Riconosciuto il ruolo della Biblioteca di Sarajevo nella baia di Porto Miggiano

Riceviamo dal presidente  dell’associazione Arci-Biblioteca di Sarajevo Lucio Montinaro

Maglie, 03 Maggio 2016

Con grande soddisfazione informiamo che nell’udienza odierna del processo penale in corso presso il Tribunale di Lecce relativo alla lottizzazione della baia di Porto Miggiano (Santa Cesarea Terme), il giudice ha disposto l’ammissione di parte civile dell’associazione politico-culturale “Arci-Biblioteca di Sarajevo” assistita dall’avvocato Daniela Tamborino.

Ammessa anche la costituzione di parte civile del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Come sostenuto in udienza dal Pubblico Ministero Dott.ssa Elsa Valeria Mignone: “Questo processo nasce e va avanti solo grazie all’impegno ambientalista della Biblioteca di Sarajevo che ha trovato i documenti e fotografato i luoghi…”.

Si tratta di un riconoscimento sostanziale del ruolo che l’associazione “Biblioteca di Sarajevo” ha svolto nel denunciare tempestivamente all’autorità giudiziaria il rischio di irreversibile deturpamento ambientale e paesaggistico che la lottizzazione di quella baia ha provocato. Grazie infatti alla sensibilità di alcuni nostri soci ed alla coscienza civica di una sola associazione salentina è stato possibile l’immediato intervento della Magistratura attraverso il provvedimento di sequestro preventivo, dando così impulso all’indagine che ha prodotto il procedimento in corso.

L’associazione auspica che nel rispetto delle parti, in un clima di piena serenità processuale, possano essere accertate le diverse responsabilità in ordine ad una vicenda estremamente dolorosa per questa terra e per la sua gente.

La costituzione di parte civile dell’associazione rappresenta il contributo più alto in termini di partecipazione attiva e di opposizione civile a scelte politiche e modelli di sviluppo economico e sociale che rispondono a logiche lontane dagli interessi del territorio e della sua comunità.

Un sentito ringraziamento all’avvocato Daniela Tamborino del Foro di Lecce che ha sostenuto la nostra battaglia fin dalla prima ora e che volontariamente patrocinerà l’associazione “Biblioteca di Sarajevo” in tutte le fasi del procedimento.

Il Presidente

Lucio Montinaro

Ci si dispera per Porto Miggiano!

 

Maletiempu a Porto Badisco

Il faro di Punta Palascìa

testo e foto di Giorgio Cretì

 

Da Castro ad Otranto non c’erano approdi se non la caletta di Porto Miggiano che, in casi estremi, poteva servire da rifugio di fortuna. Adesso non c’è più perchè è crollato tutto.

A Santacesarea non c’erano barche e non c’erano neanche marinai, così come non c’erano barche e marinai al Porto Badisco di Uggiano. Durante la bella stagione le barche di Castro andavano agli Archi ed anche a Sant’Emiliano la mattina e tornavano a casa la sera.

Finché un certo Ponente non prese moglie a Uggiano e diede inizio ad una piccola comunità di gente di mare part time. A Porto Badisco allora non c’era nessuno, non c’era nessuna delle case che si vedono adesso. C’era soltanto quella palazzina centrale di fronte a Pippi de mesciu ‘Ndrea, subito prima della bottega che vende cozze tarantine e ricci per chi ama deliziarsi il palato con le squisite cruditès locali. Pippi era detto Balilla e faceva il commerciante; suo padre si chiamava Guerrino. Insomma, questo Pippi, avvicinò al mare anche gente di terra che aveva sempre esercitato altri mestieri: uomini che pur rimanendo furesi(1) e zoccaturi(2), divennero anche pescatori.

Erano anni di miseria, quelli, e conseguentemente di fame. La gente la mattina usciva di casa con il pane per la giornata e spesso lo guardava e si voltava dall’altra parte per non cadere nella tentazione di mangiarlo subito. Parte degi uomini di Castro si imbarcavano sui pescherecci calabresi dello Jonio o su quelli di Monopoli, Molfetta, di Bari e riuscivano a guadagnare fino a cinque lire al giorno; le loro donne andavano alla masseria Girifalco di Ginosa, per la stagione del tabacco; i bambini rimanevano a casa di qualche parente. Gli uomini che che non andavano via si arrangiavano come potevano: con barche a quattro remi uscivano fino a metà del canale con i loro conzi(3) di sei-settecento ami, che calavano a cento, centoventi passi di profondità, e quasi sempre usciva loro la giornata, ma a volte tornavano a riva a debito, senza guadagnare neanche una lira.

Era l’inizio della Primavera e una di queste barche con quattro uomini a bordo che pescava non lontano dal porto di Otranto, aveva salpato le reti  gettate la sera prima ed aveva portato a riva quasi un quintale di spicaluri(4)

Punta Palascìa

Non era stata una pesca miracolosa, ma visto che allora si camminava per la fame, nessuno si era lamentato. Il giorno successivo, però,  non avevano preso niente e tutti d’acccordo decisero di tornare a Castro. Il cielo era coperto, nero come la fuliggine, ma il mare era piatto, calmo come una tavola. Il più anziano dei quattro, però, cominciò a dire che quel tempo non gli

Ci si dispera per Porto Miggiano!

Porto Miggiano ieri...

 

uno dei più bei posti del Salento, sempre ieri...

Senza sosta gli appelli lanciati dai salentini e non sparsi nel mondo per salvare uno dei più caratteristici posti del Salento, Porto Miggiano, una località costiera di Santa Cesarea Terme (Lecce), stravolta dalla mano dell’uomo proprio in questi mesi.

Migliaia di firme (4500), appelli di vip e star, manifestazioni in loco, sit-in, non sono bastati per bloccare lo scempio denunciato in questi giorni da eloquenti foto che si commentano da sole e che vi riproponiamo senza alcun commento…

Porto Miggiano oggi...
...oggi!

 

Solidali con l’ammirevole e instancabile impegno del Comitato Tutela per Porto Miggiano, con essi anche noi gridiamo che

questo non è il Salento che vogliamo!

Santa Cesarea Terme, la bella del Canale d'Otranto, preda degli “Orchi”

La falesia a rischio crolli nel paesaggio incantato di Porto Miggiano

Comunicato Stampa Congiunto sottoscritto da:

Coordinamento Civico apartitico per la Tutela del Territorio, della Salute e dei Diritti del Cittadino
Forum Ambiente e Salute del Grande Salento – Rete Apartitica
Save Salento – Associazione Salviamo il Salento

Santa Cesarea Terme, la bella del Canale d’Otranto,

preda degli “Orchi” del cemento

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“Le ingiustizie vanno perseguitate e represse non cementificate!”

Appello alla massima partecipazione

 

La Morte Grigia del Cemento attanaglia Santa Cesaria

Regione Puglia e Soprintendenza facciano appello al Consiglio di Stato, vincolino e includano tutte le aree a rischio cemento nel Parco Otranto-Santa Maria di Leuca-Bosco di Tricase

Magistratura e Forze dell’Ordine indaghino sugli scempi già in corso lungo la costa ordinandone le demolizioni!

 

“Apriti monte e ingoia Cesarea” (“aprite munte e gnutti Cisarea“) è la frase che, le anziane donne del Salento raccontano, pronunciò una spaventata giovinetta Santa Cesarea, quando inseguita dal padre orco,   giunse fuggendo dal villaggio di Francavilla (ubicato nell’entroterra tra Maglie e Cutrofiano), in prossimità delle rupi costiere della località oggi a lei omonima!

E la Madre Terra amorosa, intenerita dalla sua purezza, le aprì un varco tra le rocce dove l’antica Santa d’epoca romana trovò rifugio per l’eternità, conservandovi così intatta tutta la sua virginale purezza, la stessa del paesaggio naturale ancora integro in quei luoghi, dominio esclusivo della Natura!

Il delirio dell'impotenza - Idiozie nel paesaggio di Porto Miggiano

Oggi quelle stesse sacre rupi rischiano terribilmente d’essere inghiottite dal cemento, rischiano d’essere stuprate dal più terribile degli orchi, quello della speculazione che tutto divora in nome del demone della cementificazione selvaggia, del “Dio Bafometto del Denaro”!

Son rupi magnifiche, aspre e verdi, che si tuffano e si specchiano nel più azzurro dei mari, quello profondo del Canale d’Otranto; sono scogli nelle cui profondità, scrisse il filosofo greco Aristotele, (mentore di Alessandro Magno il Macedone), l’eroe Ercole, sconfitti i giganti, li costrinse ad un’eterna mortifera prigionia, liberando la terra dalla loro furia devastatrice; così i marinai greci spiegavano gli odori delle correnti sulfuree termali dai poteri curativi, che dalle grotte marine lì fuoriescono ancor oggi a Santa Cesarea non a caso detta Terme, dicendole essere il sangue putrido di quegli esseri

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