Le acque cristalline dei ricordi

coperta compare per blog

“Le acque cristalline dei ricordi”. Un tuffo con Rocco Boccadamo

 

di Raffaella Verdesca-

Nell’opera letteraria di Rocco Boccadamo dal titolo “Compare, mi vendi una scarpa?” è entusiasmante per il lettore saltare a piedi nudi da una storia all’altra.

Si tratta di sentieri che partono dal presente e ripercorrono il passato senza incertezze, mappe tracciate con cura da una scrittura elegante, tanto semplice nei contenuti quanto ricercata nella tessitura della forma.

Inutile in questo cammino la discriminante delle calzature allo stesso modo di quella delle classi sociali e dei luoghi comuni, visto che lo scrittore offre a tutti i presenti un emozionante viaggio di ritorno alle origini attraverso la riscoperta di un Salento puro nei legami, mentre agli assenti regala un biglietto di andata, a bordo della memoria, verso il Salento di oggi. Splendida azione di marketing a beneficio della nostalgia di chi scrive, della conoscenza di chi legge e dell’onore di chi manca.

Sfilano nelle pagine suggestivi episodi di vita filtrati dalla testimonianza diretta di Boccadamo, ed è singolare vederli associati ai nomi appuntati e ai soprannomi per intero di personaggi antichi, spesso parenti e amici, che della dignità e dell’ingegno fecero baluardo utile a non identificare più la società contadina nello stallo di ogni individualità fattiva, ma a riscoprirla come individualità armonica e sociale.

‘Il ragazzo di ieri’, come ama definirsi il nostro autore, ritorna più volte col pensiero alla culla del suo divenire, il paesino natio di Marittima con le sue scogliere degradanti verso il mare, i Serriti, la vicina Castro con via Frasciule, Largo Campurra e l’amato rione dell’Ariacorte, luogo votato all’incontro e al confronto, per inclinazione naturale, di ogni generazione: “Si conosceva tutto di tutti”, scrive Rocco, e non certo per semplice gossip ma per interesse dettato dal sentimento.

Chiaro l’intento di Boccadamo: niente deve passare nel dimenticatoio, a cominciare dagli antichi mestieri e attività tradizionali per finire ai riti religiosi dei piccoli borghi del Salento del Sud.

Ed è favola, ed è vita.

Chi è costretto alla lontananza dalla propria terra per lavoro o per qualsivoglia motivo sa bene come l’affinamento dei ricordi sia uno dei pochi rimedi efficaci contro il dolore dell’assenza, la sola consolazione allo strappo dagli affetti più cari.

Tutto si ricompone e torna a vivere nella potente magia della memoria, tutto si trasfigura nella delicatezza della poesia che nasce da colori e profumi familiari.

Esistono terre che non sai e terre che ti porti dentro come cellule dell’anima.

Non occorre un testo di ‘Anatomia umana’ per andare a scovarle, né un brevetto da sub per scendere in profondità e recuperarne la memoria, basta solo lasciarsi guidare da chi è diventato uomo grazie all’esempio delle persone, ovvero attraverso il massimo livello della scala dei valori, a detta di Boccadamo stesso, il ‘ragazzo di ieri’ e il gentiluomo di oggi.

La nobiltà d’animo del nostro autore e quella sua ironia macchiata di malinconia rendono cristallini i ricordi allo stesso modo del suo mare, mare amato di Castro, mare dei Serriti, dei Porticelli, mare che perfino l’imponente carrubo nel giardino di casa riconosce amico e fratello.

Compare Rocco, ci concedi un tuffo?

‘Pòppiti’ alla masseria Capriglia, in agro di Ortelle

 

‘Pòppiti’ alla masseria Capriglia, in agro di Ortelle (Le),

il 10 agosto 2014 a rimirar le stelle

 

Lo spettacolo teatrale Pòppiti dal Faro della Palascìa, il 1° gennaio 2014 alle 4 del mattino, alla piazza San Giorgio di Ortelle il 1° giugno, ora sceglie come proscenio direttamente i luoghi in cui si svolsero i fatti narrati nell’omonimo romanzo di Giorgio Cretì (1933-2013), la masseria di Capriglia, lungo la vecchia strada comunale fra Vignacastrisi e Santa Cesarea Terme. Sentirete parlare di Pitria, Serricella, pajare e ascolterete la storia d’amore e di guerra che ha coinvolto questi pòppiti del basso Salento infuocato, immersi in un paesaggio multicolore, variopinto di erbe e malerbe, mentre la loro vista spazia oltre l’orizzonte verso est in direzione Albania, ancora timorosa delle galee turche,  e verso sud in direzione S. Maria di Leuca, dove i salentini dopo morti ritornano con il cappello in testa, ricorda Vittorio Bodini.

Dal romanzo la scrittrice Raffaella Verdesca ha tratto il testo teatrale, che la Compagnia Teatrale ‘Ora in Scena’ porterà sulle scene naturali dei luoghi in cui si svolse questo dramma popolare. La regia dello spettacolo è di Paolo Rausa,  montaggio e assistente alla regia Ornella Bongiorni. Una storia d’amore e di passione vissuta nel Salento rurale, abbiamo detto. Sullo sfondo incombe la guerra di Libia, è il 1911.

Nel minuscolo universo della masseria si intreccia la storia d’amore di Ia e di Pasquale, che l’ha ingravidata e perciò decide di portarla via, in fuga. Pasquale è poi richiamato in guerra, Ia resta col bimbo da svezzare. Al suo ritorno Pasquale trova la situazione che meno si sarebbe aspettato. Un dramma che spinge ancora una volta alla fuga con la moglie e il figlio, per iniziare una nuova vita dove può coltivare un’altra terra, lontana, quella che “con il sangue abbiamo conquistato in Libia”.

I dialoghi sono accompagnati dai ritmi tradizionali di P40 e Lucia Minutello, immagini di Antonio Chiarello e Carlo Casciaro, la coreografia di Kalimba Studio Dance. Gli interpreti: Ia, Pasquale (Florinda Caroppo, Michele Bovino), Massaro Rosario (Antonio Rizzo), Rocco (Fernando Circhetta), Dorotea (Maria Orsi), Cirina, Peppino Parmatiu (Norina Stincone, Luigi Cazzato).

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

copertinafronte

A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

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A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

Omaggio a Giorgio Cretì. A Ortelle

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“Per un antico(pòppitu)eroe” è l’incipit che accompagna il progetto/omaggio a Giorgio Cretì, giornalista, scrittore, cultore della gastronomia e delle tradizioni popolari, scomparso lo scorso anno. Ortelle, sua cittadina natale, gli rende merito con due iniziative culturali, che hanno lo scopo di celebrarne la memoria e anche di far germogliare altri semi che Cretì seppe spargere amorevolmente in terre lontane dal suo Salento.

Le manifestazioni si svolgeranno in piazza San Giorgio, agorà del borgo di Ortelle, Sabato 31 maggio con l’illustrazione del progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, un progetto promosso dal Comune di Ortelle che si è valso della collaborazione della “Fondazione Terra d’Otranto”, finanziato dal CUIS e sostenuto  dall’Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali.

Dopo i saluti delle autorità,i familiari di Cretì illustreranno la bio-bibliografia,mentre il presidente della Fondazione Terra d’Otranto dott. Marcello Gaballo presenterà il volume antologico che comprende i due romanzi, racconti inediti e foto d’archivio dello stesso Cretì.

Il volume, riccamente illustrato, sarà distribuito ad ogni famiglia del Comune, con ciò rispettando la volontà di Giorgio Cretì e della stessa Fondazione Terra d’Otranto, a cui sono stati ceduti i diritti dei testi pubblicati.

Domenica 1 giugno, alle 21, si alza il sipario sullo spettacolo teatrale “Pòppiti”, tratto dall’omonimo romanzo di Cretì. Il testo scritto dalla scrittrice Raffaella Verdesca sarà rappresentato dalla Compagnia teatrale ‘Ora in scena’, diretta da Paolo Rausa. Le musiche e le canzoni della tradizione salentina saranno eseguite da P40 e Lucia Minutello, la coreografia daKalimbaStudio Dance. Il racconto è unaffresco di salentinità,una storia d’amore e di guerra ambientata a Capriglia, una masseria collocata nell’entroterra fra Santa Cesarea Terme e Vignacastrisi. Le vicende si svolgono nel 1911 e si intrecciano con la guerra di Libia.

Nei due giorni è possibile visitare la mostra “Ortelle /Paesaggi Personaggi” con opere dei pittori locali Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e la “lettura” fotografica di Pòppiti a cura di Stefano Cretì, allestita nell’atrio e nelle sale di Palazzo “Rizzelli”, in piazza San Giorgio.

Info: Comune di Ortelle, 0836 958014, www.comune.ortelle.le.it

 

Roberto Malerba. L’uomo che sussurrava alle Piante e amava i Gelsi

roberto malerba

di Raffaella Verdesca

 

 Roberto Malerba era un uomo gentile e luminoso: occhi piccoli accesi da lampi di trasparenza, sorriso adolescente accompagnato da maturi baffi amichevoli. Era nato il 18 maggio del 1954, viveva a Collepasso e viaggiava nella sua terra e per la sua terra. Aveva studiato da perito agrario e vissuto da amante della flora, compreso ogni suo abito di gala e di stagione. Roberto, conosciuto come ‘Salento Gelsi’, piantava semi per rendere più ricco e rigoglioso quell’armadio regale. In fondo, se ne era dichiarato ‘Custode’.

Devoto rappresentante e servitore della sua terra, già quindici anni addietro aveva importato particolari varietà di gelso dalla Calabria, Mirto Crosia (Cs), fino a stringere un forte legame con i gelsi mori mediterranei e i gelsi bianchi. Se ne occupava a 360 gradi ritenendoli una fonte prodigiosa di rilancio dell’economia salentina se non addirittura nazionale.

Quando la salvezza viene  dalla Terra.

‘Salento Gelsi’, quindi, si era ritrovato a spaziare dalla ricerca alla propagazione di numerose piantine di gelso che sovente lui stesso piantava e regalava agli amici; s’interessava dell’alimentazione umana e di quella animale (mangimistica) derivante da questi alberi, studiava la possibile produzione di bioetanolo dalle loro fibre e pensava all’ottimizzazione nell’utilizzo del loro legno. Oltre a questo, si dedicava anima e corpo alla tutela delle biodiversità e del paesaggio storico-naturale del Salento, puntando con forza alla sua conservazione e ricostruzione. Pur in questa frenetica attività ambientalista, Roberto mai trascurava la sua passione per la letteratura. Tempo fa confidò a me che scrivo libri per diletto e leggo pagine per devozione, di amare particolarmente le Metamorfosi di Ovidio e Seta di Alessandro Baricco. E lui di seta e di trasformazioni se ne intendeva! Il suo straordinario e ambizioso progetto consisteva infatti nel promuovere la produzione del prezioso tessuto grazie alla coltura dei bachi da seta. Solo a fine settembre scorso aveva portato con sè da Padova un telaino di bachi (il ‘telaino’ è l’unità di misura internazionale del baco: 20.000 bacolini)  per la costruzione di una filiera che va dal bombice, o baco, al capo d’abbigliamento.

Roberto Malerba il Rivoluzionario, Roberto Malerba la Mente del Rinascimento Salentino: un gelso per la vita, una vita per il gelso.

Non più quindi il solito tormentone pubblicitario del “Salento, lu mare, lu sule e lu ientu” (volevano forse intendere, lor signori, la No Tap, i Pannelli Fotovoltaici e le Pale Eoliche?), non più parole e progetti orfani di riscontri, ma finalmente la possibile, reale, felice convivenza tra ombrelloni e patrimonio arboreo, tra pizzica e paesaggio, tra archeologia e nuova identità, tra gelsi e riqualificazione produttiva, tra ulivi e accesso vietato alla truffa.

Ma il 22 aprile 2014, giorno della Festa degli Alberi, alle ore 20 circa, Qualcuno ha voluto riprendersi il Suo e il nostro più caro angelo ‘Custode’: Roberto Malerba è morto sulla strada provinciale Matino-Casarano in un incidente stradale causato da un malore.

Ed eccoci qui stretti nel dolore della tua tragica perdita terrena, Roberto dei Gelsi, inconsolabili in quanto uomini, forti in quanto tuoi eredi.

Sì, vogliamo portare avanti quelle che tu definivi “…progettualità dal sapor d’utopia”, vorremmo impegnarci a far risplendere le tue idee nella realtà, proprio come facevano i tuoi occhi buoni ogni volta che parlavi della tua vita in comunione con la natura.

“Ecco perché mi sento sempre in pace con me stesso” dicevi “ed ecco perché lotto per portare gli altri a vivere questo mio stesso stato di grazia”.

Noi siamo pronti a viverlo, Roberto, perchè siamo della razza di ‘Quelli dei Gelsi’ e per questo porteremo avanti il tuo sogno concreto.

Oggi chiediamo anche alla Fondazione Terra d’Otranto di promuovere un volume di Studi in tua memoria affinché niente delle tue idee, delle tue innovazioni e delle tue ricerche vada perduto.

Allora, da figli della Terra e della nostra terra, non ci resta che amarci e amare tutto ciò che tu ci hai insegnato e lasciato in eredità. Sarà solo così che in questo triste giorno non piangeremo la morte di un umile uomo ma vivremo la ricchezza di un vero eroe della porta accanto.

E un eroe non muore mai.

 

“Davanti a San Pietro – poesia su ordinaria follia”

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ph Mauro Minutello

di Raffaella Verdesca

‘Gli ulivi che a Taviano alti e schietti
Van da Gallipoli in marea piana,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e bisbigliaron ver me co ‘l capo chino
Perché non parli? Perché non ristai?
Se voi sapeste! … via, non fo per dire,
ma oggi so di finanza e un po’ d’affari,
di biomasse e pannelli solari,
di rondò e ragnatele stradali.
Un mormorio pe’ dubitanti vertici
ondeggiò.
Una gentil pietade avean di me,
e presto il mormorio si fe’ parole:
Ben lo sappiamo: un pover’uomo tu se’.
Rimanti, e i rei fantasmi che da’ fondi neri
Del cuore tuo battuto dal pensier
Guizzan come dai cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti, e ti canteremo noi ulivi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo.
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la divina armonia emergerà
A salvare noi miseri da fine certa
 o voi prodighi da dubbia salvezza … ’

Forse così avrebbe scritto oggi il Carducci se fosse stato allevato da zolle
di Salento, quello che piange veleni e vomita rimedi.
E non me ne voglia il grande poeta se ho preso in prestito il suo amore per i
cipressi di Bolgheri, ‘in duplice filar’, per riaccendere la passione salentina
degli ulivi, in sconfinata distesa, intorno a Gallipoli, la zona dell’attuale
focolaio d’infezione da Xylella Fastidiosa,…forse.

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ph Mauro Minutello

Eh già, perché i georgofili si astengono dall’identificare con certezza la
causa di questa  parassitosi nella Xylella, rinominata ormai batterio killer.
Terrorismo mediatico, diffamazione di una povera ‘Concausa’ elevata al rango
di ‘Flagello Esclusivo’, endemica strampalata Messalina senza particolari
fortune né piaceri. In poche parole una vecchia conoscenza della nostra terra
con all’attivo qualche buon colpo messo a segno nel passato, un lungo periodo
di buona condotta  e una condanna di complicità con taglia pendente sulla
testa. E non solo sulla sua. Attenzione quindi alla testa nostra e a quella
degli ulivi contagiati, quasi 600.000 alberi per circa 8.000 ettari di terreno
interessato. Una vera strage.
“Non c’è cura, non c’è speranza di guarigione e gli alberi sono da abbattere
senza se e senza ma!”, questo il tenore delle dichiarazioni degli organi
competenti locali.

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

Sbaglio o gli alberi si curano ‘senza se e senza ma’?
Provate a convincermi che per curarli si debba ucciderli.
Se questa fosse la regola valida per alterazioni e malattie, l’intero globo
terrestre sarebbe oggi pressocchè disabitato: pochi esseri umani sopravvissuti
al delirio di onnipotenza, al contagio della corruzione, alla speculazione
famelica su ogni diritto;
lande deserte animate dal rosso diafano di qualche pomodoro OGM, sagome di
alberi di carta proveniente dalla deforestazione e riforestazione proveniente
dall’imponente richiesta di carta;
poche mucche meno pazze delle sorelle passate a miglior vita, qualche suino
privo di raffreddore, di maschera al silicone e di pass per i festini alla
Provincia, uno sparuto nugolo di api indenni ai pesticidi e alla squalifica per
doping, e un piccolo gregge di pecore geneticamente modificate, in grado d’
insegnare ai lupi come fare a ingannare i bracconieri, i rimborsi dell’Ente
Parchi e le esche estrogenate.
E in mezzo a questa Torre di Babele di buone intenzioni, di effetti estremi e
di ottimi profitti, credete davvero oneroso e insensato provare a salvare gli
ulivi del Salento piuttosto che i ‘detersivi’ per smacchiare denari e
coscienze?
Sarebbe criminale ricordare che le parassitosi si superano con la
sopravvivenza degli esemplari ad esse resistenti e che non è necessario
estirpare le piante colpite fingendolo un penoso dovere da emergenza
fitosanitaria?
Se un’emergenza c’è, riguarda il coinvolgimento di esperti nazionali e
internazionali in materia di bonifica, d’interventi di risanamento, di cura e
di salvaguardia degli uliveti dall’inesorabile diffusione del patogeno e della
speculazione.

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

Il nostro parco oleario fa invidia a tanti, si sa, i piani di sfruttamento
selvaggio del territorio non hanno mai avuto il vezzo della timidezza in questa
regione, e tutto, come d’incanto, può diventare all’improvviso business per
pochi, la cura come l’abbattimento.
E’ il modo più rapido per squarciare un’economia già in ginocchio.
Eppure, novelli Carducci, camminando per le nostre campagne dovremmo trovare
irresistibile il richiamo dei fedeli amici argentati, monumentale tempio di
forza, bellezza e sapienza senza età.
Nel magico rituale che attorno a loro si consuma da secoli, ci ritroviamo nel
cuore di una natura che si fa raccogliere e spremere per nutrire, di un’
atmosfera che suggestiona e incanta per identificare.
L’ulivo è infatti simbolo dell’identità di ogni suo abitante, è l’anello di
congiunzione tra il lavoro dell’uomo, le tradizioni e la cultura storica del
popolo salentino.
Albero sacro, elemento peculiare di un paesaggio che tutto perderebbe senza
quelle nodose promesse di vita che attraggono, non adescano.
Davanti alla chiesetta di San Pietro dei Samari, nella gallipolina Palude de
li Foggi, così come Carducci davanti a San Guido, nel cuore della Maremma
livornese, dovremmo idealmente raccoglierci tutti per opporci alle soluzioni
spicciole proprie della vita profana, identificata oggi nella condanna senz’
appello degli alberi infetti.
L’elevazione spirituale offerta dagli ulivi rimane perciò una realtà da
perseguire e un’importante ragione per cui lottare,… ma attenti all’ “asin
bigio”!
“… l’asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
e a brucar serio e lento seguitò.”
Come non capirlo, povera bestia? Ha occhi solo per il suo bel cardo da
rosicchiare, unico mezzo attraverso cui crede e sente di realizzarsi, rimane
indifferente a tutto ciò che gli accade attorno, non si scomoda neanche se gli
crolla il mondo addosso: asino bigio di pura razza bigio asinina!
E pensare che suo cugino, per spaventare gli altri animali o forse solo per
primeggiare su di essi, un giorno volle mettersi addosso una pelle da leone,…ma
finì sbranato.

Volti delle donne di un tempo

Spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”

Sabato 21 settembre, ore 21 – Chiesa di S. Ambrogio della Vittoria,

Via Spagliardi, Parabiago (MI)

volti

L’U.N.C.I. (Unione Nazionale Cavalieri d’Italia) – Sezione Provinciale di Milano, in collaborazione con l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano e l’Associazione “Fabbrica di Sant’Ambrogio”, con il patrocinio della Regione Lombardia, la Provincia di Milano e la Città di Parabiago (MI)  promuove lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa.

Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne  mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.

Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.

Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Lo spettacolo è stato presentato in prima assoluta il 26 dicembre 2012 alla Casa di Riposo “Capece” di Nociglia (Le) in versione ridotta e successivamente la notte del 31 dicembre, ovvero alle 5 di mattina del 1° gennaio 2013, in versione completa al Faro della Palascìa (Otranto) nell’ambito della manifestazione l’Alba dei Popoli, organizzata da Legambiente in collaborazione con il Comune di Otranto, l’8 di marzo al Palazzo della Cultura di Poggiardo (Lecce), il 12 marzo allo Spazio Oberdan-Cineteca Italiana di Milano, l’11 agosto a Parabita (Le), nella piazza centrale del paese, e il 15 settembre a Biella.

Lo spettacolo è dedicato all’attrice di teatro Franca Rame (Villastanza di Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013), di cui verrà letto al termine dello spettacolo il monologo “Lo stupro”.

L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

                                                                                       Il regista Paolo Rausa

Info: U.N.C.I., www.unci.parabiago.it, unci@unciparabiago.it, tel. 0331551976; Associazione Regionale Pugliesi di Milano, www.arpugliesi.com, 3474024651; Associazione La Fabbrica di Sant’Ambrogio, tel. 3387576502-3384845157; www.italia-express.it, paolo.rausa@gmail.com, 3343774168.

Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Ninfa, olio su tela, 2010
Ninfa, olio su tela, 2010

 

di  Raffaella Verdesca

 

C’è chi per comunicare usa la parola, chi le figure.

Roberto Ferri, giovane pittore contemporaneo, nella sua Taranto ha imparato a parlare e a disegnare. Vogliamo immaginare una sorta di contemporaneità tra i due processi, urgenza di un linguaggio plastico e verbale da parte di un genio creativo.

Roberto nasce a Taranto nel 1978 e qui, diciotto anni dopo, si diploma al Liceo artistico “Lisippo” per poi approdare a Roma, nel 1999, dove conosce e si fa conoscere, meraviglia e rimane meravigliato.

La laurea con lode all’Accademia delle Belle Arti romana non si fa attendere e nel 2006 sancisce il traguardo fortunato dei suoi studi, gli ultimi tre anni dei quali arricchiti dalla presenza di Gaetano Castelli, l’ultimo anno da quella di Francesco Zito.

Le forme espressive di Roberto Ferri sono battezzate dalle esperienze pittoriche infantili, dai vecchi pennelli del nonno, fino ad arrivare a quel grado di osservazione e sperimentazione che lo porta alla scoperta del passaggio segreto utile a interiorizzare la bellezza e la nefandezza della vita. Roberto è infatti un passionale, si forma nell’idea che lo studio e la rappresentazione del corpo umano possano diventare parola e quindi esprimere attraverso le immagini i suoi sentimenti, i pensieri, il proprio credo filosofico, le ossessioni e i fantasmi del vivere quotidiano.

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

La sua arte s’ispira dunque a quella classica rinascimentale eleggendo a massimo personaggio di riferimento il Caravaggio.

Di lui acquisisce e riproduce in maniera personale e strabiliante le tecniche pittoriche, tanto da guadagnarsi l’epiteto di neocaravaggista.

Roberto Ferri non copia, ma interpreta e rivisita il grande autore seicentesco traducendo i temi antichi e classici in chiave moderna, secondo un’interpretazione intimista. È proprio questa sua bizzarra e splendida unicità ad attirare l’attenzione di molti galleristi che pertanto lo chiamano e se lo contendono rendendolo protagonista d’importanti eventi nazionali e internazionali.

Finora le esposizioni delle sue opere hanno abbracciato molte città tra cui Roma col suo Complesso Vittoriano, Londra con l’Istituto di Belgrave Square e perfino New York.

Un astro, quello dell’arte ferriana, asceso in breve tempo ai cieli della cultura oltre confine. Alcune sue opere, infatti, impreziosiscono importanti collezioni private a Roma, Milano, Londra, Parigi, New York, Barcellona, Miami, S. Antonio (Texas), Qatar, Dublino, Boston e Provenza.

Non v’inganni, dunque, la giovane età del nostro artista perché a volte il genio si manifesta senza voler perdere tempo.

Angelo Ferito
Angelo Ferito

A questo punto, proveremo a svelare il mistero di tanta fama e gradimento.

Riferendosi all’opera di Roberto Ferri non si può dire che si tratti di un tipo di pittura ragionevole, quanto piuttosto di una sontuosa arte visiva che contorna l’invisibile, al pari di una suggestiva magia. Facendo riferimento alla dimensione mitica dell’arte con creazione di nuovi miti e manipolazione di quelli già esistenti nella civiltà classica, il giovane pittore pugliese materializza il sogno, ricorre al surrealismo delle figure dando voce ai metalli e carne e ossa alle angosce, ai deliri, alle inquietudini, al terrore, al dolore, all’attrazione lussuriosa e all’erotismo «della carne, della morte e del diavolo». C’è infatti nel prodigioso artista la tendenza all’allucinazione che celebra lo splendore e l’estremo della passione umana sotto le vesti di visionarismo, di quella dimensione impossibile che si addomestica solo dinanzi al corpo e alla sua seduzione. Ecco dunque il trionfo della carne, di quel corpo considerato unica dimensione possibile per l’uomo, laddove il paganesimo dell’autore insiste nell’esaltazione della realtà materiale dell’esistenza, di quegli Inferi in cui tutto torna, a cui tutto anela, dove tutto ha senso. I luoghi disertati dalla passione non esistono, infatti, poiché è questa la sola forza capace di donare movimento ai corpi, significato alle posture e vittoria all’umano su tutto ciò che, disertato da questo turbine, rimane informe.

Così Ferri celebra i corpi interpreti dell’inconscio attraverso una perfetta resa anatomica di ugual valore in bellezza e genesi seduttiva sia al femminile che al maschile.

Deposizione, olio su tela, 2010
Deposizione, olio su tela, 2010

Ne nasce un esercito di figure nate dalla fervida fantasia dell’autore e dal mito: sirene, centauri, satiri, Pan e Dioniso, angeli, demoni, efebi e femmine fatali, tutti parte di una superumanità che l’artista contrappone a una dimensione terrena ormai priva di energia e volontà di sfida.

La vita sembra dunque incapace di elaborare ed esibire il pathos necessario ad accendere le sue creature, perciò Ferri sintetizza la sua religione artistica, quella secondo cui l’arte accorre in aiuto dell’uomo trasferendo la potenza primigenia della vita stessa nella riproduzione artistica di corpi depositari di verità, pulsioni e corporeità, qualità spesso sbiadite o perse nell’ordine del quotidiano e del reale.

Da qui l’opulenza dell’arte, «Tutto si ritrova nell’arte» per Ferri, definizione che ci fa pensare visivamente all’opera “Aurora”, dea rappresentata con tali rotondità al femminile, da essere descritta dal critico Isman come «un’orgia di carne pronta ad iniziare il nuovo giorno».

crepuscolo del mattino
crepuscolo del mattino

La passione carnale che anima personaggi e figure nelle opere di Roberto Ferri, li spinge nell’attività creativa ritenendola unico palcoscenico possibile. Il Teatro dell’Arte. È qui che la carne, aspirando all’infinito, lo colma solo attraverso l’eccesso e il superlativo che il pittore è l’unico a saper evocare. A tal proposito ci viene in mente la gigantesca tela de “Le delizie infrante”, 2 metri x 3, esecuzione che partendo dalla casualità di una puntura che colpisce un bambino divino, innalza una cattedrale delirante di corpi che s’intrecciano nella bellezza, nell’Eros e nella lussuria, costruzione che rimanda di getto all’idea di tormento e alla riflessione che nel dolore alberga l’intima e complessa trama della follia della vita.

L’occhio di Roberto, nelle figure, non si ferma mai allo studio superficiale della pelle, chiara e morbida nelle donne, muscolosa e pulsante negli uomini, ma ne porta alla luce il contenuto ricavandolo da quell’ombra avviluppata alla trasgressione, affacciata sul precipizio del peccato e del piacere, mantello di esistenze piegate dalla repressione della morale e dall’esaltazione dell’istinto naturale.

In molte figure della produzione artistica del geniale contemporaneo è stata tolta la testa a simbolo dell’ablazione dello spirito, così come è stato sfumato e corrotto il volto ad impedimento del contatto con l’anima: esaltazione della carne e del desiderio. Tra le tele più rappresentative a riguardo il “De Profundis clamavi”, “Il dannato”, “Vizio e Virtù”, “Genesi”, “Angelo infernico”, “Adoratio mortis”.

Angelesse demoniache si fanno strumento di fascinazione sessuale e via diretta per gli Inferi intesi come regno indiscusso della passione umana. (“Porta Inferi”, “Angelo Infernico”, “Dall’Inferno”)

Femmine fatali soggiogano uomini e sono a loro volta soggiogate dal destino, quello pittoricamente reso dalle catene metalliche attorno a molte figure, marchingegni questi che insieme ad astrolabi, sestanti, ingranaggi di orologi, bilance e ruote dentate, servono a prolungare il pensiero e il desiderio nel tempo, oltre che ad enfatizzare il movimento dei corpi fino ad assurgere al ruolo di strumenti di tortura. La vita e l’amore sono infatti spesso sofferenza, ferite che si accettano come destino impossibile da rimuovere. (“La Bellezza uccide il Tempo”, “Gaia”, “Vizio e Virtù”, “Circe”, “Ultimo addio”, “Eros Anteros”)

In quale modo più originale Ferri avrebbe potuto rappresentare la malinconia e la celebrazione del dolore? La stessa sua fervida forza inventiva nasce da una frenesia che è anche dolore e malessere, sensazioni di cui il maestro vuole liberarsi sublimandole nella rappresentazione pittorica di posture stravaganti, posizioni talvolta drammatiche, altre ancora estreme.

Potere catartico dell’arte, liberazione dal tormento creativo e interiore dell’artista.

Roberto Ferri, come un ‘Dioniso ebbro’, cerca nella pittura il mezzo per varcare il confine tra la realtà e il sogno, tra il fluire del tempo e l’eternità. Allo stesso modo fanno i modelli a cui lui si ispira, nel passaggio dal mondo reale che li vede normali individui in carne ed ossa, al mondo visionario del pittore che li trasforma in entità dalla concretezza anatomica meravigliosa, fatta di sangue e muscoli, di pelle e simboli, di mito e vitalità.

Se Roberto Ferri è il mago creatore del suo stile, inconfondibile e folgorante, è impossibile non farsi sedurre dal suo messaggio di luce e di tenebra, intinto nei corpi e disteso nelle mille sfumature dell’umana fragilità.

 

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

Storia di guerra e passione nel Salento rurale

giorgio cretì
Giorgio Cretì

di Francesco Greco

 

Nel Salento rurale dell’altro secolo, mentre sullo sfondo incombe la guerra di Libia, nel minuscolo universo che era la masseria si intreccia una storia d’amore e di miseria, di uomini consumati dal lavoro della terra e dalle passioni. Tripoli, bel suolo d’amore, richiama nel deserto la meglio gioventù. Alla masseria a sud di Otranto, fra Santa Cesarea e Ortelle, c’è anche Pasquale, che ha messo gravida la bella Maria, detta Ia, la figlia di Peppino “Parmatiu” ormai “valagna” (in età fertile). Non resta che organizzare una fuga d’amore per gettare fumo negli occhi della gente e salvare la faccia. Pasquale e Ia se ne vanno in una pajara (trullo a tolos).

E’ l’incipit di “Poppiti”, romanzo che lo scrittore salentino Giorgio Cretì (nato a Ortelle nel 1933, è morto a gennaio scorso, laureato in Scienze Politiche, ha vissuto a Pavia) pubblicò con “Il Rosone”, la rivista dei pugliesi di Milano nel 1996 e che la scrittrice Raffaella Verdesca e il regista Paolo Rausa hanno adattato come testo teatrale in quattro atti, esaltando il pathos di una storia in cui compaiono molti archetipi della cultura meridiana, dinamiche sociali, rapporti famigliari e interpersonali, usi e costumi, spiritualità, sessualità, ecc.

Il tutto calato nella magia della campagna salentina, fra erbe e malerbe, con la natura dotata di un suo struggente carisma, elevata a elemento portante della narrazione. Sintetizzato, scarnificato, colto nella sua nuda, solare essenzialità, il testo risulta si può assimilare al Neorealismo letterario (verghiano) e cinematografico (De Sica), pregno di una energia e una vitalità da leggere come transfert e prosecuzione di quelle in di cui è pregna una terra selvaggia, un popolo onesto e fiero, scosso dal vento del desiderio, delle passioni (politica, civile, sessuale) che tende alla tragedia (dna magnogreco), una cultura che si regge sull’agorà dei sentimenti, una civiltà con la “c” maiuscola di cui s’indovina tuttoggi lo splendore. Pasquale parte “per conquistare l’Africa”, Ia resta col bimbo da svezzare. Il marito è fatto prigioniero e per mesi non dà sue notizie. Sindaco e speziale non sanno dire niente di più sulla sua sorte. La ragazza soffre la solitudine, “non sono da buttare, che scema!”. Potrebbe avere tutti gli uomini delle masserie, ma a guardarla con desiderio è il vecchio suocero: “Tu mi piaci ragazza e… non come figlia”. “Io sono la moglie di Pasquale, tuo figlio, non dimenticartelo!”.

Quando questi fa ritorno dalla Libia, trova la situazione che meno si sarebbe aspettato. Dopo essera andato a un funerale “nero come l’angoscia che mi porto dentro”: non gli resta che emigrare: “Bandirò dai miei occhi e dai miei pensieri questa terra… Andrò a coltivarne un’altra lontana, quella che con il sangue abbiamo conquistato in Libia, e mia moglie e mio figlio verranno con me a iniziare una nuova vita”.

Dopo la prima a Poggiardo, a casa Rausa (la dimora del grande poeta Fernando Rausa, “Terra mara e nicchiarica”), la compagnia “Ora in scena!” porterà in autunno lo spettacolo a Ortelle, nel contesto di un progetto di valorizzazione dell’opera dello scrittore di Ortelle voluto dal sindaco del paese.

Sono previste anche altre tappe. Pasquale, Rocco, Dorotea, Ia, Cirina, Crocefissa, massaro Rosario e Peppino Parmatiu sono interpretati da Michele Bovino, Florinda Caroppo, Luigi Cazzato, Norina Stincone, Francesco Greco, Maria Orsi, Rosaria Pasca, Tiziana Montinari. Musiche di Pasquale Quaranta (P40) e Lucia Minutello.

 

Volti delle donne di un tempo, a Parabita

Spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”

Domenica 11 agosto, ore 21,30 – Piazza Umberto I, Parabita (Le)

 

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Il Comune di Parabita (Le) in collaborazione con l’Associazione ‘emergenze sud – cantieri culturali aperti’ di Parabita e l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano  promuove lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa.

Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne  mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.

Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.

Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Lo spettacolo è stato presentato in prima assoluta il 26 dicembre 2012 alla Casa di Riposo “Capece” di Nociglia (Le) in versione ridotta e successivamente la notte del 31 dicembre, ovvero alle 5 di mattina del 1° gennaio 2013, in versione completa al Faro della Palascìa (Otranto) nell’ambito della manifestazione l’Alba dei Popoli, organizzata da Legambiente in collaborazione con il Comune di Otranto, l’8 di marzo al Palazzo della Cultura di Poggiardo (Lecce) e il 12 marzo allo Spazio Oberdan-Cineteca Italiana di Milano.

L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

Su una via deserta della periferia

da fondazionebellonci.it

 

La calma con cui un anziano signore riesce a stare per ore seduto sull’uscio di casa, a guardare il nulla di una via deserta della periferia, dopo una vita di brutale fatica. In un silenzio impenetrabile in cui si intrufola il cigolìo di una bicicletta, la mia, e un fracasso che non si dà a sentire.

(Pier Paolo Tarsi)

In quel guardare il nulla c’è il pieno dei ricordi, in quell’apparente immobilità c’è la corsa all’indietro verso il vigore di una giovinezza instancabile in cui tutto era nel potere della volontà tranne l’amore, tutto era riscatto tranne la paura di non meritarlo…

(Raffaella Verdesca)

Dalla fotografia alla pittura, Carlo Casciaro e Ortelle

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di Paolo Vincenti

Ortelle è un giorno di sole e il caldo che ti segue fra le stradine del centro.

Ortelle è la Madonna della Grotta e la Fiera di San Vito.

Ortelle è il culto di San Vito e Santa Marina, testimonianza di quella devozione popolare che impasta la cultura di questi piccoli borghi della nostra penisola salentina.

Ortelle sono i volti allegri spensierati, tristi malinconici, stirati, rugosi, ritratti da Carlo Casciaro. E Ortelle è Carlo Casciaro, che vado a trovare in una mattina in cui schiocca scirocco fra le pieghe delle case calcinate, di un bianco rilucente e abbagliante; e nella mia fantasia , il paese si identifica totalmente con il suo cantore, aedo del pennello, celebratore di  luoghi e persone, pietre e stagioni, percorsi della memoria.

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Dalla fotografia alla pittura, Carlo Casciaro  comunica attraverso la sua arte e mi sembra perfettamente integrato con  il microcosmo di una piccola e fresca cantina nella quale ha ricavato il suo studio e dalla quale osserva il mondo esterno,  senza spostarsi da casa, indagatore dell’anima, collezionista di memorie, archivista di emozioni.

Carlo è un viaggiatore fermo, un nomade stanziale, se mi si perdona l’ossimoro. Da Milano, dove ha vissuto e lavorato diversi anni, è ritornato al paesello, nella sua amata Ortelle, e qui ha ripiantato radici,  la sua è diventata  una scelta di fede, perché è facile essere attaccati al paese dove si è nati, ciò è naturale e scontato, ma quando invece lo si risceglie in piena consapevolezza,  dopo essere stati via per anni, e lo si rielegge a propria residenza,  questo ha un valore raddoppiato. Così  Carlo ha deciso di vivere qui, nell’antica Terra Hydrunti,  a fotografare vecchi e vecchine, parenti, amici, sdentati  e sorridenti personaggi schietti e spontanei  di quella galleria di tipi umani che offre l’ecclesia ortellese, a immortalarli nei suoi ritratti a matita e pastello e ad appenderli con le mollette a quei fili stesi nella sua cantina a suggellare arte e vita, sogno e contingenza. “Anime appese” le chiama Carlo Casciaro, “catturate con armi di matita e passione”, a vantaggio di coloro che possono ammirarli nelle personali che di tanto in tanto egli tiene, come l’ultima sua mostra svoltasi nell’agosto del 2012 e dalla quale ha tratto un piccolo catalogo che mentre torno a casa porto con me, prezioso omaggio amicale. E in questa brochure leggo le osservazioni critiche sulla sua arte ad opera di Paolo Rausa, Nino Pensabene e Raffaella Verdesca, tutti nomi a me noti ed al mio uniti dalla comune militanza nelle file del cenacolo culturale  “Fondazione Terra D’Otranto”.

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E trovo anche fotografata su una polverosa carrareccia a ‘Vignavecchia’ in agro di Vitigliano,  frazione di S.Cesarea Terme, l’anziana madre di Carlo, “Mamma Eleonora” con le sue 90 margherite di giugno. E trovo suo padre, u Totu camillu “sigaretta nturtiiata” una matita su cartoncino : e questo soprannome, che allude all’antica abitudine dei nostri contadini di arrotolare le sigarette artigianalmente o anche di masticare il tabacco, mi riporta sorprendentemente allo stesso Carlo che, come tanti di questa nostra generazione, hanno ripreso ad arrotolare cartine (come dire, laddove non arriva la nostalgia, ci pensa la crisi). L

’oggetto privilegiato dalla pittura di Casciaro, pronipote di ‘Tata Peppe’ , ossia Giuseppe Casciaro (Ortelle 1861-Napoli 1941), pittore di scuola napoletana, è il paesaggio salentino.  Il suo è un naturalismo che richiama quello dei più grandi maestri salentini,  fra tutti Vincenzo Ciardo. Un paesaggismo delicato, abbastanza fuori dal convenzionale, dal naif.

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Scrive Raffaella Verdesca:  “Casciaro ama la sua terra e ce ne regala i colori migliori attraverso immagini che nel passato scovano l’armonia del vissuto, del semplice, di quel palpitare non più ovvio se immortalato nei volti che quelle stesse strade e piazze hanno abitato. Ed ecco affacciarsi i ritratti di personaggi che hanno il sapore della storia, forse della favola. In caso di dubbio sulla giusta direzione, è a loro che Carlo ci suggerisce di chiedere”.

Nelle sue tele, dai vivaci colori, in cui vengono quasi sezionati i reticolati urbani dei nostri paesini, più spesso le aree della socialità come le piazze, gli slarghi, le corti, si ammirano animali come pecore, buoi, galline, gazze, convivere in perfetta armonia con oggetti e persone, in un’epoca ormai lontana, fatta di ristrettezze e di fatica, quella della civiltà contadina di qualche decennio fa. E poi un cielo attraversato da nuvolette dispettose; il  sole non appare mai in tutto il suo splendore ma sempre filtrato dalle nubi passeggere di un cielo velato madreperlaceo, occhieggiante fra le fenditure e i recessi del paesaggio  incantato, così salentino ortellese. Sembra quasi un minuto prima della pioggia, quell’aria di sospensione, in cui gli animali restano assorti immobili nella percezione dell’addiveniente. Oppure, la quiete dopo la tempesta, con quelle strade slavate e quelle pozzanghere ancora imbevute e già il contadino che si mette in cammino per la campagna e l’artigiano che ritorna all’opera usata.

Il segno colore di Casciaro dà ai suoi paesaggi un’immagine di gioia temperata, di una serenità appena percepita, voglio dire non un idillio a tutto tondo, tanto che il cielo incombente sulle scene di vita quotidiana sembra sempre minaccioso e il sole, come già detto, non si mostra mai. Intanto i volti ci guardano dall’acrilico delle sue tele, ci scrutano, mentre chiacchieriamo amabilmente di un tempo perso che più perso non si può, il tempo dell’arte, quello che fuga le mene e le paturnie della  vile quotidianità. I volti di Carlo, a dire il vero, sembra che scrutino più me, che forse ho l’aspetto troppo urbano per stare a mio agio in questo posto così semplice e austero,  ma è solo un pregiudizio, perché io mi trovo bene in ogni luogo in cui si respira arte e cultura,  e ora mi metto anch’io ad arrotolare sigarette con Carlo e a ricambiare quegli sguardi scrutatori dei suoi volti di carta, mentre con l’autoscatto della sua macchinetta fotografica immortaliamo il nostro incontro.

Saluto Carlo che si rammarica perché mi dice che nel paesello non c’è nemmeno un bar dove possa portarmi ad offrirmi un caffè. Io lo ringrazio comunque perché di caffè, a quell’ora della mattina, in genere ne ho già bevuti  di più di quanti magari lui ne berrebbe in tutto il giorno, e lo saluto affettuosamente. Accomiatandomi, mi accorgo che i suoi  volti disegnati non mi guardano più di sottecchi ma iniziano forse a prendere famigliarità con questo cronista che è venuto a rompere la loro calma assidua assorta silenziosa silente. Ma è troppo tardi, perché nel frattempo io sono già sulla mia scatarrante jeep,   “sulle strade di Carlo Casciaro”.

 

 

Deliri di una verità, romanzo di Raffaella Verdesca

deliri di una verità, romanzo di raffaella verdesca

di Paolo Rausa

Qual è la verità? Quella di Bianca Salemi, che è partita da Catania per raggiungere lo zio Roberto a Buenos Aires e realizzare il suo sogno? O quella di Stefano, il fratello avvocato, che si è trasferito a Roma per esercitare l’arte forense, ereditata dal padre Ovidio, che non smette di rodersi perché è rimasto irrisolto l’omicidio dei fratelli Antonio e Santo sgozzati da ignoti sulla Principessa Mafalda, gloria della Marina Mercantile Italiana,  durante l’ultima traversata per l’Argentina il 23 marzo 1927? O quella della madre Lucia che vede sfuggire dalle sue mani i figli senza riuscire ad afferrare il senso riposto nelle loro ansie e aspirazioni? Su tutti aleggia la figura mitica del patriarca Arcangelo, un padron ‘Ntoni Malavoglia, che racchiude nella sua saggezza, autorevolezza e ostinazione tutti gli elementi della civiltà meridionale. Un romanzo molto avvincente, intessuto con fili e disegni diversi da Raffaella Verdesca, una scrittrice che ha ormai espresso con varie opere il suo genio letterario. Ha pubblicato con successo lo scorso anno i racconti “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu”, ambientato nel Sud d’Italia, la Porta d’Oriente così da lei definito. Negli anni precedenti il romanzo “Chandra Mahal” nel 2005 e un’altra raccolta di racconti “All’ombra dell’Arca” nel 2007 e i “Racconti per ridere. La lisca” nel 2011, tutti abbelliti da illustrazioni confezionate di sua mano. La trama è robusta, complessa e i luoghi dello svolgimento dell’azione molteplici. Nel romanzo, che possiamo definire un’epopea, la saga dei Salemi di Catania, si snodano le vicende di un secolo, il ’900, attraverso la storia di una famiglia. Dal capostipite Arcangelo, duro come una roccia, ai suoi figli Roberto, Antonio e Santo, che sono costretti a inseguire il sogno sudamericano dell’Argentina come le centinaia di migliaia di emigranti italiani che solcarono l’Oceano in direzione “la Merica” speranzosi di futuro, in un viaggio funestato dallo strano e irrisolto – se non verso la fine – omicidio dei due fratelli Antonio e Santo. L’ultimo dei figli, Ovidio, invece resterà in paese a esercitare la professione di avvocato in bilico fra il passato che non passa e il presente indeterminato, mentre i nipoti, Bianca in Argentina e Stefano a Roma, che si nutrono di vicendevole  grande affetto, saranno sospinti a inseguire e a rappresentare nella loro storia la divaricazione in due rami della famiglia. Un romanzo d’amore, vissuto con pienezza di sentimenti, con un coinvolgimento passionale sino all’inverosimile, allo sfinimento e allo stordimento finale.   Si nutre di questo sentimento Bianca, che acquista la Espanola, una estancia, una fattoria agricola con una villa monumentale, che racchiude nel ritrovamento di antichi monili indiani un mistero. Che rapporto ha questo tesoro con il fattaccio avvenuto sulla Mafalda? Qui il romanzo si tinge di giallo, la vicenda si aggroviglia e solo grazie al diario di Bianca e all’opera preziosa e paziente di Stefano, che intercetta su questo esile filo in cui si dipana la matassa della narrazione la vita di Marilena, una sua vecchia fiamma ancora innamorata di lui, è possibile intravedere una via di salvazione. Non immaginata, tanto è ricca di colpi di scena la vicenda sino alla conclusione del romanzo. Una storia tragica e appassionata, di cui Raffaella Verdesca sa renderci partecipi ed emozionare con questi personaggi che navigano nel mare della vita, fragili ed esposti alle tempeste e alle traversie, che non si attaccano come cozze allo scoglio per resistere, ma che si affidano alla passione dell’amore, un sentimento che pervade inesplicabilmente le loro e le nostre vite.

”Deliri di una verità” di Raffaella Verdesca, Albatros, Il Filo, Roma 2010, pp. 302, € 19,00.

Poggiardo. Quei “volti di carta” emergono quieti dal Novecento

poggiardo volti chiarello
ph Antonio Chiarello

di Francesco Greco

Quei “volti di carta” emergono quieti dal Novecento, da un passato perduto, ma non nei valori che invece sono immortali. Arrivano a noi, nell’epoca dell’hashtag, con dolcezza, ma anche la grande forza dialettica del loro vissuto. E ci raccontano storie che oggi che la trasmissione della memoria è soffocata dalla perfida gramigna della tv-spazzatura e dai suoi squallidi mèntori, mestatori di un feticismo che si trasfigura in patologia della contemporaneità. “Guai se li dimenticassimo, se non attribuissimo a queste storie la giusta considerazione: a quelle donne dobbiamo tutto…”, ammonisce il regista Paolo Rausa: è nato a Poggiardo (Lecce) ma vive a Milano.

Un 8 marzo modulato sul filo della memoria quello che ha avuto luogo a Poggiardo (Palazzo della Cultura) davanti a un pubblico in prevalenza femminile, coinvolto, emozionato. La compagnia teatrale “In Scena!” ha riproposto “Volti delle donne di un tempo”, liberamente tratto da “Volti di carta” (Storie di donne del Salento che fu), dalla scrittrice salentina (nata a Copertino, nel Leccese, vive in Calabria, ha casa a Roma) Raffaella Verdesca, che presenzia sempre alle rappresentazioni del suo testo in cui è riuscita a catturare l’anima segreta di un tempo….

La sua gallery di donna è un “caso” editoriale: grazie anche alle presentazioni qua e là il libro, pur edito da una piccola casa editrice, la “Albatros”, vende senza tregua. E a ogni replica, le emozioni si rinnovano, anzi, si moltiplicano, come sempre accade quando c’è sintonia fra un testo e chi lo assimila e lo propone, all’insegna della poesia con la “p” maiuscola. La narratrice irrompe in scena, apra la sua enorme valigia colma di foto in bianco e nero: il vento le sparge nell’aria, cadono qua e là… E le storie delle sei donne-archetipo prendono vita. Vincenzina è quinta di dodici figli, la chiamano “la Moretta”, ha la pelle bruna e i capelli scuri “come una spremuta di uva nera”. “La prima cosa che ho imparato nella vita è di crescere alla svelta…”. Infatti la madre la chiama alle 3 perché deve andare a lavorare alla “frabbica”(così nel “secolo breve” chiamavano i magazzini dove si lavorava il tabacco selezionando le foglie: Perustiza, Erzegovina, Xanti-Iaca…

Portata dalle note grike intrise di nostalgia dovuta alla lontananza di “Encardia andra mou paei” (Franco Corlianò), arriva Nunziata: è una “vedova bianca”, è rimasta sola e sta scrivendo una lettera che affiderà alla rondinella al marito che vive lontano, alla “Merica”, dove lavora in una fabbrica di ferro: “Ci siamo sposati in fretta – confida con qualche errore di grammatica alla carta – non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci meglio, intendo anche  carnale… Mi ammazzo di fatica per portare avanti il forno e per badare a tua madre… Marito mio vieni presto che non mi fito più resistere lontana di te”.

Teresina invece lavorava nei campi la terra del barone don Ignazio, che un giorno l’ha violentata come un animale e ora vorrebbe il bambino che è nato. La lusinga: “Se mi dai il bamnbino, non ti farò mancare nulla, e neanche alla tua famiglia. E poi ti troverò qualcuno che sarà disposto a sposarti!”. Ma lei, donna fiera e orgogliosa, si accaserà con Marcello, vedovo (“Serafina se l’è portata via una polmonite fulminante”) con due bambini piccoli, reduce dalla guerra “brutta storia!”.

Immacolata è una “fanciulla semplice e curiosa” che vive davanti al mare di Nardò, quando un giorno vede arrivare camion carichi di profughi ebrei. La gente accoglie gli stranieri con “malumore e diffidenza”. Fra di loro c’è Efrem: “Bello il mare… Questa terra, dove tutto luccica di un bianco splendente, è benedetta dal Signore, è Barakà…”. Lui le fa conoscere la cucina yddish (dall’hummus, antipasto con salse al sesamo, alla melanzana e ai ceci, all’harrosset, impasto di fichi, melograno, mele, datteri, noci e vino rosso), lei vermicelli col baccalà, rape e fichi secchi con le mandorle). “Credo che tutte le religioni del mondo nascono dall’amore”, filosofeggia lei, e lui, innamorato: “Quando l’uomo pensa, Dio sorride”. Si sposarono vicino al mare, che mandava il suo augurio: “Shalom! Pace!”.

E poi la storia di Uccia Capirizza, la mammana (levatrice) che un giorno d’inverno aiuta una ragazza a partorire sotto un ulivo, va in paese a chiedere aiuto, torna e la puerpera non c’è più: così diventa mamma a 50 anni chiamando Futura “la creatura che il destino mi aveva fatto incontrare”. Infine Caterina, vedova “bella e altera” (“il suo volto non era sfiorito con gli anni e il corpo era ancora vigoroso… ma il cuore era addolorato per la perdita del marito” Vincenzo, a 56 anni: diagnosi sbagliata, malasanità). Tutti i maschi del paese “sguardi pieni di desideri”, ma lei cresce da sola quattro figli facendo la sarta giorno e notte: “Ora che i miei figli si sono affermati nella società, posso dire di essere orgogliosa di quello che ho fatto e spero che anche loro lo siano di me… una donna e madre che ha lottato per la sua dignità”.

La chiave di lettura del testo e dello spettacolo è quindi multiforme: storica, antropologica, sociale, ecc. E’ anche qui la ragione del successo con cui viene accolto: prossima tappa della tournèe ad aprile a Lecce. Recitano Rosaria Pasca, Maria Orsi, Florinda Caroppo, Ninetto Cazzatello, Norina Stincone, Francesco Greco, Cinzia Carluccio, Tiziana Montinari, Michele Bovino, Lucia Minutello che con pasquale Quaranta (P40) cura canzoni e musiche. Un 8 marzo da ricordare, a futura memoria.

Raffaella Verdesca e i suoi Volti di carta, oggi a Copertino

Copertino, Piazza Umberto, ore 18

8 Marzo 2013 – Volti di carta

Ornella Castellano dialoga

con l’autrice Raffaella Verdesca

La raccolta “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu” è composta da venti racconti ispirati alla vita del popolo salentino nel secolo scorso.

Le fatiche e i sogni di contadini, vedove, soldati e gente comune vengono filtrati dalla sensibilità femminile, quella delle protagoniste, soggetti in primo piano o talvolta echi di sottofondo a vicende che un tempo scandirono la vita tanto nei centri rurali del tacco italico quanto nel resto della nazione. S’intrecciano folclore e storia dando vita a spennellate d’ingenuità contadina e di profonda saggezza umana. Il riscatto e l’emancipazione risiedono nelle mani delle donne, continua a pensare qualcuno ancora oggi, e le storie custodite in questo libro gliene danno piena conferma mettendo in luce il coraggio di mogli, sorelle, figlie e madri capaci di addolcire la brutalità delle ingiustizie e dei sacrifici con la forza del proprio essere culla di vita. E’ proprio questo prezioso messaggio di positività e coraggio che le donne portano in sé a trasformare la fine in un nuovo inizio, la sciagura in insegnamento e il dolore in dignità.

Non manca tra i righi il tocco poetico dei canti popolari, è particolarmente curato il divertimento nato dai paradossi, dalla semplicità dei personaggi, è vitale il tratteggio di personalità capaci di respirare anche a libro chiuso.

Se da una parte si lavora a sdrammatizzare, dall’altra si lascia intatto il lirismo del dolore e la sacralità della conoscenza, quella di chi deve lottare per sopravvivere e vivere per conquistarsi sereno e onore: le nostre radici sono l’assicurazione migliore sui nostri frutti.

Motivazioni

Da una valigia piena di vecchie fotografie e ricordi, salta fuori l’idea di raccontare storie utili a restituirci il valore del passato rivalutando quello del presente.

In questa raccolta si è lasciata la parola al Salento e ai ritratti che delle sue genti portano alla luce momenti di vita e voci di donna capaci di raccontarla.

Il periodo storico che fa da sfondo al libro è quello attorno alle due guerre, momento importante per enfatizzare la forte volontà popolare di ricostruzione dei princìpi e dei sentimenti contro il caos della miseria, della violenza e del sopruso sempre perpetrato ai danni dei più deboli.

Le donne di “Volti di carta”, all’apparenza parte integrante di quest’ultima categoria, raccontano invece gioie e dolori con l’integrità di un Titano, pronte a chiarirci gli orizzonti del nostro essere.

Siamo tutti figli di una madre e da questa abbiamo ricevuto e imparato la vita, la stessa che qui si cerca di non far dimenticare e soprattutto di fare amare secondo i giusti meriti.

 

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ph. Stefano Crety

Verdesca Raffaella è nata a Lecce e qui ha conseguito il diploma di maturità classica proseguendo poi i suoi studi pressola Facoltàdi Medicina e Chirurgia di Pisa.

Ha pubblicato i romanzi Chandra Mahal (Il Filo, 2005) e Deliri di una verità (Gruppo Albatros Il Filo, 2010) e le raccolte dei racconti All’ombra dell’Arca (Il Filo, 2007), Racconti per ridere- La lisca (Gruppo Albatros Il Filo, 2010) e Volti di carta- Storie di donne del Salento che fu (Gruppo Albatros Il Filo, 2012).

 

Scheda del libro:

Autore: Raffaella Verdesca

Titolo dell’opera: “Volti di carta – Storie di donne del Salento che fu

Editore: Gruppo Albatros Il Filo

Anno di stampa 2012

Formato: 21x14cm – 171 pagine

Numero illustrazioni: 26. Prezzo: 12 Euro.

Prefazione di Pier Paolo Tarsi. Patrocinio della Fondazione Terra d’Otranto

Cod  ISBN 978-88-567-5710-1

Il libro può essere ordinato all’indirizzo mail ordini@ilfiloonline.it  e in qualsiasi libreria italiana fornita da PDE.

 

Poggiardo, Volti delle donne di un tempo

Venerdì 8 marzo 2013 ore 20.30

Palazzo della Cultura 

Poggiardo

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Con lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa, l’Amministrazione comunale di Poggiardo, con la Consigliera alle Pari Opportunità, e in collaborazione con l’Associazione regionale pugliesi di Milano, celebra la ricorrenza dell’8 marzo presso il Palazzo della Cultura di Poggiardo.

Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.

Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.

Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Lo spettacolo vede la partecipazione di Rosaria Pasca, Norina Stincone, Florinda Caroppo, Francesco Greco, Maria Orsi, Paolo Rausa, Ninetto Cazzatello, Tiziana Montinari, Cinzia Carluccio, Michele Bovino e Lucia Minutello; musiche e canzoni di P40 e Lucia Minutello.

 

Info: Ufficio Cultura Comune di Poggiardo 0836.909812-909819www.comune.poggiardo.le.it – facebook.com/Città di Poggiardo.

Volti delle donne di un tempo a Poggiardo

Spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo” al Palazzo della Cultura, Piazza Umberto I, Poggiardo (Le) l’8 marzo 2013 alle ore 20,30

di Paolo Rausa

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Lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa, è stato presentato in prima assoluta il 26 dicembre 2012 alla Casa di Riposo “Capece” di Nociglia (Le) in versione ridotta e successivamente la notte del 31 dicembre, ovvero alle 5 di mattina del 1° gennaio 2013, in versione completa al Faro della Palascìa (Otranto) nell’ambito della manifestazione l’Alba dei Popoli, organizzata da Legambiente in collaborazione con il Comune di Otranto.
Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne  mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.
Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.
Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Raffaella Verdesca

Raffaella Verdesca è nata a Lecce il 28 settembre del 1969. Conseguita la maturità classica presso il liceo G. Palmieri di Lecce, ha intrapreso gli studi universitari in Medicina e Chirurgia nell’Università di Pisa.

Ha già pubblicato i romanzi ‘Chandra Mahal'(Il Filo, 2005) e ‘Deliri di una verità’ (Gruppo Albatros Il Filo, 2010), oltre alle raccolte di racconti ‘All’ombra dell’Arca’ (Il Filo, 2007) e ‘Racconti per ridere-La lisca’ (Gruppo Albatros Il Filo, 2011). Convinta che le parole siano tavolozze emozionali da cui attingere per rappresentare e regalare i pensieri al lettore, Raffaella ha spesso realizzato le copertine e le illustrazioni di alcune delle sue opere.

Hansel e Gretel sperduti nel Salento

di Raffaella Verdesca

                                       

La solita brutta storia: Italia in crisi economica, allarme recessione, spread alto, tasse da capogiro e, dulcis in fundo, rivolta degli autotrasportatori, degli agricoltori, dei pescatori e chi più ne ha più ne metta! Rallentamento economico nel già rallentato sud.

Lu Totò Cicaleddha, coltivatore diretto, ascoltava con attenzione ogni edizione del telegiornale sprofondato nella sua poltrona ‘massaggiante’.

Era da due giorni che non usciva di casa, tanto i carciofi erano rimasti a marcire in magazzino, i mandarini li aveva svenduti un mese prima a 24 centesimi al chilo e quei pochi ortaggi che portava ogni mattina al mercato erano rimasti a fare concime in un pezzo di terra che lo Stato voleva per 40 centesimi al metro quadro. Certe persone di un comitato di cui non ricordava neanche il nome dicevano che avrebbero lottato per difendere i diritti dei contadini di Capo di Leuca contro l’esproprio coatto delle loro terre. Lu Totò capiva poco tutti questi paroloni, ma una cosa gli era chiara: qualcuno lo voleva morto o quasi.

La gente non comprava niente da giorni, sia perché qualche furbetto aveva triplicato i prezzi di frutta e verdura approfittando della confusione, sia

La Bottega da Rigattiere di Paolo Vincenti

di Raffaella Verdesca

Paolo conosce bene le rotte del pensare e naviga da tempo nel suo stile a tratti periglioso, a tratti placido. Gioco e abilità. Giustifica il suo modo di scrivere adducendo molta responsabilità ai poeti francesi, proclama la sua rinuncia a farlo a favore invece del citare, riprendere, trascrivere e addirittura copiare brani dalle opere dei grandi scrittori di ogni tempo, se pur compaiano fra i suoi righi anche stralci di canzoni, spot pubblicitari, slogan e frasi di film celebri. E’ un patchwork letterario, un fine manufatto in cui il nostro artigiano usa fili di cultura e di intelligenza per unire diversi frammenti di letteratura al linguaggio comune del quotidiano e del suo sentire. Il risultato finale è un libro, “La bottega del rigattiere” (Lupo Editore 2012), opera in cui risultano impercettibili le cuciture tra i pezzi di pagina tanto è forte la sfumatura passionale e personale che le copre. Lungi dall’esulare dalla tracciabilità artistica propria di Paolo Vincenti, il titolo ci fa pensare al gesto romantico di un uomo che raccoglie per non perdere pezzi di vita preziosi e che ricrea memoria nel lettore attraverso la sua stessa memoria. Quella che chiarisce la scelta di scrivere, per esempio, è la prima ben incastrata nella forte componente dualistica che caratterizza l’autore: Cultura o Finanza? Bivio d’inizio percorso. Seguire il proprio istinto o assecondare quello della propria famiglia? Socrate lo aiuta sottoponendogli le sue idee, quelle contrarie all’antico sentenziare “Primum vivere deinde philosophari” ovvero dello ‘Svuotare il cervello e riempire la pancia’, rincorrere onore, guadagno e potere attraverso lavori mondani: vince alla fine la speculazione intellettuale tanto cara a Socrate, il ‘Cogito ergo sum’ cartesiano, e Paolo sceglie la Cultura. In realtà questa non sarà la prima scelta importante che quello dovrà affrontare. Ecco quindi riaffacciarsi subito il dualismo genetico della sua personalità, lo stesso che sarà protagonista di ognuna di queste pagine: corpo debole e fantasia veloce, andare e tornare, tempo ritrovato – amato – perduto – risarcito – derubato, dolore e gioco, odio e amore, virtù e vizio. Come sempre, il filo conduttore delle esternazioni del Vincenti è il tempo; il tempo diventa il seme prolifico di amori e rimpianti, batte il ritmo della danza, la stessa che mette in luce la passionalità irruenta, anch’essa duale, dell’autore.

In molti suoi passaggi, quest’ultimo descrive il ballo che dal lontano mito di Dioniso arriva a sconquassare gli equilibri del suo vivere presente. Il vino è gioia primitiva che scorre nelle vene e crea euforia, impazzare di ritmi folli, di danze e di urla. “Non c’è Venere senza Bacco” recita l’autore e con una capacità straordinaria riesce a ricostruire attraverso le parole l’immagine in movimento delle Baccanti, allegre diavolesse, donne forsennate in preda al delirio e al furore della carne. Il lettore si trova risucchiato dai suoni assordanti di tentazioni, allucinazioni ed estasi collettiva che altri non sono che i dissidi interiori di chi scrive, di chi mette a confronto l’ebbrezza dionisiaca che fa provare allegria e la vita quotidiana, parca, che ce ne priva con la sua crudele monotonia. La danza è quindi simbolo di riscatto, di corteggiamento, eccitazione, spasimo folle, azimut del piacere, pretesto di sfrenatezze. L’intimo tormentato di Vincenti non fa altro che rivendicare in questo modo il diritto alla libertà, la ribellione di un’anima che si vuole disfare di un corpo-prigione, l’alibi di uno stato di trance usato per soddisfare ogni istinto e perciò illudersi di essere finalmente ciò che si vuole. “Nel debordare c’è la mia voglia d’amare” dice con un fondo d’amarezza l’autore. Se Paolo infatti si sente represso, schiacciato da delusioni passate e presenti tanto da invocare danzanti folleggiamenti tra satiri e baccanti, è segno chiaro di una sua consapevolezza dell’altra faccia della medaglia, ossia quella dell’amore, l’amore perduto, passato, cambiato e pur fissato in eterno nella memoria. Bella e poetica la sua donna, la stessa che si è metamorfizzata nel tempo fino a passare da splendida Afrodite a compagna assente, svogliata, da fuoco di emozioni a oscurità di passioni. L’amata, quella del ballo lento e non dei ritmi indiavolati della taranta e dei baccanali (sacro e profano, San Paolo e Dioniso), è colei che, unica, è in grado di aprire il sipario alle meraviglie del sentimento, alla similitudine sconfinata con il mare, alla verità che piega il tempo e lo addomestica al lento passaggio dell’amore, l’unica passione che scopre, che ricorda, che crea,…che ama. La danza spasmodica dei corpi, la lussuria, possono esorcizzare il lento ed eterno scorrere dell’amore? Può il dolore della sua mancanza invocare il desiderio ancestrale del piacere come droga che lenisca la nostalgia e sbiadisca il ricordo? Esiste davvero il miracoloso passaggio invocato dall’autore, dalla schiavitù dell’amore alla libertà dei sensi? Tutte provocazioni del Vincenti rivolte tanto a se stesso quanto ai lettori. Niente dura per sempre, e questo è un concetto pregnante l’opera di Paolo Vincenti proprio perché appendice del tempo e dell’animo nostalgico che, da buon rigattiere, gli riconosciamo. Ma se da un lato aleggia sulle pagine una vena malinconica, dall’altro l’autore la esorcizza con brillante ironia e toccante poesia, atta a recuperar sogni infranti: giochi di parole e sentimenti in versi. “Ho inventato per te un mondo nuovo, un mondo iperuranio dove tu, bella tra le stelle, delle stelle la più bella,sia soltanto desiderio e nuvole ed io passione…” ( tratto da “Avanza”)Ed ecco scatenarsi in tutto il suo fervore l’attaccamento tormentato dell’autore (ennesimo dualismo) al suo Salento, nero come il cuore della sua rabbia repressa ma anche Paradiso di verde e blu, teatro di immobilismo sociale ma pure invito alla quiete e alla bellezza: le case bianche tra gli ulivi, le litanie dei mandorli e dei gelsi, le luci delle lampare e il canto ininterrotto dei grilli.Potrebbe a questo punto mancare il mare nel cuore di un artista salentino? Niente affatto, e meravigliose gamme di colori e significati vengono infatti attribuite da Paolo a questa familiare distesa azzurra: il mare è orrore nella tempesta ma anche premio di orizzonti infiniti per l’uomo che se ne avventura sfidando se stesso e la propria paura. C’è il mare inteso come noia, ci sono abissi di nostalgia, c’è ‘un mare di affanni’ e un amore grande quanto il mare.Se poi si vuole guardare il mondo dall’alto di un tetto glorioso, Paolo offre al lettore la sua idea di giovinezza divisa tra incoscienza ed entusiasmo, nostalgia di fiori appassiti da un tempo che incalza e potere di un futuro ancora intatto. Non disdegna però neanche i suoi quarant’anni, lo scrittore, per fare autoironia e per affrontare guerra e politica con la crudezza tipica di un uomo cha ha vissuto.Col suo stile a volte macchinoso, eccentrico, a volte lieve, poetico e nostalgico, Paolo Vincenti raccoglie così nella sua bottega di rigattiere letterato e di amante disilluso, la vita in ogni suo più sacro aspetto perché chi condanna crede, chi si ribella soffre, chi odia ama, chi non si arrende spera.

Raffaella Verdesca

 

 

Quando si ha stoffa per guadagnarsi il Cielo. In ricordo di Giorgio Cretì

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di  Raffaella Verdesca

 

Non era da molto che mi aggiravo tra le pagine del blog di “Spigolature Salentine”, oggi confluito nel prestigioso sito della “Fondazione Terra d’Otranto”.

Me ne avevano parlato bene, dicevano che avrei sempre e comunque trovato un articolo di mio gradimento, come in un grande bazar ricco di oggetti sconosciuti e preziosi. Curiosa e perennemente in cerca di novità interessanti, avevo quindi iniziato a frequentare questo affascinante mercato, fermandomi qua e là a comprare luccichii e colori tra la merce esposta.

E’ stato proprio in una di queste occasioni che ho incontrato Giorgio Cretì. A prima vista non era facile individuarlo, nascosto com’era dietro alle ricche tessiture dei suoi racconti, ma rigo dopo rigo me lo son visto venire incontro imponente come un gigante, unico con quel suo modo gentile e al tempo stesso crudo di trattare la vita comune della gente e la gente comune di ogni vita.

“Leggete, signori, leggete tra i banchi di questa colta piazza le belle storie di Cretì!” si diffondeva irresistibile il richiamo in ogni angolo.

Si tratta di storie in cui si respira il Salento, in cui un uomo esprime l’ardore e la delicatezza dell’amore per la sua terra rossa e profumata, di ‘chianche’ cosparsa e di luce e di mare, di sudore e di ulivi accesa e consumata.

L’uomo della strada così come il signorotto dei più sperduti paesi di campagna non ha scampo dinanzi all’analisi introspettiva di Giorgio, dinanzi a quel processo di lavaggio e tinteggiatura degli animi, dei difetti, delle virtù e delle debolezze che ogni essere umano porta con sé. L’intreccio dei suoi racconti non è mai barocco, ma semplice, setoso ed estremamente prezioso. Te ne accorgi ogni volta che lo sfiori col pensiero, con la naturale curiosità nata dalle sue trame avvincenti, materia viva al tatto e al cuore.

Di vera la merce è vera, originale, bella da farti accapponare la pelle, così fitta da spingerti a provare le stesse sensazioni dei suoi fili fin nelle pieghe familiari e di paese.

Il fidanzato bontempone, il bracciante, il padrone, la dama e la contadina, l’anziano, il giovane, l’ingenuo e lo scaltro, non c’è nessuno che manchi all’appello narrativo di questo straordinario autore.

Nei suoi scritti c’è sempre un posto d’onore per la tradizione popolare, per le memorie di vedute antiche oggi a rischio d’estinzione, per il pathos e la risata, per il grottesco e il drammatico, il tutto sullo sfondo di dinamiche politiche e culturali simili a ricami a vista.

Lirismo e poesia sfumano le tinte forti dell’esistenza grama dei poveri, incantevoli dipinti bucolici invadono i sensi come stampe su seta illuminando a giorno le pagine fitte di odori e di sapori, cari all’autore come ad ognuno di noi.

E’ la fiera delle meraviglie.

Ma oggi il proprietario del mio banco preferito non c’è.

Mi hanno detto che ha accettato di esporre le sue splendide stoffe in una piazza più grande e luminosa, quella degna dei giusti, e allora mi è venuto da pensare alla fortuna che abbiamo avuto tutti nell’incontrarlo, nel comprare da lui, in questo lasso di tempo, ogni merce possibile pagandola con ammirazione e affetto sonanti. E’ ormai chiaro che nessuno potrà contraffare una simile grandezza, né mai improvvisare la ricchezza con cui finora ci ha avvolto.

Prima di andare, Giorgio Cretì ha tuttavia voluto affidare alcuni dei suoi tesori alle migliori mani possibili, al fine di non interrompere bruscamente i suoi sogni e le nostre certezze. Come avrebbe potuto lasciarci nudi di sè e delle sue emozioni?

Con questo grazie a nome mio, della Pissa, di Donna Maresca e di tutti, colgo l’occasione, Giorgio caro, per dirti che so quanto questo mio ultimo commento ti sia piaciuto più degli altri.

 

Donne salentine alle 5 di mattina. Ad Otranto

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di Francesco Greco

 

Il 2013 è donna. E’ entrato pudico e pregno di belle promesse scacciando un anno vecchio che in tanti non vedevano l’ora di rottamare poiché è coinciso con sacrifici da lacrime e sangue, disastri d’ogni genere e default infiniti. E l’ha fatto portato dalle voci di donne dell’altro secolo, sulla frequenza della memoria e dell’identità, che narrano le loro storie tormentate ma dignitose, per tentare di sfuggire al tempo insonne che come un tarlo infido corrode tutto sino a non lasciare tracce.

Vincenzina la “tabbaccara” (tabacchina), quinta di undici figli, detta la “Moretta” per la carnagione olivastra e il colore dei capelli, Nunziata “vedova bianca” che scrive lettere sgrammaticate al marito Nicola che è partito per la Merica dove lavora in una fabbrica di ferro, Teresina che iniziata al sesso dal barone Ignazio, che la crede una sua proprietà, sposa Marcello Musca, soldato tornato dal fronte che ha perso la moglie a causa di una polmonite ed è rimasto solo con due bambini da crescere, nonostante le lusinghe del potente nobiluomo, Immacolata invece va a nozze con Efrem, soldato ebreo scaricato a Santa Maria al Bagno (Nardò): “Domani ti cucino un piatto di vermicelli con il baccalà… Credo che tutte le religioni del mondo nascano dall’amore”. La “mammana“ (levatrice) Uccia Capirizza che aiuta una ragazza a partorire e poi “decisi di prendere con me quella creatura che il destino mi aveva fatto incontrare e dal quel giorno divenni madre…”. Caterina giovane vedova “bella e altera”, che rifiuta le proposte di matrimonio dei paesani e si dedica alla sua famiglia lottando “per la sua dignità e per il futuro dei figli”.

Una gallery di donne del mondo di ieri, che abbiamo troppo velocemente relativizzato, senza metabolizzare i suoi valori immortali, per tuffarci in una modernità alienante che formatta ogni individualità, e che riappaiono sotto altre forme, ma con tutta la grande forza dialettica anche oggi, all’epoca di Facebook. Dopo la commovente performance il 26 di dicembre a Nociglia (alla Casa di riposo fra gli anziani grati) – una esperienza che fa il paio con l’altra che il regista ha vissuto due anni fa con i detenuti-attori nel Carcere di Milano-Bollate in un’altra sua rappresentazione dal titolo “Natura e Cultura nel mondo romano” , in attesa di recitare a Roma e l’8 marzo di nuovo in Salento, al Teatro Illiria di Poggiardo,  aspettando la prima alba dell’anno nuovo (foto di Filomena Giorgino) nel punto più a est d’Italia (Otranto), lo spettacolo tratto da “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu” della scrittrice pugliese Raffaella Verdesca è stato rappresentato dalla Compagnia “Ora in scena!” di Poggiardo a Punta Palascìa, alle pendici del celebre Faro, alle 5 del mattino, davanti a un pubblico attento e coinvolto, impressionato dalla cifra neorealistica del testo adattato dal regista teatrale Paolo Rausa, un maestro del teatro italiano, quello fatto con poche risorse ma con tanto cuore, che ha già rappresentato in diversi luoghi della penisola “L’idea di Italia nella letteratura: da Dante a Pasolini” nell’occasione del 150° dell’Unità dell’Italia e l’anno scorso l’opera teatrale “Sguardi sul Mediterraneo. Miti Leggende Storie”.

Altri personaggi: Rosaria Rita Pasca (Donna anziana che affida al vento le vecchie foto e i documenti), Norina Stincone (Vincenzina), Pippi (Francesco Greco), Maria Orsi (Nunziata), Paolo Rausa (Nicola ed Efrem), Ninetto Cazzatello (Marcello), Tiziana Montinari (Teresina), Francesco Greco (Don Ignazio, il barone), Cinzia Carluccio (Immacolata), Florinda Caroppo (Uccia Capirizza), Lucia Minutello (Caterina). Musiche di Pasquale Quaranta (P40), regia tecnica di Ornella Bongiorni.Dopo lo spettacolo, tutti sulla terrazza a guardare l’orizzonte che lentamente scolorava nell’alba. Tamburi e tamburelli hanno acceso il ritmo della pizzica. Una ragazza, Silvia Primiceri, di Casarano, addolciva il freddo dell’attesa passando con un vassoio di dolcetti fatti da lei (il suo sogno è aprire una pasticceria: auguri!). La luna piena campeggiava discreta come in una scenografia a picco sulla location, illuminando le scogliere di una atmosfera carica di energia dolce e le centinaia di persone giunte da ogni parte del mondo al beneaugurante appuntamento con l’Alba dei Popoli. Persino un missionario italiano che lavora in Nicaragua. Decine i reporter e i cineoperatori armati di videocamera, smartphone e quant’altro per immortalare l’evento. Faceva la comparsa persino un branco di delfini nuotando davanti al Faro e poi verso Badisco (l’approdo di Enea è colmo di monnezza!). Ma il sole, offuscato da una barriera di nuvole che occultava la costa albanese, tardava a sorgere. Previsto per le 6 e 40, per la Storia, è riuscito a vincere l’ostacolo solo alle 7 e 20 del primo giorno del nuovo anno salutato da una scarica di flash. Il tempo di un ultimo vortice di pizzica e di un altro brindisi accompagnato da una fetta di mascarpone (il panettone quaggiù non è molto popolare: richiama l’odiata iconografia leghista), e la folla si è sciolta come ipnotizzata dall’astro sovrano dell’universo. Tutti avevano sul viso un sorriso di infinita dolcezza e di quieta bellezza: le ragazze avvolte in sciarpe pesanti e plaid colorati e gli uomini con cappelli e giubbotti pesanti. E mentre i delfini sparivano leziosi all’orizzonte verso Porto Badisco, la socialità spontanea e contagiosa di un rito solenne, il cui fascino è immutato nel tempo, rendeva l’atmosfera serena e gaia, come se tutti, scaldati dallo stesso sole,dalla sua energia,appartenessero alla stessa etnia che include i popoli di tutto il mondo, condividessero un comune immaginario e avessero trovato il loro Graal, una formula magica capace di sintonizzarti con gli altri, il mondo, gli Universi possibili.

Ciao Otranto, e grazie per quest’altro Capodanno con tutti i Popoli della Terra: ci si vede fra un anno…

Leggendo Paolo Vincenti

Leggendo “Danze moderne” e “Di tanto tempo” di Paolo Vincenti. Considerazioni a margine

 

di Raffaella Verdesca

 

Ho letto i libri di Paolo Vincenti tutti d’un fiato. In “Danze Moderne” sono stata investita da un fiume in piena di fluidità, immagini, sprazzi di sole e giochi di ombre. Sento quanto sia per l’autore importante il tempo, l’eterno rivale, infatti entrambe le copertine riportano un orologio e le sue lancette. “Danze Moderne” è come una filastrocca che incalza di visioni della vita, di citazioni e di speranze che sfumano poi in ‘notti dello stesso colore’. Guccini, Ligabue e Vecchioni sono la triade che sottende al pensiero dell’autore, a volte lo approfondisce, a volte lo chiude.

E’ vorticoso leggere Paolo come una girandola impazzita al ritmo di un vento di passione e la grafica vi si addomestica rendendo a pieno le idee e stile. ‘Mezzo uomo’ è sferzante e chirurgico, usa similitudini che trasmettono alle parole vita ‘tra la terra e il cielo’; particolare anche ‘Invettiva’ e ‘Beddha mia’ con una speciale tavolozza di colori e sentimenti a raffigurare la sua Ruffano come un piccolo globo di meraviglie ed affettuosa ironia.

Ho finito di leggere queste “Danze” arrivando in fondo quasi senza respiro. Una visione più cadenzata ma ancora più intima è poi  “Di tanto tempo (Questi sono i giorni)”. Si riconosce la penna vorticosa e profonda dell’autore, si legge ancor meglio tra le righe il suo animo inquieto che usa la sua cultura poliedrica e ricca di classico, inglese, musica e letteratura come un lazzo attorno al collo della vita. Tra la noia, la disillusione, l’idea della morte-rifugio-premio-fine-rinascita-poesia-dolore-distacco-gioco,trova il tempo per il canto beffardo, la tinteggiata ironica, l’inchino invidioso a un tempo che passa e a una giovinezza che sfugge insieme ai capelli e al loro colore: tradimento! Ingiustizia! Malinconia… Mentre il cervello di ognuno di noi ha scissure e lobi, quello di Paolo ha poesia e musica, spazi mnemonici sconfinati simili a farfalle capaci di legarsi a un nome (Virgilio, Leopardi, Platone, Swift, Pascoli e così all’infinito) e contrabbandarne i contenuti pagando valuta preziosa attraverso il suo essere. Dà colore anche ai temi grigi del pensiero della morte e a quelli accecanti del dubbio del poi, cosparge di sale le denunce sociali e le volute dell’amore. La vita scalcia e cerca di disarcionarlo, ma egli rimane lì issato da una speranza profonda e spesso taciuta, legato al suo lazo resistente fatto di radici e di pensieri. Splendida ‘Misogina’, vibrante di emozioni ‘La casa’, ottimista di umana spe’ ‘Incontriamoci’, divertentissima nei suoi paradossi ‘Natale’ e… bisognerebbe citare ogni pagina. Concludo allora dicendo che la scrittura di Paolo è  il fuoco brillante che cova sotto il grigio di una cenere troppo volatile per soffocare la sua irruenza intellettuale e la sua virulenza poetica.

Perché è con questa che vaccina il lettore contro i vicoli ciechi dell’esistenza e l’eterno dissidio dell’uomo nel suo essere-non essere, pensiero-esistenza. Grazie a Paolo Vincenti.

 

Sotto la Luna con i Petrameridie

di Raffaella Verdesca

 

Siamo uomini e come tali abbiamo imparato a camminare in equilibrio su due piedi, a raffinare la parola, a produrre benessere.

Ogni volta che abbiamo cercato di esprimere sensazioni speciali, di quelle residenti nei quartieri alti dell’anima, abbiamo usato la scrittura, la pittura, la musica e ogni forza creativa generata dalla sensibilità.

La musica è forse il nostro linguaggio più diretto, quello senza bisogno né di passaporto nè di tante spiegazioni.

I ‘Petrameridie’ se ne son fatti ambasciatori e, sotto gli occhi amorevoli dell’Associazione ‘Tarantula’ e del suo presidente Giorgio Panzeri, hanno iniziato il loro viaggio partendo dal Salento, dalle sue tradizioni musicali popolari, fino ad arrivare dentro di noi con un pizzico della loro personalità artistica.

Parliamo di un gruppo di nove musicisti che viene spesso denominato ‘Progetto’ proprio perché, come tale, è stato fortemente voluto dal suo ideatore, Daniele Vigna, e portato in trionfo da tutti gli altri suoi compagni d’avventura.

La giovane età dei componenti fa ben intendere la voglia di rivisitazione di sonorità antiche che hanno emozionato le scorse generazioni nei momenti lieti della festa, in quelli teneri delle ninne-nanne, negli attimi appassionati delle serenate e in quelli d’incoraggiamento nel lavoro e nello struggimento.

La ‘Pizzica Pizzica di San Michele’ e ‘La Pizzica Pizzica delle Calandre’, comprese nel cd dei Petrameridie dal titolo “La Luna”, ci fanno gustare a pieno le atmosfere giocose fra i contadini negli intervalli del riposo e nelle celebrazioni di ricorrenze familiari o religiose. Irresistibile qui il ritmo scandito da Vito De Lorenzi con le sue percussioni e da Nico Berardi con flauti e charango, magica la commistione dei suoni e delle voci che si accavallano non perdendo mai l’identità.

Le vocalità aperte e potenti di Maria Vittoria Antonazzo, Piero Balsamo e Patrizia Zacheo ben si armonizzano con la tonalità vibrante di Gigi Marra, ponte d’emozione tra passato e presente. E’ proprio lui l’interprete della canzone che da’ il titolo all’album, ‘La Luna’, serenata vestita di poesia e di malinconia d’amore, brezza lieve di note che dal violoncello di Pierre dei Lazzaretti soffia attraverso la fisarmonica di Bruno Galeone e arriva al cuore come il romantico chiarore lunare.

Se le interpretazioni canore ci parlano, i virtuosismi musicali di Daniele Vigna, chitarrista e musicista d’eccezione, ci spiegano tutto ipnotizzandoci come sirene. Lo avvertiamo nella ‘Naca’, nenia dolcissima, così come riusciamo a riconoscerlo in ogni brano del disco, da ‘Sola sola’ all’ ’Eternità’, canto di prigionia, fino a ‘Tarastenia’, eccelsa sintesi di ritmi incalzanti e suggestivi, frenetici come il leggendario morso della tarantola.

‘La Luna’ è quindi la prova di come le note riescano a plasmare le sensazioni facendone sculture emozionali, e di come giovani talenti musicali possano riscrivere la tradizione colorandola di nuovo sentimento.

Nessuna disarmonia, nessuna prepotenza di ascolto nasce dalla musica dei Petrameridie, ma a riempirci rimane solo il piacevole tuffo in un mondo dove servono gli occhi dell’immaginazione, dove le orecchie sono conchiglie del cuore, e musica e danza si fondono in un ritmo che accende passione e piacere nell’anima.

Non ci resta allora che abbandonarci a questo piccolo sogno ad occhi aperti, forti della luce che i Petrameridie ci regalano con la loro ‘Luna’.

Il programma della XIV^ Edizione dell’ALBA DEI POPOLI a Otranto

a cura di Paolo Rausa

SPETTACOLO TEATRALE “VOLTI DI DONNE DI UN TEMPO

La notte del 31 dicembre, ovvero la mattina del 1° gennaio del nuovo anno, per mantenere lo spirito della rassegna Alba dei Popoli, al Faro di Palascia, uno dei luoghi più suggestivi del nostro territorio, dove l’alba da sempre raccoglie luci, profumi e suoni, ci sarà un evento in armonia con la sobrietà del posto.
E’ uno spettacolo teatrale scritto e diretto da Paolo Rausa. Tratto liberamente dai racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta, attraverso la storia di sei donne esemplari, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità.
L’evento è organizzato da Legambiente Circolo di Otranto, in collaborazione con il Comune di Otranto.
Si suggerisce a tutti di portare thermos con caffé o the, dolci, torce e coperte.
Faro Palascia ore 05.00

Si son materializzati alcuni dei Volti di carta

Una bella serata quella del 2 dicembre, organizzata dalla nostra Fondazione e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Nardò, presso la sala conferenze nel chiostro dei Carmelitani di Nardò.

Raffaella Verdesca ha concluso il primo tour di presentazioni del suo “Volti di Carta…” iniziato con Parabita, poi Galatina, Lucugnano ed infine Nardò.

Sala gremita, pubblico selezionato ed attento, in buona parte di Nardò, ma anche con diverse presenze da Copertino. Non poteva essere diversamente, vista la conterraneità dell’autrice, di Pier Paolo Tarsi che ha introdotto e moderato, di Ivan Raganato, che ha deliziato i presenti con la lettura di uno dei racconti.

Molto esauriente e di ottimo livello la presentazione del volume da parte della senatrice Maria Rosaria Manieri (che a conclusione della serata è stata designata componente del comitato scientifico della Fondazione), il cui intervento, di circa un’ora, ha sviscerato i numerosi aspetti letterari dell’opera e soprattutto la condizione femminile salentina di ieri e di oggi, intercalando la lettura di numerosi e significativi stralci tratti dai venti racconti che il libro contiene.

Una autentica rivelazione è stata l’esibizione del gruppo Petrameridie, forse alla prima comparsa a Nardò, che hanno offerto delle selezioni musicali di grandissimo livello, sapientemente coordinate dall’anima del gruppo, Daniele Vigna.

Ma la serata ha riservato anche dei colpi di scena, inaspettati per il pubblico presente e per la stessa autrice, essendo intervenute due delle signore che figurano come volti di carta nel volume. Allora bambine oggi signore in età avanzata, hanno voluto portare la testimonianza dei tempi che furono, emozionando e persino commuovendo molti dei presenti.

La prima delle signore è la ragazza di copertina, che aveva  cucito da sé il costume da bagno indossato nella foto, la seconda è la signora Tetta, che più volte si è emozionata, sino ad interrompere la toccante storia di vita da lei vissuta e abilmente narrata dall’autrice nel racconto “O si fa l’Italia…”.

Il reportage della serata è stato effettuato dal socio Stefano Crety, le cui foto offriamo ai lettori che non son potuti intervenire.

L’occasione è utile per ringraziare quanti hanno partecipato, oltre ad Andrea Greco, Anna Rita Della Bona e Gianluca Verdesca, che hanno anch’essi contribuito a rendere ancor più piacevole la serata.

 

 

Qui il video della serata

 

da sinistra: Ivan Raganato, la senatrice Manieri, l’autrice Raffaella Verdesca, il vicepresidente Pier Paolo Tarsi e due dei componenti del gruppo Petrameridie
Pier Paolo Tarsi e tre dei componenti del gruppo Petrameridie
da sinistra: la senatrice Manieri, Raffaella Verdesca, Pier Paolo Tarsi e la signora Tetta, protagonista di uno dei racconti
da sinistra: Ivan Raganato, la senatrice Manieri, Raffaella Verdesca, Pier Paolo Tarsi e la signora Tetta

Pier Paolo Tarsi intervista “la ragazza di copertina”
il saluto tra l’autrice e la ragazza di copertina
Macello Gaballo nomina la senatrice Manieri componente del comitato scientifico dell Fondazione

ad maiora!

 

 

 

Volti di Carta. Storie di donne del Salento che fu. Di Raffaella Verdesca

Le immagini della serata:

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Volti di carta. Pezzi di storia da conservare nei silos della memoria

Libri/ Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu

Ecco l’ultimo libro della nostra Raffaella Verdesca

Cosenza – Lecce andata e ritorno. La Tav della passione

La mia terra mi entra nelle vene come morfina e sento finalmente il sereno, la memoria della mia vera ragion d’essere.

(Raffaella Verdesca)

ph Giovanna Falco

di Raffaella Verdesca

L’aria umida di fango e temporale appesantisce il mio umore. Lancio uno sguardo al calendario e tiro le somme di quasi un mese di pioggia ininterrotta. Non sono fatta per vivere senza sole né per resistere a lungo lontana dalla mia terra, perciò, come consolazione, mi collego a Facebook e clicco sull’archivio della Fondazione Terra d’Otranto.

Seleziono un bel pezzo di Alfredo Romano, “Casa mia/ Canzone per la terra natìa”: è struggente, rievocativo, nostalgico. Il mio cervello esule, conoscendomi bene, cerca allora d’inserire il ‘salvavita’ spingendomi a organizzare il pomeriggio con uscite, incontri, magari con un bel giro a Cosenza a caccia di vetrine stravaganti. Il cuore ringrazia per educazione, ma tira avanti per la sua strada. In quel mentre, mio fratello Gianluca mi chiama da Ancona per informarmi, con tutta la meraviglia possibile, della scoperta della giornata: la sua storia preferita, “Lu Nanni Orcu”, è stata edita in una raccolta ideata e scritta proprio da Alfredo Romano, vecchia conoscenza. Gianluca mi legge pagina dopo pagina le avventure e le disavventure ti lu Nanni Orcu e del suo antagonista Gianninu, occupando a lungo e piacevolmente la mia linea telefonica.

Lui, in realtà, non sa che sta diventando complice di una delle follie più istintive del mio repertorio, quella che, tra l’altro, mi riesce meglio: Fuga da Alcatraz.

Per me Alcatraz è una prigione ben più proibitiva di quella descritta dal cinema, è il legaccio che mi tiene lontana dall’oggetto dei miei deliri sognanti: Lecce, la mia gente, la mia libertà.

Lu Nanni Orcu della storia di Alfredo parla il salentino, come pure lu Giuanninu, scaltro rappresentante di un mondo contadino costretto a usare l’intelligenza più raffinata per non soccombere alla forza bruta dei potenti e dei prepotenti. Gianluca scandisce fluido il dialetto che mi ricorda l’infanzia, le fiabe raccontate dalla nonna nei fortunati giorni di febbre lontani dai banchi di scuola. La nonna si sforzava di parlare in italiano, terrorizzata dalle possibili ritorsioni della figlia insegnante, mia madre, ma per istinto naturale, nelle sue storie intercalava meravigliosamente frasi in dialetto italianizzato ad espressioni salentine veraci. Il suo raccontare non era affatto privo di rivisitazioni in chiave personale dei pensieri dei protagonisti né d’interpretazioni onomatopeiche di spari, canti di uccelli, latrati di cani, trotti di cavallo, scricchiolii di porte e sibili di vento.

Che meraviglioso teatro!

Oggi so che tutta la mia fantasia è frutto dei racconti salentini della nonna e di tutta la saggezza fantasiosa del Salento che si racconta.

Quel sabato, quando Gianluca arriva in fondo alla fiaba con un vibrante “…E iddhi vissera felici e ccuntienti e nui nu’ ìppime gnenzi…”, mi accorgo che manca qualcosa d’importante al finale, ovvero la conclusione di ogni storia legata alla mia infanzia: un largo sorriso.

La nonna ‘Sina luccicava sempre di gioia alla fine di ogni suo regalo di fiaba, quasi a voler suggellare l’incanto delle storie che lei raccontava a me dopo averle sentite a sua volta da madre e nonni tanti anni prima.

Ancora trasognata, apro gli occhi distratta dal rombo di un motore pronto a banchettare con una bella striscia d’asfalto: è la mia auto. Mi sorprendo a stringerne il volante senza avere la minima idea del percorso che mi ha portata fin là. Indifferente alla mia confusione, il suv si lecca i baffi al primo rifornimento di gasolio e se la ride ogni volta che investe le mie scuse mentre le attraversano la strada: “Faccio un giretto e torno a casa.” o magari “E’ troppo tardi per andare da qualsiasi parte: se ci avessi pensato prima sarei arrivata almeno fino a Rossano.”

La mia auto, ahimè, mi conosce almeno quanto il mio cuore: supera Rossano, Corigliano, Sibari e si perde nella nebbiolina che esala l’asfalto bagnato.

Sono ormai le quattro del pomeriggio, le gomme divorano la strada battendo in velocità la lancetta dell’orologio e la mia nostalgia. Piove, batto le palpebre nell’illusione di vedere tutto più chiaro, di svegliarmi da questo trans che mi trascina sulla strada della mia vera casa, serpente insidioso che tante volte ho calpestato. Nella mia mente si affollano liste di cose importanti da fare come respirare, trovare un buon parcheggio alla mia complice a quattro ruote e dare il degno finale alla favola te lu Nanni Orcu. Non so se il tempo, storico mio acerrimo amico, quel sabato avesse deciso di stare dalla mia, fatto sta che in poco più di due ore Porta Napoli mi da il benvenuto in nome della sua e della mia città: Lecce. Scendo e tutto intorno a me si ferma: non ho più fretta né urgenza di fare, dire, pensare. Ora è arrivato solo il momento di vivere.

ph Giovanna Falco

Il Teatro Paisiello, illuminato nella sua calma facciata, mi guarda scivolare lungo la strada certo che troverò ciò che sto cercando. L’aria della mia città profuma di casa e di sole anche sotto la pioggia, al buio, e mi inonda dolcemente dell’aria di Piazza Duomo. Nomadi chiedono un obolo per il loro esistere, ma io non ho che un sorriso ed entro decisa nella cattedrale a carezzare gli echi d’incensi e di voci che mi appartengono fin dalla giovinezza. La mia mano accarezza furtiva ogni calda pietra che riveste le mura della città lungo la strada che porta al santo e ai suoi orizzonti di archi, anfiteatro, lupa e Sedile. Mi viene in mente Giovanna che parla dell’effetto del tempo sulla pietra leccese, divoratore che lascia merletti; penso a Michele che torna a Noha, a Paolo che sceglie la sua ultima meta tra la città e il paesino d’origine. Respiro, guardo come se tutto ciò che mi sta dinanzi sia un tesoro di famiglia conosciuto e sempre nuovo. Meraviglia. La mia terra mi entra nelle vene come morfina e sento finalmente il sereno, la memoria della mia vera ragion d’essere. Venti minuti, dice l’orologio. Può anche bastare, è ora che io vada, che io torni da dove sono venuta nell’attesa della mia terra in premio.

La storia te lu Nanni Orcu è salva, penso, ha il suo bel sorriso a conclusione dell’ultimo rigo, ha la benedizione del Salento che l’ha partorita e della nonna che l’ha tramandata, la nonna di tutti, la stessa che ha raccontato le verità di un popolo dentro la magia di una fiaba.

E vissera felici e ccuntienti…” ecco la corona per questa bellissima favola salentina e per la mia giornata di sabato, fine che segna l’inizio di un’auto che parte e di un cuore che resta.

Il bel libro “Volti di carta” di Raffaella Verdesca, edizioni Albatros, presentato a Parabita

 


di Rocco Boccadamo

Per uno straordinario processo, o meglio prodigio, di suggestione, martedì 16 ottobre, nella magnifica cornice della sala della macina di Palazzo Ferrari – saggiamente scelta dal “Presidio del libro” parabitano, cui si deve l’organizzazione dell’evento  – si avvertiva, aleggiante e sovrastante rispetto ad ogni altro elemento, la presenza e la vitalità ideale di tutti i venti personaggi delle storie reali raccontate o rievocate dall’autrice.

Come a dire che il folto drappello di figure femminili posto ad animazione delle pagine del volume, di certo riconducibile dal punto di vista anagrafico a stagioni lontane, giustappunto al Salento che fu, trasudi, insieme, attualità e sia calzante, anche adesso, in funzione di linea guida, giammai cancellabile, per la testimonianza, la proclamazione, la rivendicazione e la difesa dei valori morali, con la dignità al primo posto.

Donne  vere e, ciascuna a modo suo, piene dentro.

Altro “prodigio”, nella specifica circostanza, è che la tavolozza di volti, coscienze e personalità, quale si trova riflessa nel libro, rispecchia l’animo, l’essenza fondamentale e le inclinazioni elettive della scrittrice: il suo perenne guardare avanti, la sua “operosità” volta a tessere, con i pensieri e con le parole, una tela speciale, ovvero idonea  non soltanto ad avvolgere la quotidianità, ma pure ad essere stesa per il futuro, a  beneficio delle generazioni a venire.

Raffaella Verdesca è brava in modo eccezionale a raccontare e a coinvolgere, e però, forse, ciò che più conta e le conferisce merito, è la sua visione positiva del percorso umano, dei rapporti interpersonali a livello di comunità, la spontaneità e la naturalezza nel credere fermamente alle strade maestre, lineari: la verità, è verità e basta.

Sono stato permeato da un getto d’autentico piacere e di schietta gioia nell’assistere alla presentazione dei ”Volti di carta”.  Ho potuto maggiormente apprezzare le fasi della cerimonia, giacché, qualche mese addietro, mi era stato concesso il privilegio di scrivere una recensione dell’opera.

Per concludere, formulo l’augurio che le storie della Verdesca vadano a stimolare l’interesse di un vastissimo numero di lettori, specie salentini.

Parabita. Si presenta Volti di carta, storie di donne del Salento che fu

Il Presidio del libro di Parabita  Cantieri culturali aperti – Emergenze Sud

è lieto di invitare la S. V.

alla presentazione del libro

VOLTI DI CARTA, STORIE DI DONNE DEL SALENTO CHE FU       (Ed. Albatros-Il Filo)

DI RAFFAELLA VERDESCA

MARTEDI’ 16 OTTOBRE ORE 18,30

PALAZZO FERRARI – PARABITA

Venti ritratti di donne salentine tra le due guerre, venti storie coinvolgenti sul piano emotivo e narrativo. Uno straordinario affresco del Salento tra le due guerre attraverso la fotografia delle sue donne.

Scrive Pier Paolo Tarsi nella prefazione:   Della sua terra di origine Raffaella Verdesca ci svela nelle pagine che seguono il passato femminile nelle sue forme più intime e pertanto inafferabili, quelle cioè del vissuto emotivo, restituendoci la profondità interiore di un mondo di donne a cui possiamo ridare nuovi confini e contorni, esplorandole attraverso ritratti da leggere, da sfogliare e da meditare, per scoprire cosa di quell’universo umano ancora sopravviva, ossia, con le parole dell’autrice,” l’insegnamento di un salento al femminile capace di dignità e dolore, speranza e riscatto, padrone del coraggio di credere ancora” .

Dialogheranno con Raffaella Verdesca Paolo Vincenti e Sonia Cataldo. Letture di Alfredo Romano.

Musica e canto di Giuliana Paciolla ed Enza Pagliara.

 

Iniziativa promossa da Regione Puglia- Assessorato al Mediterraneo – e dall’Ass. Presidi del libro col Patrocinio della Città di Parabita

 

Volti di carta, il libro di Raffaella Verdesca diventa un lavoro teatrale

di Francesco Greco

 

Teatro sotto le stelle a Poggiardo, nell’antica dimora del poeta Fernando Rausa (1926-1977, “Terra mara e nicchiarica”, Manni editori, 2006 e “L’umbra de la sira”, Edizioni Atena, 2009), una delle voci più appassionate e pregnanti del Novecento letterario di Terra d’Otranto. Il figlio Paolo (nella foto di Julia Moldovan mentre fa da voce narrante), brillante giornalista e vulcanico regista, ma soprattutto grande ideatore e organizzatore di eventi, che vive fra Milano e il Salento, con la sua Compagnia teatrale “In Scena!” ha presentato in prima nazionale uno spettacolo liberamente ispirato a “Volti di carta” (Storie di donne del Salento del tempo che fu), di Raffaella Verdesca (Edizioni Albatros, Roma 2012, pp. 176, € 15), scrittrice pugliese che ha messo insieme una gallery di ritratti in b/n e relative storie di donne dell’altro secolo affinché il velo dell’oblio non cadesse su di loro per sempre.

Dalla giovanissima operaia tabacchina (“Il biglietto”) alla mammana che diventa madre facendosi carico di una bambina partorita da una ragazza sola, dalla contadina fiera violentata mentre è al lavoro nei campi sotto gli ulivi dal barone che vuole un figlio a tutti i costi a Immacolata che, seconda guerra mondiale, curiosa di un’altra cultura, socializza con gli Ebrei a Santa Maria al Bagno (Nardò), in “Shalom” (sposerà uno dei prigionieri davanti al mare), alla “vedova bianca” (così era detta la donna col marito emigrato all’estero) che scrive lettere d’amore colme di desiderio e passione al suo uomo che sta alla “Merica”.

una delle protagoniste del libro di Raffaella Verdesca

In equilibrio sul filo teso della memoria, delle radici riscoperte in chiave dialettica, di un “ieri” che aveva le sue contraddizioni ma anche il suo fascino, ognuna di queste interagisce con gli uomini in piena autonomia di pensiero divenendo in tal modo, portando il proprio vissuto, protagonista della Storia. In un contesto, la civiltà contadina, dove sebbene il pane era poco ma condiviso, la società era tenuta insieme da valori forti, sentimenti autentici, ma anche dalla sofferenza quotidiana mentre sullo sfondo avveniva uno scontro sociale e di classe in termini forse non coscienti ma di enorme rilevanza storica, nel senso che conteneva il “virus” di quel che sarebbe avvenuto dopo: lotte sociali, rivoluzioni, sconvolgimenti epocali, conquiste di cui si trova traccia filologica anche nella canzoni d’amore e di lavoro, ma anche in quelle con cui il regista pugliese accompagna lo spettacolo, da De Andrè alla Mannoia, ai canti della tradizione popolare di Terra d’Otranto.

In scena dunque 2-3 generazioni di donne immerse in un quotidiano complesso, dove bisognava portare a casa un po’ di pane (e magari spartirlo con chi non aveva manco quello) e vivere ispirandosi a un patrimonio di valori non relativizzati. Una quotidianità ma da cui non se ne fanno travolgere, anzi, in un certo modo sanno gestire adombrando e rivendicando così vivendo un soggettivismo la cui valenza politica si riverbera nella società contemporanea, nel vissuto delle generazioni successive.

Paolo Rausa è anche socio dell’Arp (Associazione Regionale Pugliesi a Milano), e nella sua lunga e prestigiosa carriera ha firmato molte performance di successo: da “Sguardi sul Mediterraneo”, Alba dei Popoli al Faro della Palascìa a Otranto, la rappresentazione di “Natura e cultura nel mondo romano” con i carcerati a Milano-Bollate, il contributo al 150° dell’Unità d’Italia con lo spettacolo “L’idea di Italia nella letteratura: da Dante a Pasolini”) e altro col contributo di Ornella Bongiorni, esperta di audiovisivi.

Nello spettacolo “Volti di carta” i ruoli sono stati interprati da Maria Orsi, Tiziana Montinari, Norina Stincone, Lucia Minutello, Pasquale Quaranta, Tina Aventaggiato, Francesco Spadafora, Julia Moldovan, Francesco Greco, Vito Luceri, Rosaria Pasca, Ninetto Cazzatello e Florinda Caroppo. Uno spicchio di luna ha fatto da “testimone” a uno spettacolo di grande intensità, colmo di pathos già nel testo e interpretato con emozionante adesione stanislavskjana. “Le donne del Sud – osserva infine il regista – sono forti, sono state protagoniste del loro riscatto, hanno difeso la loro dignità: hanno molto da insegnarci”. Sono donne, c’è da aggiungere, espressione di un matriarcato sottinteso: i loro uomini erano in guerra, o emigrati e hanno preso il loro posto allevando i figli, facendo bastare il poco e vivendo con onore e dignità. Alto dunque lo spessore umano del testo della scrittrice di Copertino, Lecce (ci è nata nel 1968: anno-simbolo) e dello spettacolo, lieve e poetico, in certi passaggi onirico il modo di svilupparlo. Sarà portato in tournèe in tutta Italia. Mentre il regista già lavora al prossimo ripreso dalla cultura classica che frequenta così bene e non da oggi: le “Metamorfosi” di Ovidio attualizzate al Terzo Millennio, con un Re Mida (l’Imperatore) sbeffeggiato dal poeta, tanto da essere esiliato: una maschera dietro cui non è difficile indovinare un protagonista della politica italiana che era uscito di scena e ora rientra con un coup-de-theàtre alla Jonesco… Sipario!

Hansel e Gretel sperduti nel Salento

di Raffaella Verdesca

                                       

La solita brutta storia: Italia in crisi economica, allarme recessione, spread alto, tasse da capogiro e, dulcis in fundo, rivolta degli autotrasportatori, degli agricoltori, dei pescatori e chi più ne ha più ne metta! Rallentamento economico nel già rallentato sud.

Lu Totò Cicaleddha, coltivatore diretto, ascoltava con attenzione ogni edizione del telegiornale sprofondato nella sua poltrona ‘massaggiante’.

Era da due giorni che non usciva di casa, tanto i carciofi erano rimasti a marcire in magazzino, i mandarini li aveva svenduti un mese prima a 24 centesimi al chilo e quei pochi ortaggi che portava ogni mattina al mercato erano rimasti a fare concime in un pezzo di terra che lo Stato voleva per 40 centesimi al metro quadro. Certe persone di un comitato di cui non ricordava neanche il nome dicevano che avrebbero lottato per difendere i diritti dei contadini di Capo di Leuca contro l’esproprio coatto delle loro terre. Lu Totò capiva poco tutti questi paroloni, ma una cosa gli era chiara: qualcuno lo voleva morto o quasi.

La gente non comprava niente da giorni, sia perché qualche furbetto aveva triplicato i prezzi di frutta e verdura approfittando della confusione, sia

L’unica casa dove alle sette di mattina ridono tutti…

             

             Il Mulino Bianco, ovvero l’unica casa  

              dove alle sette di mattina ridono tutti…

            Ma che farina c’è in quel mulino?

di Raffaella Verdesca

Suo figlio sì che era bello! Soltanto bello? Ma no, chè scherziamo? Bello, bravo, intelligente, istruito ed eccellente in tutto. C’era da smontare una ruota? Come Vincenzo non lo avrebbe saputo fare nessuno. Una versione di latino si era inceppata? Tranquilli, c’era Vincenzo! La lavatrice perdeva acqua? Bastava chiamare Vincenzo! Un’equazione folle, un algoritmo indecifrabile, un commento dettagliato sulla Divina Commedia, una traduzione simultanea dal giapponese al dialetto salentino? Niente paura, meno male che c’era Vincenzo!

Eh sì, per Marilena l’unico sole che riscaldava veramente la terra era il suo primogenito.

Non si trattava di una questione d’età avanzata della donna nel rapporto madre-figlio: quella lo adorava e basta!

Evidenti segni di questo cedimento affettivo erano emersi pure a trent’anni, quando la giovane signora Perrone aveva confessato di essere stata chiamata mamma dal neonato prima ancora che quello aprisse gli occhi, così come in seguito era stata pronta a giurare che il suo piccolo le era corso incontro già a otto mesi.

A tavola Marilena guardò il calendario di Padre Pio appeso sopra il frigo e la sua espressione rassegnata fece capire a tutti che l’anno 2010, impresso sul foglio, le aveva ricordato i suoi settant’anni.

Francesca e Renato, gli altri suoi figli, le regalarono subito un sorriso d’incoraggiamento: “Dài, ma’, che ne dovremo dare ancora di offerte per ricevere questo calendario a casa! Almeno per cent’anni, vero Vincenzo?”

Asciugandosi le labbra col tovagliolo del corredo, l’uomo annuì circondando la madre con un abbraccio rassicurante. Mangiava così poco ultimamente la poveretta! Colpa dei pensieri, diceva lei per giustificare tosse e magrezza, ma Vincenzo quei pensieri li conosceva a uno a uno.

Santi figlioli quelli, tutti premurosi e bravi dal primo all’ultimo: Vincenzo ingegnere, Renato capitano dell’esercito, Francesca avvocato. Marilena e il marito avevano sudato a crescerli così quei tre e poi nel paesino dove vivevano! Piccolo, privo di ogni comodità, a parte quella di essere vicino a Lecce, la loro città santa. Erano nati tutti lì i Perrone: lei, il marito, i figli, i

Le strade di Carlo Casciaro

di Raffaella Verdesca

 

“Tutte le strade portano a Roma” era il detto più usato da questa nostra nazione fin nei villaggi più sperduti dello stivale.

Orgoglio patriottico e bussola per i distratti, gli insicuri e i maratoneti d’ogni giorno, quelli bisognosi di traguardi.

A me basta osservare il cielo per trovare la strada giusta, e il cielo che oggi mi è amico è quello fitto di nuvole e schiarite che Carlo Casciaro appende in alto alle sue tele per far luce sulle strade di Diso, Giuggianello, Vignacastrisi. Salento crocevia di piazze, di storie e di vita.

I prospetti bianchi delle case sono illuminati da un sole che non si vede ma si intuisce dalle tonalità celesti sopra le case senza tetti, dai giochi d’ombra sotto i cornicioni senza abbandono, fatali connubi che attestano che Casciaro riprende ciò che esiste e fa esistere ciò che ritrae.

Se fisso dove si specchiano i raggi sui muri so in quale parte del cielo danza il sole prima dell’applauso finale, so quando l’ultimo gatto lascerà la soglia della propria casa per la caccia notturna, riesco a sentire il richiamo delle madri sui giochi di strada dei figli, vedo i curiosi ritirarsi dalla facciata di una locandina che informa il mondo della Mostra Pittorica di Carlo Casciaro, quella che li farà conoscere al pubblico.

E io chiudo gli occhi certa dei miei passi.

Insieme a voi arriverò fino a ‘Roma’, ovvero alla sorgente naturale della meraviglia, calpestando le vie che una mano d’artista ha segnato attraverso l’occhio mite e attento del suo respiro innamorato.

Casciaro ama infatti la sua terra e ce ne regala i colori migliori attraverso immagini che nel passato scovano l’armonia del vissuto, del semplice, di quel palpitare non più ovvio se immortalato nei volti che quelle stesse strade e piazze hanno abitato.

Ed ecco affacciarsi i ritratti di personaggi che hanno il sapore della storia, forse della favola. In caso di dubbio sulla giusta direzione, è a loro che Carlo ci suggerisce di chiedere.

Fra tutti questi fogli appesi a consigliarci c’è u Dunatu Capone u Peppe Zainu  Mescia Cosima’,  non mancano la stessa madre e lo stesso padre  del pittore.

La metamorfosi del tratto dell’artista fa scomparire d’incanto il colore dai ritratti, come sciolto dal sudore di una vita dura a cedere il passo alla dimenticanza.

Chiunque avrà la fortuna di ammirare queste splendide tavole di Carlo Casciaro avrà l’impressione di essere osservato da uomini e donne in carne ed ossa, figure fiere di quel chiaro-scuro che oggi di loro racconta il sacrificio, la bontà, l’inquietudine dettata da una passione da realizzare o da seppellire, la beatitudine alimentata da un sogno da consacrare o da dimenticare.

Arriveremo tutti a ‘Roma’ sani e salvi, novelli Magi all’inseguimento di cieli brillanti d’azzurro, di sguardi carichi di emozioni e di forti legami con la terra, gli stessi che scavano le strade che Carlo Casciaro oggi ci offre come un viaggio, il viaggio alla scoperta di noi stessi, l’avventura che non dura il tempo di una Mostra, la mappa di ogni cacciatore di vita che si rispetti.

 

 

 

Racconti/ Il delfino nello scaffale

di Raffaella Verdesca

Una giornata difficile oggi, diciamo pure infernale!

“Sì, sì, non si preoccupi, sistemeremo tutto: due volumi di ‘Le strategie militari correnti’ e cinque di…come? Ma, generale, è tutto ieri che cerco di spiegarle che questa è un’opera ormai fuori stampa da almeno un quarto di secolo, un vero e proprio cimelio editoriale! Per risolvere il problema dovrei chiamarmi Aladino ed avere la lampada magica sotto il braccio.”

Certe giornate, anzi, non dovrebbero nemmeno iniziare.

“Forse non sono stato chiaro, Grimaldi: l’”Arte della guerra dai Greci ai nostri giorni” è un testo specialistico già a suo tempo stampato in pochissime copie, mi sono informato appena me lo ha richiesto. Ma che! Niente ristampa e fortuna per quest’opera d’arte, come la chiama lei.

Io non posso sapere se da qualche parte siano rimaste copie in giacenza, sono solo un libraio, mica Padre Indovino!”

Perché sono un libraio in questo momento? Non potrei tornare ad esserlo domani?

“Su, da bravo, generale! Potessi vederla soddisfatta, le suggerirei io stesso il nome di qualche libreria fornita del testo che desidera, mi creda.

Grazie, lei è sempre gentilissimo, lo so che siamo noi la sua libreria storica, ma a quanto sembra, non tanto ‘storica’ quanto le servirebbe in questo momento!

Se ha il chiodo fisso dei testi militari, perché non prova a cercarli a Roma? Magari in qualche deposito, forse in biblioteca.

Non so davvero cos’altro suggerirle, Grimaldi, mi spiace. Per accontentarla, riscriverei seduta stante e di mio pugno tutti i trattati che non riesce a trovare!

Senta qua che introduzione mi sta venendo in mente per il suo libro ormai inesistente:

“Gli antichi Greci, filosofi e raffinati strateghi, non eccellevano solo in cultura e democrazia,ma anche nell’affinamento del mezzo con cui trasmettere questo loro patrimonio alle nazioni conquistate e da conquistare: l’arte bellica.” Ad effetto, eh? Non sembra, ma potrei fare il saggista, sebbene mi accontenti di essere un semplice libraio. Se lei invece dovesse trovare lavoro in base allo spirito che si ritrova, ahimè, temo rimarrebbe disoccupato a vita!

Tornando al suo problema, mi dia retta: l’unico modo per conoscere il contenuto del libro che cerca, sarebbe quello di evocare lo spirito dell’autore!

Ora devo proprio lasciarla, ho del lavoro da sbrigare al banco. E’ stato un piacere, si figuri! Chiami pure, se le viene in mente una richiesta meno

“Racconti per ridere” di Raffaella Verdesca

Siamo lieti di annunciare la pubblicazione di alcuni racconti estrapolati dall’ultimo libro, fresco di stampa, della scrittrice Raffaella Verdesca, notevole e florida giovane penna salentina. Nata a Lecce nel 1969, l’autrice, che vogliamo qui ringraziare per averci così generosamente offerto gli ultimi preziosi frutti del suo talento, giunge con i recentissimi Racconti per ridere (Gruppo Albatros Il Filo, 2011) al suo quarto lavoro. Questa nuova pubblicazione segue, in una sorta di sequenza continua a frequenza regolare, all’intenso e indimenticabile romanzo d’esordio Chandra Mahal (Il Filo, 2005), alla sua prima raccolta di racconti All’ombra dell’Arca (Il Filo, 2007) e al secondo ricco romanzo Deliri di una verità (Gruppo Albatros Il Filo, 2010).

Copertina di “Racconti per ridere”, realizzazione della stessa autrice

Fregiare la domenica degli Spigolatori di letture certamente gradite e di qualità, quali regalano la prosa vivace di Raffaella Verdesca e la sua variegata penna, equivale ad aggiungere un ulteriore tassello verso quella meta di ulteriore arricchimento del nostro granaio, fermamente prefissataci

Senza fine

di Raffaella Verdesca

“Vi alzate la mattina per andare a scuola e già vi pesa aspettare alla fermata dell’autobus.

Son stata giovane, anche se ora sono la nonna e basta.

A quel tempo mi alzavo la mattina presto, al buio, e contavo i letti delle mie sorelle ancora pieni dei loro sbuffi. Il fratello che mi è toccato, l’unico, aveva una stanza tutta per sé grazie al solito spudorato vantaggio di essere maschio.

Io, invece, non solo avevo avuto lo svantaggio di essere nata femmina, ma anche quello di essere nata per prima e quindi di lavorare il doppio degli altri.

Nel Salento gli effetti del fascismo e della guerra arrivavano in modo più ovattato che altrove: niente pane, tutti zitti e in riga.

Alla fabbrica del tabacco dove ho lavorato per anni, le operaie erano più grandi di me, già sposate, con figli, alcune anche con nipoti. Zitte e in riga anche lì, ad infilare foglia dopo foglia il tabacco a essiccare. Se mio padre non fosse stato un sognatore, non avremmo sofferto così tanto la fame!

In certi periodi essere troppo buoni è ancora più dannoso che in altri.

Papà, Francesco Marraffa, aveva terra e cavalli, ma non controllava mai la buona fede di chi lavorava per lui. Due cavalli bianchi, magnifici, li attaccava alla carrozza per portare i signori fino a Lecce o dovunque volessero andare. Dopo qualche anno d’imprudente fiducia negli altri, gli erano rimasti solo

Dracula e il Vampiro

 
disegno di Raffaella Verdesca

 

di Raffaella Verdesca

Un giorno, un nome e una leggenda s’incontrarono per caso grazie al tubo catodico.

Avevano entrambi lo stesso aspetto sciupato e pallido, forse perché si guardavano attraverso una vecchia pellicola degli anni ’60: “Dracula, principe delle tenebre” del britannico Terence Fisher.

Quei due non erano la stessa cosa, si capisce dal titolo di questa storia: il primo, con un nome accompagnato per secoli dalla fantasia popolare, il conte Vlad Tepes Draculea di Pennsylvania, il secondo, invece, con un nomignolo affibbiatogli dagli amici per quella sua aria smunta e lugubre tipica, a detta di tutti, di una certa razza strana di cadaveri, i vampiri.

Il conte ispiratore di buona parte della produzione letteraria e cinematografica dell’ultimo secolo, era stato un uomo dalla vita ricca di passioni estreme, grandezza e orgoglio. Principe di Valacchia, Dracula aveva combattuto con incredibile ferocia i turchi, di cui era stato più volte prigioniero, tornando poi a regnare nel 1476, alla fine del quale anno era finito assassinato da chi gli era successo al trono. Forse per via dell’abitudine di mangiare sotto il corpo impalato dei suoi nemici, la gente cominciò a immaginare da subito il conte Dracula come un essere immondo, immortale, una creatura sanguinaria e affamata di sangue, tanto da animare gli incubi di intere generazioni.

Alessandro Arrighi era invece un comune cittadino di Milano, arrivato a trent’anni con una laurea in storia e filosofia e una tesi sul Medioevo pubblicata sulle più importanti riviste del settore.

Il pallore sconcertante del suo viso era dovuto a una forma congenita di anemia, ma i suoi modi di fare schivi e le sue trovate imprevedibili gli avevano fatto guadagnare soprannomi e dicerie a non finire. Cultore appassionato delle pellicole horror, Alessandro passava le sue nottate a vedere e rivedere vecchi film fatti arrivare direttamente dall’Inghilterra per la sua collezione personale.

La notte dello strano incontro il giovane sentì di essere particolarmente inquieto e per la prima volta le scene del film di Fisher gli trasmisero paura, quasi terrore. Assopitosi per qualche minuto davanti alla tv, l’uomo sentì il bisogno di continuare a dormire e l’avrebbe anche fatto se l’urlo lacerante della vergine vampirizzata non lo avesse buttato giù dal divano senza tanti complimenti.

“Accidenti! L’avrò visto almeno venti volte sto’ film, ma questa è la solita scena canaglia che mi terrorizza a tradimento. Che imbecille che sono!”, borbottò cercando a tentoni gli occhiali persi nella caduta.

Finito di inforcare bene le lenti, la sua visione nitida gli regalò l’immagine di due occhi di brace a pochi centimetri dal suo naso. Un salto all’indietro e il

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