Gli animali nei proverbi salentini (5/x): gli uccelli

di Armando Polito

Tavola (incisione di Gustave Doré) fuori testo di Contes d'une vieille fille à ses neveux, di Émile de Girardin, uscito per i tipi di Michel Lévy Frères, a Parigi nel 1856
Tavola (incisione di Gustave Doré) fuori testo di Contes d’une vieille fille à ses neveux, di Émile de Girardin, uscito per i tipi di Michel Lévy Frères, a Parigi nel 1856

 

Ci vuei cu iabbi li ceddhi pizzulanti semina cranu ti tutti li santi (Se vuoi gabbare gli uccelli che beccano semina grano il giorno di Ognissanti)

Non riesco a cogliere il nesso tra il giorno (anche estendendo il concetto a quelli immediatamente vicini) e la scarsa attività degli uccelli. L’unica cosa che mi viene in mente è che per quel giorno la terra , in passato …, era sufficientemente morbida e, seminando anche a spaglio e non a solco, era garantita la copertura di uno strato più profondo.

Quandu lu ceddhu ‘mpenna spizzùtale l’ale (Quando l’uccello comincia a ricoprirsi di penne, spuntagli le ali)

Se l’esecuzione letterale del consiglio rimane facile, non altrettanto lo è quella metaforica. Sono e rimango convinto che ai giovani non bisogna mai tarpare le ali, restando, però, e facendoli restare, con i piedi ben piantati per terra. Resta difficile, dopo decenni di sfrenato lassismo, riadottare quella limitazione della libertà, anche fisica, che, pur in varia misura c’era nell’educazione di un tempo, alla quale il proverbio va riferito.

Ti santa Lucia llunghesce la tia quantu lu pete ti la iaddhina mia (Il giorno di Santa Lucia si allunga il giorno quanto il piede della gallina mia)

Ci ti iaddhina è nnatu sempre scalèscia (Chi è nato da gallina razzola sempre)

Solo un’accurata indagine statistica su genitori e discendenza potrebbe convalidare questo detto che, considerato superficialmente e trascurando l’aspetto educativo cui esso fa riferimento, potrebbe sembrare improntato al pregiudizio e, forse volendo esagerare, ad un pizzico di razzismo.

La iaddhina face l’ueu e allu iaddhu li usca lu culu (La gallina fa l’uovo e al gallo brucia il culo)

Questo dev’essere stato inventato da una femminista ante litteram …

A ddo’ ‘nci so’ to’ iaddhi no llucesce mai (Dove ci sono due galli non fa mai alba)

Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783

 

Insieme con il semanticamente gemello A ddo’ ìnci so’ moti sacristani la chiesa resta allu scuru (dove ci sono molti sagrestani la chiesa resta al buio) sembra calzare a pennello per chi crede alla teoria dell’uomo solo al comando … Ma come farà ad illuminare la chiesa se non è lui stesso illuminato? … E, a proposito di galli autentici, pensate che quelli del nostro tempo possano competere non solo con quello del XVIII secolo della tavola precedente ma anche con quello dell’affresco di quasi duemila anni fa, di seguito riprodotto?

Affresco da Pompei (III stile, fine del I secolo a. C.- metà del I d. C.), Casa dei casti amanti (IX, 12, 6)
Affresco da Pompei (III stile, fine del I secolo a. C.- metà del I d. C.), Casa dei casti amanti (IX, 12, 6)

 

Ogni cucciascia si anta li cuccuasceddhi sua (Ogni civetta vanta i suoi piccoli)

Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
Tavola tratta da tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783

Ci tòrtura gghete all’acqua ha tturnare (Se è tortora all’acqua deve tornare)

Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783

 

Pàssaru ècchiu no ttrase a ccaggiola (Passero vecchio non entra in gabbia)

Pàssari: azza li manu e llàssali! (Passeri: alza le mani e lasciali!)

L’allusione, secondo me, potrebbe essere riferita allo scarso valore delle carni, per cui non vale la pena cacciarli, oppure alla difficoltà di impedire loro di  beccare la semente appena gettata, per cui non vale la pena intervenire.

Da Giovanni Pietro Olina, Uccelliera overo discorso della natura e proprietà di diversi uccelli, Andrea Fei, Roma, 1622
Tavola tratta da Giovanni Pietro Olina, Uccelliera overo discorso della natura e proprietà di diversi uccelli, Andrea Fei, Roma, 1622

 

Nna pica pizzichica pizzicoca campò centu piche pizzichiche pizzicoche, centu piche pizzichiche pizzicoche  no ccampara nna pica pizzichica pizzicoca (Una gazza pizzichica pizzicoca nutrì  cento gazze pizzichiche pizzicoche, cento  gazze pizzichiche pizzicoche non nutrirono nna pica pizzichica pizzicoca)

Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783
Tavola tratta da Historia naturelle des oiseaux, Imprimerie royale, Paris, 1770-1783

 

E dopo questa cantilena che, applicata all’uomo, può fare riferimento a quei figli che preferiscono tenere il proprio genitore in una casa di riposo piuttosto che, in turni più o meno lunghi, in casa loro, passo la palla ai lettori. Non vorrei però che, ad integrazione del proverbio relativo alla tortora ed al passero, il mio appello fosse  accolto solamente dai cacciatori …

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (la gatta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/12/gli-animali-nei-proverbi-salentini-1x-la-gatta/

Per la seconda parte (la giumenta e la capra): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/16/gli-animali-nei-proverbi-salentini-2x-la-giumenta-la-capra/

Per la terza parte (la pecora): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/18/gli-animali-nei-proverbi-salentini-3x-la-pecora/

Per la quarta parte (l’asino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/23/gli-animali-nei-proverbi-salentini-4x-lasino/

 

Gli animali nei proverbi salentini (4/x): l’asino

di Armando Polito

Immagine tratta dal profilo di SALENTO COME ERAVAMO su Facebook
Immagine tratta dal profilo di SALENTO COME ERAVAMO su Facebook

 

Siamo all’animale che per antica tradizione deteneva come pochi altri di specie diversa il primato di simbolo dell’ignoranza, prima di essere soppiantato dalle credenziali televisive della sgarbiana capra. In più al concetto di ignoranza si è aggiunto, pur sfumato, quello di stupidità ed il processo è avvenuto per sommaria via induttiva che non ha un fondamento oggettivo dal momento che chi è stupido è certamente pure ignorante, ma non tutti gli ignoranti sono stupidi. Per quanto riguarda la stupidità, poi, asino è in buona compagnia, a parte i sinonimi ciuco e somaro, con rappresentanti del mondo vegetale (rapa e il connesso broccolo e, per il toscano, baccello) e di altri di quello animale (cernia, allocco, bue, pecorone e, per il toscano, chiurlo e tinca).

La carriera metaforica dell’asino parte da molto lontano e ciò che sto per riportare probabilmente non rappresenta il primo rilascio di una poco invidiabile patente da rinnovare, a differenza di quelle umane, senza perdita di tempo e, soprattutto, senza raccomandazioni e senza spese …

Quelli della mia generazione probabilmente ricorderanno la mitica figura del re Mida, soprattutto per il dono avuto da Dioniso, con lui riconoscente per aver ospitato e poi riaccompagnato il satiro Sileno che ubriaco si era smarrito, di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Accortosi che così sarebbe morto di fame pregò Dioniso di privarlo di tale potere . Il dio venne incontro al suo desiderio ma poco dopo il re incorse in un altro inconvenient che del mito è, forse, la parte meno nota. In qualità di giudice in una gara musicale tra Apollo e Marsia aveva dichirato vincitore quest’ultimo suscitando le ire di Apollo che lo punì trasformando le sue orecchie in quelle di asino. Solo il barbiere, per motivi facilmente intuibili, ne venne a conoscenza e il re gli intimò di conservare il segreto, pena la morte. Il povero barbiere non resistette alla tentazione di liberarsi di quel segreto e lo fece confidandolo ad una buca nei pressi di uno stagno. Ma Apollo fece nascere in prossimità delle canne che sussurrarono al vento il vergognoso segreto del re che, così,venne pubblicamente svergognato.  Non so dire con certezza se la favola di Mida abbia ispirato il Collodi in occasione della trasformazione in asinine delle orecchie del suo Pinocchio e se, a sua volta, Pinocchio così conciato abbia a che fare o meno con il provvedimento disciplinare adottato in passato nelle scuole nei confronti degli allievi difficili (non ne esistono, esistono solo insegnanti  non in grado di affrontare la presunta difficoltà … sono stato insegnate pure io e, quindi, lo dico con cognizione di causa, anche se chissà quante volte avrò sbagliato nell’affrontare una reazione imprevista!) e consistente nel far loro indossare un cappello provvisto di due belle orecchie asinine.  Posso però, affermare,certo di non poter essere smentito o tacciato di lassismo o, peggio ancora, di esaltazione retorica, quanto miserabile degrado contiene il passaggio successivo, quello che, con un inquietante aumento nella frequenza, si identifica nei sistemi correttivi di cui ogni tanto le cronache si occupano. Ma lasciamo perdere gli idioti umani e torniamo all’asino.

Meno male che alla povera bestia una parziale rivincita era stata assicurata dalla sua promozione a simbolo della lussuria in quanto possessore di un organo genitale di dimensioni ragguarevoli, come quello di Priapo, il dio della fertilità, di cui era l’animale, come, per esempio, la civetta lo era di Atena.

Ci llai la capu allu ciucciu nci pierdi la lissìa e llu sapone (Se lavi la testa all’asino ci perdi la liscivia e il sapone).

La presunzione umana che ha fatto assurgere l’asino a simbolo della stupidità trasforma in tempo e risorse sprecate il lavare la testa, anche nel caso in cui il nesso assuma il significato metaforico di rimproverare.

Ttacca lu ciucciu a ddo’ ole lu patrunu (Lega l’asino dove vuole il padrone).

Per il motivo principale addotto nel commento precedente, se non fosse per il senso di pietà nei confronti dell’asino, direi che andrebbe sempre rispettata la volontà del padrone quando quest’ultimo dice di legare l’asino con una corda molto lunga sul ciglio di un burrone … 

Li ciucci si àttinu e lli bbarili si scàscianu (Gli asini fanno a botte e i barili si rompono).

Il significato letterale è reso obsoleto dall’avvento dei nuovi mezzi di trasporto ma quello metaforico potrebbe essere applicato, per esempio, al rapporto conflittuale tra i componenti di una squadra sportiva in cui la mancanza di collaborazione rappresenta l’anticamera della sconfitta certa o quasi.

Lu ciucciu porta la pagghia e lu ciucciu si la spàgghia (L’asino porta la paglia e l’asino se la mangia)

Classico riferimento al caso di un invitato a pranzo che, per esempio, porta una bottiglia di vino e se ne scola due terzi …

Ci lu ciucciu no mbole cu bbeve, ti ndi bbienchi  cu ffischi! (Se il ciuco non vuole bere, puoi fischiare a saziètà [è inutile chiamarlo con un fischio].

Il rapporto conflittuale tra l’asino e l’acqua trova la sua menzione in tempi molto antichi: Plinio (I secolo d. C.) nella Naturalis historia, VIII, 73, così scrive a proposito delle asine (ma credo valga pure per i maschi): Partus caritas summa, sed aquarum taedium maius: per ignes ad fetus tendunt, eaedem, si rivus minimus intersit, horrent etiam pedes omnino tinguere. Nec nisi adsuetos potant fontes quae sunt in pecuariis, atque ita ut sicco tramite ad potum eant. Nec pontes transeunt per raritatem eorum tralucentibus fluviis, mirumque dictu, sitiunt et si mutentur aquae; ut bibant cogendae exorandaeve sunt. (Hanno grandissima cura dei figli, ma è più grande la loro paura dell’acqua: vanno verso i figli attraverso le fiamme ma se in mezzo c’è un corso d’acqua per quanto piccolo hanno paura pure a bagnarsi le zampe. Non bevono a nessun’altra fonte che non sia quella abituale nell’allevamento, in modo da andare a bere attraverso un percorso asciutto. Non attraversano i ponti a causa delle acque luccicanti attraverso le loro fessure. Strano a dirsi, hanno sete, ma, se le acque non sono quelle abituali, affinché bevano devono essere costrette ed esortate)

Lu oe chiama lu ciucciu curnutu (Il bue chiama cornuto l’asino)

Appartiene alla lunga serie di quei proverbi che possono collegarsi alla metafora evangelica della pagliuzza nell’occhio altrui e della trave nel proprio.

 

Chiudo con due proverbi il cui significato metaforico, purtroppo, non diventerà mai obsoleto. Basta che il lettore che ha avuto la pazienza di seguirni fin qui pensi all’imminente tornata elettorale …

Spetta, ciucciu mia, ca mo rria la pagghia noa (Aspetta, asino mio, che ora arriva la paglia nuova).

Lu ciucciu ti nanti vae cacandu e tu ti tretu lu vai lliccandu (L’asino davanti va cacando e tu gli vai dietro leccandolo).

 

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (la gatta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/12/gli-animali-nei-proverbi-salentini-1x-la-gatta/

Per la seconda parte (la giumenta e la capra): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/16/gli-animali-nei-proverbi-salentini-2x-la-giumenta-la-capra/

Per la terza parte (la pecora): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/18/gli-animali-nei-proverbi-salentini-3x-la-pecora/

Gli animali nei proverbi salentini (3/x): la pecora

di Armando Polito

fotogramma tratto da La Pecora Leccese nel Parco Regionale Naturale delle Dune Costiere (https://www.youtube.com/watch?v=sy_2Ma3JJTo)
fotogramma tratto da La Pecora Leccese nel Parco Regionale Naturale delle Dune Costiere (https://www.youtube.com/watch?v=sy_2Ma3JJTo)

 

La pecura ca scama perde l’uccone (La pecora che bela perde il boccone)

Quandu la pecura face mbe perde l’uccone (Quando la pecora bela perde il boccone)

È del tutto evidente come i due appena riportati possono essere considerati più che come due proverbi distinti come un unico proverbio in due varianti. Il face mbe del secondo è il corrispondente scama del primo. Il verbo scamare (dal latino exclamare, con esito –cla>-ca- invece del più frequente –cla->-chia-) riferito agli umani è sinonimo di strillare. Rimane il dubbio se il boccone perduto è quello che cade aprendo la bocca o quello non brucato dall’animale intento a belare. La prima interpretazione riporta alla memoria l’aneddoto (può essere definita una sorta di barzelletta animale) che vede come protagonisti un cane barese ed uno leccese: il primo recain bocca un bell’osso che, però, gli cade di bocca per rispondere alla domanda del suo simile corregionale che gli aveva chiesto di dove fosse: – Di Bberiii (di Bari). Nella speranza di recuperare il suo osso il barese rivolge al leccese la stessa domanda che gli era costata la dolorosa perdita, ma il – Te Lecce – (di Lecce), la cui pronunzia non comporta alcun terremoto mascellare, avuto come risposta legittimò il cane leccese come proprietario definitivo dell’osso.

Quandu la pecura face la mberda crossa si spetta mal’annata (Quando la pecora fa i cacherelli grossi ci si attende una cattiva annata)

Mi riesce difficile cogliere il collegamento, che pure ci dev’essere, tra la “qualità” dimensionale delle feci e quella climatica e pure, forse soprattutto, economica dell’annata. Più facile sarebbe stato individuare il rapporto inverso, cioé tra l’alimentazione assuna nel corso di un’annata sfavorevole e la qualità della defecazione. Se qualcuno, meglio se dell’arte,può darci il suo aiuto, non si lasci condizionare dall’argomento …

Lu tiàulu no ttene pecure e bbende lana (Il diavolo non ha pecore e vende lana)

Qualcuno si chiederà perché mai doveva essere messa in campo la lana (e indirettamente la pecora) con tanti altri prodotti che il diavolo poteva vendere. Infatti un altro proverbio recita Lu tiàulu no ttene crape e bbende latte (Il diavolo non ha capre e vende latte) ma esso ci fa capire che per il mondo contadino di un tempo la lana e il latte costituivano i prodotti in cui i loro valore emblematico in campo economico non poteva trovare altri interpreti.

(CONTINUA)

Per la prima parte (la gatta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/12/gli-animali-nei-proverbi-salentini-1x-la-gatta/

Per la seconda parte (la giumenta e la capra): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/16/gli-animali-nei-proverbi-salentini-2x-la-giumenta-la-capra/

Per la quarta parte (l’asino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/23/gli-animali-nei-proverbi-salentini-4x-lasino/

Gli animali nei proverbi salentini (2/x): la giumenta e la capra

di Armando Polito

Le immagini che seguono, con cui mi piace iniziare, sono tratte dal profilo di SALENTO COME ERAVAMO su Facebook.

I proverbi di oggi si riferiscono a due animali diversi, ma, come per quello presentato nella prima puntata e quelli che lo saranno nelle prossime, è evidente l’incorporato significato metaforico, cioè la loro traslazione dalla sfera bestiale a quella umana. Senza scomodare per questo Esopo, Fedro e tanti loro epigoni basta pensare al disinvolto e ormai quasi meccanico uso dei nomi di animali in cui detta traslazione è stata consacrata nella stragrande maggioranza dei casi con connotazione simbolica negativa e pure qualche voce di origine dialettale (sottolineata nella serie che segue) in questa accezione ha visto facilitato il suo trasferimento nella lingua nazionale:  porco, troia, talpa, zoccola, oltre allo sgarbiano capra, l’unico, forse,  che senza la tv oggi non sarebbe comparso in questo, pur parziale, elenco; meno male che un residuo senso di sportività da parte nostra (ma sempre ammantato di maschilismo …) è forse ravvisabile nelle due voci che definiscono colui che ha un’attività sessuale molto intensa, nonostante potesse essere messo in campo Ercole che, secondo la versione della sua tredicesima fatica riportata nell’Antologia Palatina (compilazione risalente al X secolo di raccolte antologiche precedenti) XVI, 92, 13-14), avrebbe avuto in una sola notte un rapporto con le cinquanta figlie di Tespio, ingravidandole, fra l’altro, tutte: le due voci in questione sono satiro (anch’esso di ascendenza mitologica) e mandrillo, che ormai nell’uso, con l’ignoranza dilagante, e non solo dei miti, ha soppiantato il primo. Non mi meraviglierei se, poi, sulla scia della riproposizione della commedia sexy all’italiana degli anni ’70 e del metaforico trapano di Renzo Montagnani immancabile protagonista della serie, complici l’ignoranza e la pigrizia (leggi superficialità, mancanza di quella sana curiosità che è lo spirito critico), pure il povero mandrillo si vedesse trasformato nel meccanico mandrino

Chiedo scusa per la divagazione e passo ai proverbi, non senza aver prima detto che, per i due animali e la loro figliolanza,  primitive cognizioni genetiche finiscono per sfociare, soprattutto nel secondo, in un teorico e qualunquista pregiudizio, anche se rimane fermo il principio che in campo educativo il buon esempio, se non garantisce il successo, ne costituisce, comunque, la più valida e promettente condizione, credo anche sotto il profilo meramente statistico.

Ti na sciumenta ccàmbara no ppigghiare mai la figghia, ca puru ca no ggh’è ttotta ccambara alla mamma si ssimègghia (Di una giumenta sbilenca non comprare mai la figlia, perché anche se non è tutta sbilenca  somiglia alla mamma).

Pecura è ssciumenta ti occa mangia e ddi culu spenta(Pecora e giumenta con la bocca mangia e col culo sventa). Non so se il fenomeno è più frequente in questi animali (ad ogni modo, come vedremo in un’altra puntata, la pecora sarà protagonista di altri proverbi), né se è indotto da qualche particolare alimento, come succede tra noi umani con i fagioli e con i lampascioni. Chi ne abbia voglia faccia sentire nei commenti la sua voce; a scanso di equivoci: quella  superiore, che lo è in tutti i sensi …

Ti ddo’ zzumpa la crapa zzumpa la crapetta (Dove salta la capra salta la capretta). Corrisponde all’italiano Tale madre tale figlia e il salto di cui si parla non è certamente quello in alto o in lungo, tutt’al più quello con l’asta .

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (la gatta): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/12/gli-animali-nei-proverbi-salentini-1x-la-gatta/

Per la terza parte (la pecora): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/18/gli-animali-nei-proverbi-salentini-3x-la-pecora/

Per la quarta parte (l’asino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/23/gli-animali-nei-proverbi-salentini-4x-lasino/

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1 Spenta è la forma con cui il proverbio mi è stato comunicato da mio cognato e confermato da altri. Credo, tuttavia, data l’età relativamente giovane dei miei referenti e la comune natura fonetica di p e di b (entrambe labiali), che la forma originale fosse sbenta (da sbintare, che nel dialetto neretino è usato per indicare il dissolversi di una puzza ed anche dei fumi dell’alcol).

Gli animali nei proverbi salentini (1/x): la gatta

di Armando Polito

Gatti gallipolini in attesa del rientro dei pescatori

Di ogni proverbio mi limiterò a fornire la traduzione italiana e un breve commento risparmiando al lettore qualsiasi annotazione etimologica, per me la più interessante, per lui, invece, e me ne sono accorto da tempo …, la più noiosa. Confido, comunque, nell’aiuto di chi vorrà integrare volta per volta, la sezione animalesca per la quale qualche proverbio mi sarà sfuggito. Questo giustifica anche l’1/x del titolo, in cui la x certamente sarà destinata a restare a lungo, tanto più a lungo quanto più numerosi saranno i contributi, relativi ad animali non trattati, di cui i lettori vorranno far dono.

Scarda lu pesce e quarda la mùscia! (Squama il pesce e sorveglia la gatta!). Va detto, però, a cominciare dalle mie, che con le gatte di oggi (per colpa di alcuni padroni, me, che ne ho due, in primis) è meno rischioso lasciare incustodito un sarago che una confezione di croccantini o di bocconcini. Sarò maschilista, ma a tal proposito, anche per compensare il gatta e non gatto del titolo, nonché del testo dei due proverbi proposti, debbo dire che il terzo rappresentante felino della mia famiglia, maschio, di nome Nerino, non resta impassibile alla vista di un pesce abbandonato ma si accontenta anche delle briciole di pane quando gliele presento raccolte nel palmo delle mia (solamente la mia …) mano.  Più stupido delle signorine Molly e Tigre, che mai si abbasserebbero all’attesa dei loro colleghi gallipolini immortalati nella foto di testa? Non direi, visto che è in grado di aprire qualsiasi porta, purché abbia una maniglia e non sia chiusa a chiave. Tutto questo per ora; infatti gli ho rinviato provvisoriamente la prosecuzione dell’apprendimento del latino (è così veloce che a breve i ruoli si invertiranno) con la scusa che mi pare più promettente il suo osservare attentamente, in questi ultimi tempi, il cilindretto della serratura; sono convinto che prima o poi sarà in grado di ruotare opportunamente la chiave lasciata inserita o, in sua mancanza, di utilizzare quel suo surrogato chiamato spadino  nelle vesti di un pezzo di ferro appositamente scelto da lui tra i tanti che conservo in garage …).

Quandu la mùscia non c’è li sùrici ballanu (Quando la gatta non c’è i sorci ballano). E il pensiero corre ai tanti dirigenti del settore pubblico assenti mentre alcuni loro dipendenti prima di farlo debbono sobbarcarsi al fastidioso rito della timbratura del cartellino o assoggettarsi al collega compiacente, al quale prima o poi bisognerà restituire la cortesia. Ma qualcuno non ci aveva detto che questi signori (si fa per dire …), dirigenti e impiegati,  non dovevano essere licenziati (secondo me prima i dirigenti, subito dopo gli impiegati) entro 60 giorni? Oppure stiamo aspettando che venga indetto un referendum propositivo che introduca il nuovo istituto dello sciopero indetto personalmente, senza preavviso ma con retribuzione non decurtata nemmeno di un euro?

(CONTINUA)

Per la seconda parte (la giumenta e la capra):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/16/gli-animali-nei-proverbi-salentini-2x-la-giumenta-la-capra/

Per la terza parte (la pecora): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/18/gli-animali-nei-proverbi-salentini-3x-la-pecora/

Per la quarta parte (l’asino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/05/23/gli-animali-nei-proverbi-salentini-4x-lasino/

La divinità, il diavolo e la donna in alcuni proverbi salentini*

di Armando Polito

* Le immagini sono tutte antiche stampe tratte dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia (http://gallica.bnf.fr/)

Se tutti i proverbi  hanno in generale una valenza moraleggiante, non fa meraviglia che religiosa sia la cifra di moltissimi tra loro e che parecchi con poche varianti ricorrano in territori sovente molto lontani tra loro, in dialetti diversi, come, in forma consolidata, nella lingua nazionale. Basti pensare ad alcune espressione salentine ed alle corrispondenti italiane di uso comune ogni mmorte ti Papa (ogni morte di Papa) e Ddiu ete e pruete (Dio vede e provvede).

Qui, perciò, passerò in rassegna quelli, relativi ai protagonisti del titolo,  di più pittoresca e spiccata territorialità e che consentono, a differenza del semplice modo di dire, qualche riflessione un po’ più profonda. Per comodità e per conferire al tutto una certa omogeneità espositiva ho collocato in testa ad ogni gruppo una parola chiave, anche quando più di un proverbio coinvolgeva settori diversi.

DIVINITÀ

Ddiu cu tti quarda ti tramuntana e ientu, ti omu e ffemmina ca parlanu lientu

(Che Dio ti guardi da tramontana e vento, da uomo e donna che parlano lentamente).

Condivisibile per la parte climatica, fino ad un certo punto per quella umana: non è detto che chi parla lentamente nasconda intenti truffaldini; basta, a tal proposito, pensare a tanti politici ed ai loro torrenti di parole … Mi sorprende, piuttosto, quell’omu nel generale contesto maschilista che emerge, come si vedrà più avanti, in queste espressioni di saggezza, più o meno presunta …, popolare e che nelle situazioni negative risparmia puntualmente il cosiddetto sesso forte.  

Gesù Cristu, pruiti li pruituti, ca li spruituti sontu ‘bbituati

(Gesù Cristo, provvedi tu ai provveduti perché gli sprovveduti sono abituati)

Più che paradossale il proverbio mi sembra molto pericoloso e tristemente attuale sostituendo alla Provvidenza il sedicente (quando si candida per essere eletto, negli ultimi tempi nemmeno quello …) uomo della Provvidenza di turno che, connivente buona parte del Parlamento, minoranze incluse,  nulla fa per ridurre il rischio di sperperi, intrallazzi ed eliminare privilegi indegni di una democrazia).

Lu Patreternu tae li friseddhe a ccinca no lli rrosica

(Il Padreterno dà le frise a chi non è in grado di rosicchiarle)

Il proverbio ha un duplice significato legato all’importanza della frisa nella nostra tradizione alimentare e nello stesso tempo al fatto che solo chi ha denti sani può mangiarla senza prima averla bagnata per ammorbidirla. Nel primo caso l’allusione è al fatto che spesso la sorte si mostra benevola con chi non è in grado di apprezzare il suo dono; nel secondo, esattamente di segno opposto, alla sorte malevola con chi non è in grado di afrontare la difficoltà).

Signore ti li signuri, quante cose sapisti fare: alli femmine la cunocchia e alli masculi lu margiale1

Signore dei signori, quante cose sapesti fare: alle donne la conocchia, ai maschi il manico della zappa).

Certamente è il detto più obsoleto, femministe permettendo, alle quali contesto solo di aver accettato due fatti, l’uno datato, l’altro più vicino nel tempo, il primo legge dello stato italiano, il secondo non ancora: le quote rosa (che mi ricorda tanto la riserva di posti per i portatori di handicap) e l’utero in affitto (almeno la donna-oggetto lo era integralmente …).

Lu Patreternu prima li face e ppoi li ccocchia

(Il Padreterno prima li crea, poi li accoppia)

Il detto, poco realistico già in tempi in cui i matrimoni erano per lo più combinati, è improntato, secondo me,  ad un fatalismo di origine religiosa in cui il libero arbitrio, che nel matrimonio combinato non era certo prerogativa del diretto interessato, va direttamente a gambe all’aria, senza le tante sottigliezze teologico-filosofiche che nel tempo si sono susseguite e che, scusate la sincerità, a me sembrano atti di masturbazione mentale).

Li fumuli2 li ccocchia lu ientu, li cristiani li ccocchia Ddiu

(I rami di iperico li accoppia il vento, le persone le accoppia Dio).

La prima mugghiere ti la tae Ddiu, la seconda la ggente e la terza lu tiaulu

(La prima moglie te la dà Dio, la seconda la gente, la terza il diavolo)

A differenza del proverbio precedente in cui il concetto di coppia (a differenza di oggi esso era basato esclusivamente sull’eterosessualità) integra quello di donna, in questo, nonostante mugghiere, è grondante il maschilismo, non esistendo analogo proverbio per il mondo femminile. Da notare il climax nascosto nei numeri ordinali, cui corrispondono, nell’ordine, altrettanti valori del matrimonio in rapporto alla loro origine: divina, laica, diabolica. Non mi pare proprio un inno al matrimonio, ma piuttosto un avvertimento per evitare danni dopo le gioie della prima unione (se sono stati dolori bisogna comunque accettarli perché dati da Dio). Insomma, tradotto in latino (saltando il primo matrimonio …): Errare humanum est, perseverare diabolicum.

DIAVOLO

Acqua ti sciugnu pisciu ti tiaulu

(Pioggia di giugno, orina di diavolo)

Non così di aprile: Ale cchiù n’acqua ti bbrile/cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia d’aprile che un carro con redini ed animale da tiro)

Quandu lu tiaulu ti ‘ncarizza ‘ndi ole l’anima

(Quando il diavolo ti accarezza ne vuole l’anima)

Bisogna diffidare dei complimenti perché potrebbero essere non disinteressati.

Le diable amoreux (Il diavolo amoroso), 1840
Le diable amoreux (Il diavolo amoroso), 1840

 

Lu tiaulu ggh’è ssuttile e si ‘mbatte puru intr’allu ‘mbile

(Il diavolo è sottile e s’infila anche nello ‘mbile2)

La metafora è giocata sul doppio significato, fisico e morale, di sottile.

Le diable dans la marmite (Il diavolo nella pentola), 1904
Le diable dans la marmite (Il diavolo nella pentola), 1904

Lu tiaulu iuta li sua

(Il diavolo aiuta i suoi)

Direi piuttosto scontato, anche perché, al di là del riferimento religioso, è difficile immaginare un cattivo che non agisca a favore di uno come lui.

L'école du diable (La scuola del diavolo), XVIII-XIX secolo
L’école du diable (La scuola del diavolo), XVIII-XIX secolo

 

Lu tiaulu no ttene capre e bbende latte

(Il diavolo non ha capre e vende latte)

Se è per questo oggi pure semplici individui con cervello piuttosto scadente o non allenato millantano fantasmagoriche competenze; purtroppo incontrano sempre qualcuno che sta peggio di loro …

 

Lu tiaulu no ttene pecure e bbende lana

(Il diavolo non ha pecore e vende lana)

Vale quanto detto per il precedente.

Indigestion du diable (Indigestione del diavolo), 1793
Indigestion du diable (Indigestione del diavolo), 1793

 

DONNA

Camascia3 e cannaruta4 Ddiu l’aiuta

(Dio aiuta la donna Indolente e golosa)

Ancora un detto al femminile, ma maschilista e, stranamente rispetto alla morale cristiana, abbastanza dissacrante, in pieno contrasto col destino prefigurato da Dante per accidiosi e golosi.

La femmina ‘ndi sape cchiù ti lu tiaulu piccé ggh’è nnata prima

(La donna ne sa più del diavolo perché è nata prima)

Quando potrò visionare i certificati di nascita di Eva e del diavolo vi farò sapere;  per il momento mi limito a dire che il proverbio, anch’esso, tanto per cambiare, maschilista, va ben oltre la visione cristiana della donna-tentatrice fonte diretta del peccato o strumento del demonio; qui lei è la maestra e il demonio lo scolaretto.

Locandina di Madame le diable (La signora diavolo), 1882
Locandina di Madame le diable (La signora diavolo), 1882
Locandina di Le diable au convent (Il diavolo al convento), XIX secolo
Locandina di Le diable au convent (Il diavolo al convento), XIX secolo

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1 Per l’etimo di margiale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/20/dopo-il-saccufae-e-il-cazzamendule-e-la-volta-del-cacamargiale/.

2 Per il Rohlfs è un diminutivo di fumo perché quando queste erbe sono secche vengono portate via dal vento come il fumo (Vocabolario dei dialetti salentini, v. III, p. 970). L’idea del fumo e del vento, aggiungo io,  si collega anche al fatto che in alcune zone del Salento fùmulu è il tarassaco, alias soffione (basta un soffio per disperdere la sua caratteristica infruttescenza). Per questo motivo e per assoluta congruenza fonetica mi appare più plausibile quest’ipotesi etimologica che Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/fmulu.html) contesta per parziale incompatibilità semantica proponendo, invece, che il termine  vada messo in relazione con il latino “fomes” (di cui potrebbe rappresentare una forma diminutiva), il cui significato primo è “materia secca atta ad alimentare il fuoco, esca”.

3 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/15/quella-bizzarra-terracotta-dal-collo-stretto/

4 Forse forma aggettivale dal greco κάματος (leggi càmatos)=spossatezza.

5 Forma aggettivale da canna=gola.

 

Come t’illustro il proverbio

di Armando Polito

 

Il verbo del titolo non è figlio della mia presunzione di insegnare nulla a chicchessia e pure l’intento divulgativo a favore dei non salentini che seguono questo blog tenterà di esplicarsi nella traduzione letterale in italiano e in qualche nota etimologica o di commento. Quell’illustro, dunque, ha il significato di rendere illustre, onorare e chi compie questa meritoria azione ancora una volta non è chi scrive ma chi a suo tempo realizzò le tavole del cui aiuto ho deciso  di servirmi e del cui uso maldestro, improprio o, addirittura, fuorviante mi assumo ogni responsabilità. A tal proposito dico subito che tra i sei proverbi dialettali  messi in campo e il testo in latino (motto iniziale e didascalia) che si legge nelle tavole la corrispondenza in alcuni casi è solo parziale.  Tutte le tavole sono tratte da un testo del quale ho avuto già occasione di parlare piuttosto recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/, dove il lettore potrà trovare o, eventualmente,  ritrovare notizie sull’opera e sul genere letterario nel quale si colloca. Qui basterà citare gli estremi bibliografici:  Thesaurus philo-politicus di Daniel Meissner (1585-1625) uscito a Francoforte in più volumi per i tipi di Eberhard Kiersen a partire dal 1623.

Prima di entrare nel vivo intendo ringraziare Roberto Panarese per aver esaudito come meglio non era possibile la preghiera-invito con cui chiudevo il post su Gallipoli appena segnalato , come ognuno che ne abbia interesse può leggere nel relativo suo commento.

 

1) AMORE E TTOSSE , ZZUPPICATURA TI PETE/SCUNDIRE NO SSI PÒ CA SI ‘ETE

(Amore e tosse, zoppicatura di piede non si possono nascondere, perché si vedono)

QUAE OCCULTARI NEQUEUNT (Le cose che non possono essere nascoste)

 

Caelari nequeunt haec quattuor: aestus amoris,/tussis, edax ignis cordivorusque dolor (Non possono essere celate queste quattro cose: il fuoco d’amore, la tosse, il fuoco che consuma e il dolore che divora il cuore).

La didascalia appena esaminata è un distico elegiaco. Di seguito la scansione:

CaelāIrī něquĕIūnt II haec I quāttŭŏr:I aestŭs ăImōrĭs

tūssĭs, ěIdāx īIgnīs II cōrdĭvŏIrūsquĕ dŏIlŏr

 

2) CI BBUSCA1 E DDAE AN PARATISU VAE (Chi guadagna e dà va in Paradiso)

 

QUI DAT PAUPERI FOENERATUR DEO (Chi dà al povero presta a frutto a Dio)

Qui viduas et pupillos solatur egentes,/a Summo hic referet pro parvo praemia lauta (Chi aiuta le vedove e gli orfani bisognosi avrà dal Sommo lauti premi in cambio di poco)

La didascalia questa volta + costituita da due esametri:

Quī vĭdŭIās II ēt I pūpīlIlōs IIIlātŭr ĕIgēntēs

ā SūmImo hīc rĕfĕIrēt II prō I pārvō I praemĭă I laută

 

3) QUIDDHU CA PUÈ FFARE OSCE NO LLU FARE CRAI2 (Quello che puoi fare oggi non lo fare domani)

 

CRAS · CRAS · SEMPER CRAS · OMNIS DILABITUR AETAS (Domani, domani, sempre domani. Tutto il tempo scivola via)

CRAS semper clama CRAS sic dilabitur aetas. Fac hodie quod sis facturus, CRAS hodie adstat  (- Domani – dì sempre – domani -.  Così scivolerà via il tempo. Fai oggi quello che hai intenzione di fare, domani è vicino ad oggi)

In questa tavola il motto è un esametro:

Crās crās I sēmpēr I crās II ōmInīs dīIlābĭtŭr I aetăs

e la didascalia un distico elegiaco:

Crās sēmIpēr clāIII crās I sīc dīIlābĭtŭr I aetăs.

Fāc hŏdĭIē quōd I sīs II fācItūrūs, I crās hŏdĭIe ādstăt

 

4) PRIMA PENSA E PPOI PARLA!  (Prima pensa e poi parla!)

NE LINGUA PRAECURRAT MENTEM (La lingua non anticipi la mente)

Ut non praecurrat mentem tua lingua caveto: et primus, quod tu vis tacuisse, sile (Fai attenzione perché la tua lingua non anticipi la mente. E per primo non dire ciò che vorresti aver taciuto)

La didascalia è un distico elegiaco:

Ut nōn I praecūrIrāt  II mēnItēm tŭă I līnguă căIvētŏ:

ēt prīImūs, quōd III vīs tăcŭIīssĕ, sĭI

 

5) A CCI FATIA NNA SARDA, A CCI NO FFATIA UNA E MMENZA (A chi lavora una sarda, a chi non lavora una e mezza)

ALIUS LABORAT, ALIUS MERCEDE FRUITUR (Uno lavora, un altro si gode la ricompensa)

Fucus iners ut dulci apium se nectare nutrit,/absque labore piger sic homo saepe vorat (Come il fuco inetto si nutre del dolce nettare delle api, così pigro lontano dal lavoro l’uomo spesso divora)

La didascalia è un distico elegiaco:

Fūcŭs ĭInērs II ūt I dūlci ăpĭIūm III nēctărĕ I nūtrĭt,

ābsquĕ lăIbōrě pĭIgēr  II sīc hŏmŏ I saepě vŏIrăt

 

E chiudo con la bellezza di due tavole per un solo proverbio; ho detto con la bellezza di due tavole, non in bellezza con due tavole, per evitare che, almeno momentaneamente, il proverbio stesso mi coinvolga …

6) CINCA SI ‘ANTA SULU NO BBALE NNU PASULU3 (Chi si vanta solo non vale un fagiolo)

PROPRIA LAUS SORDET (La lode di se stessi è spregevole)

Plena voce suo cuculus de nomine tantum/cantat sed vana est propria gloriola (A piena voce il cuculo canta solo sul suo nome ma vana è la piccola sua gloria)

La didascalia è un distico elegiaco:

Plēnā I vōcĕ sŭIō  II cŭcŭIlūs dē I nōmĭnĕ I tāntūm

cāntāt I sēd vāna I ēst II prōprĭă I glōrĭŏI

INDIGNUS MAGNOS SAEPE GERIT TITULOS (L’indegno spesso vanta grandi titoli)

Vesperemus4 volitans non re, sed nomine tantum/avis, indignus saepe gerit titulos (Il topo che svolazza di sera [è] un uccello non di fatto ma soltanto di nome. L’indegno spesso vanta titoli)

La didascalia è un distico elegiaco:

Vēspĕrě I mūs vŏlĭItāns II nōn I rē, sēd I nōmĭnĕ I tāntūm

āvīs, I īndīIgnūs II saepĕ gĕIrīt tĭtŭIlōs

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1 Dallo spagnolo buscar, di origine celtica.

2 Dal latino cras, proprio quello che compare nel testo della tavola.

3 Pasuli nel dialetto neretino non sono solo i fagioli ma metaforicamente anche i testicoli del pollo. Non escluderei che nel proverbio ci sia un riferimento proprio a quest’ultimo significato, poiché non mi pare credibile che la cultura popolare potesse attribuire poco valore proprio al legume che aveva un ruolo fondamentale nella sua alimentazione.

4 Errore di stampa per vespere mus; il topo che svolazza di sera è il pipistrello, nella tavola raffigurato in alto a sinistra.

 

La donna nella saggezza popolare salentina

La donna nella saggezza popolare

LU DITTERIU

Il popolo, quando parla, sentenzia

di Piero Vinsper

Unde abii redeo: torno al punto di partenza, cioè riprendo a parlare dei ditteri galatinesi, di quei proverbi che riguardano le donne e mettono in luce le loro virtù, i loro pregi e soprattutto i loro difetti.

D’altra parte

Nuddhra lingua aggiu ‘mparatu

de nuddhra sacciu nienti

ma viddhra de lu tata

sta mi scioca ‘nthr’alli dienti

Non ho imparato nessuna lingua, di nessuna so niente, ma quella di mio padre, in dialetto, mi sta giocando e ballando in bocca tra i denti.

Fèmmana culimpizzata né pe mujere né pe cagnata

Bisogna stare alla larga, ammonisce il popolo, da donne dal sedere a punta, perché oltre ad essere maliziose, sono seminatrici di zizzanie e di calunnie.

Pe’ na bbona maritata né socra né cagnata

La suocera e la cognata spesso sono artefici del cattivo andamento in un matrimonio. Loro peccano di egoismo e non tollerano la presenza di una donna estranea, che considerano come un’intrusa nella loro casa. Perciò è necessario evitarle, rinunciando ad una compagnia, che, quasi sempre, è equivoca.

Fèmmana ca lu susu si pitta è segnu ca lu sotta ffitta

Un tempo si riteneva che la donna la quale si imbellettava il viso e passava il rossetto sulle labbra fosse una donna di malaffare e desse in affitto parte del suo corpo. Immaginate voi se, oggigiorno, avesse riscontro questo proverbio. In che mondo vivremmo?

Signore de li signuri, quante cose sapisti fare! Alla fèmmana la cunucchia, allu masculu lu mmargiale

Mio buon Padre, quante cose hai saputo fare tu! Hai donato alla donna la conocchia per torcere la lana e poi filarla, all’uomo il manico della zappa per dissodare il terreno. Fuor di metafora lascio ai lettori qualsiasi altra interpretazione di questo ditteriu.

L’ommu cu lla pala e la fèmmana cu lla cucchiara

Spesso succede che in una famiglia si invertano le parti: l’uomo vuol vestire la gonnella e la donna pretende di infilare i pantaloni. E’ un controsenso, dice il popolo. Lasciamo le cose come stanno. L’uomo è nato per lavorare e dare sostentamento alla famiglia, la donna è nata per fare la massaia e per attendere alle faccende e alle cure domestiche.

Donna onurata nunn esse mai de lu talaru

Il telaio è una delle più importanti e più assidue occupazioni della donna. Il popolo da questa occupazione fa risaltare l’onestà della donna. Infatti colei che ci tiene al suo onore, che vuol essere rispettata, non fa la pettegola con le altre donne, non prende parte a certi discorsi: bada solo ai fatti suoi. La sua famiglia è tutto, il lavoro è la sua unica occupazione.

Na fèmmana e ‘na pàpara paranu ‘na chiazza

L’oca, quando starnazza, fa un chiasso infernale. Il popolo la mette insieme con la donna; la donna, infatti, per indole, è chiacchierona e troppo loquace. Quindi, unendo l’una all’altra, esse hanno la forza di creare da sole tutto quel chiasso, fastidiosissimo, che tu puoi sentire in piazza nei giorni di mercato.

La fèmmana nasuta ede puntusa, pittècula e cannaruta

Un naso grosso, lungo, appuntito, un naso aquilino deturpa la bellezza del corpo di una donna. Però per rivalsa questa donna, dice il popolo, è puntigliosa, pettegola e golosa.

Fèmmane e sarde su’ bbone quando su’ piccicche

Le donne giovani e le sardine sono molto appetibili e appetitose, mentre la fèmmana de quarant’anni, mènala a mare cu tutti li panni. Questa è una vera cattiveria verso il gentil sesso; ma un tempo, quando la donna raggiungeva quest’età, incominciava a percorrere la parabola discendente verso il tramonto della vita. Le cause erano molteplici: mettere al mondo figli e allevarli, badare alle faccende domestiche, lavorare nei campi, tessere al telaio, scarso nutrimento. Ecco perché invecchiavano precocemente. Però buttarla a mare con tutti panni, in modo che perisca più presto, sarebbe un’infamia!

Fèmmana curta, maliziusa tutta.

Non so perché il popolo si ostini a concentrare tutta la malizia su una donna di bassa statura. Forse vuol compensare la scarsa altezza con una dose abbondante di malizia? Ma se già le donne, in generale, son tutte maliziose, tanto che un altro proverbio recita: la fèmmana la sape cchiù longa de lu diàvvulu! Quest’ultimo potrebbe anche rappresentare un elogio per la donna se si rapportasse alla virtù della prudenza, di cui, è bene confessarlo, spesso le donne sono abbastanza fornite. Si tentano tanti mezzi, anche segretamente, per commettere qualche marachella all’insaputa della donna; ma lei è tanta brava a investigare, è tanta brava a darsi da fare, che scopre tutti gli altarini, viene a conoscenza di tutto e il maschio si trova impigliato nella rete come un pesce, proprio nel momento in cui pensava di averla fatta franca.

Donna bbeddhra e pulita senza dote se mmarita

La bellezza e la pulizia sono le due meravigliose attrattive di una donna. Sia l’una che l’altra sprigionano un fascino e un profumo inebriante, che conquistano i cuori. Non ha importanza se la donna sia povera: essere bella e pulita vale più della ricchezza di questo mondo. I suoi genitori non le hanno dato nulla in dote per il matrimonio? Pazienza! La bellezza, la semplicità, i nobili sentimenti bastano e avanzano.

Né fèmmana né tela a lluce de candela

Non si può esaminare alla flebile luce di una candela la qualità e il colore di una tela; puoi constatarne la consistenza e la fortezza, mai il colore. Lo stesso dicasi di colui che, al buio del tumulto di una passione, voglia giudicare una donna. E la passione per la donna ha tale potenza sul cuore dell’uomo da accecarlo fino all’aberrazione nei suoi giudizi, che meglio si potrebbero definire capricci. Volesse il cielo che i giovani, prima di apprestarsi al matrimonio, studiassero attentamente questo proverbio! Auguro loro, soltanto che li guidi non la pallida e smorta candela della passione ma la vivida luce della ragione.

In conclusione dedico quest’ultimo ditteriu alle donne: La fèmmana ede comu la menta: quantu cchiù la friculi cchiù ndora.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 

A proposito di febbraio e del freddo

di Marcello Gaballo

Il popolo salentino ha personificato anche i mesi dell’anno e da molte generazioni si tramanda questo breve raccontino, nel quale Febbraio chiede una cortesia al fratello Marzo:

frate Marzu, frate Marzu

damme tò giurni

e bbiti a ‘sta ‘ecchia cce lli fazzu!

Ca ci li giurni mia

l’abbìa tutti

facìa cuajare

lu mieru intra ‘lli ‘utti.

(fratello Marzo, fratello Marzo/ prestami due giorni dei tuoi/ e vedrai cosa farò a questa vecchia./ Avessi tutti i miei giorni/ farei congelare il vino nelle botti).

Ma a questa considerazione bisogna aggiungere anche un proverbio, che si recita a Scorrano:

Lu tàccaru cchiù gruessu

àzzalu pi marzu

(la legna più grande riservala per marzo).

Ogni commento si può risparmiare, visto che le temperature di questi giorni  confermano la secolare esperienza in fatto di metereologia.

Ancora una conferma?

Ci fribbaru no fribbarèscia

marzu mmalepensa

(se febbraio non porta il suo freddo, marzo potrebbe pensar male riguardo la sua reputazione di mese più freddo dell’anno).

Il canestraio: un artigiano contadino

angelo il canestraio 2

testo e foto di Mimmo Ciccarese

 

Il suo nome è Angelo, novantenne, ultimo dei canestrai, superstite di un’antica civiltà, quella che per intenderci ha navigato con doveroso silenzio le difficoltà del periodo fascista e gli anni del dopoguerra lavorando assiduamente senza mai desistere.

Angelo, seduto sul suo panchetto, ha tanto da rivelare mentre ordisce quei fascetti di canna finemente mondati prima di “chiudere” le bordature del paniere e ridefinire la sua simmetria con pochi e rapidi accordi delle dita. Nel frattempo, mi racconta della sua terra d’Arneo, storia vibrante di giovani braccianti in cerca di terre da abitare, spazi dove ci si sostava tra i cespi di macchia e olivastri per realizzare in fretta un pratico cesto di vimini da riempire lungo la via del ritorno con qualcosa di buono. Angelo riesamina la sagoma del suo cesto per assicurarsi che non ci sia altro da spuntare, accorcia qualche aspro spigolo qua e là, lo libera tra la stretta delle sue ginocchia e poi lo ripone lentamente sul ripiano accanto agli altri.

Il doppio intreccio eseguito dalle abili mani di Angelo
Il doppio intreccio eseguito dalle abili mani di Angelo

Ce ne sono decine di diverse dimensioni e sfumature; qualcuno è sospeso alla bacchetta di una vecchia bici, un altro si tiene al cavicchio di una vecchia scala da potatore; tutti dissimili, ogni pezzo è unico e raro, grondante di semplicità e di pregevole tradizione. Nonostante le sue mani nodose non fossero abili come un tempo e la sua vista sia diminuita, Angelo, tesse con tenacia la sua dose giornaliera di vimini e rianima il suo sentimento popolare realizzando cestini con il pensiero di regalarli.

Il suo diletto spiegato dai vecchi cestai di paese, artigiani di professione o afferrato dagli zingari camminanti nelle fiere d’ ottobre, nasce così, in modo semplice, raccogliendo lungo i fossi delle macchie e della campagna salentina, esili rametti di salice chiaro, d’olmo, polloni d’ulivo, di ginestra, di lentisco e di fresche canne.

Il fondo, mi dice Angelo, è l’ossatura a raggiera, una sorta di mandala, che permette di reggere il peso dei frutti; la sua resistenza dipende dal materiale utilizzato e dalla parsimonia spesa per costruirlo e poi aggiunge sottovoce: “con una dose di passione il cesto può venire bene anche nel suo profilo”; quando l’utilità giunge prima del suo aspetto.

Le panare capovolte sull’arco del manico, anche se vuote, sono per me, già ricolme di naturale empatia verso la terra e di nobile cultura popolare che non basterebbe un solo racconto per descriverli. Si riconosce la specie del giunco dal suo profumo, l’elasticità della sua fibra dal momento in cui si coglie, quando è ben lignificata, nel periodo invernale, perché il vimine deve strizzare senza spezzarsi, per essere tessuto, accavallato lungo i lati, sovrapposto o rivoltato tante volte. Spesso, dopo una scrupolosa stagionatura, si ripone il fascetto o il vimine da lavorare, in un bacile d’acqua, per alcuni giorni, per ravvivarlo e ammorbidirlo al punto giusto, prima dell’intreccio che raddoppia la sua compattezza.

la bordatura del canestro
la bordatura del canestro

I salentini lo chiamano panaru (paniere) o panareddrha, quando si tratta di un paniere per la merenda o ancora caniscia, per la raccolta del tabacco o della biancheria, tipico prodotto artigianale della zona di Castrì di Lecce o di Acquarica del Capo dove vi è ancora l’occasione di ritrovare il bravo intrecciatore. L’intreccio delle fibre vegetali si perde nella notte dei tempi, sin dal neolitico ai giorni nostri, il suo utilizzo è unanime, adatto per ogni circostanza: per raccogliere le drupe e i legumi, per lo stoccaggio del grano, per portare cibi caldi ai contadini tra campi o annodato a una fune per salire su il pane.

Lu panaru in particolare era lo strumento che accompagnava le donne “allu rispicu”, cioè alla spigolatura delle ultime olive cadute sottochioma o per la raccolta delle dolci “racioppe” piccoli racemi scordati sul ceppo dopo la vendemmia.

Legati allu panaru sono i cicli della stagione invernale che invita a zappare e potare in gennaio per avere un buon raccolto, “zzappa e puta te scinnaru se uei bbinchi lu panaru”, o che indicano la piovosità di febbraio come buon auspicio, “l’acqua te fibbraru te inche lu panaru”. Pittoreschi invece i detti che ricordano il sentimento non ricambiato e il tradimento continuato, “l’amore luntanu è comu l’acqua intra lu panaru” e “ puerti cchiu corne tie ca nu panaru te municeddrhe!

“Mìntere fiche allu panaru” (aggiungere fichi al paniere) “culare come nu panaru” (fare acqua da tutte le parti) o “perdere filippu e panaru” (perdere il paniere ed altro)  sono ancora modi di dire in grado di rievocare il quotidiano della civiltà salentina. Auguriamoci allora che il valore di questa espressione rurale sia condivisa perché una simbiosi così affettiva con le piante, non può che non essere recuperata e tramandata.

Le zucchine e i loro fiori nella cucina salentina

di Massimo Vaglio

Una volta tanto la giustamente avversata globalizzazione ha provocato un effetto collaterale positivo. Infatti, grazie all’acquisizione da parte delle giovani generazioni dell’americanissima festa di Halloween, è tornata un po’ in auge la coltivazione delle zucche, e si rileva anche la riscoperta di tante ricette dimenticate ed un rinnovato  interesse per questi, come vedremo, utilissimi quanto bistrattati ortaggi.

Prima, però occorre fare un po’ di chiarezza nella non sempre semplicissima materia botanica. Facile infatti dire zucca, ma bisogna sapere che sotto questa banale denominazione ricadono ben novanta distinti generi e un numero di specie stimato intorno al migliaio. Negli orti italiani, si coltivano numerose varietà di zucche e zucchette, di cui si utilizzano come ortaggio i frutti quando sono completamente maturi, ossia le zucche; oppure, quando sono ancora teneri e non del tutto ingrossati, ovvero le zucchette meglio note come zucchine.

Si tratta di varietà orticole derivate da alcune specie appartenenti al genere Cucurbita e alla famiglia delle Cucurbitaceae. Le varietà di zucca universalmente più diffuse sono quelle derivate dalla Cucurbita maxima. Si riconoscono per il portamento delle piante che sono sarmentose o rampicanti con frutti generalmente molto grossi, globosi, schiacciati ai poli, lisci, costoluti o bitorzoluti.

Altre zucche molto interessanti e saporite sono quelle derivate dalla Cucurbita moschata, queste sono ugualmente sarmentose e danno luogo all’emissione di frutti molto grandi, cilindrici, diritti o leggermente ricurvi e maggiormente ingrossati all’apice ove sono contenuti i semi.

Le zucchette, sono invece il prodotto della Cucurbita pepo, che si distingue facilmente dalle altre specie per il portamento cespuglioso e i frutti cilindrici e dai piccioli tipicamente quadrangolari che si raccolgono rigorosamente quando sono immaturi, lunghi al massimo 20-25 cm e di 2-4 cm di diametro.

Oggi nel Salento,  un po’ come dovunque, impera la coltivazione delle zucchette, effettuata sopratutto in coltura protetta ossia sotto piccoli tunnel di polietilene o in serra, quindi disponibili ormai tutto l’anno. Ciò, ha portato gradatamente i consumatori ad orientarsi pressoché esclusivamente verso il consumo degli sciapiti frutti di quest’ultima specie di cui sono state selezionate numerose varietà orticole, tutte ugualmente sciapite, indistintamente appellate zucchine anche se  distinguibili fra loro per la colorazione esterna dei frutti che può variare dal verde al grigio nerastro al bianco giallognolo. Una vera rivoluzione nelle abitudini alimentari dei salentini, che sino a qualche decennio addietro non conoscevano affatto le zucchette, ma consumavano in luogo di queste esclusivamente i saporiti frutti teneri della cosiddetta cucuzza te jernu o ‘ngìnuese (genovese), prodotti da antichi ecotipi locali derivati dalla su citata Cucurbita moschata. Questi erano disponibili però solo in estate; in inverno, seguendo i tempi della natura, si consumavano le grandi zucche mature della medesima specie  orticola.

Gli enormi frutti della Cucurbita maxima, l’altra specie tradizionalmente coltivata, erano denominati cucuzze te uei (zucche da buoi) e serbate, come ricorda Vittorio Bodini, sui cornicioni delle bianche case e delle masserie salentine, erano destinate pressoché esclusivamente all’alimentazione del bestiame.

Ma torniamo alle nostre ‘ngìnuesi. Di queste, equivalenti vegetali del proverbiale maiale, non si buttava via nulla: i tralci e i germogli teneri venivano consumati stufati alla stregua delle cime di rapa; i fiori, tanto quelli femminili, quanto quelli maschili (fiuri camaci), anch’essi stufati, in frittata o fritti in pastella. Numerosissimi, gli usi della polpa, ammannita nei più svariati modi compresi dolci e canditi; i semi, salati e tostati, costituivano lu passatiempu, uno snack gradito da grandi e bambini e persino la coriacea scorza veniva utilizzata per  preparare una sorta d’appetitosa scapece autarchica.

Vista la moltitudine di ricette tradizionali che la vedono protagonista, l’apprezzamento dei salentini per la zucca, sembrerebbe un amore storico e incondizionato, se insieme alle ricette non ci fossero pervenuti una serie di folcloristici detti e adagi tutti univocamente poco lusinghiero nei confronti della stessa, tra questi:

–         Ccònzala comu oi, sempre cucuzza rimane.

–         Cucinala comu oi, sempre cucuzza ete.

–         La cucuzza nu ttira e no ttuzza, e se no lla sai ccunzare, no se pote mangiare; ma se la cconzi bona, tira, tuzza e sona, però ci vene unu cu tuzza, no dire ca sta mangi cucuzza.

–         Puru cucuzza, ma ccunzata bbona.

–         La fatia si chiama cucuzza, a tie te fete e a mie me puzza.

La motivazione di quest’insolito sprezzo nei confronti di un così munifico ortaggio, risorsa a dir poco strategica nei magri inverni di una volta, trova giustificazione nel fatto che quando di apriva una grossa zucca, onde evitare che andasse a male, questa ritornava per più giorni sullo stesso desco e il suo sapore dolciastro, certamente grato, ma alla lunga stucchevole, finiva per stancare. Indubbiamente, un peccato d’irriconoscenza nei confronti di questi ortaggi, che offrono eccezionali quantità di carotenoidi, carboidrati complessi, potassio e vitamine de gruppo B. Come altri ortaggi ricchi di carotenoidi le zucche hanno dimostrato un elevato effetto protettivo nei confronti di molti tumori e in particolare di quello ai polmoni. Ma le proprietà salutari non si fermano qui, i semi di zucca infatti sono ricchissimi di elementi nutritivi e sono un’ottima fonte di acidi grassi essenziali, proteine e minerali. Ormai da tempo vengono usati dai naturopati per curare i disturbi della prostata grazie al loro contenuto di acidi grassi e di zinco, mentre la medicina popolare, li ha sempre usati come potenti antielmintici, efficacissimi per espellere i parassiti intestinali, specialmente elminti o vermi. Inoltre, dai semi zucca, e in particolare da quelli prodotti dalla zucca stiriana (Cucurbita pepo L. convar, citrullina var. styriaca), che ha la particolarità di produrre semi senza buccia, si ricava un olio molto interessante, contenente ca. l’80% di grassi insaturi, di cui il 50-60% polinsaturi.

Coltivata in tutto il mondo la zucca trova spesso impiego anche come oggetto divenendo: fiasca, borraccia, salvagente, ciotola, soprammobile, strumento musicale e addirittura spugna (zucca luffa).

E’ l’Italia il paese che rende ad essa maggior onore con una serie infinita di piatti ormai celeberrimi, come i cappellacci ferraresi e i tortelli mantovani che partiti dalle nebbiose valli padane, insieme ai risotti dai cromatismi solari, hanno via via conquistato i palati di mezzo mondo, insieme altre buone quanto misconosciute specialità quali i canditi di zucca, ingredienti insostituibili, della celeberrima cassata siciliana.

Il Salento, che in quanto a fantasia gastronomica non è sicuramente secondo a nessuno, si difende bene con un bel carnet di originali specialità fra le quali la cucuzzata, un gustoso, originalissimo pane condito.

Cucuzzata

Ingr. : 1 kgdi farina di grano duro, 500 g di zucca genovese o di zucchine della stessa varietà, cipolle, olive nere in concia, pomodorini,1 dl d’olio dei frantoi salentini, 2 cubetti di lievito di birra, peperoncino, origano acqua sale.

E’ una specialità originaria di Santa Cesarea Terme e dei paesini del suo interland, soprattutto di Vitigliano, che ogni anno in Agosto gli dedica un’affollata sagra. Preparate un trito con la zucca, le cipolle e i pomodorini, unitelo alla farina e impastate unendo l’olio, tutti gli altri ingredienti  e l’acqua sino ad ottenere un impasto piuttosto omogeneo. Lasciatelo riposare in ambiente tiepido e senza correnti d’aria. Trascorsa qualche ora, rimpastatelo sino a renderlo perfettamente liscio, omogeneo ed elastico. A questo punto staccate dei pezzi di pasta di due- trecento grammi, formate dei panetti e poneteli in forno a legna ben caldo per una ventina di minuti.

Cucuzza a scapece

Ingr. : zucca genovese, pane grattugiato, olio dei frantoi salentini, aceto, aglio e menta.

Nettate la zucca dalla scorza, tagliatela a fette spesse un dito e larghe due e lessatele in abbondante acqua salata. Una volta cotte, ma ancora sode si sgocciolano e sistemano in una terrina, cospargendole a strati con mollica di pane raffermo grattugiata, aglio e foglioline di menta. Lasciate macerare per almeno un paio di giorni prima di servire. Una seconda versione, decisamente meno soft, prevede che la zucca venga fritta invece che lessata.

Cucuzza cu la ricotta schianta

Ingr. : 1 kg di zucca, una manciata di olive Celline di Nardò in concia tradizionale, un pugnetto di capperi sott’aceto, una grossa cipolla,1 dld’olio dei frantoi salentini, tre quattro acciughe, ricotta forte q.b. , peperoncino, sale.

In una casseruola, con un filo d’olio sul fondo, fate  imbiondire leggermente la cipolla, unite la zucca (preferibilmente zucca genovese) nettata e ridotta a dadini, quando questa sarà quasi cotta unite le olive, i capperi e il peperoncino facendo stufare a fiamma bassa, a cottura unite qualche cucchiaino di ricotta forte stemperata in acqua calda, aggiustate di sale se c’è ne fosse bisogno e servitela ben calda.

Fiori di zucca fritti 

Ispezionate e lavate delicatamente i fiori di zucca, lasciateli scolare riponendoli all’ingiù in un colapasta, eliminate il peduncolo e il pistillo e calateli in una pastella preparata con uova e farina o più semplicemente con farina, acqua e lievito. Friggeteli in olio di frantoio bollente e serviteli ben caldi.

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Fiori di zucca e cozze fritti

Se volete preparare una leccornia buona quanto semplice nettate i fiori di zucca eliminando il peduncolo e il pistillo, calateli nella pastella insieme a delle cozze liberate a crudo dalle valve e spolverizzate di pepe nero macinato al momento e mescolate bene. Versate il preparato a cucchiaiate in olio d’oliva ben caldo sino a quando le frittelle non avranno ottenuto un’invitante colorazione dorata. Ponete le frittelle ottenute su della carta assorbente a cedere l’unto in eccesso e servitele ben calde.

Fiori di zucca farciti 

Scegliete dei fiori di zucca freschissimi e sani, sciacquateli uno ad uno ispezionando l’interno;  farciteli ognuno con una listarella di mortadella o prosciutto cotto e una listarella di caciocavallo o scamorza e friggeteli. Oppure sempre con mozzarella o scamorza insieme ad un filetto di pomodoro pelato condito con olio, sale e origano e un paio di capperi sott’aceto. Quindi immergeteli delicatamente nella pastella e friggeteli in olio vergine di frantoio. Poneteli su della carta assorbente a cedere l’unto e serviteli ancora caldi.

Zucca candita

Ingr. :2 kgdi polpa di zucca,1 kgdi zucchero, 1 lt d’acqua, 15 gr di sale.

Affettate la polpa di zucca ricavandone una decina di pezzi, ponetela cuocere in abbondante acqua.

Intanto, preparate uno sciroppo, mescolando insieme lo zucchero, il sale e l’acqua. Fate bollire lo sciroppo per 5 minuti, appena la zucca sarà cotta al dente, cacciatela dall’acqua di cottura e immergetela nello sciroppo caldo e fate sobbollire il tutto, adagio, in modo che la zucca completi la cottura e allo stesso tempo assorba più zucchero possibile. La zucca sarà pronta quando apparirà quasi trasparente. A questo punto levatela dal fuoco e lasciatela intiepidire nel suo stesso sciroppo. Quando è quasi fredda, togliete i pezzi dallo sciroppo e ponete questo sul fuoco a bollire ancora per qualche minuto. Levatelo nuovamente dal fuoco, unite i pezzi di zucca e lasciateveli raffreddare. Quando saranno freddi, toglieteli dallo sciroppo e fateli asciugare in un luogo arieggiato, per una giornata. Infine tagliate i pezzi di zucca a dadini, a losanghe o in altre forme a piacere e inzuccherateli. Conservate i canditi così ottenuti in vasi di vetro a chiusura ermetica.

 

Dal Salento, il buon parroco, ‘u strazzatu e un pittogramma

 Rockwell_Hobo

 di Rocco Boccadamo

 

Qualche tempo fa, il parroco di un paese di queste vicinanze, nato, cresciuto e in servizio esclusivamente nel Basso Salento, celebrando la Messa domenicale, ha introdotto la sua omelia con un saggio in dialetto locale così recitante: “U cane se mmina sempre allu strazzatu”.

In tal modo, il prevosto intendeva richiamare l’attenzione dei fedeli su un evento sfavorevole occorsogli fra capo e collo. Ossia a dire che, dopo un precedente ma non lontano guasto all’impianto elettrico della chiesa, costato non poco, in quei giorni era andato in tilt anche l’apparato dei microfoni e altoparlanti e, quindi, ne sarebbe derivato un ulteriore non indifferente onere.

Stringendo, il buon curato si affidava alla generosità delle sue pecorelle, sensibilizzandole apertamente a elargire qualche offerta più consistente, sì da poter affrontare l’aggravio finanziario aggiuntivo.

Indubbia e acuta l’abilità del pastore nel cercare di far breccia e raggiungere il suo obiettivo attraverso il ricorso a un vecchio detto popolare, per giunta nella lingua locale: poche parole e però intrise di notevole espressività, grazie al particolare abbinamento di soggetti e alla situazione o azione fra gli stessi intercorrente, l’amico fedele dell’uomo aduso e intento a infierire addosso a un poveraccio.

Questo l’antefatto, insolito e colorito, inanellatosi, diciamo così, dal pulpito di una parrocchia.

Guarda caso, il seguito laicamente correlato è che, io, ho appena partecipato a un work shop sul tema “Rapporto tra visual e open data” e, verso la fine delle lezioni, il docente, un famoso graphic designer, in mezzo a una serie d’immagini proiettate su un grande schermo, ha presentato anche un bellissimo crittogramma, allegato, con la didascalia, giustappunto, “cane che assalisce un barbone”.

A mio avviso detta scena si coniuga mirabilmente e perfettamente con l’antico saggio in dialetto salentino d’inizio omelia, segnando un’armonica fusione fra parole e immagini, dall’altare di una chiesa di paese a un’aula didattica, per la precisione con docente anglo americano.

Invernali proverbi in salentino: un pretesto per fare un confrontino …

di Armando Polito

1

La zzappoddha ti scinnaru

ti ènchie lu cranaru.

La zappetta di gennaio

ti empie il granaio

 

Metrica: due ottonari a rima baciata.

 

2

Fibbraru: mienzu toce e mmienzu maru.

Febbraio: mezzo dolce e mezzo amaro

 

Metrica: un endecasillabo in cui la musicalità è affidata alla rima, per quanto imperfetta, che coinvolge la parola iniziale e quella finale. Si tratta di una tecnica collaudata; un altro esempio: Pàssari: azza li manu e llàssali! (Passeri: alza le mani e lasciali!)

3

Tanta nègghia ti scinnaru,

tanta nee ti fibbraru.

Tanta nebbia di gennaio,

tanta neve di febbraio.

 

Metrica: due ottonari a rima baciata.

 

4

Ci scinnaru no sscinnarèscia, fibbraru male pensa.

Se gennaio non si comporta da gennaio (in una parola, se esistesse,  gennaieggia), febbraio pensa male.

 

Metrica: è l’unico detto, tra i quattro, in prosa. Non mancano altri esempi ma qui la scelta può essere stata indotta dal neologismo scinnarèscia (con cui si chiudeva il probabile novenario, verso già “irregolare” rispetto al più consueto ottonario) per il quale era difficile trovare alla fine della seconda parte (che così com’è, cioè un settenario, tradisce questa difficoltà irrisolta) una parola in rima.

 

Da notare come nei due ultimi proverbi gennaio e febbraio sono trattati quasi come colleghi, accomunati non solo da fenomeni atmosferici tipicamente invernali (nebbia/neve) ma dall’attribuzione di sentimenti e comportamenti umani, per cui, se gennaio non fa il suo consueto dovere climatico, febbraio si sente quasi tradito dal collega e magari sospetta una sorta di captatio benevolentiae da lui esercitata sull’uomo.

 

Termina qui il pretesto e comincia il confrontino che propone come termine di paragone, in rapporto al tema,  non una poesia in italiano (c’è, però, come vedremo, un’eccezione) ma cinque stampe d’epoca, addirittura francesi, custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia, da cui le ho tratte1. Volta per volta trascriverò le didascalie e aggiungerò in calce o in nota qualche osservazione.

1) Stampa di Jacques Callot (1592-1635)

L’autore della stampa è francese, ma il testo della didascalia è in italiano.

 

Metrica: tre quartine di di quattro endecasillabi con rime ABBA/CDDC/EFFE Da notare nella prima quartina la parola-rima cielo.

Tra la seconda e la terza quartina si legge Ioseppe del Sarto excudit (Giuseppe del Sarto stampò). Di Osio per ozio ho trovato una sola ricorrenza; piovioso per piovoso, genaro per gennaio e trappassare per trapassare sono, invece, abbastanza frequenti nell’italiano dei secoli passati2.

 

2) Stampa di Nicolas Guérard (1648-1719?)

Notevole la somiglianza con le pagine di alcuni calendari di oggi. Segue la trascrizione dei testi e la loro traduzione.

 

3) Stampa di Gregoire Huret (1609-1670)

Sono due quartine di dodecasillabi. Per quanto riguarda la scrittura da notare nella prima quartina ordonnees invece di ordonnées, volupte invece di volupté per esigenze metriche (il dodecasillabo tronco avrebbe dovuto avere undici sillabe), due volte a preposizione per ànectarees invece di nectarées e nella seconda l’estè invece di l’été; da notare ancora dal punto di vista metrico la rima imperfetta tra volupte e leste (se fosse stata perfetta la sequenza delle rime sarebbe stata ABBA) nella prima quartina e tra triompher e chauser  nella seconda (se fosse stata perfetta avremmo avuto CDCD).

 

4) Stampa di Joachim von Sandrart (1606-1688)

 

5) Stampa di Jean Audran (1667-1756)

 

Sarà solo una coincidenza ma mi sembra che rappresenti un buon pretesto per chiudere, come avevo aperto, con il nostro dialetto: il becco esposto al vento mi ricorda tanto lu scorciacapre, per il quale rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/07/dialetto-ed-etimologie-nella-cronaca-di-una-giornata-invernale/

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1 Per chi fosse interessato a fruirne in alta definizione:

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84958211.r=%22l%27hiver%22.langEN

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8407524c.r=%22l%27hiver%22.langEN

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84352694.r=%22l%27hiver%22.langEN

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84054371.r=%22l%27hiver%22.langEN

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8531153x.r=%2-2l%27hiver%22.langEN

La procedura per acquisirle al massimo della definizione (utile per una stampa in A4) è piuttosto complicata ma sono pronto a spiegarla dettagliatamente a chiunque ne fosse interessato, ricordando che l’eventuale utilizzo non dev’essere a scopo di lucro.

2 Simone da Cascina (XIV-XV secolo), Colloquio spirituale: … rimovendo da te la negrigenza, pigrisia e osio … (cito dall’edizione on line Biblioteca italiana, 2006).

Giornale di agricoltura, arti e commercio, tomo I, fascicolo III, Giugno 1821, pag. 101: … quando sia stato raccolto in tempo piovioso …; Gaetano Giordani, Della venuta e dimora in Bologna del Sommo Pontefice Clemente VIII per la coronazione di Carlo V Imperatore celebrata l’anno MDXXX, Fonderia e tipografia governativa, Bologna, 1842, pag. 60: … al ventidoi del detto martedì che fu alquanto piovioso … ; Commentarj di Napoleone, s. n., Bruxelles, 1828, volume VI, pag. 106: Il tempo essendo piovioso …; credo, invece, che sia un errore di stampa il pioviso che si legge in Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti, volume CXI, Tipografia delle belle arti, Roma, 1847, pag. 50: Ciò avvenne in giorno pioviso … Piovioso deriva da piovia (attestato in parecchie cronache medioevali) diretto discendente del latino pluvia(m)=pioggia.

Giovanni Padovani, Della computatione de tempi, Girolamo Discepolo, Verona, 1590, pag. 40: Io voglio aver la Epatta per il mese di Genaro dell’anno 1590.

Relatione delle vittorie ottenute dal Serenissimo Principe di Piemonte, Marc’Antonio Bellone, Carmagnola, 1617, pag. 3: La notte delli 27 di Genaro …

Panfilo di Renardini, Innamoramento di Ruggeretto, Giovanni Antonio dalla Carra, Venezia, 1555,  canto XVII, ottava L, verso 1, pag. 88: Oltra trappassa il Cavallier ardito; Leonardo Bruni, La prima guerra di Cartaginesi con Romani di M. Lionardo Aretino, Giolito de Ferrari, Venezia, 1545, pag. 25: … quando le hebbe trappassate …  

 

Buon Natale con tre vecchi proverbi, ma non a tutti …

di Armando Polito

Giotto, La Natività di Gesù, Cappella degli Scrovegni, Padova immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Giotto_di_Bondone_-_No._17_Scenes_from_the_Life_of_Christ_-_1._Nativity_-_Birth_of_Jesus_-_WGA09193.jpg
Giotto, La Natività di Gesù, Cappella degli Scrovegni, Padova
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Giotto_di_Bondone_-_No._17_Scenes_from_the_Life_of_Christ_-_1._Nativity_-_Birth_of_Jesus_-_WGA09193.jpg

L’immagine di testa sarà pure scontata ma preferisco di gran lunga Giotto al G8. E, dopo questo battuta da premio Ignobel, passo subito ai proverbi.

 

 

Divenuto obsoleto nell’epoca del cosiddetto benessere e dei correlati consumismo, sperpero, apparire, il detto è tornato ad essere prepotentemente attuale ai giorni nostri.  Il nihil sub sole novum (niente di nuovo sotto il sole) e i famosi corsi e ricorsi storici del Vico che qualche cinico, spacciandosi per realista, ha già messo in campo con la rassicurazione di un futuro migliore che sarebbe dietro l’angolo di casa e non, come quello cristiano, del cielo,  non servono certo a consolare le vittime della situazione, meno ancora a risolverla. Quel cinico (con valore collettivo …) al quale chi ci ha creduto ha conferito (ammesso che il conferimento ci sia stato e sia stato legittimo …) l’onere di rappresentarlo dovrebbe almeno, in un sussulto di rispetto per gli altri e per se stesso, rinunziare a lanciare i soliti melensi messaggi di ogni fine d’anno. Alle banalità  snocciolate una dietro l’altra le persone, quelle serie (e tra queste sicuramente e soprattutto coloro che nemmeno a Natale mangeranno carne), gradirebbero il silenzio.

 

 

Il senso letterale dell’ultimo proverbio mi è chiaro, quello profondo meno. L’unica spiegazione di cui sono capace è di natura etimologica (e ti pareva! …). Sabbat in ebraico significa cessazione dal lavoro e i contadini di un tempo onoravano rigorosamente solo la domenica ma lavoravano dall’alba al tramonto (e qualcuno, come vedremo, anche oltre) nei restanti giorni della settimana. Nel leopardiano Il sabato del villaggio questa realtà è impersonata dalla donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole (e in campagna non si era certo recata mezzora prima a catturare farfalle col retino …), dal riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore e da odi il martel picchiare, odi la sega del legnaiuol, che veglia nella chiusa bottega alla lucerna, e s’affretta, e s’adopra di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba. Insomma, quando il pane bisognava guadagnarselo quotidianamente, se il Natale cadeva di sabato si era obbligati a non lavorare per due giorni consecutivi; perciò, per poter mangiare, era necessario vendersi il cappotto.

Anche questo detto, purtroppo, è ritornato attuale e, pensando a chi non riesce più a procurarsi giornalmente un tozzo di pane, sono costretto a ribadire le riflessioni ispiratemi dal primo. Sarebbe bello che in tempi brevi entrambi ridiventassero, almeno parzialmente, obsoleti; l’ironia del destino ha voluto, però, che fosse il secondo a diventarlo, forse per sempre, con i nefasti cambiamenti climatici in atto.

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1 Per l’etimo di ccambarare vedi la nota 1 del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/26/tre-antichi-detti-pasquali-e-squillano-le-diverse-campane-etimologiche-2/

2 Per l’etimo di muttulosa e per il commento all’intero detto vedi la nota 4 dello stesso post al link prima indicato.

3 Credo che qui cappa (indumento dei nobili e degli ecclesiastici) stia nel senso toscano di cappotto. La scelta può essere stata indotta, forse inconsapevolmente dal fatto che cappotto (in dialetto cappottu) è accrescitivo di cappa e che in un comune giudizio di valore è più facile che prevalga la quantità sulla qualità e non viceversa. Non escluderei anche un’insospettabile ma istintiva raffinatezza metrica per fare in modo che anche il secondo verso fosse, come il primo, un endecasillabo (con dialefe, cioè considerando, così come si vedono, due sillabe distinte la –a di cappa e la successiva e). C’è da dire che il verso sarebbe lo stesso stato un endecasillabo con cappottu al posto di cappa, ma in questo caso si sarebbe dovuto fare i conti con la sinalefe, cioè considerare un’unica sillaba la -u di cappottu e la successiva e, operazione meno semplice e  intuitiva della prima.

 

La donna nella saggezza popolare salentina

La donna nella saggezza popolare

LU DITTERIU

Il popolo, quando parla, sentenzia

di Piero Vinsper

Unde abii redeo: torno al punto di partenza, cioè riprendo a parlare dei ditteri galatinesi, di quei proverbi che riguardano le donne e mettono in luce le loro virtù, i loro pregi e soprattutto i loro difetti.

D’altra parte

Nuddhra lingua aggiu ‘mparatu

de nuddhra sacciu nienti

ma viddhra de lu tata

sta mi scioca ‘nthr’alli dienti

Non ho imparato nessuna lingua, di nessuna so niente, ma quella di mio padre, in dialetto, mi sta giocando e ballando in bocca tra i denti.

Fèmmana culimpizzata né pe mujere né pe cagnata

Bisogna stare alla larga, ammonisce il popolo, da donne dal sedere a punta, perché oltre ad essere maliziose, sono seminatrici di zizzanie e di calunnie.

Pe’ na bbona maritata né socra né cagnata

La suocera e la cognata spesso sono artefici del cattivo andamento in un matrimonio. Loro peccano di egoismo e non tollerano la presenza di una donna estranea, che considerano come un’intrusa nella loro casa. Perciò è necessario evitarle, rinunciando ad una compagnia, che, quasi sempre, è equivoca.

Fèmmana ca lu susu si pitta è segnu ca lu sotta ffitta

Un tempo si riteneva che la donna la quale si imbellettava il viso e passava il rossetto sulle labbra fosse una donna di malaffare e desse in affitto parte del suo corpo. Immaginate voi se, oggigiorno, avesse riscontro questo proverbio. In che mondo vivremmo?

Signore de li signuri, quante cose sapisti fare! Alla fèmmana la cunucchia, allu masculu lu mmargiale

Mio buon Padre, quante cose hai saputo fare tu! Hai donato alla donna la conocchia per torcere la lana e poi filarla, all’uomo il manico della zappa per dissodare il terreno. Fuor di metafora lascio ai lettori qualsiasi altra interpretazione di questo ditteriu.

L’ommu cu lla pala e la fèmmana cu lla cucchiara

Spesso succede che in una famiglia si invertano le parti: l’uomo vuol vestire la gonnella e la donna pretende di infilare i pantaloni. E’ un controsenso, dice il popolo. Lasciamo le cose come stanno. L’uomo è nato per lavorare e dare sostentamento alla famiglia, la donna è nata per fare la massaia e per attendere alle faccende e alle cure domestiche.

Donna onurata nunn esse mai de lu talaru

Il telaio è una delle più importanti e più assidue occupazioni della donna. Il popolo da questa occupazione fa risaltare l’onestà della donna. Infatti colei che ci tiene al suo onore, che vuol essere rispettata, non fa la pettegola con le altre donne, non prende parte a certi discorsi: bada solo ai fatti suoi. La sua famiglia è tutto, il lavoro è la sua unica occupazione.

Na fèmmana e ‘na pàpara paranu ‘na chiazza

L’oca, quando starnazza, fa un chiasso infernale. Il popolo la mette insieme con la donna; la donna, infatti, per indole, è chiacchierona e troppo loquace. Quindi, unendo l’una all’altra, esse hanno la forza di creare da sole tutto quel chiasso, fastidiosissimo, che tu puoi sentire in piazza nei giorni di mercato.

La fèmmana nasuta ede puntusa, pittècula e cannaruta

Un naso grosso, lungo, appuntito, un naso aquilino deturpa la bellezza del corpo di una donna. Però per rivalsa questa donna, dice il popolo, è puntigliosa, pettegola e golosa.

Fèmmane e sarde su’ bbone quando su’ piccicche

Le donne giovani e le sardine sono molto appetibili e appetitose, mentre la fèmmana de quarant’anni, mènala a mare cu tutti li panni. Questa è una vera cattiveria verso il gentil sesso; ma un tempo, quando la donna raggiungeva quest’età, incominciava a percorrere la parabola discendente verso il tramonto della vita. Le cause erano molteplici: mettere al mondo figli e allevarli, badare alle faccende domestiche, lavorare nei campi, tessere al telaio, scarso nutrimento. Ecco perché invecchiavano precocemente. Però buttarla a mare con tutti panni, in modo che perisca più presto, sarebbe un’infamia!

Fèmmana curta, maliziusa tutta.

Non so perché il popolo si ostini a concentrare tutta la malizia su una donna di bassa statura. Forse vuol compensare la scarsa altezza con una dose abbondante di malizia? Ma se già le donne, in generale, son tutte maliziose, tanto che un altro proverbio recita: la fèmmana la sape cchiù longa de lu diàvvulu! Quest’ultimo potrebbe anche rappresentare un elogio per la donna se si rapportasse alla virtù della prudenza, di cui, è bene confessarlo, spesso le donne sono abbastanza fornite. Si tentano tanti mezzi, anche segretamente, per commettere qualche marachella all’insaputa della donna; ma lei è tanta brava a investigare, è tanta brava a darsi da fare, che scopre tutti gli altarini, viene a conoscenza di tutto e il maschio si trova impigliato nella rete come un pesce, proprio nel momento in cui pensava di averla fatta franca.

Donna bbeddhra e pulita senza dote se mmarita

La bellezza e la pulizia sono le due meravigliose attrattive di una donna. Sia l’una che l’altra sprigionano un fascino e un profumo inebriante, che conquistano i cuori. Non ha importanza se la donna sia povera: essere bella e pulita vale più della ricchezza di questo mondo. I suoi genitori non le hanno dato nulla in dote per il matrimonio? Pazienza! La bellezza, la semplicità, i nobili sentimenti bastano e avanzano.

Né fèmmana né tela a lluce de candela

Non si può esaminare alla flebile luce di una candela la qualità e il colore di una tela; puoi constatarne la consistenza e la fortezza, mai il colore. Lo stesso dicasi di colui che, al buio del tumulto di una passione, voglia giudicare una donna. E la passione per la donna ha tale potenza sul cuore dell’uomo da accecarlo fino all’aberrazione nei suoi giudizi, che meglio si potrebbero definire capricci. Volesse il cielo che i giovani, prima di apprestarsi al matrimonio, studiassero attentamente questo proverbio! Auguro loro, soltanto che li guidi non la pallida e smorta candela della passione ma la vivida luce della ragione.

In conclusione dedico quest’ultimo ditteriu alle donne: La fèmmana ede comu la menta: quantu cchiù la friculi cchiù ndora.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 

Tre antichi detti pasquali e squillano le diverse campane etimologiche…

di Armando Polito

Campana pasquale, olio su tela di Ettore Goffi

TUMENICA SO’ LLI PARME

E ALL’ADDHA PANE E CARNE.

La prossima domenica è quella delle Palme e nella successiva (mangeremo) pane e carne.

Due ottonari che ad un’epoca di trionfante consumismo e peccaminoso spreco trasmettono il ricordo di tempi in cui il consumo della carne (e non solo per motivi religiosi..) era un fatto eccezionale e, comunque, riservato solo alle grandi, pochissime (allora…)  occasioni.

 

CI HA CCAMBARATU1 SCAMBARA2, CA NARDÒ PARMISCIA3 

Se hai mangiato carne interrompendo il digiuno quaresimale riprendilo, perché a Nardò si comincia a festeggiare la domenica delle Palme.

La struttura, pur prosastica, ha una sua musicalità dovuta alla figura etimologica (ccambaràtu/scàmbara) ed all’allitterazione di m e di r. Il detto rientra nelle manifestazioni del campanilismo più o meno sano di un tempo: si narra che una volta a Galatone gli abitanti festeggiavano per errore la Pasqua, mentre i Neretini celebravano la festa delle Palme; accortisi dell’errore, i Galatonesi fecero passare un banditore che li invitava a riprendere il digiuno. Errore in buona fede (Galatone-Nardò 0-1) o furbizia alimentata dalla indisponibilità al sacrificio (per quanto moralmente discutibile, Galatone-Nardò 1-0)?

CI VUEI CU BBITI ‘N’ANNATA CURIOSA

NATALE SSUTTU E PASCA MUTTULOSA4

E ALLORA SÌ LA MASSARA È PUMPOSA!

Se vuoi vedere un’annata strana:

Natale asciutto e Pasqua bagnata…

e allora sì la moglie del massaro è pomposa!

È una terzina di endecasillabi a rima unica. L’annata strana (pioggia non in inverno ma in primavera) preludeva ad un raccolto abbondante che rendeva particolarmente orgogliosa del suo ruolo la moglie del massaro (che, invece, nelle annate infelici, era tutta abbacchiata). L’importanza della pioggia in quel periodo ai fini di un buon raccolto è ribadita dagli altri proverbi: Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia di aprile che un carro con tutto il tiro)e Marzu, chiuèi, chiuèi, ca la terra stae co’ chiuèi (Marzo, piovi, piovi, perché la terra è dura come chiodi).

I cambiamenti climatici hanno reso obsoleto quest’ultimo detto, così come il consumismo senza freni e il dilagante edonismo, che hanno cancellato dal loro vocabolario la parola sacrificio, hanno fatto con i primi due. Urge il “passaggio” inverso. E, allora, per quel che può valere, buona Pasqua!…nella pienezza del suo significato etimologico.

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1 Ccambaràre (=mangiare di grasso) è secondo il Rohlfs (I° volume, lemma cammeràre, pag. 98) dal “greco dialettale gamarìzo”, che, aggiungo io, potrebbe essere connesso con il classico gamelìa=  banchetto nuziale; senonchè nel III° volume (pag. 906) alla voce cammeràre leggo:”L’etimo proposto, cioè il neogreco dialettale gamarìzo, appartiene ai dialetti di Creta e dell’Asia Minore, mentre la forma magarìzo ‘io mangio di grasso’ è di più larga diffusione; si confronti ancora il latino tardo camaràre ‘sporcare’. Nonostante il tempo che da qualche decennio gli dedico, di questo verbo latino (per giunta tardo, nemmeno medioevale!) non sono riuscito a trovare a tutt’oggi nessuna attestazione se non il camaràre (variante di cameràre) di Plinio (Nat. hist., X, 33) col significato inequivocabile di proteggere con qualcosa a forma di volta e che, in tutta evidenza, nulla ha a che fare col significato di sporcare.

2 Scambaràre è da ex privativo+il precedente ccambaràre.

3 Parmisciàre è audace formazione verbale con significazione temporale; l’omologo italiano, se esistesse, sarebbe palmeggiare. Ma come non ricordare il montaliano meriggiare pallido e assorto? Al di là, però, del carattere suggestivo delle evocazioni va detto che meriggiare è dal latino meridiàre come meriggio (mirìsciu in neritino) da merìdie(m)=mezzogiorno, a sua volta composto da mèdius=mezzo e dies=giorno. Risulta evidente che l’esito –iggiàre in meriggiare deriva proprio dall’intervento del sostantivo dies e non del suffisso latino –idiàre (dal greco –ìzein) che in italiano ha dato –eggiàre (favoleggiàre, saccheggiare, etc. etc.). Altrettanto chiaro è, invece, che l’-isciàre di parmisciàre è l’-idiàre latino di cui ho appena detto [tra gli innumerevoli altri esempi: scarfisciàre=cominciare a fermentare, da scarfàre=scaldare (da un latino *excalfàre a sua volta dal classico excalefàcere)+il suffisso incoativo –isciare].

4 Da muttùra=nebbia, rugiada; muttùra, a sua volta, è, secondo il Rohlfs, da mmuttàre=bagnare (voce usata non a Nardò ma a Lecce, Vernole e Squinzano), omologa dell’italiano imbottàre con cui condivide l’etimologia (da in+botte). Questa etimologia è ritenuta poco attendibile per motivi morfologici da F. Fanciullo, che propone, invece, una derivazione, insieme con il grico muntùra=rugiada, da una radice gallo-romanza *MUTT. La proposta del Rohlfs non mi appare debole dal punto di vista morfologico se si pensa a formazioni tipo calura,  dal tema di calère=aver caldo, anche se l’idea della botte come contenitore di un liquido mi pare troppo esagerata rispetto alla nebbia o alla rugiada. Io metterei in campo umittàre (umettare in italiano) dal latino humectàre=inumidire, a sua volta da humère=essere umido; trafila: umittàre>*mittùra>muttùra.

5 Vedi anche il post Noterelle di metereologia salentina di Marcello Gaballo.

I proverbi popolari

(1)
(1)

 

 

di Maria Grazia Presicce

 

Il proverbio risulta essere l’allegoria più antica usata dall’uomo per trasmettere e diffondere un insegnamento. Facendo riferimento alla sua longevità, mi piace citare un brano di Padre Carl’Ambrogio Cattaneo[2]:

 

[…] Il proverbio è un detto breve, arguto, popolare e antico, che dice poco, e spiega affai; overo accenna una cofa e di rifleffo, ne intende un’altra! […] Con la sua brevità fi accompagna l’arguzia; perché d’ordinarioil proverbio, è vibrato con qualche bella figura o metafora. Per cagion d’esempio, Prendere l’occasione a tempo; dice il proverbio Prendere la palla al balzo.[…] Il proverbio è un detto popolare e antico; cioè a dire che va da gran tempo per le bocche del popolo, e fi ufa ne’ disforfi familiari, ne’ conviti, ne’ congreffi, nelle lettere; e quanto più è ufato, è anche più autorevole, è […][3]

 

Nei proverbi sono racchiuse gocce di saggezza sintetizzate che fanno parte della tradizione di ogni popolo ed il loro contenuto è quasi sempre sintesi di un’esperienza vissuta, di fatti realmente accaduti di cui l’uomo ne faceva tesoro trasformandoli in proverbi, a cui ricorreva ogni qualvolta lo stesso avvenimento, in positivo o in negativo, si presentava. Il suo concetto racchiude l’essenza di un discorso e, questa sua brevità, fa sì che lo si ricordi con facilità e al momento opportuno lo si utilizzi.

Nel proverbio, in genere, c’è un monito a migliorarsi ed a migliorare la comunità di cui si fa parte, ed incita a far tesoro degli insegnamenti del passato per migliorare il presente ed il futuro.

L’articolo del Dottor Cosimo De Giorgi[4], recuperato da “ Il cittadino Leccese”, tratta proprio di questo argomento riferito alle abitudini dell’ alimentarsi in modo corretto. L’autore affronta l’argomento ricorrendo al proverbio, per far sì che il lettore, incuriosito, legga l’articolo e qualcosa gli rimanga come lezione, memorizzando, appunto, il proverbio!

 

 

 IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n.46, Lecce 28 Giugno 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 I nostri proverbi

 I

Una gita in ferrovia – Il popolo maestro – Due proverbi igienici sul mangiare – Il panorama della Cupa – Sancesario – Due nostri proverbi popolari.

 

E l’altro giorno m’incontrai con un tale, una vecchia conoscenza che movea alla volta di Maglie sdraiato sul divano d’un vagone, e uggito del luogo aspettare in quell’ardente fornace ch’è un treno da ferrovia esposto ai raggi solari, soprattutto in questa stagione, in questi paesi e nelle ore del pomeriggio. Era lì che leggiucchiava di mala voglia un giornalaccio politico che mi parve gli producesse l’effetto d’una ricca decozione di papavero o di camomilla. Vecchie novità le cento volte ripetute e rimesse a nuovo, come un pezzo di abete tinto a noce e ritinto a mogano; vero camaleonte sotto la penna del sciente periodicista. Eppoi, articoloni poggiati sul si dice; color equivoco né rosso, né giallo, né nero: certe corrispondenze effimere sul tipo di quelle larve d’insetti nate al mattino e il vespero già vecchie; invidiuzze reciproche, ira di campanile; una colonna per la revalente[5] miracolosa, un’altra pel mirabile Elisire; poi inserzioni, Rob[6], paste angeliche….e mille altre corbellerie di questo conio: la forma, come in genere quella degli altri suoi confratelli, molto negletta, tirata alla purchessia, ma sempre poco italiana. E la mia vecchia conoscenza se lo digeriva di mal genio pur di ammazzare quei pochi minuti prima della partenza del convoglio. Al vedermi trasalì d’un tratto, e dopo un buffo d’impazienza pel calore che lo aveva arrostito per un bel pezzo, mi venne incontro e mi disse:” oh, sei tu qui? E per dove?” – Per Corigliano, gli soggiunsi io –“ Bravo, bravo, ed io per Maglie; faremo un tratto insieme” e poi data un’occhiata all’oriuolo, un’altra al giornale che avea fra mano ed associante nel suo cervello chi sa quali idee, proseguì con queste precise parole – “ Dimmi un po’, Dottore, ci regalerai qualche altro articolo igienico, nel numero venturo del Cittadino?” – “ Oh, sì; tutt’altro che regali gli aggiunsi io, fo a fidanza con chi legge le mie povere cose, e se dovessi dar retta a quel che dicono oh, t’assicuro che la sarebbe ita a monte da un pezzo in qua – “ Senti dunque, proseguì l’interlocutore atteggiandosi a far or da Mentore; fin qui conversando igienicamente hai parlato tu solo; ma se tu ti poni ad illustrare qualcuno dei nostri proverbi popolari farai un viaggio e due servizii; vedrai come i principii d’igiene son radicati in quei detti che altri chiamano la sapienza del popolo; ed altri la più utile cosa dopo il Libro dei Libri[7]; e fornirai un alimento tanto più nutritivo quanto più assimilabile ed omogeneo alla nostra natura”

Questi due ultimi epiteti sonori, pieni di concetti, magniloquenti mi lasciarono pensoso per un momento…ma il fischio stridente della locomotiva venne in tempo a farmi riprendere il giro delle idee –

“ Sì, sì, mio buon amico, gli soggiunsi io, lo farò”

E rimasi contentone come colui che scoperchiando una tomba dell’antica Rugge[8], trova accanto a quei lunghi stinchi una bell’anfora riccamente istoriata, della quale a prima giunta non apprezza né il merito, né il valore. E andai ruminando fra me e me sulla scelta di fare fra i tanti che ne avevo sentiti nella città e nei vicini paesi.

“ I nostri vecchi, gli soggiunsi poi, che osservavano pur molto, e forse più di certi scrittori moderni, avean riconosciuto che gran parte delle malattie e proviene dall’abuso dei cibi per qualità e quantità; e che il tenere a moderata dieta lo stomaco e le intestina è una gran salvaguardia contro di esse. E con una frase enfatica dissero forse per celia – Omne malum ab Aquilone – tuttochè è di male in noi vien di tramontana. Ma essi accennavan ad un altro soffio di Borea ch’è più potente a darci addosso a farci andar giù; a quello che un grande americano traducea col dire: Ne ammazza più la gola che il cannone. E mi pare che sia un’idea così vasta ed universale, che la trovi nelle tradizioniproverbiali di tutti i popoli, con poche varianti da quelli Anglosassoni che sono i più concettosi, agli aforismi suonanti della scuola salernitana. I moderni ànno fatto un passo innanzi, e prendendo la cosa dal suo vero scopo ci hanno lasciato due precetti, che da soli valgono un intero volume d’Igiene – Si deve mangiar per vivere dice il primo, e non vivere per mangiare – ed il secondo soggiunge quasi ad esplicarne il concetto – si vive di quel che si digerisce non di quel che si mangia

Per me sta che questi due detti dovrebbero essere impressi su tutte le porte delle nostre cucine e dei nostri salottini da pranzo; e son diretti più che altro a coloro che danno tutto alle blandizie del gusto senza capire quel che avviene automaticamente nello stomaco, e sia buono e sia cattivo quel che s’ingerisce – E il breve gusto d’un momento si sconta a furia di coliche, di dolori, di evacuanti…. Eppoi ci si viene a cantar su tutti i versi quell’adagio: chi ai medici si dà a se si toglie.Ed il seguace di Ippocrate risponde alla sua volta che: di rado il Medico prende medicina…….

E proseguiva su questo tono mentre il vago panorama dei nostri paeselli della Cupa[9]

piccola conca che declina a valle della duna che la circonda mi si dispiegava dinnanzi fra il denso degli ulivi e i verdi cepparelli delle viti. E quella vista mi sorprese e mi distrasse, come sempre la vista degli oggetti naturali o artistici vagamente aggruppati hanno fatto sull’animo mio; e mi sentì ricreato in quel ridente declivio dei nostri piccoli colli rivestiti di vegetazione rigogliosa e di ville e di cascine, contornati verso l’estremo orizzonte dà vaghi paeselli disposti a mò di grande anfiteatro. E l’amico guardava pure, ma con occhio melanconico, il tristo spettacolo degli ulivi mezzo bruciacchiati dalle nevi del Gennajo, sterili senza frutto, con poche foglie anch’esse stecchite e ripiegate – “San Cesario!” gridò il conduttore del treno già fermo alla prima stazione; e due altre voci ripeterono nello stesso modo: nessuno si mosse; echeggiò la prima squilla, indi le trombe, il sibilo importuno, e via!

“Oh tornando a noi, soggiunse l’amico che fin qui era stato zitto come olio, ce n’è uno fra i nostri proverbi gastronomici, che sarebbe men bello se non potesse applicarsi nel senso opposto a quello d’uso volgare. Si suol dire fra noi MARA ADDHA ENTRE CI AE TRISTU PATRUNU ( Guai a quel ventre che ha un padrone che non sa tenerlo a modo).

Qui, è vero, lo intendeva per coloro che o per mal volontà o per necessità soglion tenere a stecchetto il loro stomaco, né sanno porgerli un alimento più succoso e più gradito: io invece lo tradurrei col dire: guai a chi non sa tenerlo a bada, ed ora allenta la briglia  e la salute la va giù a scavezzacollo, ora la tira e la tira la corda finchè si strappa.” –

“ Tra le due, gli soggiunsi io, la prima è la più frequente, e l’esser cattivo padrone produce dei cattivi servi e dei pessimi servizii. Di qui l’adagio d’uso toscano: poco vive chi troppo sparecchia! Ed ero per seguire su quel verso ma: il treno rallentò d’un tratto la sua corsa per la stazione vicina. –

“ Senti, mi disse l’amico, vo’ dirtene ora un altro che forse ti parrà in contraddizione col primo ma racchiude un gran bel consiglio – MANGIA PE’ QUANTU AI E NU DICERE PE’ QUANTU SAI –E come se fosse stato il freno d’una potente locomotiva, mi spezzò la parola in bocca e mi tacqui.

Dottor Cosimo De Giorgi

 

 

IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n. 47, Lecce 5 Luglio 1869

 

 CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

     II

L’altipiano di Galugnano – Il migliore di tutti i cibi – Parallelo coi detti toscani – Sternatia – I maccheroni, le paste e il pane – Sapienza popolare sul vino – Ma dev’esser quello! – Zollino –

 

Dopo pochi minuti il treno riprese il suo monotono tran-tran, e la conversazione si riappiccicò fra me e quella vecchia conoscenza. Eravamo già sull’altipiano, che nella direzione O.N.O. va da San Donato verso Galugnano, per discendere rigirando verso Caprarica e legarsi colle Murgie[10] che corrono fin nei pressi di Martano. Il moto rallentato della locomotiva, e il rumore prodotto dalla risonanza ci fè avvertiti del taglio praticato nel calcare compatto, coperto alla sua volta dagli strati della calcarea leccese e da un filo sottile di terra vegetale. Salutammo da lunge il borgetto di Galugnano colla sua vecchia torre; traversammo un sotto-passaggio metallico della rotabile ( il più gran valore della linea) e quindi girando e rigirando sulle ferree spire, ritornammo daccapo alla solita uggia della via non interrotta che da qualche campicello dalle spighe biondeggianti e dalle verdi canne del granturco.

“Ma poniamo, soggiunse il mio compagno, che al povero ventre tocchi un buon padrone, hai guardato mai come il nostro popolo sa mettere nei suoi proverbi le vere massime d’Igiene quanto alla scelta dei cibi? Sicuro: non tutti possono applicarli al caso proprio, né tutti vogliono darli retta; e specialmente quei tali che aman più di farsela collo speziale e col medico, che col beccaio.

Non dirò già di quei poveracci cui stringono i panni addosso, e che debbon consolarsi col dire – MEGGHIU FUMU DE CUCINA CA IENTU DE MARINA –Meglio fumo di cucina che vento di marina – e sia pure fumo senza arrosto; purchè qualcosa bolla nella pentola, purchè ci sia di che sfamarsi, non si curano d’altro. Misera gente che vive dell’oggi, incerta del domani, talfiata infingarda, il più spesso speranzosa d’un avvenire che non vien mai!

Gli altri poi ti dicono a chiare note, che la carne è il cibo più sano e più omogeneo all’organismo nostro, il quale infine dei conti è della stirpe di quelli di che ci nutriamo. E ti dicono con un modo proverbiale – LA SCIUEDIA CRASSEDDWA CI NU AE CARNE SE’ MPIGNA LA UNNEDDWA – Nel dì del Berlingaggio chi non ha carne impegna la gonnella -, che corrisponderebbe all’altro toscano: chi non carneggia non festeggia!

Oh sai, gli aggiunsi io, perché in Toscana dicono così?Perché trovano l’appicco ad altri molti proverbi sanitari, che vanno su questo tipo, e dei quali ora non rammento che qualcuno- Una carne fa l’altra e il vino fa la forza – e lo altro più concettoso: Carne tirante fa buon fante -; chè ti par proprio di veder la carne poco cotta e muscolare senza grasso e senza cartilagini come la sola che puor far dei bravi soldati e degli intrepidi camminatori. Uova, formaggi, latte, legumi,paste, son tutti cibi buoni, sani, vivificatori, ma non sono la carne; e lo stomaco san ben dirti nelle ore della sera il risultato dei suoi lavori, specialmente se il bilancio delle uscite non armonizza con quello delle entrate. Io a dirla schietta, non andrei tant’oltre col Mantegazza[11] a stabilir certe differenze sociali un po’ elevata dal solo uso della carne: anzi ritengo, come tipo, per noi meridionali l’alimentazione mista; mi va per altro che se il nostro operajo qualche soldo, che spende in più nelle sere del sabato per quel nero liquore, vergogna dei nostri pampini verdeggianti, o nei spiriti, o nel fumo lo convertisse in carne farebbe opera buona per se e pei suoi: almeno nei soli giorni festivi! Ma è tutto fiato perduto; ed io temo non sia una gran verità quella che il Lessona[12] accennava in certi suoi discorsi scientifici, che i predicatori per la salute del corpo son così poco ascoltati, quanto quelli per la salute dell’anima!”

Questo arguto detto d’un lepido scrittore e naturalista mosse l’ilarità nel mio compagno, che affacciato allo sportello del vagone dava di quando in quando delle boccate di fumo; e tenea fisso lo sguardo sulla chiesa e sul barocco campanile di Sternatia, che s’andava ingrandendo a norma che ci accostavamo. Dal lato destro della Murgia stava a ridosso del paese, brulla, pietrosa, spoglia di vegetazione: e la ferrovia nel mezzo.

“ Ma i più tra noi, mio caro Dottore, festeggiano non tanto colla carne quanto colla pasta, e specialmente con quella che altrove è detto cibo da poltroni ma che troppo ho veduto in ogni paese, siccome a Napoli, essere un cibo degli Dei. Una cosa sola c’è; che ad esser buona fa mestieri, che la sia rimestata di recente, e poi bea cotta e ben condita. E vedi su tal proposito che noi dician proverbialmente –JATA A QUIDDWWA PASTA CI DE ERNETIA SE’ MPASTA – Buona quella pasta che si impasta nel venerdì – perché così prosciugata, ma non secca né ammuffita può servir benissimo per la domenica. E le paste, come sai, son soggette a subir col tempo e coll’umidità una certa alterazione, che sta lì ad un passo dalle fermentazioni. E quel ch’è delle paste, s’ha a dir del pane; e allora vedrai come calza con cotesto proverbio, quello toscano – Ove d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno – e l’altro – Pan che canti, vin che salti, e formaggio che pianga –; e il pane canterino è il migliorefra tutti, perché il più soffice – Cacio serrato e pan bucherellato! Ti rammenti?”

“ stai a vedere, gli soggiunsi io, che tu oggi sei proprio in vena di proverbi – “Ma dov’è poi, continuò l’amico, che abbonda l’Igiene dei detti popolari, è appunto nel fermentato e proteiforme liquor della vite. Da Anacreonte[13] al Redi[14], e dal Redi a noi ven’è stata sempre e in tutti i popoli una miniera inesauribile: chi in lode, chi in biasimo, e qualcuno si è tenuto per la via di mezzo. Gli intrugli che comunemente si fanno: le varietà di vino senza vino prodotte artificialmente; le specie che si rivelano coll’odore, col sapore, col colore, col nitore (Scuola Salernitana); le quantità diverse dei principii in essi contenute, e i vini diversamente attivi a norma del predominio dell’uno sull’altro: la facilità colla quale un lieto calice ne chiama un altro e s’alza il gomito e nella gioja si fa velo all’intelletto; eppoi gli eccessi e la mania… le son tutte cose che danno ragione a un mondo di proverbi contraddittori. V’è chi lo dice: – LU SANGU DE LI ECCHI – Il sangue dei vecchi – e il toscano aggiunge: – Buon vino fa buon sangue – Ma s’affretta a dirti che dev’esser di quelloche vien da avara mano; perché il – Vin battezzato non vale un fiato[15]E quel buono bisogna berne a misura, perché – Vino dentro porta senno fuora; – e sono i casi più frequenti, soprattutto fra noi, e coi nostri vini del capo.

“ E noi difatti, gli soggiunsi io, diciamo italianamente che nel desinare – Tavola e bicchiere inganna in più maniere; ma più che altro è sul dolce, che un buon bicchiere di moscadello, e di zagarese è una vera tentazione – CI OLE BISCIA LU MBRIACU VERU; SUSU LU DUCE CU ABI LU MIERU – Chi vuol vedere un vero brillo, sul dolce li faccia bere del vino –

E qui si ferma d’un picchio, perché il mio interlocutore frugando e rifrugando nella sua sacca da viaggio, avea tratto fuori un vecchio zibaldone dove cen’eran di molti e molte belle, raccolti qua e là fra le nostre genti. Ma in quel mentre il treno s’arrestò; ed una voce chioccia e tagliata a picco, come una gola di montagna, aperse lo sportello, e con accento stentoreo urlò: – Zollino! –

Dottor Cosimo De Giorgi

 

IL CITTADINO LECCESE  Anno VIII, N.49, Lecce 19 Luglio 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

  III

Zollino e la specola di Parigi – Proverbi igienici sul vestire – E da pertutto gli è ad un modo? – La torre dei diavoli – Le mietitrici e il ballo della tarantola – Corigliano.

 

Noi cercavamo coll’occhio di qua e di là nel vasto orizzonte e livellato, quel paese che trasse il nome dalle zolle; e fermo com’era il treno un’afa soffocante ci struggea tutti in sudore. Il termometro in quel giorno oscillava tra i 29° e i 30° del Centigrado; ma non vera un’aurea di vento a scemare l’ardore di quella stufa, nella quale eravamo già da un pezzo, per un guasto occorso alla locomotiva.

– “ Se si va avanti con questo caldo, soggiunse il mio interlocutore, tu vedrai nell’agosto le combustioni spontanee; e se è vero quel che si dice la specola di Parigi[16] (che ormai si nomina sempre a caso, come un tempo si facea del Barbanera[17], e del Fagioli[18]) che il termometro salirà a 37° Cent. Nel colmo dell’estate, cisarà di che arrostirsi ben bene, e tornare a casa come negri della Barberia[19]. Io già fin dai primi del maggio mi svestii dei panni invernali, e prevenni il calendario astronomico d’un buon pajo di mesi; ma l’altra sera con quel freschetto piacevole passeggiando in su e in giù per la città – come qui è costume e meriterebbe una di quelle conversazioni igieniche! – m’imbeccai una tale infreddatura, che mi ci volle del bello e del buono a tormela di dosso, anzi, anzi…”

Il treno finalmente si mosse e con una corsa più celere; dei getti d’aria calda, di fumo, e di vapore, vennero a ricrearsi un poco fra le tendine degli sportelli infuocati.

– “ Quanto a me, soggiunsi io, ho trovato esattamente igienico un nostro proverbio popolare, che ci avverte nel maggio di non aver fretta a vestirsi leggiero e nel giugno soltanto andare scemando i panni via via: – A MAGGIO ANE ADAGIU; A MMIESSI DE LI PANNI NDIESSI – Vai adagio( a spogliarti) nel maggio: e nel giugno svestiti pur dei tuoi panni –

E in questo proverbio tu ci ritrovi quella esperienza, fondata sfortunatamente sui termometri e sui barometri dei nostri vecchi; e che spesso t’occorrerà nei proverbi tipici d’un popolo. Esso ci dice come sian frequenti fra noi – immersi fra due mari e ricongiunti al solo settentrione colla terra ferma – quei sbilanci atmosferici, che si fan poi cagione di quelle scalmare, di quelle infreddature e di quelle angine, di che quest’anno si è avuta una quotidiana tragedia. In Toscana soglion dire: – a viri  Galilei (Ascenzione) mi spoglio i panni miei – che è come vedi un proverbio meno sicuro, e meno igienico del nostro, potendo cotesta festività, a quel che ne dicono, cader nei primi del maggio, come nel giugno. E’ vero che un proverbio comune ai nostri come hai toscani ci dice non esser tanto corrivi a mutar panni col mutar di stagione; perché – CAUDU DE PANNU NU FACE DANNU – Caldo  panno non fa  danno – che risponde all’altro – Caldo di panno non fè mai danno Ma quei cari montanini del Senese ne hanno degli altri più espressivi, e che ti danno ragione, fino ad un certo punto di questi precetti. Così soglion dire là sui colli della Staggia[20]: – Meglio sudare che tremare -; e Beppe Giusti[21] commentandolo ne accenna il perché – Si nasce caldi e si muore freddi

Questo bisogno di tenersi coperti e così generalmente avvertito negli adagii di tutti i popoli, che il Rabener[22] argutamente diceva nella sua lingua – Kleider machen leute

( Il vestito fa l’uomo) –

Un mio vecchietto di casa, che potea ben dirlo perché coll’Igiene accurata – e colla sola Igiene veh! – era pervenuto ad una età decrepita, senza salassi, e senza beveroni, solea dirmi spesso – “ Per istar bene bisogna calzar zoccoli, coprir coccoli ( la testa) e mangiar broccoli ( varietà di cavoli) e i nostri leccesi con attico lepore[23]  ti dicon lo stesso pensiero in due parole – COCCALU, BROCCULU,ZOCCULU – Nei proverbi toscani questa idea si svolge ancor più – Asciutto il piede e calda la testa, e nel resto vivi da bestia – ovvero meno pulitamente – Piedi, stomaco e testa, tieni il resto come una bestia – Non è già che io approvi con questo le coperture calde sul capo, che son l’origine delle calvizie precoci; io credo nell’acqua, e nell’acqua fredda e poco o punto nelle Pomate e negli Unguenti; essa può soltanto invigorire le papille e i bulbi piliferi, e rendere più folti e più duraturi i capelli!“

M’avvidi che il consiglio avea fatto brutta ciera nel mio compagno di viaggio, nel quale non ostante l’età fresca e la bellezza delle forme un calvario spuntava già sul suo cranio, per certe battaglie che so io; e mi affrettai a distrarlo coll’accennargli di lontano il campanile di Soleto – messo su dai diavoli in una notte[24]! – secondo la legenda; e più giù ancora, in una conca, la bella città di Galatina; e la vegetazione sempre crescente delle collinette sulle quali poggia Corigliano. E il treno via, nella sua corsa veloce! – A dritta e a manca il tardo crisantemo e le ultime calendule smaltavano di giallo la strada interrotta da siepi di rovi, e di fichi d’India dalle punte irte e minacciose. La calcarea leccese era scomparsa, e i sabbioni pliocenici tornavano daccapo a fior di terra duri e compatti da servir bene qual pietra di costruzione. I falciatori abbronzati dal solleone lasciavano il loro lavoro attratti dalla magica vista della sbuffante locomotiva: le mietitrici men curanti, recavano i covoni nelle bighe, coi loro abiti succinti, e i grembiuli azzurri di fustagno, e i piedi affatto nudi, come qui usa fra le contadine-

– “ Guarda mò, soggiunse il mio compagno quelle donnine: seguissero quel consiglio proverbiale di non andar mai scalze, non risparmierebbero i loro piedi alla puntura delle tarantole, e quindi ai balli, e a farsi prendere per grulle? V’è chi ci trova gusto a quei versacci, lo so; a me fa una pena che non so reggere a quei strani convellimenti[25] delle membra, a quello stralunar d’occhi, a quella ridda tempestosa, a quel cader giù a piombo che poi fanno per quindi ridestarsi di nuovo ai nuovi suoni e dar novello spettacolo ai curiosi che non mancano mai” – “ Oh, dì un po’: ci credi tu al tarantismo[26]? Gli dissi io. E il mio compagno facendo due occhietti maliziosi, con un sorriso scettico sulle labbra, dopo un po’ mi rispose: – Basta te ne parlerò un’altra volta, o te ne scriverò a lungo se avrò tempo.”

Ma già il treno dopo il solito fischio, rallentando via via, si era già fermato alla stazione; e la solita voce tornava a rintronare nel nostro scompartimento: – Corigliano! –

– “ Senti, senti; mi soggiunse l’amico lasciandomi; se tu scriverai qualche conversazione sui nostri proverbi popolari, ti rammenterai di me n’è vero?” –

“ Anzi tu ci farai la prima figura. Un bacio e addio!”

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Ph  M.G Presicce

[2] CATTANEO, Carlo Ambrogio. – Nato a Milano il 7 dic. 1645, novizio della Compagnia di Gesù il 1º nov. 1661, all’interno di questa si svolge, per lo più a Milano, il resto della sua esistenza. Insegnante di retorica nell’università gesuitica di Brera, ove pare privilegiasse, dell'”arte oratoria”,il “dir tragico”,resse anche, per qualche tempo, a Lecce il collegio del suo Ordine. http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-ambrogio-cattaneo_%28Dizionario-Biografico%29/

[3] Padre Carl’Ambrogio Cattaneo “Opere del P.Carl’Ambrogio Cattaneo della Compagnia di Gesù divise in tre Tomi. TOMO PRIMO, nel quale fi contendono LE LEZIONI SACRE divise in due parti, in Venezia MDCCXXVIII, Preffo Nicolò Pezzana con Licenza de’ Superiori, e Privilegi, pag.354 . http://books.google.it/books?id=zQnHnnZApsIC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Cosimo De Giorgi o Arcangelo Cosimo De Giorgi (Lizzanello, 9 febbraio 1842Lecce, 2 dicembre 1922) è stato uno scienziato italiano. [4] Nel corso della sua vita affiancò, alla professione di medico, quella di insegnante presso la Scuola Tecnico-Normale di Lecce (dal 1870) e presso l’Educatorio Femminile (dal 1875). Ma a queste egli aggiunse un’intensa attività di ricerca e di studio che, riflettendo in pieno l’ampiezza dei suoi interessi culturali, abbracciò campi vastissimi ed eterogenei: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia, geologia, sismologia, agricoltura, igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[5] Armando Polito: REVALENTE o REVALENTIA o REVALENTA, preparazione alimentare a base di farine diverse, in particolare di lenticche, mais e piselli. Etimologia: deformazione di Ervum lens, nome scientifico della lenticchia.

http://www.canicatti-centrodoc.it/nuovocentro/miscellanea/varie/RevalentaArabica/La%20Revalenta%20arabica%20e%20al%20cioccolatte.jpg

[6] )  Bollettino officiale delle leggi e atti del governo della repubblica lucchese, Marescandoli, Lucca, 1804,  tomo V, pag. 184

[7] La BIBBIA

[8] Rudiae (in salentino Rusce [‘Ruʃe]) è un’antica città messapica, nell’area di influenza della colonia dorica di Taranto. La città è nota soprattutto per aver dato i natali al poeta latino Quinto Ennio. Viene oggi identificata con i resti archeologici situati nel comune di Lecce, lungo la strada per San Pietro in Lamahttp://it.wikipedia.org/wiki/Rudiae

[9] Porzione della pianura, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica.
Grazie alla particolare bellezza delle campagne e del panorama, fin dal XV secolo l’area fu eletta dall’aristocrazia come luogo ideale per la villeggiatura, costruendo numerosissime ville. http://it.wikipedia.org/wiki/Pianura_Salentina

[10] Il Salento e in particolare la provincia di Lecce è caratterizzata da colline che in alcuni punti superano i 200 metri sul livello del mare. Sono conosciute con il nome di Serre o Murge salentine[…]http://it.wikipedia.org/wiki/Murgia

[13] Poeta greco (570 circa – 485 a. C.). Della sua produzione poetica ci sono giunti solo frammenti,[…] Secondo la tradizione morì a 85 anni soffocato da un acino d’uva. http://www.treccani.it/enciclopedia/anacreonte/

[15] Vino annacquato

[16] L’Osservatorio di Parigi (in francese, Observatoire de Paris o Observatoire de Paris-Meudon) è l’osservatorio astronomico più importante della Francia, https://www.google.it/webhp?hl=it&tab=ww#q=specola+di+Parigi&hl=it&tbo=d&tbs=clir:1,clirtl:en,clirt:en+observatory+of+Paris&sa

[17] Barbanera è il nome di un celebre lunario stampato per la prima volta a Foligno probabilmente nel 1743[2] e tuttora pubblicato. L’esemplare più antico a noi noto è un foglio unico risalente al 1762, conservato presso l’archivio storico della Fondazione Barbanera[3]. http://it.wikipedia.org/wiki/Barbanera_%28almanacco%29

Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 16601742) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Studiò letteratura e divenne uno dei più faceti ed allegri poeti estemporanei della sua epoca. Fu tenuto in un certo riguardo da parte della Corte Medicea e dalle persone più abbienti di Firenze, che lo accolsero volentieri a mensa e a conversazione per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. http://it.wikipedia.org/wiki/Giovan_Battista_Fagiuoli

[19] Il termine Nordafrica designa la parte settentrionale dell’Africa, separata dal resto del continente (“Africa subsahariana”) dal deserto del Sahara. […]Si tratta sostanzialmente delle regioni storicamente abitate da popolazioni autoctone, di lingua berbera. La regione infatti era un tempo nota come Barberia . http://it.wikipedia.org/wiki/Nordafrica

[20] Staggia Senese (pronuncia: Stàggia) è una frazione di Poggibonsi, in provincia di Siena. l toponimo Staggia deriverebbe dal personale latino Staius[1], oppure dal germanico stadjan (stabilire, fermare, statuire, e quindi per estensione: luogo in cui ci si è stabiliti)[2]http://it.wikipedia.org/wiki/Staggia_Senese

[21] Giuseppe Giusti (Monsummano Terme, 12 maggio 1809Firenze, 31 marzo 1850) fu un poeta italiano del XIX secolo, vissuto nel periodo risorgimentale. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Giusti

[22] Rabenerràabënër›, Gottlieb Wilhelm. – Scrittore tedesco (Wachau, Lipsia, 1714 – Dresda 1771).[…]  raggiunse larga popolarità come satirico[…]http://www.treccani.it/enciclopedia/gottlieb-wilhelm-rabener/

[23] lepóre s. m. [dal lat. lepos -oris], letter. – Lepidezza, piacevolezza arguta di stile, di espressione: spontaneo […]http://www.treccani.it/vocabolario/tag/lepore/

[24] La Guglia di Raimondello a Soleto è una torre quadrata molto slanciata (il lato di base misura appena 5,2 metri) e non è rastremata nei cinque ordini (come di solito per altre torri o campanili)[…] Tutte le bifore e gli angoli dei piani superiori sono ricchi di grifoni, leoni e maschere antropomorfi. http://it.wikipedia.org/wiki/Guglia_di_Raimondello

Secondo la leggenda, il campanile fu costruito nel corso di una sola notte di tempesta da megere e demoni[…]http://www.terrarussa.it/24021/guida-salento/folklore-e-tradizioni/una-notte-tra-megere-e-demoni-per-la-costruzione-della-guglia-di-soleto/

[26] Il tarantismo o tarantolismo è considerato un fenomeno isterico convulsivo. In base a credenze ampiamente diffuse in antichità nell’area mediterranea ed in epoca più recente nell’Italia meridionale, sarebbe provocato dal morso di ragni.Tale quadro psico-patologico è caratterizzato da una condizione di malessere generale e da una sintomatologia psichiatrica vagamente assimilabile all’epilessia o all’isteria.  […] http://it.wikipedia.org/wiki/Tarantismo

 

 

Il canestraio: un artigiano contadino

angelo il canestraio 2

testo e foto di Mimmo Ciccarese

 

Il suo nome è Angelo, novantenne, ultimo dei canestrai, superstite di un’antica civiltà, quella che per intenderci ha navigato con doveroso silenzio le difficoltà del periodo fascista e gli anni del dopoguerra lavorando assiduamente senza mai desistere.

Angelo, seduto sul suo panchetto, ha tanto da rivelare mentre ordisce quei fascetti di canna finemente mondati prima di “chiudere” le bordature del paniere e ridefinire la sua simmetria con pochi e rapidi accordi delle dita. Nel frattempo, mi racconta della sua terra d’Arneo, storia vibrante di giovani braccianti in cerca di terre da abitare, spazi dove ci si sostava tra i cespi di macchia e olivastri per realizzare in fretta un pratico cesto di vimini da riempire lungo la via del ritorno con qualcosa di buono. Angelo riesamina la sagoma del suo cesto per assicurarsi che non ci sia altro da spuntare, accorcia qualche aspro spigolo qua e là, lo libera tra la stretta delle sue ginocchia e poi lo ripone lentamente sul ripiano accanto agli altri.

Il doppio intreccio eseguito dalle abili mani di Angelo
Il doppio intreccio eseguito dalle abili mani di Angelo

Ce ne sono decine di diverse dimensioni e sfumature; qualcuno è sospeso alla bacchetta di una vecchia bici, un altro si tiene al cavicchio di una vecchia scala da potatore; tutti dissimili, ogni pezzo è unico e raro, grondante di semplicità e di pregevole tradizione. Nonostante le sue mani nodose non fossero abili come un tempo e la sua vista sia diminuita, Angelo, tesse con tenacia la sua dose giornaliera di vimini e rianima il suo sentimento popolare realizzando cestini con il pensiero di regalarli.

Il suo diletto spiegato dai vecchi cestai di paese, artigiani di professione o afferrato dagli zingari camminanti nelle fiere d’ ottobre, nasce così, in modo semplice, raccogliendo lungo i fossi delle macchie e della campagna salentina, esili rametti di salice chiaro, d’olmo, polloni d’ulivo, di ginestra, di lentisco e di fresche canne.

Il fondo, mi dice Angelo, è l’ossatura a raggiera, una sorta di mandala, che permette di reggere il peso dei frutti; la sua resistenza dipende dal materiale utilizzato e dalla parsimonia spesa per costruirlo e poi aggiunge sottovoce: “con una dose di passione il cesto può venire bene anche nel suo profilo”; quando l’utilità giunge prima del suo aspetto.

Le panare capovolte sull’arco del manico, anche se vuote, sono per me, già ricolme di naturale empatia verso la terra e di nobile cultura popolare che non basterebbe un solo racconto per descriverli. Si riconosce la specie del giunco dal suo profumo, l’elasticità della sua fibra dal momento in cui si coglie, quando è ben lignificata, nel periodo invernale, perché il vimine deve strizzare senza spezzarsi, per essere tessuto, accavallato lungo i lati, sovrapposto o rivoltato tante volte. Spesso, dopo una scrupolosa stagionatura, si ripone il fascetto o il vimine da lavorare, in un bacile d’acqua, per alcuni giorni, per ravvivarlo e ammorbidirlo al punto giusto, prima dell’intreccio che raddoppia la sua compattezza.

la bordatura del canestro
la bordatura del canestro

I salentini lo chiamano panaru (paniere) o panareddrha, quando si tratta di un paniere per la merenda o ancora caniscia, per la raccolta del tabacco o della biancheria, tipico prodotto artigianale della zona di Castrì di Lecce o di Acquarica del Capo dove vi è ancora l’occasione di ritrovare il bravo intrecciatore. L’intreccio delle fibre vegetali si perde nella notte dei tempi, sin dal neolitico ai giorni nostri, il suo utilizzo è unanime, adatto per ogni circostanza: per raccogliere le drupe e i legumi, per lo stoccaggio del grano, per portare cibi caldi ai contadini tra campi o annodato a una fune per salire su il pane.

Lu panaru in particolare era lo strumento che accompagnava le donne “allu rispicu”, cioè alla spigolatura delle ultime olive cadute sottochioma o per la raccolta delle dolci “racioppe” piccoli racemi scordati sul ceppo dopo la vendemmia.

Legati allu panaru sono i cicli della stagione invernale che invita a zappare e potare in gennaio per avere un buon raccolto, “zzappa e puta te scinnaru se uei bbinchi lu panaru”, o che indicano la piovosità di febbraio come buon auspicio, “l’acqua te fibbraru te inche lu panaru”. Pittoreschi invece i detti che ricordano il sentimento non ricambiato e il tradimento continuato, “l’amore luntanu è comu l’acqua intra lu panaru” e “ puerti cchiu corne tie ca nu panaru te municeddrhe!

“Mìntere fiche allu panaru” (aggiungere fichi al paniere) “culare come nu panaru” (fare acqua da tutte le parti) o “perdere filippu e panaru” (perdere il paniere ed altro)  sono ancora modi di dire in grado di rievocare il quotidiano della civiltà salentina. Auguriamoci allora che il valore di questa espressione rurale sia condivisa perché una simbiosi così affettiva con le piante, non può che non essere recuperata e tramandata.

LU MIERU (Il vino) 2/2

Cornelius de Vos, Il trionfo di Bacco
Cornelius de Vos, Il trionfo di Bacco

di Armando Polito

Negli autori latini si ripete tal quale la condanna dell’eccesso da parte della scienza e una certa indulgenza da parte della poesia. Plinio (I secolo d. C.) dedica all’ubriachezza l’intero capitolo 28 del libro XIV della Naturalis historia: “Ma a ben pensarci in nient’altro è più occupata la vita nostra, come se la natura non ci avesse dato l’acqua per bere, usata anche dagli altri animali. Addirittura noi costringiamo anche le bestie a bere vino e mettiamo tanto impegno, fatica e spesa in qualcosa che muta la mente dell’uomo e genera furore spingendo a mille scelleratezze con tanta dolcezza che gran parte degli uomini non concepisce altro premio della vita. Per berne di più ne indeboliamo la forza col colatoio e si escogitano nuovi stimoli. E per bere si preparano anche veleni e alcuni assumono prima la cicuta perché la morte li spinga a bere, altri polvere di pomice ed altro che mi vergogno di dire per non insegnarlo. Vediamo i più accorti di costoro smaltire la sbornia nei bagni ed essere portati via esanimi. Altri non possono aspettare il letto né la veste e dove si trovano ignudi e ansanti afferrano grandi vasi come per ostentare virilità e bevono a perdifiato per vomitare subito dopo e poi ribere; e questo per due o tre volte come se fossero nati per consumare vino e come se esso potesse essere versato solo nel corpo umano. Per questo ricorrono a pratiche straniere e si rivoltolano nella polvere e distendono il petto piegando il collo. Dicono che tutti questi esercizi provocano la sete. Così nei vasi sono nascosti gli adulteri come se l’ubriachezza stessa non spingesse alla lussuria. Così i vini si bevono per lussuria e l’ubriachezza viene premiata e, se agli dei piace, viene comprata. C’è chi per legge dell’ubriachezza viene pagato perché beva tanto quanto mangia e chi tanto beve quanto ha vinto ai dadi. Allora gli occhi avidi vagheggiano una matrona e suscitano nel marito pesanti sospetti. C’è chi fa testamento, chi dice parole mortifere e non riesce a trattenere la voce in gola come dovrebbe, ragion per cui parecchi trovarono la morte. E ormai comunemente la verità è attribuita al vino1. Frattanto perché per loro tutto vada per il meglio non vedono il sorgere del sole e bevono meno di giorno. Da qui il pallore, le guance pendule, gli occhi arrossati, le mani tremanti che rovesciano i vasi pieni, i sonni agitati (questa è una pena continua), l’inquietudine di notte; e il più grande premio dell’ubriachezza è una lussuria mostruosa e una piacevole scelleratezza. Il giorno successivo l’alito è puzzolente e c’è l’oblio di tutto e la morte della memoria. Dicono che in questo modo rapiscono la vita, mentre ogni giorno perdono quello precedente e pure il seguente”. Seguono alcuni esempi di ubriachezza in cui incorsero famosi personaggi romani.

bacco

Più indulgenti, dicevo, i poeti. Tibullo (I, 2, 1-4): “Aggiungi vino e col vino lenisci il recente dolore,/affinché il sonno invada gli occhi vinti dalla stanchezza;/e nessuno tenti di svegliare un ubriaco/mentre l’amore infelice riposa”. Ovidio in Remedia amoris, 805- 806: “Il vino prepara l’animo all’amore, a meno che non se ne beva una quantità eccessiva/e il cuore rimanga stordito come sepolto sotto il suo peso.”; il concetto è ribadito nell’Ars amandi, I, 589: “Da noi sarà data a te una misura certa del bere”, 598: “Come la vera ubriachezza nuoce, così quella finta gioverà”; in Amores il vino diventa un’arma, con la complicità della donna, per mettere al tappeto il rivale in amore: “Insisti perché lui beva continuamente, ma fallo senza che se ne accorga e mentre beve aggiungi, se puoi di nascosto, altro vino”. In Epistulae ex Ponto vi è solo la celebrazione nostalgica delle bevute fatte in patria con gli amici, ma non mi sentirei di escludere che lo scemato entusiasmo di una sana gioia di vivere fosse dovuta, più che all’amarezza dell’esilio, alla pessima qualità del vino del posto in cui era stato esiliato …

Bacco di Rubens
Bacco di Rubens

Orazio in Carmina, II, 11, 13-18: “Perché non beviamo distesi sotto un alto platano o questo pino, così, senza pensare e, finché è possibile,  con i bianchi capelli profumati di rosa e di nardo? Bacco dissipa le preoccupazioni che divorano …”; I, 18, 3-4: “Un dio riservò a chi non beve ogni sofferenza e le preoccupazioni che mordono non vanno via in altro modo”; in Epistulae, I, 2-3: “Nessun canto può piacere né vivere a lungo/se composto da bevitori di acqua …”; I, 5, 16-20: “Che cosa non fa venir fuori l’ebrezza? Essa svela le cose nascoste, rende certezza la speranza, spinge all’azione un inerte, elimina l’affanno dall’animo in ansia, insegna le arti. Chi non fu reso facondo da un calice pieno, chi non libero anche se povero?”. In Ars poetica, 434-437: “Si dice che i re incalzano con grandi tazze e torturano col vino qualcuno quando hanno difficoltà a capire se sia degno di amicizia …”. Una connotazione eminentemente politica ha invece in Odi, I, 37, 1-2 il brindisi per la morte di Cleopatra: “Ora si deve bere, ora col piede sfrenato/ si deve battere la terra …” che ricalca il “Dobbiamo ubriacarci oltre ogni limite:/il tiranno Mirsilo è morto.” di Alceo citato nella prima parte. E, come nella prima parte avevo iniziato col proverbio dialettale della vignetta, così termino questa seconda ed ultima con altri due:

Bbuenu mièru sinu a ffezza, bbona fèmmina sinu a bbicchièzza. Alla lettera sarebbe: Buon vino sino alla feccia, buona donna fino alla vecchiaia; senonché tutti sanno di cosa sia sinonimo la locuzione “buona donna”; e allora: il proverbio vuol significare che, come il buon vino si mantiene tale nel tempo, lo stesso vale per la buona donna? oppure “bbona femmina deve intendersi come se fosse femmina bbona?; e “bbicchiezza”, almeno questa volta, impedirebbe di dare a “bbona” il significato connesso alla fisicità che tutti conoscono …

Ci li ggiùrni mia l’abbìa tutti, facìa cu qquàgghia lu mièru intr’alli utti (Se i giorni miei li avessi tutti, farei cagliare il vino dentro le botti). È febbraio che parla manifestando un’invidia tutta umana, non disgiunta da un pizzico di presunzione, nei confronti degli altri mesi che contano più giorni di lui. In senso ampiamente traslato è come se uno di noi dicesse: se avessi le stesse risorse degli altri, riuscirei a fare quasi l’impossibile.

 

La prima parte qui:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/16/lu-mieru-il-vino-12/

 

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1 Vulgoque veritas iam adtributa vino est. È in pratica il concetto latino del greco Ἐν οἴνῳ ἀλήθεια di cui si è detto nella prima parte, cui corrisponde in latino In vino veritas.

Il matrimonio nei proverbi

cranineddha 1

di Armando Polito

Avrei potuto dire “vita di coppia”che attualmente sembra identificarsi, più che col matrimonio, con la convivenza. Sia ben chiaro, non ho nulla contro di essa (purché i protagonisti, in ossequio alle loro scelte fisiche ed affettive,  di qualsiasi tipo esse siano, campino a loro spese) ma non potevo correre il rischio di intrufolare nella trattazione un fenomeno che probabilmente avrà i suoi proverbi solo fra cinquanta o più anni.

1) Beddha, ci ti mmariti, l’uecchiu spandi, ca no ggh’è quatareddha cu lla cangi (Bella, se ti mariti, fai molta attenzione, perché il matrimonio non è una piccola caldaia che puoi cambiare).

2) Ci no bbuuei cu mmueri ccisu no ffare l’amore cu lli mmaritate (Se non vuoi morire ucciso non fare l’amore con le maritate)

3) Ci pigghia mugghiere ccatta guai  (Chi prende moglie compra guai).

4) Ci si nsora si ‘mpastora e si ‘ncaggiola (Chi prende moglie s’impastoia e s’ingabbia).

5) Ci tene la mugghiere bbeddha sempre canta, e ci tene moti sordi sempre conta (Chi ha la moglie bella sempre canta e chi ha molti soldi sempre conta).

6) Ci vuei nno aggi cilusia no mmugghiere beddha e nno rrobba a mmienzu lla ia (Se non vuoi essere oggetto di gelosia, né moglie bella né ricchezze in vista).

7) Cusì ggh’ete la vita: la bbeddha resta e la bbrutta si mmarita (Così è la vita: la bella resta zitella e la brutta si marita).

8) La cattia1 ca si torna a mmaritare la pinitenza non ll’ha spicciata ancora ti fare (La vedova che torna a maritarsi non ha ancora finito di fare la penitenza).

9) La prima mugghiere ti la tae Ddiu, la seconda la gente e lla terza lu tiaulu (La prima moglie te la dà Dio, la seconda la gente e la terza il diavolo).

10) Lu maritu  cu lla mugghiere: ti lu liettu allu fucalire (La moglie col marito: dal letto al focolare).

11) Lu maritu este la mugghiere e lla mugghiere spogghia lu maritu (Il marito veste la moglie e la moglie spoglia il marito).

12) Lu zzitu2, quandu si ‘nsora, tuttu ola, tuttu ola; ma poi ‘ncapu allu mese iastema la zzita e cci li la tese (Il fidanzato, quando si sposa, tutto vola, tutto vola; ma poi dopo un mese bestemmia la fidanzata e chi gliela diede).

13) Mai pane a ffili ti addhi ha ddare, mai secreti alla mugghiere ha ddire, mai patrunu cu llu core ha ssirvire (Mi devi dare pane a figli altrui, mai devi dire segreti alla moglie, mai devi servire col cuore un padrone).

14) Nna bbona mmaritata cu ffazza femmina la prima fiata! (Una buona maritata che partorisca una femmina la prima volta!).

15) Nna bbona mmaritata nné ssocra nné ccaniata!(Una buona maritata, né suocera né cognata!).

16) No ffondi a strate, no ccase a mmuri, no mmugghiere beddha, ca no ssi ppatrunu (Non fondi in prossimità di una strada, non casa con un muro in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

17) Quandu ti ‘nsueri quarda la razza, ci no cacci li corne comu la cozza (Quando ti sposi considera la famiglia della sposa, sennò ti spuntano le corna come avviene alla lumaca).

Emerge, e come poteva essere altrimenti?,  in tutta la sua prepotente nitidezza il quadro di una società maschilista che celebra qui il festival dei suoi moltiplici difetti. La misogenia trova il suo apice in 3, in 11, in 15 (dove vi è la conferma della convinzione che solo le donne della propria famiglia sono sante …) e, con una punta di razzismo che è uno degli ingredienti più vomitevoli della sempre disgustosa stupidità umana, in 17, fino a diluirsi solo in una scarsa considerazione in 13. La bellezza femminile pericolosa per il possesso esclusivo trova la sua più castrante celebrazione in 6 e soprattutto in 16, tanto che il “canta di 5 sembra solo un pretesto per un gioco di parola col successivo “conta. La libertà unilateralmente intesa ispira il 4 (la perderebbe solo l’uomo che si “nsora” e non la donna che si “mmarita; infatti quest’ultima non l’ha mai avuta e, beata lei! …, non si può perdere una cosa che non si è mai avuto) e lo conferma addirittura  la prudenza sbandierata in 2 in cui c’è la masochistica consapevolezza di quello che era chiamato e giuridicamente riconosciuto come “delitto d’onore”.

In tanta desolazione non manca, fortunatamente, una nota di conforto, a dimostrazione che non sempre il pensiero dominante (che per una sorta di maledizione della nostra razza è sempre il più scadente …) riesce a soffocare totalmente l’equilibrio e il buon senso: il 10, che a me pare come la sintesi più felice dell’amore coniugale, una scintilla rivoluzionaria che ancora oggi, purtroppo, raramente riesce a diventare un incendio duraturo. Nel contesto generale tutto ciò mi pare molto strano, ma voglio sperare lo stesso di non averlo interpretato male.

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1Dal latino “captiva(m)”=prigioniera. L’italiano “cattivo ha mediato il significato della locuzione cristiana “captivus diaboli”=prigioniero del diavolo. Difficile dire se la voce dialettale abbia la stessa ascendenza, con riferimento alle tentazioni da cui una vedova può essere presa oppure si colleghi al significato originario, con riferimento alla vita riservatissima che in passato era obbligata a tenere per un periodo più o meno lungo.

2 Secondo il Rohlfs dal latino medioevale “zitus che, però, risulta introvabile, tant’è che la voce italiana corrispondente “zito” correntemente è considerata da alcuni probabile variante del toscano “citto, che secondo alcuni è di origine onomatopeica legata al linguaggio infantile;  mi chiedo, invece, se “citto”  non sia abbreviazione del siciliano “piccittu”, di importazione settentrionale (piemontesi “pcit” e “cit”). Etimologia a parte, il maschilismo fin qui affiorato poteva essere assente anche in questa voce? Alzi la mano chi non attribuisce un valore non dico spregiativo ma semplicemente negativo a “zitella!

I proverbi della casa per ricordare che sta per scadere l’ultima rata dell’IMU

di Armando Polito

Un tetto sotto cui ripararsi ha da sempre rappresentato nella storia dell’umanità un bene fondamentale e sotto questo punto di vista, anche turandomi il naso per motivi riguardanti, almeno per me, non tanto i suoi vizi privati quanto la mancanza di virtù pubbliche, debbo condividere la definizione di tassa odiosa data da un capo di governo di recente memoria all’ICI sulla prima casa. Poi venne l’IMU e, se dovesse restarci, credo che i dati statistici in base ai quali la maggior parte degli italiani è proprietaria della casa che abita subiranno uno sconvolgente terremoto (che l’ISTAT registrerà con la consueta, indipendente puntualità …), perché anche chi ne ha una sola dovrebbe più prima che poi venderla (ai soliti speculatori ed evasori…) per poter vivere, anzi sopravvivere sotto le stelle.

La tragedia è che questo lo comprende un imbecille come il sottoscritto (e come me tanti altri…), mentre è una conclusione che nemmeno sfiora la mente eccelsa di una più o meno ristretta cerchia di persone cui periodicamente viene affidato il compito (per loro graditissimo…) di decidere il nostro destino.

Alla luce di quanto fin qui ho detto rifletteremo con la consueta nostalgia sui proverbi che seguono, anche se qualcuno (lascio al lettore decidere quale) rimane attuale.

1) A ccasa brusciata minti fuecu (A casa bruciata appicca il fuoco).

2) A ccasa ecchia no mmancanu sùrici (Ad una casa vecchia non mancano i sorci).

3) A ccasa ti latri no ppuè, sscire a rrubbare (A casa di ladri non puoi andare per rubare).

4) A ccasa ti mièticu e pprete no ssienti mai fame né ssete (In casa di medico e prete non provi mai né fame né sete).

5) A ccasa ti sunaturi no ssi portanu sirinate (A casa di suonatori non si portano serenate).

6) A ogni casa nci ole lu pàcciu (Ad ogni casa ci vuole il pazzo).

7) Casa lurda gente spetta (Casa sporca attende visite).

8) Ci camina llecca, ci stae a ccasa secca (Chi cammina lecca, chi sta in case secca).

9) Ci mangia pane e ttarìce li secreti ti casa no lli tice (Chi mangia pane e ravanelli non dice i segreti di casa).

10) Ci vuei cu mmandi la casa a ‘mpuirìre, manda la gente fore e tu no sscire (Se vuoi ridurre la casa all’impoverimento, manda la gente a lavorare nella tua campagna e tu non andare).

11) Fucalìre chiusu e tuàgghia spasa, no ssi contanu li fatti ti casa (Focolare spento e tovaglia appesa furi, non si raccontano i fattidi casa).

12) La casa chiena face la femmina massara (La casa piena rende la donna buona massaia).

13) La casa si chiama porta: ci puerti truei, ci no ppuerti no ttruei (La casa si chiama porta: se porti trovi, se non porti non trovi).

14) Mar’alla tonna ca si fita all’omu, ca l’omu ebbe nnu core ti tirannu, ca tantu ti vae girandu turnu turnu mentre no tti rituce allu sua cumandu; topu ridotta ti nci mente a ‘inturnu e ccasa pi ccasa ti vae malangandu (Guai alla donna che si affida all’uomo, perché l’uomo ebbe un cuore di tiranno, perché tanto ti va girando attorno attorno finché non ti riduce al suo comando; quando ti ha ridotta in suo potere va sbandierando ai quattro venti quello che ha fatto e casa per casa va a parlar male di te).

15) No ffondi a strate, no ccase a mmuru, no mugghiere bbeddha, ca no ssi ppatrunu (Non fondi confinanti con strade, non case con un muro in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

Un condensato di saggezza rispetto al quale le prediche di un papa, le quotidiane dichiarazioni sonnolente e soporifere di un capo di governo che sembra ormai un cd in cui il laser riesce a leggere solo rigorecrescita, le altrettanto  quotidiane e ripetitive esternazioni di un  presidente della Repubblica (se proprio non potete farne a meno preparatevi al prossimo messaggio di Capodanno dopo aver ingerito il miglior antiemetico in circolazione …) il cui telefono è inviolabile mentre io debbo sorbirmi giornalmente, nonostante mi sia iscritto al registro delle opposizioni, proposte commerciali più oscene di quelle indecenti, appaiono come un ammasso di banalità spacciate per illuminate e illuminanti rivelazioni, senza quel minimo di vergogna che dovrebbe indurre almeno a tacere per non offendere l’intelligenza e la sensibilità di chi per sua disgrazia si trovi ad ascoltarli. Che ingenuo! Ho dimenticato che al pagamento dell’ IMU da parte della Chiesa (qui la grammatica mi costringe, purtroppo, come per Repubblica prima e per Stato dopo, ad usare l’iniziale maiuscola) sugli immobili extraterritoriali e alla rinunzia da parte del capo dello Stato non dico a una parte, magari simbolica, del suo appannaggio ma almeno ai periodici, tutt’altro che simbolici,  aumenti (lo stesso valga per le innumerevoli poltrone di tanti parassiti di cui l’Italia gronda) si oppongono motivi “tecnici”. Altro che ingenuo, sono proprio un deficiente! Poteva a ciò provvedere, forse,  un governo “tecnico” capace solo di tagliare la Sanità (quella pubblica …) e la Scuola (sempre quella pubblica …) per salvare le banche (saranno pubbliche? …) e, con il caso ILVA (sarà pure questa pubblica? …), cancellare con la spugna del decreto un reato penale, peraltro di lungo corso, forse perché, oltre al privato qui c’è il coinvolgimento anche del pubblico?

Resterò, comunque, come sono sempre stato, un sognatore, ma non tanto pazzo da sperare nel prossimo governo, a qualunque colore esso appartenga.

Tutto sulle zucche, zucchine e fiori di zucca

LE ZUCCHE, E NON SOLO PER HALLOWEEN

di Massimo Vaglio

Una volta tanto la giustamente avversata globalizzazione ha provocato un effetto collaterale positivo. Infatti, grazie all’acquisizione da parte delle giovani generazioni dell’americanissima festa di Halloween, è tornata un po’ in auge la coltivazione delle zucche, e si rileva anche la riscoperta di tante ricette dimenticate ed un rinnovato  interesse per questi, come vedremo, utilissimi quanto bistrattati ortaggi.

Prima, però occorre fare un po’ di chiarezza nella non sempre semplicissima materia botanica. Facile infatti dire zucca, ma bisogna sapere che sotto questa banale denominazione ricadono ben novanta distinti generi e un numero di specie stimato intorno al migliaio. Negli orti italiani, si coltivano numerose varietà di zucche e zucchette, di cui si utilizzano come ortaggio i frutti quando sono completamente maturi, ossia le zucche; oppure, quando sono ancora teneri e non del tutto ingrossati, ovvero le zucchette meglio note come zucchine.

Si tratta di varietà orticole derivate da alcune specie appartenenti al genere Cucurbita e alla famiglia delle Cucurbitaceae. Le varietà di zucca universalmente più diffuse sono quelle derivate dalla Cucurbita maxima. Si riconoscono per il portamento delle piante che sono sarmentose o rampicanti con frutti generalmente molto grossi, globosi, schiacciati ai poli, lisci, costoluti o bitorzoluti.

Altre zucche molto interessanti e saporite sono quelle derivate dalla Cucurbita moschata, queste sono ugualmente sarmentose e danno luogo all’emissione di frutti molto grandi, cilindrici, diritti o leggermente ricurvi e maggiormente ingrossati all’apice ove sono contenuti i semi.

Le zucchette, sono invece il prodotto della Cucurbita pepo, che si distingue facilmente dalle altre specie per il portamento cespuglioso e i frutti cilindrici e

Proverbi agricoli salentini tra gennaio e aprile

Saggezza contadina

LU DITTERIU

Il tempo, i mesi e le stagioni

di Piero Vinsper

L’agricoltura è stata sempre la forza trainante del nostro Salento. Si coltivavano l’ulivo, la vite, gli agrumi, gli ortaggi, il cotone, il tabacco, i cereali e via discorrendo. Qualsiasi tipo di coltura si adattava bene a questa terra, dotata di un clima abbastanza mite. Si esportava l’olio, il vino, la patata galatina, la cicoria galatina, il pomodoro galatina. Ogni pezzetto di terreno era coltivato e sfruttato dai nostri contadini; non vedevi, come puoi vedere tutt’oggi, vaste aree incolte e masserie dirute. Ogni zolla era dissodata anche tra i sassi, con il sudore dei contadini che scorreva lento lento tra le infinite rughe dei loro volti bruciati dal sole.

Erano i nostri contadini che dettavano i tempi della coltivazione, della preparazione dei semenzai, della semina e dei raccolti. Erano loro che, forti della loro esperienza, stabilivano se un terreno fosse idoneo a questa o a quell’altra coltura. Erano dei veri e propri “dottori in agraria” o, come li definisco io, i “filosofi della terra”.

Certo, non ci hanno lasciato scritto alcun trattato, ma ci hanno trasmesso, in eredità, la loro esperienza e ci hanno tramandato, di generazione in generazione, una miriade di dittèri, di proverbi, che manifestano la loro grandissima competenza in materia.

Scennaru siccu massaru riccu (Gennaio secco massaro ricco)

Se il mese di gennaio è secco e asciutto, cioè privo di piogge, il proprietario del terreno è quasi sicuro di un abbondante raccolto. Infatti, se il terreno è secco e asciutto, le piante non vegetano e non crescono in altezza, ma affondano le loro radici nella terra succhiando tutti gli umori e immagazzinandoli per il loro sviluppo durante i mesi successivi. D’altra parte si sa che la pioggia e l’umidità producono insetti e parassiti che danneggiano le piante. Se questi parassiti non si sviluppano nel mese di gennaio per lo spirare

L’ùngulu, ovvero il baccello della fava verde

di Armando Polito

Già altre volte ho avuto occasione di sottolineare che il dialetto non ha nulla da invidiare alla lingua comune nemmeno in termini di economicità e il titolo di questo post ne è un’ulteriore prova tant’è che per tradurlo in italiano sono stato costretto a ricorrere ad una circollocuzione.

L’ungulu è sinonimo di primavera avanzata e ai miei tempi le scampagnate tipiche di quel periodo trovavano la loro tappa obbligata nella sosta in qualche campo (generalmente altrui…, lo ammetto) coltivato a fave. Lì si compiva una sorta di rito magico in cui trovava soddisfazione l’antichissimo difetto della trasgressione (vuoi mettere il piacere del rischio dell’arrivo improvviso del proprietario e quello della successiva precipitosa fuga? Altro che il turismo di oggi che ha come meta una zona teoricamente pericolosa e che prevede il programmato ed incruento assalto dei predoni, per giunta a pagamento!) e la soddisfazione della fame che allora di per sé non mancava… Se poi si aveva la lungimiranza (in quel caso l’obiettivo era già stato da tempo individuato e l’invasione programmata) di portarsi appresso nna pezza ti casu, nnu piezzu ti pane e nnu fiascu ti mieru (una forma di formaggio, meglio se piccante, ma il massimo era e rimane la marsòtica, un pezzo di pane, quello fatto in casa e un fiasco di vino, quello fatto di uva…) la goduria era assicurata.

In quei momenti sarebbe stato assurdo pretendere che qualcuno di noi si chiedesse o chiedesse perché ciò che stava gustando avesse  quel nome, anche perché nessuno a quell’età, tanto meno oggi, si pone in situazioni del genere domande di quel tipo.

Sono passati tanti anni ma, se è cambiato tanto nella vita mia e dei miei coetanei, è cambiato poco, in concreto, nella soddisfazione, che allora nemmeno si immaginava, di certe curiosità etimologiche; nel senso che l’origine di ùngulu ancora oggi rimane incerta.

Il Rohlfs1 in forma dubitativa (sarà per via dell’accento?) propone il greco goggýlos=rotondo, riprendendo una precedente ipotesi del Ribezzo2. Irene Maria Malecore3 propone, sempre in forma dubitativa, il latino novùnculus=novellino.

Se sul piano fonetico le tre ipotesi mi appaiono plausibili,  è su quello semantico che manifestano qualche debolezza perché l’idea della rotondità è ben più spinta in altri frutti e ho altrettanta difficoltà a capire come mai proprio il nostro baccello sia diventato il simbolo del prodotto novello, anche se la specificazione nell’espressione fae ti ùnguli potrebbe far pensare proprio alla contrapposizione alle fave secche.

Comunque, siccome i miei illustri predecessori non sono giunti a conclusioni certe, anche un fesso come me si sente autorizzato a dire, sempre dubitativamente (per cui ci sarà tra poco il festival del condizionale…), la sua.

Parto dalla banale osservazione che il baccello della fava ricorda un artiglio o, pensando ad alcune eccentricità del nostro tempo, l’unghia esibita da alcune donne che evidentemente si sarebbero sentite naturalmente realizzate se fossero nate tigri. Unghia in latino è ùngula, di genere femminile, ma in Plauto (III-II secolo a. C.) è attestato anche un maschile ùngulus (in altri codici unguìculus) col significato di unghia del piede.4 Pure in Plinio (i secolo d. C.) compare un ùngulus col significato di anello ma con agganci etimologici, anche se piuttosto confusi,  al dito: “…risulta che primo fra tutti Tarquinio Prisco donò al figlio, che quand’era ancora fanciullo aveva ucciso il nemico, un globetto di oro; da qui continuò l’usanza che i figli di coloro che avevano prestato servizio militare a cavallo avessero questo riconoscimento, gli altri una collana di cuoio. E perciò mi meraviglio che che la statua di quel Tarquinio sia senza anello, sebbene vedo che ci sono dubbi sul nome: i Greci lo chiamarono dalle dita5, presso di noi gli antichi lo chiamarono ùngulo; poi e i Greci e i nostri lo chiamarono simbolo67. In Isidoro di Siviglia si legge: “Tra i tipi di anello ci sono l’ungulo, il samotracio , il Tinio. L’ungulo è fornito di gemma ed è chiamato con questo nome perché, come l’unghia aderisce alla carne così la gemma dell’anello all’oro”8.

Quest’ultimo autore, dunque, rappresenta col suo anello l’anello di congiunzione (potevo rinunciare a questo gioco di parole?…)   tra ùngula e ùngulum; ma basta questo per convalidare la mia ipotesi nata dalla semplice osservazione?

Non credo, anche perché, sempre riferendomi all’aspetto e restando, grosso modo, nell’ambito della stessa immagine, mi viene in mente che ùngulu potrebbe essere da un latino *ùnculus, diminutivo del classico uncus=uncino (ritorna puntuale, come si vede, l’immagine dell’unghia, dell’artiglio). Questa proposta bypasserebbe le imprecisioni del Ribezzo, il dubbio del Rohlfs e le perplessità nascenti dall’ipotesi della Malecore.

Conclusa, comunque, ingloriosamente la disamina etimologica, dopo aver ricordato il verbo derivato scungulàre=sbucciare i legumi (usato anche in senso metaforico per il cibo stracotto e per l’effetto di una prolungata esposizione al sole), passerò in rassegna ora alcuni elementi della cultura popolare in cui il nostro ùngulu da solo o insieme con la fava secca) è protagonista.

Siccome sono stanco (figurati!) lascerò parlare il gallipolino Emanuele Barba 9:

Lu tiempu passa e la fava se coce.

(toscano) Il tempo passa e porta via ogni cosa.

(latino) Fugit irreparabile tempus. (Virgilio)

 Fugit retro juventus et decor. (Orazio)

 

Fava, favazza te binchia e te sazzia.

 (trad.) La fava ti sazia e ti nutrisce.

(toscano) Viver parca,emte arricchisce la gente.

Son meglio le fave che durano, che i capponi che vengon meno.

È meglio il pan nero che dura, che il bianco che si finisce.

(latino) Potus cibique parcitas.

Bonae valetudinis quasi quaedam mater est frugalitas.                                                

 

Do’ facetole a nna botta (ovvero)

Do’ picciuni a nna fava.

 

O palora o scorza d’ungulu.

Dicesi per dinotare che una cosa promessa o parola data dev’essere ferma. Ed usasi per richiamare allo impegno preso chi minaccia di venir meno.

(latino) Promissio boni viri est observatio.

 

Vidire l’unguli fare fave.

Vedere i baccelli divenir fave.

Avere agio di vederne delle belle; ed anche può significare avere la opportunità di vedere il principio, lo sviluppo e la fine di una cosa o fatto.

 

Avendo ripreso fiato mi permetto di integrare con:

Ci chianta fae mangia unguli

Chi pianta fave mangia fave verdi. È l’integrazione del precedente; entrambi costituiscono quasi un inno alla moderazione e alla lungimiranza: bisognerà pur lasciare qualche baccello a seccare in modo da avere l’anno successivo fave da seminare, dalle quali avere, in una sorta di metafora della vita, unguli ma anche altre fave da seminare.

No vvae mai alla spizzaria ci mangia fae ti sera e dia.

Non va mai in spezieria (farmacia) chi mangia fame di sera e di giorno.

Ti santu Lionardu chianta la faa ca è ttardu.

Di san Leonardo (6 novembre) pianta la fava perché è tardi.

Mangia fae ca ti ntòstanu l’osse.

Mangia fave perché ti si rinforzano le ossa.

e di chiudere con un guizzo finale:

Puttana pi nna faa, puttana pi nn’ùngulu.

Il significato metaforico è chiaro: quando la situazione è compromessa, inutile fare sottili distinzioni. Il detto si adatta perfettamente alla morale attualmente dominante in politica: una volta che ci si è ritrovato a propria insaputa intestato un appartamento, perché non accettare il dono disinteressato di una crociera, di un viaggio in aereo, di un piatto di cozze…? Per farla completa: nel detto popolare non mi sentirei di escludere un doppio senso per fava (già ampiamente collaudato nella lingua nazionale) e per ùngulu che a buon diritto può essere considerato un simbolo fallico. Lo stesso si può fare, credo, per il primo proverbio citato dal Barba.

A conforto dell’incertezza etimologica che ancora mi brucia rimane il fatto che l’ùngulu è una gioia per le papillle gustative dei più, soprattutto se consumato, è sempre così, in allegra compagnia, accompagnato, per tornare da dove ero partito, dagli altri gioielli della dieta mediterranea: pane casereccio e vino. Buon appetito!

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1 Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo editore, Galatina, 1976, v. II, pag. 787.

2 Rivista indo-greco-italica di filologia, lingua, antichità, Napoli, v. 14, 1930, pag. 108: il salentino ùngulu=baccello di fava accenna per lo meno a un in conchula…si tratterà dunque, tutt’al più, di greco kogchyle, influenzato per il k in g velare dopo n da greco gòggylos. 

Non c’era bisogno di mettere in campo un in conchula=nella conchiglia; sarebbe bastato il solo conchula tenendo presente che vongola è dal latino cònchula e che, quindi, il passaggio c->v– non è un’anomalia inspiegabile e che a conchula si sarebbero potuto collegare direttamente le varianti vùngulu e vùgnulu di ùngulu. Infine, per la precisione, in greco non è gòggylos ma goggýlos.

3  Proverbi francavillesi, Olschki, 1974, pag. 87. Novùnculus in latino non è attestato, per cui sarebbe stato opportuno far precedere tale voce ricostruita da un asterisco. Oltretutto il passaggio ad ùngulu avrebbe comportato una prima aferesi (vùnculu) e poi la lenizione di v- (che, tuttavia, rimane in alcune varianti: vùngulu, vùgnulu).

4 Epidichus, 623: usque ab ungulo ad capillum (dall’unghia del piede fino ai capelli).

5 Daktýlios o daktýliov, diminutivo di dàktylos=dito. Dattilo è il nome di un piede della metrica classica, formato da una sillaba lunga e da due brevi, proprio come, nel dito,  la sequenza di falange, falangina e falangetta.

6 Sýmbolon, da sumbàllo=mettere insieme.

7 Naturalis historia, XXXIII, 4: …a Prisco Tarquinio omnium primo filium, quum in praetextae annis occidisset hostem, bulla aurea donatum constat: unde mos bullae duravit ut eorum qui equo meruissent filii, insigne id haberent, ceteri lorum. Et ideo miror Tarquinii eius statuam sine anulo esse. Quamquam et de nomine ipso ambigi video: Graeci a digitis appellavere, apud nos prisci ungulum vocabant; postea et Graeci et nostri symbolum.

8 Etymologiae, XIX, 32, 5: Inter genera anulorum sunt ungulus, Samothracius, Thynius. Ungulus est gemmatus, vocatusque hoc nomine quia, sicut ungula carni, ita gemma anuli auro adcingitur.

9 Proverbi e motti del dialetto gallipolino raccolti ed illustrati, G. Stefanelli, Gallipoli, 1902, passim.

Detti e proverbi delle genti del Capo di Leuca

 

“Alli pacci mini petre? – Detti e proverbi delle genti del Capo di Leuca”, di Oronzo Russo

 

di Paolo Rausa

“Se a Llèviche no vvei de vivu, vei de mortu” (Se a Leuca non vieni da vivo, verrai da morto). Non poteva iniziare che da Leuca questo viaggio nella cultura popolare salentina, per la precisione nel sud del Salento, l’ultima propaggine d’Italia dove il Capo fa da spartiacque  e la terra sembra protendere “il suo grembo aprendosi da ogni lato al commercio dei popoli e lei stessa, come per aiutare gli uomini,  slanciandosi ardentemente verso i mari”, così scrive nella Naturalis Historia Plinio il Vecchio.

Una terra ricca di storia e di cultura dunque, dove il mito del suo biancore splendente (Leucade) si riverbera sulle due fanciulle (Rìstola e Meliso), che ormai prive della passione ardente sono pietrificate, forse per rammentare agli uomini che il sentimento d’amore quanto più è intenso e travalica la dimensione umana tanto più spiace agli dei – ne sono invidiosi – ed è punito nella metamorfosi delle rocce. Una terra che ha conosciuto la poesia di Vittorio Bodini (E’ qui che i salentini/dopo morti fanno ritorno/col cappello in testa), di Girolamo Comi, di Salvatore Toma, di Rina Durante, dei romanzi di Maria Corti, dei tanti poeti che hanno scelto di esprimere nella lingua dialettale le aspirazioni di un popolo, forse genti come dice bene l’autore di questa raccolta Oronzo Russo, le sue passioni, i desideri, i fermenti, le ansie e

Proverbi salentini e un verbo neretino tra passato, presente e futuro: ulìre (volere)

di Armando Polito

* Vuoi che ti prepari qualcosa di particolare?

* Vorrei…vorrei…(Ulìa nel dialetto neretino è prima persona singolare dell’imperfetto indicativo di ulìre, usato pure, come in italiano, invece del condizionale; però, oltre che forma verbale, è anche sostantivo, corrispondente all’italiano oliva e questo equivoco dovuto all’omofonia spiega la seconda vignetta della brevissima striscia).

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* Come stai vedendo, ti ho accontentato…

Spero, promitto e iuro vogliono l’infinito futuro. A beneficio di coloro che non conoscono il latino e anche (mi si perdoni la realistica malizia…)  dei più giovani che lo stanno studiando: si tratta di un trucchetto in auge in passato per ricordare che in latino i tre verbi speràre (=sperare), promìttere (=promettere) e iuràre (=giurare) esigono che il verbo della dipendente dichiarativa sia espresso con l’infinito futuro. È intuitivo che a  questo tempo è strettamente connesso il concetto della promessa, mentre quelli della speranza e del giuramento possono riguardare anche il passato (spero/giuro di aver fatto bene) e in in tal caso la cantilena prima ricordata non vale, tant’è che il verbo della dipendente andrà espresso con l’infinito perfetto.

Per collegare il concetto del passato con quello del nostro verbo cosa c’è di meglio se non passare in rassegna i proverbi che lo contengono?

A ogni ccasa nci ole lu pàcciu (In ogni casa è necessario che ci sia un pazzo; dopo queste prime righe sarà facile al lettore capire chi in casa mia ricopre questo ruolo…).

A pprètiche e mmilùni/nci òlinu li stagiùni (Per prediche e meloni è necessaria la stagione; trascrizione, con riferimento alla sfera religiosa ed a quella agricola, pilastri della vita di un tempo,  del generico italiano Ogni cosa a suo tempo).

Arata e tairsàta/ole la terra,/amata e ggimintàta1/ole la tonna (È necessario che la terra sia arata una prima volta in un senso e una seconda in

Li dittèri ti l’acqua (I proverbi dell’acqua)

di Armando Polito

È l’elemento fondamentale della vita , perciò non fa meraviglia che acqua insieme con pane registri la più alta presenza nei nostri ditteri. L’ultimo corsivo non si riferisce, come si potrebbe credere, alla natura dialettale della voce ma piuttosto all’obsolescenza che ha colpito da tempo l’italianissimo ditterio, che vanta, fra l’altro, nobilissime origini. Esso fino al XIX secolo è stato usato come sinonimo di pulpito, cattedra (e per traslato insegnamento, sentenza, detto, modo di dire, proverbio), cosa comprensibilissima pensando che la voce è dal greco deiktèrion=luogo per mostrare o esporre, a sua volta da dèiknymi=mostrare; ma c’è esposizione ed esposizione, da quella astratta a quella concreta…, ragion per cui  la nostra voce quasi contemporaneamente assunse anche il significato traslato di bordello. Lo scivolone semantico, però, non coinvolse il nostro uso dialettale della voce, il cui significato restò legato esclusivamente a quello di partenza.

Per evitare ogni rischio mi accingo a gettare acqua sul fuoco precedente.

L’importanza che da sempre essa (l’acqua) ha avuto in agricoltura giustifica, il fatto che compaia nei suoi connotati metereologici in ben sette proverbi sul totale di undici che ho reperito:

Acqua ti sciùgnu pisciu ti tiàulu (Pioggia di giugno orina di diavolo).

Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu ttotte li tire (Vale più una pioggia d’aprile che un carro con tutti i suoi animali da tiro).

Aria nnigghiàta, acqua priparàta (Aria annebbiata, pioggia imminente).

Cielu russu: o acqua, o ièntu o frùsciu (Cielo rosso: o pioggia, o vento, o scroscio improvviso).

La mia stella

di Armando Polito

È una stella scarna, come qualsiasi cosa che ispiri o persona che nutra la speranza; una stella che affida, una volta tanto, ad una lingua “morta” e non all’inglese il compito di diffondere un auspicio universale. È inutile che il lettore perda tempo con i motori di ricerca per individuare l’autore dell’esametro e delle relative traduzioni: sono io, e si sente…

Non vorrei che quella in dialetto neretino, in cui prevale l’agricolo significato di base del primo verbo, fosse interpretata come la solita paternalistica allusione che il sacrificio su questa terra vale, per chi ci crede, un posto privilegiato nell’aldilà e, in ultima analisi, come un’esaltazione della rassegnazione. Vuole essere, al contrario, la prefigurazione di un mondo i cui protagonisti  trovano  il loro riscatto  nel bando dello spreco e del superfluo e nel rispetto reciproco. Insomma, il trionfo di quella rivoluzione che, anche se non da sola, più di duemila anni fa mise in ginocchio un impero e che in duemila anni ha avuto, quando le cose sono andate bene,  solo sbiadite controfigure del più grande e tradito rivoluzionario di tutti i tempi: Cristo.

Il mese di agosto nei proverbi salentini

Acostu ti li mmuta li chimere!

(Agosto ti fa passare i colpi di testa! perchè il caldo estenuante mette a dura prova chiunque, facendo svanire ogni pensiero, sia esso cattivo o buono).

Acostu ‘ccite l’ omu e marzu nd’ hae la nòmina

(ancora per risaltare la fiacca determinata dal caldo estenuante di agosto. Letteralmente: agosto ammazza l’uomo e marzo ne ha la condanna).

Lugliu e acostu: mugghere mia no tti canoscu

(per tutto l’anno la coppia dorme nello stesso letto, ma in questi due mesi è solita dormire separatamente)

Acostu manda littri cu tti riccugghi li zzìnzuli

(Agosto manda messaggi perchè tu possa metter via le masserizie e gli attrezzi. La pioggia attesa per i primi di settembre, e oggi diremmo la riapertura delle scuole, interrompono le ferie, un tempo trascorse in campagna).

Mara alla pastanaca ca ti acostu no ggh’è nnata,

ma cce dicu nata, armenu siminata!

(triste destino per la carota non ancora spuntata in agosto o perlomeno seminata).

Mara a queddha rapa

ca ti acostu non è siminata

(ancora un consiglio per l’agricoltore, che in agosto  avrà dovuto seminare le rape).

Acostu gnòrica l’ua e lu mare

(in agosto il negramaro è ormai maturo e il mare varia il suo colore a causa del cielo che tende ad essere nuvoloso).

Niente di nuovo sotto il sole, ma il sole da qualche decennio non vede altro che il peggio del vecchio.

di Armando Polito

I proverbi qui raccolti in tre succinti gruppi rappresentano un’impietosa diagnosi dello stato morale comatoso dell’attuale società, con la differenza, non di poco conto, che i disvalori da loro fustigati costituivano in passato una rara eccezione. Nutro, tuttavia, una speranza e in questo credo di essere in buona compagnia: quando la corda è sottoposta ad un’eccessiva tensione inesorabilmente si spezza e finisce rovinosamente a terra chi imperterrito continuava a tirarla.

Non tutto il male vien per nuocere: il lettore trarrà giovamento dai conati di vomito (chiedo scusa per l’immagine) che mi impediscono questa volta di stilare la consueta trascrizione in lingua, qualche nota etimologica e qualsiasi ulteriore commento, fatta eccezione per l’ultimo proverbio del secondo gruppo da me adattato per la circostanza.

a) La meritocrazia, la raccomandazione e la fuga dei cervelli.

Lu pruèrbiu è generale,/lu canòsce ogni nazione:/ola l’omu senza ale,/basta ca hae nna proteziòne.

Ungi l’assu ca la rota camìna. 

A cci fatìa nna sarda, a cci no ffatìa una e mmenza.

Ci càngia paese càngia sorte.

b) La litigiosità, l’ingordigia, la connivenza, l’opportunismo, la corruzione  e il trasformismo della politica.

Li ciucci si àttinu  e li bbarìli si scàscianu.

Ci cumànda no stracca mai.

Ci cumànda no ssuta.

La entre ggh’è co’ piddhècchia: quantu cchiù mminti cchìù si stindècchia.

Li sordi ndi càccianu l’uècchi allu tiàulu.

Lu tiàulu iuta li sùa.

Mangiàndu mangiàndu ti ene l’appetìtu.

Nna manu llava l’addha e tott’e ddoi  si llàvanu la facce.

Rrobba t’addhi, curèscia larga.

Ti la capu nfitèsce lu pesce.

Nnu pete intr’a ddo’ scarpe no ppò stare (quando è un piede normale, non un piede “responsabile”).

c) La manovra finanziaria

Li sordi pòrtanu li sordi e li pitùcchi pòrtanu pitùcchi.

Gesù Cristu, pruìti li pruitùti ca li spruitùti sontu bbituàti.

Lu cane ci mòzzica? Lu strazzàtu.

Lu pesce cchiù grande si màngia lu pesce piccìccu.

Pùlici cu ppùlici fàcinu lìndini.

Quàndu lu pòveru tae allu riccu lu tiàulu si ndi rite.

Totte li mosche vonu alla mula scurciàta.

San Foca. Quando il mare impetuoso riempie la grotta della jannara…

Quannu lu mare rusce a la  Jannara, pigghia li boi e va’ a ara’

di Gianni Ferraris

La jannara è un luogo, una spiaggia, un mare-lago (apparente ossimoro), che si trova andando verso San Foca.   Ci andiamo spesso per farci il bagno. Ci sono bimbi che giocano e genitori tranquilli perché l’isolotto veglia su di loro.  Lei, la grande roccia con la  caverna, galleria, antro dei misteri che porta nel mare aperto, è lì a proteggere dalle mareggiate e dalle onde. Quando ci passi dentro e superi quelle colonne d’Ercole per addentrarti verso il mare aperto, verso l’ignoto che rumoreggia, quando hai davanti il mondo ignoto anche se sai che le coste albanesi sono a poche miglia, però fingi che ci sia l’ignoto davanti a te, allora puoi pensare a mille cose,  magari ti torna in mente Lucio Lombardo Radice quando scriveva del concetto di infinito, quello che noi, miseramente umani, grandiosamente persone, immensamente soli di fronte all’immenso, non riusciamo a concepire. Cos’è il nulla e cos’è l’infinito? Macchè,   abbiamo i sensi e intuiamo, almeno pensiamo di farlo, una fine ed un limite, che è quello dello

Vademecum del contadino del tempo che fu

di Armando Polito

immagine tratta da http://tangalor.blogspot.com/2010/11/affrontare-tutte-le-stagioni-della-vita.html

Da sempre strettissimi sono stati nella civiltà umana i rapporti tra l’alternarsi delle stagioni, quella che alle origini e per millenni fu la principale attività, l’agricoltura, e la religione. Poi vennero l’ industria, l’inquinamento, i mutamenti climatici, l’agricoltura transgenica (quella biologica, più che un’inversione di tendenza frutto di un ravvedimento, a me sembra solo una perversa contraddizione che, sempre in nome del dio profitto, fa leva sulle nostre, pur fondate, paure e rischia di essere una delle tante mode che puntualmente vengono imposte) e tutto quello che di spiacevole il futuro ci riserverà. Chi scrive ha un concetto molto personale della religione (anzi, ad essere sincero, debbo dire che mi ripugna alla mente ed al cuore un credo, e in questo tutte le religioni passate e presenti si somigliano, che trae la sua ragion d’essere dalla paura di un fenomeno altrettanto naturale come la nascita qual è la morte), ma un minimo di onestà intellettuale mi obbliga a riconoscere che nel passato, almeno, quei rapporti ai quali ho fatto cenno all’inizio hanno garantito un certo rispetto dell’ordine naturale delle cose e della vita. Con un sentimento che è nello stesso tempo nostalgia e rabbia mi piace perciò qui ricordare sette antichi proverbi che il cosiddetto progresso ha reso quasi del tutto obsoleti nel volgere di pochi decenni. E se per gli altri la fine o quasi è stata decretata dalle serre, non mi meraviglierei se il primo, sconfessato (nella sua interpretazione letterale) dalla scienza per quanto osservo in nota 1, si prendesse la sua brava rivincita e fosse, paradossalmente, l’unico ad essere attuale per colpa del sovvertimento totale che l’uomo sarà stato in in grado di produrre pure a livello astronomico…

1 Ti santa Lucia llunghèsce la tia

quantu lu pete ti la iaddhìna mia.

Il giorno di santa Lucia (13 dicembre) si allunga il dì

quanto il piede della gallina mia.1

 

2 Ti santu Frangìscu

la seta2 allu canìsciu3.

Il giorno di san Francesco (4 ottobre)

la melograna nel canestro.

 

3 Ti santu Gisèppu

la simènte all’uèrtu.

Il giorno di san Giuseppe (1 maggio)

la semente nell’orto.

 

4 Ti santu Lionàrdu

chiànta la faa ca è tardu.

Il giorno di san Leonardo (6 novembre)

pianta la fava perché è tardi.

 

5 Ti santu Lorènzu

lu noce ggh’è mmiènzu.

Il giorno di san Lorenzo (10 agosto)

la noce è a metà (del suo sviluppo).

 

6 Ti santu Subbistiànu

li cìciri4 alla manu.

Il giorno di san Sebastiano (20 gennaio)

i ceci in mano (pronti per la semina).

 

7 Ti Tutti li santi

la simènte alli campi.

Il giorno di Ognissanti (1 novembre)

la semente nei campi.

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1 Com’è noto il 21 dicembre,  inizio del solstizio d’inverno, è la data dell’anno in cui il giorno ha la durata più breve. È dal 22, dunque, che il giorno comincia progressivamente e lentamente a crescere. Credo, perciò, che il proverbio vada interpretato non tanto come intriso di sarcasmo (anche se il piede della gallina, per quanto piccolo, sempre piede è…) ma come una sorta di miracolo più agognato che realizzato (in fondo santa Lucia non è la protettrice della vista, cioè, in ultima analisi, della luce?). A meno che, quel “ti” corrisponda non a “di” ma a “da” , cioè a “subito dopo”.

2 Dal greco side=melograno. Come avviene per i più titolati palinsesti televisivi anticipo che un post con foto originali sarà dedicato al melograno in settembre, quando matureranno i frutti dei miei numerosi alberi. La riproduzione di questa pianta, infatti, è quanto di più facile si possa immaginare: basta scalzare, alla fine dell’autunno o all’inizio dell’inverno, uno dei numerosissimi polloni che tendono a svilupparsi nelle immediate vicinanze del piede (non quelli che spuntano direttamente dal piede e che non hanno apparato radicale), invasarlo o piantarlo direttamente nel terreno.

3 Nel dialetto neretino canestro [dal latino canìstru(m), dal greco kànastron, probabilmente connesso con kanna=canna]  è canèscia (con cambio di genere e normale passaggio –str->-sci-, come in maestra/mèscia, finèstra/finèscia, etc, etc.). La variante canìsciu rende possibile l’assonanza. Da notare che questo dettaglio prosodico ricorre pure nel proverbio successivo (Gisèppu/uèrtu), negli altri si ha regolare rima.

4 Plurale più fedele di quello italiano (ceci) all’originale latino (cìceres).

Cinque proverbi estivi

di Armando Polito

Non è un caso che il senso letterale di tutti i proverbi legati alle stagioni sia strettamente connesso con la cultura contadina di un tempo e soprattutto con gli eventi che ne scandivano il duro lavoro. Non fanno eccezione quelli che qui riporto. Di ognuno do, nell’ordine, la trascrizione  in italiano, le osservazioni metriche e, laddove è necessario, il commento e le etimologie.

1) ACQUA TI SCIUGNU/PISCIU TI TIAULU

Pioggia di giugno/piscio di diavolo

Due quinari legati da assonanza (sciùgnu/tiàulu) la cui vaghezza è ridimensionata ai fini musicali da ti che funge da cerniera comune tra le due parti di ogni verso con il suo valore allitterativo ribadito in tiàulu, cui è complementare la ripetizione della sillaba sciu tonica in sciùgnu e atona in pìsciu.

La nocività della pioggia in questo periodo in cui la umidità favorisce il proliferare dei parassiti è compendiata nell’espressione st’acqua ggh’è totta malatia= questa acqua è tutta malattia.

Tre antichi detti pasquali e squillano le diverse campane etimologiche…

di Armando Polito

Campana pasquale, olio su tela di Ettore Goffi

TUMENICA SO’ LLI PARME

E ALL’ADDHA PANE E CARNE.

La prossima domenica è quella delle Palme e nella successiva (mangeremo) pane e carne.

Due ottonari che ad un’epoca di trionfante consumismo e peccaminoso spreco trasmettono il ricordo di tempi in cui il consumo della carne (e non solo per motivi religiosi..) era un fatto eccezionale e, comunque, riservato solo alle grandi, pochissime (allora…)  occasioni.

 

CI HA CCAMBARATU1 SCAMBARA2, CA NARDÒ PARMISCIA3 

Se hai mangiato carne interrompendo il digiuno quaresimale riprendilo, perché a Nardò si comincia a festeggiare la domenica delle Palme.

La struttura, pur prosastica, ha una sua musicalità dovuta alla figura etimologica (ccambaràtu/scàmbara) ed all’allitterazione di m e di r. Il detto rientra nelle manifestazioni del campanilismo più o meno sano di un tempo: si narra che una volta a Galatone gli abitanti festeggiavano per errore la Pasqua, mentre i neritini celebravano la festa delle Palme; accortisi dell’errore, i Galatonesi fecero passare un banditore che li invitava a riprendere il digiuno. Errore in buona fede (Galatone-Nardò 0-1) o furbizia alimentata dalla indisponibilità al sacrificio (per quanto moralmente discutibile, Galatone-Nardò 1-0)?

CI VUEI CU BBITI ‘N’ANNATA CURIOSA

NATALE SSUTTU E PASCA MUTTULOSA4

E ALLORA SÌ LA MASSARA È PUMPOSA!

Se vuoi vedere un’annata strana:

Natale asciutto e Pasqua bagnata…

e allora sì la massaia è tutta pomposa!

È una terzina di endecasillabi a rima unica. L’annata strana (pioggia non in inverno ma in primavera) preludeva ad un raccolto abbondante che rendeva particolarmente orgogliosa del suo ruolo la massaia (che, invece, nelle annate infelici, era tutta abbacchiata). L’importanza della pioggia in quel periodo ai fini di un buon raccolto è ribadita dagli altri proverbi: Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia di aprile che un carro con tutto il tiro)e Marzu, chiuèi, chiuèi, ca la terra stae co’ chiuèi (Marzo, piovi, piovi, perché la terra è dura come chiodi).

I cambiamenti climatici hanno reso obsoleto quest’ultimo detto, così come il consumismo senza freni e il dilagante edonismo, che hanno cancellato dal loro vocabolario la parola sacrificio, hanno fatto con i primi due. Urge il “passaggio” inverso. E, allora, per quel che può valere, buona Pasqua!…nella pienezza del suo significato etimologico.

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1 Ccambaràre(=mangiare di grasso) è secondo il Rohlfs (I° volume, lemma cammeràre, pag. 98) dal “greco dialettale gamarìzo”, che, aggiungo io, potrebbe essere connesso con il classico gamelìa=  banchetto nuziale; senonchè nel III° volume (pag. 906) alla voce cammeràre leggo:”L’etimo proposto, cioè il neogreco dialettale gamarìzo, appartiene ai dialetti di Creta e dell’Asia Minore, mentre la forma magarìzo ‘io mangio di grasso’ è di più larga diffusione; si confronti ancora il latino tardo camaràre ‘sporcare’. Nonostante il tempo che da qualche decennio gli dedico, di questo verbo latino (per giunta tardo, nemmeno medioevale!) non sono riuscito a trovare a tutt’oggi nessuna attestazione se non il camaràre (variante di cameràre) di Plinio (Nat. hist., X, 33) col significato inequivocabile di proteggere con qualcosa a forma di volta e che, in tutta evidenza, nulla ha a che fare col significato di sporcare.

2 Scambaràre è da ex privativo+il precedente ccambaràre.

3 Parmisciàre è audace formazione verbale con significazione temporale; l’omologo italiano, se esistesse, sarebbe palmeggiare. Ma come non ricordare il montaliano meriggiare pallido e assorto? Al di là, però, del carattere suggestivo delle evocazioni va detto che meriggiare è dal latino meridiàre come meriggio (mirìsciu in neritino) da merìdie(m)=mezzogiorno, a sua volta composto da mèdius=mezzo e dies=giorno. Risulta evidente che l’esito –iggiàre in meriggiare deriva proprio dall’intervento del sostantivo dies e non del suffisso latino –idiàre (dal greco –ìzein) che in italiano ha dato –eggiàre (favoleggiàre, saccheggiare, etc. etc.). Altrettanto chiaro è, invece, che l’-isciàre di parmisciàre è l’-idiàre latino di cui ho appena detto [tra gli innumerevoli altri esempi: scarfisciàre=cominciare a fermentare, da scarfàre=scaldare (da un latino *excalfàre a sua volta dal classico excalefàcere)+il suffisso incoativo –isciare].

4 Da muttùra=nebbia, rugiada; muttùra, a sua volta, è, secondo il Rohlfs, da mmuttàre=bagnare (voce usata non a Nardò ma a Lecce, Vernole e Squinzano), omologa dell’italiano imbottàre con cui condivide l’etimologia (da in+botte). Questa etimologia è ritenuta poco attendibile per motivi morfologici da F. Fanciullo, che propone, invece, una derivazione, insieme con il grico muntùra=rugiada, da una radice gallo-romanza *MUTT. La proposta del Rohlfs non mi appare debole dal punto di vista morfologico se si pensa a formazioni tipo calura,  dal tema di calère=aver caldo, anche se l’idea della botte come contenitore di un liquido mi pare troppo esagerata rispetto alla nebbia o alla rugiada. Io metterei in campo umittàre (umettare in italiano) dal latino humectàre=inumidire, a sua volta da humère=essere umido; trafila: umittàre>*mittùra>muttùra.

5 Vedi anche il post Noterelle di metereologia salentina di Marcello Gaballo.

A proposito di febbraio e del freddo

di Marcello Gaballo

Il popolo salentino ha personificato anche i mesi dell’anno e da molte generazioni si tramanda questo breve raccontino, nel quale Febbraio chiede una cortesia al fratello Marzo:

frate Marzu, frate Marzu

damme tò giurni

e bbiti a ‘sta ‘ecchia cce lli fazzu!

Ca ci li giurni mia

l’abbìa tutti

facìa cuajare

lu mieru intra ‘lli ‘utti.

(fratello Marzo, fratello Marzo/ prestami due giorni dei tuoi/ e vedrai cosa farò a questa vecchia./ Avessi tutti i miei giorni/ farei congelare il vino nelle botti).

Ma a questa considerazione bisogna aggiungere anche un proverbio, che si recita a Scorrano:

Lu tàccaru cchiù gruessu

àzzalu pi marzu

(la legna più grande riservala per marzo).

Ogni commento si può risparmiare, visto che le temperature di questi giorni  confermano la secolare esperienza in fatto di metereologia.

Ancora una conferma?

Ci fribbaru no fribbarèscia

marzu mmalepensa

(se febbraio non porta il suo freddo, marzo potrebbe pensar male riguardo la sua reputazione di mese più freddo dell’anno).

L’amore passato e presente (e non solo…) in 14 proverbi salentini

14 FEBBRAIO, SAN VALENTINO: L’AMORE PASSATO E PRESENTE (E NON SOLO…) IN 14 PROVERBI

 

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non chiediamo scusa, sia chiaro, per aver celebrato a modo nostro, sicuramente non convenzionale, questa ricorrenza e, in generale. l’amore. Lo faremo solo se qualche lettore (dubitiamo che sarà, paradossalmente, una lettrice…) ce ne darà un motivo la cui validità, poi, oltretutto, sottoporremo al vaglio di tutti. D’altra parte la serietà dell’argomento, lo diciamo senza ironia, ci ha dissuasi dal corredarlo,  all’inizio, di qualsiasi immagine, fosse solo una simpatica vignetta, in funzione ritualmente edulcorante; poi, invece …

  

 
 
 

 

collezione privata Mino Presicce

 

 

AMA CI CRESCE E NNO CI PARTURESCE

(Ama chi cresce e non chi partorisce)

Il pensiero vola ai neonati (sopravvissuti) la cui prima culla è stato un cassonetto, e (altra perversione umana…pensando alle adozioni sublimi anche tra specie diverse che le cosiddette bestie sono in grado di attuare) agli uteri in affitto.

 

AMA L’OMU CU LLU ‘IZZIU SUA

(Ama l’uomo col vizio che ha)

Tutto dipende dal vizio che ha.

 

AMORE TI PATRUNI AMORE TI FRASCUNI

(Amore di padroni, amore in mezzo a folte frasche)

In passato il verbo ‘nfrascare era sinonimo di “darsi alla macchia” per sfuggire alla cattura o per soddisfare, naturalmente da parte del maschio, rapporti sessuali “illegittimi”. Oggi, addirittura, si mobilitano fotografi e cameramen per immortalare l’evento che si verifica in un ambiente magari meno ecologico quale può essere un pied-à-terre (diventato, nel frattempo, un attico) , o peggio, se ne fa una ragion di stato per non abbattere un governo il cui capo, però, trova più comodo parlare di complotto della magistratura, naturalmente di sinistra1, che presentarsi davanti ad essa col fior di avvocati (peraltro parlamentari…di destra) che pure ha a sua disposizione.

 

collezione privata Mino Presicce

 

Proverbi e metereologia salentina

LE PREVISIONI DEL TEMPO DI UN TEMPO A NARDO’

di Armando Polito

I proverbi che seguono sono tutti di origine contadina e, frutto di osservazioni millenarie, hanno scandito per secoli, gli ultimi due in modo esclusivo per la citazione di un preciso punto di riferimento, la vita del nostro territorio. È in atto, come si sa, un mutamento del clima, fenomeno assolutamente normale, che in passato è avvenuto in tempi lunghissimi. Oggi anche il clima si adegua al ritmo frenetico della vita, anzi, probabilmente, ne è la prima vittima; e un controllo sull’attualità di questi proverbi potrebbe rappresentare la cartina di tornasole per quanti, abituati forse a vedere il bicchiere mezzo vuoto e non mezzo pieno, considerano il fenomeno in atto non di buon auspicio per la sopravvivenza del pianeta. Oltretutto, alcuni di questi proverbi hanno costituito il servizio meteorologico, quasi infallibile, del passato; quello attuale, invece, nonostante i satelliti…

 

Aria ‘nnigghiàta, acqua priparàta.

Aria annebbiata, acqua preparata.

Ci chiòe ti santa Bbibbiana chiòe ‘nu mese e ‘na sittimana.

Se piove di santa Bibbiana (2 dicembre) piove un mese e una settimana.

Cièlu russu: o acqua, o ientu, o frùsciu1.

Cielo rosso: o acqua, o vento o scroscio.

Ci vuèi cu bbiti la massara pumpòsa, Natale ssuttu e Pasca muttulòsa2.

Se vuoi vedere la massara pomposa, Natale asciutto e Pasqua umida.

Fibbràru, mienzu toce e mmienzu maru.

Febbraio, mezzo dolce e mezzo amaro.

L’arcu ti sera: o chiòe o ‘ncera; l’arcu ti matina: pigghia lu pane e ccamina!

L’arcobaleno di sera: o piove o il cielo assume il colore della cera; l’arcobaleno di mattina: prendi il pane e cammina (parti, vai a lavorare)!

La tramuntàna è ssignùra: si azza tardu e ssi corca prestu.

La tramontana è signora: si alza tardi e si corica presto.

Luna cupèrta, piscatore allerta!

Luna coperta, pescatore allerta!

Quandu lu sole ponge l’acqua è bbicìna.

Quando il sole punge la pioggia è vicina.

Quando lu tiempu è ffattu a llana ci no cchiòe osce chiòe sta sittimàna.

Quando in cielo ci sono gli alticumuli se non piove oggi piove questa settimana.

Quantu cchiù fforte chiòe cchiù pprestu scampa3.

Quanto più intensamente piove più presto smette.

Quandu ‘ntrona lu Rinàru4 fuci fuci allu pagghiàru.

Quando tuona in direzione del Rinàru scappa scappa verso il pagliaio.

Quandu si ggnòrica la Matonna ti l’Addu l’acqua è bbicina.

Quando il cielo diventa nero in direzione del santuario della Madonna dell’Alto la pioggia è vicina.

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1 Improvviso e breve scroscio di pioggia. Corrisponde all’italiano flusso.

2 Aggettivo da muttùra=rugiada; muttùra è da ‘mmuttàre (voce salentina, però non usata a Nardò)=intingere, corrispondente all’italiano imbottare.

3 Corrisponde all’italiano scampare, ma il significato di smettere di piovere è mediato dallo spagnolo escampar.

4 Località a nord-nordest di Nardò, sulla litoranea S. Caterina-S. Isidoro.

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