8 agosto. Sant’Agata la buona e Gallipoli

GALLIPOLI, 8 AGOSTO 1126: “D.O.M TEMPLUM HOC QUOD PRIUS BEATO JOHANNI CHRISOSTOMO NUNC DIVAE AGATHAE MIRACULOSA  MAMMILLA INVENTIONE CALLIPOLIS GRATAE SERVITUTIS OSSEQUIUM D.D.D.”

Catania - i devoti

di Pietro Barrecchia

Era l’8 agosto 1126. Sì, ricordo bene, non perché c’ero! Ricordo bene come ricorda l’animo di Gallipoli, perché l’uno sussurra all’altro l’avvenuto. Ricordo anzitutto il  biennio del Ginnasio, frequentato in Nardò, quando,  un professore propinava le così dette lingue morte, che poi tanto morte non erano, visto che il chiarissimo docente, inculcava il gusto della ricerca dell’etimo e dimostrava, ostinatamente, che morto era colui che ignorava di parlare, in era contemporanea, il latino e il greco, con qualche trasformazione, ovvio!  Fu allora che iniziai a comprendere di aver sbagliato, fino ad allora, a deridere i miei anziani, che raccontavano di una leggenda e di una invenzione. Non era dunque un’ammissione di colpa,  ma  un’esattezza di idioma, se  solo avessi inteso l’invenzione narrata quale diretta discendente della latina “inventio”, rinvenimento, cioè.

E dovevo arrivare in quel di Nardò ed apprendere da un suo figlio, che i figli di Gallipoli avevano ragione da vendere,  affermando, in vero, che sulle spiagge del Cotriero, nel dì dell’8 agosto, del 1126, era avvenuto il passaggio di consegne della Città di Gallipoli, tra san Giovanni Crisostomo, antico patrono e la novella amazzone celeste, Agata, la buona.

Catania-Duomo-il-sarcofago-che-custodisce-le-sacre-reliquie-della-Martire-e-sullo-sfondo-le-sculture-che-narrano-del-suo-ritorno-a-Catania
Catania-Duomo-il-sarcofago-che-custodisce-le-sacre-reliquie-della-Martire-e-sullo-sfondo-le-sculture-che-narrano-del-suo-ritorno-a-Catania

Non solo gli anziani narrano, anche le tele seicentesche illustrano che quell’8 agosto un vascello dal nome familiare, “Gallipoli”, come nel migliore degli stili dell’epoca,  avrebbe sottratto, per legge di contrappasso, un corpo santo, dal costantinopolitano templio di S.Sofia, per riportarlo nella patria d’origine, Catania.

Sezionato e deposto in faretre, coperto da petali di fiori , quel corpo riprese il viaggio di ritorno per il riabbraccio con la sua Città, con i suoi cittadini, con quei luoghi che lo videro giovinetto, versare il sangue eroicamente ed affermare la sua fede.

Nocchiero di bordo e padrone del vascello è tal Goselmo, di Gallipoli e suo prode compagno, tale Gilberto, gallo, francese, ai quali sarebbero stati rimessi i peccati per il furto compiuto, dal presule catanese, che commissionò il reato, nell’agosto del 1126. Tanto più che la giovinetta martire era apparsa allo stesso Goselmo, presentandosi e richiedendogli un passaggio fino alla sua Città.

Non fu distante dalle coste di Costantinopoli quel corpo santo sottratto, quando i suoi abitanti percepirono la sua mancanza ed invano si precipitarono in mare per riprenderlo.

E quel mare fu provvidenziale, quando la sua brezza sospinse il vascello sulle coste di cui portava il nome, governato da quel Goselmo che lì aveva annunziato la sua nascita e conosceva quella costa come sua madre. Era il meriggio dell’8 agosto 1126.

Gallipoli, Duomo - tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa
Gallipoli, Duomo – tela di G.A. Coppola, rappresentante il martirio della santa

Non poteva andare altrimenti, quando per patrio amore Goselmo stesso, a mio parere con precisa intenzione, lasciò cadere sull’arenaria costa, la reliquia più insigne, la parte sanata dal Principe degli Apostoli, che secoli prima, come altra leggenda narra, aveva calpestato proprio quel luogo, inaugurandovi la stagione cristiana, lì a pochi passi dal Cotriero, ai Samari, che avrebbe visto sorgere, per crociata mano, un luogo di culto dedicato a Pietro dei Samari.

Era l’8 agosto 1126, quando una donna, come la martirizzata, adempiva al suo dovere di madre, lavando i panni e forse, in un frangente, sfamando il suo infante, dal quale non si separava mai, se non fosse stato per quell’improvviso torpore che la assediò e, stanca, chiuse gli occhi al reale, per riposarsi un po’, come le madri meritano, sognando del futuro del suo bimbo. Una donna, giovinetta, gentile nell’aspetto, le apparve in sogno e conoscendo la sensibilità femminile, la avvisò di quel che le sarebbe avvenuto realmente. Non ancora era giunta su queste coste la fama di Agata e la donna non conosceva quel nome. La figura femminile si presentò e le prefigurò ciò che avrebbe visto al suo risveglio. Ma era un sogno, un brutto sogno da cancellare una volta sveglia, perché quel che le era stato prospettato non era certo bello. Al risveglio, avrebbe trovato il suo amato figlio disteso sull’arena, vicino ad un pozzo, nell’atto di succhiar latte da una mammella che non era quella materna e che era stata recisa. Quale madre avrebbe retto a tale scena? Cosa avrebbero fatto le nostre madri? Esattamente quel che fece la madre di quel figlio che allattava ad una mammella che non gli apparteneva. Terribile scena. La donna tentò e ritentò di strappare quella mammella dalla bocca del figlio, ma non ci fu verso. Quella rimase ancorata tra le purpuree  labbra dell’amato infante.

la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all'originario fusto argenteo custodito in Gallipoli
la mammella di S.Agata custodita in Galatina, appoggiata all’originario fusto argenteo custodito in Gallipoli

Male pensò, quella madre, che per la paura aveva già rimosso la prefigurante visione. Sortilegio. Opera terribile. E se l’umano non riesce ad intervenire, si corre dal divino, a chi ne fa le sue veci, per richiedere intercessione.

Corse dal Vescovo la madre, corse senza sosta, con affanno, verso quella Cattedra così lontana e chiese grazia al presule, il quale si recò sul posto, circondato dal clero ed attonito cedette all’orrendo spettacolo. Qui nulla potè l’umano e se l’opera non fu divina allora appartenne alla concorrenza ed allora, bisognava invocare con forza, bisognava esorcizzare, bisognava richiedere liberazione. Primo passo, richiedere l’intercessione ai Cortigiani dell’Empireo, a quelli reputati più potenti ed a quelli più conosciuti. Si iniziò, rigorosamente in latino, rigorosamente cantando. E sfilarono i nomi santi, per tre volte e seguirono gli “ora pro nobis”. Ma nulla. Incessante preghiera, ma ancora nulla. Da poco inserita nell’elenco degli invocati, il nome santo della catanese vergine e soprattutto martire, la giovinetta Agata, che a dispetto dell’età aveva saputo rispondere al tiranno che aveva ordinato di offenderla nella sua femminilità, recidendo le sue mammelle. Atroce pegno per aver confessato una religione nuova e pacifica. Agata rispose a chi sentenziò quell’ingiusto tormento “Non ti vergogni”, gli disse “ di stroncare in una donna le sorgenti della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua madre? ”.  A chi pensare dopo quelle parole proferite secoli prima, assistendo alla scena di un bimbo che succhia da una mammella recisa, affiorante dalla sabbia? Certo!  Ad Agata!  Allora: “Sancta Aghata  – ora pro nobis!”, cantando per altre due volte, cantando e sperando “Sancta Aghata – ora pro nobis!” ed ancora “Sancta Aghata – ora pro nobis!” Si staccò quella mammella dalle purpuree labbra  del bimbo, accorse la madre che abbracciò suo figlio e raccolse con pietà e devozione la sacra mammella e rivolse un pensiero e la prece salì ad Agata, la Santa buona. Chi pensò al maleficio, dovette far varcare con i sommi onori quella mammella dalla patria porta, in processione, ringraziando Iddio che, con segni e portenti aveva stabilito le modalità dell’evento. E la padrona di quell’insigne reliquia subordinò il culto del Giovanni bocca d’oro, che, da gran cavaliere cedette il posto ad una vergine e martire. Peraltro i due e gli altri, come loro, non sono stati, non sono e non saranno mai in competizione, ma come gli è stato insegnato saranno strumenti verso l’Unico Fine, il Sommo Bene.

Quella mammella divenne il tesoro di Gallipoli, ingraziandosi la novella Patrona, alla quale si consacrò, successivamente la nuova Cattedrale. Tale reliquia divenne simbolo e stemma tra palme e tenaglia dello stesso clero ed il popolo, che aveva rimosso la mammella di Agata dalla bocca del piccolo miracolato, continuò e continua a succhiare la linfa vitale da quella martire insigne, alla quale si rivolge solennemente nel giorno del suo martirio, il 5 di febbraio con il canto del greco e del latino, lingue vive e ripete il rito nel giorno della tutela, l’8 di agosto. Anche se…… anche se, per volere non divino, con abuso di potere, Raimondello del Balzo Orsini, nel 1380, ordinò che la mammella fosse custodita in Galatina, presso la Basilica di S.Caterina Novella, asportandola dal seno di Gallipoli, dove superstite, rimase, come reliquia, quel fusto argenteo che la sorreggeva con le cesellate urbiche mura.  Da allora non vi è stato alcun gallipolino al pari di Goselmo!  Ma se la storia insegna allora è necessario dire l’evento è arido se non suscita effetto ed anche senza mammella, i gallipolini si sentono legati a Sant’Agata, la quale ha assicurato in tempo e modi la sua protezione alla sua seconda patria. L’inno dell’8 agosto ben ricorda la predilezione offerta  “Tu questo ciel purissimo e questo mar ceruleo, che il patrio lido abbraccia, un dì venisti a prendere in tua tutela amabile. Proteggi Tu Gallipoli, che ogn’or s’affida a Te!”.

Ad irrobustire la realtà del rinvenimento vi è il fatto che anche Catania festeggia il ritorno della sua Martire,  il 17 agosto, ricordando quello del 1126, quando sulla sicula sponda giunse, ad opera di Goselmo e Gilberto, quel sacro corpo, privo di una mammella, che da allora riposa nella sua patria, nel sacello del Duomo dedicatogli. Peraltro, non si conosce se Gilberto e Goselmo abbiano ricevuto la corona celeste. E’ certo che sono rappresentati, in un affresco e scolpiti sull’altare del Cappellone di Sant’Agata e furono eletti cittadini onorari della sua Città. Catania custodisce ancora quelle testimonianze storiche, nella Chiesa del Carcere, ove è tutelato il legno con cui fu trasportato il corpo della Martire. Ancora,  in prossimità della marina, vi è un tempietto con una scultura della Martire, al cui basamento, un’epigrafe ricorda il ritorno in patria di Agata, nel dì del 17 agosto 1126. In quel luogo accorsero i catanesi, avvisati notte tempo ritrovandosi in camicia da notte e papalina. In memoria di quell’evento, si mantiene ancora il tipico abito dei devoti: saio bianco, copricapo nero, con aggiunta di guanti bianchi e fazzoletto bianco per salutare Agata, la Santa. Coincidenze a distanza? A proposito di lingue vive, a me sembra che questa invenzione sia proprio un “inventione”!

5 febbraio, Sant’Agata. Gallipoli e una reliquia della martire catanese

Frustulum ossium sive digitum Divę Agathę Virginis et Martiris

Ricostruzione storica della reliquia contenente il frammento osseo del dito di Sant’Agata

di Antonio Faita

Particolare del reliquiario con l’osso di Sant’Agata nel museo diocesano di Gallipoli

Per noi cristiani le reliquie sono collegate al culto dei santi, sono segni, simboli, memorie, testimonianze della loro presenza. Reliquia, che letteralmente significa “ciò che resta” di un corpo o di una sua parte o ancora di oggetti appartenuti alla persona, è tutto ciò che ricorda un santo, che lo rende vivo allo spirito degli uomini. Significa anche affrontare i temi della memoria, della testimonianza, del ricordo, disporsi in una prospettiva rispetto ai quali, chiesa e mondo laico, in diversa misura, non possono dichiararsi disinteressati. Il Galateo, nella sua epistola Callipolis descriptio, indirizzata al Summonte tra il 1512 e il 1513, così scrisse riguardo la religione e il popolo di Gallipoli: Hic populus religionis, et divini cultus haud negligens est[1].

Da sempre, il popolo di Gallipoli ha dimostrato una larga ed intensa partecipazione alle testimonianze di fede, di culto e di devozione che hanno scandito l’incedere del tempo. E ancora, prosegue il Galateo: Habent urbis patronam, et praesidem divam virginem Agatham, quam pie venerantur[2].

In effetti, la città di Gallipoli e l’intera Diocesi di Nardò-Gallipoli il 5 febbraio celebrano solennemente la memoria della santa catanese vergine e martire. Sin dal XII secolo il culto della vergine venne introdotto a Gallipoli grazie all’evento straordinario, come vuole la tradizione, del ritrovamento, nell’agosto 1126, di una mammella della santa, giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione da Costantinopoli a Catania.

Come noi tutti sappiamo la reliquia rimase a Gallipoli nella Basilica Cattedrale a lei dedicata, dal 1126 al 1389, fino a quando, purtroppo, il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina

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