Buongiorno! Ve lo augura Calimera (Lecce)

di Raimondo Rodia

Calimera ci accoglie ricordandoci le sue antiche origini, testimoniate dalla presenza sul suo territorio non solo di dolmen, ma anche del più raro nemanthol, di cui parleremo più avanti quando tratteremo la chiesina campestre dedicata a S. Vito.

In toponomastica: Calimera, in greco, significa “buon giorno”.

Calimera ha condiviso le vicende storiche della vicina Martano fino al 1599 quando si staccò da questa ed acquistò l’autonomia comunale.

Tra i signori feudali ricordiamo gli Hugot, i Gesualdo, i Cataleda marchesi di Martano.

Tra gli edifici sacri segnaliamo la chiesa parrocchiale nella centralissima piazza del Sole. La chiesa è stata edificata nel 1689 sulle rovine di una preesistente di rito greco. L’edificio si presenta a due navate a croce latina con tre altari per lato, pregevoli quelli del transetto dedicati a S. Brizio, protettore del paese, ed alla Madonna del Rosario. Il bel portale del 1692 con due nicchie votive ai lati ed un finestrone superiore con iscrizioni dedicatorie; interessante la torre campanaria a quattro ordini, con l’ultimo ottagonale del XIII secolo.

Tra le molte cappelle esistenti sul territorio, segnaliamo quella dell’Immacolata del 1636, quella della Madonna del Carmine con un campanile a vela del 1577, quella della Vergine Maria di Costantinopoli di cui resta un affresco del 1603, quella di S. Antonio ricostruita nel 1710, arricchita da pigne decorative.

Fra le più importanti chiese segnaliamo quella della Madonna delle Grazie, detta del “Mentovano” quasi fuori dall’abitato costruita nel 1696 per volontà dei martignanesi, ma sicuramente interessante è quella del SS. Crocifisso che risale al 1698 anche se di modeste dimensioni (circa 25 mq) che offre al visitatore un crocifisso ligneo di pregevole fattura e le volte affrescate con scene del ritrovamento del crocifisso e le figure dei quattro evangelisti.

Appena fuori città sulla via di Borgagne, il sito rupestre di S. Biagio, con una cappella esistente in loco dedicata a S. Biagio. La zona e` interessante dal punto di vista naturalistico, archeologico caratterizzata dalla presenza di numerosi boschi di quercia della specie “Ilex” cioè il leccio.

Interessanti l’aia antica, i muretti a secco con le vecchie centuriazione romane, ed il nuovo Caseificio che produce mozzarelle ed altri formaggi nel unico sito salentino dove si allevano le bufale. Altri animali come i Lama fanno del sito di S. Biagio un luogo senza tempo dove passare qualche ora in libertà. Tornando alla lecceta, residuo di quelle grandi foreste che in passato coprivano quasi l’intero territorio provinciale. Gli stessi abitanti di Calimera, fino ad un secolo fa, traevano il loro reddito dall’abbattimento della foresta formata da querce per farne carbonella da ardere, tanto che ancora adesso l’epiteto degli abitanti di Calimera è “Craunari”. Il sito oltre ad essere interessante per gli aspetti naturalistici lo è anche per la presenza dei dolmen Placa e Gurgulante. La zona di S. Biagio si presenta ricca di acqua ed in passato fu abitata da varie comunità di cui restano cisterne, tombe e fosse granarie.
La chiesa di S. Biagio, edificata intorno all’ anno mille, comprendeva un solo vano semi-ipogeo con volta a botte. Nel XVIII secolo una nuova costruzione inglobò la vecchia ricavando, al piano rialzato, due vani per i religiosi, trasformata in stalla nel secolo successivo e poi in fienile.
Oggi si sta tentando un recupero dell’edificio.

Spostandosi di pochi chilometri verso ovest vi è il sito di S. Vito. Vale la pena di visitare la chiesa rurale dedicata a S.Vito con all’interno un nemanthol cioè una pietra forata attraverso la quale si svolge, ancora oggi, un rito legato alla fertilità. Passando attraverso la pietra forata si compie un antico rito propiziatorio legato alla fertilità, rito di chiare origini pagane, accolto dalla cristianità come altri riti antichi e ripetuto annualmente il lunedì di pasquetta.

Nell’area circostante la chiesetta si trovano delle costruzioni a secco, delle grotte scavate, dei ricoveri per animali e degli eremiti. Tutto questo fa pensare ai resti di un luogo di culto importante, anche per il ritrovamento di incisioni nei dintorni di croci greche e latine, tra cui un simbolo del Christos Fos (Cristo luce).

Infine non guasta una visita al Museo di storia naturale fondato nel 1984 che ospita rettili, insetti, anfibi ed altre specie vive nel loro habitat naturale ricostruito. Il museo funge anche da centro di prima accoglienza per il recupero della fauna selvatica ferita e per la reintroduzione di rapaci e tartarughe marine nel loro habitat naturale. Presenti anche esposizioni tassidermiche e diorami.

Il vescovo Gabriele Adarzo de Santander e la facciata della collegiata di Galatina

 

di Raimondo Rodia

La facciata della collegiata di Galatina, è questo il titolo della matrice di Galatina, titolo ricevuto nel 1663, durante il periodo di Gabriel Adarzo de Santander (Madrid 1596-Otranto 1674). Fu questi arcivescovo di Otranto dal 9 marzo 1657, proveniente dalla sede episcopale di Vigevano che aveva occupato nel 1654. Predicatore del re Filippo IV, autore assai prolifico, aveva fondato la cattedra di teologia nell’università spagnola di Salamanca.

Dentro le nicchie dei portali laterali della chiesa galatinese si trovano le statue di due santi mercedari, S. Pietro Nolasco, fondatore dell’ordine religioso della Mercede, e S. Raimondo di Portuel, detto “non-nato” in quanto fu estratto dal ventre con taglio cesareo quando la madre era già morta. Non poteva ricadere diversamente tale scelta, appartenendo il presule spagnolo all’ordine dei Mercedari ed avendo lui stesso istituito la festività di S. Pietro Nolasco.

La venerazione per l’altro santo, protettore delle partorienti, durò alcuni anni dopo la morte dell’arcivescovo e il culto fu dapprima associato e poi del tutto sostituito da quello della Madonna della Luce, ancora oggi invocata quale protettrice dei neonati.

L’arcivescovo dimorò a Galatina, nel palazzo baronale della stessa piazza, non a palazzo Baldi come la voce popolare asserisce. Il motivo forse la paura dei Turchi o dei pirati saraceni. Infatti lui vescovo di Vigevano, rifiutò dapprima, per poi accettare la cattedra idruntina proprio per questa paura atavica. Infine una volta ad Otranto preferì dimorare a Galatina per mettersi 30 km di vantaggio sul nemico della mezza luna. Il presule spagnolo gareggiò con il Pappacoda arcivescovo a quel tempo a Lecce per il forte mecenatismo. A lui si devono ad Otranto il rinnovamento della chiesa bizantina di S. Pietro con la chiusura definitiva della porta del popolo che era a nord. Ad Otranto stesso fu committente del portale barocco della facciata ( 1674 ) terminato poco prima della sua morte, 4 aprile 1674. Innumerevoli altre opere nella diocesi idruntina, furono firmate dal Santader, ma sicuramente la facciata della matrice galatinese ed il cappellone del Sacramento rimangono le opere più apprezzate . Il cappellone sorgeva all’interno della stessa chiesa dei SS. Pietro e Paolo, dove fu sepolto, ed ora non più visibile per i danni e gli stravolgimenti che la chiesa subì nel 1875.

Il Santader, tornando una sera da Ugento, colto da un violentissimo temporale trasformatosi in bufera, avendo difficoltà a ritrovare la strada per Galatina, invocò la Vergine e ad un tratto apparve nel cielo della città un’intensa luce che lo guidò verso la sua dimora.

particolare della facciata e stemma del vescovo

Giunto il presule in città sano e salvo, quale ringraziamento alla Madonna per lo scampato pericolo fece costruire, in aperta campagna e quindi “extra moenia”, una cappella intitolata alla Vergine della Luce.

Le recenti e inedite acquisizioni documentali fanno luce, è il caso di dirlo, su alcune inesattezze pubblicate in passato. La chiesa della Madonna della Luce esisteva già a Galatina molto tempo prima della venuta del Santander a Otranto. Fu costruita probabilmente dopo il 1608 e comunque prima del 1652, dedicandola alla Madonna della Mercede. Gli ultimi studi sul fenomeno dei figli illegittimi, abbandonati sulle porte delle chiese galatinesi extra moenia nel ‘600, inequivocabilmente segnalano come già edificata la cappella: il 20 ottobre 1652 Pietro bastardello fu ritrovato alla Madonna della Luce; l’8 maggio 1656 Bonaventura bastardello fu ritrovato alla Madonna della Luce; il 1° novembre 1657 Leonarda gettatella fu ritrovata alla Madonna della Luce.

La chiesa era sicuramente aperta al culto e frequentata da fedeli: il figlio illegittimo non avrebbe avuto alcuna chance di essere trovato e accudito.

Doveva essere di piccole dimensioni e forse con un solo altare. L’affresco della Vergine, riferibile ai primi decenni del 600, è l’unica testimonianza della vecchia cappella e dell’antica devozione.

Mons. Santander provvide successivamente ad ampliarla e dotarla di quattro altari, collocando sul maggiore il suo stemma arcivescovile. Si trattò dunque di ricostruzione.

S. Maria della Mercede

Allo stesso modo non è possibile attribuire al Santander l’introduzione a Galatina del culto alla “Madre dell’Eterna Luce”, considerato che nel Salento già da due secoli era radicato un forte sentimento religioso per la Madonna avente questo titolo.

Nella seconda metà del ‘400 il “miracolo della Luce”, che liberò Lecce dalla peste, è ricordato in un antico affresco proveniente dalla distrutta chiesa di S. Maria della Luce in Lecce, esistente al tempo di Maria d’Enghien.

Il culto per la Madonna della Luce si trova sin dal 1550 anche a Vernole e Ugento. Proprio da qui, Ugento, oppure Gallipoli, entrambe sedi vescovili vacanti all’epoca, il nostro presule tornava quell’ agosto del 1659.

Nel primo caso ad Ugento aveva visitato una piccola cappella extra moenia dedicata appunto alla Madonna della Luce. Il termine “luce” in questo caso era quella degli occhi cioè la vista, perchè nella piccola cappella ugentina era accaduto il miracolo che un cieco dalla nascita, proveniente da Napoli e diretto a S. Maria di Leuca in pellegrinaggio, aveva riacquistato la vista miracolosamente dopo aver pregato intensamente. Si presume sia ciò accaduto nell’ agosto del 1659, quando scoppiò il forte temporale di cui si è scritto prima.

E’ logico pensare che nei primi tempi del suo ministero come arcivescovo di Otranto mons. Adarzo de Santander cominciò ad avviare i primi contatti con le diocesi suffraganee dopo aver definitivamente risolto il problema della sua residenza che fu in Galatina sin dai primi mesi del 1659. Questa data sembra la più indicata per datare il prodigio della luce miracolosa, anche per un particolare non secondario: Gallipoli, senza pastore da cinque anni, solo il 9 giugno 1659 ebbe il nuovo Vescovo, con il quale il Santander evidentemente aveva avuto un incontro per concordare indirizzi di vita pastorale. Tutto ciò farebbe propendere per improvviso ma violento temporale d’estate, piuttosto che per una bufera invernale come riportato dalla tradizione.

La luce illuminò non solo S. Pietro in Galatina (come si chiamava la città in quell’epoca ), ma anche l’esistente cappella intitolata alla Madonna della Luce, alla cui protezione il Vescovo attribuì la sua salvezza: grato, iniziò i lavori di ricostruzione, ampliamento e abbellimento.

L’evento miracoloso, forse su precisa disposizione del medesimo vescovo, fu riportato sulla lunetta del portale del santuario mariano.

Il culto verso la Madonna della Luce è grande presso i Galatinesi che lo festeggiano, come da consuetudine, il quarto giovedi successivo alla Pasqua. Il 2010 registra il 351° anniversario dell’evento portentoso.

22 dicembre. La festa delle panare a Spongano

Oggi le tradizionali “Panare” a Spongano

di Raimondo Rodia

dal sito del comune di Spongano

Il 22 dicembre, come ogni anno, si tiene a Spongano un’antica tradizione legata al culto del fuoco e a quello di Santa Vittoria: la Festa delle Panare.  Un rito tradizionale antico e sentito da parte della popolazione del piccolo paese salentino.

Si rinnova così a Spongano la tradizionale festa delle “Panare”.

Le panare sono cesti di vimini intrecciati con listelli di canne e riempite di sansa, residuo della molitura delle olive e adornate di festoni, fili dorati, bandiere di carta colorata, mandarini, palme da dattero ed altro ancora.

La festa inizia nel pomeriggio quando la Banda che apre il corteo invita a mettere fuori le “Panare” preparate un tempo solo dai frantoi. Oggi partecipano singoli cittadini, associazioni, l’Amministrazione Comunale ed il Comitato Festa. Le Panare così addobbate vengono raccolte in corteo nei vari punti del paese per essere portate tutte insieme in un posto prestabilito, dove vengono fatte bruciare in onore di Santa Vittoria, protettrice di Spongano.

La serata continua con momenti di sano spirito paesano allietato dalla musica popolare, avendo a disposizione taralli e vino per tutti, fino a notte tarda.

Quest’anno il programma prevede: alle 15.30 l’inizio del corteo con la partenza tradizionale da Palazzo Bacile. Poi intorno alle 20.00 l’arrivo di tutte le Panare nei pressi del Municipio, in piazza Vittoria. Subito dopo partono i festeggiamenti. Quest’anno concerto di musica popolare con il gruppo Menamenamò. In mattinata, dalle 10, la sfilata delle “panare” confezionate dai ragazzi delle scuole e dell’asilo, accompagnate dalla banda musicale formata sempre dagli alunni.

Venerdì 23, alle 7,30, sarà celebrata la prima Messa, mentre alle 15,30 si snoderà la processione accompagnata dalle note del Piccolo Concerto Città di Conversano (Ba). Al rientro, lo spettacolo dei colorati fuochi pirotecnici.

Un tempo le panare erano realizzate da artigiani o semplici contadini per poter comodamente raccogliere i frutti dagli alberi e avere un solido recipiente con il quale trasportarli a casa, dato che di solito si andava in giro in bicicletta o a piedi. Oggi è uno dei prodotti più venduti nelle fiere artigianali che si tengono nei vari comuni del Salento.

Furono i baroni Bacile di Castiglione a portare nel Medioevo il culto della santa romana Vittoria a Spongano, eletta poi a Patrona del paese in seguito ad una serie di miracoli che salvarono i raccolti da funesti eventi meteorologici. Gli stessi Bacile chiesero poi all’arcivescovo di Otranto di poter festeggiare la santa in due occasioni, una a Dicembre e l’altra ad Agosto.

Spongano. Il busto di Santa Vittoria portato in processione (dal sito del comune)

Con il culto alla Santa è nata anche la festa delle panare, una delle più antiche del Salento, anche se sono in molti a ritenere che una forma ancora più antica di questa tradizione fosse già presente.

Le panare per l’occasione vengono riempite di sansa, una sostanza di scarto ottenuta dalla lavorazione delle olive, nella fase di spremitura da cui si ottiene poi l’olio. Il materiale è composto dunque da pezzi di noccioli, bucce e altri residui che rimangono dopo l’estrazione dell’acqua vegetale dall’oliva. Questa sostanza emana un odore molto forte e pungente ed è usata anche come combustibile. La sansa usualmente viene sottoposta a 2 o 3 procedimenti a ripetizione, detti ripassamenti, al fine di ricavare la massima quantità possibile di estratto liquefatto.

Le panare sponganesi vengono decorate con grandi fiori e foglie, le si dà fuoco in modo che ardano lentamente e poi vengono trasportate su carri accuratamente decorati condotti in processione per le vie del paese. Alla fine della processione le panare vengono riposte tutte insieme nello stesso luogo per attendere che prendano fuoco del tutto.

A conclusione della serata vengono distribuiti ai presenti lupini, tarallini e vino, consumati durante l’ascolto della musica.

Con questa festa si celebra il fuoco in una terra dalla lunga e profonda tradizione olearia. Ed attraverso il fuoco la cultura contadina del Salento ha trovato il modo di manifestare la sua riconoscenza per la produzione agricola nell’anno appena trascorso, auspicando un proficuo raccolto per quello successivo.

Santa Vittoria, la santa cattolica a cui è stata associata questa tradizione, fu una donna che si oppose alla nozze con un patrizio di nome Eugenio, rinunciando inoltre ai suoi oggetti e ai suoi gioielli che donò ai poveri. Ad Eugenio, che voleva principalmente impossessarsi del patrimonio della santa, questa cosa non piacque e per punizione rapì Vittoria, la esiliò nella sua tenuta e la uccise. La morte di Vittoria non avvenne direttamente per mano del suo sposo rifiutato ma per quella di un commissario imperiale. Questo fu inviato su richiesta di Egidio dopo che Vittoria, accogliendo una supplica di aiuto della popolazione locale, scacciò un drago che terrorizzava gli abitanti della stessa terra in cui venne esiliata. Questo drago era una bestia molto feroce e incendiava tutto, case e raccolto, con il solo respiro. Nel luogo che il drago scelse come sua dimora la santa chiese che le fosse costruito un oratorio e che delle vergini si fossero unite alla causa cristiana come sue discepole. Dopo questi eventi Vittoria fu richiamata all’ordine dal commissario che le ordinò di prestare fedeltà e di venerare un’effige della dea Diana. Il suo rifiuto le costò la vita, che perdette perendo di spada.

Il fuoco delle panare di Spongano è stato associato agli incendi che il drago provocava ai raccolti della popolazione salvata da Vittoria.

La tradizione vuole che si festeggi anche il 7 e 8 agosto, data in cui la santa salvò Spongano da una  grandinata.

La combustione lenta delle Panare dura a lungo a volte fino a Natale, e passata la mezzanotte, inizia la caccia al fuoco, perchè ognuno vuol portare nella propria casa un po’ della brace, oltre che per scaldarsi, quale benevolo segno di un lieto futuro.

La chiesa matrice di Avetrana

di Raimondo Rodia
Incomplete e sommarie appaiono le ricerche sulla chiesa matrice di Avetrana e pertanto oggetto ancora di studio.
A tutt’oggi non si è ancora riusciti a determinare l’anno di fondazione, anche se da uno studio di D. Vendola (1939) la chiesa di Avetrana (XIII – XIV sec.) appare già iscritta al pagamento o alla riscossione di decime.
Un documento risalente al 1468 ci conferma che è la chiesa di Avetrana a riscuotere decime. Importantissimo è chiarire il passaggio in quanto ancora una volta la storia di questo paese sarebbe da riscrivere. Certo è che l’edificio a cui si riferiscono quelle antiche carte non è quello odierno; infatti, invisibili al pubblico, dietro l’altare maggiore, giacciono le fondazioni di un edificio absidato e non è facile spiegare i differenti livelli tra l’ufficio parrocchiale, la sala ora adibita a piccolo museo e la restante parte dell’edificio come fatto di maggior vetustà di quest’ultimo.
Il nuovo impianto parte con la torre campanaria la cui edificazione è posta nel XVI secolo. Documenti recentemente ritrovati risalenti al 1583 e riferentisi al 1565 ci permettono di affermare che in quell’anno erano in atto i lavori di costruzione del ‘campanaro’. Il completamento della costruzione dell’intero edificio si protrae lungamente né tanto meno apparirebbe completato al tempo che ci indica la data posta all’esterno, in cima al timpano del frontone (1756).
Lo stile, anche se con molti spunti di tradizione locale, richiama le molte chiese dei nostri paesi di Terra d’Otranto.
L’intero edificio si articola su tre navate coperto con la tecnica dell’incannucciata sospesa mediante tiranti che la collegano al tetto vero e proprio a capriata. Partendo dall’ingresso della navata destra osserviamo l’altare di S. Giuseppe, quindi quello dedicato al Cuore di Gesù (cui corrispondono le sepolture dei notabili del paese) e l’altro dedicato alla

Un antico e inusuale lavoro artigianale: l’impagliatore di sedie

di Raimondo Rodia
Impagliatore di sedie, un lavoro artigianale non ancora scomparso, grazie a persone come Andrea De Filippi, che ancora oggi a Lecce con pazienza ed ottimismo, porta avanti questo antico mestiere artigiano.
Una volta il mestiere era diffuso in particolare ad Acquarica del Capo famosa per essere il paese degli “spurtari”, (costruttori di sporte o canestri di giunco). Infatti l’artigianato locale produce questi contenitori sfruttando la materia prima che cresceva nelle malsane paludi che circondavano il paese.
I giunchi, una volta raccolti, subiscono una bollitura e una zolfatura che danno elasticità e resistenza caratteristiche che sono indispensabili per la loro lavorazione. Questi eccezionali artigiani che intrecciano i giunchi di palude per farne degli oggetti di fattura straordinaria furono premiati all’esposizione internazionale di Vienna del 1873.
Ma raccontiamo con le parole di Andrea De Filippi il suo lavoro quotidiano. “Usando le tecniche e i più comuni materiali, riesco a restaurare sedie di ogni tipo, epoca e stile, sgabelli bassi e alti, poltroncine, sedie a dondolo di ogni tipo, dai modelli classici in legno in stile ed arte povera, a quelli contemporanei che hanno bisogno dell’ impagliatura a “ scacchi ” con cordoncino e a “ spicchi ” con erbe palustri e filati più recenti.
La professionalità acquisita trova le sue origini nella passione per le tessiture su sedie, che ha visto evolvere l’acquisizione delle varie tecniche attraverso dieci anni di attività continuativa. La mia specializzazione è l’impagliatura di Vienna, una tecnica difficile e bisognosa di tanta pazienza e bravura”.
L’intreccio di Vienna nasce nei primi dell’ottocento dal genio artistico e creativo di Michal Thonet (1796-1871), considerato il padre della tecnica di curvatura del legno. Il mito e la storia della Gebruder Thonet Vienna divenne un’icona del design europeo. Con la sua produzione Thonet si dimostra non solo un abile artigiano e geniale designer dell’epoca, ma un vero e proprio pioniere del moderno processo d’industrializzazione: alla fine dell’800 infatti, la sua azienda era in grado di produrre quattromila pezzi al giorno, realizzati da circa seimila addetti.
L’arte dell’intreccio del giunco è antica e veramente artigianale. Prima di iniziare la lavorazione, le cortecce di ulivo e gli sterpi di moro, dopo essere stati raccolti, vengono levigati ed ammorbiditi con prolungati bagni d’acqua. La lavorazione poi prosegue come fosse un ricamo e ne ripete i punti: a croce, a stella, a tessuto, a rete.
E’ tutto un gioco di simmetria e di equilibrio; la stella del fondo richiama quella del coperchio, la treccia del manico quella del bordo, i colori delle decorazioni viola, verdognolo e bluastro, riproducono motivi di certi antichi tessuti locali.
I prodotti tipici di tale lavorazione sono: cesti, panieri, contenitori, forme per la ricotta, borse e altri oggetti tradizionali.
L’arte dell’intreccio è una maestria che appartiene a pochi, realizzato oggi, dalle sapienti mani di pochi artigiani.

La fontana greco-romana-rinascimentale di Gallipoli

la fontana di Gallipoli

 

di Raimondo Rodia

Non si conosce l’esatto periodo di costruzione di questo monumento in pietra calcarea: forse risale al periodo compreso fra la dominazione greca e quella romana, ma c’è chi lo vuole per la sua fattura costruito nel Rinascimento.

Infatti sembra plausibile che le sculture che adornavano la fontana antica siano state riprese nel trasloco avvenuto durante il XVI secolo. Certo è che la fontana esisteva già prima del 1500, in un luogo diverso da quello attuale, e precisamente nella zona denominata “Fontanelle” , nei pressi del vecchio “Ospedale Sacro Cuore”. Ci ricorda del sito l’antico toponimo “Korici”, alterazione del greco “Korikios” [latino: termae]. Questo ci fa supporre l’esistenza di un impianto termale cui apparteneva probabilmente anche la fontana.

Forse a causa di infiltrazioni di acqua marina, essendo il sito troppo vicino alla costa, nel 1548 la fontana venne trasportata nei pressi della chiesa di S. Nicola del Porto, ora distrutta. Solo nel 1560 fu collocata nel luogo dove oggi la ammiriamo, tra il borgo e il centro storico. In quel tempo la fontana aveva la sola facciata di scirocco.

Nel 1765, a spese del Comune, fu costruita la facciata che volge a tramontana, addossata in seguito a quella più antica.

La fontana oggi fortemente consumata dal tempo, dal vento e dalla salsedine, offre sempre uno spettacolo bello a vedersi.

Nella facciata di scirocco quella carica di ornamenti, partendo dalla base, si elevano quattro piedistalli e su questi poggiano quattro figure, due maschili e due femminili, che con i loro capitelli sostengono l’architrave (con scene delle fatiche di Ercole); il fregio e la cornice dividono la facciata in tre parti

Una visita a Melpignano, che non è solo Notte della Taranta

di Raimondo Rodia
la piazza di Melpignano
Melpignano è un piccolo paese della Grecìa Salentina, che negli ultimi dodici anni si è fatto conoscere per l’appuntamento agostano imprenscindibile per molti ” La Notte della Taranta “. Ma al di là del rito apotropaico, cosa sappiamo del piccolo centro ?
Nel territorio di Melpignano si segnalano un menhir nel centro urbano, su via IV Novembre, chiamato Candelora, ed un altro in periferia sulla via vicinale Vore in contrada Motta. Sul territorio si trovano, inoltre, un dolmen molto piccolo in contrada S. Sidero ed un altro sullo spartifeudo con Maglie.
Da visitare, il palazzo di Notar Zullino, realizzato agli inizi del XVI secolo, che reca sull’architrave un motto in latino alquanto interessante “ Stia in piedi questa casa finchè la formica abbia bevuto l’acqua del mare e la tartaruga compiuto il giro della terra ”.
Degno di una visita è anche il castello baronale del 1636, come risulta dalla iscrizione sul coronamento, sul quale, attualmente, si stanno effettuando lavori di restauro.
Nel paese segnaliamo anche palazzo Maggio, costruzione settecentesca simile al portale del castello di Martano .
Da visitare anche la masseria S.Aloia con torre colombaia.
Al centro di Melpignano è la bellissima piazza S. Giorgio, dove, oltre la chiesa matrice quattrocentesca con lo stupendo portale del XVI secolo e due iscrizioni, una latina ed una greca, con l’immancabile S. Giorgio che ammazza il drago lancia in resta. L’interno è a tre navate con alcuni affreschi presenti nell’abside, quasi ad imitare i polittici del medioevo.
particolare del portale della parrocchiale
La chiesa conserva, inoltre, una statua ed un dipinto di Nicolò Maiorano, vescovo di Molfetta, dotto grecista e già bibliotecario della vaticana e zio di Maiorano dei Maiorani, dotto teologo e grecista autore di molti codici greci, tra cui la Fisica di Aristotele. L’ opera rimase a Melpignano fino al 1606 mentre ora è conservata presso la biblioteca Ambrosiana.
Il resto della piazza è magnifica nella sua espressione con una serie di portici con fornici a tutto sesto, che la rendono unica nel contesto provinciale. Da segnalare accanto alla matrice la chiesetta di S. Anna ed il ristorante Kalì con il suo accogliente giardino d’estate e le sale in pietra locale voltate per un caldo rifugio invernale.
Più noti il convento degli Agostiniani e la chiesa della Madonna del Carmine, protagonisti da anni come vere e proprie quinte teatrali del concertone finale della ” Notte della Taranta “. Il monumento più interessante in paese resta il convento degli Agostiniani e la chiesa della Madonna del Carmine.
Il convento opera della seconda metà del 500 fu costruito per imporre, anche in questo caso, il rito latino nella zona. La mole dell’edificio costituisce, quasi sicuramente, il monumento in stile barocco più importante della zona. Il chiostro, ricostruito nel 1644, contiene diverse opere scritte in latino.
La facciata della chiesa della Madonna del Carmine, ricostruita nella seconda metà del ‘600 su disegni di Giuseppe Zimbalo, è un’ opera dell’ architetto di Corigliano d’Otranto Francesco Manuli, il quale terminò la parte superiore nel 1662. L’interno, con l’originale coro cinquecentesco, dopo decenni di abbandono è stato recentemente restaurato conservando in particolare opere scultoree, tra cui un altare dedicato a S. Nicola Tolentino del 1656 di Placido Buffelli di Alessano, uno dei grandi scultori del barocco salentino.

Avetrana e il suo centro storico

di Raimondo Rodia
Continuiamo a darvi notizie sul centro storico di Avetrana. Oggi accenneremo all’architettura civile. Palazzo Imperiale, prende nome dagli ultimi signori che amministrarono i beni feudali “mero et misto imperio” dell’Università antica, denominazione al posto di “Comune”.  Michele Imperiale, IV marchese di Oria, lo fece restaurare, ampliandolo, nel 1693, come si legge in un vecchio atto.
Alla luce di detto documento appare plausibile la vetustà del palazzo stesso, che risale ad epoche precedenti e verosimilmente alla signoria dei Pagano. Sappiamo inoltre che altri interventi furono operati dai conti Filo, dei quali campeggia lo stemma nel portale di ingresso all’androne. Dopo il 1905 i Filo, abbandonata Avetrana per trasferirsi a Napoli, cedono, dietro corresponsione di un canone, il palazzo ad alcuni amministratori delle loro proprietà.
Da allora inizia la decadenza ritrovandosi oggi suddiviso fra ben 13 famiglie. Con premesse simili risulta al momento assai difficile una lettura delle superfetazioni operate nel tempo. Certamente il massimo splendore, come ci informano altri studiosi, fu raggiunto proprio sotto gli Imperiale.
Un dovizioso inventario parla di numerosa e pregevole mobilia, carte geografiche, tele, arazzi e quant’altro poteva rendere fastoso un palazzo principesco. Dopo quasi vent’anni di abbandono (1782-1804) il palazzo richiese nuovi restauri da parte dei Filo. Oggi appare svilupparsi attorno ad un ampio cortile, cui si accede dall’androne che segue un ricco portale bugnato.
Cadente appare l’ampio scalone fatto costruire da Michele Imperiale per accedere al piano nobile. Inglobata al palazzo è la cappella della Madonna del Carmelo, che recentemente ha restituito degli affreschi risalenti al XVI sec. durante i lavori di restauro avvenuti circa dieci anni fa.
Al suo interno si conserva un’acquasantiera, forse del Cinquecento, che richiama motivi tra il paleocristiano e il gotico.
Lasciatoci alle spalle il portale bugnato del Palazzo Imperiale, ci immettiamo, nell’antica strada dei Caniglia (oggi via Crispi). Proseguendo attraversiamo via V. Emanuele (già strada della Lezza come detto) e poco più avanti, a destra, troviamo Corte Caniglie, da vedere dall’interno per il suo suggestivo portale forse quattrocentesco. Il nome prende, anche se in forma erronea, dai Caniglia, che per quanto ci risulta provengono da Oria, forse al seguito degli Imperiale ed attestati in Avetrana nella seconda metà del XVII sec. con Teodoro Caniglia.
Uscendo su Via Garibaldi ( già strada del Forno baronale e poi Strada dell’Ospedale) e svoltando a sinistra per riuscire su piazza Vittorio Veneto troviamo l’imbocco di Via Ronzieri (o Ronzier, famiglia giunta da Praga con Matteo nella prima metà del XVIII secolo, che diede un sindaco ed un notaio) un tempo strada dei Maramonti (i Maramonte famiglia notabile, apparve nella prima metà del XVII sec. legata ai Romano, Signori di Avetrana).
Al crocevia sorge una recentissima costruzione al posto dell’antico forno Baronale e al fianco una finestrella del XVII sec., forse un’antica caffetteria e probabile casa dei Maramonte.
Proseguendo, all’angolo della piazza un palazzotto che fa il verso al ” Liberty ” si sostituisce alla antica osteria. Di fronte troviamo Palazzo Torricelli.
Il palazzo prende il nome dalla famiglia sotto la quale raggiunse l’unità catastale. “Leggendo” i vecchi muri che si affacciano sulla Piazza Vittorio Veneto è facile accorgersi come esso sia costituito dalla aggregazione di varie unità insediative. Solo con l’acquisto di Arcangelo Torricelli ( la cui famiglia proveniva da Gallipoli ) concluso sul finire del secolo XIX, si riunisce sotto un unico proprietario. Al piano superiore colpiscono due graziose finestre che ricordano, quella a destra con le semicolonne il barocco,  quella a sinistra il gusto rinascimentale.
Bella anche la balaustrata d’angolo, certo barocca.
In fondo alla piazza, a destra, svetta la Torre Civica. La torre fu fatta costruire ove sorgeva la bottega di un calzolaio. Le finestrelle e la porta, seppure assimilabili al gotico, nulla con esso hanno a che fare. Si tratta di un’opera di fine ‘800, creata  per rimpiazzare l’alloggiamento del pubblico orologio che si era perso con l’abbattimento della Porta Grande.
Divenne quindi sede del corpo delle guardie municipali e carcere di transito. L’antico meccanismo che muoveva l’orologio fu fornito dalla stessa ditta che lo fornì al Teatro Petruzzelli di Bari.
All’imbocco di Via della Chiesa, sulla sinistra, una balaustrata che sulla base di una prima ricerca potremmo definire la casa dello speziale, giungiamo così alla Chiesa Madre. Ma di questa chiesa ne parliamo più approfonditamente nella prossima lettera.

Avetrana. Uno stupido ed allucinanante tour dell’orrore

il castello di Avetrana

di Raimondo Rodia

Pochi cenni su Avetrana, il piccolo paese in provincia di Taranto ed  incuneato tra le provincie di Brindisi e Lecce, di cui tanto si parla nelle cronachew nazionali. Lo faccio per reazione allo stupido ed allucinanante tour dell’orrore dei luoghi che hanno visto protagonista Sarah Scazzi. In questo mia prima lettera vi faccio accenno ad un pò di storia .
Il territorio di Avetrana, immerso un tempo nella grande foresta oritana di cui oggi rimangono residui il Bosco di S. Martino e quello di Motunato, fu certo un luogo ideale per favorire i primi insediamenti umani: le grotte che si affacciano sulle sponde del canale di S. Martino e la grotta di Villanova-Spècchia Rascìna testimoniano, con quanto in esse rinvenuto, presenze umane fin dal VI-V millennio a.C. e forse provenienti dal materano. Si giunge poi fino all’età del bronzo (XI- I millennio a.C.) senza apprezzabili soluzioni di continuità (vedi Monti della Marina, Masseria Sinfaròsa, Spècchia Crocècchia oggi localmente nota col nome di “Turrinu” ed altri).
chiesa parrocchiale di Avetrana
Resta ancora inspiegabile una struttura in cima ai Monti della Marina che alcuni vogliono essere i resti di una antica torre d’avvistamento messapica. Chiusasi la fase protostorica si giunge alla presenza della espansione latina (in genere tra i secoli. IV e I a.C.) come ad esempio in contrada S. Francesco, poco a nord di Avetrana, ove si sono rinvenute le fondamenta di un’antica fattoria romana, oggi obliterate in attesa di un piano di recupero turistico .
All’alba dell’alto medioevo il territorio appare occupato da alcuni villaggi, tra i quali emergono, per citarne alcuni: S. Maria, S. Giorgio e Motunato (corrispondenti ai tre colli rappresentati nella stemma comunale).
Fatti più o meno fantasiosi o più meno leggendari vogliono che l’antica Avetrana sia stata fondata dal concorso di gente proveniente dai casali circumvicini, assaltati dalla furia distruttrice delle invasioni saracene del IX sec. d.C. e per trovare qui riparo all’ombra del grande “Torrione”. Varie osservazioni ci permettono di dissentire. Basti considerare che il Torrione è certamente di epoca non anteriore al XIV sec.; ancor più striderebbe l’ evento se fosse avvalorata l’ipotesi che i vani ipogei posti alla base della torre rotonda e che si aprono sul fossato fossero in realtà antichissimi abituri.
Da allora vari signori si succedono nel possesso del piccolo “casale” che, solo con l’avvento dei Pagano (1481, secondo altri nel 1507), diverrà “Terra”, ossia borgo fortificato da mura di cui oggi sopravanzano pochissimi monconi.
Ai Pagano succedono gli Albrizi e nel 1651 (?) i Romano. Con l’estinzione di quest’ultimo casato il feudo di Avetrana passa agli Imperiale, già signori del suffeudo di Modunato.
Gli Imperiale, famiglia di origine genovese. sono signori di vastissimi feudi a cavallo tra le province attuali di Taranto e di Brindisi (in merito, vale la pena visitare Francavilla ed Oria) tanto che si fregiano del titolo di Prìncipi di Francavilla e Marchesi di Oria.
La storia feudale di Avetrana termina con l’estinzione degli Imperiale-Francavilla (1782).

Il Salento una penisola nella penisola, un balcone sul Mediterraneo

ph Roberto Filograna

di Raimondo Rodia

Il Salento è una lingua di terra fra due mari, lo Ionio occidentale e l’Adriatico meridionale, con coste dalle alte falesie, fiordi bellissimi, calette nascoste, scogliere basse e pescose, lunghe ed interminabili spiagge ed un mare limpido e trasparente.
Il Salento una penisola nella penisola è un balcone sul mare Mediterraneo, è ricordato nelle navigazioni letterarie come l’Odissea e l’Eneide, è stato attraversato nei secoli da mille rotte marittime e terrestri e costituisce un unicum in tutto il bacino del mediterraneo.

Il Salento ha ereditato dalle civiltà preistoriche il Salento una grande concentrazione di dolmen, menhir, specchie, nemanthol. I ritrovamenti nelle varie grotte, in particolare la grotta Romanelli di Castro e la grotta dei Cervi di Porto Badisco, di graffiti e di pitture fatte con guano di pipistrello e con ocra rappresentano simboli misterici di iniziazione ad una religione legata agli antri bui e nascosti del territorio. Di particolare importanza la famosa donna ritrovata ad Ostuni unico esempio al mondo di donna con un bambino in grembo risalente a circa 25.000 anni or sono.
Questo ed altro attirano studiosi in questa terra affascinante e misteriosa.

Gli ori del museo di Taranto, i vasi e le ceramiche proto-corinzie e le famose “trozzelle messapiche” presenti in quasi tutti i musei salentini ricordano la civilta` magno-greca.

Le basiliche e le cattedrali, dove impera non solo il barocco, ma anche il gotico, il romanico, il rococò, fanno bella mostra dei loro complesso monumentali. Nelle cripte rupestri sono presenti codici greci trascritti nei vari monasteri.

La penisola salentina appare influenzata dalla civiltà micenea ancor prima che questa arrivi nella stessa Grecia; infatti Dionigi di Alicarnasso attribuisce al popolo della regione dell’Arcadia proveniente dal Peloponneso la mitica colonizzazione della regione. La stessa città di Taranto viene fondata da coloni laconi nell’VIII secolo a.C.. Storici, come Strabone o Plinio, raccontano le gesta dei Messapi che non erano e non provenivano dalla Grecia ma probabilmente dalle coste dalmate che, avendo un grado di civiltà molto alto, si integrarono con le popolazioni di origine greca assimilando parte della loro cultura pur rimanendo indipendenti con le loro città-stato pronte a federarsi contro i nemici comuni.

Per il Salento il periodo precedente alla conquista dei romani fu molto prospero e ricco con una civiltà superiore a qualsiasi altro popolo italico di quel tempo. Gli stessi romani, conquistando il Salento, scoprirono il gusto dell’arte che si manifestava attraverso la poesia (ricordiamo che uno dei più grandi scrittori e poeti di Roma fu Quinto Ennio nato nella Messapica Rudiae, città alle porte di Lecce di cui oggi rimangono i resti archeologici e che Virgilio visse e morì a Brindisi), la scultura, la pittura: i `barbari` romani avevano conquistato una terra allora gia` ricca di cultura, arte, storia.

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, il Salento subisce le dominazioni dei bizantini e dei normanni che, con Federico II, portano la regione ad essere nuovamente centro del mondo.

Con gli svevi incomincia un lungo periodo di declino che prosegue con gli angioini, gli aragonesi, e con il governo vicereale spagnolo che porta nuovi sacrifici a questa terra di confine. La penisola viene costellata da una lunga serie di saccheggi e distruzioni provenienti perlopiù dal mare come testimonia il terribile martirio della città di Otranto del 1480 che contribui` a salvare la cristianità in occidente grazie alla mirabile resistenza del popolo salentino.

Segue un lungo periodo di oscurantismo durante il quale angherie e disgregazione sociale, con la complicita` dei potenti signorotti locali, portano la popolazione salentina a vivere in condizioni di povertà diffusa contrassegnata da lunghe carestie.

Dopo le tristi vicende dell’ultima guerra mondiale comincia lentamente la ripresa economica grazie alla forza d’animo degli abitanti che negli ultimi anni hanno persino dato accoglienza ai popoli balcanici in fuga dimostrandosi degni, come qualcuno ha proposto, del premio Nobel per la pace.

Immaginate, allora, quale incredibile accoglienza possiamo e sappiamo riservare a coloro i quali vengono a godere le nostre bellezze.

Suor Chiara D’Amato dei duchi di Seclì

di Raimondo Rodia
Seclì, chiesetta annessa all’ex convento francescano

Nella seconda metà del 500 (1550) divennero feudatari di Seclì con il titolo di duchi i D’Amato, nobili spagnoli venuti in Italia al seguito degli aragonesi, padroni dell’Italia meridionale. Con la famiglia D’Amato Seclì visse un periodo di sviluppo e benessere, trasformandosi da antica fortezza in residenza signorile, “la fortezza diventa palazzo”.

Del primo duca si hanno poche notizie. Il suo successore, Guido, fu un uomo coraggioso e colto. Partecipò alla battaglia di Lepanto, dove la flotta cristiana inflisse una durissima sconfitta alla flotta turca. Tornato nel suo feudo fece costruire il convento dei frati minori osservanti con l’annessa chiesa dedicata alla Madonna degli Angeli. Diede inizio alla costruzione del palazzo feudale ed ingrandì la chiesa matrice dedicata a S. Maria delle Grazie. Verso il 1610 a Guido successe Ottavio e a questi, verso il 1615 il figlio Francesco. Nel 1647, quando il popolo si ribellò alle numerose imposte dei signori spagnoli (rivolta di Masaniello a Napoli), l’ultimo dei D’Amato, Antonio, fu coinvolto in un episodio di rivolta popolare scoppiata nel Salento contro i signori locali. A seguito della rivolta scoppiata a Nardò, il duca neretino fece imprigionare don Antonio Bonsegna, alleato dei rivoltosi. II popolo neretino allora per ottenere la liberazione del Bonsegna mandò due frati francescani, del convento di Sant’Antonio da Padova di Nardò, dal barone di Seclì, Antonio D’Amato, minacciandolo che avrebbero sequestrato e poi bruciato la sorella Suor Chiara, se non avesse convinto il duca di Nardò, suo cugino, a rilasciare il Bonsegna. Questa rivolta ebbe fine con la liberazione del Bonsegna. Antonio era fratello di Suor Chiara, al secolo Isabella D’Amato duchessa di Seclì nata il 14 marzo 1618 e morta a Nardò il 7 luglio 1693, figlia del duca Francesco.
Isabella crebbe a Seclì nel palazzo paterno segnalandosi, fin dalla prima infanzia, per dolcezza, pietà e semplicità. Decisivi per la sua formazione furono i rapporti con i frati minori osservanti del locale convento di S. Antonio, dai quali apprese la narrazione degli eroici martìri subiti dai missionari francescani. A dieci anni la bambina aveva già deciso di dedicare la propria vita a Cristo e, di giorno in giorno, rafforzava il suo ardore cristiano e la sua spiritualità, che accompagnava con digiuni rigorosi e severe pene corporali. Trascorreva la sua giornata raccogliendosi in preghiera nella cappella di famiglia dove ebbe l’apparizione della Madonna. Era vestita di bianco e aveva una collana d’oro. Da allora le visioni non si contarono più.
Nel 1636, all’età di 18 anni, Isabella entrava nello storico monastero di S. Chiara a Nardò insieme alla sorella minore Giovanna. Dodici anni più tardi, il 10 agosto 1648, ella poteva finalmente prendere i voti con il nome di Suor Chiara. Ispirandosi a S. Caterina da Siena di cui assume il nome, Suor Chiara conduce la sua vita di clarissa all’interno della comunità monastica neretina, in preghiere, veglie penitenziali, autoflagellazioni, ratti, deliqui, bassi sfaccendamenti a favore delle consorelle, febbri a rischio mortale, e insperate guarigioni. Le sue estasi, aggiungendosi a costanti digiuni, le causavano forti debilitazioni e spossatezze che la gettavano solitamente in uno stato di profonda prostrazione. Esse arrivavano improvvise, “alle volte con il boccone in bocca”, e suor Chiara scoloriva e impietriva per ore, ridestandosi solamente quando la superiora la richiamava all’obbedienza.
Seclì, statua della Vergine conservata nella chiesetta

Durante l’estasi Suor Chiara si assentava dal mondo e senza rendersene conto, veniva assorbita completamente dalle visioni in cui si immergeva la sua mente. Talvolta mentre era in trance manifestava straordinarie qualità divinatorie e profetiche che le permettevano di vedere in anticipo eventi anche personali, come la sua stessa morte, in ogni dettaglio. Ma anche vicende fuori della sua portata relative a persone che non conosceva. Quelle estasi non di rado si accompagnavano alla levitazione, esattamente come succedeva al conterraneo San Giuseppe da Copertino. Ad una di quelle estasi fu presente il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro Papa Benedetto XIII, nel corso di una sua visita a Nardò all’amico vescovo Orazio Fortunato.

Suor Chiara morì martedì 7 luglio 1693, dopo aver ricevuto l’estrema unzione e la benedizione papale “in articulo mortis” dal vescovo. Si aprì subito il processo di beatificazione che purtroppo non fu mai concluso. In una visione a Suor Chiara le appariva Gesù con due cuori nelle mani, uno era di carne, l’altro era di materiale lucente come il cristallo. Suor Chiara diceva di non avere il cuore perché le era stato tolto da Gesù ricevendo il suo che era lucente come il cristallo.
Erano trascorsi sette anni dalla morte di Suor Chiara ed il vescovo Mons. Orazio Fortunato ordinò la traslazione della salma dalla cripta alla sepoltura comune delle monache. Il vicario Orazio Giocoli, ricordandosi della confessione di Suor Chiara, volle accertarsi se tutto ciò fosse vero. Ordinò al medico De Pandis di aprire il petto e ricercare il cuore. Tutti gli organi erano al loro posto, il cuore non c’era.
Dopo la sua morte si diede inizio al processo di beatificazione, avendo Suor Chiara vissuto tutta la vita dedicandosi interamente a Dio e al prossimo e avendo compiuto numerosi miracoli. Si dice che qualche giorno dopo la sua morte, non avendo della defunta alcuna immagine, le consorelle decisero di riesumare il cadavere, conservato nella cripta del convento per far eseguire ad un pittore il ritratto.
Erano trascorsi oltre 8 giorni dalla morte, eppure il cadavere, estratto dal sepolcro, non era rigido, non presentava il “rigor mortis”, anzi il corpo si prestava facilmente ai movimenti che le suore gli facevano fare per metterlo seduto sulla sedia della cella, davanti al tavolo in adorazione del crocifisso, per il ritratto.
Quando il pittore cercò di mettere in una posizione più corretta il volto di Suor Chiara, questo si ritrasse quasi disapprovando di essere toccato dalle mani di un uomo. Fatto il ritratto, il processo di beatificazione ebbe inizio. I prelati incaricati per il processo dovevano vedere il corpo della suora, per questo si decise di riesumare nuovamente il cadavere di Suor Chiara. Ma aperto il sarcofago si vide, con grande stupore, che le spoglie di Isabella D’amato erano sparite e non avendole più trovate il processo di beatificazione non potette procedere.
Questo mistero fu spiegato solo molto tempo dopo, quando una suora del convento, in fin di vita, disse che Suor Chiara era stata sepolta dalle consorelle, dopo la riesumazione, in un luogo nascosto che sarebbe stato individuato dal ritrovamento di una lapide con il nome della defunta e la data della sua morte. Ma la lapide descritta dalla suora non si è ancora trovata.
Ancora oggi nel ristrutturato castello di Seclì, oggi di proprietà comunale, in quella che era la cappella di famiglia c’è come una macchia, sembra quasi di umido, accanto alla finestra, un ombra inginocchiata che non trova pace.
Molte storielle di fantasmi vengon raccontate sull’austero castello di Seclì ieri della nobile famiglia d’Amato ed oggi tornato a far parlare di sè.

Grottaglie, la città dalle tante grotte

 

di Raimondo Rodia

La grotta è il simbolo del paesaggio di Grottaglie, il cui territorio è disseminato da centinaia di anfratti abitati nell’antichità e fino al medioevo.

Ed è proprio dalle grotte che deriva il toponimo di Grottaglie cioè “Cripta Aliae”: dalle tante grotte, che caratterizzavano il territorio dove sarebbe sorto, in epoca romana, il casale chiamato proprio così dai romani allorquando qui si insediarono sottomettendo tarantini e messapi.

gravina Riggio a Grottaglie (grotta del sale) (ph Antonio Iacullo e Claudio Sannico)

L’origine del paese risale alla seconda metà del X secolo, quando la gente dei paesi limitrofi, a causa delle scorrerie saracene, aveva trovato rifugio nelle numerose grotte delle gravine presenti nella zona. L’abitato comincia quindi a svilupparsi intorno alle grotte e divenuto popoloso, viene assegnato in feudo agli arcivescovi di Taranto da Roberto il Guiscardo.

La profonda fedeltà verso gli arcivescovi di Taranto spinse gli abitanti di Grottaglie nel 1257 a ribellarsi agli svevi, scomunicati dal papa, subirono la rappresaglia ad opera di Manfredi. Alla fine del XVI secolo Grottaglie, ritornata sotto l’amministrazione arcivescovile, vi rimane per tutta l’epoca feudale fino al 1806 quando Napoleone abolì i diritti feudali.

Grottaglie cominciò ad essere munita di fortificazioni, dal 1388 il castello costruito dai vescovi tarantini feudatari del posto qui stabilirono la loro sede. Lo sviluppo del borgo subisce, in seguito, rallentamenti a causa dell’insorgere di aspri dissidi con i feudatari di Martina Franca che pretendevano l’usufrutto sulle rendite di tutto il territorio di Grottaglie arrecando pesanti disagi economici alla popolazione.

Ma come dicevo emblema della città il castello-episcopio (palazzo vescovile) presenta, all’esterno, tutti i caratteri della fortezza medioevale con una forma turrita e quadrata con al centro un severo mastio; alte torri sui lati terminano con una torretta merlata. Attualmente il castello è murato su tre lati con il fabbricato principale che funge da quarto lato ed una grossa torre maestra posta all’interno dei due cortili. All’estremità di sud-est, tra il fabbricato e la cinta muraria, vi è una cortina che si affaccia sul quartiere delle ceramiche. Il fabbricato principale, dove vi era la sede dell’episcopio, si sviluppa su due piani con parziale terzo livello nell’ala sud-est. La torre interna ha quattro piani tutti indipendenti fra loro e collegati con l’esterno mediante scale ormai dirute. Ad occidente del maniero si apre “porta castello” rivolta verso il paese in basso ed innestata con il palazzo consente di passare al lato opposto dove c’è la maggior densità abitativa. Ad est, scendendo per quelle che vengono chiamate “Le Camene”, si scoprono per intero tutte le mura.

il castello Episcopio (dal sito del comune di Grottaglie)

Il castello Episcopio ha subito nel tempo, almeno fino al 1649, vari ampliamenti. Attualmente è sede del museo della ceramica che nelle sue sale contiene pezzi unici dell’arte figula che ha fatto conoscere, nel corso dei secoli, le capacità di questi artigiani che con la qualità del prodotto hanno raggiunto i vertici per cui, giustamente, si può parlare di artigianato artistico.

Grottaglie è il più importante centro di attività ceramistica della Puglia. Qui la lavorazione della ceramica ha tradizioni secolari con testimonianze

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

Il duomo della città di Taranto

di Raimondo Rodia

Il duomo della città di Taranto, dedicato a San Cataldo, fu edificato intorno al 1070 per volere dell’arcivescovo Dragone sulla vecchia cattedrale dedicata a Maria Santissima che nel 927 i saraceni avevano rasa al suolo unitamente a tutta la città.

La vecchia chiesa a sua volta era stata costruita , con una struttura modificata, al posto del tempio della Vittoria. Nel sottosuolo del duomo e più precisamente sotto l’abside sono stati ritrovati numerosi resti umani di epoche anteriori: ciò dimostra che quella parte dell’edificio era riservata a cimitero. Resti umani sono stati ritrovati anche nel sottosuolo degli edifici sorti intorno alla cattedrale e questo per il fatto che nella zona vi era stato il cimitero almeno fino all’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804 che aveva trasferito le sepolture fuori dalle mura.

Di recente, durante gli scavi che si stanno operando sono state scoperte due colonne che potrebbero appartenere alla preesistente chiesa di Maria Santissima che, come detto, era stata distrutta dai saraceni.

L’edificio, nel corso dei secoli, è stato rimaneggiato più volte in particolare nel 1596 e nel 1657 a causa di un incendio. La facciata conserva eleganti forme barocche, apportate da Mauro Manieri nel 1713. Alto il tamburo della cupola quasi bizantineggiante con un campanile che risale probabilmente al 1413 rifatto completamente da recenti restauri.

L’interno preceduto da un vestibolo quattrocentesco dove a sinistra si accede al battistero con fonte battesimale che consiste in una vasca monolitica bizantina rimaneggiata in epoca barocca sormontata da un baldacchino, formato da elementi medioevali ricomposti nel XVI secolo su colonne anticamente appartenenti al altare maggiore.

La chiesa si presenta a pianta basilicale a tre navate divise da sedici colonne di marmi policromi con capitelli bizantini e romanici, le navate laterali hanno il tetto a travi scoperte mentre il pavimento conserva parte dell’originario mosaico a grosse tessere, il transetto voltato a botte, da cui si eleva la cupola rifatta nel 1657.

Sull’altare maggiore c’è il ciborio risalente al 1653 e poggiante su quattro colonne di colore giallo antico.

A destra dell’abside si apre la ricca cappella di San Cataldo (detta anche del Cappellone) i cui lavori di rifacimento iniziarono nel 1657 e si protrassero fino all’inizio del XIX secolo in forme riccamente barocche. La cappella è chiusa da una ricca cancellata di ferro e bronzo.

Nel duomo vi sono un vestibolo quadrato ed una cappella ellittica coperta da una cupola affrescata da Paolo De Matteis nel 1713 con la “Glorificazione di San Cataldo”; nel tamburo sono affrescate sette storie della vita del Santo.

All’interno della cappella un ricco altare adornato da uno stupendo paliotto a tarsie marmoree, custodisce le reliquie di San Cataldo morto a Taranto nel VII secolo. Una statua in argento raffigurante il Santo durante le celebrazioni solenni viene illuminata da preziosi candelieri in corallo.

In fondo alla navata di sinistra della cattedrale si apre come fosse un corpo aggiunto il cappellone del Santissimo Sacramento. La manutenzione della cappella è a cura della confraternita del Sacramento, presente in cattedrale dal maggio del lontano 1540.

Attraverso una scala posta dinanzi all’Altare maggiore si accede alla cripta che si presenta a grandi arcate con volte a crociera a sesto rialzato rette da basse e tozze colonne. Nella penombra della cripta è possibile ammirare un sarcofago cristiano e mentre sulle pareti sono visibili i resti di affreschi bizantineggianti. Sovrapposta ad un affresco emerge una bella raffigurazione di San Cataldo dipinta forse nel XI secolo che rappresenta il santo vestito da vescovo che indossa un manto rosso ricoperto dal pallium crociato con al dito splendente l’anello vescovile.

Nel duomo è custodito un interessante tesoro: una crocetta aurea trovata nell’arca di San Cataldo attribuita al VII secolo, un bel crocifisso medioevale in avorio, un evangelario in pergamena, alcuni candelieri a croce in rame dorata e coralli rossi forse di fattura siciliana del XVII secolo nonché diversi reliquari.

Brindisi e le sue tradizioni. Il cavallo parato

di Raimondo Rodia

 

Questa singolare usanza religiosa viene fatta in occasione del Corpus Domini quando il vescovo porta in processione il SS. Sacramento per le vie principali della città montando su un cavallo bianco parato. Alle radici di questa tradizione vi sarebbe la circostanza che Luigi IX di Francia, sconfitto e fatto prigioniero dal Saladino presso la città di Damietta in Egitto, avrebbe concordato per il suo rilascio un riscatto in denaro. In attesa di procurarsi la somma in patria avrebbe lasciato in pegno l’Eucarestia. Approdato a Brindisi ed avendo ottenuto la somma necessaria da Federico II, sarebbe ritornato dal Saladino, il quale gli avrebbe reso il sacro pegno rinunciando al riscatto, come premio della sua fede e lealtà.

Tornando in patria, nel 1250, la sua nave sarebbe approdata a Punta Cavallo, nei pressi dell’imbocco del porto di Brindisi, da dove l’Eucarestia sarebbe stata portata in processione in città’ dall’arcivescovo Pietro, il quale, essendo molto vecchio, avrebbe montato un cavallo bianco tenuto per le briglie da Federico II e Luigi IX. Fà parte della leggenda la circostanza che, nel punto della spiaggia dove il cavallo pose i piedi durante il trasbordo dell’Eucarestia, sgorgasse acqua dolce.

La tradizione della processione del “cavallo parato” inizia a partire dal 1264 ed è unica nel suo genere.

La cripta di Santa Maria della Porta nel casale di Pisanello a Galatina

di Raimondo Rodia

Pisanello fu un casale bizantino, come si evince da un documento risalente al 1427, ed era ubicato tra Noha, Sogliano, Galatina, in una favorevole posizione viaria.

La sua fondazione corrisponde alla tipologia insediativa “basiliana” che presuppone un ruolo di polo attrattivo svolto da un luogo di culto come appunto quello di S. Maria della Porta, di altre cappelle come S. Anna, presso il casale vicino di Pisano, S. Antonio, S. Maria di Cantalupo, S. Nicola, S. Eulalia, S. Maria della Candelora e di altre ormai scomparse che crearono nella zona una vasta trama di sedi di culto.

Una stele con una iscrizione messapica del IV secolo a.C., trovata nel 1882 ed attualmente visibile al museo civico Cavoti di Galatina, resti di vasi in terracotta rinvenuti nella zona e la presenza di frammenti di ceramica risalenti allo stesso periodo ritrovati in un campo posto ai confini di ponente della contrada di proprietà della famiglia Giannini, ci possono far pensare ad un insediamento messapico nella zona. Infatti l’enorme quantità di frammenti, la varietà delle fatture dei vasi, la loro concentrazione, fanno presumere che in questa zona potesse esistere una fornace con centro di vendita oppure un grosso centro commerciale, distrutto per cause ignote .

Una leggenda vuole il passaggio di S. Pietro in questa contrada. L’apostolo, provenendo da Otranto, avrebbe sostato e riposato su di masso esistente nella zona. Anche le leggende, però, vanno alimentate, così il celebre vescovo di Otranto, ma dimorante a Galatina, Gabriele Adarso De Santader nel 1670 trasferì una pietra attualmente conservata nella chiesa matrice di Galatina lasciando sul posto una colonna con l’iscrizione memoriale
hic S. Petri defessi levamen.

Il De Giorgi attribuisce la distruzione del casale ai soliti saraceni; interessante a questo proposito una graziosa filastrocca raccolta dal Casotti nel libro “Opuscoli rari” edito a Firenze nel 1874, ed alludente alle “acchiature “ cioè i tesori nascosti del territorio:
Pisano e Pisanello distrutti fur dai mori sotto l’altar maggiore si trovano i tesori.
Questo episodio può essere avvenuto nel V secolo con le guerre gotiche oppure nel 944 per opera di pirati algerini, oppure di mori che altro non sono che i turchi, i quali, conquistata Otranto nell’ agosto del 1480, rivolsero le attenzioni con brevi scorrerie all’interno del territorio salentino.

In una di queste incursioni, in cui perse la vita il conte Giulio Antonio Acquaviva di Conversano il 7 Febbraio del 1481 , vennero messi a fuoco non solo Soleto e Galatina, ma anche tutti quei piccoli casali senza mura che, da quel momento in poi, rimasero disabitati. Non a caso dalle visite pastorali e dai sinodi otrantini che vanno dall’inizio del XV secolo fino alla fine del XVII il casale Pisanello è riportato come loco inhabitato.

Dai registri angioini il casale risulta infeudato fin dal tempo di Carlo I d’Angiò che lo aveva concesso a Boemondo Pisanello e che alla sua morte era passato al figlio Guglielmo il 13 Settembre 1275.

Succeduta al padre Guglielmo, Caterina Pisanello nel 1329 porta in dote al marito una vasta baronia che oltre a Pisanello comprendeva Alliste, Felline e quote di Carpignano, Tutino, Puzzomanno, Pisignano ecc.

Durante il XIV secolo Pisanello era incluso nei territori di Gualtiero VI di Brienne conte di Lecce; nel 1353 fu infeudato a Filippo di Altomonte, successivamente nel XV secolo agli Alami. Nello stesso secolo passò a Luigi Dell’Acaia poi a Vincenzo e Antonio De Noha, anche se nel 1489 Antonello De Noha, indebitato per oltre 104 ducati verso i fratelli Zaccaria di Venezia, subisce il pignoramento di Pisanello e Noha . La famiglia d’Acaya lo possiede fino al 1525.

Le nozze tra Adriana De Noha e Girolamo Montenegro mutarono l’intestazione feudale a nome dei Montenegro. Dopo un breve possesso di Orazio Guarini, che aveva acquistato Pisanello nel 1606, il territorio entrò a far parte della vastissima baronia degli Spinola con Galatina , Soleto, Noha, ecc.

Da un documento presente nell’archivio di stato del notaio Emilio Arlotta del 22 Luglio 1906, registrato al n° 93 del repertorio generale ed al n°610 dello speciale, relativo alla domanda di separazione di Noha dal comune di Galatina, risulta che Noha ebbe autonomia comunale fino al 1811, quando venne fagocitata dalla potente Galatina. Dal documento si evince anche che Pisanello, suffeudo di Noha sin dal 1200 fino all’epoca catastale, ha gli stessi diritti del feudo di Noha a cui era legato. Infatti molti documenti del casale di Pisanello sono legati alle vicende del feudo di Noha, come risulta da un documento di un contratto del 1439 con il quale Boezio De Noha compra dal principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo i possedimenti di Sava e Giurdignano avendo già Pisanello, Villanova, Alliste, Felline ecc. e in questa direzione vanno fatte le prossime ricerche.

Passando ora alla descrizione della cripta di S. Maria della Porta faremo alcune congiunture che sono ancora da verificare. La cripta situata lungo una strada campestre a pochi centinaia di metri dalla strada statale 476 di proprietà delle sorelle Gaballo, ha l’invaso originale non più visibile. Questo invaso si potrebbe trovare sotto od attorno all’attuale complesso architettonico, costituito da un chiostro scavato e da una chiesa in muratura, datata 1889, con copertura a cupola e di forma circolare. Sicuramente il chiostro di quello che doveva essere un cenobio basiliano scavato nel tenero tufo sul finire del XIX, secolo come abbiamo visto dall’iscrizione presente sul mosaico della chiesa circolare, diviene un cosiddetto giardino di delizia, prova ne sia appunto il mosaico che ricopre non solo la chiesa ma anche il chiostro, con la presenza di gradino sedile, fontane e ninfei fatti con le conchiglie.

Il cenobio basiliano era nell’attuale zona della chiesa, che stranamente ha una forma circolare che ben si adatta alla zona dell’ingresso dell’antico monastero. Attualmente rimangono a testimoniarlo tutt’intorno alla chiesa un’intercapedine che, dietro all’altare, sembra portare ad un corridoio o “dromos” ed alle cellette dei monaci.

L’antica cripta doveva avere tre navate divise in nove campate da quattro pilastri come nella cripta di S.Salvatore a Giurdignano. Inoltre la cripta, come altre chiese di rito greco, doveva essere triabsidata e con un’esposizione est-ovest.

Non ci sono tracce di arredi litoidi, iconostasi od altro tra “bema” e “naos”. Il chiostro con la chiesa si trova cinque metri sotto il piano della campagna e con l’edificazione del complesso edilizio di cui abbiamo riferito ha subito notevoli trasformazioni e, purtroppo, danni da parte di vandali o tombaroli poco attenti verso questo bene storico.

Alezio, la Lizza e la Lizziceddha

di Raimondo Rodia

Alezio, S. Maria della Lizza

Patrona di Alezio è la Madonna dell’Assunta che si festeggia il 15 agosto. Nello stesso periodo si svolge una importante fiera che fu istituita il 25 luglio 1810 da Gioacchino Napoleone allora re delle Due Sicilie, che tolse dazi e gabelle per gli otto giorni in cui si svolgeva la fiera.

Un tempo era diffuso tra le donne che rendevano omaggio alla Vergine l’usanza di giungere a piedi camminando sulle ginocchia dall’ingresso del paese fino alla chiesa.

Ancora si rinnova la consuetudine di annunciare per tutta la novena l’avvicinarsi della festa con il suono di un fischietto e di un

Carovigno e il lancio della nzegna

di Raimondo Rodia

I santi protettori di Carovigno sono San Giacomo e San Filippo che, però, vengono ricordati ormai solo religiosamente, mentre viene festeggiata la Madonna del Belvedere.

Elemento centrale della festa è la cosidetta battitura: il lancio in aria della “nzegna” (l’insegna mariana).

La battitura viene fatta ormai da circa sessant’anni dalla famiglia Carlucci che apre la gara tra chi lancia meglio e più in alto le variopinte bandiere.

La Vergine Maria è conosciuta in paese anche come Madonna del Mangia-Mangia, per il grande banchetto che una volta si faceva in piazza a cui partecipava tutta la popolazione. L’usanza era nata dal ritrovamento miracoloso dell’immagine della Madonna del Belvedere grazie ad una mucca che venne ritrovata in fondo ad un burrone inginocchiata nei pressi della grotta dove su di un masso vi era affrescata l’immagine della Madonna.

Da questo episodio nasce anche il lancio della “nzegna” che si riferisce al grido di gioia del mandriano che ritrovò la mucca: l’uomo, infatti, aveva preso un fazzoletto e lo aveva lanciato in aria, come ora si fa con le bandiere di Carovigno nel giorno della “nzegna”.

La fontana greca di Gallipoli

di Raimondo Rodia
Non si conosce l’esatto periodo di costruzione di questo monumento in pietra calcarea: forse risale al periodo compreso fra la dominazione greca e quella romana, ma c’è chi lo vuole per la sua fattura costruito nel Rinascimento. Infatti sembra plausibile che le sculture che adornavano la fontana antica siano state riprese nel trasloco avvenuto durante il XVI secolo. Certo è che la fontana esisteva giàprima del 1500 in un luogo diverso da quello attuale e precisamente nella zona denominata “Fontanelle” , nei pressi del vecchio “Ospedale Sacro Cuore”. Ci ricorda del sito l’antico toponimo “Korici”, alterazione del greco “Korikios” [latino: termae]; questo ci fa supporre l’esistenza di un impianto termale cui apparteneva probabilmente anche la fontana. Forse a causa di infiltrazioni di acqua marina, essendo il sito troppo

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