Una femminista neretina del primo Novecento

di Armando Polito

Sibilla Aleramo (1876-1960); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sibilla_Aleramo.jpg
Sibilla Aleramo (1876-1960); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sibilla_Aleramo.jpg

Chi si attendeva una trattazione storica con tanto di nome e cognome, e magari già si preparava ad accampare parentele più o meno probabili, passi ad altro, dopo la delusione subita leggendo la didascalia della foto di testa.  Chi, invece, crede che la poesia, come quella dell’Aleramo (pure il suo nome, Sibilla, mi fa impazzire, anche se Sibilla Aleramo  è lo pseudonimo di Rina Faccio) sia in grado di fornire un’interpretazione della realtà più profonda e vicina al vero, sia il benvenuto a questo ulteriore appuntamento con il neretino Francesco Castrignanò, l’autore di Cose nosce, raccolta del 1909 da cui è tratta anche la poesia di oggi.

Prima di iniziarne la lettura, però, debbo lanciare due appelli che hanno l’unico scopo di accrescere, se è possibile, la documentazione su un figlio di Nardò troppo presto, forse, dimenticato. L’edizione da cui riporterò il testo è la ristampa della prima, fatta nel 1969 per i tipi dell’editore Leone di Nardò con l’aggiunta di due poesie inedite e con la prefazione del figlio Corrado. Immediatamente sotto il titolo della poesia in questione, e solo per questa, compare tra parentesi tonde la dicitura musicata dallo stesso Autore. Ora, supponendo che a suo tempo ne sia stato scritto lo spartito e nella speranza che non sia andato perduto, sarebbe estremamente interessante che qualche discendente di Corrado o chiunque possa farlo ce ne desse notizia, anche perché mi pare strano che sarebbe stata l’unica poesia musicata quando, per esempio, anche e soprattutto La pizzica pizzica avrebbe potuto aspirare a tale trattamento con maggior diritto.

Un secondo appello è rivolto all’attuale proprietario (se mi legge, o a chiunque voglia farsene messaggero) della casa che fu del Castrignanò, ubicata al numero civico 6 di via Cairoli a Nardò. Nell’edizione citata si legge a pag. 82 il testo di un’epigrafe nell’interno del portone d’ingresso dedicata a Francesco nel 1967 dai figli Concetta e ing. nav. Corrado1. Nel caso in cui l’epigrafe fosse ancora al suo posto sarei grato se si potesse averne una foto.

Sorprendente è della poesia il tema trattato e ancor più sorprendente che in un’epoca di imperante maschilismo, e per giunta nel profondo sud, sia un uomo a farlo, immedesimandosi in una donna anonima ma partecipe portavoce dell’amara, rassegnata consapevolezza della condizione dell’intero gentil sesso.

Di Sibilla Aleramo ne nasce una ogni morte di papa (che frenetico toccamento ci dev’essere stato, comunque, in Vaticano da quando nacque l’espressione, nonostante una certa vicinanza al Capo Supremo e dunque la possibilità, almeno teorica, di poter fruire della più pesante delle raccomandazioni!); perciò mi chiedo quante donne, non solo neretine, ebbero l’opportunità (tenendo conto dell’analfabetismo generalizzato dell’epoca) e a quante di loro attrezzate a farlo fu “concesso” di leggere questa poesia che non esiterei a definire “rivoluzionaria”, “scandalosa” e pure “sovversiva” …

Nel frattempo son cadute le virgolette a tante parole ma ho il dubbio che, nonostante le apparenze, ben poco sia cambiato, anche per colpa delle stesse donne; lo aveva preconizzato già la stessa Aleramo che in Andando e stando (1921) definì così il suo impegno femminista: una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire, un’avventura da adolescenti, inevitabile ed ormai superata.

Ma all’avventura (che etimologicamente è dal latino adventura, participio futuro di advenire e che alla lettera significa le cose che verranno) nessuno può rinunciare, pur dovendo far tesoro dei fallimenti di chi lo ha preceduto e, se ne ha, del suo buon senso: sarebbe rinunciare alla speranza e fossilizzarsi nel presente, in pratica morire prima del tempo.

 

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1 S. Maestà il Re, sentita la Giunta degli Ordini dei SS. Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia, su proposta delle LL. EE. il Capo del Governo e del Ministro per l’agricoltura e le foreste, Si compiacque nominare con decreti in data San Rossore 24 aprile 1935-XIII:  ORDINE DELLA CORONA D’ITALIA … Cavalieri … Castrignanò ing. Corrado, insegnante presso Istituto Nautico Palermo (Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia anno 76° n. 281 del 12 dicembre 1935, pag. 5612). Concetto e Corrado erano nati dal matrimonio di Francesco con Maria Vaglio; siccome nell’epigrafe non compaiono i nomi di Vincenza e Teresa, che con quelli dei genitori e degli altri due fratelli compaiono, invece, in un atto del 7 novembre 1929 (in Giurisprudenza italiana e la legge riunite, UTET, Torino, v. 84, 1932), si evince che esse erano già defunte alla data del 1967.

2 Di origine onomatopeica.

3 Il Rohlfs alla voce farcune (coi significati di balcone o finestrella in alto delle pareti) rimanda a varcone ove, però, riporta il significato di grande barca. Si tratta di uno strano errore perché è evidente che varcone corrisponde all’italiano barcone, accrescitivo di barca, che non ha nulla a che fare con farcune; credo pure che farcune nel significato di balcone non sia altro che trascrizione proprio dell’italiano balcone (che, come palco, è dal longobardo palk=trave) e che nel significato di finestrella non sia altro che accrescitivo dell’italiano varco che è da varcare, il quale, a sua volta, è dal latino varicare=scavalcare.

4 Dal francese pinson, di origine onomatopeica.

5 Da ddiscitare, dal latino de+excitare.

6 Da notare il felice sfruttamento del doppio significato  della parola (sinonimo di mattino ma anche di componimento musicale che dal mattino trae il nome).

7 Da scire, corrispondente all’italiano gire.

 

 

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