Un salentino tra gente di lidi nordici

pizzica

di Pier Paolo Tarsi

Conviene a volte essere tipi stereo. Capita infatti di trovarsi unico salentino tra gente di lidi nordici, con donzelle che ti guardano come fossi un animale esotico, convinte soprattutto che in culla la nonna ti faceva ballare la pizzica dalla mattina alla sera, prima ancora di insegnarti a camminare. Tu assecondi, per non rinunciare al loro interesse per l’esotico, non ci pensi proprio a dire la scomoda verità.

Poi, una sera di bagordi, verso la fine, dalle casse parte la pizzica. Tutte a quel punto si voltano a guardarti, aspettandosi qualcosa di meraviglioso e ipnotico a cui darai vita. Ora, tu sai benissimo che tra i tuoi pochi e scomposti schemi motori acquisiti disponi solo di un vago e sgraziato gesto che deve rispondere alle più svariate esigenze di ballo, dal tango argentino alla mazurca emiliana, dalla dance internazionale alla pizzica o ai balli tirolesi.

Ripensi in quell’attimo a tutte le cose che hai scritto contro la pizzica nel corso degli anni, a tutti gli strali scagliati in direzione della notte della taranta, ed anche allo sguardo severo che gli amici storici ti rivolgerebbero se fossero lì e se ti azzardassi a fare quel che tutte si attendono. Disperato devi tuttavia sorridere, e cercare rapidamente una soluzione.

Non possono valere scuse relative a improvvisi dolori a una gamba o a un’emicrania folgorante. Riguardi le donzelle, chiedi scusa agli amici storici in cuor tuo, e finalmente scomodi il tuo schema motorio “modalità ballo”: “signori, questa che sto per fare è la più antica pizzica che si conosca, altro che le cose moderne che vedete alla notte della taranta, su all together, suuu, venite tutti”. Cerchi di sopprimere le lacrime che vorrebbero scendere, tiri su col naso e ti lanci in un obbrobrio scombinato e insensato per qualche secondo, il tempo che le donzelle si mettano a ballare la pizzica.

Poi t’arresti, assecondi quasi le lacrime “scusate, scusatemi, la nostalgia di casa ragazzi, la lontananza…la nonna che la ballava sempre mentre nfilava tabacco…cambiate canzone per favore, cambiate”

La campagna salentina verso la fine di giugno…

SALENTO FINE OTTOCENTO

  

                      LA CCOTA TI LI CULUMMI

 

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain 

contadina salentina e fichi al sole (coll. priv. Nino Pensabene)

Verso la fine di giugno, la campagna era all’apice della sua fruttificazione, tant’è che reclamava l’impegno di tutta la famiglia colonica, assorbendone le forze per ogni ora del giorno e, non di rado, per buona parte della notte. I legumi, già secchi, andavano liberati dai loro baccelli, cioè battuti sull’aia nelle ore calde del meriggio e affannosamente ventilati con lo staccio quando, verso il crepuscolo, a interrompere l’afa, s’insinuava un provvidenziale filo di vento marino. Nei maggesi le piante dei melloni  cominciavano a stendere le braccia invocando acqua; acqua che in quella stagione il cielo non elargiva, costringendo gli uomini a vincolarsi per lunghe ore alle carrucole dei pozzi e stabilire interminabili processioni di secchi: dal pozzo alla piantagione, dalla piantagione al pozzo. Nei frutteti le maturazioni si accavallavano esigendo tempismi di raccolta, soprattutto nei ficheti che, a quell’epoca, nel Salento, erano a coltivazione intensiva. I fioroni per i padroni, o per i regali che questi dovevano fare ai loro amici, si raccoglievano all’alba, ancora intrisi dei succhi della notte, ma quelli da avviare al mercato occorreva coglierli nelle ore del vespro, sfidando i bollori del giorno rimasti aggrumati sotto i pampini ed esalanti fuoco nel lattice dei frutti.

Parlando di mercato non s’intendeva quello dello stesso paese, troppo  limitato per      assorbire l’intera produzione: occorreva spostarsi verso i paesi costieri (la cui terra rocciosa non permetteva coltivazione di  fiche culummare  [fichi da fioroni=culùmmi]) e soprattutto contare sul mercato leccese che pur se servito dai vari paesi limitrofi non si saturava facilmente.

Date le distanze per Lecce (da Copertino erano diciotto chilometri) e tenuto conto che si doveva viaggiare ad andatura lenta, per non dare sobbalzi  al carro e quindi maltrattare i fioroni sistemati nelle ceste, era necessario partire a sera inoltrata, in modo da completare il viaggio nell’arco della notte ed essere all’alba già sulla piazza, pronti alla vendita.

La raccolta doveva perciò essere completata prima del tramonto, per consentire al capofamiglia poche ore di riposo prima della partenza. Dopo aver aiutato a sistemare le ceste sul carretto, elargito all’asino o al cavallo doppia razione di biada, preparata una scodella di capunata (pane bagnato condito con cipolla, pomodoro, olio, sale e origano) per tutta la famiglia, ogni brava moglie contadina obbligava il suo uomo ad andare a dormire, rassicurandolo che sarebbe stata lei stessa a svegliarlo a llu mmasunu ti la stèddhra ti la muttura, cioè verso le ventitrè-ventitrè e trenta, ora in cui tramontava la stella Arturo, chiamata stèddhra ti la muttura perché – si diceva – il suo tramonto coincideva col cominciare a scendere della rugiada.

Chiusa la porta sul riposo del marito, di solito la donna si premurava di accendere un lumino, posandolo sulla soglia della casa a propiziazione del viaggio  e della vendita che da questo ne sarebbe derivata; poi, fiduciosa nelle buone virtù del suo gesto, tornava nel folto del ficheto, dando voce e chiamando al raduno. Da quel momento, per lei e per tutti gli altri membri della famiglia – figli, nipoti, nonni – che rimanevano in campagna, aveva inizio un altro lavoro, forse più allegro, certo più poetico, ma non meno faticoso. Per prima cosa  occorreva sgombrare lo spiazzo antistante la casa colonica, liberandolo da tralicci, panieri o altri arnesi di lavoro rimasti in disordine; poi, con  l’aiuto di paletti e lettiere di canne spaccate, si approntavano dei rustici tavolini, sui quali, a mo’ di decorazione, si posavano due cipolle e un cetriolo, spiritosamente allusivi nella loro studiata composizione. In verità, la loro

Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta. Parte seconda.

 

Distinzioni e chiarimenti sulle categorie e le esperienze del tipico, del tradizionale e del popolare: strumenti minimi per difendersi da stereotipi e clichè 

di Pier Paolo Tarsi

Il fatto che, passata l’estate, nel corso dell’anno la Pizzica scompaia quasi completamente dalle nostre vite (questione empirica incontestabile e salutare) significa qualcosa di ben più profondo di quello che si potrebbe credere a prima vista, significa, come mostreremo analiticamente, che questa non si può affatto considerare musica tipica salentina né musica popolare salentina e credere che tale sia per davvero significa solo confondere la rappresentazione generata dalle forze sociali –  la finzione auto-etero-rappresentativa ad uso turistico di un patrimonio culturale nella sua versione più semplificata di cui abbiamo detto  nella prima parte: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/06/08/come-ci-inventiamo-una-cultura-il-caso-della-notte-della-taranta/– con il reale, il quale va cercato nella concretezza della vita e dei contesti esperienziali in cui questa si esprime, non nelle guide turistiche e negli spot pubblicitari confezionati dagli assessorati per il turismo.

Tutte le precisazioni che faremo potrebbero sembrare pedanti sottigliezze se non fossero, come intendiamo mostrare ai lettori che avranno la pazienza di non abbandonarci, agili strumenti euristici in grado di spiegare diverse esperienze comuni nell’incontro con varie manifestazione della nostra cultura. La percezione a livello intuitivo della confusione nel minestrone stereotipico tra “tradizionale”, “tipico”, “popolare” (categorie su cui cercheremo di fare chiarezza) spiega ad esempio perché tutti noi salentini abbiamo riso (quando non ci siamo indignati) del feticcio di tipicità incarnato (o meglio indossato, recitato affettatamente, stereo-tipicamente appunto) dalla graziosa salentina che ha partecipato ad una recente edizione del Grande Fratello. Questa signorina infatti si è presentata come una vera “femmina salentina”, donna “legata alla sua terra”, alle radici, inscenando questo attaccamento in un video che la vedeva in un campo a ballare la “pizzica” (per chi volesse proprio farsi del male, il video è reperibile qui: http://gossip.fanpage.it/grande-fratello-11-concorrenti-francesca-giaccari-salentina-doc-foto-e-video/). Il risultato non era solo una finzione per molti irritante e per tutti distante anni luce dalla realtà attuale, il risultato era soprattutto risibile e ridicolo, perché fondato e stereo-tipicamente sbilanciato interamente sulla semplificazione della rappresentazione ad uso turistico del Salento! Siamo insomma di fronte a un caso evidente e parossistico di auto-etero-rappresentazione estremamente irrealistica e ad un pasticcio categoriale del tradizionale, del tipico e del popolare per come ne facciamo esperienza nel quotidiano: sappiamo tutti infatti che nessuna “tipica” ragazza salentina – mentalmente in salute si intende – se ne va in giro scalza nei campi a ballare la pizzica raccogliendo fichi d’india!

Dovremo dotarci di alcuni strumenti di carattere logico-linguistico essenziali per trattare in modo adeguato le questioni che ci interressano.

Per cominciare, chiariamo che cosa significa propriamente “tipico” in senso antropologico.

La migliore definizione antropologica (migliore dal punto di vista logico e

Intervista al salentino Andrea Padova, interprete e compositore

 

Dialogo tra un musicista assai filosofo e un filosofo per nulla musicista

 

di Andrea Padova e Pier Paolo Tarsi  

 

Partiamo dalla fine, cioè dal suo ultimo lavoro. Altrove ha affermato che in esso vi è molto della sua terra, il Salento. Potrebbe rendere in parole il senso di tale presenza, indicare cioè brevemente la natura di questo legame che ha voluto esprimere nella composizione musicale?

“Arancio Limone Mandarino” è innanzitutto un disco che nasce dal Salento. Basta scorrere i titoli dei singoli brani per ritrovare il nome di alcuni luoghi (“Verso Leuca”, “Porto Selvaggio”) o di alcune persone (come Renata Fonte), di alcune suggestioni musicali (“Pizzica Tarantata”) o per riconoscere alcuni versi di Vittorio Bodini (“La pianura di rame”, “Il cielo è bianco”). Il titolo stesso dell’album è sia l’inizio di una filastrocca popolare che i bambini associano al gioco con la corda, sia un verso che Bodini usa come refrain in una delle sue poesie più belle. Posso aggiungere che per me, come per moltissimi altri, il Salento è il luogo dove sono nato e dove sono tornato, dopo aver vissuto anche altrove. Come appunto per Bodini e tanti altri, per me è proprio questo essere stato altrove che permette di vivere in maniera diversa questa terra. Direi quasi con un progressivo lento riavvicinamento che porta ad una maggiore non vorrei dire consapevolezza, ma senz’altro intensità.

Al di là di questo amore per il Salento che impregna anche il suo ultimo lavoro, bisogna tuttavia riconoscere che, finora, i più importanti riconoscimenti, sia come interprete che come compositore, le sono giunti soprattutto dall’estero, fuori dal Salento e dall’Italia in genere, sebbene anche in ambito nazionale goda di ampio favore della critica. Sullo scenario internazionale le viene rivolta grande attenzione, sin da quando, nel 1995, si è aggiudicato la vittoria al prestigioso “J.S. Bach Internationaler Klavierwettbewerb”. Ha un ampio e attento pubblico in diverse parti d’Europa ed è fortemente apprezzato anche al di là dell’Atlantico. Negli Stati Uniti è chiamato regolarmente ad esibirsi sui palchi più importanti, la critica le ha dedicato numerosi encomi su giornali come il New York Times e il Washington Post. È apprezzato e invitato insomma nei vari angoli del globo come uno dei migliori pianisti viventi, persino in Estremo Oriente, in Giappone per citare un caso. Qualcuno – forse in un momentaccio della sua vita – disse che nessuno è profeta in patria. Lei è più ottimista in proposito? O dubita della riconoscenza di questa terra che tuttavia lei onora ampiamente celebrandola nei templi sacri della musica mondiale?

Per carattere mi interessa molto più il fare che l’apparire: intendiamoci, non si tratta di un atteggiamento ascetico o particolarmente nobile, anzi è una forma piacevole e innocua di egoismo che finisce semmai per diventare altruismo: l’altruismo di non volerci essere sempre ed a tutti i costi. Più seriamente, il poter convertire in studio e tempo per la riflessione e la creazione le energie che oggi tanti, anche nel Salento, dedicano a un tentativo di onnipresenza, è un privilegio che è più facile coltivare a Lecce che a Milano o New York. Ho iniziato a tenere regolarmente recital nel Salento attorno ai sedici anni, e dai ventitre ho suonato con una certa frequenza come solista con l’Orchestra che oggi chiamiamo ICO. Non ho nulla di cui lamentarmi e forse non mi lamenterei comunque. Sicuramente non desidero riconoscenza. Oggi, con più di trent’anni di carriera alle spalle, sono io che non sento il bisogno di suonare a Lecce ogni anno o più volte l’anno. E dato che ogni regola comporta delle eccezioni, ovviamente suonare anche nel Salento i pezzi di questo nuovo album che sono nati nel e dal Salento è una cosa che mi interessa e sarò felice di fare. Anche se la presentazione del cd e il primo concerto saranno a Londra l’8 Febbraio…

Il suo repertorio come compositore è piuttosto variegato e ampio: spazia nel paesaggio sonoro dal classico, al Jazz, senza arroccamenti nella musica colta, non mancano infatti aperture alla spontaneità della musica popular. Vorrei sapere, che rapporto ha con la musica popolare salentina, in senso ampio? E cosa pensa in particolare del fenomeno “Notte della Taranta”?

Duplice: mi fa piacere che con la “Notte della Taranta” il Salento abbia raggiunto una notorietà internazionale e soprattutto trasversale ed interessi sia fasce d’età che appassionati di generi assai diversi tra loro. Mi rattrista un po’ vedere invece che il Salento venga identificato solo con la pizzica e soprattutto mi rattrista vedere che, tra coloro che si dedicano allo studio e all’esecuzione di testi e musiche legate al fenomeno del tarantismo, i pochi bravi e seri siano una esigua minoranza. È interessante e ha un aspetto quasi comico notare come lo spirito di trance e di stordimento siano passati dal senso e dalla pratica di quella musica alla capacità di percezione del grande pubblico, che sotto l’etichetta generica di Pizzica oggi si lascia servire davvero di tutto: in larghissima parte musica molto brutta e per di più molto mal suonata.

 

 

Musica di qualità e celebrità. Che relazione sussiste tra le due in Italia, ammesso che vi sia? E all’estero, cambia qualcosa in tal senso?

Posso rispondere per quelle che sono le mie impressioni e naturalmente, quindi, la mia risposta vale soprattutto per la musica classica e contemporanea, più che per jazz, pop e rock il cui mondo mi è meno noto. L’Italia come sappiamo è un paese di individualisti inguaribili (in quanto compositore e pianista, devo inserirmi automaticamente nella lista!) e le

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

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