Da punta Palascia a Pisa, ovvero l’ultimo viaggio di un capodoglio.

di Armando Polito

 

Nel Museo di storia naturale e del territorio dell’Università di Pisa, sito nella Certosa di Calci, è custodito nella galleria dei cetacei lo scheletro di un capodoglio … salentino.

Ecco come si presenta nella foto d’epoca pubblicata il 14 giugno u. s.  in https://www.facebook.com/pages/Salento-Come-Eravamo/546048392120110, un sito che si avvia ad essere, a mio avviso, una preziosa banca dati di natura iconografica  del nostro territorio,  grazie al contributo spontaneo di chi, e fa bene, lo segue soprattutto collaborando con l’invio di materiale di gran lunga più importante (e non solo perché testimonianza del passato) di qualsiasi selfie, tanto per citare solo l’ultimo simbolo della dannata voglia di apparire (non essere …) a tutti i costi. In tal senso l’inflazione iconografica consentita dalla tecnologia abbasserà, paradossalmente, la percentuale di immagini che entreranno nella storia: se fino a pochi decenni fa se ne salvava una su mille, ora lo farà solo una su miliardi di miliardi.

La didascalia recita: Il Salentino Liborio Salomi nella foto, ricompose lo scheletro di un capodoglio di 20 metri arenatosi nei pressi di Otranto nel 1902 il mese di Gennaio. Poi acquistato dal museo zoologico di Pisa.

Cerchiamo (non è un nos maiestatis …) di saperne di più, non solo sul capodoglio …

Liborio Salomi (Capignano salentino, 1882- Lecce, 1952), nell’immagine che segue tratta da http://scienzasalento.unile.it/biografie/liborio_salomi.htm , laureatosi a Napoli in Scienze naturali, lavorò presso la Cattedra ambulante per le malattie dell’olivo di Lecce e, quando fu soppressa (alla luce del recente caso della xylella fastidiosa non sarebbe il caso di ripristinarla? …), succedette a Cosimo De Giorgi nell’insegnamento di storia naturale presso l’istituto tecnico O. G. Costa di Lecce, istituto nel quale continuò l’opera di realizzazione di un museo interno avviata dal suo predecessore, del quale provvide a pubblicare la Descrizione geologica e idrografica della Provincia di Lecce per i tipi di Spacciante a Lecce nel 1922.

E a proposito di questo museo non “ufficiale”  non posso perdere l’occasione di ricordare la lodevolissima recente iniziativa di alunni e docenti dell’istituto, il cui resoconto è in http://www.sagreinpuglia.it/puglia-news/news-lecce-e-provincia/39-lecce-news/4485-apertura-a-lume-di-candela-del-museo-di-cosimo-de-giorgi-e-liborio-salomi-lecce-le-25-01-2014.html.

Quando il capodoglio si arenò (così recita la didascalia ma, come vedremo, pare che le cose siano andate diversamente), dunque, il Salomi aveva circa vent’anni.

Per il resto lascio la parola alle immagini che ho tratto dal Catalogo dei cetacei attuali del Museo di storia naturale e del territorio dell’Università di Pisa, alla certosa di Calci, note osteometriche e ricerca storica, a cura di S. Braschi, L. Cagnolaro e P. Nicolosi, in Atti Società toscana di scienze naturali, Memorie,  Serie B, 144 (2007) pp. 1-22 (integralmente leggibile e scaricabile da http://www.stsn.it/images/pdf/serB114/01_braschi.pdf).

Il lettore avrà già notato, a parte il 1802 invece di 1902 nella didascalia, che si tratta dell’immagine speculare della foto precedente; è difficile dire quale sia l’originale, ma non cambia assolutamente nulla.

Nella didascalia si legge il nome scientifico del capodoglio: Physeter macrocephalus L.  (1758). Physeter è trascrizione latina del greco φυσητήρ (leggi fiusetèr)=sifone, sfiatatoio; la voce è da φυσάω=soffiare. Macrocephalus è voce del latino scientifico, dal greco μακρός/μακρά/μακρόν (leggi macròs/macrà/macròn)=grande + κεφαλή (leggi chefalè)=testa. Si direbbe che il profilo delle monoposto di formula 1 abbia tratto da qui ispirazione …

 

Ecco ora la scheda di catalogazione.

La scheda rinvia alla nota storica che di seguito riproduco.

Il Richiardi nominato nella scheda è Sebastiano Richiardi (1834-1904), professore di Anatomia comparata prima a Bologna e poi a Pisa, della cui Università fu rettore dal 1891 al 1893.  Nell’immagine che segue (tratta ed adattata da GoogleMaps) è visibile  tutto il tragitto dal punto di recupero a quello di partenza per Pisa. Debbo dire, infine, che trovo estremamente interessante la nota finale con il costo totale dell’operazione, spese di spedizione comprese, convertito, addirittura, in euro1.

 

Qualche lettore potrebbe dirmi: – Tutto ok, però come mai nel titolo il protagonista è l’animale e non l’uomo, anzi lo scienziato? -.

Risponderei:  – In tempi in cui, se non sei Belen o Balotelli, puoi anche scoprire la cura definitiva di una malattia gravissima e aspirare, tutt’al più, solo all’attenzione di chi ne è affetto e, se ci tengono a lui, dei familiari, il titolo può sembrare sparato, altra piaga del cosiddetto giornalismo di oggi, per avere qualche lettore in più. È vero, un capodoglio, bando alle ipocrisie!, suscita più interesse di Liborio Salomi, cioè della persona senza la quale il mare sarebbe stato per lui, come per tutte le creature che vi vivono, dopo la culla pure la bara. Tuttavia,  la mia scelta non è una forma di scarso rispetto  nei confronti dell’uomo e dello scienziato,  né l’ho fatto per sedurre te o altri ma perché sono certo che Liborio Salomi avrebbe condiviso la mia decisione. Se non ti ho convinto, non me ne faccio una pena, perché ora, come me, forse sai qualcosa in più su di lui avendo letto, era quello che in fondo volevo ma non in base ad un’applicazione privatistica, quella oggi tanto di moda, del machiavellico il fine giustifica i mezzi, queste quattro sgangherate righe. –

__________

1 Notizie leggermente discordanti sulla data e le modalità del ritrovamento e sul prezzo d’acquisto sono in Bollettino del Museo zoologico della regia Università di Genova,  1906, p. 145 (in basso, immagine tratta da http://www.forgottenbooks.org/readbook_text/Bollettino_del_Museo_Zoologico_Della_R_Universita_DI_Genova_1300007799/145).

 

 

Antonio-Maria, il pescatore-etimologo di Punta Palascìa

di Armando Polito

immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fa/Otranto_faro_Punta_Palascia.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fa/Otranto_faro_Punta_Palascia.jpg

Tra gli uomini c’è chi diventa importante  per la sua posizione economica (e per questo qualcuno viene pure condannato ingiustamente …), tra i capi (quelli geografici; gli umani, tutti quelli che hanno presunto, presumono e presumeranno di esserlo, si sono rivelati, si rivelano e si riveleranno solo mezze cartucce) quello d’Otranto lo è da molto tempo (e non mi riferisco solo al geologico), per la sua posizione, questa volta, geografica. È, infatti, la parte d’Italia più ad est, record che non solo le è valso nelle convenzioni nautiche il ruolo (irrilevante o quasi  da un punto di vista giuridico, almeno finché l’Italia resterà unita …) di punto di separazione tra l’Adriatico e lo Ionio ma anche quello di offrire il privilegio a chi calca il suo suolo di poter contemplare l’alba prima degli altri abitanti della penisola. A chi ama poltrire, probabilmente, questo non interessa minimamente ma vallo a dire a chi trae beneficio, questa volta economico,  dalla tradizione invalsa,  che attira la notte di San Silvestro anche un numero non trascurabile di turisti, di assistere per primi al sorgere della prima alba del nuovo anno, il che, è superfluo aggiungerlo ma sono costretto a farlo (altrimenti come faccio a dire che è superfluo?), porterà fortuna per l’anno intero!

Capo d’Otranto è chiamato anche Punta Palascìa (nell’immagine di testa il faro sorto dopo che nel 1869 venne rasa al suolo l’omonima torre ormai ridotta ad un rudere). Un giorno, forse, sarà la location di un film, per ora deve accontentarsi di lapidarie apparizioni in questo o quel romanzo: Aveva davanti due ore vuote e non se la sentì di passarle in giro per città, inseguita da ricordi che le andavano di traverso. Così, senza che ci avesse pensato prima, prese un taxi e decise di andare a far visita al vecchio fattore, che ormai si era ritirato e viveva in una casetta poco fuori Otranto, verso Punta Palascia. (Pier Luigi Celli, Il cuore ha le sue ragioni, Piemme, Milano, 2011, pag. 59); La traversata di quel canale, appena 72 chilometri di mare dalle coste albanesi al luogo più orientale della penisola, Punta Palascia, collocato praticamente sulla longitudine di Budapest come ricordammo nella prima conversazione (lo so, ma se un professore non rompe un po’ l’anima ai propri studenti, che professore è?), è ancora più agevole da fare di quei 90 chilometri infestati dagli squali famelici che separano Cuba dalle Key West della Florida. (Vittorio Zucconi, Il caratteraccio. Come (non) si diventa italiani, Mondadori, 2010, s. p.

Va aggiunto che semplicemente Punta si chiama uno sperone rocciso che chiude l’insenatura portuale antistante Otranto. A questo punto è doverosa la citazione dal romanzo  L’ora di tutti di Maria Corti, uscito per la prima volta per i tipi di Feltrinelli a Milano nel 1962 e ristampato da vari editori (nell’immagine in basso l’edizione Tascabili Bompiani del 2011): Quelle giornate erano lunghe; giravo per casa, uscivo in cortile, rientravo in casa, uscivo sulla porta verso la strada. Un giorno vi trovai mastro Natale che puliva ricci. – Sono ricci della Palascia – disse, offrendomene uno. – Perché della Palascia’ – chiesi. – Sono diversi? -. – Non hanno sabbia come quelli della Punta – disse – e la carne è più rossa; li chiamano i ricci dell’arciprete e costano due soldi più degli altri alla dozzina, per la rarità -. Io non sapevo nulla di ricci della Palascia e di ricci della Punta, perché Antonio sprezzava la pesca di scoglio e si metteva in mare solo per andare al largo.

immagine tratta da http://www.micello.eu/wp-content/uploads/2012/01/ora-di-tutti-Corti.jpg
immagine tratta da http://www.micello.eu/wp-content/uploads/2012/01/ora-di-tutti-Corti.jpg

La citazione era doverosa non solo perché vi è la contrapposizione, tramite le parole del pescatore, tra Punta e Punta Palascìa ma anche per ricordare a chi non lo sapesse che Maria Corti è stata, oltre che autrice di romanzi, anche una filologa di prim’ordine. Tuttavia, a quanto ne so,  credo che mai si sia interessata dell’etimo di Palascìa. Eppure, appena ho letto quelle poche righe, ho sentito a pelle l’eco di una inconscia ricerca etimologica espressa poeticamente. Cercherò di amplificarla passando brutalmente a dire la mia sull’etimo; vi prego, però, di non dimenticarvi di Antonio …

La brutalità non sta bene, perciò rendo più indolore il passaggio alla farina del mio sacco proponendovi prima il fior fiore di quella del sacco (e che sacco!) del Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976, II volume, pag. 444): deformazione di Παναγία [leggi Panaghìa]=la Madonna?

Secondo il Rohlfs, dunque, la voce sarebbe (quanto mi piace quel punto interrogativo finale! …), per antonomasia, il nominativo femminile singolare dell’aggettivo greco a tre uscite πανάγιος/παναγία/πανάγιον (leggi panàghios/panaghìa/panàghion). L’aggettivo appena citato [composto dall’avverbio πᾶν (leggi pan)=completamente+ἁγία (leggi aghia), femminile dell’aggettivo ἅγιος/ἁγία/ἅγιον (leggi àghios/aghìa/àghion)=sacro] supporrebbe, dunque un’origine devozionale del toponimo.

Dal mio sacco tirerò ora, con la mano tremante di chi è consapevole che potrebbe, alla resa dei conti, aggiudicarsi, nonostante ogni probabile apparenza,  il campionato mondiale di ignoranza e stupidità, due conigli, pardon, due proposte:

1) da  πελαγία (leggi pelaghìa), femminile dell’aggettivo πελἀγιος/πελαγία/πελἀγιον (leggi pelàghios/pelaghìa/pelàghion)=marittima. Se quel marittima sembra banale e scontato per la nostra torre, ricollegandomi all’ipotesi devozionale, faccio presente che l’aggettivo in questione in greco è l’epiteto di Afrodite (Artemidoro II, 37; Pausania, II, 4, 6)  e degli dei in genere (Plutarco 13, 161c). Aggiungo che esso deriva da πέλαγος (leggi pèlagos)=mare aperto, alto mare, passato con lo stesso significato nel latino pèlagus.

2) da πελασγία (leggi pelasghìa), femminile dell’aggettivo πελάσγιος/ πελασγία/πελάσγιον (leggi pelàsghios/pelasghìa/pelàsghion)=dei Pelasgi, da Πελασγός=Pelasgo , mitico progenitore degli Enotri, anche se non è ben chiara l’estensione e la dislocazione della parte del meridione d’Italia  da loro occupata e neppure è certo da dove provenissero. Per questo qualsiasi ipotesi può suscitare altre suggestioni; ad esempio, se è vero, come ipotizzavano Gianna G. Buti e Giacomo Devoto (in Preistoria e storia delle regioni d’Italia, Sansoni, Firenze, 1974), che gli Enotri hanno un’origine balcanica proto-illirica, potrebbe, addirittura, non essere casuale il fatto che si chiami Punta Palascìa la parte d’Italia più orientale d’Italia).

Vi ricordate di Antonio e della sua contrapposizione tra i ricci sabbiosi (presumibilmente biondi) della Punta e quelli della Palascia, detti dell’arciprete, soprannome che la dice lunga su certi privilegi che ancora oggi stentano ad estinguersi?

E vi ricordate  la narratrice che in prima persona confessa di non intendersene di ricci e di non sapere perché Antonio sprezzava la pesca di scoglio e si metteva in mare solo per andare al largo? Antonio, l’esperto pescatore di ricci, forse, non conoscendo né il greco, né il latino e neppure l’italiano, non poteva sapere che Palascìa potrebbe essere connesso con il πέλαγος (l’alto mare, teoricamente più profondo di quello sotto costa), Maria Corti, forse ignorante di pesca, e non solo di ricci, ma grande filologa, non poteva non saperlo. Così, dall’incontro fra due ignoranze specifiche (o, se preferite tra due conoscenze parziali delle quali solo quella del pescatore si palesa), Antonio/Maria Corti, pur senza dirlo espressamente, magari senza neppure pensarci, ci ha lasciato l’etimo di Palascìa. A questo punto diventerei  veramente un monumento vivente alla stupidità se dicessi di non simpatizzare per la prima delle ipotesi espresse, tra l’altro, da me stesso…

Una conferma a questa etimologia sembra venire dalla Breve descrittione del Regno di Napoli di Ottavio Beltrano, opera uscita a Napoli per i tipi di Beltrano nel 1640, in cui a pag. 278 nell’elenco delle sei torri nel territorio della città d’Otranto compare al primo posto Torre d’Orto, seguita da Torre pelagia, Torre di S. Stefano, Torre S. Milano, Torre dell’Arteglio in territorio di Galatea e Torre di Buracco in territorio di Marugio. E cosa sarebbe quel pelagia se non l’italianizzazione di Palascìa?

 

Leuca luogo dell’anima e del ritorno. Leuca come le colonne d’Ercole

di Antonietta Fulvio

“E tornerà

 il bianco per un attimo a brillare

 della calce, regina arsa e concreta

in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa

 d’acque ai piedi d’un faro.

 È qui che i salentini dopo morti

 fanno ritorno col cappello in

testa”

(Finibusterrae, V. Bodini)

Il luogo dell’anima e del ritorno. Così descriveva Leuca il poeta Vittorio Bodini nella sua “Finibusterrae”. Dal greco leucos, che è bianco ma anche fantasmagorica visione, riprendendo una nota leggenda, secondo la quale se non ci si reca a Leuca da vivi, bisognerà tornarci da morti, prima di salire in cielo. Passaggio verso l’infinito. Una sorta di porta per il Paradiso.

E non può definirsi che paradisiaca la visione dell’alba a Leuca con il sole che si leva dall’Adriatico, così al tramonto quando il disco solare si inabissa lentamente nelle acque dello Jonio.

Qui dove la terrà è sospesa tra il cielo e l’antico Mare nostrum, verso il quale si protende questo lembo d’Italia, il panorama toglie il respiro, azzera il pensiero ed entra per sempre negli occhi…

Leuca è luce, la luce abbagliante che sembra aver ispiratola Metafisica a Giorgio De Chirico, è terra, pietra che corre verso il mare frastagliandosi in mille insenature che da millenni si lasciano scalfire dalle acque facendosi porto per naufraghi e pellegrini.

Ci sono luoghi che entrano dentro. Nell’anima. Che fanno vibrare il cuore come le corde di uno Stradivari e la musica è l’incantevole preludio di un sogno. Un sogno bianco come le scogliere di Leuca, della sua Marina tempestata di grotte misteriose e di atavici approdi.

Qui trovò riparo Enea, scrisse il poeta Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide: “Dalla marina d’Oriente un seno/ curvasi in arco, e contro ai massi opposti / delle rupi, le salse onde spumose/ s’infrangono. Celato ad ogni vista/ si spazia il porto interior; di cui/ dall’un fianco e dall’altro un doppio muro/ si protende di scogli, e dentro terra/

Facciamo il punto sulla Punta

30/9/2011

Ultim’ora!

Grazie alla segnalazione degli amici del gruppo ForumAmbiente Salute apprendiamo che è stata vinta la causa pendente presso il TAR di Lecce contro l’ampliamento della base di PUNTA PALACIA, ad Otranto. Ieri il TAR di Lecce ha accolto il ricorso contro gli atti del Ministero della Difesa per l’ampliamento e ristrutturazione della base militare di Punta Palascìa. Il ricorso era stato presentato il 28/11/2007 dal Comitato Giù le mani da Punta Palascìa.

Per altre notizie:
http://www.sudnews.it/notizia/38850.html

da http://www.badisco.it/album/litoranea%20NORD/slides/391125(kk101).html

di Gianni Ferraris

Sono stato al TAR di Lecce. È la prima volta   che entro nelle ovattate sale di un tribunale amministrativo. Bello il palazzo. Era un convento di frati, mi si dice. Il palazzo di fronte, l’attuale municipio di Lecce, era invece un convento di suore. L’amico che me lo mostra mi dice anche di voci che si rincorrevano sulla continguità dei due edifici, su passaggi segreti che avrebbero, secondo la vulgata popolare, permesso convegni segreti e festaioli. Ah le malelingue.

Comunque sia, in quella lunghissima mattinata, ho aspettato con pazienza, assieme ad alcuni amici, che si discutesse il ricorso contro la cementificazione di Punta Palascia voluta dal ministero della guerra, ops, pardon, della difesa. Dalle 10,30 si è arrivati alle 13 circa. Per un’udienza durata una decina di minuti. 5 avvocati seduti con le loro belle toghe nere. 4 giudici, anche loro con toga. Parla l’avvocatessa del ministero, affiancata da un signore in divisa che, mi si dice, è un generale (mica noccioline). Il presidente contesta la mancata  produzione di alcuni documenti, per cui veda, la difesa, di procurarli. Udienza rinviata. Con buona pace del ministero che si vede bloccato per altri lunghi mesi il progetto scempio. Viva il processo lungo, in questo caso.  Uscendo, l’avvocatessa e il generale mi passano accanto, lei è palesemente adirata e dice sibillina “se vogliono gli atti li forniremo”. Al momento beccatevi questa e noi, finchè possiamo, ci godiamo un paesaggio ancora a disposizione del buon senso.

“C’è un punto di vista paesaggistico, dietro al nostro ricorso, ma anche culturale. La città di Otranto è stata riconosciuta dall’UNESCO  come “Messaggera di pace”. La cosa non coinvolge solo il centro storico della

Punta Palascia non è un luogo qualunque, è “IL” luogo

da http://www.badisco.it/album/

 

di Gianni Ferraris

“…Alloggi per il personale militare, un garage per automezzi, due torri di 11 metri di altezza in supporto alle antenne radar….  E il comitato “giù le mani da Punta Palascia” ha impugnato davanti al TAR tutti gli atti di formazione ed approvazione del progetto. Nei prossimi giorni si terrà l’udienza. Il delicato equilibrio della scogliera di Punta Palascia – inclusa a pieno titolo nel Parco Regionale Otranto S.M. di Leuca – va difeso ad oltranza non solo per la sua indiscussa bellezza ma anche per il suo valore simbolico: il dialogo, lo scambio e l’incontro dei popoli e delle culture del Mediterraneo…”

Questo scrive l’amico Mauro Marino su Paese Nuovo di mercoledi 19 gennaio. Punta Palascia non è un luogo qualunque, è “IL” luogo. E proprio lì, a sovrastare la meravigliosa costa che profuma di mare e di sole, i “proprietari” di quei terreni vogliono compiere, senza badare a vincoli di sorta, passando come bulldozer sulle sensibilità delle persone, calpestando la maggior industria del Salento, il turismo, uno degli scempi più ignobili del territorio. Perché le “ragioni della difesa” valgono più di ogni piano regolatore, di ogni normativa.

Ci sono ripassato qualche tempo addietro,   ed è sempre un’emozione. Quel giorno si vedeva la costa dell’Albania e la neve sulle alture. E so di amici che la notte di capodanno, dopo i brindisi e le feste, vanno lassù per vedere la prima alba, perché “porta fortuna”, perché è bella.

Permettere, in nome della “difesa”, un progetto che ha l’amarissimo sapore di speculazione edilizia, piuttosto che di protezione delle sacre coste da nemici invasori, senza opporsi con ogni mezzo lecito, è uno schiaffo non solo al Salento. La guerra fredda è finita da lunghissimo tempo,  ed abbiamo antenne e ripetitori in ogni luogo possibile e plausibile. Ci sono satelliti e strumenti a noi sconosciuti che ci mandano addosso ogni tipo di onde, neppure fossimo prigionieri di forni a microonde, ora ci vogliono scippare anche quel poco di natura che altri speculatori hanno, al momento, lasciato

Il faro di punta Palascia al comune di Otranto

 

Lo ricordiamo. Era Totò che stava vendendo la fontana di Trevi. Però era un film, divertente anche, e lui era un grande artista. Roba da ridere insomma. Mi è venuto in mente con l’apertura dei giornali di questa mattina. A futura memoria ricordiamo che oggi è il 28 giugno 2010. Il federalismo demaniale entra nel vivo. I comuni e le regioni potranno acquistare a prezzi di saldo alcuni scarti da magazzino. Qualche monte delle Dolomiti, l’ arcipelago della Maddalena, un pò di torrenti, fiumi, colline. Per quanto riguarda il Salento il comune di Otranto potrà entrare in possesso niente meno che del faro di punta Palascia. Ricordiamo che il faro è uno dei cinque del Mediterraneo tutelati dalla commissione europea. Gli altri sono quelli di Genova, Tunisi, Gibilterra e Alessandria d’Egitto.  Convenzionalmente il faro è il confine delle acque dello Ionio da quelle dell’Adriatico. Ed è anche il cuore del Parco Naturale Regionale Otranto-Leuca, il centro del Parco Marino, il fulcro di un’area IBA (Important Bird Area) tra le più importanti d’Europa.

Insomma, stiamo parlando di un patrimonio dell’umanità, anche tenendo conto che è l’estremo lembo d’Italia verso l’Albania.

Dobbiamo preoccuparci? Nell’immediato forse no, perchè è anche sede di un importante museo marino ed osservatorio. Però la storia insegna e ci mette in guardia. Non è lontano il 2006. Allora la Marina, presentò al comune di Otranto, senza richiedere pareri o autorizzazioni, un progetto di ampliamento della base militare già presente sulla scogliera. Cosa prevedeva il progetto? Costruzioni destinate ad alloggi per militari, due torri in cemento, la ristrutturazione di un edificio esistente. Il tutto a minacciare l’intera area. C’è, è vero, un comitato di cittadini intelligenti che si chiama “giù le mani da punta palascia.”  E ricordiamo anche alcuni tentativi di vendita della struttura a privati. Insomma, proprio tranquilli non possiamo stare.   Però ci sono luoghi, monumenti, che sono valori universali e non debbono essere ceduti per nessun motivo. A quando la vendita del Colosseo? E se un sindaco bizzarro un giorno decidesse di trasformare la Maddalena in Disneyland? E se, come già lamentano regioni, province e comuni, mancano i soldi per manutenere e valorizzare quei beni? Si cercheranno sponsor, ovviamente. Ma i privati che pagano vogliono qualcosa in cambio. Che so, un faro che proietta nel cielo un vasetto di marmellata, per esempio. No, veramente certi patrimoni sono di noi tutti. Attivarci per difenderli e farli rimanere tali è il minimo che la civiltà ci chiede.

da http://www.badisco.it/album/litoranea%20NORD/slides/391125(kk101).html

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