Per il recupero del castello dei Guarini di Poggiardo

Castello_Guarini_[Poggiardo]

L’Associazione Culturale Orizzonte per il recupero del Castello dei Guarini di Poggiardo (Le)

 di Paolo Rausa

Il Castello di Poggiardo, caso forse unico nel panorama nazionale, è rimasto nelle mani dei privati che lo hanno posseduto, i duchi Guarini, normanni di stirpe, che da molti anni si sono trasferiti nel loro palazzo di Scorrano (Le), lasciando questo monumento nell’incuria e nell’abbandono. L’Associazione Culturale Orizzonte rilancia la sfida di far sedere attorno ad un tavolo i diretti interessati (Proprietà, Comune e Regione) per fissare le modalità del suo recupero e del suo utilizzo attraverso un progetto condiviso.

Imponente maniero del tardo o basso medioevo, eretto nel passaggio verso la nuova epoca dell’umanesimo e del rinascimento, il castello si impone sullo spiazzo antistante, che doveva essere la piazza d’armi, a fianco della chiesa madre e sopra la chiesa basiliana di S. Maria degli Angeli dell’XI secolo.

Una struttura massiccia che si alleggerisce a est, verso il mare, con una torre rotonda. Diversi gli ingressi, accanto alla chiesa madre, laddove sorgeva il palazzo vescovile, poi sulla via di mezzo che corre in direzione est-ovest, fra i due mari, in seguito arricchita da uno spazioso loggiato, su cui la famiglia ducale dei Guarini organizzava le feste di rappresentanza e ascoltava poemi e il dolce suono della mandola. Un agrumeto alla base della torre cilindrica e lungo il fossato rende ancora più orientalizzante questa struttura poderosa, descritta nel 1800 da Cosimo de Giorgi nei Bozzetti di viaggio nei minimi dettagli, con riferimento ai preziosi arredi e alla pinacoteca.

Dai Messapi ai Normanni, la regina Maria d’Enghien nel 1446 lo dà in ricompensa con titolo baronale ad Agostino Guarini. Molte dominazioni si sono susseguite in queste terre: Normanni, Svevi (1195-1266), Angioini (1266-1435), Aragonesi (1442-1502), Spagnoli (1506-1734) e infine Borboni (1734-1861). I Guarini intrapresero vari lavori di fortificazione. Durante il regno di Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, dopo la distruzione di Castro, il vescovo Luca Antonio Resta trasferì a Poggiardo la residenza vescovile.

L’ultimo abitante del castello fu il duca Francesco Antonio, che vi alloggiò sino al 1879, data della sua morte. Ne seguì il progressivo abbandono. Il palazzo vescovile, edificio cinquecentesco, fu venduto ai Guarini e nei secoli successivi fu adattato a caserma e tabacchificio. Sull’architrave di una finestra si legge la frase latina che si riferisce al cane di Ulisse Argo: ‘Difficile est Argum fallere’ (E’ difficile ingannare la sorte o fuggirla, si è riconosciuti).

Il Castello ora è in stato di abbandono e rischia di essere compromesso senza un intervento e un progetto di recupero, che coinvolga la proprietà, il Comune, la Regione Puglia e i cittadini che vedono rappresentato in quella struttura il simbolo stesso della loro città. Un monumento che ha ancora molto da dire, se gli si lascia il tempo, prima che sia troppo tardi.

Info: Associazione Culturale Orizzonte, via Nazario Sauro 52, 73037 Poggiardo (Le)-via Ungaretti 2, 20098 San Giuliano Milanese, tel. 334 3774168.

 

Aldo De Bernart e la foresta di Supersano

supersano-celimann
Cripta di Coelimanna a Supersano

di Maria A. Bondanese

 

Un dì

per queste balze  

salmodiando salian

di buon mattino

barbuti monaci di S. Basilio.

Li accompagnava

un timido raggio di sole  

tra le rame del Bosco Belvedere

e il cinguettio gioioso degli uccelli      

saltellanti nella guazza.

 

Sembra di vederli quei monaci pensosi, evocati dal verso gentile¹ di Aldo de Bernart che alla profonda cultura, alla perizia di storico, al rigore di studioso univa la dedizione per i nostri luoghi, la cui identità ha insegnato ad amare e riscoprire. Luoghi in cui specchie, dolmen e pietrefitte rinviano ad epoche remote, a un tempo immobile, circolare ed arcano, laddove chiese, torri e castelli, densi di memoria, raccontano come dalla periferia vengano i fili alla trama della grande storia.                                                                                   Il tratto armonioso, l’eloquio dotto e persuasivo, Aldo de Bernart era solito sbalzare fatti e personaggi della realtà municipale con dovizia di particolari e vivida precisione, così da significarne il ruolo nella storia di questo territorio, segnato da lenti ma inarrestabili mutamenti nel suo patrimonio architettonico, viario e paesaggistico. Casali e masserie costellano la campagna salentina offrendosi testimoni silenti di un sistema insediativo antico ma residuale, come tratturi e sentieri, stretti tra filiere di muretti a secco, appaiono relitti di suggestive ma ormai desuete percorrenze.

La via misteriosa, via della ‘perdonanza’, serba però ancor oggi intatto l’incanto che l’esatta e suasiva descrizione fattane da Aldo de Bernart² riesce a trasmettere al lettore. In età medievale, quando viandanti e pellegrini si muovevano «per mulattiere insicure e per sentieri alpestri»³, la via misteriosa o «via degli eremiti»⁴ incardinando, tra le ombre della boscaglia, le chiese rupestri della Madonna di Coelimanna (Supersano) e della Madonna della Serra (Ruffano), costituiva quel percorso di crinale che dai dintorni di Supersano si snodava lungo il Salento delle Serre fino a S. Maria di Leuca.

«Legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi»⁵, il percorso di crinale lambiva la ‘foresta’⁶ plurimillenaria di Belvedere sulla quale amabilmente, in più di un’occasione⁷, Aldo de Bernart ha voluto soffermarsi, catturato dal fascino dell’immenso latifondo di querce, pressochè scomparso.

Pochi esemplari ne attestano ancora la superba bellezza ma la sua storia è narrata nel “Museo del Bosco”(MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso.

quercia spinosa
quercia spinosa

L’eccezionale polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni : Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»⁸ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere» , come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»⁹.

La caccia, la pesca, la raccolta di frutti e legna, di giunchi e canne palustri, la coltura di lino e canapa, l’allevamento di pecore e suini erano le attività più praticate all’interno del Bosco, assieme alla produzione di carbone. Tali le risorse del magnifico Belvedere, da conferire ai casali che di esso disponevano un valore di stima superiore a quelli che ne erano privi. Aldo de Bernart ricorda come «Fabio Granai Castriota, barone di Parabita, quando nel 1641 vende a Stefano Gallone, barone di Tricase, la Terra di Supersano con il bosco Belvedere e con il feudo di Torricella e della sua foresta, con i relativi diritti feudali, realizza il prezzo di 40.000 ducati»¹⁰. Cifra ragguardevole per i tempi e addirittura doppia rispetto all’ “apprezzo” che, nel 1531, ne aveva fornito Messer Troyano Carrafa nella compilazione dei feudi confiscati in Terra d’Otranto ai baroni schieratisi contro la Spagna.

La relazione¹¹, contenuta nell’ Archivio General de Simancas, rientrava nei lavori della commissione incaricata, nel 1530, dall’imperatore Carlo V di redigere l’elenco e la stima dei beni sottratti ai nobili ribelli, durante l’annoso conflitto tra francesi e spagnoli in Italia, che aveva travolto anche l’assetto feudale di Terra d’Otranto e giungerà a conclusione solo nel 1559. Al di là delle umane traversie, il Bosco continuava a prosperare lungo una superficie di oltre 32 kmq., delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro, ricca di acque alluvionali che sboccavano, come ricordava il ruffanese Raffaele Marti, «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni»¹².

Nel fitto bosco di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, si ergevano anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco, cui facevano corona piante e fiori del sottobosco e della macchia mediterranea quali alloro, corbezzolo, lentisco, mirto, viburno, pungitopo, rosmarino, gelso, rose di San Giovanni e senza che vi mancassero mele, pere, sorbe, nespole, uva allo stato selvatico. “Delizie” definisce perciò Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹³, in cui trovavano asilo cervi, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli, lepri, conigli, tassi, martore e puzzole accanto ai voraci lupi e ai possenti cinghiali, di cui l’ultimo sarà abbattuto nel 1864. Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane abbondanti in autunno ma che, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano »¹⁴, propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, aveva annotato che è «in luogo di aria non sana»¹⁵ .

Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del Sombrino entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino»¹⁶. Supersano, tra l’altro, acquista d’allora fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo – Supralzanum – di origine prediale, avanzerà l’ipotesi che il suo nome potesse essere «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»¹⁷, con chiara allusione alla bontà del clima.

Ma il Bosco, il cui legname pregiato nel 1464 era stato richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce¹⁸, subisce un progressivo e drastico impoverimento al punto che lo stesso Arditi nel 1879, scriveva :«Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»¹⁹. Non estranea comunque alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese.

Dopo lunga contesa con i Principi Gallone, in possesso del Bosco di Belvedere che assicurava loro «la pingue rendita di L.42.500»²⁰, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici.

«Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, viepiù affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»²¹. Mutato il contesto paesistico, solo il Casino della Varna, stupendo ritrovo di caccia d’impianto seicentesco tuttora esistente nell’agro di Torrepaduli, la cui «mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa», non più luogo d’incontro di nobili per lieti conviti, «rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere»²². La cui memoria però, intesa non come semplice conservazione e inerte deposito di dati ma piuttosto azione creativa e trasfigurazione del passato, è custodita nel Museo del Bosco di Supersano.

Nella memoria, infatti, tutto ci è coevo²³: il monaco filosofo Giorgio Laurezios di Ruffano, insegnante di filosofia morale per i novizi che “salmodiando salian” alla chiesa-cripta della Coelimanna, in una Supersano fantasma del XIII secolo con appena 120 abitanti terrazzani sparsi per le campagne, come ci ha spiegato Aldo de Bernart, maestro di vita, arte, letteratura, la cui missione educatrice e culturale resta operante nella mente e nell’animo di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

 

pubblicato nel volume antologico Luoghi delle cultura Cultura dei luoghi, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Grifo Editore

 

Note

¹ A. De Bernart, Notizia su Giorgio Laurezios di Ruffano e la sua scuola di filosofia nella Supersano medievale, «Memorabilia» 28, Ruffano, aprile 2011, riportato anche da «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 20

² Cfr. A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina 1994. Di Mario Cazzato è doveroso sottolineare la lunga e fruttuosa collaborazione con Aldo de Bernart nella valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico salentino.

³ Ivi, p. 23

⁴ Cfr. C. Sigliuzzo, Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento, in Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. I, Galatina 1957,               pp.73-76

⁵ A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, cit., p.15

⁶ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente» (C. U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, p. 140-141).

⁷ Cfr. A. De Bernart, La foresta di Supersano, «Il nostro Giornale», a. IV-n. unico, Supersano, 8 maggio 1980; A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere in A. de Bernart-M. Cazzato-E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, pp. 29-34

⁸ F. De Paola, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589) in M. Spedicato, I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85

Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano

¹⁰ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., p.31

¹¹ Cfr. F. De Paola, “O con Franza o con Spagna…” Note sulla geografia feudale di terra d’Otranto nel primo Cinquecento , in               M. Spedicato (a cura di) Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro,Galatina , 2008,                       pp. 85-87

¹² R. Marti, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23

¹³ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., ivi

¹⁴ C. De Giorgi, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, 1882, rist. Galatina 1975, Vol. I, p.148

¹⁵ L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.

¹⁶ R. De Vitis, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.                                                                                                             Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia,                                              cfr. M.A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25

¹⁷ G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p.577

¹⁸ Cfr. G. Fiorentino, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. Arthur-V. Melissano (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24

¹⁹ G. Arditi, op. cit., p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco di Belvedere perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.

²⁰ A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²¹ M. Mainardi, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108

²² A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²³ Cfr. Maria A. Bondanese, Sul tempo ed altro, «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 21

Nessun impianto di compostaggio a Poggiardo

Rifiuti-Salento-Emergenza

Il Consiglio Comunale di Poggiardo (Le) è deciso: ‘Nessun impianto di compostaggio sul nostro territorio!’

 

di Paolo Rausa

 

L’ipotesi prevista dal Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti Solidi Urbani di trasformare l’attuale impianto di bio-stabilizzazione in un impianto di compostaggio trova la più decisa e netta opposizione da parte del Consiglio Comunale di Poggiardo, riunito in seduta straordinaria il 21 marzo scorso. Una seduta appassionata che ha valutato tutte le problematiche ambientali e sanitarie che in questi anni si sono riversate sul territorio e sulla popolazione, vittime del traffico dei mezzi pesanti e dei miasmi. La decisione storica per l’intera comunità di Poggiardo e Vaste è stata assunta all’unanimità sia contro qualsiasi ipotesi di trasformazione o conversione dell’attuale impianto di bio-stabilizzazione in impianto di compostaggio sia contro qualsiasi eventuale ipotesi di aumento della capacità ricettiva dell’impianto esistente. Questa contrarierà si dilata sino ad esprimere parere preventivo negativo  contro qualsiasi ipotesi di realizzazione o allocazione di nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, sia pubblici che privati, sul proprio territorio. Il passo successivo nella deliberazione del Consiglio comunale è di richiedere al Presidente della Regione la chiusura dell’attuale impianto di bio-stabilizzazione, ritenuto inutile alla luce del nuovo piano di gestione dei RSU basato sull’incremento sostenuto della raccolta differenziata e pericoloso per la salute pubblica, non essendo posizionato a distanza di sicurezza dall’abitato e da strutture ricettive e scolastiche, almeno 2.500 come prevedono le norme d’igiene. La comunità non intende assumersi ulteriori costi per modifiche impiantistiche o la disattivazione dell’impianto, ai quali deve provvedere il bilancio regionale – aggiunge la deliberazione. Ora gli Amministratori, soddisfatti per la presa di posizione assunta, si preparano ad ingaggiare la battaglia decisiva con le autorità superiori, consapevoli – come sostiene e rivendica il Sindaco Giuseppe Colafati – che ‘La nostra comunità ha già dato molto in termini di servizi e come esposizione al rischio ambientale e della salute pubblica. E’ ora di voltare pagina!”

Tutto il Salento per la festività di San Giuseppe

Nardò, chiesa di San Giuseppe, particolare dell’altare maggiore

di Paolo Vincenti

Da Casarano a Palmariggi, da Minervino a Diso, da Sanarica a Poggiardo, da Nardò a Giuggianello, dal leccese al brindisino, in tutto il Salento si festeggia San Giuseppe.

San Giuseppe è uno dei santi più amati dalla comunità cristiana. E non potrebbe essere diversamente. L’umile falegname è il padre terreno di Gesù e riassume in sé tantissimi valori cristiani:  la fede, la castità, la mitezza e la bontà d’animo, la povertà, l’amore paterno. Marzo è il mese in cui la  natura si risveglia dopo il lungo torpore invernale e quindi, fin dalla notte dei tempi, un periodo di transizione, un passaggio fondamentale nel ciclo della natura tra il freddo della stagione che si avvia a conclusione e la dolce brezza portata dalla nuova stagione primaverile. Marzo è il mese di San Giuseppe. Nel Salento, questa festa è molto sentita ed accompagnata da una serie di antiche e coloratissime, oltre che gustosissime, tradizioni culinarie.

La  Taulata de San Giuseppe è uno  dei riti più diffusi di tutto il Salento. Sono tredici le pietanze che compaiono sulla tavolata e ognuna di queste ha una spiegazione: pittule, pampasciuni, alici marinate, legumi, pesce ( pesce frittu o a sarsa), arance, la cuddhura,  l’insalata di San Giuseppe, e ovviamente lu mieru,  il vino rosso; ma su tutte, spicca  la massa di San Giuseppe. E ancora, peperoni, pezzetti di carne al sugo, le pucce, farcite in diverso modo, i lupini, olive nere, ronghetto o stoccapesce, finocchi, maccarruni cu lu zuccaru, ecc.

Il numero delle portate può variare da tredici, come i discepoli di Cristo, compreso Giuda il traditore, a  nove, sette, cinque, a secondo dei paesi; ciò che conta è che sia sempre un numero dispari. Intorno alla tavola, si siedono tredici santi che sono impersonati dagli abitanti del luogo o anche, in alcuni paesi, da altrettanti bambini che devono fare la prima Comunione.

il matrimonio di Giuseppe e Maria in una rara edizione a stampa del XVI secolo (ripr. vietata)

I tredici santi sono: San Giuseppe, la Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni Battista, Sant’Anna, San Gioacchino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, Santa Maria Maddalena, San Filippo, Santa Agnese, San Giuseppe d’Arimatea, Sant’Antonio, che sono fissi, ai quali poi ogni paese aggiunge i propri santi protettori e altri santi a piacimento, fino ad arrivare al numero di tredici.

San Giuseppe è sempre il primo a sedersi a tavola e, battendo le posate sul piatto, dà inizio al pranzo, anzi alla grande abbuffata. La massa, conosciuta anche come tria, è una pasta ricavata dalla sfoglia di farina impastata con acqua, tagliata a striscioline e mescolata con ceci o cavoli e condita con olio d’oliva e cannella. Che sia con i ceci oppure con i cavoli, non devono mancare sulla massa, come la ciliegina sulla torta,  i frizzuli, delle piccole strisce di massa fritta. Il termine dialettale tria è antichissimo e deriva dall’arabo itrya, che significa “pasta secca”.

La cuddhura, dal greco kollura, ha forma circolare, come la sfera dell’ostensorio, e simboleggia, come il serpente che si morde la coda, il cerchio del tempo che si rinnova; ma il pane è anche un elemento fondamentale della Comunione cristiana e rappresenta, come sappiamo, il corpo di Cristo che si è immolato sulla Croce,  come il vino ne rappresenta il sangue. Su questa specie di ciambella di pane, sono rappresentate la verga fiorita di San Giuseppe, cioè il bastone, un Rosario, e al centro viene messa una arancia oppure un finocchio; queste forme di pane vengono posizionate ai piedi della statua di San Giuseppe o vicino ad un  quadro del Santo.

La leggenda della verga fiorita dice che, quando il Buon Dio cercava un padre putativo per Gesù Bambino, che doveva venire al mondo, inviò un angelo sulla terra; l’angelo convocò tutti gli anziani del paese, i quali si accompagnavano con il bastone, ma solo sul bastone di San Giuseppe fiorirono dei fiori di iris e delle piante di ceci e così Giuseppe fu scelto da Dio come padre del Bambin Gesù. Giuseppe era un umile falegname e, da qui, il suo protettorato sui falegnami e, in genere, su tutti i lavoratori.

il primo piatto tipico della festa di San Giuseppe, i cìciri e tria

Il Santo è, inoltre,  protettore dei poveri e delle persone umili  ed  essendo egli stato sempre casto e morigerato, è anche tutore delle ragazze da marito, che a lui si rivolgono per trovare l’anima gemella . Quando Giuseppe e Maria con Gesù nel grembo ( “Maria lavava, Giuseppe stendeva, suo Figlio piangeva, dal freddo che aveva”, recitava una deliziosa canzoncina che ci facevano imparare a scuola da piccoli), sfuggendo alle persecuzioni di Erode, erano alla ricerca di un posto dove stare, tutti chiusero loro la porta e non riuscirono a trovare una dimora che li accogliesse, se non  una fredda ed inospitale grotta di Betlemme. In ricordo di quell’atto di egoismo ed ingenerosità, quasi a consolazione,  si allestiscono oggi le tavolate di San Giuseppe, cosicché il Santo possa idealmente trovare accoglienza ed ospitalità.

Le verdure sono un cibo povero, che rimanda alla primitiva economia di raccolta, basata sui vegetali. I legumi, soprattutto ceci e fave, oltre a richiamare la verga fiorita di San Giuseppe, rimandano alla religione pagana quando venivano offerte ai defunti le primizie della terra. Il pesce è un rimando a Cristo che, durante le persecuzioni dei cristiani, veniva disegnato, sulle pareti delle catacombe, proprio con la forma di pesce.

Gli altri simboli legati a questa festa sono: la palma, che si associa alla Madonna, ed è anche un simbolo di pace (nella Domenica delle Palme si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù, accolto da tantissime palme festosamente sventolanti); la mano, il bastone e la barba di San Giuseppe;  il serpente, che rimanda al peccato, di cui si macchiò Giuda il traditore; e poi il martello e la scala, che alludono alla Crocifissione. Sulle tavolate, sono offerte anche noci, mandorle, noccioline.

Dovrebbero mancare la carne, i formaggi e le uova, cibi vietati in periodo di Quaresima, caratterizzato dalla penitenza e dalle rinunce, ma non tutti i Comuni riescono a farne a meno sulle loro tavolate.

Immancabili, inoltre, le zeppole. Queste gustose frittelle si associano alla festa di San Giuseppe e sono di origine napoletana.

le zèppole, tipico dolce della festa di San Giuseppe

Inventate dai maestri pasticceri partenopei nel Cinquecento, come dolce del Carnevale, in seguito, nel Settecento, esse si legarono anche ad altre ricorrenze, come soprattutto quella di San Giuseppe, e si diffusero in tutta Italia, quindi anche in Salento.

I fiori che ingentiliscono le tavolate devono essere bianchi e gialli, perché così vuole la tradizione. In molti Comuni, le tavolate, anche dette mattre, sono allestite all’interno delle abitazioni private. Coloro che ospitano le mattre sono fedeli, particolarmente devoti al Santo, magari per avere ricevuto una grazia o perché San Giuseppe è apparso loro in sogno, ed allora  enormi tavolate vengono allestite nel locale più ampio della casa e vengono spalancate le porte per permettere a tutti di entrare.

Nel pomeriggio della vigilia, le tavole vengono benedette dal parroco del paese e il giorno dopo, esse possono fare bella mostra di se ai  visitatoti che accorrono da tutto il Salento.

In alcuni Comuni, alla festa si associa anche la tradizionale “Cuccagna”, un antico gioco di piazza che consiste nell’arrampicarsi su di un palo, reso scivoloso dall’aggiunta di grasso, in cima al quale si trova un ricco premio.

La sera di San Giuseppe si tiene poi la tradizionale focara. Anche queste focare o focareddhe rimandano a riti pagani antichissimi, cioè ai riti stagionali del fuoco, riti di purificazione agraria. Nella società contadina del passato, si usava bruciare enormi cataste di ramaglie nei campi alla fine della stagione invernale; i contadini accatastavano tutti i residui inutilizzati del raccolto dei campi e appiccavano il fuoco, volendo in questo modo, anche simbolicamente, chiudere una stagione, facendo pulizia, e aprirne un’altra. La festa di San Giuseppe diventava perciò l’occasione più propizia . Recitava un detto del passato: La Madonna ‘mpastava lu pane, l’Angelu li purgia la pasta, a San Giuseppe li vinia la fame; “Maria, se su pronte le cuddhure, sciamu ‘ntaula cu manciamu, ieu, tie e lu Signore; chiama puru Gioacchinu e Anna, cusì se consuma tutta sta manna!”.

Le “Grotte di Poggiardo”, un interessante sistema carsico

La cava di Poggiardo

Le “Grotte di Poggiardo”, un interessante sistema carsico formato da dodici gallerie tra cui la “Grotta delle Meraviglie”, a rischio per l’attività estrattiva!

 

di Paolo Rausa

 

Il naturalista Plinio il Vecchio e il filosofo Seneca si sono dati convegno nel Salento, in una zona particolare denominata “marirussi” o “arciddhrari” nei pressi della conosciutissima e ridente città messapica di Basta per ispezionare il territorio in rapporto con l’abitato. All’inizio sono state intessute le lodi di questo angolo della Messapia, ma quando si sono addentrati e hanno visto machinae  che sventravano le viscere della terra, allora se ne sono ritratti sgomenti e inorriditi. “I  metalli – ha cominciato Plinio – sono in se stessi una ricchezza e insieme il prezzo delle cose. Una solerzia sollecita scruta le profondità della terra per molteplici motivi: in un posto, infatti, si scava per le ricchezze, e gli uomini cercano oro, argento, elettro, rame; in un altro, per il lusso, cercano pietre preziose e coloranti per dipingere pareti e superfici lignee; in un altro ancora, per soddisfare una cieca stoltezza, si procurano il ferro, che è anche più apprezzato dell’oro in tempi di guerre e di stragi. Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare, come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice. Penetriamo nelle sue viscere e cerchiamo ricchezze nella sede dei Mani, quasi che fosse poco generosa e feconda là dove la calchiamo sotto i piedi. E fra tutti gli oggetti della nostra ricerca pochissimi sono destinati a produrre rimedi medicinali: quanti sono infatti quelli che scavano avendo come scopo la medicina?

Marirussi o arciddhrari

Anche questa tuttavia la terra ci fornisce alla sua superficie, come ci fornisce i cereali, essa che è generosa e benevola in tutto ciò che ci è di giovamento. Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento: per cui la nostra mente, proiettandosi nel vuoto, considera quando mai si finirà, nel corso dei secoli tutti, di esaurirla, fin dove potrà penetrare la nostra avidità. Quanto innocente, quanto felice, anzi persino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre, solo – in breve – a ciò che le sta accanto!” Seneca ha avuto buon gioco nel ribattere: “Questi corpi, destinati a muoversi sopra di noi, la natura dispose in bell’ordine, mentre nasconde l’oro e l’argento e il ferro, che per loro causa non è mai in pace, come se non fosse opportuno che tali metalli ci fossero affidati. Siamo stati noi a portare alla luce ciò che doveva indurci a combattere gli uni contro gli altri; siamo stati noi a portare in superficie, dopo aver lacerato massicci strati di terra, le cause e gli strumenti delle nostre durissime prove; siamo stati noi ad affidare al capriccio della Fortuna quegli elementi che sono sostanza delle nostre sventure e non ci vergogniamo che presso di noi siano considerate di altissimo rango quelle cose che giacevano nella parte più profonda del suolo.” A noi non resta che chiederci da una parte se le Autorità (Pubblica Amministrazione e Magistratura) non dovrebbero impedire lo scempio che è sotto i nostri occhi e dall’altra se l’attività privata estrattiva non debba fermarsi, motu propriu, di fronte al pericolo che un bene ambientale e archeologico sia messo in stato di pericolo nel giro di pochi anni per la nostra sfrenata sete di guadagni dopo aver impiegato millenni per realizzarsi. Intanto l’attività estrattiva prosegue imperterrita come se la nostra indignazione non la riguardasse. E le Autorità che dicono di fronte a questa situazione?

 

Le Grotte carsiche sulla serra di Poggiardo minacciate dall’attività estrattiva?

grotte

di Paolo Rausa

 

I cosiddetti Mari Rossi della Serra di Poggiardo (Le), meglio conosciuti col termine locale di ‘arciddhrari’, terreni ricchi di argilla noti e utilizzati fin dal tempo dei Messapi, durante gli acquazzoni si riempiono di acqua e assumono l’aspetto di laghi o mari, distese a perdita d’occhio rosse per l’argilla e per la presenza abbondante di bauxite.

Essi riservano al naturalista anche dei gioielli nascosti sottoterra: le “Grotte di Poggiardo” che costituiscono un interessante sistema carsico formato da dodici gallerie tra cui la ” Grotta delle Meraviglie” dove la bizzarria della natura ha scolpito, ricamato e colorato ogni centimetro quadrato di superficie.

Da tempo i terreni sono interessati dall’attività estrattiva che a quanto sembra non dispone delle previste autorizzazioni e per questo, su segnalazione dell’Amministrazione Comunale, è stata messa sotto sequestro dalla Magistratura.

A completare il già ricco quadro, in molte cave di calcare, oggi abbandonate, si possono ammirare i fossili delle “Rudiste” simili a campane e a cornucopie che vivevano nei mari salentini del cretacico.

Sulla vicenda è intervenuta l’Amministrazione comunale che ha disposto la messa in sicurezza di tutti i cigli di cava presenti nel sito, sia  nell’area in cui è stato legittimamente realizzato l’ampliamento che in quella in cui è avvenuto illegittimamente.

cava

L’area riveste un notevole interesse naturalistico e speleologico tanto che si svolgono da tempo sul sito  esperienze e studi dell’Università e di esperti speleologi, che stanno elaborando un progetto organico di valorizzazione e di fruizione.

rudiste

E’ atteso a breve un intervento della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, allarmata per i rischi che corre il nostro patrimonio storico e naturalistico e per verificare se nel garantire la sua tutela sia ancora compatibile l’attività estrattiva, minacciosa della stabilità del terreno, come ammoniva Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, perché: “Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare, come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice”.

 

Fernando Rausa (1926-1977), poeta dialettale

L'umbra de la sira COPERTINA

di Paolo Vincenti
 
Riscoperto da qualche anno,  Fernando Rausa (1926-1977) è poeta dialettale che si nutre di quei valori universali che hanno radici forti nella sua  terra amara e desolata (come per il titolo di una sua raccolta: “Terra mara e nicchiarica”), amata con l’amore e con la rabbia, con l’entusiasmo e il disinganno, che nel poeta fanno tutt’uno in un canto vibrante appassionato lirico. Quei valori universali danno consistenza alla sua poesia accorata e sincera, spontanea ma non bozzettistica, che noi leggiamo oggi in due raccolte di versi pubblicate per il tramite del Comune di Poggiardo, dal figlio di Fernando, Paolo, insegnante, scrittore nonché raffinatissimo e versatile operatore culturale che vive in provincia di Milano. Come tributo d’affetto e filiale devozione nei confronti di quel padre forse troppo presto perduto, egli ha curato entrambe le antologie di Fernando Rausa. La prima, “Terra mara e nicchiarica”, pubblicata con Manni nel 2006, prende il titolo a prestito dal primo verso della lirica “L’oru de lu sud” e  vanta una prestigiosa prefazione di Donato Valli,  mentre sulla copertina campeggia un’opera di Franco Gelli, “Materiali salentini”. “Dedico questo libro a tutti coloro che soffrono l’inumano e discriminante concetto sociale dell’uomo ‘caino’” è scritto sulla prima pagina del libro. 
 
Apprendiamo da Paolo Rausa, nella “Nota del curatore”, che  Fernando Rausa nasce a Poggiardo il 3 gennaio del 1926 e qui vive, salvo una breve parentesi come emigrante in Argentina dal 1950 al 1951. Di  famiglia operaia, ultimo di cinque figli, non riesce a studiare ed è poeta autodidatta. Trova però il modo di forgiare i propri strumenti espressivi in occasioni conviviali quali feste famigliari, matrimoni, battesimi, nei quali improvvisa molti brindisi con profusione di  facili rime. Salaci battute e motti di arguzia offrono il destro al poeta in erba per creare i primi componimenti conditi da buona dose di ironia e divertimento.  Ma poi si rivolge a temi più seri ed impegnati ed escono le raccolte “Poggiardo mia” e “L’occhi ‘ntra mente” nel 1969, poi “Fiuri… e culuri”nel 1972 e infine “Guerra de pace” nel 1976. Scrive anche un romanzo d’amore, tuttora inedito. Muore, come già scritto, nel 1977. La seconda raccolta pubblicata dal figlio Paolo è “L’Umbra de la sira”, per le Edizioni Atena nel 2009. In copertina, una bellissima opera di Antonio Chiarello, “Lo spazio e il tempo”.
 
Questo libro, sempre patrocinato dal Comune di Poggiardo, reca una Prefazione di Rita Pizzoleo “L’ombra della sera. Un uomo diventato Poeta” , una Nota del curatore, “Dal microcosmo del paese natale alla comprensione del destino umano” ed inoltre,  a margine della silloge, delle utilissime “Annotazioni” di Rita Pizzoleo che, come la traduzione in lingua italiana in calce alle poesie, aiutano la comprensione dei testi ma permettono soprattutto una maggiore fruizione degli stessi ( e in questo, avrà avuto la sua parte il fatto che lo stesso curatore Paolo sia residente da decenni in Lombardia).

Un pessimismo velato, più che altro una vena malinconica, contraddistingue magna pars della sua produzione.

Vi è nei suoi brani un forte realismo,  accentuato dall’utilizzo della lingua dialettale, aspra come la macchia salentina e dura come pietra di monte,  una attenzione per la sostanza dei contenuti che la sua poesia vuol veicolare con poca attenzione alla forma, sicché la mediazione poetica è a volte assente nelle sue espressioni, a vantaggio di una nuda e cruda esposizione dei propri messaggi.

Una testimonianza di fede, quella di Rausa, per tornare ancora all’interpretazione critica di Valli. Gli altri temi presenti sono: l’amore per la propria donna, la centralità della famiglia, il rispetto per il prossimo, in particolare per i più umili e bisognosi, l’importanza dell’amicizia, l’amore per la libertà, per la verità, per  la pulizia e la trasparenza nei rapporti interpersonali, secondo l’insegnamento evangelico di cui egli si fa latore in un afflato ecumenico che si avverte vibrante in alcune poesie.

Poesie che trovano humus nella saggezza popolare dalla quale egli attinge a piene mani, non solo l’idioma, ma direi proprio l’edificazione di quella civiltà contadina nella quale vediamo in tralice i valori fondanti che Rausa aveva fatto propri, e che noi, figli di un altro tempo e di un altro modus vivendi, possiamo penetrare anche grazie ad opere come questa.

Tutto il Salento per la festività di San Giuseppe

Nardò, chiesa di San Giuseppe, particolare dell’altare maggiore

di Paolo Vincenti

Da Casarano a Palmariggi, da Minervino a Diso, da Sanarica a Poggiardo, da Nardò a Giuggianello, dal leccese al brindisino, in tutto il Salento si festeggia San Giuseppe.

San Giuseppe è uno dei santi più amati dalla comunità cristiana. E non potrebbe essere diversamente. L’umile falegname è il padre terreno di Gesù e riassume in sé tantissimi valori cristiani:  la fede, la castità, la mitezza e la bontà d’animo, la povertà, l’amore paterno. Marzo è il mese in cui la  natura si risveglia dopo il lungo torpore invernale e quindi, fin dalla notte dei tempi, un periodo di transizione, un passaggio fondamentale nel ciclo della natura tra il freddo della stagione che si avvia a conclusione e la dolce brezza portata dalla nuova stagione primaverile. Marzo è il mese di San Giuseppe. Nel Salento, questa festa è molto sentita ed accompagnata da una serie di antiche e coloratissime, oltre che gustosissime, tradizioni culinarie.

La  Taulata de San Giuseppe è uno  dei riti più diffusi di tutto il Salento. Sono tredici le pietanze che compaiono sulla tavolata e ognuna di queste ha una spiegazione: pittule, pampasciuni, alici marinate, legumi, pesce ( pesce frittu o a sarsa), arance, la cuddhura,  l’insalata di San Giuseppe, e ovviamente lu mieru,  il vino rosso; ma su tutte, spicca  la massa di San Giuseppe. E ancora, peperoni, pezzetti di carne al sugo, le pucce, farcite in diverso modo, i lupini, olive nere, ronghetto o stoccapesce, finocchi, maccarruni cu lu zuccaru, ecc.

Il numero delle portate può variare da tredici, come i discepoli di Cristo, compreso Giuda il traditore, a  nove, sette, cinque, a secondo dei paesi; ciò che conta è che sia sempre un numero dispari. Intorno alla tavola, si siedono tredici santi che sono impersonati dagli abitanti del luogo o anche, in alcuni paesi, da altrettanti bambini che devono fare la prima Comunione.

il matrimonio di Giuseppe e Maria in una rara edizione a stampa del XVI secolo (ripr. vietata)

I tredici santi sono: San Giuseppe, la Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni Battista, Sant’Anna, San Gioacchino, Santa Elisabetta, San Zaccaria, Santa Maria Maddalena, San Filippo, Santa Agnese, San Giuseppe d’Arimatea, Sant’Antonio, che sono fissi, ai quali poi ogni paese aggiunge i propri santi protettori e altri santi a piacimento, fino ad arrivare al numero di tredici.

San Giuseppe è sempre il primo a sedersi a tavola e, battendo le posate sul piatto, dà inizio al pranzo, anzi alla grande abbuffata. La massa, conosciuta anche come tria, è una pasta ricavata dalla sfoglia di farina impastata con acqua, tagliata a striscioline e mescolata con ceci o cavoli e condita con olio d’oliva e cannella. Che sia con i ceci oppure con i cavoli, non devono mancare sulla massa, come la ciliegina sulla torta,  i frizzuli, delle piccole strisce di massa fritta. Il termine dialettale tria è antichissimo e deriva dall’arabo itrya, che significa “pasta secca”.

La cuddhura, dal greco kollura, ha forma circolare, come la sfera dell’ostensorio, e simboleggia, come il serpente che si morde la coda, il cerchio del tempo che si rinnova; ma il pane è anche un elemento fondamentale della Comunione cristiana e rappresenta, come sappiamo, il corpo di Cristo che si è immolato sulla Croce,  come il vino ne rappresenta il sangue. Su questa specie di ciambella di pane, sono rappresentate la verga fiorita di San Giuseppe, cioè il bastone, un Rosario, e al centro viene messa una arancia oppure un finocchio; queste forme di pane vengono posizionate ai piedi della statua di San Giuseppe o vicino ad un  quadro del Santo.

La leggenda della verga fiorita dice che, quando il Buon Dio cercava un padre putativo per Gesù Bambino, che doveva venire al mondo, inviò un angelo sulla terra; l’angelo convocò tutti gli anziani del paese, i quali si accompagnavano con il bastone, ma solo sul bastone di San Giuseppe fiorirono dei fiori di iris e delle piante di ceci e così Giuseppe fu scelto da Dio come padre del Bambin Gesù. Giuseppe era un umile falegname e, da qui, il suo protettorato sui falegnami e, in genere, su tutti i lavoratori.

il primo piatto tipico della festa di San Giuseppe, i cìciri e tria

Il Santo è, inoltre,  protettore dei poveri e delle persone umili  ed  essendo egli stato sempre casto e morigerato, è anche tutore delle ragazze da marito, che a lui si rivolgono per trovare l’anima gemella . Quando Giuseppe e Maria con Gesù nel grembo ( “Maria lavava, Giuseppe stendeva, suo Figlio piangeva, dal freddo che aveva”, recitava una deliziosa canzoncina che ci facevano imparare a scuola da piccoli), sfuggendo alle persecuzioni di Erode, erano alla ricerca di un posto dove stare, tutti chiusero loro la porta e non riuscirono a trovare una dimora che li accogliesse, se non  una fredda ed inospitale grotta di Betlemme. In ricordo di quell’atto di egoismo ed ingenerosità, quasi a consolazione,  si allestiscono oggi le tavolate di San Giuseppe, cosicché il Santo possa idealmente trovare accoglienza ed ospitalità.

Le verdure sono un cibo povero, che rimanda alla primitiva economia di raccolta, basata sui vegetali. I legumi, soprattutto ceci e fave, oltre a richiamare la verga fiorita di San Giuseppe, rimandano alla religione pagana quando venivano offerte ai defunti le primizie della terra. Il pesce è un rimando a Cristo che, durante le persecuzioni dei cristiani, veniva disegnato, sulle pareti delle catacombe, proprio con la forma di pesce.

Gli altri simboli legati a questa festa sono: la palma, che si associa alla Madonna, ed è anche un simbolo di pace (nella Domenica delle Palme si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù, accolto da tantissime palme festosamente sventolanti); la mano, il bastone e la barba di San Giuseppe;  il serpente, che rimanda al peccato, di cui si macchiò Giuda il traditore; e poi il martello e la scala, che alludono alla Crocifissione. Sulle tavolate, sono offerte anche noci, mandorle, noccioline.

Dovrebbero mancare la carne, i formaggi e le uova, cibi vietati in periodo di Quaresima, caratterizzato dalla penitenza e dalle rinunce, ma non tutti i Comuni riescono a farne a meno sulle loro tavolate.

Immancabili, inoltre, le zeppole. Queste gustose frittelle si associano alla festa di San Giuseppe e sono di origine napoletana.

le zèppole, tipico dolce della festa di San Giuseppe

Inventate dai maestri pasticceri partenopei nel Cinquecento, come dolce del Carnevale, in seguito, nel Settecento, esse si legarono anche ad altre ricorrenze, come soprattutto quella di San Giuseppe, e si diffusero in tutta Italia, quindi anche in Salento.

I fiori che ingentiliscono le tavolate devono essere bianchi e gialli, perché così vuole la tradizione. In molti Comuni, le tavolate, anche dette mattre, sono allestite all’interno delle abitazioni private. Coloro che ospitano le mattre sono fedeli, particolarmente devoti al Santo, magari per avere ricevuto una grazia o perché San Giuseppe è apparso loro in sogno, ed allora  enormi tavolate vengono allestite nel locale più ampio della casa e vengono spalancate le porte per permettere a tutti di entrare.

Nel pomeriggio della vigilia, le tavole vengono benedette dal parroco del paese e il giorno dopo, esse possono fare bella mostra di se ai  visitatoti che accorrono da tutto il Salento.

In alcuni Comuni, alla festa si associa anche la tradizionale “Cuccagna”, un antico gioco di piazza che consiste nell’arrampicarsi su di un palo, reso scivoloso dall’aggiunta di grasso, in cima al quale si trova un ricco premio.

La sera di San Giuseppe si tiene poi la tradizionale focara. Anche queste focare o focareddhe rimandano a riti pagani antichissimi, cioè ai riti stagionali del fuoco, riti di purificazione agraria. Nella società contadina del passato, si usava bruciare enormi cataste di ramaglie nei campi alla fine della stagione invernale; i contadini accatastavano tutti i residui inutilizzati del raccolto dei campi e appiccavano il fuoco, volendo in questo modo, anche simbolicamente, chiudere una stagione, facendo pulizia, e aprirne un’altra. La festa di San Giuseppe diventava perciò l’occasione più propizia . Recitava un detto del passato: La Madonna ‘mpastava lu pane, l’Angelu li purgia la pasta, a San Giuseppe li vinia la fame; “Maria, se su pronte le cuddhure, sciamu ‘ntaula cu manciamu, ieu, tie e lu Signore; chiama puru Gioacchinu e Anna, cusì se consuma tutta sta manna!”.

Poggiardo. Quei “volti di carta” emergono quieti dal Novecento

poggiardo volti chiarello
ph Antonio Chiarello

di Francesco Greco

Quei “volti di carta” emergono quieti dal Novecento, da un passato perduto, ma non nei valori che invece sono immortali. Arrivano a noi, nell’epoca dell’hashtag, con dolcezza, ma anche la grande forza dialettica del loro vissuto. E ci raccontano storie che oggi che la trasmissione della memoria è soffocata dalla perfida gramigna della tv-spazzatura e dai suoi squallidi mèntori, mestatori di un feticismo che si trasfigura in patologia della contemporaneità. “Guai se li dimenticassimo, se non attribuissimo a queste storie la giusta considerazione: a quelle donne dobbiamo tutto…”, ammonisce il regista Paolo Rausa: è nato a Poggiardo (Lecce) ma vive a Milano.

Un 8 marzo modulato sul filo della memoria quello che ha avuto luogo a Poggiardo (Palazzo della Cultura) davanti a un pubblico in prevalenza femminile, coinvolto, emozionato. La compagnia teatrale “In Scena!” ha riproposto “Volti delle donne di un tempo”, liberamente tratto da “Volti di carta” (Storie di donne del Salento che fu), dalla scrittrice salentina (nata a Copertino, nel Leccese, vive in Calabria, ha casa a Roma) Raffaella Verdesca, che presenzia sempre alle rappresentazioni del suo testo in cui è riuscita a catturare l’anima segreta di un tempo….

La sua gallery di donna è un “caso” editoriale: grazie anche alle presentazioni qua e là il libro, pur edito da una piccola casa editrice, la “Albatros”, vende senza tregua. E a ogni replica, le emozioni si rinnovano, anzi, si moltiplicano, come sempre accade quando c’è sintonia fra un testo e chi lo assimila e lo propone, all’insegna della poesia con la “p” maiuscola. La narratrice irrompe in scena, apra la sua enorme valigia colma di foto in bianco e nero: il vento le sparge nell’aria, cadono qua e là… E le storie delle sei donne-archetipo prendono vita. Vincenzina è quinta di dodici figli, la chiamano “la Moretta”, ha la pelle bruna e i capelli scuri “come una spremuta di uva nera”. “La prima cosa che ho imparato nella vita è di crescere alla svelta…”. Infatti la madre la chiama alle 3 perché deve andare a lavorare alla “frabbica”(così nel “secolo breve” chiamavano i magazzini dove si lavorava il tabacco selezionando le foglie: Perustiza, Erzegovina, Xanti-Iaca…

Portata dalle note grike intrise di nostalgia dovuta alla lontananza di “Encardia andra mou paei” (Franco Corlianò), arriva Nunziata: è una “vedova bianca”, è rimasta sola e sta scrivendo una lettera che affiderà alla rondinella al marito che vive lontano, alla “Merica”, dove lavora in una fabbrica di ferro: “Ci siamo sposati in fretta – confida con qualche errore di grammatica alla carta – non abbiamo avuto neanche il tempo di conoscerci meglio, intendo anche  carnale… Mi ammazzo di fatica per portare avanti il forno e per badare a tua madre… Marito mio vieni presto che non mi fito più resistere lontana di te”.

Teresina invece lavorava nei campi la terra del barone don Ignazio, che un giorno l’ha violentata come un animale e ora vorrebbe il bambino che è nato. La lusinga: “Se mi dai il bamnbino, non ti farò mancare nulla, e neanche alla tua famiglia. E poi ti troverò qualcuno che sarà disposto a sposarti!”. Ma lei, donna fiera e orgogliosa, si accaserà con Marcello, vedovo (“Serafina se l’è portata via una polmonite fulminante”) con due bambini piccoli, reduce dalla guerra “brutta storia!”.

Immacolata è una “fanciulla semplice e curiosa” che vive davanti al mare di Nardò, quando un giorno vede arrivare camion carichi di profughi ebrei. La gente accoglie gli stranieri con “malumore e diffidenza”. Fra di loro c’è Efrem: “Bello il mare… Questa terra, dove tutto luccica di un bianco splendente, è benedetta dal Signore, è Barakà…”. Lui le fa conoscere la cucina yddish (dall’hummus, antipasto con salse al sesamo, alla melanzana e ai ceci, all’harrosset, impasto di fichi, melograno, mele, datteri, noci e vino rosso), lei vermicelli col baccalà, rape e fichi secchi con le mandorle). “Credo che tutte le religioni del mondo nascono dall’amore”, filosofeggia lei, e lui, innamorato: “Quando l’uomo pensa, Dio sorride”. Si sposarono vicino al mare, che mandava il suo augurio: “Shalom! Pace!”.

E poi la storia di Uccia Capirizza, la mammana (levatrice) che un giorno d’inverno aiuta una ragazza a partorire sotto un ulivo, va in paese a chiedere aiuto, torna e la puerpera non c’è più: così diventa mamma a 50 anni chiamando Futura “la creatura che il destino mi aveva fatto incontrare”. Infine Caterina, vedova “bella e altera” (“il suo volto non era sfiorito con gli anni e il corpo era ancora vigoroso… ma il cuore era addolorato per la perdita del marito” Vincenzo, a 56 anni: diagnosi sbagliata, malasanità). Tutti i maschi del paese “sguardi pieni di desideri”, ma lei cresce da sola quattro figli facendo la sarta giorno e notte: “Ora che i miei figli si sono affermati nella società, posso dire di essere orgogliosa di quello che ho fatto e spero che anche loro lo siano di me… una donna e madre che ha lottato per la sua dignità”.

La chiave di lettura del testo e dello spettacolo è quindi multiforme: storica, antropologica, sociale, ecc. E’ anche qui la ragione del successo con cui viene accolto: prossima tappa della tournèe ad aprile a Lecce. Recitano Rosaria Pasca, Maria Orsi, Florinda Caroppo, Ninetto Cazzatello, Norina Stincone, Francesco Greco, Cinzia Carluccio, Tiziana Montinari, Michele Bovino, Lucia Minutello che con pasquale Quaranta (P40) cura canzoni e musiche. Un 8 marzo da ricordare, a futura memoria.

Poggiardo, Volti delle donne di un tempo

Venerdì 8 marzo 2013 ore 20.30

Palazzo della Cultura 

Poggiardo

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Con lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa, l’Amministrazione comunale di Poggiardo, con la Consigliera alle Pari Opportunità, e in collaborazione con l’Associazione regionale pugliesi di Milano, celebra la ricorrenza dell’8 marzo presso il Palazzo della Cultura di Poggiardo.

Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.

Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.

Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Lo spettacolo vede la partecipazione di Rosaria Pasca, Norina Stincone, Florinda Caroppo, Francesco Greco, Maria Orsi, Paolo Rausa, Ninetto Cazzatello, Tiziana Montinari, Cinzia Carluccio, Michele Bovino e Lucia Minutello; musiche e canzoni di P40 e Lucia Minutello.

 

Info: Ufficio Cultura Comune di Poggiardo 0836.909812-909819www.comune.poggiardo.le.it – facebook.com/Città di Poggiardo.

La cripta e gli affreschi di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo

 

di Marco A. de Carli

A un tiro di schioppo dalle note mete turistiche costiere di Castro e di Santa Cesarea Terme, nell’entroterra sorge la ridente cittadina di Poggiardo, che riserva al visitatore notevoli ricchezze storiche ed artistiche.

La cripta bizantina dedicata a Santa Maria degli Angeli, insieme con la cappella della Madonna della Grotta e la chiesa dei Santi Stefani a Vaste¹, rappresenta una delle suggestive chiese-cripte ipogee che caratterizzano quella che un tempo era conosciuta come Terra d’Otranto. Risalente alla cosiddetta “seconda età d’oro” del periodo tardo-bizantino, pur non presentandone la raffinatezza architettonica, la cripta di Poggiardo può essere paragonata al “San Salvatore” di Giurdignano (località conosciuta soprattutto per i suoi menhir e che dista una decina di chilometri da Poggiardo).

Sorta intorno all’anno Mille, la cripta fu adibita al culto per oltre quattro secoli, fino al suo totale abbandono alla scomparsa del rito greco, nel corso del XVI secolo.

Riportiamo qui di seguito la descrizione che della cripta fece, nel 1847, Giovanni Circolone

«Nell’interno dell’abitato vi è il tempio a S. Maria sacrato, di cui ne investe onoratamente il nome. Situato al di sotto del calpesto terreno pare che nasconder si voglia alla vista dei mortali moderni: vi si penetra dal curioso, escavando la ripiena entrata dalla consolidata macerie: pervenuto nel tempio la accesa fiaccola fa subito rilevarne la tripartita rettangolare figura, il doppio filo di colonne, le immagini di più santi, l’altare, l’effige di Colei, di cui ne porta il nome; i scolorati colori e il goccolio della insinuante umidità rompono il vero effetto del settemplice raggio: tutto in breve riveste lo squallore e l’oblio, nell’atto che la sua vetustà concentra l’animo del filosofo e trascorrere un sacro tremore fa per le membra. Comincia l’incavato tempio sulla strada da oggi detta la Chiesa, sette in otto passi al di là dell’angolo egrediente del palazzo Ducale: si estende a proporzione a dritta e a manca, e giunge fino al loco ove attualmente giace la Chiesa Matrice. Delle iscrizioni esistenti in detto tempio non mi è riuscito interpretarne alcuna, attesa la mal conformazione dei caratteri di cui si è fatto uso, non essendo riferibili ad alcuno dei conosciuti alfabeti. Ci mi sono acquietato al solo riflesso che assegnando l’epoca alla escavazione del tempio, deve essere poco tempo dopo il 1000: in allora trovandosi caduto l’Impero occidentale, ed essendo i barbari sfrenati a delle continue incursioni rimase in Italia avvinta e deserta in ogni punto, come ancora i guasti di tanti eserciti e le calamità di ogni sorte agevolarono la estinzione di quel fuoco, che avea reso immortale l’animo degli etruschi e dei latini. Laonde per cotale disastro s’estinse ogni lume di lettere e di cognizioni umane, per locché da un particolare alfabeto dovettero essere formate le iscrizioni in parola»².

Nel 1929, durante uno scavo, la cripta, situata sotto la sede stradale di via Don Minzoni, nelle adiacenze della chiesa parrocchiale, fu casualmente riscoperta e riportata alla luce e ne vennero immediatamente riconosciuti il pregio ed il valore. Dopo essere stata liberata dal materiale di riempimento e restaurata, riacquistò il suo originale aspetto. Una copertura in calcestruzzo armato sostituì quella originaria in tufo, quasi del tutto franata. Quanto all’illuminazione naturale della cripta, la si ottenne mediante una struttura in vetrocemento.

L’architettura della costruzione, a forma basilicale, è a tre navate che si concludono in altrettante absidi curve, con la volta sorretta da quattro pilastri, due dei quali crollati poco dopo la riscoperta della struttura. Di essi rimangono solo i basamenti. L’invaso è nettamente diviso in naos (ναός), area riservata ai fedeli, e bema (βήμα) che, nelle chiese bizantine, è lo spazio riservato a clero e ministri (presbiterio). Naos e bema erano separati da una iconostasi litoidea che metteva in comunicazione le due zone attraverso stretti passaggi. Singolare è la posizione fuori asse della parete di fondo che, dopo lo scavo, fu probabilmente oggetto di un aggiustamento nella più tipica direzione richiesta dalla liturgia, ossia verso oriente.

Di particolare interesse sono gli splendidi affreschi che adornano la cripta. Per carattere di tecnica e stile essi si differenziano da quelli della stessa epoca (XI-XII sec.) delle altre cripte salentine, principalmente per i colori accesi e vari, con uno spiccato predominio dei rossi e delle ocre.

La diffusa ed insanabile umidità delle pareti della cripta, unita all’incombente minaccia delle muffe, resero necessario lo stacco degli affreschi, che nel corso del 1955 furono portati all’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Il restauro richiese un lungo lavoro ma il risultato fu soddisfacente; essi vennero esposti in una serie di mostre in varie città italiane e, nel 1975, tornarono finalmente nella propria terra di origine dove trovarono una degna collocazione in una struttura-museo ipogea appositamente realizzata in piazza Episcopo, a quattro passi dalla cripta, e all’interno della quale il perimetro originario della cripta è stato tracciato sul pavimento e gli affreschi montati su pannelli nella posizione di origine. Se ciò da un lato contribuì ad una migliore conservazione e valorizzazione del prezioso materiale iconografico, dall’altro determinò l’abbandono della struttura originaria, che nel 1985 è stata resa oggetto di opportuni lavori di ristrutturazione. Le fessurazioni createsi, avevano causato infiltrazioni delle acque meteoriche. È stata effettuata l’impermealizzazione completa della struttura con materiali di sicura affidabilità e risolto il problema della presenza di forte umidità, ventilando la cripta con l’installazione di un apparecchio aspiratore-ventilatore. Copie artistiche e durature degli affreschi, in polistirolo ignifugo e refrattarie all’azione degli agenti atmosferici, sono state collocate nella loro sede originaria. In tale modo si è ottenuto un doppio percorso: le opere originali in un ambiente salubre e protetto, la parte architettonica resa di nuovo agibile e ricorredata del suo ciclo pittorico. Il museo è stato inaugurato il 12 giugno 1975 con l’autorevole partecipazione dell’allora presidente del consiglio Aldo Moro.

Il ciclo degli splendidi affreschi è particolarmente ricco: nel naos, sulla parete destra dell’ingresso figurano, racchiuse in riquadri policromi, le immagini di San Nicola, San Giorgio nell’atto di trafiggere il drago e – queste tutte in dittico – San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Teologo, Sant’Anastasio e Cristo con ai piedi la Maddalena, San Demetrio e San Nicola.

Le pareti poste a separare il naos dal bema vedono le figure di San Giovanni Teologo a destra e San Giovanni Battista a sinistra. Degli affreschi che decoravano il pilastro crollato non rimane traccia. Ancora visibili, invece, quelli che abbellivano il pilastro ricollocato nel museo e che rappresentano San Giorgio, una Vergine con Bambino ed un santo ignoto. Ancora a sinistra nel naos sono raffigurati San Michele e San Giuliano e, nella parte terminale, una Vergine con Bambino e San Nicola.

Nel bema, di notevole bellezza è l’abside centrale, che raffigura una Vergine con Bambino, posta tra gli Arcangeli: l’abside di sinistra contiene l’Arcangelo Michele, mentre sui setti tra le tre absidi sono raffigurati, a sinistra Santo Stefano e a destra San Lorenzo. Sulla parete sinistra i Santi Cosma e Damiano.

Come abbiamo già avuto modo di accennare, le pitture risalgono al periodo che va dalla seconda metà del sec. XI alla prima metà del XII. Fanno eccezione alcuni affreschi, come quello che raffigura la Madonna con Bambino, del secondo pilastro di sinistra e che risalirebbe alla prima metà del XV sec. e l’altra Vergine con Bambino, sulla parete NO e San Nicola che le sta accanto, databili al sec. XIII.

Segue qualche cenno descrittivo dei singoli affreschi.

San Nicola, vescovo di Mira

Il santo è raffigurato con paramenti vescovili mentre benedice “alla greca” (con pollice e anulare della mano destra che si uniscono, lasciando l’indice diritto e formando così l’anagramma greco di Cristo IC XC [ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ]. Le due dita unite simboleggiano la duplice natura di Cristo: divina e umana).

San Giorgio

San Giorgio martire è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale, mentre trafigge il drago-serpente dall’alto del cavallo. Pur apparendo di profilo, il santo volge busto e capo di prospetto. Veste una tunica svolazzante rossa e una corazza a squame gialle.

San Giovanni Teologo e San Gregorio Nazianzeno

San Giovanni veste una tunica grigia e un manto rossastro, mentre San Gregorio è raffigurato con manto giallo. Nella mano sinistra sostiene un libro. Le scritte a lato dei santi risultano illeggibili, come in quasi tutti gli affreschi della cripta.

Cristo Benedicente, la Maddalena e Sant’Anastasio

Cristo è assiso sul trono mentre benedice alla greca. Reca in mano un libro con la scritta “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Il Cristo veste un manto che ricade in pieghe molto ampie e calza dei sandali. Ai suoi piedi è inginocchiata la Maddalena, vestita di rosso. Verticalmente vi è la scritta greca “Maria Maddalena”. A destra troviamo Sant’Anastasio che reca in mano una piccola croce.

San Demetrio e San Nicola

San Demetrio è raffigurato di fronte, in un dittico in gran parte sbiadito, con San Nicola che benedici alla greca e che tiene stretto al petto un evangelario.

San Giovanni Teologo

Il santo è affrescato anch’egli nell’atto di benedire. Con la mano sinistra regge un evangelario decorato da un fiore. La sua tunica è di un rosso scuro e un manto grigio gli avvolge la vita.

San Lorenzo

Il santo, raffigurato di prospetto, veste una dalmatica rossa. Il suo volto, di un bell’ovale, è ben conservato.

Madonna con Bambino tra gli Arcangeli

L’affresco si trova nell’abside centrale. La Vergine siede sul trono con il Bambino sulle ginocchia e veste di rosso scuro, con un manto blu scuro. Alla sua destra l’Arcangelo Gabriele, rappresentato con una veste grigia e manto rosso. L’Arcangelo è proteso verso il gruppo centrale della Vergine e del Figlio. A sinistra l’Arcangelo Michele, che indossa un manto grigio su veste rossa.

Santo Stefano

Il primo martire della cristianità è raffigurato in piedi, di prospetto, e veste da diacono una dalmatica marrone decorata da cerchi bianchi. Con la mano destra l’incensiere.

Arcangelo Michele

E’ affrescato nell’abside di sinistra, di propsetto, ad ali aperte. La sua veste è di colore rosso. Nella mano destra alzata impugna la lancia e con la mano sinistra regge il globo incrociato.

Santi Cosma e Damiano

L’affresco si trova sulla parete orientale, presso l’abside minore. San Cosma indossa una tunica bianca ed un manto di foggia particolare, identificato con la penula ebraica che gli copre interamente la spalla destra, lasciando libera la sinistra. Con la mano destra a dita unite alzata, nella sinistra regge un rotulo. La figura del fratello San Damiano è analoga alla precedente per aspetto e foggia dell’abbigliamento. Il manto lascia libere le spalle e sulla veste grigia risaltano decorazioni a cerchi marroni. Nella mano sinistra stringe un libro.

San Giovanni Battista

La sua figura intera e di prospetto è posta sulla parete meridionale d’angolo. La sua tunica bianca rosata si intravede appena. La mano destra con tre dita aperte poggia sul petto.

San Michele Arcangelo

Il santo, affrescato a figura intera con le ali aperte, indossa una veste rossa e sul petto si incrocia una stola marrone. L’arcangelo impugna, con la destra, la lunga asta, mentre nella mano sinistra regge il globo. Come il precedente, questo affresco è alquanto guasto.

San Giuliano

A figura intera, dipinto di prospetto, il santo veste una tunica di colore rosso con orlature e calza gambiere rosse e sandali. La mano sinistra è alzata a palma in fuori e con la destra stringe la croce.

Madonna con Bambino e San Nicola

In questo affresco la Madonna, in veste grigio scura con un manto marrone, tiene in braccio il Bambino con tunica bianca e manto giallo. Il volto della Vergine è leggermente inclinato verso il Figlio. A destra è dipinto, di prospetto, San Nicola, con una penula rossa chiara e il pallio episcopale. Il santo è raffigurato benedicente alla greca. Lo stato della pittura è molto precario.

 

Vergine con Bambino

Il dipinto è situato sul lato est del primo pilastro di sinistra. La Madonna sorregge con il braccio destro il Bambino seduto e benedicente. Indossa un manto azzurro (annerito nel tempo) che le copre pure il capo. Questo affresco si differenzia nettamente da quello dell’abside centrale; l’insieme dell’esecuzione, di duro disegno, e l’espressione dei volti rivelano una diversa mano e epoca. Si può pensare al tardo XIII secolo.

San Giorgio

Affrescato sul lato a sud del primo pilastro di sinistra, San Giorgio è raffigurato di prospetto. Veste corazza a squame gialle, su tunica a maniche bordate. Con la mano sinistra impugna la lancia a punta triangolare, mentre la destra è appoggiata, a pugno chiuso, al petto.

Santo Ignoto

L’ultimo affresco della cripta-museo rappresenta un santo ignoto, in veste bizantina. Il Santo Ignoto può essere considerato come l’espressione simbolica delle virtù esercitate da tutti i santi.

A partire dall’anno 725, per iniziativa di Leone III Isaurico, successore di Teodosio al trono di Bisanzio, oltremare si andavano diffondendo l’iconoclastia e la conseguente persecuzione della popolazione greca ad essa ribellatasi e che produsse fenomeni di culto nascosti. In tale scenario, per lungo tempo Otranto ed il monastero di San Nicola di Casole assunsero una posizione chiave nella strategia della cultura. La cripta di Santa Maria degli Angeli fu citata in relazione al prestito di uno sticherarion (στιχηράριοv), libro che contiene i canti degli uffici liturgici vespertini e delle lodi del mattino, prestito concesso dal monastero di San Nicola al capo della comunità di Poggiardo, il monaco Michele.

L’attività dei monaci, anziché attirare la benevolenza delle autorità, scatenò pontefici e re di Napoli, che si misero d’accordo per sopprimere quanto di greco esisteva in Italia. Gregorio I estese la gerarchia latina; i conti di Lecce e Nardò soppressero i calogerati basiliani, donandoli ai benedettini. Nel 1583 il sinodo diocesano, presieduto dall’arcivescovo di Otranto Pietro Corderos, sancì l’abbandono del rito greco nel Salento che, tuttavia, rimase in uso fino al XVII secolo.

La cripta ed il museo di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo sono aperti al pubblico.

¹  Vaste fu una città messapica di considerevole importanza (l’antichissima Basta o Baxta), fondata probabilmente attorno al 600 a.C. Oggi è frazione del comune di Poggiardo.

²  M. LUCERI, La cripta di S. Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Bibliografia

S. RAUSA, Poggiardo : una vivace comunità salentina, Lecce 1995.

C.D. FONSECA – A.R. BRUNO – A. MAROTTA – V. INGROSSO, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Galatina 1979.

M. FALLA CASTELFRANCHI, La pittura bizantina in Salento, in “Ad Ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale”, Atti del Seminario Internazionale di Studio, Martano 1988 (Galatina 1990), 129-214, a cura di B. Vetere.

M. FALLA CASTELFRANCHI, Pittura monumentale bizantina in Puglia, Milano 1991.

M. LUCERI, La cripta di S.Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto

Un pomeriggio a Poggiardo, anzi no, a Vaste!

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Da tempo mi ero ripromesso per qualche ragione che non rammento più di andare a visitare Poggiardo e quel meriggio assolato, che non volevo occupare con impegni ed incombenze varie per nulla allettanti, mi sembrò ideale per mettere in atto il mio proposito e fuggire così da ogni altra occupazione. Lasciai dunque, portandomi appresso la mia indolenza, il mio paese, Copertino, alla volta della mia destinazione con tra le labbra un toscano ammezzato (il mio inseparabile compagno di viaggio) ed in bocca ancora il gusto di un robusto caffé rigorosamente made in Salento preso al mio solito bar prima della partenza.

Dopo più di mezz’ora in auto sulla sempre deserta SS 664 (di questa solitaria strada che corre in mezzo al nulla al centro della nostra penisola dovremo tornarne a parlare prima o poi, io la trovo fantastica e devo confessare che ogni volta che la percorro mi sento come un novello Jack Kerouac maledettamente on the road!) confluii sulla Maglie-Leuca e presi lo svincolo per Poggiardo. Non ricordo più quanta strada feci una volta uscito dallo scorrimento veloce, so per certo invece che appena entrato a Poggiardo decisi di non fermarmi subito nel paese ma proseguire per iniziare la mia visita dalle frazioni. Era mia intenzione infatti fare le cose per bene, ossia con ordinato rigore logistico e completezza, onorando dunque con una visita prima le appendici di questa cittadina per poi potermi dedicare lungamente al cuore di essa.

Ebbene, vi anticipo sin da ora che le cose non andarono affatto come previsto tant’è che ancora oggi, a distanza di due anni o forse tre dal pomeriggio di cui vi parlo, devo ammettere di non aver mai visitato Poggiardo, nonostante che la determinazione con cui avevo messo in atto il mio proposito quel pomeriggio possa avervi condotto a credere il contrario.

Si sa, la vita è bella perché tocca con l’imprevisto, disordina i nostri progetti contaminandoli col l’imprevedibile e ci conduce così a vie che non avremmo altrimenti mai immaginato di percorrere, a strade che non avremmo mai conosciuto, a incontri che non avremmo mai fatto, mai ricordato, mai potuto narrare. Bisogna accogliere gli imprevisti che il caos degli eventi accidentali, erompendo con la sintassi indecifrabile dell’imponderabile e dell’indeterminato nei nostri intenti, ci dona. Il mistico san Giovanni della Croce era solito dire in proposito «per raggiungere il punto che non conosci, devi prendere la strada che non conosci»; è proprio il caos che regala gli accessi alle vie sconosciute che altrimenti secondo le nostre intenzioni non percorreremmo, così è proprio la contingenza casuale degli accadimenti che mi ha regalato gli eventi e le piccole esperienze di cui vi parlerò.

Attraversata dunque per una via esterna la tanto ambita Poggiardo, alla quale potei offrire solo qualche frettoloso sguardo sugli squarci che tra le abitazioni si aprivano verso il centro vero e proprio della cittadina, proseguii per alcuni chilometri, dopo i quali ritrovai un cartello che mi invitava a svoltare a destra, aVaste, la prima delle varie frazioni che nei miei piani avrei dovuto visitare.

reperti messapici nel museo di Vaste

Dopo duecento metri ero già a destinazione. Mi fermai subito perché sulla mia destra vi era un giardinetto pubblico con al centro un baretto ed accanto a questo un pannello informativo che non avrei sperato di trovare, uno di quelli che riportano le mappe del luogo. Parcheggiai e andai prima a prendere un caffé nel bar, dove, oltre al barista, vi erano due signori. Nella completa indifferenza di questi individui nei miei confronti bevvi frettolosamente l’amata bevanda e uscii, appostandomi accanto al cartellone informativo per dare un’occhiata ed orientarmi velocemente.

il “tesoretto” di Vaste

Non c’era da smarrirsi per la verità, ero praticamente quasi già al centro di Vaste, avrei solo dovuto percorrere i duecento o trecento metri di strada che mi separavano dal punto in cui ero per giungere fino ad una piazza che potevo da lì già intravedere e che costituiva tutto il centro vero e proprio. Realizzai che stando così le cose ci avrei impiegato molto poco a visitare quel luogo e avrei così risparmiato tempo per la visita al pezzo forte. Ma questi miei calcoli si rivelarono, come vi ho già anticipato, del tutto errati.

Fu mentre meditavo su queste cose accanto a quel cartellone che, trascinandosi chissà da dove con una pachidermica lentezza, era giunto lì anche un uomo vecchissimo che mi si avvicinò, magro, vestito con panni troppo pesanti per quella calda giornata di primavera e troppo larghi, munito persino di un cappello. Lo salutai, come si usa sempre fare in luoghi così poco affollati, ed egli mi rispose con un lungo quanto criptico monologo fatto di stanche parole biascicate e per me, soprattutto a quel primo impatto, del tutto incomprensibili. Fu così che conobbi Geremia – scoprii molto più tardi il suo nome. Dopo che quello ebbe terminato il suo monologo – nel corso del quale io ero intento solo a commiserare me stesso per l’impiccio di quell’incontro da cui non sapevo come svincolarmi senza essere brusco o maleducato –  fece una pausa di cui stavo per approfittare per congedarmi salutandolo, quando quello mi chiese, stavolta in modo sufficientemente comprensibile per instaurare un dialogo, da dove venissi. Gli risposi e quando egli udì il nome del mio paese sorrise e ricominciò a vomitare la sua tiritera di parole che non riuscivo nuovamente a cogliere. Ne avevo avuto abbastanza, così risalutai e stavolta con fermezza mi portai all’auto, in cui mi precipitai risoluto a spostarmi da lì, senza più prestare ascolto a quel vecchio. Percorsi alla guida quei pochi metri che mi conducevano alla Piazza e potei finalmente dare inizio alla mia visita di Vaste, completamente deserta ed immersa nel sole giallo di quel caldo pomeriggio.

Su un lato della piazza si affacciava un grazioso castello, le cui antiche mura correvano fino a una chiesetta costruita all’angolo che delimitava il centro. I restanti lati della piazza erano costituiti invece dal prospetto di vecchie case che lì si affacciavano con le loro corti antiche, immerse in una quiete silenziosa, talmente silenziosa che mi sentii obbligato a chiudere con garbo il portellone dell’auto cercando di non far troppo sacrilego rumore. Sulla piazza, leggermente rialzata rispetto alla strada che la attraversava e sulla quale avevo parcheggiato la mia rumorosa e sfatta carretta, vi erano nuovamente diversi cartelloni informativi che non mi sarei ancora una volta aspettato di trovare, disposti a costituire un cerchio. Raccontavano la storia di quel luogo, informavano del passato di quella piazza – oggi dedicata a Dante – che un tempo aveva rappresentato il centro cultuale di un insediamento dei Messapi. Sempre lì trovai informazioni sul castello che avevo di fronte, detto palazzo baronale, le cui sale del piano terra erano adibite a museo di archeologia. Capii inoltre, leggendo il contenuto stampato sui pannelli, che la mia visita non sarebbe più stata così breve come avevo creduto perché avrei dovuto riprendere l’auto e spostarmi verso la periferia di Vaste, nelle circostanti campagne, dove avrei trovato secondo quanto era scritto il cosiddetto Parco dei Guerrieri, ossia il parco archeologico che ospitava la ricostruzione delle antiche mura difensive messapiche di quello che fu uno dei centri più attivi e popolosi di questo antico popolo che dell’estremo lembo d’Italia – e nello specifico di Vaste – aveva fatto la sua terra millenni prima di noi. Dalle parti del Parco dei Guerrieri avrei avuto modo di visitare anche i resti di una necropoli paleocristiana costituito da tombe ricavate nella roccia, disseminate intorno ai resti delle strutture delle fondamenta di quattro chiese sovrapposte e oramai distrutte, la più antica delle quali risaliva al V secolo d.C.

Riordinai mentalmente il materiale di tante scoperte che non mi attendevo – in precedenza avevo infatti solo distrattamente visitato il sito internet di Poggiardo e non avevo colto l’importanza e la ricchezza di siti di Vaste – e decisi di cominciare la mia visita dalla chiesetta posta all’angolo della piazza, in attesa che il museo aprisse dato che, leggendo un biglietto apposto sulla porta, avevo dedotto che ero in anticipo e che avrei dovuto attendere ancora un quarto d’ora per potervi entrare.

Misi dunque in atto quanto deciso, non ricordo nulla di quanto vidi nella piccola chiesa fortunatamente aperta e fruibile, evidentemente non mi colpì particolarmente. Quando fui fuori la sorpresa però mi colse: il vecchio Geremia mi si stava avvicinando nuovamente con il suo lentissimo passo, pensate che aveva impiegato tutto quel tempo a percorre le poche centinaia di metri che mi separavano dal punto in cui lo avevo lasciato mezz’ora prima. Capii che non mi sarei liberato tanto facilmente di lui e gli diedi ancora modo di parlare con me: del resto meritava un po’ di considerazione visto che aveva fatto con le sue stanche membra tutto quello sforzo per venirmi appresso. Devo dire che stavolta non fu al principio molto originale, mi chiese infatti nuovamente da dove venissi, ed io educatamente con pazienza gli nominai ancora Copertino.

Pensai che quel minuto vecchietto dovesse essere affetto da morbo di Alzheimer visto che la stessa domanda me l’aveva posta prima, ma è possibile che mi sbagliassi. Probabilmente la verità era che Geremia non disponeva che di quell’unica strategia comunicativa per attaccare bottone con uno sconosciuto ed esprimere così il suo bisogno di contatto con l’altro: purtroppo siamo spesso portati da un pregiudizio contagiante a considerare quasi sempre la vecchiaia di per sé come una fonte di malattia e i vecchi come delle incubatrici di strani disturbi senili, nonostante la lezione di Cicerone col suo De Senectute o i tanti consigli di un Seneca che da secoli – molto prima dell’attuale medicina e dell’odierna psicologia – ci insegnano coi loro saggi che la vecchiaia è solo un processo naturale della vita, con le sue proprie virtù ed i suoi propri limiti, dunque esattamente il contrario di ciò che per definizione è una malattia, la quale è piuttosto un arresto del naturale scorrere dei processi della vita che viene deviata verso ciò che propriamente può dirsi patologico.

la cripta dei SS. Stefano a Vaste

Fui io poi a porgergli una domanda, gli chiesi quanti anni avesse. Geremia iniziò allora uno dei suoi monologhi a cui oramai mi stavo abituando, dal quale però stavolta qualcosa qua e là riuscii a cogliere. Capii che stava lodando la giovinezza che in lui era trascorsa e che ravvedeva in me, mi invitava a suo modo a godere pienamente dei miei anni; cominciò poi a biascicare una specie di filastrocca in rima di cui riuscii a cogliere solo le parole finali, benché egli la ripetesse a manetta: «…correte, venite da Geremia, solo cose buone e tanta cortesia». Intuii in quel modo che Geremia doveva essere il suo nome e quella rima una sorta di slogan pubblicitario ante-litteram che egli aveva in passato usato per decantare chissà quale mercanzia per i mercati del sud. Gli chiesi allora che lavoro avesse fatto nella vita e da un elenco di nomi di frutti con cui mi rispose capii che Geremia doveva essere stato un venditore ambulante di ciò che elencava. Pensai che quello era stato lo stesso mestiere del mio nonno paterno morto prima che io nascessi e fui tentato di chiedergli se lo avesse per caso conosciuto o incontrato per le vie dei mercatini salentini di un tempo. Ma ciò sarebbe valso a pretendere troppo dal mio vecchio compagno, benché stavolta si fosse riusciti a capire qualcosa l’uno dell’altro. Mi accorsi a quel punto che il museo era stato finalmente aperto, mi congedai così con una pacca affettuosa dal mio fortuito Cicerone di un pomeriggio assolato e percorsi i pochi metri che mi separavano dall’ingresso del museo, giunto al quale vi entrai senza ulteriori indugi.

Appena dentro incontrai un giovane seduto dietro una scrivania, evidentemente il guardiano del museo. Ricordo che appena mi scorse questo si diede cura di fingere una professionale indifferenza e un recitato distacco mentre doveva in realtà essere non poco colpito dalla mia presenza: sarò stato l’unico visitatore per quel giorno, o addirittura per quella settimana – ci scommetterei i pochi spiccioli che ho. Quando salutai, al mio accenno di procedere oltre verso le stanze del museo, egli mi chiese con un leggero accenno di disagio e qualche tentennamento nella voce due euro per poter accedere alla visita e dopo che ebbi pagato mi consegnò diligentemente, con un fare da ragioniere meticoloso, un piccolo biglietto di ingresso come ricevuta.

«Bene – pensai – a quanto pare i Messapi sono di casa qui». I Messapi, su questi si sa complessivamente tanto poco che io colmavo queste lacune archeologiche e storiografiche con dei miei personalissimi ricordi: i Messapi allora mi facevano pensare solo a certe sudate bestiali fatte un anno prima con Tamara, una mia amica, artista padovana di origine armena da trent’anni residente nel Salento, tanto cara quanto instancabile (benché ultrasessantenne), con la quale in un pomeriggio d’agosto – ella presa forse dalle prime avvisaglie di un rimbambimento senile ed io, allora ventisettenne, da un rincoglionimento congenito – avevamo traversato come novelli ricercatori per due ore i siti archeologici dell’insediamento messapico di Roca Vecchia sotto una calura che sfidava i quaranta gradi, rischiando una insolazione ed un ulteriore aggravamento delle condizioni già fragili delle nostre strambe menti. Roca Vecchia, che posto meraviglioso però!

Alle abbandonate riserve delle rovine archeologiche, circondate da una lunga e grigia rete di ferro bucata qua e là su cui compaiono ancora ogni tanto dei cartelli affissi chissà quanti anni prima dalla scuola archeologica dell’Università di Lecce, fanno da contorno le scogliere ricche di ripari, grotte e degli anfratti di mar Adriatico più strabilianti che conosca, al di là dei quali all’orizzonte si intravede nelle giornate limpide il profilo delle alture dell’Albania. E non è un caso che proprio a Roca, a coronarne lo splendore, vi sia la cosiddetta Grotta della Poesia, una conca di acqua azzurra che si apre tra gli scogli, in comunicazione col mare tramite gallerie lunghe diverse decine di metri scavate con permanente pazienza dai secoli nella roccia. Ricordo che un mio amico pittore abbastanza anziano e bizzarro anch’egli, si vantava con me di aver dato in gioventù con alcuni amici il nome a questo posto che secondo lui non ne aveva uno e che egli considerò talmente bello da meritarsi proprio quello. Non so se ciò fosse vero o fosse una delle tante panzane del mio pallonaro amabile amico, né so se sulle guide turistiche si accennerà mai a questo suo battesimo, a me però va bene credere che sia andata proprio così, del resto la Grotta della Poesia meriterebbe davvero l’appellativo che la connota proprio per la sua bellezza.

necropoli di VasteRicordo inoltre che ogni volta che mi recavo alla Grotta, durante un’estate trascorsa a lavorare nell’amena località di Torre dell’Orso posta a pochi chilometri da lì, dato l’isolamento e la relativa difficoltà a raggiungere il posto, era facile trovare i lisci massi della scogliera che circondano il luogo affollati di punkabbestia e soprattutto di giovani donne rigorosamente in topless. Non so come mai in quelle occasioni, forse lo splendore del posto, forse la chiarezza cristallina dell’acqua o l’ilarità che sempre circondava il luogo, mi hanno sempre fatto trasmutare fantasticamente le donne dai seni nudi che lì incontravo in delle ninfe che si rinfrescavano lungo i torrenti dell’Arcadia, ed in quei momenti io credevo d’essere davvero un satiro gaudente che si stava ritemprando dopo aver preso parte ad un orgiastico corteo di baccanti.

Abbandoniamo qui la frescura estiva della Grotta della Poesia e le mie fantasie ellenico-classicheggianti di quei giorni al mare ormai andati, dovute forse all’aere intonsa dei fumi di marijuana dei molti punkabbestia presenti in quel luogo più che alla sua poetica bellezza, per tornare al museo di Vaste di cui dicevamo.

Con quella mia lunga e attenta visita alle varie stanze di quella meravigliosa collezione di ritrovamenti messapici – ma anche di epoca romana e medievale – le mie curiosità sui Messapi furono ampiamente ricompensate, i miei interessi per questi nostri avi ne uscirono rinnovati, arricchiti, rigenerati. Questi, da quel giorno, non sono più stati per me il popolo sulle cui ataviche tracce avevo rischiato l’insolazione ed una morte prematura insieme all’amica Tamara, non più soltanto gli uomini che avevano popolato le bellezze delle nostre coste adriatiche dove avevano edificato i primi porti e i primi insediamenti e su cui poi si erano assestati prepotentemente i Romani: quel giorno, in quelle sale illuminate per me soltanto, potei cogliere lo splendore della loro arte, dei loro manufatti e tutta la ricchezza della loro civiltà nei segni e nei lasciti che nei millenni si erano fortunatamente preservati per giungere fino a noi.

Quando uscii dal museo, rinnovando i miei saluti al custode che era rimasto per tutto quel tempo lì dove lo avevo lasciato, mi resi conto che perduto in quell’incanto vi avevo trascorso quasi due ore.

Tutto quel lasso di tempo non aveva però ancora sopraffatto il mansueto Geremia, il quale era lì in paziente attesa, non avendo evidentemente di meglio con cui occupare la sua semplice giornata che attendere me.

Ne fui tuttavia persino lieto, rabbonito e rasserenato come ero da tutto quello splendore appena goduto che mi aveva messo di buon umore e mi ridisponeva di gran lena al contatto con il mondo, così fui io stavolta ad andargli incontro.

Mentre Geremia farfugliava qualcosa, quando gli fui accanto, cominciò a dirigersi lentamente verso un arco ricavato dalle mura del Palazzo Baronale che conduceva alla parte posteriore dell’edificio da cui ero uscito. Mi invitò in tal modo – senza inutili parole – a seguirlo ed io, che iniziavo ormai ad accettare l’idea di dover rinunciare alla visita di Poggiardo, mi avviai con quel vecchio per le vie sconosciute del suo paese. Attraversato l’arco giungemmo in un piccolo ma grazioso giardino molto curato e incastonato tra le alte mura degli edifici baronali. Chiesi a Geremia se quello fosse stato in passato il cortile interno del Palazzo ma egli si limitò a sollevare le spalle e ad aggiungere, fissandomi negli occhi, “Giardino!”. Capii quanto fosse stupido da parte mia cercare di ottenere informazioni di quel tipo da Geremia, il quale con quel suo fare bonario mi aveva fatto sentire come quegli scienziati che mettono sotto i riflettori delle proprie indagini qualcuno e quel qualcuno, lungi e avulso dagli stessi interessi scientifici che animano i primi, non può che considerarli un po’ svitati, e talvolta a ragione, almeno in quel mio caso.

Ci lasciammo il giardino alle spalle e svoltammo a destra in una viuzza tondeggiante sulla quale a un certo punto il mio compagno si fermò e si mise a chiamare a gran voce su un uscio. Pensai che dovesse essere quella la sua abitazione e stavo per andarmene quando da lì uscirono due giovani donne ed una graziosa vecchietta fortemente ricurva su se stessa ed accompagnata da un bastone.

Dalla reazione di quelle compresi che non eravamo a casa di Geremia ma stavamo facendo una visita alla vecchia. Una delle donne, che quando si rivolgeva a Geremia lo faceva in dialetto, si rivolse a me in italiano (come si usa fare talvolta nel Salento con gli sconosciuti, coi quali non si adopera la confidenziale lingua materna) chiedendomi se fossi un volontario! Beh certo, la domanda era pertinente, cosa ci faceva un ragazzo mai visto prima in quel luogo desolato in pieno pomeriggio in compagnia di un vecchio signore un po’ strambo che non era suo parente? Non poteva che essere un volontario di qualche istituto per opere pie o in servizio civile. Risposi il vero, ossia che ero lì solo per visitare il museo ed esplorare un po’ il posto.

Geremia mi sorprese molto per la lucidità che mostrò in quell’occasione. Con quella vecchietta sorridente egli parlava e si esprimeva in modo molto più chiaro e comprensibile di quanto non avesse prima fatto con me, ad un certo punto le mise persino scherzosamente e con evidente tenerezza il suo cappello in testa, ridendo e provocando il riso di tutti. Seppi dalle ragazze che stavo assistendo alla visita che una volta al mese, da tempo immemorabile, Geremia faceva a questa vecchietta, moglie di un suo defunto amico. Pensai che quella sua strabiliante trasformazione era forse dovuta alla forza di un amore impossibile e non consumato che mi piaceva immaginare nel passato tra i due, o magari, chissà, quei vecchi condividevano semplicemente un mondo di ricordi dentro cui a noi altri spettatori era precluso l’ingresso.

A quel punto però dovetti salutare perché ero deciso a proseguire nella scoperta di quei luoghi, fu quella l’ultima volta che vidi Geremia e non credo che lo rivedrò mai più. Percorsi tutto il viale su cui abitava la sua vecchia amica, svoltai a destra due volte e sbucai nuovamente nella piazza del castello, dove avevo lasciato l’auto. La mia destinazione non poteva essere più Poggiardo, benché stesse iniziando a imbrunire dovevo andare a visitare invece, a tutti i costi, quello che nei brani scritti sui pannelli era chiamato il Parco dei Guerrieri e i dintorni di cui vi ho detto: i miei progetti iniziali si erano definitivamente infranti, sgretolandosi contro gli inattesi splendori che mi stava rivelando quella che avevo creduto una frazione cui dedicare al massimo pochi minuti e che mi trattenne invece fino alle ultime luci del giorno.

Quando da lontano scorsi delle grandi figure in bronzo raffiguranti dei guerrieri, posti sui cumuli delle cinte murarie qualche anno prima, per tutto simili nelle forme a quelli dipinti sulle antiche ceramiche che avevo veduto nel museo, capii di essere giunto nel Parco dei Guerrieri.

profili giganteschi di questi antichi difensori della nostra terra, stagliandosi su un orizzonte che andava tingendosi dell’arancio di un malinconico tramonto, mi riempirono di una strana nostalgia in cui riecheggiavano le grida di battaglia delle genti che prima di noi furono, della guerra che da sempre accompagna la storia dell’umanità, i miei pensieri si tingevano del sangue che ha macchiato per molti secoli una terra martoriata ed esposta alle incursioni, si colmavano delle urla disperate di madri e dei pianti dei loro bambini.

Mi crogiolai non so per quanto in questi pensieri fino a quando ripartii per raggiungere un punto del parco posto in altura e accuratamente recintato, dove avrei potuto visitare le restanti meraviglie di quei luoghi.

Il guardiano del parco mi venne incontro prima ancora che avessi fermato l’auto e mi chiese subito se fossi venuto per conto dell’Università che evidentemente inviava lì ogni tanto qualche ricercatore, ero tentato di dirgli di sì per non dirgli la più banale verità, cioè che ero uno sfaticato pirla qualunque venuto per godersi un po’ di sole da quelle parti a me ignote. Ma me ne trattenei, mi limitai a dire che ero lì per interesse personale, e quando egli mi offrì un via di salvataggio chiedendomi nuovamente, sebbene con un po’ di delusione in viso “Ah ho capito, sei insomma uno studente di beni culturali?”- cosa che evidentemente dava ai suoi occhi un senso alla mia visita – mi ancorai a quella scialuppa e dissi «E certo, beni culturali – e incautamente aggiunsi avendoci preso gusto a mentire- indirizzo paesaggistico! Per quello sono qua» e ciò dicendo tiravo fuori la migliore espressione da studente secchione che potessi fare.

Quest’uomo risultò molto dotto e capace di appagare ogni mia curiosità su quel luogo incantevole. Lì vi avevano abitato in primis le tribù messapiche degli Iapigi e a testimoniarne ancora il loro passato vi era una capanna ricostruita recentemente con rigore scientifico dai ricercatori dell’Università di Lecce, ricalcando le tecniche di costruzione di quell’epoca così remota.

Dopo aver visto da vicino la capanna mi feci accompagnare alla cripta basiliana dei Santi Stefani, una delle tante bellissime opere di quei monaci in fuga da Bisanzio, giunti in seguito alle persecuzioni dovute alle lotte iconoclastiche a trovare un approdo nel Salento, la terra che questi antenati bizantini costellarono di tesori ipogei, spesso nascosti, inattesi, sotterranei, scavati a fatica nella roccia che come un ventre materno ha protetto per secoli le loro silenziose preghiere greche.

Le parole del mio dotto accompagnatore, mentre mi erudiva sui dettagli della meravigliosa cripta, interamente scavata nel tufo e adornata di bellissimi affreschi, mi sembravano vagamente familiari; capii il giorno dopo, riguardando il sito ufficiale del comune di Poggiardo, il perché di quella familiarità: molte delle frasi che avevo udito in quell’umido antro erano riportate nello stesso identico modo sul sito. Non che ciò inficiasse ai miei occhi la dedita professionalità di quell’uomo, doveva pur averle estrapolate da qualche fonte quelle nozioni, solo la cosa mi fece sorridere perché egli aveva cercato in tutti i modi di sembrare naturale nella sua esposizione del giorno prima, senza dare per nulla a vedere che stesse ripetendo un copione a memoria; ciò mi fa ricordare quell’uomo anche con maggiore simpatia di quanto non mi avesse ispirato a primo acchito ed in fondo questa mia scoperta successiva lo metteva solo alla pari permettendogli di saldare i conti con me, il finto studente di beni culturali a indirizzo paesaggistico!

Vi sembrerà incredibile ma sappiate che in ogni luogo del Salento in cui la coscienza del valore del nostro passato si è risvegliata e ci si è adoperati per la sua salvaguardia ho sempre trovato dei logorroici ma amabili guardiani o custodi del posto pronti a erudirvi su ogni dettaglio che concerne il tesoro cui siete giunti. È questo certamente un segno del calore del nostro popolo, un calore che a volte vi impedirà di godere in solitudine e silenzio di certi splendori ma vi ripagherà lautamente con una buona e cordiale compagnia; tutto ciò, però, ho il triste sospetto che sia anche il segno della solitudine di questi personaggi tanto desiderosi di parlarvi, di questi uomini il cui compito è custodire un passato che troppo poco gli stessi salentini si recano ad onorare, ad osservare, ad ascoltare.

Mi recai da solo infine a compiere la mia ultima visita di quel giorno, dedicata alla necropoli paleocristiana e alle piccole fosse dei nostri avi che lì avevano trovato sepoltura, tornando con la morte ad una terra che appartiene tanto a loro quanto a noi che ancora oggi la calpestiamo.

Me ne stavo lì placido mentre mi giungeva il profumo di ulivi misto a quello del mare, segno che in linea d’aria le coste di Porto Badisco e Santa Cesarea non erano poi lontane: sentivo chiaramente nell’aria espandersi le essenze marine dei flutti che si stagliavano sulle rive che un tempo Enea aveva calpestato.

In silenzio passeggiai meditabondo ancora un po’ tra quelle antiche pietre cui ero alla fine di quella giornata giunto, pietre su cui copiose lacrime in passato erano cadute. Cadeva intanto anche il sole al di là dell’orizzonte e annunciava il tempo del mio ritorno a casa.

Mi rimisi in auto per l’ultima volta, riaccesi quel che rimaneva del mio compagno di viaggio – il toscano che non avevo potuto terminare venendo – ed aprii il finestrino per permettere al denso fumo che emanava di fuoriuscire.

Da quella fessura la fresca brezza della sera ormai giunta osava ogni tanto affacciarsi e sembrava portare delle note di una musica udibile appena, una melodia ritmata, forse soltanto immaginata, cadenzata da un ritornello che mi pare facesse così : «…venite, correte da Geremia, solo cose buone e tanta cortesia…».

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°3

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