La pindanga (la ?)

di Armando Polito

iz

 

Preliminarmente dichiaro che nel titolo il punto interrogativo in parentesi tonde, che di solito riservo alla traduzione in italiano, non è sostitutivo dei classici puntini di sospensione o di un p…, espediente estraneo alla mia morale abituata a parlare senza eufemismi di sorta, che considero una forma di ipocrisia espressiva, anzi di ipocrisia tout court. Quel punto interrogativo sta a significare che, nonostante gli elementi raccolti e l’opinione di Nerino, qualche dubbio rimane; ed io sono un  innamorato pazzo del dubbio lancinante piuttosto che della certezza ipocritamente (un’altra volta!) confezionata a fini consolatori  o di rimozione.

Sono pure uno che magari non onora qualche promessa ma quasi maniacalmente mantiene fede alle minacce…

Eccomi così ad integrare nel solo modo che, forse, è alla mia portata, il post piuttosto recente

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/05/la-pindanga/

che aveva come protagonista una donna sul cui nome oggi farò qualche riflessione di natura etimologica.

Pindanga, come ricorda l’autore del post, è il nome, per così dire di battaglia, (attenzione perché sulla forma maschile di questa voce ritornerò fra poco e non si tratta solo di un gioco di parola …) della protagonista ma anche nome comune che ancora oggi sta ad indicare una donna sciatta, trascurata nel vestire e nei comportamenti.

Ho appena iniziato e già siamo di fronte alla prima difficoltà: è il soprannome che ha dato vita al nome comune o viceversa? Quasi stesso problema si era posto qualche tempo fa

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/11/04/lescort-e-la-pulandra/

per pulàndra, dove la possibile derivazione dal greco aveva reso ancor più complicate le cose.

ugola

In uno dei tantissimi … commenti al post prima citato Marcello Gaballo collegava la voce a pindàngulu/pindìngulu sinonimi di ugola, connettendo la voce stessa all’idea di pendere e da questa (io ci vedrei il riferimento ad un abbigliamento non certo degno del miglior stilista, nonostante certe mostruosità della moda di oggi…) a quella della trasandatezza e dell’inoperosità. L’appetito, si sa, vien mangiando e il passo dall’idea della donna trasandata e inoperosa (cioè avulsa dal lavoro onesto …) a quella della sporca, poco di buono e prostituta è breve.

Il Rohlfs registra proprio per Nardò pindìngulu col significato di ugola ma anche con quello di battaglio di campana e in coda al lemma riporta solo “pendicolo” ; le virgolette stanno ad indicare che la trascrizione in italiano sarebbe stata pendicolo se questa voce avesse avuto l’opportunità di nascere. Tutto ciò è, comunque, sufficiente per comprendere come pure il maestro tedesco colleghi la voce a pendere (dal latino pendère); né è necessario esibire foto per cogliere la somiglianza tra l’ugola nella cavità orale e il battaglio nella campana. Quanto a pindàngulu il Rohfs registra la locuzione pindìnguli pindànguli citandola da Giuseppe Petraglione, Indovinelli equivoci leccesi (estratto dalla rivista Apulia anno III, 1912, pag. 15). Riporto il testo traendolo da Nicola G. De Donno, Indovinelli erotici salentini, Congedo, Galatina, 1990, pag. 55: Pindìnguli pindànguli pindìa/a mmienzu a ll’anche ti lu nnanni mia./Jò scia nnu lu tuccàa,/iɖɖu nom bulìa,/ pindìnguli pindanguli pindìa (Pendoloni pendoloni pendeva in mezzo alle gambe di mio nonno. Io andavo per toccaglierlo, lui non voleva, pendoloni pendoloni pendeva)1.

A pindànguli bisogna ricorrere per spiegare il vocalismo di pindanga, voce non registrata dal Rohlfs. E a proposito di vocalismo ecco la sorpresa.

Non credo che ci sia testo di riferimento più autorevole del Diccionario de la lengua española edito dalla Real Academia Española. Riporto qui il lemma come risulta trattato nelle varie edizioni, anche perché, con tutto il rispetto per le accademie, il lettore si renda conto di come, nonostante l’autorevolezza, la congruenza non solo grafica sia una chimera e come le scelte siano ballerine.

1737, 1780 e 1783

1

 

(PENDANGA s. f. La donna di malaffare, disonesta e scandalosa. Prostituta comune.

PENDANGA Nome assunto nel gioco chiamato reversino o reversis dalla carta di maggior valore, cioè la quinola corrispondente al J , cioè al fante di cuori).

Da notare che la distinzione tra i due lemmi consiste nei caratteri più piccoli del secondo. È la soluzione più ambigua che si possa immaginare tra le tre possibili: questa, due lemmi distinti (PENDANGA1 e PENDANGA2, ad indicare un etimo diverso) e un unico lemma con entrambi i significati (ad indicare un etimo unico). Dubito, tra l’altro, che un esperto del gioco che, almeno per me, è complicatissimo, sarebbe in grado di cogliere gli eventuali nessi tra i due significati.

1791 e 1803

2

 

L’incongruenza e l’ambiguità messa in risalto a commento del lemma precedente ritorna perché qui la presenza del 2 prima del secondo significato ma l’assenza di 1 davanti al primo non sono sufficienti a farmi pensare ad un unico lemma (come pure la voce risulta registrata)  e, quindi ad un’unica radice.

1817

3

Stessa scelta dei lemmi dal 1737 al 1783. Nella definizione del primo lemma è stato aggiunto ramera=prostituta. In quella del secondo si chiarisce (?) che il fante di cuori è la secondo carta (perciò subordinata, dipendente?) dopo il cavaliere di cuori.

1822

4

 

Questa volta la prima definizione risulta snellita. La seconda, che per brevità ho tagliato, ricalca la precedente.

1832, 1837, 1843, 1852 e 1869

5

 

Si ritorna al lemma unico e alle definizioni (con irrilevanti cambiamenti nella prima) del 1791 e 1803.

1884 e 1899

6

 

Lemma trattato come il precedente con la sola inversione dei significati e l’aggiunta dell’etimo pendère=pendere. Mi soffermo su quest’ultima indicazione che è spiegabile nel gioco con la subordinazione o dipendenza della carta e nel caso della prostituta con la sua vita che, scomodando la geometria, non è retta (cioè stabile, oltre che, per traslato, rispettosa di certi valori) ma inclinata (cioè instabile e irrispettosa di quei valori).

1914 e 1925

7

 

Ancora il 2 senza 1 e un unico lemma; fra l’altro è scomparsa l’etimologia presente nell’edizione precedente (considerata un atto di criminale audacia?).

1927

8

 

Questa volta, rispetto al precedente, si è pensato bene di togliere il 2 di ramera.

1936, 1939 e 1947

9

 

La situazione comincia a diventare tragicomica (o demenziale?): è rispuntato, tal quale, il lemma del 1914 e 1925.

1950

10

 

Il balletto continua riprendendo, sempre tal quale, il lemma del 1927.

1956

11

 

Altro giro, altra corsa! Ritorno al 1936, 1939 e 1947.

1970 e 1984

12

L’unico, immenso cambiamento rispetto al lemma precedente è l’aggiunta di prostituta accanto a ramera.

1985 e 1989

13

 

Finalmente una novità! Pare che per pendanga il significato familiare di prostituta sia desueto.

1999

14

 

Falso allarme! Tutto è tornato come prima!

Nell’ultima edizione (2001):

pendanga: 1. f. En el juego de quínolas, sota de oros; 2. f. coloq. prostituta.

pindonga: f. coloq. mujer callejera.

Credo che si possa affermare con sufficiente ragione che la nostra pindànga è voce di origine spagnola; ma è giunto il tempo di mettere ulteriormente a frutto il suggerimento etimologico pendère estendendo le iniziali considerazioni di carattere geometrico-morale. L’ispirazione viene dal mujer callejera (donna di strada) dell’ultima definizione. In fondo la prostituta (non quella d’alto bordo …) può essere considerata come una pendolare del sesso, cioè obbligata per il suo mestiere a percorrere in una direzione e in quella opposta lo stesso tratto, come fa, appunto, il pendolo.

batacchioA questo punto enorme sarà stata la delusione di coloro che si aspettavano chissà quale etimologia pruriginosa, suggestionati anche dall’ultima immagine del pendolo e da quella del battaglio della campana (sulla scorta del sinonimo batacchio usato pure eufemisticamente per pene)  ricordata all’inizio, ma io sono qui anche per tenere sempre accesa la speranza …

Sarà casuale ma nel lunfardo (linguaggio gergale in uso in Argentina e Messico ) pindonga è  sinonimo di pene o di testicolo2 ed è usato anche come espressione di incredulità (non è difficile immaginare in quest’ultimo caso come dovrebbe essere tradotto in italiano …); tra l’altro proprio a Nardò ho sentito più volte usare pindanga nel senso di pene.

I linguaggi gergali, filologicamente parlando, sono tra i più insidiosi, ragion per cui è meglio percorrere strade, almeno teoricamente, più sicure.

Nell’ultima edizione citata del dizionario dell’Accademia Reale Spagnola leggo: Pendón2 (de pendón1). adj. despect. coloq. Dicho de una persona: De vida irregular y desordenada. U. m. c. s. mujer cuyo comportamiento es considerado indecoroso. U. c. insulto: mujer de comportamiento considerado descarado o impúdico.

(pendón2, da pendón1; aggettivo dispregiativo, colloquiale. Detto di una persona: dalla vita irregolare e disordinata. Usato come insulto: prostituta. Usato però come sostantivo: donna il cui comportamento è considerato indecoroso. Usato come insulto: prostituta; donna dal comportamento considerato spudorato o impudico).

E a pendón1 (fatto derivare dal francese antico o provenzale penon) una serie di significati, tutti connessi tra loro, dei quali trascrivo solo i più significativi ai fini della mia indagine: insignia militar que consistía en una bandera más larga que ancha y que se usaba para distinguir los regimientos, batallones, etc.;  coloq. persona, especialmente mujer, muy alta, desvaída y desaliñada (insegna militare che consisteva in una bandiera più larga che ampia e che si usava per distinguere i reggimenti, i battaglioni, etc.); coloq. persona, especialmente mujer, muy alta, desvaída y desaliñada (colloquiale: persona, specialmente donna, molto alta, sgarbata e trasandata).

Il francese antico o provenzale penon, però, è accrescitivo di penne (a sua volta dal latino pinna=penna), per cui, se pindanga si ricollega a pendón e non a pendère entra in campo l’idea della donna disponibile per mercede al primo uomo che capita come fa la bandiera con il vento.

Sulla priorità, invece, di pindànga rispetto a Pindànga non dovrebbero esserci dubbi. Come nome proprio esso impersona, al di là della corretta etimologia che lo accomuna al nome comune, la figura retorica chiamata antonomasia, consistente nel designare una persona con un nome comune che ne indichi una delle principali caratteristiche, anziché con il nome proprio. Però, se si riflette, alla nostra eroina (?) toccò in fondo un nome scarsamente promozionale o, se preferite, pubblicitario, nel senso che esso non aveva la capacità evocativa di particolari abilità prestazionali ben evidente in altri nomi di battaglia passati, presenti e, temo, futuri.

___________

1 Alessio e Marcello mi avevano preceduto, nei commenti di cui ho già detto, rispettivamente nella citazione del testo e nella soluzione dell’indovinello.

2 Oscar Conde, Lunfardo : un estudio sobre el habla popular de los argentinos, Taurus, Buenos Aires, 2011, s. p.

A proposito di pindìnguli, zarangùli e scisciarìculi…

di Armando Polito

Le riflessioni che seguono vogliono essere solo un’integrazione al post del 29 u. s.  a firma di Michele Stursi. Avrei potuto condensarle in un commento, ma la loro estensione avrebbe invaso troppo spazio, rischiando di superare quella dello stesso post originale, con la conseguenza di una minore visibilità che avrebbe forse leso, qualcuno direbbe maliziosamente, la mia reale o presunta voglia di essere il prezzemolo di ogni minestra, ma, ed è questa la cosa per me più importante (tanto a farmi male ci penso da solo…), non avrebbe certamente propiziato un contraddittorio ed ulteriori, voglio sperare, contributi.

Ce suntu ‘sti Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi?”: alla domanda, cui nel post (cor)rispondono riferimenti formali e contenutistici, tutto sommato, generici, tento di soddisfare in modo più articolato, partendo dalla recensione che del libro è stata fatta nel post a firma di Mauro Marino, leggibile all’indirizzo :

http://salentopoesia.blogspot.com/2011/12/la-poesia-del-meno-che-niente-di-uccio.html

Cito la parte che darà l’avvio al mio tentativo: 

“Pindingulu” vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (…). Nell’accezione in cui viene comunemente usato il termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i “pindinguli” stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine “zaranguli” il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce “zarangu”, usata nell’espressione “Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu”, che vale “Non ho mangiato neanche niente”. “Zarangu” è un “niente”, e “zaranguli”, il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo “Pindinguli” e “Zaranguli” nell’insieme varrebbe “pendagli e cose da nulla”, una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, “Scisciariculi”, significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: “Ce bbindi, scisciariculi?”, “Cosa vendi, merce senza valore?”)Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un “corpus” di composizioni di poco conto e senza valore”.

 

Su pindìnguli non ho nulla da aggiungere se non che esso è dal latino medioevale (Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Niort, Favre, 1883,  tomo VI, pag. 256) pendìculum, dalla radice del classico pèndere (da cui il salentino pindìre) con tecnica di formazione ampiamente collaudata (come in artus>artìculus); da notare l’epentesi, immediatamente prima del suffisso, della –n– della radice, forse anche per incrocio con peduncolo.  Il lettore tenga presente il dato dell’unica ricorrenza.

Zarangùli: in Mariano Velázquez de la Cadena, A pronouncing dictionary of the Spanish and English languages, D. Appleton & Co., New York , 1853, pag. 667, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=KCsaAQAAMAAJ&pg=PA635&dq=zarangu&hl=it&sa=X&ei=gCMkT__IM4ehOtG9uMsI&ved=0CDcQ6AEwAQ#v=onepage&q=zarangu&f=false )

è riportato il lemma spagnolo zarangùllo=mistura di peperoni, pomodori, etc.; in Esteban de Terreros y Pando, Diccionario castellano, En la Imprenta de la viuda de Ibarra, Hijos y Compañia, 1788, t. III, pag. 848, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=d9PFH8lGGooC&pg=PA848&dq=zarangollo&hl=it&sa=X&ei=TygkT4_IEY6VOpf0ub8I&ved=0CE0Q6AEwBQ#v=onepage&q=zarangollo&f=false

è riportata la variante zarangollo. Credo che zarangùli sia una creazione dell’autore, con  scempiamento, rispetto alla voce spagnola, di –l– per far sì che il vocabolo sembri avere un suffisso diminutivo, come in pindìnguli. Faccio osservare come la definizione della voce spagnola ben si adatti  al verbo (assaggiare) della frase citata, in cui compare zaràngu, e come zarangùlli non ricorre in nessuna delle poesie.

Scisciarìculi: lo stesso Rohlfs poco prima di questa voce riporta il verbo scisciàre=stracciare (da un latino *scidiàre, dal greco schizo); credo che la nostra voce sia ancora una volta un diminutivo creato, questa volta di sana pianta, dalla radice di questo verbo (secondo me i fiori di camomilla sono da escludere). Nemmeno scisciarìculi compare nel testo delle poesie.

Tre termini, insomma, con lo stesso suffisso allusivamente diminutivo, disposti in un climax discendente legato al loro uso effettivo nella lingua (non a caso solo il primo, pindìnguli, compare una sola volta nelle poesie, gli altri nemmeno una). Così il titolo diventa emblematico di una poesia che vuole essere dichiaratamente “diminutiva” e in cui la stessa creatività linguistica manifestata nel titolo (zarangùli e a scisciarìculi) finisce per coincidere con l’inesistenza, ultimo sviluppo dell’effimero (pindìnguli), il tutto ben in linea con l’intento “di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un corpus di composizioni di poco conto e senza valore”; e a tal proposito mi vengono in mente le nugae1 di Catullo, i Rerum vulgaria fragmenta2 di Petrarca e, in tempi a noi più vicini,  le buone cose di pessimo gusto3 di Gozzano.

Chiudo con un rimpianto, quello di non potere avere conferma di quanto ho appena detto dalla viva voce dell’autore, e con una confessione ad effetto, apparentemente indegna: non ho letto neppure una delle poesie, peccato che resta veniale in attesa che lo faccia, anche perché qui la mia indagine era limitata solo all’aspetto filologico del titolo. E non è detto che il fortunato ritrovamento di qualche appunto dello stesso autore non getti nuova luce su quanto ancora, a tal proposito, continua a restare in ombra.

_____

1 Cose da nulla: così il poeta latino definì i suoi carmi.

2 Frammenti di cose scritte in volgare: così definì il suo Canzoniere il Petrarca, che considerava, invece, il poema in latino Africa come il suo capolavoro.

3 L’amica di nonna Speranza, I, 2.

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