Otranto: l’arcivescovo sospettato di eresia e una richiesta di raccomandazione in tre lettere inedite

di Armando Polito

(da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, v. II, Parrino, Napoli, 1703)

 

Pietro Antonio Di Capua, appartenente, tanto per cambiare… ma quelli (?) erano i tempi, a nobile famiglia napoletana, fu arcivescovo di Otranto dal 1536 al 1579, anno della morte. Il punto interrogativo tra parentesi  che accompagna quelli vuole amaramente sottolineare che, mutate le condizioni sociali, alla nobiltà sono subentrate nuove forze, ancor meno nobili di quella, per ciò che riguarda lo spirito e che in tutti gli ambienti, soprattutto nel settore riguardante la gestione del potere, oggi più che mai il merito e la degnità sono titoli poco spendibili.

Ho sempre avuto simpatia per gli eretici, non fosse altro che per il fatto che essi costituiscono, secondo me, gli unici palpiti di vita in un organismo che parecchi vorrebbero immobile e non al passo con i tempi, soprattutto, sottolineo soprattutto, quando si tratta di difendere l’indifendibile (per esempio: il principio dell’infallibilità del Papa ex cathedra; sarebbe, sul piano laico, come dire che i gerarchi nazisti, le SS e gli esecutori dei loro ordini fecero bene a fare quel che fecero fidando nell’infallibilità di quell’altro capolavoro della natura che fu Hitler. Pur non ragionando più con i criteri del passato, forse per questo  agli occhi di qualcuno il papa attuale sembrerà un eretico …).

Comunque stessero le cose, al nostro, comunque, andò bene: è vero che, a causa dei sospetti, non riuscì a diventare cardinale, ma, in compenso, non solo non subì alcuna condanna ma addirittura fu uno dei protagonisti del Concilio di Trento. Merito di più di un paracadute o forza dell’innocenza non disgiunta dall’intelligenza? Se prevalse l’ultima coppia,  si deve concludere che non può essere tacciata di furbizia la giustificazione principe con cui il nostro si discolpò dall’accusa di alcune letture di autori sospetti e dalla loro stessa frequentazione: come si può combattere un fenomeno se prima non lo si studia?

A chi volesse conoscere la biografia dettagliata segnalo il link http://www.treccani.it/enciclopedia/di-capua-pietro-antonio_(Dizionario-Biografico)/; qui il lettore troverà solo un piccolo tassello a conferma  che i santi ai quali il Di Capua ricorse nei momenti di difficoltà non stavano in cielo e neppure, tutto sommato, in terra ecclesiastica, ma in territorio laico (leggi imperatore), a conferma degli intrecci, sovente torbidi, con cui il potere, anzi i poteri …, si assicurano la sopravvivenza.

Di seguito riproduco tre lettere (facenti parte di un fondo di otto custodito nella nella Biblioteca Nazionale di Spagna (segnatura: MSS/7911/167-174; le tre qui riprodotte sono la 167, la 169 e la 170). Non sono autografe, ma originali, nel senso che non sono state stilate di propria mano dall’arcivescovo ma recano il suo sigillo. Figurarsi se allora un personaggio importante non poteva permettersi uno scrivano, visto che oggi pure un semplice sindaco, magari di un paesino che non conta più di mille abitanti, non può fare a meno di uno staff che comprende, ad essere sparagnini, almeno un addetto stampa ed un segretario particolare. E pure allora, proprio come ancora oggi, non è che lo scrivano fosse proprio all’altezza, anche quando non aveva qualche difetto di udito, per scrivere fedelmente e come l’ortografia del tempo comandava ciò che il suo padrone gli dettava. Per dimostrarlo ho collocato subito dopo la riproduzione di ogni foglio originale la trascrizione con lo scioglimento delle abbreviazioni e in calce le note esplicative e l’eventuale commento. Ho ritenuto opportuno collocare alla fine del post una galleria di immagini, per lo più stampe antiche, dei personaggi più importanti che via via sono nominati nelle lettere. Purtroppo manca proprio quella del nostro arcivescovo; d’altra parte, se fossi riuscito a trovarne una, la sua collocazione obbligata sarebbe stata in testa e non in coda …

MSS/7911/167

 

Ill(ustrissi)mo et Rever(endissi)mo signor mio oss(ervandissimo)

Per lettere del p(rese)nte huomo mio e di M(esser) Natale Musi Agente dell’ecc(ellente) del(egato) del Signor Don F(e)rr(an)tea con le quali ricevi(st)i questi dì adietrob il dispaccio di su(a) Maestàc per le cose mie di qua, ch’io aspettava, et desiderava per darle fine, come farò subito che sarà ritornato il s(igno)r Don Diegod à Roma, ò che mi scriveva ordinandomi quel ch’io haverò à fare, hò inteso la solita benig(ni)ta di v(ostra) s(ignoria) Ill(ustrissi)ma et Rever(endissi)ma verso di me, et la continua memoria, et protettion che mercè sua, hà tenuto delle dette cose mie appresso sua M(aest)a, et le ne rendo quelle maggiori, et più vive gratie, che io posso et debbo, supplicandola humilmente, che così come io piacendo al signoree mi forzarò in brieve uscir da questi travagli, et fastidij, et far chiara alla M(aest)a sua, et à tutto il mondo l’innocenza mia et tutte le ciance, et calunnie di coloro che sinistramente hanno procurato di offendermi, così v(ostra) s(ignoria) Rever(endissi)ma et Ill(ustrissi) ma dove bisognarà, et dasef, et essendo richiesta, se voglia dignare continuam(ente) di raccomandarmi à su(a) M(aest)a et mantenermi nella sua buona gratia, sì come io spero, acciocheg con il favore et gran protettion sua, io ne habbia et possa sperare sempre ogni grande effetto ad honore et essaltation’ mia, et della casa mia, con la quale io non pensarò mai, se non di servir V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et Rever(endissi)ma et pregare Iddio come farò sempre per la contentezza et felicità di quella, alla quale bascioh le mani et riverentem(en)te mi racc(oman)do. Di Roma il dì ultimo di F(eb)br(ai)o 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissim)a et R(everendis)s(ima) obligatiss(im)oi  s(er)vitore Larcivesc(ov)o Dotrantol.

a Ferrante I Gonzaga (1507-1557) fu uomo di fiducia dell’Imperatore Carlo V che lo nominò viceré di Sicilia dal 1535 al 1546 e governatore di Milano dal 1546 al 1554. Vedi nella galleria finale le tavole 1 e 2.

b Forma, insieme con a dietro e addietro, regolarmente in uso in passato.

c Carlo V. Vedi nella galleria d’immagini finale le tavole 3, 4 e 5.

d Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco, poeta e ambasciatore di Spagna in Italia. Vedi nella galleria di immagini finale le tavole 6 e 7.

e Non credo che un arcivescovo, per quanto sospetto eretico, avrebbe scritto di proprio pugno signore per Signore

f Per da sé, altro dettaglio dimostrante che la lettera non è autografa, ma dettata.

g Forma regolarmente in uso, insieme con acciocche,  nei secoli scorsi.

h Per bacio. La forma basciare in passato si alternava regolarmente con baciare.

i Forma regolarmente in uso nei secoli scorsi, non saprei dire se lo scempiamento di b è un latinismo (obbligare in latino è obligare) o uno spagnolismo (obligar).

l Queste due ultime parole mostrano che con elisione ed apostrofo in particolare lo scrivano aveva un rapporto piuttosto conflittuale …

 

All’Ill(mo) et Rever(endissi)mo  s(igno)r mio oss(ervand)o Mons(ignor) d’Arrasa del cons(iglio) secreto della M(aes)ta All’Ill(mo) et Rever(endissi)mo  s(igno)r mio oss(ervand)o Mons(ignor) d’Arrasa del cons(iglio) secreto della M(aes)ta Ces(are) b vizc  Corte Ces(are)

a Antonio Perenot de Granvella (1517-1586), vescovo di Arras dal 1542, poi arcivescovo di Malines dal 1561 e nello stesso anno fatto cardinale da Pio IV, fu anche ambasciatore a Roma e viceré del Regno di Napoli dal 1571al 1575. Nel 1550 era subentrato al padre Nicola nella carica di consigliere di Carlo V. Vedi nella galleria di immagini finale le tavole 8, 9, 10, 11 e 12.

b Maestà cesarea era stato già appellativo degli imperatori del Sacro Romano Impero a partire da Ottone I (962), poi, a partire dal 1512 con Massimiliano I, del Sacro Romano Impero della nazione germanica. Qui l’imperatore è Carlo V, per il quale vedi nella galleria di immagini finale le tavole 3, 4 e 5.

abbreviazione di origine medioevale del latino videlicet, che è da videre licet=si può vedere, col significato di chiaramente. Qui ha la funzione di chiudere la parte della lettera con l’indicazione del destinatario.
Prima di passare alla seconda lettera mi soffermo sul sigillo per dire che, purtroppo, nonostante tutti i tentativi, non esclusa l’elaborazione elettronica per renderlo più leggibile, mi è rimasto indecifrabile. Di seguito l’immagine nativa (del sigillo della lettera 169 che meglio si prestava all’operazione) e quella elaborata a confronto, nella speranza che qualche lettore possa illuminarci, anche sulla scorta della terza e quqrta immagine immagine che presentano, rispettivamente lo stemma arcivescovile del Di Capua (lo scuso come appare in Ferdinando Ughelli, Italia sacra, tomo IX, Mascardi, Roma, 1662, colonna 87, e lo stemma della famiglia (la corona è, addirittura, principesca).

 

MSS/7911/169

Ill(ustrissi)mo et R(everendis)s(i)mo s(ign)or mio oss(ervandissi)mo Di tanti, et sì grandi et continui favori che io ricevo da v. s. Ill(ustrissi)ma, et di questo ultimamente delle l(ette)re ch’ella si è dignata mandarmi à favor di questa mia causa, dirette a Mons(ignor) R(everendis)s(i)mo Puteoa, et di Gihennab, piene di quella cortesia, et amorevolezza che per sua mi ha già mostrata sempre, io non posso se non ringraziarnela, et saperlene quel gradoc che io debbo, ciò è grande et infinito, il quale officio se ben io hò fatto altre volte, mi giova ora di replicarlo se non per altro che so non bisog(n)a almeno per ricordarle la servitù mia amorevole, et supp(li)car S(ua) S(ignoria) Reverendissima come faccio, che col comandarmi ove io sia buono à servirla, ne voglia tener memoria, tuttavia conservandomi nella sua solita buona già, et in quella di Sua M(aest)a Ces(are)ae secondo più particolarmente Lei intenderà dal p(rese)nte Messer Natale Musi, poi che quanto di bene, et di honore io spero al mondo, tutto lo spero dalla grandezza et favor della M(aest)a sua, col mezzo del patrocinio di V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissim)a alla quale riverentemente raccomandomi bascio le mani, et priego il sig(nor)e che la conservi feliciss(im)a Di Roma il dì VII di Luglio 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et R(everendis)s(i)ma obligatiss(im)o servitore Larcivescovo Dotranto  Sul margine inferiore sinistro si legge Mo(nsignore) R(everendis)s(i)mo d’Aras.

a Giacomo Puteo o Dal Pozzo (1495-1563), arcivescovo di Bari e Canosa, poi creato cardinale il 20 novembre 1551 da papa Giulio III.

b Geenna è il nome di una valle dell’Antico Testamento dove sarebbe stato praticato il culto di Moloch. Il re Giosia la sconsacrò A questo culto facendola diventare l’immondezzaio di Gerusalemme. Nel Nuovo Testamento la parola è sinonimo di Inferno. Nella lettera la parola in questione (di Gienna è coordinato con di questa mia causa, locuzioni entrambe dipendenti da à favor) partecipa dell’una e dell’altra idea (fango gettatogli addosso e sofferenza derivante dall’ingiusta accusa).

c manifestarle quella gratitudine.

All’ill(ustrissi)mo et Rever(endissi)mo mio oss(ervandissi)mo Mons(ignor) il Vescovo d’Aras, del Cons(iglio) secreto di sua M(aest)a Ces(are)a viz

 

MSS/7911/170    

Ill(u)s(trissi)mo et Re(verendis)s(i)mo Mons(igno)r mio oss(ervandissi)mo

Io non vorrei (sallo Iddio) dar maggior fastidio a V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma di quello, che io l’ho dato per le cose mie, a questi tempi così contrarii,et poco atti a trattar simili negotii, et forse ne sarò ritenuto importuno, ma io non posso fare altrimenti, così sforzato dall’honor mio, che mi preme, et dal torto, che io vedo, che mi è fatto; la onde la supp(li)co, che mi perdoni, et sappi come più volte gli ho scritto, come da me non è mancato, con ogni mio potere et sforzo, tuttavia di sollecitare la speditione di esse, et quando io sperava dapoi d’haver dal canto mio sodisfatto appieno et contentato Mons(igno)re R(everendis)s(i)mo Puteo, à cui sà V(ostra) R(everendis)s(i)ma, che questa causa fu commessa, non solo di quello, che era necess(a)rio, ma che si poteva far (per me) che S(ua) S(anti)taa essendole referito da S(ua) S(ignoria) R(everendis)s(i)ma dovesse imporle, che ci donasse fine, per che così era da farsj, otto dì sono, che la san(tit)a sua forse non ricordandosi di quello che S(ua)M(aest)a C(esare)a più volte gli ha fatto far istanza, che in niun modo questa causa dovesse farla trattare da persone dell’inquisizione, et a me sospette et inimiche, come lei sà; volse che di nuovo il detto R(everendis)s(i)mo Puteo, la referisse in presentia di tutti loro, essendo in piena congregatione, il che quantunque à me non habbia offeso punto, anzi alla fine n’ho preso piacere considerando, che quato più s’intende, tanto più la nettezza dell’animo et la innocentia mia si fa palese à tutto il mondo, non di meno con tutto ciò, io non vedo ancora 

a Giulio III; vedi nella galleria d’immagini finale la tavola 13.

che la sia spedita, ne che vogliano spedirla altrimenti, senza l’aiuto et autorità di S(ua) M(aesta), la quale di nuovo ne faccia istanza a sua M(aesta), non aspettando farsi altro, che questo, per farsene buono con la M(aesta) sua sì come habbiamo raggionato insieme con Mons(ignore) R(everendissi)mo Paceccoa, e ‘l seg(reta)rio. Però io supp(li)co V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissima) quanto più strettamente posso, che si vogli degnare per amor mio, con quella solita affectione, che m’ha dimostrata sempre per sua gratia di oprarsi con il voler suo, di ottenermj una lettera di S(ua) M(aesta), che à lui sarà facile, diretta qui al detto R(everendissi)mo Pacecco, che in nome della M(aesta) sua, non vi essendo altri al presente, abbia da far questo officio con sua S(anti)ta di pregarla che a questa causa per quanto comportera la giustitia, ci s’habbia ad impor fine hormai che di tutto ne restarà con perpetuo obligo a V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissima) la quale anco mi farà gratia inviarmela quanto più p(re)sto sia possibile, desiderandolo solo dalle mani sue, et così ancora, con le occasioni, che s’appresentaranno, ricordarsi di raccomandarmj a S(ua) M(aesta), et dirle,che da poi che da me non e mancato, di far quanto ho potuto in questo negotio, per sodisfare a costoro qui, che del resto io non curava, si degni aver per racc(omanda)to me et l’honor mio, come sempre ha fatto, et io spero, nella benignità sua, et nel suo favore, et patrocinio di V(ostra) S(ignoria) R(everendis)s(i)ma, à cuj bascio le manj pregando N(ostro) S(igno)re Dio che la conservj feliciss(im)a Da Roma il dì XVI di Novenbre 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et R(everendis)s(i)ma obligatiss(i)mo servitore larciv(escov)o Dotranto  

a Pedro Pacheco de Villena (1508-1579),  cardinale dal 1545, fu vicerè di Napoli dal 1553 al 1556. Al tempo della lettera (1662) era vescovo di Jaén (vedi il suo stemma nella galleria finale di immagini, tavola 14).

All’Ill(ustrissi)mo et R(everendis)s(i)mo s(ign)or mio oss(ervandissi)mo Mons(ign)or d’Aras del cons(igli)o secreto di S(ua) M(aes)ta Ces(are)a viz

Perpendicolarmente in basso a destra L’Arcivesc(ov)o d’Otranto La causa sua non si espedisce anchor che sia stata inserita due volte dal Car(dina)le Puteo, et presenti gli Inquisitori, p(er)tanto desidera una l(etter)a di S(ua) M(aes)ta al Car(dina)le Paccecco [Pacecco nella lettera] acciò che in nome de la M(aes)ta sua ne parli et solleciti l’espedissione.

Chiudo con un’osservazione banale ma necessaria per introdurre un ultimo documento, quest’ultimo già pubblicato. Gli epistolari (soprattutto non quelli a senso unico, ma che raccolgono il messaggio inviato e la relativa risposta pervenuta) sono una fonte fondamentale nella ricostruzione del passato. Come l’archeologo scavando ha occasione di approfondire ciò che le fonti letterarie ed epigrafiche hanno tramandato, così lo storico può rinvenire nell’epistolario una conoscenza più profonda, per quanto soggettiva e di parte, sul piano umano. Ecco il simpatico quadretto, anche psicologico, emergente da un brano di una lettera del 24 ottobre 1549 (pubblicata in Krista De Jonge e Gustaaf Janssens, Les Granvelles et les anciens Pays-Bas, Presses Universitaires de Louvain,  2000, pp. 84-85),  in cui il vero protagonista non è il mittente Natale Musi o il destinatario Ferrante I Gonzaga  o i nominati sua Maestà Cesarea l’imperatore o il Monsignor d’Arras (personaggi che abbiamo avuto modo di conoscere), ma un’ umile scatola di cotognata, anzi, cotognada … (probabilmente il Musi era di origine veneta).

Così scrive il Musi al Gonzaga: Hebbi l’altro giorno insieme con la lettera di Vostra Signoria Illustrissima la scatola di cotognada ch’ella mandava per Sua Maestà et comparve in tempo ch’io non usciva di camara per la mia indisposizione: volle la sorte che in quel medesimo tempo Monsignor d’Arras mi venne a visitare et vista la scatola mi dimandò che cosa v’era dentro, et dicendoli ch’era cotognada che Vostra Signoria Reverendissima mandava a Sua Maestà mi disse queste formali parole: -Musi, io son per far alcuni banchetti alli parenti di mio fratello et quelle cotognade mi verrebbono grandemente a proposito, per vostra fede datemele e scrivete a Monsignor Reverendissimo che l’havete date al’imperatore perché ad ogni modo non si saperà -. – Sarà manco male – gli dissi io – ch’io scriva a sua Signoria Reverendissima  che le havete havuto voi, perché non le sarà men caro che le habbiate che Sua Maestà le avesse -. – Non per amor d’iddio – mi rispuose egli – scrivetele che Sua Maestà le ha havute, et le mandate pur in casa mia -, et contutto che me lo comandasse alhora nol feci, con pensamento ch’egli se le dovesse scordare et io in tal caso le harei dato a Sua Maestà: ma la mattina seguente visto che non le mandavo mi mandò un suo paggio a dirmi che poiché m’ero scordato di mandargliele mandava a ricordarmi che le mandassi, come feci malvolentieri, né io seppi negargliele per quel bisogno che Vostra Signoria Reverendissima et il signor mio Illustrissimo tengono di lui, sich’io la supplico humilmente a volerlo ricevere in grado et tenermi per iscusato.  

E, umanità per umanità, mi piace immaginare lo sviluppo dell’episodio nel modo che segue.

 

Chi, dei tre personaggi, avrebbe mai potuto supporre che a distanza di quasi cinque secoli uno qualunque, per giunta del profondo sud, li avrebbe messi alla berlina? Se fossi vissuto al loro tempo, forse  avrei rischiato seriamente la vita. Oggi non mi sentirei di escludere che qualche loro discendente idiota (il fenomeno si verifica spesso tra i cosiddetti nobili o sedicenti tali …) possa pensare di lavare con una querela l’onta familiare subita.

                                                     

GALLERIA D’IMMAGINI

1 Ferrante I Gonzaga in un’incisione di Martino Rota (del 1536-1546) custodita nella Kunstsammlungen der Veste a Coburg

2 Ferrante I Gonzaga in un incisione del 1600-1604 circa di  Dominicus Custos custodita nel Rijksmuseum ad Amsterdam

3 Carlo V in un’incisione del 1644 di Peter Soutman custodita nella Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel

 

4 Carlo V in una tavola tratta da Emanuel  Van Meteren, Historie der Neder-landscher ende haerder na-buren oorlogen ende geschiedenissen …, Hillebrant Iacobssz van Wouw, . ‘s Graven-Haghe, 1614

 

5 Carlo V in un’incisione del 1600 di Philips  Gale custodita nel Plantin-Moretusmuseum ad Anversa

13b

6 Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco in un’incisione del 1845 circa di Camillo Alabern custodita nella Biblioteca nazionale di Spagna

7 Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco in un’incisione di José Gomez y Navia (1757-1812) custodita nella Biblioteca Nazionale del Portogallo

 

8 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una tavola tratta da Emanuel  Van Meteren, Historie der Neder-landscher ende haerder na-buren oorlogen ende geschiedenissen …, Hillebrant Iacobssz van Wouw, . ‘s Graven-Haghe, 1614


9 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1650 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

10 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1692 custodita nella Biblioteca nazionale di Spagna

 

11 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1750 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

 

12 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1750 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

 

13 Giulio III in una tavola tratta da Onofrio Panvinio, XXVII pontificum maximorum elogia et imagines, Antoine Lafréry, Roma, 1568

 

14 Stemma di Pedro Pacheco de Villena in una tavola tratta da Martin de Ximena Jurarado, Catalogo de los obispos de las iglesias catedrales de la diocesi de Jaen, s. n., Madrid, 1564

Carpignano Salentino. Il Santuario della Madonna della Grotta

Carpignano Salentino (Le), Santuario della Madonna della Grotta (XVI sec.), veduta d’insieme del fianco sud-ovest rivolto verso il paese – (ph Sandro Montinaro)

Carpignano Salentino, 2 luglio 1568.

Il Santuario della Madonna della Grotta, un prezioso scrigno di fede e di arte del Salento

di Sandro Montinaro

Se i primi di luglio vi capita di passare per Carpignano Salentino non perdete l’occasione per rendere omaggio alla Madonna della Grotta e visitare l’omonimo santuario, eretto nel XVI secolo, appena fuori paese, in contrada Cacorzo, sulla strada che porta a Borgagne.

La tradizione orale, trasmessa fino ai nostri giorni, vuole che il 2 luglio del 1568 al vecchio Frangisco Vincenti, detto Lo Pace – effettivamente vissuto – rifugiatosi per un temporale in una delle grotte presso Cacorzo, apparve in sogno una bella signora con un bambino in braccio che gli disse:

 Io sono la Madre di Dio e questo è il mio figlio diletto.

Qui in questa grotta, io voglio tempio ed altare, ove sia invocato il nome mio: prometto protezione.

Il giorno seguente fra le macerie della grotta, nei pressi fu ritrovata una raffigurazione bizantina della Vergine.

Il contesto in cui si inserisce il nostro santuario, pur se tipicamente salentino, è impreziosito dalla quattrocentesca torre colombaia e dalla presenza di numerose grotte, alcune delle quali trasformate nel corso del tempo nelle utilissime ma desuete neviere.

Sulla cripta, già dedicata a San Giovanni Battista, fu realizzato il nostro santuario per volontà di Annibale Di Capua († 2-IX-1595), allora abate, che una promettente carriera ecclesiastica avrebbe poi portato alla nomina di arcivescovo di Napoli (1579), quindi nunzio a Praga (1576), a Venezia (1577-1578) e in Polonia (1586).

Annibale, figlio di Vincenzo Di Capua, terzo duca di Termoli, e della nipote

Carpignano Salentino. Il Santuario della Madonna della Grotta

Carpignano Salentino (Le), Santuario della Madonna della Grotta (XVI sec.), veduta d'insieme del fianco sud-ovest rivolto verso il paese - (ph Sandro Montinaro)

Carpignano Salentino, 2 luglio 1568.

Il Santuario della Madonna della Grotta, un prezioso scrigno di fede e di arte del Salento

di Sandro Montinaro

Se i primi di luglio vi capita di passare per Carpignano Salentino non perdete l’occasione per rendere omaggio alla Madonna della Grotta e visitare l’omonimo santuario, eretto nel XVI secolo, appena fuori paese, in contrada Cacorzo, sulla strada che porta a Borgagne.

La tradizione orale, trasmessa fino ai nostri giorni, vuole che il 2 luglio del 1568 al vecchio Frangisco Vincenti, detto Lo Pace – effettivamente vissuto – rifugiatosi per un temporale in una delle grotte presso Cacorzo, apparve in sogno una bella signora con un bambino in braccio che gli disse:

 Io sono la Madre di Dio e questo è il mio figlio diletto.

Qui in questa grotta, io voglio tempio ed altare, ove sia invocato il nome mio: prometto protezione.

Il giorno seguente fra le macerie della grotta, nei pressi fu ritrovata una raffigurazione bizantina della Vergine.

Il contesto in cui si inserisce il nostro santuario, pur se tipicamente salentino, è impreziosito dalla quattrocentesca torre colombaia e dalla presenza di numerose grotte, alcune delle quali trasformate nel corso del tempo nelle utilissime ma desuete neviere.

Sulla cripta, già dedicata a San Giovanni Battista, fu realizzato il nostro santuario per volontà di Annibale Di Capua († 2-IX-1595), allora abate, che una promettente carriera ecclesiastica avrebbe poi portato alla nomina di arcivescovo di Napoli (1579), quindi nunzio a Praga (1576), a Venezia (1577-1578) e in Polonia (1586).

Annibale, figlio di Vincenzo Di Capua, terzo duca di Termoli, e della nipote

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