E i Re Magi continuano a portar doni…

 

di Paolo Vincenti

Chi erano i Re Magi? Da dove venivano? La leggenda dice che, nel IV secolo, Elena, madre dell’Imperatore Costantino, avrebbe portato da Costantinopoli le spoglie dei Re Magi a Milano. Da lì, nel 1164, Rinaldo di Dassel, cancelliere del Sacro Romano Impero e arcivescovo di Colonia, ricevette le ossa dei Magi da Federico Barbarossa, dopo la conquista di Milano. Lo scrigno dei tre re cela, però, le ossa di tre fanciulli: il loro sarcofago recava, un tempo, l’iscrizione “Tres Coronati”, che fece pensare alla corona di tre re, piuttosto che alla corona del martirio o della vita eterna, come probabilmente intendeva chi aveva posto quell’epigrafe.

In ogni caso, la figura dei Re Magi è da sempre viva nell’immaginario collettivo, nonostante documenti e ricerche storiche portino ad escludere assolutamente la loro esistenza. Innanzitutto, la Bibbia non ne parla. Dei Vangeli Sinottici, solo quello di Matteo ne parla molto incidentalmente. Luca e Marco non ne fanno menzione e così nemmeno Giovanni. Compaiono invece nei Vangeli apocrifi, come il Papiro Bodmer, sulla nascita di Maria, il Protovangelo di Giacomo, i Codici di Hereford e il Codice Arundel, il cosiddetto Vangelo arabo dell’infanzia e, soprattutto, il Libro della Caverna dei Tesori, arabo-siriano, e la Historia Trium Regum di Giovanni da Hildesheim, che raccoglie insieme più testi apocrifi.

Ma anche questi testi danno notizie molto frammentarie e disordinate. Alcuni studiosi hanno identificato i tre magi in Hormidz, re di Persia,  Jazdegerd e Peroz, re vissuti circa duemila anni fa, che vedendo passare la stella cometa cominciarono a seguirla, fino a raggiungere la capanna del Bambino. Il viaggio, secondo la leggenda, durò due anni e durante questo tempo, miracolosamente, i tre non sentirono né la fame né la sete, grazie all’astro, finchè non furono giunti a destinazione.

Il numero di tre è puramente simbolico (Matteo non cita quanti sono) e venne fissato da San Leone Magno, per rappresentare le tre età dell’uomo, la fanciullezza, la maturità e la vecchiaia, e le tre razze, semitica, camitica e giapetica.

Anche sui loro nomi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, non c’è concordanza. Baldassarre deriverebbe da “Balthazar”, mitico re babilonese; Melchiorre deriverebbe da “Melech”, che significa “Re”; Gaspare, invece, dal greco “Galgalath”, signore di Saba. Anche Marco Polo, nel Milione, parla di una città in Persia, Saba, o meglio Sawa, dalla quale partirono tre re che andarono ad adorare Dio quando nacque. Secondo numerose leggende, i Magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita di Gesù;  il 13 è un numero sacro: 13 erano gli apostoli, prima del tradimento di Giuda, 13 erano i cavalieri di Re Artù, prima del tradimento di Mordred, e forse per questo successivamente il numero 13 venne demonizzato. Gesù viene fatto nascere in una grotta. Questo elemento riporta alle credenze pagane: oltre ad essere legata all’utero, dalla grotta nascono Minosse, Dioniso, Mitra.

Inoltre a Bethelem, il villaggio a pochi passi da Nazareth, dove nacque Gesù, si adorava Adone-Tammuz, divinità arborea legata alla grotta e al ciclo di morte-resurrezione che richiamava la vicenda terrena di Gesù stesso. Per quanto riguarda la stella che guida i Magi, questa è presente nella Bibbia. Nel Libro dei Numeri, viene preconizzata la vera stella che nascerà da Giacobbe e quindi dal popolo di Israele. Questa stella può senza dubbio essere Gesù, la stella del mattino. Ma, per quanto riguarda la stella dei Re Magi, si potrebbe trattare di una Supernova, fenomeno di straordinaria luminosità ma molto breve. Altri studiosi hanno ipotizzato si trattasse della cometa di Halley, che si ripropone ogni 76 anni e sarebbe passata, allora, intorno al 12 a.C., data piuttosto tarda rispetto a quella indicata da Dionigi il Piccolo per la natività.

Altri hanno affermato che si trattasse di una congiunzione fra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci. Secondo i calcoli fatti da Keplero, nel Seicento, questa congiunzione si sarebbe verificata nel 7 a.C., data molto vicina a quella del 6 a.C., quasi unanimemente riconosciuta come quella della nascita di Gesù. Il pesce, poi, ricorre come simbolo in codice che i primi cristiani usavano, durante le persecuzioni romane. Per riconoscersi fra loro, uno  tracciava con un labys metà disegno e l’altro lo completava. Questo disegno era appunto il pesce poiché lo stesso nome  con cui veniva chiamato Gesù, cioè  “Nazareno” significava “piccolo pesce”.

Curiosamente, all’ingresso di Gerusalemme, Cristo fu accolto al grido di “Oannes”, poi corrotto in “Osanna”: ebbene, gli Oannes erano proprio divinità medio- orientali, rappresentati metà uomini e metà pesci.

Fu Giotto, nella Natività degli Scrovegni,  il primo a rappresentare la stella cometa come guida del viaggio dei Magi, forse ispirato da quella di Halley del 12 a.C..

Dopo morti, i Magi pare che furono seppelliti, in un’unica tomba, a Costantinopoli. Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, li ritrovò e  da Costantinopoli furono affidati al vescovo Eustorgio per portarli a Milano. I resti mortali di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, diventati per i milanesi Dionigi, Rustico ed Eleutero, furono seppelliti nella chiesa sorta dove il carro con le loro spoglie, condotto da Eustorgio, si era fermato perché non riusciva ad attraversare la Porta Ticinese. In questa chiesa, poi chiamata di Sant’Eustorgio,  il “Sepulchrum Trium Magorum” rimase dal 325 al 1164. Federico Barbarossa, vittorioso sui Milanesi, trafugò i resti dei Magi per tumularli nella cattedrale di Colonia, dove si trovano ancora oggi. I Milanesi continuarono, invano, a richiedere i resti ma ottennero soltanto, nel 1904, qualche frammento delle reliquie, custodito sopra l’Altare dei Magi, in Sant’Eustorgio. Ma fin dal Medioevo, con una lunga interruzione dal 1630 al 1962, anno in cui il Cardinale Montini ripristinò la tradizione, il giorno dell’Epifania è celebrato a Milano con il corteo dei Magi.

In conclusione, possiamo affermare che sembra abbastanza sconcertante l’apparizione della stella misteriosa  e molto strano come i Re Magi potessero comprendere il suo messaggio e seguirla fino al luogo dove era il Fanciullo. Strano, inoltre, che tutti gli abitanti di Gerusalemme, che odiavano il re straniero e dispotico Erode e che aspettavano un liberatore, un salvatore, il cui arrivo  da lungo tempo era stato vaticinato dai profeti, non si mettessero in cammino alla volta della grotta di Betlemme per salutare questo nuovo re che li avrebbe salvati.

Tutti questi interrogativi valgono ad avvalorare la convinzione che, quando Gesù nacque, ai tempi di Erode, non ci furono dei Magi che dall’Oriente si recassero a Betlemme e neanche dei visitatori dalle zone limitrofe. Gesù fu conosciuto dai suoi conterranei solo quando iniziò a predicare una nuova dottrina e la storia che si trova all’inizio del Vangelo di Matteo sembra puro frutto di fantasia. Ma, se è vero che nella fantasia dell’uomo, che ha elaborato questa ricostruzione, c’è una scintilla divina, ecco allora che il falso storico diventa ancora più vero del reale.

Un cavallo bianco, una giumenta rossa e un mulo nero le reali cavalcature dei re Magi

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

 

LA BENEFICA PRESENZA TI LU TIERNU TI LI SANTI RIGNANTI

ovvero

LE CAVALCATURE DEI RE MAGI

 

di  Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Nell’impaginato della campagna, aperto a un intricato linguaggio fatto di segni pronti a convertirsi in circostanza leggendaria e farsi nodo radicale di strane credenze, a volte capitava di scorgere sulla superficie rugosa della terra un chiaro tracciato di impronte animali che senza accusare progressiva dissolvenza o inversione di marcia si interrompevano di colpo, come se la bestia autrice delle orme si fosse improvvisamente volatizzata.

In una ponderata analisi si poteva congetturare l’occasionale proporsi di una diversa solidità del terreno, capace di non accusare impressione, o ripiegare sull’abitudine che le bestie – soprattutto gli equini – avevano di lasciarsi improvvisamente cadere a terra per poi rotolare felici fino alla più vicina delle macchie erbose; ma i contadini, forse per un istintivo gusto al mistero, ne traevano ipotesi assurde, basate sul positivo o negativo a seconda se le orme risultavano di cane o di bove, di capra o di cavallo, avendo ogni bestia – sempre nel concetto del popolo – ben distinte compromissioni col paranormale.

Le impronte a tutti più gradite erano quelle equine, soprattutto se, dalle dimensioni e intersecazioni del tracciato, si arrivava a stabilire che a lasciarvele era stata una triade di bestie, rilievo che portava difilato ad affermare la benefica presenza ti lu tièrnu ti li santi rignànti (del terno dei santi reali), intendendo con tale definizione alludere alle cavalcature dei re magi che la tradizione orale identificava non negli esotici cammelli ma in un cavallo bianco, una giumenta rossa e un mulo nero.

Il meraviglioso di tanta insolita visita stava nella credenza che le tre bestie, per avere avuto la fortuna di trovare la grotta di Betlemme, erano diventate

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