Porto Selvaggio, perla del Salento, gradito e consigliato da The Telegraph

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di Giuseppe Massari

I consigli di viaggio proposti dall’autorevole quotidiano inglese The Telegraph, che indica 21 destinazioni italiane, tra le quali il parco di Porto Selvaggio-Palude del Capitano di Nardò, che mantiene alta la bandiera della Puglia, insieme al Gargano, non sono da sottovalutare, considerato che, questo territorio, fortunatamente e coraggiosamente, è stato preservato da scempi urbanistici, dalle colate di cementificazioni che ne avrebbero deturpato la bellezza, lo splendore, l’originalità e la ricchezza paesaggistica, storica, culturale ed ambientale.

Oggi, possiamo dire che è una perla del Salento.

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Portoselvaggio, altrimenti definita “l’oasi più bella del Salento”, negli ultimi anni è stata già al centro di attenzioni, di considerazioni; in vetta alle classifiche più prestigiose. Sia a livello giornalistico che di tour operators, nazionali ed internazionali, tanto da diventare affollata meta estiva per le sue acque cristalline e fresche ma, anche come luogo d’attrazione culturale per la presenza di siti archeologici tra i quali la Grotta del Cavallo, “santuario della preistoria” e Serra Cicora.

La grotta del Cavallo ha restituito numerosi reperti legati all’Uomo di Neanderthal (resti macellati di animali, da cui il nome della grotta, manufatti di pietra, ecc.); nella grotta sono state rinvenute le testimonianze di una cultura, l’Uluzziano.

portoselvaggio (ph Marcello Gaballo)

L’importanza archeologica di Serra Cicora, invece, consiste nella presenza di una frequentazione del primo neolitico a ceramica impressa, seguita da uno stanziamento di neolitico recente – finale a ceramica Serra d’Alto e Diana. A quest’ultimo (V millennio a.C.) si deve l’impianto di una vera e propria necropoli che ha restituito finora circa venti individui, alcuni dei quali in strutture megalitiche che anticipano una tipologia ritenuta fino a ieri molto più recente.

Il Parco, possiamo dire che la fa da padrone. Esteso per oltre 1.000 ettari, riunifica in un’unica area il parco naturale attrezzato già istituito nel 1980 e l’area naturale protetta della Palude del Capitano, già classificata dalla L.R. 19/97. Con la Legge Regionale n. 21/1980, nella zona compresa fra la Torre dell’Alto e quella di Uluzzo, è stato istituito il Parco Naturale attrezzato di Porto Selvaggio, che ha evitato la cementificazione, prospettata dai numerosi progetti di lottizzazione già presentati e contro cui la popolazione locale si è coraggiosamente battuta.

Italy, Apulia, Salento, Porto Selvaggio natural reserve, the bay
Italy, Apulia, Salento, Porto Selvaggio natural reserve, the bay

 

La zona sottoposta a tutela copre una superficie di 424 ettari e ospita ambienti costieri tipici dell’area mediterranea. Dagli anni ‘50 si è aggiunta, poi, per effetto del rimboschimento operato dal Corpo Forestale dello Stato, una cospicua colonia di pini d’Aleppo, pianta pioniera che attecchisce perfettamente su questi terreni aridi e rocciosi. La pineta scende fino al mare e regala un’ombra profumata di resina a chi cerca un riparo alla calura estiva. La piccola insenatura di Porto Selvaggio è costituita da ciottoli e scogli bassi, che spesso tendono a formare piccole cavità che sembrano delle grotte. L’acqua cristallina permette di vedere, anche ad occhio nudo, gli splendidi fondali popolati da pesci e alghe multicolore.

Meraviglia, stupore e consenso, per la scelta dell’organo d’informazione inglese, sono stati espressi dal presidente del Gal Terre d’Arneo, Cosimo Durante. “Siamo tutti orgogliosi di questa nomina, come cittadini pugliesi oltre che salentini e di Terra d’arneo. Evidentemente si tratta di un risultato frutto dell’attuazione di principi di tutela che hanno permesso di preservare un luogo di così forte bellezza e, parallelamente, un lavoro congiunto che mette assieme attività di promozione a cura dell’ente parco competente, della civica amministrazione e della nostra agenzia di sviluppo locale, GAL Terra d’Arneo. Nella presentazione del comprensorio di Terra d’Arneo, difatti, il parco di Porto Selvaggio è uno dei nostri punti di forza per presentare il complesso sistema ambientale e culturale del comprensorio”.

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Omaggio a Portoselvaggio

di Armando Polito


Insignificante è questo mio doppio tributo se confrontato con le sensazioni, emozioni e suggestioni che questo magico luogo ha regalato a me ed a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di esserne ospitati. È il miracolo che solo la bellezza della natura è in grado di operare, almeno su quanti di noi restano ancora in grado di capirne il significato … e di rispettarlo.

Nella canzone (mia e di Francesco Carrino)  che commenta il video che segue (cliccare su Portuservaggiu, ma prima attivare gli altoparlanti) si parla di sole ti maggiu, ma è per pura esigenza di rima: Portoselvaggio è per tutto l’anno!

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Omaggio a Portoselvaggio

di Armando Polito


Insignificante è questo mio doppio tributo se confrontato con le sensazioni, emozioni e suggestioni che questo magico luogo ha regalato a me ed a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di esserne ospitati. È il miracolo che solo la bellezza della natura è in grado di operare, almeno su quanti di noi restano ancora in grado di capirne il significato … e di rispettarlo.

Nella canzone (mia e di Francesco Carrino)  che commenta il video che segue (cliccare su Portuservaggiu, ma prima attivare gli altoparlanti) si parla di sole ti maggiu, ma è per pura esigenza di rima: Portoselvaggio è per tutto l’anno!

Portuservaggiu

 

 

La storia verosimile della “Casa del capitano”. Nel Parco Porto-Selvaggio – Palude del Capitano

di Maria Grazia Presicce

 

Tanti, ma tanti anni fa un Capitano dopo aver navigato per tutti i mari e tra tutti i venti  un bel giorno decise che per lui era giunto il momento di mettere a riposo le sue membra e il suo vascello e avere finalmente una fissa dimora. Il suo continuo girovagare, purtroppo, non gli aveva consentito  di formarsi una vera famiglia. Gira di qua e gira di là di donne ne aveva conosciute e amate tante ma nessuna era riuscita a fermare la sua voglia di viaggiare e navigare.

Ora però era davvero stanco  e desiderava mettere i piedi per terra definitivamente. Aveva tanto pensato   a questa eventualità e si era detto che pur fermandosi  non sarebbe rimasto in un paese ma avrebbe cercato un luogo più consono alla sua natura libera e solitaria. Soggiornò per un po’ nel suo paesino d’origine e, a maggior ragione, si convinse che quella vita non faceva proprio per lui. Gli sembrava una vita vuota senza stimoli, senza avventure. Le giornate scorrevano oziose ed uguali. La gente del paese era avvezza a quella staticità che a lui sembrava una prigione, anche  il sole il mare il vento si placavano e stazionavano immobili e fiacchi tra le strade del paesino. Era lieto quando finalmente  il vento imperversava furioso e accumulava le nuvole o il tuono irrompeva improvviso  e scuoteva la terra e gli uomini dal loro torpore. Il vento era vita per lui, correva e fischiava, rincorreva le nuvole e le vele spingeva e affrontava avventure  e pericoli. Conosceva tutto lui dello spirare dei venti:  ne percepiva i respiri, gli affanni,   i segreti, le sue virate  improvvise,  il repentino placarsi.

 

Gli bastava chiudere gli occhi per ritrovarsi lì sull’immensa prateria blu al ritmo del fragor  delle onde e del fischiare del vento. Era quella musica che gli mancava e che ora avvertiva impellente mentre il temporale infuriava. Si riscosse. No, non poteva vivere di ricordi. Si sentiva ancora forte, pieno di vigore e di voglia di fare.   Gli mancava il suo mare, con il suo incessante movimento.

Aveva immaginato anche di poter vivere su un  barcone vicino al mare che gli avrebbe consentito di dedicarsi alla pesca e di non farlo sprofondare nella   nostalgia dei suoi viaggi. Si rese conto, però, che la vita sulla barca non era fattibile, cosicché risolse di cominciare ad esplorare la costa, perché lungo la costa era sicuro di trovare ciò che cercava.

Il  contatto con alcuni militari della zona lo aiutò nell’impresa. Da loro, che si recavano a fare esercitazioni militari in zone impervie e quasi irraggiungibili, ebbe notizia di un luogo meraviglioso   a ridosso del mare che si poteva  raggiungere,però, solo a piedi. Chiese indicazioni e così un bel giorno prese la decisione di avventurarsi .

Partì, naturalmente a piedi, un bel mattino all’alba. La direzione indicatogli era quella tra la torre di San’Isidoro( santusidru) e quella di Torre Inserraglio ( nsirragghia). La zona incantevole si trovava proprio nel mezzo. Camminò e camminò e dopo ore di cammino giunse finalmente su un’altura: era una serra. Da lassù la vista del mare s’imponeva allo sguardo. A quella visione   il capitano si bloccò . Sedette su una pietra e lasciò che lo sguardo affogasse nello sterminato blu che s’adagiava in fondo alla valle.

 

Campagna assolata, macchia selvatica e mare ,tanto mare… il suo mare. Respirò a pieni polmoni quell’aria limpida, fresca e selvaggia come lui. Non si vedeva ombra d’uomo andare, di tanto in tanto il cinguettio degli uccelli nei loro voli radenti e il fruscio solitario del vento tra le piante di lentisco, di mirto, di timo, di olivastri. Null’altro in quello sterminato paradiso! Pareva davvero un luogo incantato al di fuori di tutto e di tutti. Si levò allora in piedi e volgendo lo sguardo intorno immaginò di abbracciare l’intero spazio. Da una parte si scorgeva una torre, dall’altra quell’altra. Erano le torri che li avevano indicato. Con sorpresa notò che la fascia di natura  che circondava la torre alla sua destra appariva più folta e rigogliosa, non riusciva a spiegarsene la ragione per cui decise di dirigersi da quella parte. S’incamminò accelerando il  passo, la discesa del terreno lo facilitava nell’andare spedito. Così in poco tempo giunse ai piedi della serra e s’addentrò nella macchia . Procedeva facendosi largo con le mani tra gli alti lentischi ed i mirti, d’un tratto una limpida conca d’acqua tra due pungenti giunchi attirò la sua attenzione e lo fece fermare.

 

Si chinò e immerse  le mani poi, d’istinto si rinfrescò il viso ed il collo. Era freschissima e … grata quell’acqua non sapeva di mare anche se era salmastra. Riprese il cammino e man mano che andava altre conche scopriva tra i lentischi ed i giunchi finché si trovò dinanzi un piccolo e trasparente laghetto.

 

 

Rimase stupito di tanta bellezza. S’arrestò conteso tra mille emozioni : aveva trovato il suo luogo, era lì che voleva restare per ritrovare l’incanto di una vita serena e continuare a viverla senza rimpianto. E fu così, forse, che questo magnifico luogo si chiamò “  Palude del Capitano”.

 

 

La pesca del tonno nello Jonio

di Marcello Gaballo

Tra tutti i sistemi di pesca quello dei tonni risulta, da sempre, tra i più redditizi. La cattura avveniva, ieri come oggi, mediante l’installazione di impianti, per l’ appunto detti tonnare, sistemate nei punti in cui veniva segnalato il passaggio di questi pesci corridori. Occorreva dunque predisporre un complicato tunnel di nasse in cui finivano imprigionati i pesci.

Le reti con la loro tipica disposizione formavano delle camere consecutive, che terminavano in quella della morte, attorno alla quale si disponevano le barche con la ciurma (i tonnarotti), pronta ad eseguire la mattanza all’ ordine del caporais. Sin dall’antichità tonnare furono calate dai Fenici, in seguito altre ne sorsero in Italia, Spagna, Portogallo, lungo le coste meridionali della Francia, nella Tunisia, in Libia, altre più piccole nell’Adriatico orientale, nel Bosforo e nel Mar di Marmora. In quest’ ultima località , e precisamente nella Propontite, i pescatori di quei luoghi preferivano la pesca sedentanea, ovvero il complesso delle nasse ferme o statiche, alla pesca errante per la cattura dei tonni.

Già nel ‘300 a Taranto e nel 1327 a Gallipoli i pescatori praticarono la pesca cetaria, (pesca di pesci grossi), esercitandola con mezzi adatti alla cattura dei tonni, ma in maniera errante, con un apparato di mezzi e di attrezzi portatili di poco rendimento.

L’amico Salvatore Muci ha già trattato ampiamente su questo insolito argomento (in Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli, a c. di M. Gaballo), soffermandosi in particolare su quelle dello Jonio, a sud di Taranto e fino a Gallipoli, coprendo un arco temporale compreso fra XVII e XX secolo.

Tali impianti di reti fisse, verticalmente tese lungo la costa, spesso lunghe diverse centinaia di metri e in corrispondenza di fondali profondi anche oltre i 25 metri, comportavano investimenti in denaro di non poco conto, certamente non possibili al povero marinaio. Divenne dunque prerogativa di duchi e baroni, o perlomeno di ricchi proprietari, sino a rappresentare speciali meriti o concessioni regie alle città, tra cui, nel nostro circondario, la fidelis Gallipoli.

Gallipoli era stata beneficata dell’importante concessione con diploma del re Roberto spedito da Granada il 2 settembre 1327, con cui assegnava alla fedelissima cità de Galipoli il diritto perpetuo della tonnara. L’importante privilegio era stato riconfermato da Carlo V, con diploma del 23 giugno 1526 inviato ai sindaci della città Leonardo Gorgoni e Cristoforo Assanti. Un ulteriore decreto della Regia Camera fu consegnato al sindaco gallipolino, Leonardo D’Elia, il 15 luglio 1628.

Un primo documento in cui si descrive il metodo di pesca risale al 1490 e riguarda il tratto di mare di pertinenza di Nardò, presso il porto della Culumena, dove si pratica la pesca del tonno ad opera di pescatori tarantini, che si spingevano a sud per la mancanza di una tonnara nel loro mare: de li sturni se pigliano alla sturnara, in loco nominato de la Culumena, devono pigliare de lo VII doi. Essi, oltre le tonnine, vi pescavano sardelle, palamide, modoli, inzurri, alalonge e vope e per tale pescato ogni tredici ne pagavano il valore di uno al baglivo, mentre al gabelliere versavano i 15 tarì mensili per la sosta della barca.

La città di Nardò non poteva possedere una tonnara, in virtù dell’antico e citato privilegio ottenuto da Gallipoli, e il pesce venduto, cefali, triglie, spatanghi, pizzute, dentici, aurate, sarachi e occhiate, nel XVII secolo veniva ceduto a sei tornisi a rotolo (890 grammi). Quello pescato nelle acque di Nardò e venduto dai tarantini era soggetto alla decima, non così per i gallipolini, che potevano pescare liberamente in tale tratto, senza pagare il dazio. Gli stessi isolani furono persino autorizzati a vendere a Nardò il loro pescato, senza neppure dover corrispondere lo jus plateaticum, cioè il diritto di piazza.

Tra XVII e XVIII secolo la pesca del tonno continuò ad essere praticata nel tratto di mare pertinente all’università di Nardò e, come risulta da alcuni atti notarili, parte del ricavato delle vendite veniva destinato al sostentamento di opere pie. Sul finire del 1783 nel tratto neritino si aggiunse la tonnara di S. Caterina, quasi coeva con quella di Porto Cesareo e tra le diverse vicissitudini di re ed amministratori locali, di nobili ed emergenti proprietari, buona parte cessò di esistere nel XIX secolo, fatta eccezione per Gallipoli.

Una ripresa dell’ attività si registrò nel secondo decennio del 900, contandosene quattro nel Golfo di Taranto , tra le quali, oltre quella di Gallipoli, le altre di Torre San Giovanni, S. Maria al Bagno, impiantata a Porto Selvaggio, Porto Cesareo.

Negli anni 50 dello stesso secolo ne vennero impiantate altre due a Torre Chianca, installata nel 1953 nel tratto di mare detto l’ angolo della secca, verso ponente , e Torre Colimena, nel tratto di mare detto Punta delli Turchi o Punta Grossa. Furono attive solo per pochi anni, visto l’ ammodernamento delle tecniche di pesca, tra cui quella del cuenzu catanese e l’utilizzo delle reti tonnare a larga maglia (dette schiavine), con conseguente utilizzo di grandi paranze.

Solo verso la fine degli anni 40 furono introdotte le tonnare volanti, che comportavano l’ utilizzo di reti pesanti a base di fibra di cocco, numerose imbarcazioni per la mattanza e la presenza del palombaro, indispensabile per la chiusura delle camere della morte formate dalle reti. I pescatori gallipolini si erano specializzati per l’ utilizzo del cribio o motularo.

 

Questo contributo, come anticipato nel testo, è stato rielaborato da un corposo saggio di Salvatore Muci, pubblicato in Civitas Neritonensis

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