Tuglie. La puteca te li Papaionaca

di Elio Ria

 

Un giorno passare per via Veneto e accorgersi d’improvviso di un’insegna che sa di altri tempi: La puteca te li Papaionaca…

Una trovata pubblicitaria eccellente. Un ritorno al passato che fa piacere rivivere seppure nelle righe di un messaggio che prepotente rimanda nel tempo, quando leputeche di generi alimentari  in  un paese rappresentavano l’unico mezzo di approvvigionamento. La pasta, la conserva, la ricotta forte, il caffè si vendevano al minuto, non confezionati in pacchetti o simili ma sfusi.  Altri tempi. Tempi non buoni, fatti di povertà e sacrifici. Lu putacaru sovente concedeva ai clienti gli alimenti con la libretta, dove si annotavano  gli importi giornalieri della spesa: un rapporto fiduciario che si instaurava sull’onorabilità del cliente, il quale avrebbe poi provveduto a pagare appena le risorse finanziarie glielo avrebbero consentito. Un sistema che attualmente si può paragonare con le varianti moderne del compra oggi, paga fra un anno.

Gli anni Cinquanta faticosamente tendevano al progresso, le popolazioni del Sud  dovevano adattarsi alla lentezza di un divenire migliore che altrove incominciava a fare capolino. Non c’era superbia. C’era solidarietà, un alto senso di mutuo soccorso accomunava le persone. Il paese era una grande famiglia che accettava con rassegnazione le disgrazie, ma nel contempo era capace di tirare fuori il meglio di sé  per costruire futuro. Se non ci fosse stata la benevolenza, a quei tempi, dei putecari a dare da mangiare ai paesani,  la vita sarebbe stata un inferno.

E l’insegna de  La puteca te li Papaionaca, oggi nel terzo millennio, ha il sapore di un monito, di una reprimenda, di un segnale per le genti che vedono sopraggiungere una nuova povertà, diversa del passato, ma che fa sentire il

Mai fèmmine ti putea

 CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

 MAI FEMMINE TI PUTEA (MAI DONNE DI BETTOLA)

 

di   Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) Nel rispecchiamento di una moralità che eleggendo a scala di misura le esperienze di un vissuto a raggio comunitario non si sottraeva all’immediatezza delle analogie pratiche, chi voleva mettere in guardia i giovani affinché non incorressero in pericolose connivenze, illeciti legami o discutibili amicizie, si rifaceva a quello che, per la concezione popolare, rappresentava il vertice dei rapporti interfamiliari (il comparatico), per cui, perentoriamente e quasi stesse a scongiurare un’azione blasfema, si dava a sentenziare: “Pi ssanti cumparàti / no ffémmine ti putéa / nné zingari ti fera” (“Per buoni comparatici / né donne di bettola / né zingari di fiera”).

Purtroppo, l’avere esteso il detto a queste oblique applicazioni, diciamo pure l’averlo elevato a pedina di codice allegorico, ne aveva aggravato l’intrinseca inesorabilità di giudizio, basato sul rilievo di quanto sboccate e spesso licenziose fossero le donne che servivano nelle bettole e di come infidi e pericolosi si rivelassero i nomadi, propensi non solo a imbrogliare durante la compravendita del bestiame, ma anche a rubacchiare nelle campagne e a menar di coltello.

Nel progressivo assorbimento psicologico, infatti, quello che nella sua valenza letterale intendeva essere avvertimento a non stringere sacralità di legami, aveva man mano debordato in un preconcetto rifiuto ad avere normalità di rapporti, col risultato che gli appartenenti alle due categorie incriminate venivano a trovarsi come ghettizzati, vittime di un  comportamento razzista che, pur se in contrasto col sentire fraterno proprio  dell’ambiente paesano, tutti esercitavano quasi fosse un dovere da compiere: una fattispecie di norma sociale, peraltro reciprocamente imposta quale garanzia di onestà e quindi necessaria a salvaguardare la personale buona reputazione.

Tanto per fare un esempio, nna fémmina ngarbàta (una donna dabbene), o che voleva passare per tale, non si azzardava mai ad accompagnarsi per strada cu nna fémmina ti putéa ((con un’ostessa), né si permetteva di concederle scambio di parola se, transitando davanti alla bettola, se la ritrovava ferma sulla porta e magari palesemente ansiosa di dialogare. Quale concetto si sarebbero fatto di lei gli occasionali passanti o quanti dalle case o dalle botteghe artigianali potevano sbirciarla? Nessuno le avrebbe risparmiato l’acido quanto proverbiale commento “Ci la jaddhrìna pizzulìscia intra’a lla foggia / si ete ca  nni carba lu fiézzu ti la mmerda” (“Se la gallina becca nel letamaio / vuol dire che le torna gradita la puzza della merda”). Riporto analogico che tornava a cappello, giacché le bettole venivano ritenute i letamai del paese non soltanto per il loro essere l’abituale covo di quella che era la feccia della società, ma anche per una palese realtà di sporcizia, rappresentata dalle pisciate e dai vomiti che gli ubriaconi  vi scodellavano nelle immediate vicinanze e non di rado negli interni stessi del locale.

Per “Putéa ti miéru” non s’intendeva infatti la semplice mescita di vino (detta “cantina”), la cui consumazione, fatta all’impiedi direttamente al banco, imponeva agli avventori una relativa brevità di sosta; era un esercizio dove ci si poteva accomodare, impegnandosi nel gioco a carte e, se in bastevole grana, usufruire di un infimo servizio-trattoria, le cui economiche specialità*  (pezzetti ti ciùcciu alla sciotta; ficatàle a lla pignàta; stufàtu ti intricéddhra; mminuzzatu ti ntrame nfucàte [stufato di carne d’asino; spezzatino di polmone d’asino; stomaco d’asino preparato in umido; tagliuzzato di visceri d’asino cotto nella conserva di pomodoro]) erano tutte e sempre “nna ngluriàta ti tiaulìcchiu” (“un trionfare di peperoncino”), esaltata al massimo dagli osti nell’affaristica  considerazione che se il vino predisponeva al cibo piccante, quest’ultimo, a sua volta, reclamava altro vino.

L’eccitazione animalesca provocata dalla gozzoviglia, degenerando nell’irrazionalità dell’ubriachezza e venendo a saldarsi a quelle che erano le pericolose tensioni suscitate dalle perdite al gioco, non concorreva certo a stabilire un clima civile, per cui agli inevitabili subbugli gastrici dovuti alla smoderatezza del tracannare, faceva riscontro un altrettanto inevitabile subbuglio psichico, sfociando da una parte in conflittualità,  bestemmie, imprecazioni – se non addirittura in liti con relative mazzate (botte) -, dall’altra in un gallismo di bassa marca spinto sino ai limiti dell’oscenità.

Che donne giovani e meno giovani – figlie e mogli degli osti – passassero le serate in commistione con persone così triviali non  poteva non essere motivo di scandalo per la mentalità paesana, venendo tanta confidenzialità a porsi agli antipodi di quanto suggeriva il registro comportamentale assegnato alla donna: regole ben precise, tese a salvaguardare l’onore attraverso una severa riduzione di spazi, quasi un ideale tendere di cortine che – a parte la campagna, vista come area di lavoro – la confinava in un sacralizzato perimetro includente solo casa e chiesa. (…)

*Le pietanze più costose, quali purpètte ti ciùcciu fritte (polpette d’asino fritte), gnummariéddhri rrustùti (spiedini di frattaglie d’agnello strettamente avvolte di budella [gnummariéddhri=gomitolini], nturtigghiàti ti trippa ti acca (involtini di trippa di vacca ripieni di formaggio pecorino e sedano cotti nel sugo di pomodoro), salìzza ti caddhru rrustùta (salsiccia di cavallo arrostita) e sangunazzu ti puércu sfrittu (sanguinaccio di maiale sfritto), venivano cucinate solo in occasione di fiere e feste patronali, quando i pellegrini, per essere in gita fuori paese, non si negavano la soddisfazione di spendere per il buon mangiare.

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg.345-347)

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