Galatina e la fabbrica dei sogni

casa di piacere

di  Pippi Onesimo

 

La postazione della Casa della Rusetta era oltremodo strategica: nascosta con discrezione nella immediata periferia del Centro Antico, offriva la massima riservatezza e poteva essere raggiunta da tutti con estrema facilità, specialmente dai forestieri.

La palazzina sonnecchia, ancora oggi, sorniona, complice e colpevolmente collusa nel vicolo buio e breve, come un sospiro, di Vico Vecchio e domina dall’alto, rilassata in un dolce abbandono, la piccola, discreta e delicata Chiesa delle Anime, situata poco distante a piè del pendio.

In questo squarcio, che si delimita fra Piazza Vecchia, vico Vecchio e il tratto finale di via Vignola, il sacro e il profano, nello spazio di pochi metri, trovavano qui, come non mai, il loro curioso e stridente punto d’incontro.

Chissà quanti clienti diurni, dopo il misfatto consumato nelle alcove della Rusetta, colti da una tumultuosa e angosciante crisi di mistico pentimento, saranno entrati con furtiva circospezione nella Chiesetta, tenendo lo sguardo basso e scurnusu!

Lì, piegati su un rigido inginocchiatoio, avranno biascicato qualche ipocrita ave Maria, senza avere il coraggio di incrociare i volti disperati delle anime imploranti nelle fiamme del peccato, che con pregnante espressione e vivida suggestione Serafino Elmo ha rappresentato nella sua tela, che  sovrasta l’Altare Maggiore.

I clienti notturni, che non potevano trovarla aperta, forse saranno stati costretti a ritornarvi la mattina successiva per un segreto lavaggio di coscienza, recitando un veloce, conciso, frettoloso, superficiale  mea culpa… di circostanza.

E chissà quanti altri, forse la maggioranza, senza attacchi di crisi spirituali e senza rigurgiti di lancinante misticismo, si saranno allontanati a passo veloce da Vico Vecchio, sgattaiolando lungo il muro di cinta del giardino de lu Spitale vecchiu, mentre sdrucciolavano goffamente fra i bàsoli consunti, disselciati e sconnessi di Vico Lucerna.

Acceleravano certamente il passo, perché preoccupati per gli sguardi irritanti dei curiosi e degli impiccioni, ruddhra (semenzaio), che a Galatina, più che altrove, allora come oggi, cresceva sempre vivida e rigogliosa.

Vico Lucerna, che si snoda attraverso una stradina buia, nervosa, angusta e silenziosa, vive squarciato dal vandalismo, umiliato dall’incuria, offeso dall’abbandono, violentato dalla sporcizia, ma, ancor di più, ferito dalla disincantata disattenzione della Pubblica Amministrazione.

Da poco, qualcuno ha intrapreso, fortunatamente, interventi di restauro su abitazioni private e  forse restituirà in parte a quel Vico il suo meritato decoro.

Esso sfiora delicatamente tutt’intorno, con complice discrezione e in leggera pendenza, le spalle della Chiesa, per sfociare infine, smussando via Mezio, su Piazzetta Lillo.

Come via di fuga era l’ideale per i forestieri, che avevano parcheggiato le proprie auto sotto l’antico acero, che cresce da molti anni, altezzosamente maestoso, ad Est della Piazzetta.

Solo da poco, un vento particolarmente furioso e devastante, facendo presa con facilità nella sua chioma folta e imponente, lo ha reciso a metà.

Il tronco superstite, con insospettata, prepotente e rigogliosa vitalità, ha ripreso di nuovo a germogliare, adornandosi con una folta, verde, imponente corona di rami e di foglie, sufficiente a restituirgli tutta la sua maestosità perduta.

Quella vecchia, antica dimora della Rusetta conserva tutti i segreti di quel mestiere, sia nello squallore del fitto silenzio polveroso delle sue stanze, sia nella memoria storica di quei pochi clienti ancora in vita che, pur avanti con gli anni, hanno nostalgia, più ché di quei luoghi, …della loro svanita giovinezza.

E attraverso la loro memoria, annebbiata ma non completamente compromessa dagli anni, sembra ancora di intravedere, di fronte alla porta d’ingresso, un bancone in legno di noce con la sua porta laterale battente, lievemente spostato verso destra, sul quale erano impilati i gettoni di rame (le marchette), che i clienti ritiravano previo pagamento del prezzo dovuto.

Il bancone era sormontato con evidente strategica esposizione da una vistosa targa di bronzo.

Si trattava del tariffario, o prezzario (come si usava dire con espressione meno raffinata, ma che evidenziava in modo nudo e crudo tutto il… prezzo dell’affare), sul quale con eloquente e chiara grafia erano impresse tutte le tariffe e le condizioni delle prestazioni offerte.

Il salottino, posizionato quasi a ridosso della scala e accanto al bancone della maitresse, era arredato con un sofà damascato e con alcune poltroncine in finta pelle.

La porta-finestra, che da destra si affacciava su Piazza Vecchia con le persiane rigorosamente socchiuse, come prescritto (donde l’espressione  “case chiuse“ ), era protetta con prudenza e discrezione da una tenda a due ante color grigio, che si muoveva rigonfiandosi con ritmi sinuosi ad ogni pur piccolo e impercettibile frusciare di vento.

E sicuramente quelle stanze e i ricordi, che in esse aleggiano come fantasmi, sono la testimonianza più accreditata e attendibile di tante battaglie, combattute con appuntamenti segreti, con tradimenti e infedeltà coniugali.

Sono state certamente battaglie sempre affrontate e vissute nella illusione di un momento d’amore, consumato in pochi attimi, comunque voluto e cercato, anche se svilito e snaturato dal gesto mercenario che lo accompagnava.

Forse in tanti hanno sperato di poter, qui, gustare l’illusione della purezza di un affetto mai corrisposto, o  compensare a pagamento la delusione di un sentimento mai sbocciato, di un rapporto mai allacciato, di un incontro mai avuto, di un sogno mai iniziato, perché  infranto sul nascere a notte fonda, o di un fallimento annunciato già all’alba della vita.

E proprio per questo la Fabbrica dei Sogni della Rusetta non è mai venuta meno al suo scopo e non ha mai tradito nessuno, specialmente gli illusi e i sognatori.

Ora, quella palazzina è interessata ad un progetto di consolidamento statico e… conservativo non solo della struttura edilizia ormai pericolante, ma anche con documentata certezza di un pezzo (pur se modestissimo ed infinitesimale!) di storia galatinese.

Essa rappresenta, ancora oggi, la tenace testimonianza di un passato sicuramente frivolo, ma dagli indiscutibili contenuti umani e sociali, radicati con forza nel folclore e nel costume del paese.

Quella “casa“ raggiunse il suo massimo fulgore a cavallo della seconda guerra mondiale e morì, “ingloriosamente“ con largo anticipo, ancor prima che la legge Merlin, condita di ipocrisia e falso pudore, eliminasse tutte le “case chiuse”, per trasformarle poi in case… aperte, anche se clandestine e fuorilegge.

Dopo la signorile professionalità, lo stile e la discrezione, quasi surreale, della Rusetta, subentrò a Galatina lo squallore… del fai da te col  pericolo del diffondersi delle malattie veneree, che un efficiente ambulatorio medico, istituito allora come servizio pubblico su via XX Settembre, cercava di contrastare, o quanto meno contenere.

Infatti predominava l’improvvisazione, la superficialità con l’esercizio solitario e incontrollato, ma scandalosamente abusivo, di quell’arte in anguste catapecchie o improvvisate alcove, o in fatiscenti ammezzati, come quello che rimase in attività per alcuni anni nel piazzale Grotti, vicino al vecchio (tutt’ora esistente) frantoio Bardoscia, anche se faceva eccezione qualche signorile Palazzo al centro del paese.

Quella Legge infatti fallì clamorosamente il suo scopo, perchè  riversò, inevitabilmente e con determinata irresponsabilità, tutto quel misero e patetico lavoro sui marciapiedi e lungo le strade semibuie.

Al di là delle sue implicazioni umane e sociali e dei suoi risvolti infarciti da puerili e falsi moralismi, quella attività aveva almeno la garanzia dell’igiene e della sicurezza per i controlli igienici e sanitari cui veniva sottoposta.

Oggi purtroppo, come nell’arco degli ultimi sessant’anni, quel lavoro, che comunque violenta il corpo e abbrutisce irreversibilmente l’anima delle addette ai lavori e dei loro clienti, si svolge, oltre che in case clandestine, anche all’aperto, alla luce del sole, lungo le strade provinciali o intercomunali, o al complice buio della notte nelle periferie delle città in modo più volgare e più atrocemente disumano.

Ormai, con l’apertura delle frontiere nella Comunità Europea e con l’invasione dei disperati extracomunitari, quella attività si è trasformata in tratta delle schiave e degli schiavi, gestita dalle mafie locali ed internazionali, dove operano feroci aguzzini e spietati profittatori.

E il degrado umano e sociale che ne deriva e che offende la coscienza civile, ha toccato il fondo ed è destinato a diventare inarrestabile, se non si interviene con una legge saggia, intelligente e opportunamente equilibrata.

Problema che non si risolve, è certo, con le grottesche e risibili misure di contrasto, che hanno i loro censurabili risvolti di discutibile legittimità, assunte da certi sprovveduti e goffi Sindaci, non solo leghisti.

Iniziative che sembrano (ma forse lo sono veramente) solo folclore, spettacolo, passerella, demagogia e propaganda elettorale!

 

(pubblicato su Il filo di Aracne)

Galatina e le lampe

da okmugello.it
da okmugello.it

di Pippi Onesimo

Subito dopo la putia (l’esercizio) de la Bòmbana, si svolta a sinistra (per chi dall’Orulogiu scinde versu l’Anime) per salire dalla via de le Moniceddhre (via Scalfo), che, snodandosi in tutta la sua lunghezza, supera la strada de lu Spitale vecchiu (via Siciliani) e si ferma su via Turati, affacciandosi con candido stupore sul balcone dell’arcu de la Porta Nova.

Poco prima, la chiesa della Purità, posta proprio sulla strozzatura di Palazzo Vallone, segnala la presenza di una delle più vecchie e nobili Opere Pie operanti in Galatina: l’Istituto Immacolata.

Qui le Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli hanno gestito, fino a parecchi decenni fa, un apprezzato educandato, che ospitava prevalentemente le orfanelle, ma anche, a proprie spese, altre fanciulle provenienti da famiglie agiate, tanta era la rinomanza, la notorietà e la considerazione per la saggia e oculata conduzione del Convitto.

Chicco percorreva quella strada per tornare a casa, pedalando lentamente anche perché in leggera salita.

Arrivato in fondo, veniva attratto, però, dal vociare divertito di un capannello di gente, fermo nel piccolo spiazzo fra via Orfanotrofio e la Chiesa.

Nonostante avesse fretta di tornare a casa (lo aspettavano per la merenda e… per ‘nfilare tabacco), qui si fermava, reggendo la bicicletta col manubrio, dal quale penzolava, ciondolando, la borsa della spesa.

La curiosità, fortemente solleticata dagli atteggiamenti allegri, divertiti e stravaganti della combriccola ferma al centro della strada, convinse Chicco (nonostante sapesse di rischiare, al ritorno, qualche sostenuto e pericoloso rimprovero per il ritardo) ad assistere alla sceneggiata de lu Pietrùzzu Chiaròndula.

Avevano di fronte un innocuo e simpatico ometto, forse un finto tonto per studiato opportunismo o forse effettivamente nu pocu de la ‘buccàta (un po’ svanito), come sostenevano in tanti.

Chicco intuì facilmente che tutti i presenti erano pervasi da una leggera e soffusa estasi e che il loro allegro vociare era dettato, più che altro, dai ritmi avvolgenti dell’ ebbrezza… spiritosa di qualche lampa, (ma certamente più di una) che era, ed è, un robusto e spesso bicchiere di vetro a spigoli arrotondati, usato nelle osterie, e può contenere circa un quarto di vino.

Non era nemmeno difficile capire che la comitiva era partita da la putia de lu Muscia (una famosa, storica osteria galatinese, ora dismessa) posta allora sulla vicina via de lu Cazzasajette, fra llu Giuliu Tecu (una delle più antiche edicole di giornali e barberia di Galatina, ora solo edicola) e ll’angulu de la Gilli (Arco Andriani).

Le lampe si consumavano preferibilmente in questa osteria, perché lu Muscia disponeva sempre di ottimi vini paesani, certamente i migliori, prodotti dalla antica, saggia e eccellente maestria vitivinicola dei sapienti contadini salentini.

Vi trovavi un sincero, robusto e corposo “negroamaro” d’annata, che accompagnava sempre pezzetti di carne di cavallo cotti alla pignata (piccolo tegame di terracotta, prodotto, come tanti altri utensili, dalla antica e affascinante arte figulina della vicina Cutrofiano).

Oppure la faceva da padrone il malizioso e vellutato “aleatico” simpaticamente vivace, leggermente abboccato e invecchiato almeno da un anno, perché era il vino più richiesto e apprezzato, ma che diventava pericolosamente malandrino, se bevuto a digiuno.

A lui si deve il primato di lunghe sbornie e innocui, quasi amichevoli, innocenti litigi.

Quante notti insonni ha procurato a diversi incauti avventori !

Quante ne hanno passate all’addiaccio, per non aver saputo trovare, offuscati dai fumi dell’alcol, la strada di casa !

Non si poteva neanche fare a meno dell’ astringente “primitivo” rosso cardinalizio, che si gustava prevalentemente cu nnu nzurtu de casu, assaggio di formaggio pecorino, o vaccino appena nceratu (stagionato da pochi mesi), come antipasto.

Ma, fra tutti, non poteva mancare “la lacrima”, il vero nettare degli Dei, un vino diafano, trasparente, dal rosa al giallo paglierino con lievi riflessi dorati, delicatamente frizzante, secco,  imperioso, ma prepotente e traditore.

Questo accompagnava sempre il passatempo preferito da tutti gli avventori de lu Muscia: mangiare lentamente, uno ad uno, schiattuni crudi de cicora (polloni), appena, appena spolverati, dal lato reciso, col sale finemente triturato e intervallati con  fave e ciciari rrustuti cu llu brustulinu, a focu lentu cull’asche de vulia (fave e ceci arrostiti col tostacaffè, fatto girare lentamente sulla fiamma bassa, tenuta accesa nel camino e alimentata con legna ricavata da tronchi di ulivo).

Erano, e sono tutt’ora, alcuni dei vecchi, vigorosi, nobili vini salentini, che da molti anni hanno già superato orgogliosamente, e a pieni voti, anche i confini nazionali, spinti dalla competenza, dalla passione, dalla intelligenza e dalla intraprendenza di alcuni pionieri della viticultura locale.

Sotta llu Muscia, u Pietruzzu stazionava abitualmente anche di mattina, come se fosse la sua seconda casa.

Ma di sera, e fino a tardi, diventava il suo regno, dove aspettava che qualcuno gli commissionasse una delle sue speciali e singolari telefonate.

Qui trascorreva il suo tempo, fra nnu Solitario o na manu de Patrone, cercando in tutti i modi di non rimanere all’urmu (senza bere, con la bocca asciutta).

Questi sono giochi che si effettuano con le carte napoletane.

Il primo è un ingenuo passatempo che si svolge con un solo (solitario) giocatore: si adagiano sul tavolo trentasei carte coperte, disponendole per nove su quattro fila e trattenendone quattro coperte, dalle quali si pesca (si estrae la carta).

Poi si scopre una carta per volta cercando di ricomporre correttamente i quattro “pali” (bastoni, coppe, spade e denari), partendo dall’asso fino al “re”.

Il gioco del Patrone è più complesso e articolato e si svolge in compagnia… anche di bottiglie di birra o, preferibilmente, de lampe de vinu.

E’ un gioco rumoroso, simpatico e divertente, dove si cerca di far rimanere all’urmu (senza bere) un giocatore avversario predestinato (la vittima sacrificale).

Ma può diventare pericoloso se l’ebbrezza raggiunge un certo… livello e se il malcapitato lassatu sempre all’urmu perde la pazienza per l’accanimento dei giocatori avversari, pe llu scornu  (la vergogna) e sopratutto… per l’arsura.

Lu Chiaròndula non aveva di questi problemi: all’urmu non rimaneva mai.

Anzi, durante il gioco, i compagni tentavano di fargli bere quanto più vino possibile (“beva !” , gli imponevano, nel rispetto rigoroso di una delle tante regole del gioco) per renderlo alticcio al punto giusto e prepararlo così alle telefonate… spirituali dell’oltre tomba.

Non era facile mbriacare (ubriacare) lu Ntoni, perché era una spugna naturale e riusciva ad assorbire allegramente tutto: non solo i fumi dell’alcol, ma anche gli scherzi di cui inevitabilmente era oggetto.

Tutto questo, perché lui era, allora, l’inventore, in assoluto al mondo, del primo telefono senza fili, una specie di cellulare senza batteria e senza scheda, sicuramente il più economico e il più efficace mezzo di comunicazione.

Tutti lo conoscevano bene, come il re di denari.

I ragazzini, incontrandolo per strada, lo seguivano a frotte e, fra scherzi e lazzi, passavano il loro tempo, in mancanza d’altro,  a prenderlo in giro, o a tentare di scroccare (senza mai riuscirci) una telefonata a sgrascju (gratis).

Lu Ntoni non si sottraeva al gioco, non si infastidiva, non si arrabbiava; sembrava, quasi, li incoraggiasse con la sua indifferenza, o li assecondasse col suo comportamento rimesso e passivo.

Anzi, in fondo in fondo sembrava compiacersi per tanta notorietà, quasi ne andava orgoglioso, anche se non lo dava ad intendere, come una star navigata e furbescamente sorniona.

Gli adulti, invece, sapevano di poterlo rintracciare più facilmente in qualche putia de vinu (osteria), quando avevano intenzione di organizzare la sceneggiata della telefonata.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

La telefonata

I  R A C C O N T I  D E L L A  V A D E A

L A  T E L E F O N A T A

di Pippi Onesimo

Le lampe (bicchieri da un quarto colmi di vino), rappresentavano il baratto privilegiato per pagare la commissione della telefonata.

Ma anche alcune foglie secche di tabacco o un sacchiettino di trinciato, insieme cu nnu pacchettu de cartine (pacchetto di strisce rettangolari di carta velina, lunghe circa sette centimetri, bianche, sottili e trasparenti, gommate su un lembo del lato lungo e adatte per confezionare, al bisogno, sigarette artigianali) avevano lo stesso valore.

A volte l’esigenza di fumare (“mi sigge na tirata”, ripeteva spesso lu Cheròndula) la avvertiva già prima di telefonare, specialmente dopo aver bevuto più di una lampa.

Serviva anche per darsi un tono e un contegno e con studiata teatralità confezionava, all’istante, una sigaretta fatta a mmanu (artigianale).

La procedura del confezionamento era molto semplice, anche se era necessario possedere una certa esperienza, una buona perizia ed una non comune dose di abilità.

Prima estraeva dal pacchetto una cartina e la posizionava, leggermente arcuata per tutta la sua lunghezza, fra il pollice e l’indice della mano sinistra, ai quali rimanevano strettamente collegate alle altre dita, piegate in dentro a mo’ di protezione.

Poi con la mano destra pizzicava del tabacco secco triturato, o del trinciato ricavato da foglie umide finemente tagliuzzate,direttamente dalla tasca dei pantaloni, o dal taschino della camicia, o da un sacchetto di stoffa, disponendolo in quantità sufficiente e distribuendolo in modo uniforme sulla cartina.

A questo punto subentrava la fase più delicata: inumidiva leggermente, ma senza bagnarlo, uno dei bordi lunghi della cartina, passandolo delicatamente sulla punta della lingua e immediatamente lo ripiegava su quello asciutto, arrotolandolo con una leggera pressione del pollice, aiutato dall’ indice e dal medio insieme, di entrambe le mani.

Eliminava, infine, qualche eventuale residuo di tabacco dalle due estremità e la sigaretta era già bella e confezionata, alla faccia dei monopoli di Stato.

Cu nnu pòsparu a tàvula (un fiammifero di legno), sfregato sul muro e tenuto ben saldo fra l’indice e il pollice della mano destra, accendeva la sigaretta delicatamente sorretta fra le labbra, mentre riparava dal vento la tenue fiammella con la mano sinistra, portata vicino alla bocca e arcuata a mo’ di schermo.

Fra una boccata e l’altra, aspirava voluttuosamente il fumo acre e biancastro.

A volte lo arrotolava nella bocca socchiusa a semicerchio, riuscendo abilmente a formare sottili rotelle di fumo.

Con sequenza concentrica il fumo saliva in alto, dondolando leggero e trasparente, mentre i cerchi si dissolvevano nell’aria, creando, così, una disincantata magia surreale.

Con malcelato sussiego, non privo di una certa affettazione di importanza, si conferiva, in quel modo, un tono presuntuosamente dignitoso e altezzosamente sostenuto.

E in questa scenografia, così puntigliosamente costruita, si inseriva la telefonata de lu Cheròndula.

La sua specialità, quasi un copyright, era quella fatta con l’Aldilà, o meju, cu lli morti toi(i tuoi parenti defunti).

Il suo cellulare, senza alcun limite di campo, poteva metterti in contatto con chiunque ed ovunque.

Il rituale della telefonata ( quella più solenne era fatta preferibilmente in piedi ), era molto semplice: lu Pietruzzu si toglieva la coppula, riponendola nella tasca posteriore dei pantaloni, e si addossava al muro di un vicino fabbricato .

Poi dava uno sguardo in giro con fare circospetto, come per conferire più solennità al gesto che stava per fare.

Intanto spegneva la sigaretta, stropicciando la punta accesa col pollice, l’indice e il medio ; poi conservava accuratamente lu muzzone (il mozzicone) nel taschino del gilet.

Insieme alla mano, che poggiava arcuata sul bordo del padiglione auricolare, al fine di amplificarne la ricezione, infine accostava l’orecchio sinistro preferibilmente vicino ad una crepa o ad una fessura, come quella usata per presa d’aria nei cucinini o nei bagni di servizio delle vecchie abitazioni.

A volte, ma solo raramente, se era stanco o più spiritoso del solito, preferiva fare la telefonata sdraiato per terra, a pancia in giù e a gambe divaricate, con l’orecchio leggermente schiacciato su un tombino dell’acquedotto, o lievemente adagiato sul coperchio della condotta della fognatura bianca.

Gli spettatori, intanto, accostati al muro della Chiesa della Purità, prospiciente sull’ansa che si modella fra l’Istituto Immacolata e il Palazzo Vallone, dopo così lunga e paziente attesa, cominciavano a dare segni di insofferenza per il noioso e snervante rituale della preparazione.

Ma era inutile spazientirsi.

Al punto in cui si era arrivati, bisognava prendere o lasciare, avendo commesso l’imprudenza di pagare con largo anticipo la commissione.

Oltretutto l’ebbrezza dell’aleatico de lu Muscia, che aleggiava ancora sorniona su tutta la compagnia, non era definitivamente del tutto svaporata, mentre il nervosismo cominciava a prendere pericolosamente il sopravvento e… si rischiava de ssire alle vigne dell’arciprèvate (uscire fuori strada, scantonare, perdere il senno o la ragione ).

Lu Pietruzzu, vientu de nanzi e tramuntana de retu (impertubabile), continuava a prendersela comoda e, impassibilmente serafico, rimaneva accostato al muro.

Poi, dopo una ennesima pausa, finalmente, con un lento, misurato atteggiamento pontificale allargava il braccio destro, in uno studiato rituale scenico, per dare il segnale d’inizio.

Dopo aver chiesto e ottenuto il silenzio dei presenti, roteava freneticamente il braccio, piegato ad angolo retto, mentre teneva il pugno chiuso come se girasse la manovella di un vecchio apparecchio telefonico, di quelli che la Sip usava allora installare, appendendoli al muro ad altezza d’uomo.

Intanto imitava con leggeri, susseguenti, intervallati e studiati borbottii della bocca il rumore della sua suoneria.

Quindi, finalmente, esordiva: “Prontu, prontu… parlu cu lli morti de mesciu Ntoni Pizzicazzi?“ (pronto, pronto… parlo con i defunti di maestro Antonio Pizzicazzi ?, che era uno dei committenti della telefonata, presente nel gruppo).

I soprannomi o le ngiurie costituivano una anagrafe parallela a quella ufficiale tenuta dal Comune e, a volte, la superavano per la particolarità dei dettagli e per la inappuntabilità dei riferimenti storici e genealogici.

Infatti allora (più di oggi), esse identificavano con precisione quasi maniacale le famiglie galatinesi e, volendo, potevano individuare, senza alcun margine di errore, tutta la relativa strappigna (la discendenza, l’albero genealogico).

L’indicazione del cognome diventava superfluo, anzi inutile.

Dopo una breve pausa, l’espressione del volto con gli occhi pensosi e semichiusi e la fronte corrucciata preannunciavano un improbabile contatto telefonico.

Poi proseguiva: ”Si… si sentìtime sanu: lu Ntoni, lu menzanu de li frati vosci, vu manda a ddire ca li mancati tantu e ca vulia tantu cu bbu viscia” (“ Si, si ascoltatemi con attenzione: Antonio, il mediano dei vostri fratelli, vi manda a dire che gli mancate tanto e che desidererebbe tanto rivedervi).

Cce ttanu dittu “ (che ti hanno detto?), chiedeva mesciu Ntoni, fingendo di stare al gioco.

Ca… se propriu cci tieni tantu cu lli vidi, cce spetti… cu bbai lli trovi!“ (se ci tieni veramente tanto a vederli, sbrigati a partire e quindi a… morire!), era la impietosa risposta fulminante de lu Pietruzzu.

Tutti scoppiavano a ridere, tranne mesciu Ntoni, ca rimania ‘mpalatu (rimaneva di sasso).

Poi, riprendendosi dallo smarrimento, lo rimproverava con tono bonario: “na stu mucculone! (uomo di poco conto) Mo ti cazzu le mpuddhre (adesso ti punisco). A ‘mie, ca taggiu sempre crisciutu a muddhriculeddhre (con le briciole), mi faci sti scherzi!

In altri termini gli traduceva, in modo paterno ma deciso, il suo pacato risentimento: “ingrato, non puoi mancarmi di rispetto, perché sono stato sempre generoso con te!“.

Lu Pietruzzu, impassibile, chiudeva il telefono (cioè abbassava il braccio e toglieva l’orecchio dal muro), mentre si copriva accuratamente il capo cu lla coppula, che recuperava dalla tasca dei pantaloni, dove l’aveva momentaneamente riposta prima della recita.

Con tutta la calma serafica, che la solennità del momento imponeva, si concedeva una breve pausa, come se fosse riportata sul copione di una fantasiosa sceneggiatura improvvisata, mentre aspirava con evidente e studiata voluttà un’altra boccata di fumo, dopo aver riacceso lu muzzone, che aveva recuperato dal taschino.

Intanto la punta del mozzicone, tenuto in precario equilibrio fra le labbra ruvide e screpolate, ad ogni tirata si arroventava ad intermittenza, bruciando parte della cartina e parte del tabacco, mentre liberava nell’aria qualche breve, fugace favilla.

La cenere biancastra, man mano che il fuoco si ritirava consumando la sigaretta, si staccava a grumi compatti e, rotolando giù, pennellava impertinentemente il gilet e la sua camicia con una polverina sottile e irriverente.

Qui, la commedia della telefonata, ben assortita e ottimamente interpretata, si concludeva.

 

 

Racconti a Galatina. La quindicina

I RACCONTI DELLA VADEA

 

LA Q U I N D I C I N A

centro storico di Galatina
centro storico di Galatina

di Pippi Onesimo

Il sig. Cheròndula aveva appena chiuso il telefono e, visibilmente soddisfatto, abbandonava la scena, mentre una risata generale e un fragoroso battimani lo accompagnavano in segno di appagato compiacimento.

Lui, però, incurante, serio e impettito, quasi indifferente, schivo come un attore esperto, reduce da tante battaglie affrontate su immaginari palcoscenici incantati, imboccava via Orfanotrofio.

Questa stradina, breve e sottile comu nu vermecòculu (come un lombrico), annaspa a doppia ansa, schiacciata dall’imponenza del palazzo signorile dei “Vallone“ e dall’arroganza del palazzo Stasi, i quali con malcelata prepotenza sembrano toglierle il respiro.

Poi, dopo pochi passi, quasi schizzando via con un balzo liberatorio, si dissolve su Piazzetta Arcudi.

Qui, lu Pietruzzu, oltrepassata la putia de lu Scjancatu, si fermava un attimo per bere un sorso d’acqua da una antica fontanina pubblica, che non sempre riusciva, come nemmeno oggi, ad assolvere il suo istituzionale compito… dissetante, per l’incivile offesa de li cuastasi (ragazzacci di strada) e per la scarsa manutenzione pubblica.

Subito dopo, in tutta fretta, si incamminava su via Vignola per scendere giù, verso Chiazza Vecchia (Piazza Vecchia).

E, mentre incedeva con passo svelto e sostenuto, sembrava avere l’aria austera e solenne di un personaggio greco, accidentalmente scivolato giù da una tragedia di Sofocle.

Forse è successo per la disattenzione di una antica Antologia di classici greci, che da sempre aveva custodito le sue opere gelosamente.

Ma non questa volta, perché era stata lasciata per un attimo negligentemente aperta sulla panchina cosparsa di foglie, in un giardino silenzioso e assolato.

E certamente quella imprudenza ha esposto involontariamente una di queste opere alla curiosità del vento.

Questo, soffiando per gioco o per dispetto, in un andirivieni divertito e illogicamente confuso e irreale di mulinelli, ha sfogliato il libro, sollevando a tratti la copertina e rigonfiandole irriverentemente la custodia di carta oleata che la proteggeva.

Poi la ribaltava e la richiudeva con ritmi imprevedibilmente capricciosi .

Così il vento si divertiva, trascorrendo il suo tempo, mentre il sole filtrava, attraverso le foglie di un antico salice, con sottili, tremuli coni di luce polverosa obliquamente infissi nel soffice prato delle aiuole sottostanti.

Di tanto in tanto, con soffi improvvisi e intermittenti, smuoveva le foglie giallo oro appena cadute e frusciava fra le pagine ingiallite del libro, mentre scorreva le sue righe con indiscreta ma delicata circospezione .

E ciò, fino a quando il sole non si adagiava, sbadigliando stanco e scapigliato, dietro un muro di cinta, dopo aver abbozzato col suo faccione largo e rubicondo un fugace sorriso, quando era ancora seminascosto dietro l’antico, imponente, irsuto campanile del paese.

Salutava anche, con cortese e gentile discrezione, le ultime rondini, che garrivano, roteando con ampie, fantasiose, veloci evoluzioni, o con placidi, piccoli cerchi asimmetrici, che sembravano sfiorare, planando, i rossicci tetti ad embrice di vecchie case, che, timorose e spaventate, si stringevano attorno, come arroccate e raccolte in un antico e assonnato presepe.

Forse questi eccellenti, infaticabili, puntuali migratori inseguivano, come sempre, i loro sogni, capricciosamente fluttuando nel cielo azzurro appena, appena cangiante nel grigio, per l’avanzare del tramonto, che lentamente cominciava a velare la campagna circostante.

Intanto, come ad un segnale convenuto, si davano appuntamento, radunandosi a ranghi compatti sui fili d’alta tensione e formando, da palo a palo, una lunga catena, a più strati, di puntini neri strettamente collegati come in una immensa collana.

centro storico di Galatina
centro storico di Galatina

Era già settembre e le rondini si preparavano a levarsi in volo per far ritorno a casa; prima, però, garrivano per qualche istante, quasi volessero scrivere nel cielo un cordiale ringraziamento per l’ospitalità ricevuta ed un rumoroso, vivace arrivederci alla prossima primavera.

Subito dopo, finalmente, avevano via libera le ombre della sera, che, sempre irriverentemente pettegole e sospettosamente curiose, invadevano in tutta fretta la scena, accasandosi senza perdere un attimo di tempo, perché visibilmente affaticate dopo tanto girovagare.

E mentre il vento si acquietava, tutt’intorno rimaneva solo il rumore impercettibile, rispettoso e solenne, ma delicatamente discreto, del silenzio della notte .

A qualcuno che gli chiedeva perché aveva tanta fretta di raggiungere Chiazza Vecchia, il sig. Cheròndula rispondeva sorpreso e meravigliato: “comu ? … ‘nu ‘lu sai, ca oscje cade lu jurnu de la quindicina de la Rusetta ? ”(Come ?… non lo sai che oggi arrivano da Rusetta le nuove signorine, per il cambio quindicinale?).

Poi, con un sorriso ammiccante e malizioso, appena abbozzato, continuò a scendere per via Vignola.

Chicco non fece caso, più di tanto, a quel discorso, anche perché non ne afferrava il senso.

Solo qualche anno più tardi, amici più anziani, più esperti e più navigati gli spiegarono il significato di quel rituale.

Gli riferivano che il cambio arrivava preciso, regolare e puntuale, come i trionfali, imbandierati e vanitosi treni del Ventennio, ogni quindici giorni e si svolgeva fra i complimenti e gli ammiccamenti a volte gentili, a volte volgari, ma… sicuramente interessati dei passanti, qualcuno dei quali potenziale, se non sicuro, cliente.

Le Signorine, alcune in gruppo, altre in fila, comunque in ordine sparso, vistosamente imbellettate e incipriate spargevano dietro di loro una ubriacante, avviluppante e sbarazzina carrara (scia) di profumo e di curiosità.

Si radunavano in Piazza San Pietro, fra il portone d’ingresso del Castello e il bar Sammartino, dove erano giunte con automobili di servizio, messe a disposizione dall’Organizzazione.

Camminavano a piedi con studiato, lento e cadenzato portamento, ancheggiando sulle chianche con impercettibili movimenti ondulatori del bacino, elegantemente accentuati con capricciosa e ricercata movenza .

Ottenevano questo effetto morbido e vellutato, quasi provocatoriamente signorile, con ricercata e ostentata vanità, ma senza scadere mai nella volgarità o nella sguaiata e grossolana sciattezza .

Le gambe erano la loro arma migliore, la loro punta di diamante, il loro manifesto pubblicitario, specie se avvolte in calze a rete sottili e quasi invisibili, …se non fosse per una cucitura nera che verticalmente attraversava il polpaccio ben modellato, esaltandone le fattezze.

Ma l’effetto scenografico diventava speciale, quando incedevano con alti e pericolosi tacchi a spillo, che solo la loro navigata e sperimentata esperienza riusciva a tenere sempre perfettamente diritti, senza mai deragliare di un millimetro.

Vestivano vistosi, policromi e attillati tailleurs parzialmente sbottonati con sbarazzina, contenuta civetteria.

Evidenziavano così candide camicette con i colletti arricciati, come se fossero festose ghirlande di fiori posate sui loro colli diafani e vellutati.

Queste erano poco trasparenti, se non quel tanto per renderle maliziosamente appariscenti.

Le scollature erano sapientemente controllate, appena, appena ammiccanti, ma mai volgari, offensive, o irriverenti.

La pubblicità era anche allora, come oggi e come sempre, l’anima del commercio.

E quella vera, che alimenta la concorrenza, se condotta con lealtà, trasparenza e rispetto delle regole, è la sola capace di esaltare il confronto e la libertà di scelta.


Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Racconti di Galatina. La còcula de l’anime

di Pippi Onesimo

 

La chiesetta delle Anime, in silenziosa contemplazione, sembra riunire insieme, quasi tenendole per mano, due porzioni squarciate di antiche mura, attraverso le quali sfiora, voltando le spalle con comprensibile pudore, Piazza Lillo.

Non vi è più traccia, non solo di queste mura, ma neanche della cosiddetta Porta delle Anime, o meglio, come sembra, di un piccolo varco abusivo aperto fra le mura originarie, molti anni dopo.

E’ sparita anche, come tutte le altre, una delle meravigliose cinque “torri”, che sembra lì si ergesse (come “congettura” la instabile e confusa tradizione popolare) imponente, solenne e severa a difesa della città, prima ancora che via Lillo, da sempre costretta a risalire per via Vignola, avesse la possibilità di affacciarsi sulla l’estrema periferia del paese, scivolando su via Soleto giù e ancora più giù, verso il Rione Italia.

Qui, troviamo la più grande, spettacolare, delittuosa testimonianza di speculazione edilizia, ideata e realizzata in questo comune.

Lo scempio, minuziosamente disegnato in perfetti riquadri simmetrici tutti perfettamente allineati, senza piazze, senza polmoni di verde e senza menamentu, mancu de nu metru quatru, in una scacchiera, che solo la follia del business poteva concepire, allora non era stato ancora compiuto.

Oltrepassata la chiesa, al di fuori delle Mura, precisamente alla destra di chi scende dalla via de lu Cazzasajette, si trova la “Còcula de l’Anime”, che è uno slargo ovale, ora di pochi metri quadri, ma un tempo molto più spazioso.

E’ lievemente ristretto rispetto al suo originale, perché rimodellato dalla strada (via Giuseppina del Ponte) asfaltata per esigenze di viabilità e delimitato da un marciapiede fino a Vico Topazio.

Mattonato con arruffate soluzioni geometriche, e occupato in parte, sino a pochi giorni fa, da una cabina telefonica in indecente stato di abbandono, è arredato con frettolosa approssimazione con una panchina di pietra, mascherata con assi di legno.

Lo custodisce l’ombra fitta e odorosa di un solenne, solitario albero di pino, corrucciato e indispettito per la presenza di due robinie anoressiche, piantumate di recente, che offendono la sua maestosa eleganza

Così come si presenta oggi, la “còcula“ è la dimostrazione concreta della improvvisazione e della confusione culturale, in salsa arruffata, che regna sovrana a Palazzo, quando si affronta il problema dell’arredo urbano.

E Piazza San Pietro è stata anch’essa, sino a ieri, vittima illustre ed incolpevole di quella incoltura, quando è stata offesa e deturpata dal posizionamento scriteriato di alcune cùcume ricolme anche de scisciariculi e marve.

La Piazza grida ancora vendetta con tutta la forza della sua legittima disperazione, perchè ha subito, a memoria d’uomo, il quinto tentativo di violenza : prima le catine pe lli scjurnatieri, poi un albero di abete piantumato al centro della Piazza in occasione di un Natale, poi le palle, poi li sedili e, infine, lo scempio delle cùcume.

Ora, finalmente, è libera !

La còcula, allora, era completamente sgombra, ricoperta solo di ghiaia e di terra battuta.

Era, di sicuro, meno adatta igienicamente ad accogliere le bancareddhre de nuceddhre, de cupeta, de mantaji e zacareddhre cu lle tine de schipece, ma era più familiare e più paesana.

Alcuni pethroji a carburiu, o citilene (lumi ad acetilene), anneriti dal fumo e cagionevoli per l’età, con le loro fiammelle tenaci e resistenti anche alle capricciose e improvvise folate di vento, le illuminavano con luce stentorea e traballante, a tratti intermittente, durante la festa de Cristu Risortu.

Spandevano nell’aria un odore soffusamente gradevole, che infondeva allegria e vivacità alle conversazioni e allo scambio di saluti in un caratteristico, ciarliero brusio di festa paesana, e, in particolare, rionale.

In precario equilibrio, vi sostavano anche sparute combriccole di avventori, vivacemente loquaci, perché “brilli e spiritosi”, di una antica e attrezzata osteria, di cui è rimasta solo traccia in un vecchio portone.

Questa festa, che cade ogni anno la domenica immediatamente successiva a quella della Pasqua, era molto sentita e seguita, anche se… tristemente famosa (a parte i fatti di sangue avvenuti agli inizi del secolo scorso, che hanno tutt’altra matrice e significato sociale) per le risse, a volte violente, provocate per futili motivi, che, a ricorrenza costante, vi accadevano.

Era risaputo che il Rione de l’Anime pretendeva di essere considerato il Rione più capicaddhu (testa calda) del paese, anche se doveva fare i conti con quello della Porta Luce, col quale stava sempre a discrazzia de ddiu (in eterna rivalità).

Comunque, lì convenivano, durante la festa, tutti li sbelisciati degli altri Rioni, in cerca di divertimento, di baldorie o… cu ssi trovanu la zzita (fidanzarsi).

Il campanilismo rionale era ben coltivato e simpaticamente sostenuto. Gli scherzi e i dispetti, a volte pesanti, erano la manifestazione esteriore della loro rivalità.

Adesso non più!

Oltretutto il rione delle Anime, come tutti gli altri del centro Antico, è desolatamente spopolato, nonostante i timidi, sporadici tentativi di rivitalizzarlo attraverso il recupero e la ristrutturazione edilizia di corti e palazzi, finanziata da privati acquirenti, sopratutto stranieri.

Le antiche mura, o meglio quelle virtuali, scendono dalla via de lu Turrione (via D’Enghien) e si accostano delicatamente alla Porta Cappuccini.

Poi proseguendo verso le scaleddhre, cha pòrtanu rretu llu Ràttulu (Vico Dolce, che, dall’imboccatura di C.so G. Del Ponte, si congiunge con Vico Freddo) e superata la chiesa delle Anime, abbracciano, ansimando per la ripida salita, il costone della chiesa della Madonna del Carmine e si ricollegano alla Porta Nova, o Porta San Pietro.

Di quelle vere sono rimaste poche tracce: ad ondate storicamente susseguenti, sin dalla notte dei tempi, hanno subito l’accanimento barbarico di chi, per l’insipienza, o l’assenza, o l’indifferenza del Palazzo, ha sgretolato con rozza spavalderia porzioni di mura, o divelto cornicioni per realizzare vere e proprie abitazioni, o per aggiungere qualche vano a quelle preesistenti.

Altri le hanno violentate con scandalosa impunità per l’apertura di finestre o per il passaggio di canali di gronda.

Le imprese autorizzate (da chi?) per gli allacci della corrente elettrica, acqua, telefoni e gas hanno poi completato l’opera, senza che mai nessuno si sia preoccupato di controllare, di vietare e, al limite, di chiedere conto degli enormi danni procurati.

Oh che bella Città!

Speriamo ca lu Patreternu ce la conservi a lungo, nonostante i barbari e le colpevoli collusioni o insipienze (di ieri, di oggi e di domani) del Palazzo.


Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

Galatina. La spaccata

la spaccata

di Pippi Onesimo


La sceneggiata de le Signurine coinvolte nel rituale della quindicina della Rusetta si svolgeva con partenza da Piazza San Pietro, dal lato del Castello, e si sviluppava con studiata lentezza, costeggiando tutto il sagrato della Chiesa Madre.

Pare che il Parroco, stando alle male lingue che trasmettevano da “Radio Fante“, avesse più volte tentato di far cambiare piazza e abitudini. Ma invano!

Ingoiò amaro per alcuni anni; ma alla fine (cu llu tiempu e cu lla paja se mmatùranu le nèspule) riuscì a realizzare la sua piccola, silenziosa, sottile rivincita.

Con l’aiuto della politica e… della Democrazia Cristiana, in particolare, ottenne il clamoroso (per quei tempi) risultato di far chiudere la Rusetta, ancor prima che la legge Merlin entrasse in vigore.

Sempre la stessa Radio riferiva che, cercando il pelo nell’uovo, si riuscì a compiere il misfatto con la scusa della carenza di alcuni requisiti igienici riscontrati nei locali della Casa.

Ma, secondo l’ipotesi più accreditata e più attendibile, le fortune della Rusetta finirono quando si scoprì, dopo tanti anni di onorato servizio, che non sapeva leggere.

E, apriti cielo, il suo analfabetismo le fu fatale!

La stessa Autorità che le aveva concesso la licenza, dopo molti anni si accorse misteriosamente (ma non tanto) che la Rusetta non aveva i titoli culturali per esercitare quel mestiere.

Infatti sorse spontanea subito una angosciante domanda: chi controllava i documenti di identità dei clienti per accertare la maggiore età (allora 21 anni), la sola che consentiva l’accesso nelle alcove?

E fu così che anche la Rusetta dovette constatare con profonda amarezza, che quando te pija de punta una triade vincente, e allora lo era veramente, fatta de prèvati, sacristìe e democristiani èranu(?) mari!

In molti sostennero che fu fatta una questione di lana caprina, perché alla Rusetta bastava il naso e l’esperienza per distinguere l’età dei clienti.

Ma la legge è legge, anche per la Rusetta: e, a malincuore, raccozze li fierri (sbaraccò) e chiuse i battenti.

A Lei rimase il sapore dell’affronto, ai clienti solo quello della delusione.

Anche perché non era ancora previsto nel nostro codice penale il reato di sfruttamento della prostituzione.

Oggi, invece, non solo è in vigore, ma è anche balzato prepotentemente agli onori della cronaca, per certe presunte frequentazioni eccellenti, anche col “bunga bunga“, le quali, se vere, al di là dei cavilli procedurali e della loro contestata e disquisita valenza penale, provocano, per l’evidente indecenza dei messaggi che ne deriva, disgusto e imbarazzo.

Comunque sia, qualunque attività, soprattutto economica, ha avuto sempre bisogno di una adeguata pubblicità. Era, ed è, una elementare legge di mercato.

In altri termini, la spaccata (l’attraversamento solenne e pomposo del centro del paese) doveva cominciare proprio da lì. E la Rusetta, che conosceva profondamente il mestiere in tutti i suoi particolari, non trascurava certo nessun pur minimo dettaglio e, quindi, sapeva benissimo come pubblicizzare la sua mercanzia!

Infatti, pe lle Signurine, dopo le prescritte visite mediche presso un medico condotto con bottega nelle immediate vicinanze di Piazza San Pietro, come in un copione non scritto, diventava di rigore fare la spaccata a piedi, accompagnata da brevi bisbigli, velati sorrisi e da occhiate intense ed eloquenti, sulla via de l’Oruloggiu (Corso Vittorio Emanale).

Questa strada, insieme alla via de lu Municipiu (Corso Umberto 1°), alla Chiesa Madre, alla Chiazza (Piazza San Pietro) e alla via de lu Tàrtaru cu lla Chiazza cuperta (il mercato coperto comunale), era veramente, allora, il centro propulsore del tessuto cittadino.

Non a caso si usava dire: “mò vau e bbegnu de la chiazza”, o, ”mò rrivu ‘n attimu alla chiazza“, magari per ascoltare i comizi elettorali (mitici quelli de lu Chirenti, de lu Moru, de l’Onurevule, de lu Petrujaru), o per incontrare gli amici, o per fare acquisti, o intrecciare affari fra Piazza San Pietro, la Pupa e Piazza Alighieri, dove si svolgeva anche il mercato settimanale.

Al loro passaggio, proprio all’imbocco del Corso, i clienti de la piscialora (per lo più vecchietti con problemi di prostata, che visitavano di frequente i gabinetti igienici), costruita dalla Amministrazione comunale con spudorata irriverenza proprio sul lato sinistro della Chiesa Madre e poi demolita verso gli anni ’50, rallentavano il passo.

E, nonostante l’urgenza, si fermavano per brevi istanti, macari thrinchiandu (trattenendo a stento), ma incuriositi, divertiti e… quasi scurnusi per i cattivi, anche se solo platonici, pensieri.

La probabilità di incrociare, qui, qualche terzetto de pizzoche ‘ndolurate (pie donne) non era tanto remota, stante la vicinanza della sagrestia; e, se succedeva, potevi ascoltare un breve, sommesso, velato, appena sussurrato, o quasi biascicato, ma bruciante commento: “nnu bbu scurnati, brutte pulandhre scamuse” (oggi si dice escort con benevola finzione!).

Le Signurine, maliziosamente indifferenti, oltrepassavano, da sinistra, lu stagninu (mesciu ‘Raziu Caballu) che, anche lui frastornato, nonostante l’età, per un attimo riponeva il martello col quale batteva le cazzalore (le pentole) de rame russa per gustarsi il passaggio.

Subito dopo si affacciavamesciu Cici Putenza, trascurando brevemente tarloci e sveje in riparazione, per dare una sbirciata di circostanza, o forse per sbollire un po’ di amarezza e di rabbia per una minaccia di sfratto dall’ angusto sgabuzzinu di proprietà della Parrocchia, prima preannunciata e poi attuata.

Da destra, le putie de ”Caccia e pesca” e de li ”Cappieddhri” de lu Rumanu , a quell’ora, erano quasi deserte.

Subito dopo, sulla sinistra, lu Turicchiu , breve, alto, sottile in camice bianco (il gestore di un noto e attrezzato negozio di generi alimentari) compariva come un’ombra sull’uscio, disinteressandosi della sua “salame allu pistacchiu o allu pepe“ (la mortadella), che solo lui riusciva a tagliare a fette sottili, quasi trasparenti, con una abilità altamente chirurgica, per evitare “menamentu“ (residui invendibili), diceva, manovrando con rara abilità una affettatrice azionata a mano.

Lasciavano, sulla loro destra, la Cartoleria Mengoli, piena zeppa di quotidiani, riviste, giornalini (mitici quelli di Topolino edi Tex), pupazzetti, bamboline, tombole, dadi, dame, scacchi, panarini pe lla mescia, cartelle e valigie di cartone e di stoffa, pennini, calamai, quaderni a righi de prima pe ll’aste, de seconda pe lle vucali e a quadretti, libri di lettura e sussidiari per le scuole elementari, lapis e gomme, modellini di automobili (indimenticabile la serie che riproduceva tutti i modelli Fiat fino allora prodotti ), pipizze e tamburelli, e poi tante altre incredibili, inimmaginabili cianfrusaglie.

Accanto si poneva la Pethrina Nuzzu con le sue indecifrabili chincaglierie, che esercitava di fronte alla putia de lu Scarpa, con la quale duellava in una inevitabile, sottile, rispettosa e leale concorrenza… merceologica, anche se sulu lu Scarpa deteneva, con legittimo vanto, il primato della vendita de li buttuni (di tutti i colori, di tutte le qualità e di tutte le grandezze, ma non quelli foderati, di competenza esclusiva de lu Solidoru).

Spulette, matasse, cumìtuli de cuttone e de lana, bucate de madreperla, buttuni, achi, disciatali pe lle nfiamature , chiusure lampu pe lle gonne e pe lle pitacce, làstiche, ciappe e buttuni automatici pe lle carzunette, nasthri e nashtrini ( compresi quelli tricolori), spille (anche quelle di sicurezza ), spilloni, frange e cordoncini, methri e forbici de sartu ecc… erano le loro armi di battaglia.

Lu Bar de le signurine Ascalone, all’angulu de lu Monte de Pietà, che profumava sempre de crema, pasticciotti e mustazzòli, attirava la loro attenzione, ma…passavano prudentemente oltre, anche perché la cera de la signorina Filomena (zzi’ Nena, per pochi intimi), quasi sempre stirata, con in mano l’immancabile tazzina di caffè e con la testa avvolta in un eterna aureola di fumo di sigaretta, non incoraggiava certo la visita di certe clienti.

Di fronte, ben in evidenza, luccicavano nieddhri, spille, ricchini, tarloci, cuantiere d’argentu e ppendindiffi, (dal fr. pendentif: ciondolo applicato alla collana)esposti, come specchietti per le allodole, nella vetrina della Oreficeria de lu Pignatelli.

Superavano Corte Taddeo, con in fondo, subito dopo la sacrestia, abbastanza defilata la Casa paterna dei “De Maria”, poi la putia de l’Astarìta col suo odore misto di concimi, di spezie e di muffa, e la putia de mobili de l’Angiulinu Belfiume, dove una stanza da letto, allestita ben in vista, ammiccava con inopportuna sfacciataggine.

Inevitabilmente sfilavano de fronteallu Corpu de Cuardia, allora sotta ‘lla Torrre de l’Oruloggiu, da dove il piantone di servizio con la sua candida divisa, lustra ed immacolata, in piedi e a capo scoperto sul portone d’ingresso, osservava il corteo in doverosa compostezza istituzionale.

Accanto alla Barberia Mengoli sostavano in religioso silenzio, in attesa di ricevere ordini dal Capucuardia, lu Ttammone Cchiappacani e lu Cici Schiancatu, i quali, più che incaricati di pubblico servizio, erano due istituzioni civiche: uno addetto al controllo dei cani randagi, l’altro responsabile della nettezza urbana.

Due servizi gestiti direttamente dal Comune, che funzionavano egregiamente (allora) per lo scrupolo ed il senso del dovere degli addetti ai lavori.

L’occhi, però, loru menàvanu spittareddhre, anche se ostentavano una malcelata, diplomatica, marpiona indifferenza.

Don Pantaleo, lu Capucuardia, che aveva osservato tutta la scena, seminascosto nel buio in fondo allo stanzone, li richiamava all’interno degli Uffici per affidar loro qualche mansione.

Forse, era solo una scusa per un scrupolo recondito e inespresso di pudore!

Allora, la dignità e il rispetto per le Istituzioni, quelle che sonointese come espressione democratica della collettività e non come orticello personale,erano due valori che avevano ancora un senso.

Oggi c’è solo avanspettacolo, affarismo e ricerca disperata di visibilità mediatica. Anche a livello locale.

Basterebbe assistere, se si ha stomaco, a qualche seduta delle Camere, o, senza andare lontano, di Consiglio Comunale!

Lu Corpu de Cuardia era accampato, fino a pochi anni fa, a piano terra (ora è a Palazzo e si chiama Corpo di Polizia Locale: come dire, è salito di piano e di… tono) in un solo androne con due stanzette di quattro metri quadri ciascuna adibite, una a Ufficio Comando e l’altra a ufficio amministrativo, poi destinata al vice Capucuardia.

Vi era anche un bagnetto di in…decenza, talmente angusto e ristretto da consentire una sola sconfortante postazione, che si raggiungeva superando un gradino sottoposto.

L’arredo era composto da poche, misere suppellettili: poche sedie, un armadio di legno, due serie di attaccapanni a quattro posti appese al muro, una rastrelliera per le biciclette ed un separé, che delimitava una parte dello stanzone, costruito diligentemente in compensato con sportello e davanzale, sul quale era poggiato il registro degli ordini di servizio e quello di registrazioni delle contravvenzioni.

Al di là, operava il Piantone. Vi sostavano momentaneamente anche le cuardie, che, dopo aver consultato il registro dei servizi, erano già pronte ad andare in strada col passante della visiera della còppula, tirato in giù ed usato come sottogola.

Questo era il segnale che erano comandate in servizio di viabilità.

Tale abbigliamento (il sottogol), semplice e disadorno, era anche il segno delle grandi ricorrenze e delle cerimonie ufficiali: la scorta al Gonfalone, al Sindaco pe llu Còrpusu, ai lati dell’Altare e del Monumento ai Caduti pe lla festa de lu quatthru novembre e pe lla Messa de Santu Sebastianu.

E, a tal proposito, don Pantaleo, le cuardie, lu Sindacu e lu Ucciu De Donnu, quasi nascosti cu quatthru pizzoche nella navata sinistra del Sacramento nella Chiesa Madre, celebravano la ricorrenza del Protettore, partecipando alla prima Messa mattutina e poi, in silenzio, senza clamori e passerelle, ritornavano tutti in servizio.

Una coppia de cuardie, destinata alla perlustrazione delle strade di periferia, intanto trascinava giù dai gradini del portone d’ingresso due biciclette prelevate dal parco ciclomezzi (la rastrelliera), ma si fermava un attimo in attesa che la sfilata finisse.

Già prima, all’interno, avevano accuratamente controllato la pressione delle ruote, utilizzando pompa manuale e curasciùlu ( rigorosamente di dotazione ) e la integrità della borsetta dei ferri, appesa sotto la sella.

Le prime mitiche moto “le Gilera o le Guzzicu lluUcciu e l’Aureliu, che elevavano contramenzioni con inflessibile determinazione, “piacqua o non piacqua “, erano ancora nel libro dei sogni.

Accanto a un armadio, quasi seminascosta, era poggiata al muro una ingombrante pedana per pizzardone, distratta da tempo dal suo compito istituzionale e usata solo il giorno dell’Epifania per ricordare la ricorrenza della “Befana del Vigile“.

Infatti veniva posizionata in Piazza San Pietro, dove cittadini e commercianti depositavano i loro doni.

Quel rito, spontaneo e simpaticamente paesano, che, al di là del suo valore venale, aveva sopratutto il senso di pesare la stima e l’apprezzamento della collettività, andò avanti per alcuni anni; poi si dissolse nel nulla, senza alcun editto, in silenzio così come era nato.

I tempi erano già cambiati!

 

Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne autorizzato la riedizione

 

Galatina. I racconti della Vadea: palla de pezza, tuddhi e catasca!

 

da repubblica.it
da repubblica.it

di Pippi Onesimo

Vico San Biagio, che promana da Via Biscia e ad essa si aggrappa disperatamente per non ruzzolare rovinosamente giù verso la Staffa de cavallu (piazzetta Cavoti), si trova esattamente nel cuore del centro antico, a monte di piazza Vecchia, che sonnecchia da secoli in precario equilibrio lungo la ripida discesa di via Vignola.

La chiesa delle Anime, saldamente ancorata a valle sulla sua strategica pianta ottagonale, dal basso osserva la più antica piazza di Galatina con trepida apprensione e la sorregge con generosa solidarietà cristiana, da quando si è resa conto che la Casa paterna dei Vignola, pur confinante e precariamente ancorata a Vico Vecchio, non riesce più a tenerla su per i vistosi acciacchi della sua vecchiaia.

A chi osserva vico San Biagio dall’alto, la stradina sembra stretta, buia, triste, angosciante e nervosamente tortuosa, come se piangesse languidamente ripiegata su sé stessa.

Dopo un breve tratto pianeggiante, in precipitosa successione, scivola frettolosamente giù in una silenziosa, irrazionale confusione come un rivolo, che trascina, spingendoli a valle, i suoi fitti misteri e le sue ombre così cupe e dense, che tenacemente riescono a sconfiggere anche la luce del giorno.

In questo suo scorrere vi è tutta la voglia di liberarsi dalle sue ansie, e gridare prepotentemente il bisogno di sorridere e di rivedere il sole.E a valle del pendio si affanna a prendere, finalmente, una boccata d’aria vicino all’ antica arcata, da pochi mesi riaperta, e che solo ora riesce a riaffacciarsi sulla Staffa, dopo la rozza, degradante e offensiva decisione del Palazzo di tenerla murata per molti decenni.

Poi alla fine, con impazienza frenetica, abbraccia voluttuosamente, in un mistico e avvolgente amplesso, lo slargo (abbrutito dalla ingombrante, perenne presenza delle auto in sosta ) di via Lillo, che si modella, per una strana e misteriosa bizzarria architettonica, fra Palazzo Galluccio, la fontanina pubblica, l’imboccatura di vico Freddo e la strozzatura della Staffa).

Intanto, proprio sull’ansa di via Biscia, na decina de vagnuni (alcuni ragazzini) scalzi e accaldati rincorrevano, a frotte ondeggianti in un turbinio confuso e imprevedibile, una rudimentale palla di pezza.

Era stata costruita artigianalmente dal ragazzino più grande e più esperto, nel cortile di casa, arrotolando in un calzino di lana o in una calza di nylon brandelli di stoffe dismesse, poi rinforzata e appesantita cu lle curisce (strisce) di una camera d’aria, recuperata dalla ruota di una vecchia bicicletta in disuso.

Altri, cinque o sei, quasi appartati, fermi più in fondo verso vico San Biagio, attenti e riservati giocavano a tirassegnu cu lli nuci, disinteressandosi di tutto il frastuono che li circondava.

E’ un gioco antichissimo, che risale nella notte dei tempi.

Consiste nel tentare di colpire a turno, da una distanza convenuta, cu lla paddhra (una noce più grossa, scelta fra le più dure e robuste, possibilmente con un guscio a tthre cantuni) una serie di noci, che costituivano lu piattu (la posta), fornite, una ciascuno, da ogni giocatore partecipante e tenute allineate e dritte con sabbia o terra umida disposta su una riga, tracciata sulle chianche. Le noci colpite, e che rimanevano riverse per terra lontane dalla riga, costituivano la vincita.

A volte, se non di frequente, qualche giocatore sfortunato, comunque scorretto, o qualche spettatore invidioso, escluso dal gioco perché non aveva noci da mettere in palio, organizzava la catasca (dal greco katàschesis: il prendere con forza, l’afferrare qualcosa).

Gridando all’improvviso, come uno spiritato, “catasca“, arraffava da terra, con una velocità supersonica, quante più noci possibile e si dileguava in un baleno, correndo a piedi nudi per le vie del borgo, inseguito, spesso senza successo, dai compagni di gioco, inviperiti per l’affronto, per lo scorno, ma soprattutto per il furto. E al danno spesso si aggiungeva la beffa.

Infatti era facile, per chi era nato in quel rione, ricamato da una fitta rete di piazzette, corti, vicoli, viuzze e cortili, attraversare piazzetta Arcudi, dirigersi verso vico del Verme e svicolare da corte Ferrando per uscire a rretu llu spitale vecchiu (alle spalle del giardino del vecchio Ospedale) e poi perdersi fra vico Vecchio o vico Lucerna.

Magari a volte, in segno di sfida e con notevole faccia tosta, risaliva da via Vignola, o dalla via de lu Cazzasajette per vico San Biagio e tornava sul luogo del delitto per godersi impunemente, di nascosto, lo spettacolo di chi era rimasto sconsolato e seduto, a mani vuote, su llu pazzulu de na porta. Ma se veniva afferrato e riconosciuto, ia spicciatu de mmètere e de pisare (non aveva più scampo, perché non gli lasciavano addosso nemmeno i vestiti!)

Anche se nessuno poi, in fondo in fondo, si arrabbiava più di tanto, perché tutti sapevano che il rischio della catasca faceva parte del gioco e che tutti, a rotazione, potevano farla, o subirla.

Intanto due ragazzine, poco più che bambine, silenziose e composte con le loro treccine nervose, asimmetriche, rigide e sporgenti sulle orecchie, come imbalsamate, perché tenute su da un fiocchetto di stoffa colorata, erano sedute, una di fronte all’altra in una zona d’ombra, sul pazzulu di un anfratto di via Biscia, posto accanto al limbatale (soglia) della porta di casa. Giocavano serie e appartate a tuddhri ( sassolini arrotondati e ben levigati di pietra viva).

Era un gioco semplice, allora praticato da tutti i ragazzini perché non costava un centesimo, divertiva e rasserenava lo spirito e soprattutto portava a socializzare; era un gioco antichissimo che veniva da molto lontano (forse risale ai tempi dei Messapi) e si perdeva nella memoria della tradizione popolare.

Adesso è sconosciuto, come tanti altri.

Mazza e mazzarieddhru, la campana, ficura o scrittura, la schiattalora, le stacce, cavaddhru barone, a scundarieddhri, ai quatthru cantuni, alla rota, lu curuddhru, alla linea allu risciu, a spacca chianche ecc.erano alcune semplici testimonianze, veraci ed autentiche, della nostra cultura e della nostra tradizione.

Erano briciole della nostra storia, piccoli scampi del nostro vivere quotidiano, ora irrimediabilmente perduti. Peccato!

Il gioco de li tuddhri si svolgeva con cinque sassolini, scodellati per terra.

Un giocatore, estratto a sorte, afferrava, pizzicando col pollice e il medio della mano destra, un sassolino alla volta e lo lanciava in aria all’altezza del viso, cercando poi di recuperarlo, durante la ricaduta e prima che toccasse terra, nell’incavo che si formava sul dorso della stessa mano, raccogliendo a sé, e tirandoli in su, l’indice, l’anulare e il mignolo.

Le regole del gioco, che proclamavano il vincitore, erano varie e complesse e presentavano delle varianti a secondo dei tempi e dei luoghi in cui si svolgeva.

Non mancava, certo, la fantasia ai bambini!

Passatempi ingenui, semplici e solari che rappresentavano per i ragazzini d’allora, quelli venuti fuori dalla fame, dalla disperazione e dallo scempio morale e psicologico di una guerra vissuta direttamente sulla propria pelle, l’unico diversivo, l’unico divertimento, il loro solo vizio.

Questi rappresentavano per loro la cosiddetta droga povera, quella gratis che si comprava allegramente e liberamente sui marciapiedi, agli angoli delle strade, nei cortili di casa, fra le aiuole dei giardini pubblici, fra i viottoli di campagna e nella fantasia sconfinata, fatta solo di immaginazione, di candide finzioni e di sogni che rimanevano sempre tali, perché non svanivano mai.

La droga ricca invece, quella vera, (c’era anche allora) scorreva solo (fortunatamente per li vagnuni, che non corsero mai il rischio di essere infettati dalla cancrena letale del consumatore di droga a fini di spaccio) nei salotti bene, nelle tasche de li Signurini o nelle borsette delle pulzelle di alto lignaggio e serviva per scacciare la loro noia, ma non la loro insipienza. Poveretti!

Non era facile per loro passare le tante, inutili e vuote giornate, fatte di nulla, di vuoto assoluto, di ozio perenne nei loro ricchi palazzi desolatamente vuoti, ma riempiti di un assordante silenzio, bui e freddi, specialmente d’ inverno, nonostante i camini accuratamente accesi dalla servitù accorta e servizievole.

Il freddo, come la loro aridità, derivava sopratutto dalla mancanza del calore dei sentimenti, dalla incapacità di voler bene, di rispettare gli altri, i diversi, e riconoscere loro la inalienabile dignità di esseri umani.

I giorni, poi, che passavano d’estate nelle immense tenute di campagna erano sempre esageratamente riempiti solo di fatui sbadigli e di insulsi, stupidi capricci.

La loro, era solo una felicità artificiale, dorata ma finta.

Al di fuori da quei palazzi, o lontano da quelle assolate e lussureggianti ville, la vita era più ricca (di sentimenti), più viva, più felice, più vera, più solidale perché, pur se povera, era fatta di momenti autenticamente spontanei e più semplici.

Bastava affacciarsi sull’ansa di via Biscia per capire, gustandola, tutta la differenza !

Vi era un ingenuo, gioioso vociare divertito e scanzonato, fatto di schiamazzi vigorosi che rimbombavano di cantone in cantone. O un groviglio avvolgente di gambe annerite e sbucciate sugli spigoli arrotondati de li scansacarri (paracarri).

O un turbine di inevitabili spintoni che si potevano ricevere sull’onda frenetica e imprevedibile di una palla goffa e irriverente, che ti schizzava accanto.

Qui la vita batteva i suoi ritmi, mentre i giochi scandivano i tempi e le cadenze della felicità.

Questa allegra e scanzonata confusione convinse facilmente la comitiva de lu Cheròndula di scegliere, a ragion veduta, la soluzione della chiesa della Purità.

Oltretutto, così aveva deciso lu Piethruzzu! E dovevano necessariamente assecondarlo, perché, da attore navigato, era molto intransigente.

Pretendeva e otteneva, senza discutere, silenzio, calma, quiete piatta per raggiungere il giusto raccoglimento, scenograficamente adatto, per i suoi contatti… spirituali.

Per tutta questa messinscena qualcuno sosteneva (e forse non a torto) che lu Piethruzzu fosse tutt’altro che della buccata, ma un sornione, inossidabile, bonario… fiju de… bbona mamma.

 

 

NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

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