutta polmonite, si spegne a Genova l’8 marzo 1882, lontano dalla sua amata Gallipoli.

Così si esprime Filippo Abignente alla camera dei Deputati per commemorare la scomparsa del patriota gallipolino.

“Nel risveglio nazionale del 1848 egli fu tra i più caldi della sua nativa provincia di Puglia e si adoperò tanto per la libertà che, venuta poi la reazione nell’anno seguente, fu processato e condannato a morte dal Tribunale di Trani. Si rifugiò a Roma, quindi andò in Grecia, e quivi ed emigrando in altri Paesi acquistò tutto quel corredo di cognizioni che rafforzò nell’animo suo l’amore al progresso, l’amore all’Italia. Restituita la patria a libertà i suoi Concittadini lo elessero a loro Rappresentante e dagli elettori di Gallipoli fu mandato Deputato fin dall’ottava Legislatura. Dall’ottava legislatura sino alla quattordicesima, quasi senza interruzione, Egli è stato nella Camera dei Deputati e sempre Egli ha seduto sui banchi della Sinistra, fedele alla Sua bandiera, dando esempio di probità politica superiore ad ogni elogio”.
Nota –  Nella redazione di questo articolo, alcune notizie mi sono state fornite dallo storico gallipolino Federico Natali, che, qui, pubblicamente ringrazio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Pizzichiccio, il brigante buono

Difendeva la sua patria, la sua terra, la sua gente e fu considerato un brigante

 PIZZICHICCHIO

Il brigante buono

di Rino Duma

Premessa

Da sempre il fenomeno del brigantaggio ha interessato e continua ancor oggi a interessare ogni parte del mondo (si consideri ad es. la pirateria somala, bengalese e i predoni maliani, ecc). Anche ai tempi dei Romani la storia ci tramanda esempi eclatanti di scorrerie legate al brigantaggio. Ad esempio, Plinio il Vecchio ci narra le vicende del brigante Corocotta in Cantabria (Spagna), per sedare le quali Ottaviano Augusto fu costretto ad impegnare una delle migliori legioni. Nello stesso periodo storico, molti pastori tarantini, per non pagare i pesanti tributi, preferirono riparare nei vicini boschi, per poi effettuare delle rapide scorribande, attaccare le disorientate milizie romane e fare immediato ritorno nella fitta boscaglia. Dopo alcuni anni, però, furono sconfitti e trucidati senza alcuna pietà: le loro teste, infilzate nelle lance, furono condotte in città come monito. Lo stesso Barabba era considerato un ribelle, un ladro. Nel Vangelo, Giovanni lo definisce un vero brigante, στής, lestés, truffatore, canaglia). Ci sarebbero innumerevoli altri casi di brigantaggio, ma omettiamo di considerarli per evidenti ragioni di spazio.

Il brigante “Pizzichicchio”

Cosimo Mazzeo nacque il 13 gennaio 1837 a San Marzano di San Giuseppe (Ta) da Pasquale e Maria Troilo. Sin da ragazzo dimostrò insofferenza nei confronti delle persone prepotenti, in particolar modo di coloro, come i grandi proprietari terrieri, che sfruttavano sino all’inverosimile i contadini. Questi erano costretti a lavorare dodici ore al giorno, dalla alba al tramonto (“de sule ‘n sule”, cioè di sole in sole, come si usava dire a quei tempi) in cambio di una paga molto modesta, che consentiva di acquistare appena il pane necessario per sfamare le loro numerose famiglie. Cosimo aveva un carattere fermo, deciso, ma era anche generoso e sensibile; si arrabbiava con chiunque usasse maniere forti nei confronti dei deboli e degli oppressi, arrivando perfino a litigare più volte con suo padre, quando questi usava modi molto rudi, soprattutto nei confronti degli altri fratelli. Lavorava duro, sempre profondendo il massimo e il meglio di sé e senza mai approfittarsi di nulla o lamentarsi della dura fatica. Unico difetto, se di difetto si può parlare, era quello di non sopportare le imposizioni e gli aspri rimproveri, al verificarsi dei quali perdeva i lumi della ragione e contestava ogni cosa, schierandosi sempre dalla parte degli umili e degli indifesi. Per questo carattere ribelle e sfrontato era tenuto alla larga dai signorotti del paese, che vedevano in lui un “rivoluzionario”, un uomo dalle “strane idee e modi irriguardosi”. Chi lo conosceva a fondo, però, lo considerava un giovane coraggioso, senza paura, che non si tirava mai indietro di fronte a palesi ingiustizie. Al compimento della maggiore età, Cosimo decise di arruolarsi nel Regio Esercito per venir fuori da quel mondo fatto di continui soprusi, vessazioni ed inganni. Ci rimase per poco tempo, perché venne messo in aspettativa dalle autorità militari, forse per qualche episodio di insubordinazione.

Subito dopo l’Unità d’Italia, il giovane, che inizialmente aveva appoggiato la spedizione di Garibaldi, da molti additato come l’uomo della Provvidenza, dovette subito ricredersi per via della politica molto dura e senza aperture sociali da parte del nuovo governo nazionale. In diverse circostanze manifestò pubblicamente sdegno e rancore nei confronti dei settentrionali, definendoli “sfruttatori senza cuore”. Avendo ricevuto la “chiama obbligatoria alle armi”, non accettò di indossare la divisa di soldato italiano1, per cui fu costretto a latitare, nascondendosi con il fratello Francesco ed altri tre compagni, dapprima nei vicini boschi e poi nelle quasi inaccessibili Grotte del Vallone2, dove vi rimase per un anno, senza mai essere scoperto dai carabinieri. Qui costituì il Nucleo Armato della Resistenza, che andò via via ingrossandosi.

Da quel momento il suo nome di battaglia fu “Pizzichicchio” (non si conoscono i motivi di tale soprannome), la cui fama valicò i confini del tarantino, diffondendosi ben presto nel materano, nelle Murge baresi, nell’alto e medio Salento.

Dalle autorità italiane fu considerato un pericoloso brigante, ma non lo era affatto, perché scelse di difendere con le armi, con l’onore e con il sangue la propria gente, la propria terra. Non fu un bandito comune, ma un “coraggioso partigiano”, reso tale dalle inique condizioni di vita imposte dall’invasore piemontese.

Pizzichicchio fu un uomo buono e generoso con i contadini, ai quali offriva protezione e sicurezza e dai quali riceveva riparo e vettovaglie. Con il passar dei mesi divenne uomo temutissimo da parte dei ricchi possidenti locali che, abiurando il governo borbonico, avevano accettato i “favori” del nuovo stato italiano. Come dire: i furbi, gli infedeli e i voltagabbana montano sempre sul carro del vincitore, chiunque esso sia. Per tale motivo Cosimo reagì con violenza nei confronti di costoro, assaltando le masserie, depredandole ed offrendo ogni cosa alla povera gente. La banda di Pizzichicchio, in meno di un anno, s’era ingrossata al punto da essere temuta dalle pattuglie dei carabinieri, che spesso subivano violenti attacchi.

Per contrastare efficacemente le forze dell’ordine, Cosimo preferì accordarsi con altri capi del brigantaggio meridionale, come Carmine Donatelli “Crocco”, il “Sergente Romano”, “Caruso, “Laveneziana” e “Ninco Nanco”. Queste opportune alleanze gli consentirono di muoversi con maggiore sicurezza nel territorio di sua competenza: il tarantino.

Il suo abbigliamento era sempre impeccabile. Indossava una giacca a doppio petto, una camicia bianca, i pantaloni in velluto nero e un cappello cilindrico con pomello pendente sulla sua destra, al pari del “fez” fascista.

L’episodio, che più d’ogni altro lo ha legato alla storia del brigantaggio, è rappresentato dalla presa di Grottaglie.

Correva l’anno 1862 e, come in molte altre realtà del Mezzogiorno, anche a Grottaglie era in atto una sorta di tacita guerra tra i “legittimisti”, cioè coloro che consideravano legittima la sovranità del deposto Re Francesco II di Borbone, e i “liberali”, ossia coloro che sostenevano strenuamente il neonato governo unitario.

I “legittimisti” erano in maggioranza rispetto ai “liberali”, per cui buona parte del popolo non si riconosceva nel nuovo stato. Anche a Grottaglie il malcontento si faceva sentire fortemente tra i contadini, i braccianti, gli ex-militari borbonici scampati alla deportazione ed i nostalgici di re Francesco II, il quale sosteneva finanziariamente e spronava la gente meridionale alla rivolta da Palazzo Farnese in Roma.

Il motivo che spinse Pizzichicchio ad “attaccare” Grottaglie è legato all’annuncio di “leva obbligatoria” fatto affiggere dalle autorità italiane sui muri del paese. La popolazione si ribellò energicamente, poiché temeva di perdere le forze lavorative più fresche e vigorose, la cui assenza avrebbe determinato un peggioramento delle già grame condizioni di vita. La rivolta fu facilmente sedata dalle forze dell’ordine, il cui duro intervento determinò la morte di due uomini e il ferimento di una decina.

Il 17 novembre 1862, Pizzichicchio, ferito nell’onore e nell’orgoglio, decise di marciare con i suoi uomini verso Grottaglie. All’ingresso in città, il popolo corse loro incontro accogliendoli al grido di “Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva li piccinni nuesce”. In poco tempo il gruppo di insorti ebbe facile sopravvento sulle deboli resistenze dei carabinieri. Dopo aver abbattuto lo stemma sabaudo, i briganti fecero razzia di fucili, sciabole, cavalli e muli; liberarono i detenuti, depredarono e bruciarono le case e svuotarono i negozi dei liberali.

Alcuni nobili fecero in tempo a fuggire, altri furono catturati, legati, portati di peso nella piazza principale e fatti oggetto di sputi e sbeffeggiamenti.

Dopo questo grave episodio di guerriglia urbana, Cosimo Mazzeo entrò nella leggenda e divenne uno tra i briganti più temuti del Meridione. Il “patriota” (così venne definito da alcuni storici locali dell’epoca) non si fermò a questa sola azione dimostrativa; infatti anche Erchie, Cellino San Marco ed altri paesi furono visitati e momentaneamente liberati.

Sua madre, Maria Troilo, lo ammirava come se fosse un dio, tanto da sfidare con tono e modi sprezzanti gli agenti della Guardia Nazionale e i carabinieri, definendoli imbelli e avvisandoli che, se l’avessero arrestata, Cosimo li avrebbe bruciati vivi.

Della sua banda facevano parte una quarantina di uomini, tra contadini, pastori e artigiani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, i quali vedevano in lui un vero condottiero, abile a muoversi nel territorio ed attaccare nei momenti più opportuni le forze dell’ordine.

La sua bella e appassionante storia finì all’improvviso. I carabinieri, ormai sulle sue tracce, lo pedinavano in continuazione e aspettavano un suo passo falso. In una mattina del giugno 1863, Cosimo con i suoi compagni si mosse dal bosco delle Pianelle, in una località chiamata “Tavola del brigante”, dove la banda aveva il suo quartier generale, per compiere razzie in una zona del Materano. I suoi movimenti, però, furono intercettati prima dal capitano Francesco Allisio, al comando di uno squadrone di cavalleggeri del reggimento Saluzzo, e poi dalla Guardia Nazionale di Taranto. I banditi, braccati per alcuni giorni, trovarono rifugio nella masseria Belmonte, ma furono quasi tutti uccisi. Cosimo riuscì a mettersi in salvo con alcuni fedeli compagni. Ormai, però, il cerchio gli si stava stringendo intorno. Sei mesi dopo fu segnalata la sua presenza nella masseria Ruggiruddo, in agro di Crispiano. Intervenne un folto contingente di carabinieri. Cosimo si nascose in una canna fumaria, ma fu scoperto e consegnato alla Corte marziale di Potenza, che lo condannò a morte. Il 28 novembre 1864, Pizzichicchio, il brigante leggendario, fu fucilato alle spalle, come si faceva con i traditori. Prima della fucilazione, l’uomo chiese ed ottenne di indossare la giacca a doppio petto, la camicia bianca, i pantaloni di velluto e il suo inseparabile copricapo.

A questo “nobile” brigante, a questo “piccolo grande” uomo, che tanto amò e difese la sua terra e che combatté strenuamente ogni prepotenza e sopruso degli uomini, mi sento in dovere di rivolgergli un sentito pensiero di ringraziamento.

È il minimo che si possa fare per lui.

1 Nota storica – Al tempo dei Borbone, il servizio militare era facoltativo, mentre diventò obbligatorio dopo l’Unità d’Italia.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

2 Nota storica – Oggi in queste grotte si celebra il suggestivo presepe vivente, che richiama annualmente un pubblico d’eccezione.

 

Una dolce storia d’amore realmente accaduta: La falce di luna

Una dolce storia d’amore realmente accaduta

LA FALCE DI LUNA

Le mamme ricorrono a qualsiasi espediente per meglio educare i propri figlioli

di Rino Duma

Il professore Mauro aveva da poco perso la cara mamma e, nonostante avesse chiesto al preside un lungo permesso per riprendersi dallo sconforto, non riusciva a staccarsi da quella figura dolce e amorevole, che lo aveva accompagnato e protetto per tanti anni. Era tornato a far lezione, ma senza impegnarsi con la necessaria serenità e con quel modo di fare premuroso e gentile con cui porgeva l’insegnamento quotidiano.

Di giorni ormai erano trascorsi oltre una trentina, ma Mauro continuava ad essere imbronciato e poco comunicativo, tanto da mettere a disagio persino i suoi amati alunni. In molti avevano cercato di schiodarlo da quella profonda afflizione e di rincuorarlo con le dovute maniere e affettuosità, ma lui non aveva saputo reagire.

Ad alcuni alunni, che cercavano in ogni modo di lenirgli il dolore, rispondeva che sarebbe tornato pian piano ad essere l’insegnante d’un tempo.

Una mattina a scuola, durante l’intervallo, Peppiniello, uno ragazzino napoletano tra i più stravaganti e negligenti di seconda media, che da un anno aveva perso la madre in un incidente stradale, rivolse al suo amato professore un inconsueto invito.

Professò, posso farvi compagnia in questi quindici minuti di ricreazione?… Non mi va di stare con i compagni e di giocare con loro”.

Perché ti rifiuti di stare con loro, perché continui a mantenere questo assurdo distacco?… In fondo sono tuoi compagni e ti hanno accolto molto bene due anni fa”.

No, professò, non ho niente contro di loro, anzi. Il guaio è che, dopo aver perso la mia cara mamma, la parte migliore di me è andata via con lei…” – gli rispose con molta amarezza il ragazzo – “…Professò, per certi versi, noi due siamo uguali: solo io posso capire quanto voi soffriate”.

Nell’ascoltare quelle dolci parole, Mauro gli passò dolcemente la mano sul viso, accarezzandolo più volte e dandogli infine un affettuoso pizzicotto.

Io… io non dormo più la notte, sebbene sia trascorso quasi un anno da quando mi ha salutato…” – continuò il ragazzo nel suo dire – “…Se ben ricordi, professò, m’ero rimesso a studiare di lena, perché soltanto voi eravate riuscito ad infondermi il necessario coraggio e l’amore per lo studio… Papà, d’altra parte, pensa soltanto a lavorare e a tirare innanzi la famiglia. Non posso pretendere da lui di essere amato per come mi amava la mamma. Professò, mi manca tanto il suo amore, ma mi manca anche il vostro!… Vi prego, venite fuori dai vostri tormenti: state spargendo ovunque un malumore esagerato. Vi prego, professò, tornate a sorridere come un tempo!”.

Te lo prometto, Peppiniello…” – rispose Mauro, con un groppo alla gola – “…Sarà questione solo di qualche giorno!”.

Peppiniello riprese fiato e fiducia. Mauro gli si avvicinò, ponendogli il braccio sulla spalla, quasi a volergli manifestare piena gratitudine per le sincere esternazioni.

Professò, vi posso offrire una tazza di caffè?… Non lo prendete da diversi giorni!… Proprio voi che eravate tanto legato al caffè!…” – rispose il ragazzo, ora più rinfrancato – “…Se non vado errato, ne prendevate due-tre qui a scuola, figuriamoci quanti in tutta la giornata!… Allora, mi date quest’onore, professò?… forse vi aiuterà a farvi riprendere!”.

Mauro si fermò all’istante a fissare con dolcezza il ragazzo e a concedergli un sorriso appena abbozzato. Sembrava che quel figliolo fosse stato mandato dalla Provvidenza a strappargli dal cuore ogni pena.

Sì, Peppiniello, lo accetto ben volentieri, ma pretendo da te una solenne promessa!”.

Di che si tratta, professò!”.

Devi promettermi che cambierai subito il tuo modo di essere. Non mi piaci come sei e come ti rapporti con i compagni… Tu sei molto disordinato e arruffone, lasci a desiderare anche sul piano dell’impegno e inoltre non curi molto la tua persona, l’aspetto, il comportamento. Sono dell’avviso che se tu migliorassi, saresti di gran lunga superiore ai tuoi compagni. Grazie a Dio, in quanto ad intelligenza, intuito e sensibilità, tu ne hai da vendere”.

Professò, avete ragione, ma da quando è andata via la mamma, ho una tale malinconia e una sfiducia nella vita, che non mi va di far nulla… Sono un po’ come siete voi adesso…” – rispose il ragazzo con sincerità – “…Se voi foste più vicino a me… io… io vi giuro che sarei più diligente ed educato… sarei il primo della classe!… Professò, vi prometto che cambierò… ma dovete cambiare pure voi!”.

Va bene, Peppiniello, mi sta bene… accetto l’impegno!…” – promise Mauro con tono rassicurante – “…Ora, però, considerato che stiamo parlando delle nostre mamme, intendo raccontarti un aneddoto legato a lei, a mamma Francesca. La singolare storiella che sto per raccontarti è stata per me fondamentale, poiché ha contribuito in maniera determinante alla mia formazione umana e professionale. Perciò, seguimi con molta attenzione!”.

Professò, iniziate pure, sono tutt’orecchi!”.

Quand’ero bambino, t’assomigliavo in tutto… ero confusionario, disobbediente, ribelle, trasandato, superficiale e intento solo ai miei dolci trastulli. Mia madre era sempre in pena per me: mi sgridava, mi metteva in castigo, mi dava qualche ceffone per farmi rinsavire, mi accusava a mio padre, ma io non cambiavo mai nei comportamenti. Poi, modificò completamente tattica. Cominciò ad usare le buone maniere, mi inondò di sorrisi, di carezze e di buoni consigli. Per ammansirmi, farmi studiare e lavare più spesso, mi raccontava che i desideri di ogni bimbo crescono rigogliosi soltanto in mezzo alle stelle, nei giardini di Dio, e si possono raccogliere utilizzando unicamente una falce di luna”.

All’improvviso, qualcosa di diverso e meraviglioso stava sbocciando in me.

Mamma, come faccio ad averne una!” – osservavo candidamente.

Basta sognarla, figlio mio, ma, quel che più conta, è necessario svegliarsi stringendola in mano, a riprova di aver mietuto durante la notte le tue brame, i tuoi piccoli progetti. Essi si avvereranno pochi per volta, a seconda della loro importanza”.

Ma è impossibile!…” – le dicevo incredulo – “…E’ un sogno strano, molto strano… non ci riuscirò mai!”.

Sta’ tranquillo, amor mio… Con un po’ di pazienza e tanta buona volontà, ce la farai. A patto, però, di studiare molto e di lavarti ogni due giorni i capelli per scacciare i pidocchi e i cattivi pensieri. Se coltiverai i buoni sentimenti, la luna non tarderà a calarsi nei tuoi sogni e si avvicinerà tanto, ma così tanto, da poterla afferrare con un semplice gesto di mano. Quindi, stai attento e ricòrdati che nella tua mente non deve esserci neanche l’ombra di una cattiva idea, né il residuo di una piccola bugia o la traccia di una disobbedienza. Promesso, allora?!”.

Sì, mamma, promesso!… Ci tengo tanto che i miei sogni si avverino!”.

Lei non avrebbe mai immaginato che, in cima a miei desideri, ci fosse la voglia ardente d’averla per sempre accanto a me. Per accelerare i tempi, non trascorreva sera senza rivolgere in cielo l’avido sguardo per catturare la virgola d’oro e condurla tra i sogni. Ma invano.

Sei ancora piuttosto monello, devi lavarti a lungo e più spesso!…” – si giustificava quella santa donna di fronte alle mie ripetute lamentele – “…Anzi, làvati tutto, sino in fondo… e studia, studia più che puoi!… Solo se ascolterai i miei consigli, la luna verrà a visitarti in sogno. Ne sono sicura, tesoro mio!”.

Ed io, sebbene fossi diventato un angelo, un candido angelo dall’odor di bucato, uno studente modello, non fui mai premiato al risveglio.

Evidentemente non ti sei impegnato al massimo, oppure ti sei lasciato ammaliare da qualche piccola tentazione…” – concludeva la mamma, quando ormai non bastavano due mani per contare i miei anni.

Le ho sempre creduto… e tuttora mi viene da crederle. Eppure sono convinto di aver mancato per un nonnulla l’aggancio ai miei sogni. Di essi, solo pochi si sono avverati nel tempo.

Perciò, Peppiniello, attendo impaziente e sicuro che un giorno non molto lontano qualcuno mi svegli su uno spicchio di luna, su un mondo diverso, più dolce, più umano, in mezzo alle stelle ad un passo da Dio, per poter finalmente godere dei miei desideri innocenti, rimasti ancora sospesi… lassù!”.

E’ finita, professò?!” – disse mezzo estasiato Peppiniello.

Sì… è finita”.

Quanta è stata bella, professò!… E come avete parlato bene!… L’avete raccontata come se fosse una favola…” – osservò molto intenerito il ragazzo – “…Solo ora riesco a spiegarmi il motivo della vostra tristezza”.

Sai perché ci ho tenuto tanto a raccontarti la storiella su mia madre?”.

Sì, professò, ho capito tutto. Vostra madre vi ha preso continuamente in giro… ma nel senso buono della parola. Vi ha fatto credere che tutti i desideri, anche quelli impossibili, si possono avverare, si possono realizzare, ma a costo di meritarseli. Vostra madre s’è comportata un po’ come la mia, che ha tentato ogni giorno e con ogni mezzo di addolcirmi la vita e di presentarmela non come una stracciona, qual è, ma come un’elegante signora dal volto di Madonna”.

Bravo, Peppiniello, bravo!… Finalmente hai capito perché sono tanto depresso. Dopo la sua scomparsa, mi sono ritrovato immensamente povero, pur vivendo tra tante premure, affetti e attenzioni” – concluse il professore con un filo di voce – “…Credimi, Peppiniello, ogni qualvolta vedo in cielo la falce di luna, è come se vedessi lei… mamma Francesca!”.

Quindi, professò, la falce di luna è vostra madre?!”.

Sì, Peppiniello, è proprio lei!”.

Professò, rispondetemi sinceramente… esiste anche la falce di sole?”.

Sì, solo che non si chiama con questo nome!”.

E con quale, allora?!”.

Si chiama… eclissi di sole… e si manifesta quando la luna s’interpone tra la terra e il sole, lasciando filtrare solo una parte della stella e pertanto si verifica l’eclissi di sole”.

Che brutto termine, professò!… Non mi piace, io la chiamo meglio… falce di sole!”.

Fa’ come vuoi!”.

Ora, professò, perdonatemi se per voi faccio un paragone, un accostamento”.

Quale paragone?!… Peppiniello, non capisco!”.

Professò, se mamma Francesca è stata per voi una falce di luna… voi per me siete un astro più splendente ancora… voi… voi siete… una falce di sole!”.

Stavolta Mauro s’azzittì, piegò la testa, rimise il braccio sulle spalle di Peppiniello ed insieme rientrarono in classe.

La stupenda storiella d’amore era servita ad entrambi.

Oggi Peppiniello è un valente professionista.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Il fascino della Storia: La donna dei Lumi

 di Giuseppe Magnolo

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Nella sua terza opera di genere narrativo Rino Duma affronta il romanzo storico incentrandolo su una figura femminile del risorgimento italiano, considerato da un punto di vista prevalentemente meridionalista. La Donna dei Lumi è stato pubblicato da Lupo Editore a marzo del 2012, con un saggio introduttivo da parte di chi scrive, di cui riprendiamo i contenuti essenziali con alcune riflessioni suggerite dal recente evolvere degli eventi nel nostro paese.

Come nelle sue precedenti opere narrative, risulta evidente l’intento dell’autore di fornire una precisa contestualizzazione temporale, che in La Falce di Luna (2004) è costituita dall’impegno sociale del protagonista in una dimensione contemporanea, mentre la palingenesi sociale contemplata in La Scatola dei Sogni (2008) parte dall’attualità per investire addirittura il futuribile. Ma in quest’ultimo lavoro si coglie il bisogno dello scrittore di ritrovare in una dimensione storica un po’ più remota le radici dei propri ideali politici e sociali.

Non è difficile comprendere le ragioni della scelta di Rino Duma di operare nell’ambito di un periodo storico così rilevante riguardo alla genesi ed alle possibilità di tenuta dello stato nazionale italiano, focalizzando la sua attenzione su un personaggio come Antonietta de Pace, donna di forte personalità, che si è battuta per i propri ideali con dignità e fierezza. Va ricordato che l’Ottocento ha rappresentato veramente un periodo di rinascita nazionale. Il grande disegno coltivato dagli spiriti liberi del risorgimento italiano era incentrato sull’amor di patria, incardinato sugli ideali illuministici (libertà, uguaglianza, fraternità), culminati nelle rivoluzioni americana e francese di fine ‘700. Ed anche le imprese napoleoniche avevano contribuito all’esaltazione dello spirito di nazionalismo, già presente in molti stati europei sin dal rinascimento, con l’affermazione di dinastie di sovrani riconosciuti a livello nazionale. La caduta di Napoleone e la conseguente restaurazione dei vari dispotismi non riuscirono tuttavia a spegnere gli entusiasmi rivoluzionari rivolti ad ottenere riforme sociali più democratiche,superando la frantumazione in vari staterelli per giungere all’unità nazionale, e contrastando il potere temporale dei papi nello stato pontificio, che agiva da diaframma fra nord e sud creando forti ostacoli all’unificazione.

E’ su questo sfondo storico-sociale che si svolge l’esistenza di Antonietta de Pace (1818-1893), nata a Gallipoli in una famiglia della ricca borghesia cittadina, che assorbì sin dall’infanzia idee liberali e progressiste, unite ad una particolare sensibilità verso le condizioni di malessere dei ceti sociali più poveri. Non sorprende il fatto che attorno a lei già ruotassero varie figure di aderenti a sette sediziose pronti all’insurrezione (il padre, lo zio, il cognato, vari amici intimi). Sappiamo infatti che dietro ogni grande figura di rivoluzionario esiste spesso un marcato ascendente di origine familiare.Ma è probabile che nel determinare l’abito mentale della giovane de Pace abbiano concorso anche motivazioni di natura psicologica, come il fatto di essere cresciuta in una casa di sole donne (era ultima di quattro figlie), in cui la presenza maschile era o delegittimata (un fratello adottivo dal comportamento assai controverso), oppure improvvida (l’avventata attività finanziaria del padre, morto in circostanze dubbie lasciando la famiglia fortemente indebitata). Si tratta di elementi atti a produrre in lei una forte spinta verso l’autoaffermazione, inducendola ad affiancare gli uomini per cospirare, combattere sulle barricate, affrontare con tenacia e spirito indomito l’arresto e la lunga detenzione.

E’ evidente il grande interesse, ed anche l’ammirazione, dell’autore per questo personaggio, sì da poter vedere in questo intenso e sincero afflato partecipativo, più che nell’innegabile ampiezza e organicità dei riferimenti storici, il principale elemento distintivo di questo romanzo rispetto ad altre opere sullo stesso argomento. La protagonista è sempre rappresentata in modo da non venir mai meno al suo ruolo di eroina positiva, determinata e sprezzante del rischio, al punto da essere tenuta in grande considerazione dallo stesso Garibaldi, che oltre ad essere un condottiero era anche abile stratega e conoscitore delle motivazioni che sottendono l’agire umano. Né è di poco conto il fatto che per la sua scarcerazione dopo l’arresto e durante il processo si mobilitasse non solo una parte consistente dell’opinione pubblica nazionale, ma anche le sedi diplomatiche di molti stati europei.

La valenza esemplare attribuibile alla protagonista peraltro è suggerita dall’autore nel titolo del romanzo. Infatti “la donna dei lumi” è un epiteto che racchiudenon solo un riferimento ai lumi della ragione, ma anche alla intensa passionalità che esaltava nella protagonista l’amor patrio, e al tempo stesso connotava il suo universo affettivo e relazionale. Metaforicamente vi è anche un’allusione al bisogno del personaggio di vivere mantenendo costantemente ‘un lume acceso’, ossia avendo sempre un ideale elevato da coltivare. E non è trascurabile che questa “donna di frontiera”, dopo il compimento dell’unità d’Italia, abbia deciso di non vivere di rendita come un qualsiasi politicante, per dedicare le sue energie alla formazione dei giovani nell’ambito dell’organizzazione scolastica.

Una costante nella scrittura di Rino Duma è costituita da una concezione funzionale del prodotto artistico-letterario, una caratteristica che si riscontra non solo nelle sue opere narrative e teatrali ma anche nella sua ampia saggistica. La sua vocazione letteraria risponde essenzialmente ad una “esigenza di didassi”, sia nel senso dell’autoapprendimento (l’autore che mediante la ricerca conosce, riflette, produce) che in quello didascalico (l’invito al lettore a condividere i risultati della ricerca, a tentare di orientarsi, a maturare il suo senso critico). Pertanto il lettore-target a cui può essere destinata un’opera siffatta è preferibilmente rappresentato dai giovani, spesso in cerca di esempi e contenuti motivanti, che possono fornirgli indicazioni sia di metodo (il rigore nel vaglio documentale) che di merito (l’educazione ai valori condivisi).

Dal punto di vista letterario esce confermata anche la tendenza dell’autore verso la drammaturgia, non per nulla i suoi esordi come scrittore sono avvenuti nell’ambito della produzione di opere teatrali. Questo rende conto del fatto che le parti dialogate in questo romanzo, come nei precedenti, siano così frequenti. Oltre a vivacizzare la narrazione dandole carattere di immediatezza, l’interazione dialogica tra i protagonisti agisce da integrazione (ma anche da contrappunto) ai riferimenti di carattere storico. La storia, come in fondo la vita stessa, altro non è che un grande palcoscenico in cui c’è spazio per i protagonisti (Antonietta, i compagni di fede, i familiari), comprimari e caratteristi (figure di spicco come Garibaldi, e così Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, ed altri), semplici comparse (amici, servitori, faccendieri, delatori, funzionari pubblici, opportunisti di turno), sino ai personaggi negativi (Ferdinando di Borbone, Michele de Pace, i giudici che infieriscono con pene esemplari sui presunti cospiratori, i comandanti militari sabaudi che fanno strage di popolazioni inermi).

Su questo scenario dolente lo scrittore proietta la percezione di un’Italia politicamente frantumata, e idealmente divisa in molteplici motivazioni contrapposte: neoguelfi sostenitori del papa contro propugnatori dello stato laico, monarchici contro repubblicani, liberali cavouriani contro mazziniani, borghesi contro popolari, ‘piemontesi’ contro terroni meridionali. Soprattutto egli tiene a far emergere con chiarezza (e con rammarico) l’attuazione di una deliberata politica di spoliazione da parte del nord verso il sud dopo il conseguimento dell’unità, con la sottrazione di ampie risorse le cui conseguenze perdurano a tutt’oggi, nonostante il contributo decisivo dato dalle popolazioni del sud sia con l’impiego di mezzi finanziari (interi patrimoni personali estinti per sostenere logisticamente e militarmente la causa insurrezionale) che con l’enorme sacrificio di vite umane.

Al contrario delle parti espositive dell’opera, scrupolosamente attente alla convenzionalità del linguaggio adoperato con gravitas quasi notarile, le parti dialogate riescono certamente più vivaci e accattivanti, in quanto l’autore dimostra notevole inventività e perizia nell’adottare diversi registri linguistici.Lo stile si mantiene costantemente fedele ad un criterio cartesiano di chiarezza e distinzione, che deriva non solo da personale inclinazione ma soprattutto da un’alta considerazione verso il potenziale lettore, che induce l’autore ad evitare qualunque rischio di fraintendimento. Il modulo narrativo adottato è quello del romanzo realista, rivolto da un lato a fornire riferimenti fattuali ed evidenze che li supportano, dall’altro a presentare i personaggi soprattutto “in situazione”, ossia in circostanze di tipo relazionale che ne esplicitano le convinzioni a livello pratico e comportamentale. Si coglie quindi una cura estrema nell’uso dei mezzi espressivi, che ha come obiettivo prevalente la pregnanza concettuale.

Nello sviluppo complessivo dell’itinerario letterario dello scrittore quest’opera rappresenta un punto di arrivo di rilevanza assoluta. L’intervallo di diversi anni tra questo romanzo e le precedenti opere narrative testimonia il suo enorme lavoro di ricerca e maturazione interiore, finalizzato a definire con fermezza le proprie convinzioni e i principi su cui esse poggiano. In sostanza si può affermare che il timone di Rino Duma come scrittore è sempre orientato nella stessa direzione, quella di voler mettere in discussione l’esistente per operare un cambiamento positivo, ma mantenendo ben salda la consapevolezza delle proprie radici. Sotto questo aspetto è lecito vedere in Mauro De Sica, Joe Harrus e Antonietta de Pace (i protagonisti dei suoi tre romanzi) quasi le tre facce di un prisma triangolare, che però nasconde nella base il profilo dello stesso autore. Il che equivale ad identificarli come espressione delle sue aspirazioni ideali, il prodotto di una pulsione identificativa che ha bisogno di caratterizzarsi con connotati apparentemente diversi ma sostanzialmente identici, e che auspicabilmente ha ancora qualcosa di importante da dire.

Riteniamo opportuno aggiungere qualche considerazione conclusiva, che ci viene suggerita dalle mutate condizioni in cui ci troviamo a scrivere. Infatti a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione del romanzo la situazione politico-sociale sembra aver subito un profondo sconvolgimento,e non soltanto in Italia ma anche a livello europeo. Se da un lato questo ha consentito al nostro paese di uscire fuori da uno stato di prostrazione e sconcerto morale, dall’altro ha dato consapevolezza di essere sprofondati in una crisi recessiva così grave come non si registrava dal secondo dopoguerra, con conseguenze che imporranno lacrime e sangue per un lungo periodo a venire. Alle difficoltà economiche si sono poi aggiunti anche gli effetti devastanti recentemente prodotti da una intensa attività sismica, insolitamente protrattasi oltre ogni previsione. Alla luce di tali eventi, è possibile riconsiderare anche gli effetti e la portata che la ricerca storiografica può avere nei mutamenti imposti dalla realtà contingente. Siamo convinti che proprio in tempi problematici come questi occorra ritrovare le giuste motivazioni che possono dare speranza di rilancio, riscoprendo i valori fondanti del vivere sociale, che sono lo spirito di sacrificio, il senso di solidarietà, e soprattutto la capacità di adattamento necessaria a fronteggiare l’emergenza. Ma se proviamo a confrontare le difficoltà presenti con le enormi traversie che la memoria storica può trasmetterci, forse potremo anche recuperare un po’ dell’entusiasmo e dello spirito fattivo che ha contraddistinto chi in passato si è adoperato per porre in essere una patria comune.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

EPAMINONDA VALENTINO

Di origini napoletane ma gallipolino d’adozione

EPAMINONDA VALENTINO

di Rino Duma

Epaminonda Valentino è da considerare uno tra i più determinati e attivi perasonaggi del Risorgimento salentino. Epaminonda (chiamato Mino dai familiari e amici) nacque a Napoli il 3 aprile 1810 da Vito, consigliere d’Intendenza di Napoli e da Maria Cristina Chiarizia, i cui familiari parteciparono ai sommovimenti che precedettero la Repubblica Partenopea del 1799.

La famiglia Valentino si trasferì ben presto a Gallipoli per motivi di lavoro. Il padre Vito, essendo molto facoltoso, acquistò il palazzo Doxi-Stracca (oggi palazzo Fontana, in Via Micetti) e il casino di campagna Stracca, a poca distanza da Villa Picciotti (l’attuale Alezio).

Il ragazzo crebbe in una famiglia di spiccate idee liberali, cosicché, sin dall’infanzia, fu influenzato notevolmente nella sua formazione culturale e spirituale. Da giovane studente frequentò scuole tra le più famose del napoletano e del Salento, in cui insegnavano i migliori educatori, che contribuirono ancor di più a fortificargli l’idea repubblicana. Aveva in odio il sovrano Ferdinando I di Borbone, il quale, rimpossessatosi del Regno di Napoli, dopo il periodo di occupazione francese, si lasciò andare a una repressione spietata nei confronti dei liberali e, soprattutto, dei giacobini.

Sin da giovane, entrò a far parte dei movimenti settari napoletani, e, forse anche, si iscrisse alla setta carbonara gallipolina “L’Utica del Salento”, capeggiata dai fratelli Antonio e Gregorio de Pace. Questa setta, mitigata negli atteggiamenti politici, era antagonista di un’altra setta cittadina “L’Asilo dell’Onestà”, molto più attivista e intransigente, i cui aderenti si macchiarono di alcuni omicidi nei confronti di gallipolini “Calderari”, fedeli al sovrano.

Con ogni probabilità, frequentando la setta carbonica, ebbe la possibilità di conoscere Rosa de Pace, figlia di Gregorio e sorella della più famosa Antonietta, con la quale stabilì, sin dal 1830, un rapporto sentimentale segreto (Rosa aveva all’epoca solo quindici anni). Qualche anno dopo (1836) i due decisero di convivere, anche perché la sua compagna era rimasta incinta. Nel mese di settembre di quello stesso anno nacque il figlio Francesco, che morirà nell’estate del 1866, all’età di trent’anni, nella battaglia di Bezzecca, al seguito di Garibaldi, nella terza guerra d’indipendenza. Non essendo ancora sposati, al figlio fu assegnato momentaneamente il cognome di Onorati e solo dopo il loro matrimonio, avvenuto nel 1838, gli fu attribuito il cognome del padre. Nel 1841 nacque la secondogenita Laura.

A cavallo degli anni ’30 e ’40, la coppia risedette ora a Napoli ora a Gallipoli, per via dell’attività commerciale dell’uomo, ma soprattutto per la sua intensa attività politica.

Epaminonda tesseva le relazioni tra i repubblicani salentini e quelli napoletani, rischiando il più delle volte di essere arrestato dalla gendarmeria borbonica, perché in possesso di documenti molto compromettenti. Il giovane repubblicano si spostava in continuazione da Napoli verso le varie città salentine e da queste ritornava nella capitale per tenere vivi e costanti i contatti tra gli affiliati.

Ben presto s’iscrisse alla “Giovine Italia” napoletana e divenne personaggio di spicco, insieme al tarantino Nicola Mignogna, al leccese Giuseppe Libertini e ai concittadini Bonaventura Mazzarella, Francesco Patitari ed Emanuele Barba, tre eminenti personaggi gallipolini, insieme ai quali costituì una sezione cittadina legata al movimento mazziniano.

In questa importante opera di “tessitura politica” fu aiutato dalla cognata Antonietta de Pace, che salirà alla ribalta della cronaca per l’intraprendenza e il coraggio evidenziati durante la sommossa napoletana del 15 maggio 1848 sulle barricate di Via Toledo e in occasione del processo contro di lei intentato e dal quale si salvò grazie ad un verdetto “pari” dei giudici napoletani.

Epaminonda e Antonietta formarono un binomio importantissimo nella lotta antiborbonica, tanto che ogni operazione politica era vagliata dai due, prima della necessaria autorizzazione a procedere.

Per l’intensa attività politica, la polizia borbonica aveva incluso nella lista delle persone “attendibili” di Gallipoli Epaminonda, insieme a Stanislao de Pace (zio di Antonietta) e ai fratelli Francesco e Giuseppe Patitari.

Nonostante tutto, Epaminonda fu proposto, in alcune circostanze, come il più “desiderato” a occupare la carica di sindaco della città: una prima volta nell’agosto del 1838, una seconda nel luglio del 1842. In entrambi i casi il suo nominativo fu categoricamente scartato dall’Intendente cittadino.

Sebbene ci fosse stato il netto rifiuto dell’autorità borbonica, nell’agosto del 1844, il Decurionato di Gallipoli ripropose il suo nome alla prima carica cittadina. Il Valentino, convinto che l’Intendente avrebbe rifiutato ancora una volta la sua nomina, scrisse a costui un’ampia e dettagliata lettera, in cui esponeva le ragioni della rinuncia, addebitandole ai numerosi impegni di vita e alle sue non perfette condizioni di salute. L’Intendente inviò la lettera al Decurionato perché ne prendesse atto e presentasse, in sua vece, un altro nominativo. Il massimo collegio cittadino, riunitosi il 1 ottobre di quell’anno, invalidò le motivazioni addotte dal Valentino, sicché ripropose all’Intendente la sua candidatura, ma, ancora una volta, da questi fu rigettata. Anche nel 1845 Epaminonda ebbe un’ulteriore bocciatura in occasione del suo ingresso nel Consiglio Provinciale.

Nel 1848, subito dopo la concessione della tanto agognata Costituzione da parte di re Ferdinando II, Epaminonda, insieme ad Antonietta, Bonaventura, Emanuele, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Luigi Settembrini e Nicola Mignogna, combatterono eroicamente sulle barricate a Napoli, dopo che re Ferdinando II s’era rifiutato di apportare alcune modifiche alla appena nata Costituzione. La guerriglia tra la Guardia Nazionale (a difesa dei Liberali) e la polizia borbonica fu impari. In poco meno di un’ora furono spazzate via le barricate a colpi di cannone e sulle strade rimasero i corpi esanimi di quasi mille rivoluzionari.

Dopo lunghe peripezie, i nostri gallipolini ritornarono nel Salento e costituirono un comitato d’azione in difesa della Costituzione, momentaneamente sospesa dal sovrano.

In tutta la Terra d’Otranto ci furono grandi manifestazioni di piazza che portarono alla destituzione delle autorità locali, nei confronti delle quali non fu però torto un solo capello. Fu armata sufficientemente la Guardia Nazionale che soppiantò la polizia borbonica, alla quale fu tolto ogni tipo di arma per neutralizzare una potenziale reazione.

Epaminonda e Bonaventura, insieme a Sigismondo Castromediano, costituirono a Lecce il Circolo Patriottico Provinciale, cui seguì la nascita, in quasi tutti i paesi del Salento, dei circoli patriottici cittadini. In pochi giorni l’intero Salento era pronto a reggere un eventuale urto delle forze borboniche che da Napoli si muovevano verso le terre in agitazione.

L’euforia era tanta ma la paura di essere attaccati dall’esercito borbonico cresceva in ogni salentino con il trascorrere dei giorni. La resistenza, che prima era compatta e determinata, ora iniziava a scricchiolare, soprattutto per le notizie che provenivano da Napoli attraverso la stampa. Un esercito di ventimila uomini (era di soli quattromila) e una flotta di navi da guerra muovevano verso la Calabria e la Puglia. I liberali moderati (erano in tanti) che facevano parte dei vari Circoli Patriottici decisero di rinunciare alla rischiosa impresa, anche perché erano stati sobillati dalle autorità borboniche esautorate. Epaminonda e Antonietta si recarono in diverse città salentine per mantenere alta la tensione e unita la resistenza. Ma ogni cosa fu inutile.

Dopo alcuni mesi il Salento ritornò nelle mani dei Borbone.

Epaminonda, Bonaventura, Sigismondo e tanti altri eroi della resistenza furono ricercati e alcuni incarcerati. Bonaventura fuggì a Corfù, Sigismondo fu arrestato non opponendo alcuna resistenza, Epaminonda si diede alla macchia.

Anche durante questo periodo il Valentino continuò nell’opera di riorganizzazione della resistenza. Purtroppo, tradito dall’Eletto di San Nicola, Giuseppe Rajmondo, fu scovato nella sua stessa casina di Stracca e arrestato.

L’arresto di Epaminonda fu dovuto al caso. Infatti, avvertito per tempo dell’imminente arrivo della polizia, l’uomo, alquanto grassottello e malato di cuore, non potendo fuggire a cavallo insieme ai suoi amici, fu calato attraverso una stretta botola in un granaio, al di sopra del quale fu sistemato un grosso lastrone. All’arrivo dei gendarmi, la moglie Rosa, fortemente preoccupata, volgeva lo sguardo in continuazione verso il granaio. Il tenente borbonico, accortosi dello sguardo fisso della donna in quella direzione, decise di togliere il lastrone. Solo in questo modo fu scoperto il nascondiglio dell’uomo.

Tradotto nelle carceri leccesi dell’Udienza, umide e scarsamente arieggiate, Epaminonda cominciò a sentirsi poco bene. Nonostante le suppliche dei familiari e del medico militare, l’uomo fu tradotto insieme a Sigismondo e ad altri liberali arrestati, in una zona del carcere ancora più fatiscente, dove non filtrava un solo raggio di luce. L’uomo si aggravò sempre più e la notte del 30 settembre 1849, dopo aver chiesto invano “datemi aria… aria!”, spirò tra le braccia di Sigismondo.

Si concluse in questo modo orrendo la bella vita di Epaminonda Valentino: uomo coraggioso, fiero, amante della libertà e “figlio del vento”, come ebbe a definirlo qualche giorno dopo l’avv. Antonio d’Andrea, durante l’omelia tenuta nella chiesa di Gallipoli.

Il corpo di Epaminonda fu sepolto nel cimitero di Lecce, dove, molti anni dopo, fu tumulato anche quello del figlio Francesco.

 

N.B. Articolo pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne autorizzato la riedizione.

NORDICI E SUDICI

Centocinquant’anni trascorsi invano

NORDICI E SUDICI

Poco è stato fatto per attenuare l’enorme divario tra un Nord dinamico e un Sud sempre più rassegnato e impotente. L’Italia è tutt’altro che unita, anzi, a distanza di un secolo e mezzo, il gap economico-sociale tra le due comunità è consistentemente aumentato

di Rino Duma

Non me ne vogliano i lettori se, a bella posta, ho utilizzato il termine “sudici” per definire i meridionali: non è mio costume usare parole offensive nei confronti di qualsiasi uomo, figuriamoci se rivolte nei riguardi dei miei conterranei.

Ho preso in prestito la pesante e infelice definizione dal socialista bolognese Camillo Prampolini, che, all’inizio del ‘900, ebbe a distinguere gli italiani – vantandosene – in “Nordici e Sudici”. Una frase, un motto, un marchio d’infamia, che si commenta da sé.

Le ragioni che hanno determinato la profonda frattura tra settentrionali e meridionali sono riconducibili a molteplici cause, tutte figlie di un’unica madre: l’Unità d’Italia!

Con questa affermazione non vorrei essere tacciato di faziosità, assolutamente no! Mi sento italiano a tutto tondo e sono fiero di esserlo. Amo le tradizioni, la cultura, la quotidianità della vita che anima l’intero stivale: le sento mie, le vivo, me ne compiaccio o ne soffro, a seconda delle varie situazioni. Al tempo stesso, però, non posso fare a meno di esternare sentimenti di amarezza e di sdegno per le ripetute umiliazioni e gli abusi subiti dalla mia gente, nel corso di tanti anni, per opera di settentrionali prepotenti e altezzosi, quasi appartenessero a una “razza superiore o dominante”. Le ingiustificate accuse provengono da persone che non conoscono la vera storia che sta dietro all’Unità d’Italia, perché nessuno, volutamente, gliel’ha mai fatta conoscere e studiare. Forse non la conoscono nemmeno gli stessi meridionali. Come dire: la storia dei vincitori prevale su quella dei vinti e prevarica sempre le loro ragioni e diritti.

Per fare maggiore chiarezza esaminiamo la situazione socio-economica italiana all’alba dell’Unità.

Nel Regno delle due Sicilie l’analfabetismo, l’ignoranza, lo sfruttamento e l’enorme indigenza si attestavano intorno all’80% dell’intera popolazione e, soltanto nei grandi centri urbani, scendevano di dieci-quindici punti percentuali. I grandi latifondisti, possessori d’immense proprietà terriere (mediamente diecimila ettari), incravattavano il popolino con pesi e condizioni di vita insopportabili, al limite della sopravvivenza umana. Insomma, si era instaurato e consolidato da diverso tempo una sorta di sfruttamento di tipo colonialistico, nell’ambito della stessa comunità.

Non stavano meglio i settentrionali, che vivevano dei prodotti della terra e della pastorizia ed erano sfruttati sino all’osso dai vari paesi del vasto impero austro-ungarico. Non vi era un adeguato sviluppo industriale, se non nelle grandi città, e l’istruzione era riservata unicamente al ceto sociale più alto. Anche qui, quindi, l’ignoranza, l’analfabetismo e lo sfruttamento regnavano incontrastati.

I settentrionali erano ritenuti dagli austriaci come “gente fiacca e priva di ogni iniziativa”. A testimonianza di tutto ciò, si cita la celebre frase di Clemente di Metternich che, oltre a ritenere l’Italia “una semplice espressione geografica”, considerava la gente padana “un imbelle popolo di straccioni”. Questa accusa inclemente fu poi spiegata da Cristina di Belgioioso, nei suoi “Studi sulla storia di Lombardia”, con “il difetto di energia dei lombardi”.

Quindi, se da una parte i “sudici” non se la passavano bene, dall’altra i “nordici” non stavano meglio. Non erano però straccioni né gli uni né gli altri, poiché in ogni parte d’Europa le condizioni di vita erano suppergiù identiche.

Se potessimo tornare indietro con una fantomatica macchina del tempo e fermarci nel 1860, ci accorgeremmo che l’88-90% dei duosiciliani (i meridionali del Regno delle Due Sicilie), se interpellati in un ipotetico sondaggio, non aderirebbe al progetto di Unità d’Italia. Si pronuncerebbero favorevolmente solo i liberali radicali e i repubblicani mazziniani, che vedevano in questo grande progetto la panacea di ogni male. Poco meno di un milione di persone su un totale di nove. Un’Unità d’Italia, quindi, che non tutti gli italiani hanno voluto.

Proseguiamo nel nostro excursus storico.

Si può asserire, senza alcuna possibilità di smentita, che il Regno duosiciliano era considerato, all’epoca dell’invasione piemontese, uno degli Stati europei più solidi ed efficienti per ricchezza, cultura e organizzazione politica e amministrativa, non altrettanto si può affermare dei cugini settentrionali, che, ad ovest, erano stretti nella morsa dei francesi, mentre, ad est, dell’impero austriaco.

Nel Meridione d’Italia il sistema bancario e finanziario godeva ottima salute e la circolazione monetaria, basata sulla presenza di moneta aurea e argentea (i ducati, per le operazioni commerciali di un certo valore) e bronzea (i baiocchi e i tarì, per i piccoli scambi), garantiva la massima solidità al sistema economico della nazione. Il Banco delle Due Sicilie emetteva in continuazione moneta sonante, che attestava il continuo trend positivo dell’economia nazionale. In Piemonte, invece, (non vi erano banche di Stato) operavano solo Casse di Risparmio, alcune delle quali erano state incaricate dal governo centrale a emettere carta-moneta, che inizialmente era convertibile in oro, ma – si badi bene – non alla pari, bensì in un rapporto di 3 a 1 (cioè, si davano tre lire in carta-moneta per ottenere una d’oro!), ma che ben presto diventò a corso forzoso (cioè non fu più concessa la possibilità di convertire la moneta cartacea in oro) e pertanto tutti gli scambi commerciali avvenivano unicamente in banconote. Si giunse a una decisione del genere per tamponare l’enormità del debito pubblico, paragonabile quasi a quello esistente oggi in Italia. In pochi anni la quantità di carta-moneta fu tanta e tale da determinare una pericolosa inflazione, l’aumento dei prezzi, la conseguente svalutazione del potere d’acquisto e la recessione economica.

Si doveva urgentemente trovare una soluzione al gravissimo problema per non andare incontro a una bancarotta di Stato. Come? Ci pensò Camillo Benso, conte di Cavour. L’astuto primo ministro stabilì importanti relazioni con la Francia, alla quale cedette Nizza e la Savoia, in cambio di un consistente aiuto militare contro l’Austria e di un non-interventismo francese di fronte a una politica espansionistica piemontese in altre parti dell’Italia, in particolar modo nel Meridione.

Il Regno delle Due Sicilie era un boccone prelibato e appetibile. Infatti, in quel periodo, la sua economia era al massimo splendore in ogni settore. Il commercio con l’estero era consistente, tant’è che la Marina Mercantile (la terza in Europa) poteva contare su ben 9.800 bastimenti, che collegavano ogni parte e ogni porto del mondo. Il Settentrione, ahinoi, aveva pochi sbocchi sul mare e, oltretutto, il traffico per terra era quasi nullo perché ostacolato dalla catena delle Alpi e da un quasi inesistente sistema ferroviario. Un’economia, quella del Nord, asfittica, che si raggomitolava su se stessa.

Nel Regno duosiciliano primeggiavano le industrie siderurgiche, su tutte quelle di Mongiana e Fuscaldo, e quella metallurgica di Pietrarsa. Qui si produceva dell’ottimo acciaio, da far invidia a quello inglese, binari, locomotive, carrozze ferroviarie, campane, cannoni, barre di ferro, lamierati, ingranaggi per macchine industriali e agricole, presse olearie, utensileria e oggetti di precisione. Immensi, poi, i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Pazzano, dove erano costruite, anche per conto di Stati europei, navi a vapore, bastimenti commerciali e navi da guerra. Importante anche l’industria manifatturiera, come quella tessile, della carta, della ceramica, del vetro, del mobile, della concia delle pelli, della trasformazione delle derrate alimentari (olive, uva, frumento, tabacco, frutta) ecc. Il Regno di Napoli era al centro della vita del Mediterraneo: dai suoi porti partivano bastimenti carichi di ogni ben di Dio, nei suoi porti attraccavano bastimenti stracolmi di prodotti provenienti dalla Spagna, Inghilterra, Francia, dalla Russia, dalla Turchia e dal medio ed estremo Oriente. Dagli archivi doganali dell’epoca emerge che annualmente gli scambi commerciali si aggiravano, tra import ed export, nell’ordine di cinquecento milioni di ducati d’oro!

Una grande fortuna, che suscitava anche tanta invidia.

Nel Settentrione c’erano delle industrie (meccaniche, tessili, manifatturiere, casearie, della ceramica, del vetro e del mobile), ma erano limitate nella produzione, perché limitato era il suo mercato.

Stanti, quindi, una recessione economica preoccupante e un debito pubblico alle stelle, l’unica via d’uscita per il Piemonte era quella di “assorbire”, tramite una fantomatica Unità d’Italia, altri Stati dello stivale. Il Cavour aveva visto bene. In pochi anni, grazie a Garibaldi e Mazzini, furono via via annessi gli staterelli emiliani, il Granducato di Toscana e infine il Regno di Napoli.

Approfittando dell’incerta situazione napoletana, a seguito della morte di re Ferdinando II (22 maggio 1859), e grazie al tradimento di alti ufficiali borbonici (il generale Sforza su tutti), il Piemonte fece un sol boccone della modesta resistenza borbonica, modesta a modo di dire.

Le conseguenze di quell’invasione non tutti le conoscono. Forzieri stracolmi di ducati d’oro, gioielli, oggetti d’arte furono trafugati e spediti a Torino. L’intero territorio fu messo a soqquadro: vi furono ruberie d’ogni genere, stupri di donne innocenti, eccidi di massa (anche bambini) in ogni angolo del Regno, ben quarantamila soldati borbonici arrestati, deportati e fatti morire di fame (ma c’è chi parla di cinquantaseimila!) nelle fredde prigioni piemontesi di Fenestrelle e di S. Maurizio Canavese (sono i primi lager della storia), interi paesi rasi al suolo (Casalduni, Pontelandolfo, Campolattaro). La gente moriva di fame e di stenti. Furono in molti a darsi al brigantaggio per difendere la propria dignità e la propria terra (ma non erano briganti!); in molti preferirono emigrare in Argentina, Australia, Canada, Stati Uniti d’America per non piegarsi ai veri briganti, quelli dai “colletti bianchi”.

I Savoia portarono via ogni cosa (non sto esagerando). Smontarono buona parte degli impianti delle migliori industrie e li rimontarono in Liguria, in Piemonte e in Lombardia. Ne beneficiarono i cantieri Cadenaccio, poi diventati Ansaldo, gli stabilimenti milanesi L’Elvetica, poi rilevati da Ernesto Breda e infine lo stabilimento meccanico torinese, che nel 1899 fu denominato Fiat. Portarono via i brevetti industriali, le maestranze specializzate, le migliori energie umane, la linfa vitale, lasciarono soltanto cumuli di macerie, la miseria, la fame, il dolore, una terra senza futuro, da cui scaturirono ben presto la desolazione, la sporcizia, la rassegnazione, l’abbandono e, nel mentre, si rafforzarono la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta. Portarono via anche la storia e le ragioni di una guerra mai dichiarata, di un’invasione ingiustificata, tutto nel nome di un’Italia Unita. Unità che non era mai stata voluta dai Savoia, poiché il loro vero intento era stato quello di metter riparo al dissesto finanziario, poi scaricato sui bilanci del nuovo Stato, che venne alla luce con il pauroso debito pubblico di 2.374 milioni di lire-oro. Ancor oggi gli italiani continuano a pagarne le disastrose conseguenze.

A voler fare un’ultima precisazione, va detto che il Regno delle Due Sicilie contribuì alla ricchezza dell’Italia Unita con 443,2 milioni di lire-oro, mentre il Piemonte con 27, la Lombardia con 8,1 e il Veneto con 12,7 (Rapporto presentato al Parlamento dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti). Ed è quanto dire.

Se ci fosse stata veramente la buona intenzione da parte dei Savoia di unificare e uniformare ogni parte d’Italia, sarebbero bastati pochi anni per farlo. La Germania, dopo la caduta del muro di Berlino, ha impiegato solo vent’anni per ricostruire la parte orientale della nazione. I tedeschi hanno investito marchi per un valore pari a tre volte l’aiuto concesso dagli Stati Uniti all’Europa attraverso il piano Marshall. Ma i tedeschi sono ben altra gente, nonostante i loro crimini di guerra.

Abbiamo ancora tempo davanti a noi per ovviare all’incuria e alle mancate promesse dei vari governi succedutisi nel corso di centocinquant’anni, ma per farlo è necessario che agli Italiani sia consegnata la vera storia e, soprattutto, che ci sia la ferma volontà a “edificare” un’effettiva unità del paese, attraverso una Repubblica Federale, in cui ogni realtà territoriale sia resa autonoma e debitamente sostenuta dal governo centrale. All’epoca, un sistema politico del genere era stato ripetutamente consigliato da Carlo Cattaneo a Vittorio Emanuele II, ma non se ne fece nulla, perché i propositi sabaudi miravano a tutelare ben altri interessi.

Oggi, nonostante i numerosi oltraggi patiti in tanti anni, noi meridionali ci sentiamo di essere Italiani, mentre altri inneggiano a una Padania libera, rinnegando l’Unità d’Italia e minacciando addirittura la secessione dal resto del paese. Come dire: vi abbiamo sfruttato una volta, oggi di voi non sappiamo cosa farne!

Noi, invece, vogliamo bene a quest’Italia, rotta e sfasciata, vogliamo che risorga e che ritorni a essere la nazione che un tempo in molti ci invidiavano e temevano.

Perciò, W l’Italia, con cuore e sentimento, ma senza rancore e ipocrisia!

 

 N.B. Pubblicato su Il Filo di Aracne, la cui Direzione si ringrazia per averne permesso la pubblicazione su questo sito.

Libri/ Antonietta De Pace. La donna dei lumi

Antonietta de Pace è una donna splendida, vivace, intrepida; è uno spirito libero, che si batte per la propria libertà e per quella del popolo, da sempre sottomesso alle inique condizioni di vita imposte dal Borbone. È, per certi aspetti, donna selvaggia e indomita, istintiva e coraggiosa, che non si lascia imbavagliare dalle rigide regole del tempo, che combatte le umilianti condizioni in cui versano le donne.

Antonietta è un personaggio che non accetta le inique gerarchie della società contemporanea, che tenta di spezzare, il più delle volte riuscendovi, le catene della rassegnazione, del fatalismo, dell’indifferenza, dell’abbandono, dell’oblio, dell’eterna sottomissione; è una donna che, tra tanti sacrifici e ostacoli, riesce a scardinare mentalità retrive e ad inculcare la forza della ragione, del sentimento, del coraggio, della lotta: unici rimedi per garantire a chiunque dignità e conquistare i sacrosanti diritti alla vita.

Il libro di Rino Duma “Antonietta De Pace. La donna dei lumi” (Lupo

Libri/ Antonietta de Pace, la donna dei Lumi

 Dopo anni di meticolose ricerche e attenti studi, finalmente è stato pubblicato, per i tipi dell’Editrice Salentina e tramite Lupo Editore, l’ultimo romanzo dello scrittore galatinese Rino Duma, dal titolo “La donna dei Lumi”. L’autore mette in evidenza, grazie ad un discorso sicuro, fluido ed accattivante, ma mai noioso e prolisso, le gesta dell’eroina gallipolina Antonietta de Pace, che, oltre a combattere lo strapotere asfittico e tiranneggiante dei Borbone, collabora fattivamente per decenni con Giuseppe Mazzini nella diffusione del pensiero repubblicano ed aiuta Giuseppe Garibaldi ad entrare a Napoli da trionfatore e a liberarla definitivamente dalla morsa borbonica.

Il romanziere salentino prende in considerazione altri grandi personaggi del Risorgimento meridionale, come Sigismondo Castromediano, Epaminonda Valentino, Bonaventura Mazzarella, Emanuele Barba, Giuseppe Libertini, Liborio Romano ed altri, soffermandosi a delineare i tratti salienti della loro personalità.

Nella seconda parte del romanzo è narrata un’Antonietta de Pace delusa e fortemente amareggiata per l’iniquo trattamento riservato al Meridione dal nuovo governo italiano. La donna arriva ad abbandonare la politica attiva per

Giorgio Castriota Skanderbeg. Un eroe tra Puglia e Albania

Sconfisse più volte l’esercito ottomano in terra d’Albania

GIORGIO CASTRIOTA SCANDERBEG

Un eroe leggendario

Dopo la sua morte, il figlio Giovanni, non riuscendo ad emulare le gesta del genitore, riparò in Italia, stabilendosi nel ducato di Galatina, avuto in dono da Ferdinando I d’Aragona

di Rino Duma

Ancor prima di Madre Teresa da Calcutta, suora albanese nota a tutti per le sue doti d’infinito amore per le genti povere ed emarginate dell’India, un altro grande uomo, Giorgio Castriota Scanderbeg, suo connazionale, ha lasciato dei segni profondi nella storia europea del quindicesimo secolo. Le sue gesta sono legate alle vittoriose battaglie combattute contro l’esercito ottomano.

Giorgio nasce nel 1405 (?) a Kruja, una bella cittadina posta alle falde di una montagna, al centro dell’Albania, da una delle famiglie nobili di quei tempi, quella dei Castriota. Il padre Giovanni aveva per anni contrastato, con alterne fortune, l’avanzata dell’impero ottomano, interessato ad occupare ad ogni costo l’Albania, terra strategicamente importante per la sua posizione geografica. Da lì i turchi avrebbero potuto facilmente controllare il commercio navale che dall’Europa era diretto verso i paesi mediterranei e viceversa, ma, al tempo stesso, attraversando la strettoia di Otranto, si sarebbero potuti riversare in poche ore nel mondo occidentale della cristianità. Se non ci fosse stata la strenua difesa dell’eroe albanese, oggi staremmo a leggere un’altra pagina di Storia e, forse anche, ci troveremmo a pregare nelle moschee, piuttosto che nelle chiese.

Giorgio Castriota e i suoi condottieri nella monumentale scultura del museo dedicato all’eroe albanese, a Kruja

Giovanni Castriota, purtroppo, fu definitivamente sconfitto dal sultano Murad II e sottoposto ad una resa incondizionata. Per aver salva la vita, fu costretto a pagare un ingente tributo e a “donare” al sultano i suoi quattro figli maschi, dei quali, Stanislao e Reposio furono uccisi, Costantino preferì rinchiudersi in un monastero, mentre Giorgio frequentò la corte di Adrianopoli e ben presto fu avviato all’istruzione militare.

Il giovane albanese percorse brillantemente le varie tappe della carriera militare, distinguendosi per senso del dovere, intelligenza, capacità

Galatina e i suoi fanciulli di un tempo

di Rino Duma

Spesso m’accade, soprattutto durante le lunghe notti insonni, di riandare con la mente ai tempi della mia fanciullezza, quando la vita m’appariva come un meraviglioso sogno avviluppato in strani ed arcani misteri.

Il mio è un ritorno piacevole e, al tempo stesso, nostalgico; mi sforzo di ricordare immagini, volti, circostanze e, nel mentre, mi volto e mi rivolto tra le lenzuola. Mi assale una smania indescrivibile ed ho voglia di fugare dai pensieri i numerosi affanni quotidiani, i tormenti e i pesi notevoli di questa parte della vita.

Sono, perciò, portato a scavare nel mio lontano passato, a rovistare freneticamente, a mettere a soqquadro la memoria, sperando di tirar fuori episodi particolari della mia dolce infanzia, mai rievocati.

L’infanzia, già!… Era l’età piu bella, un’eta che sembrava non dovesse finire mai. Erano i tempi delle gioie piene e dei lunghi sorrisi… dei sorrisi che via via si smorzavano sul viso al comparire delle prime amare certezze della vita; erano i tempi delle tante paure, delle lacrime facili, dei numerosi ma necessari rimproveri, sia paterni che scolastici, fatti di dure parole ma anche di schiaffoni e di colpi di riga.

Erano i tempi dei giochi semplici e spensierati, ma soprattutto di studio, di tanto studio che si protraeva sino a tarda sera sotto la luce di una lampada da venticinque watt.

Lo studio di allora era martellante, insopportabile e, almeno per noi, inspiegabile ed inutile.

Per le vacanze di Natale, i professori, sempre severi ed inflessibili, ci assegnavano una caterva di compiti: dovevamo trangugiare pagine e pagine di storia e geografia, imparare a memoria una cinquantina di versi dell’Iliade o dell’Odissea oppure un’interminabile poesia, tradurre alcune versioni di francese e di latino, queste ultime da riportare sull’odiato “analizzatore”, risolvere diversi problemi di geometria ed esercizi di aritmetica, fare il riassunto scritto di alcuni brani antologici, eseguire quattro- cinque lavori di disegno ornato e/o geometrico e, come se non bastasse, svolgere almeno tre temi d’italiano su argomenti diversi.

Che bei Natali!

Darei, comunque, un anno del mio futuro, che di certo sarà ricco di pesi e di inquietudini, pur di ritornare indietro e ritrovare, almeno per un giorno o soltanto per poche ore, i miei genitori, gli odiati ed amati professori, i compagni d’allora, i trastulli, i progetti di fanciullo, le mie prime emozioni d’amore, quello strano e inconfondibile sapore che la vita d’allora mi offriva a piene mani.

Poi ripenso a quei tanti “ragazzi di strada” – buona gente, intendiamoci, o meglio “bravi monelli” – che pativano le pene dell’inferno.

Erano ricoperti piu che altro da stracci, indossati negli anni precedenti da una carovana di fratelli maggiori ed altri piu piccoli attendevano il loro turno. Erano perennemente affamati e denutriti, con le gambe sbucciate ai ginocchi e segnate dai rigori invernali, con i capelli sporchi e pieni di pidocchi, con il muco che pendeva dal naso, con le cispe arroccate alle estremità degli occhi.

Le scarpe, poi, risuolate piu volte con cartone pressato o con copertoni di bicicletta, erano tenute ben salde dalle famose “tacce”, che limitavano al massimo il logorio delle suole.

Il maglioncino unto, bisunto, smagliato e consumato all’altezza dei gomiti, i pantaloncini corti, rattoppati in piu parti con stoffa di diverso colore e disegno, mantenuti da un’unica bretellina, davano l’idea di trovarsi di fronte a veri e propri scugnizzi napoletani.

Con gli occhi vispi, scaltri come furetti e con l’intuito sempre pronto, non perdevano mai l’occasione di accaparrarsi in ogni modo, lecito o illecito, i mezzi di sostentamento necessari a migliorare, seppure di poco, la loro miserevole esistenza.

Somigliavano ai “Piccoli Apostoli” di don Zeno Saltini a Nomadelfia.

Quante volte ho svuotato nelle loro insaziabili mani le mie tasche ricolme di fichi secchi!

Quante volte mi sono privato della merendina, pur di veder brillare un timido raggio di gioia sul loro viso!

Tutti insieme si giocava, si correva, ci si picchiava, per poi riconquistare, tempo qualche giorno, le antiche amicizie e la vita di sempre.

I gruppi erano saldamente uniti da un fermo vincolo di solidarietà e da un eccezionale spirito di aggregazione, che difficilmente si riscontrano nei ragazzi di oggi, nonostante abbiano dalla loro parte innumerevoli vantaggi.

Non c’erano ostacoli che potessero intaccare o dividere i gruppi di fanciulli dei vari rioni, tra i quali era sempre vivo uno spirito campanilistico da… guerra mondiale.

Nell’interno di ogni gruppo vigeva una ferrea legge di gerarchie. Il capo, riconosciuto tale a seguito di aspre contese e dure lotte, era “circondato e servito” come un vero monarca da alcuni amici fidati, ai quali erano aggregati altri elementi di minore spicco, sino a comprendere i ragazzi poco abili al gioco, di scarsa iniziativa e poco coraggiosi.

Per essere riconosciuto capo si dovevano superare diverse prove di forza e di coraggio. Ricordo di essermi arrampicato sul cipresso più alto del cimitero (vi assicuro che si tratta d’impresa ardua) e, peggio ancora, di aver attraversato con Tommaso, un altro compagno di ventura, gli interminabili sessanta metri dello stretto cunicolo della fognatura di Piazzale Stazione.

Oggi, guardando quella stretta imboccatura, mi viene da rabbrividire.

La vita associativa era per lo più svolta in strada, che per noi fungeva da palestra, da grande madre, lontano dai pericoli rappresentati dalle autovetture, dalla droga e dall’aids.

Il primo pomeriggio, subito dopo pranzo, era vissuto intensamente e trascorreva in fretta, senza che ce ne accorgessimo.

Poi, nel bel mezzo della spensieratezza, si udiva una voce acuta e stentorea, un perentorio richiamo: erano i nostri genitori che ci ricordavano di riprendere la dura e ossessionante fatica quotidiana, qual era lo studio.

Ed allora nel nostro cuore scendeva un velo d’amarezza e di sconforto; ma intanto ci si dava appuntamento a sera, compiti permettendo.

Il gioco maggiormente preferito era il calcio (calcio alla carlona, tanto per intenderci). Infatti, tutti i giocatori rincorrevano la palla di gomma (quando si era fortunati ad averne una) o la palla di pezza o di carta pressata: tutti attaccanti e tutti difensori dietro a quella magica sfera.

Il “terreno di gioco” (si fa per dire) era generalmente il Piazzale “Stanzione” (lo chiamavamo cosi), quando si era fortunati a trovarlo libero, oppure ci si spostava ai “Banchini” (attuale Largo San Biagio) o anche dietro alla “Vecchia distilleria” o, quand’altro non ci fosse, su un campetto di fortuna ricavato tra alcuni binari morti della Ferrovia Sud-Est.

Durante il torneo annuale di calcio si giocava in trasferta sui campetti dei vari rioni, i piu importanti dei quali erano la “Stanzione”, la “Porta Luce”, la “Porta Nova”, la “Chiesa Madre”, “Santa Caterina”, “Santu Sebastianu” e “l’Anime”.

Il calcio non era tutto; infatti, c’impegnavamo in tanti altri giochi, per alcuni dei quali era richiesta molta concentrazione ed una bravura innata. Su tutti, ricordo il gioco “Uno monta la luna”, che raramente si portava a termine, poiche vi era sempre qualcuno dei partecipanti che, per imperizia o per carenza atletica, non riusciva a superare le quindici dure prove di abilita. Non meno impegnativi erano i giochi de “Li tuddhri” e de “Mazza e mazzarieddhru”.

Il primo consisteva nel superare, utilizzando cinque piccole pietre ben modellate, alcune difficili prove manuali; il secondo, invece, assomigliava al baseball americano. Dal campo base un giocatore, servendosi di una “mazza”, lanciava quanto più lontano possibile “lu mazzarieddhru” (un pezzetto di legno lungo 10-12 cm, ricavato da un manico di scopa appuntito alle estremità). Vinceva chi totalizzava un certo numero di “balle” (una balla corrispondeva, non certamente ad una frottola, bensi alla misura corrispondente alla lunghezza di cento “mazze”).

Eravamo anche molto industriosi nel realizzare magnifici aquiloni, sfruttando la carta dura dei sacchetti di cemento, oppure nel costruire pattini di legno, fionde di ulivo, perfetti archi per frecce, ricavati dai ramoscelli di eucalipto o di felce, ma anche strani ed efficienti apparecchi, che rappresentavano un lontano prototipo del telefono. Per questi ultimi, bastava avere due barattolini di rame (ad es. di crema da scarpe), uno spago lungo una trentina di metri e un po’ d’ingegno. Grazie ad un chiodo, si praticava un foro centrale nei due coperchi, i quali, in seguito, erano collegati a distanza dallo spago ben teso. Era sufficiente parlare, anche a bassa voce, perche la “telefonata” si trasmettesse da un capo all’altro. Erano i cellulari di quei tempi… ma a tariffa zero.

La domenica pomeriggio, poi, dopo aver assistito in Piazza Fortunato Cesari alla partita di calcio della Pro Italia Galatina, si andava al cinema per godersi il film. I più gettonati erano quelli a sfondo storico, western, di guerra e, un po’ meno, quelli comici. Ricordo che per acquistare i biglietti d’ingresso del film “Ulisse” (interpretato dal famoso attore Kirk Douglas), dovetti sudare le proverbiali “sette camicie”, tanta e tale era la ressa all’ingresso del cinema.

Dopo oltre un’ora di spintoni e pedate, riuscii finalmente ad “approdare” al botteghino. Per la cronaca, vidi il film per ben tre volte.

I cinematografi di Galatina che andavano per la maggiore erano il Cinema Teatro Tartaro ed il Cavallino Bianco; meno frequentati erano la Sala Lillo,la Sala parrocchiale Santa Caterina e l’Arena Italia.

Da grandicelli, verso i 13-14 anni, fummo attratti da un movimento giovanile che a quei tempi impazzava in tutt’Italia: ”I Boys Scout”. Lo scoutismo rappresentò per noi un’ottima occasione per affinare l’incerto carattere ed educarci alla vita di gruppo.

Fu per noi una sana regola di vita (ancor oggi si fa sentire) che ci induceva a coltivare le più importanti qualità dell’individuo, come il compiere il proprio dovere, l’essere leali e coraggiosi, l’amare il prossimo, il sacrificarsi per l’intento comune, il disprezzare la vita comoda, il coltivare la purezza del pensiero, delle parole e delle azioni, l’avere rispetto di tutti gli uomini, senza distinzione di classe, di razza e di religione.

Ora, ritornando mestamente ai nostri duri e difficili giorni, mi sembra come se quelle virtù siano state bandite dal mondo attuale, sempre più rivolto verso ben altre finalità e dimentico ormai di quei semplici, sani e virtuosi valori d’un tempo, di quando cioè tutto appariva un meraviglioso e ineguagliabile sogno.

Ma questa di oggi, purtroppo, è tutta un’altra storia… è una storia brutta e inquietante, dalla quale l’uomo difficilmente saprà tirarsi fuori.

Pubblicato su “il filo di Aracne” n. 3 anno 2008.

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