La petra ia (la pietra viva): breve racconto della sua lunghissima storia

di Armando Polito

Cominciamo dal secondo componente del nome, visto che il primo dialettale (petra) offre solo l’opportunità di far notare la conservazione dell’originaria forma latina (petra) rispetto alla corrispondente italiana (pietra). Per ia/viva, dopo aver notato che la forma dialettale ha comportato prima l’aferesi e poi la sincope di v (credo sia un record …) ci si chiede il perché di questa qualifica. La risposta più immediata nasce per contrasto, per cui tenderemmo a definire in prima battuta pietra viva una pietra che si contrappone per la sua notevole durezza (e la nostra ha questa caratteristica) ad un’altra che lo è molto meno e che per la sua friabilità potremmo virtualmente definire morta.

Se, però, cerchiamo il nesso in testi del passato questa certezza che appare, è il caso di dire …, granitica, incontra qualche dubbio. Per fare più presto e per evitare errori di trascrizione riporto i brani che ci interessano in formato immagine e lascio al lettore ogni conclusione.

Dizionario della lingua italiana, Fratelli Vignozzi e Nipote, Livorno, 1839; lemma VIVO:


Niccolò Tommaseo, Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, Reina, Milano, 1852:

Vittorio di Sant’Albino, Gran dizionario piemontese-italiano, Società l’unione Tipografico-Editrice, Torino, 1859:

Per poter rendere conto della serie di immagini proposta all’inizio debbo mettere in campo un sinonimo di pietra viva e questa volta, con buona pace dell’inglese spesso troppo frettolosamente privilegiato per una talora solo presunta maggiore sinteticità, si tratta di un’altra parola italiana: selce. A parte selciare e selciato, non sembrano esserci altri suoi figli, ma, se si pensa che selce è dal latino sìlice(m), appare come d’incanto una serie cospicua di parenti, che qui riporto in ordine alfabetico,cominciando dal capostipite (sìlice)

silice, siliceo, silicico, silicio, silicizzare, siliconare, silicone, siliconico, silicosi    

Lascio al lettore il compito di trovare, se lo vuole, il loro esatto significato su un vocabolario, e il loro nesso con le immagini proposte, tra le quali solo l’ultima ha bisogno di un’indicazione in più: è la prova radiografica di un caso di silicosi, mentre per la quartultima il marchio sul tubetto non compare per evitare qualsiasi forma di pubblicità occulta. A questo punto non mi meraviglierei di trovare prima o poi la mia email intasata di mirabolanti offerte di sigillanti e affini, non escludendo la possibilità che lo stesso marchio mi offra il sigillante per il bagno e la protesi per rifarmi il seno (che fa il pari con la proposta, pervenutami pochi giorni fa,  di conseguire privatamente  la laurea in lettere in tempi brevi e con un tutor a mia completa disposizione … ci mancava solo l’esame per teletrasporto).

Comunque, laddove il collegamento non dovesse risultare agevole, sono sempre ansiosamente pronto per ogni chiarimento: basta una semplice richiesta tramite lo spazio dedicato ai commenti.

Possiamo in conclusione ben dire che la pietra viva ci ha accompagnato costantemente nella nostra avventura storica sulla terra: dall’uomo della caverne ai pc, ai pannelli solari. Non vorrei però che qualcuno (questa volta il maschilismo grammaticale ancora imperante potrebbe far comodo e non schifo a qualche esponente del sesso cosiddetto gentile …) che non si rassegna al trascorrere inesorabile del tempo oppure è disposto a rinunciare alla propria, non sgradevole originalità fisica (per quella psichica, purtroppo per lui, non c’è niente da fare …) e nel contempo a correre il rischio abbastanza elevato  di risultati grotteschi, pensasse a questo punto che la protesi di silicone che gli hanno inserito nel seno o la stessa sostanza che gli hanno iniettato nelle labbra o in qualche altra parte del suo corpo sia, in fondo, viva, come la pietra che mi ha ispirato il post di oggi …

Per il resto rinvio a  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/13/la-chianca/.

Gli Ulivi e la Pietra

ulivo, muri a secco

GLI ULIVI E LA PIETRA. SALENTO E BAROCCO  LECCESE NELLA PROSPETTIVA UNESCO

A LECCE  E TARANTO UN CONVEGNO DI STUDIOSI E  DI LIONS DI PUGLIA

di Ermanno Inguscio

Grande fermento in tutto il Salento in una due giorni, il 25 e 26 novembre 2015, dedicata allo studio della pietra leccese e alla tutela dei secolari ulivi salentini, promossa dai Soci Lions di Puglia, su iniziativa di Raffaele Cazzetta, presidente dell’Associazione Olivi secolari e del lions Club di Maglie. Il tema: Gli Ulivi e la Pietra. Salento e Barocco leccese nella prospettiva UNESCO”, è stato annunciato sui maggiori organi di stampa e sui TG di Rai3 Regione.

L’evento s’è svolto tra Lecce (presso le Officine Cantelmo) e Taranto, in un albergo cittadino. Il sindaco di Lecce, Paolo Perrone, in una sua intervista, ha sottolineato la necessità del coinvolgimento dell’intero Salento sul tema della iscrizione all’ UNESCO del Bene culturale “pietra leccese e ulivi secolari”, pena l’inefficacia di uno sforzo di natura sinergica fatto sul territorio. Proprio vero, infatti. Un analogo tentativo fu compiuto in tal senso nel 2006 dal sindaco dell’epoca, on. Adriana Poli Bortone, concluso con un nulla di fatto. Tutto si dissolse tra i meandri della burocrazia.

Da canto loro i Lions di Puglia, con la presenza del Governatore del Distretto, dr. Alessandro Mastrorilli ed un Vicegovernatore, prof. Francesco Antico, hanno coinvolto  alle giornate di studio centinaia di imprenditori e professionisti provenienti dalle zone di Brindisi, di Fasano, di Lecce, di Maglie, di Casarano, di Gallipoli, di Castellaneta, di Grottaglie e di Manduria. A relazionare nel Salone leccese delle Officine Cantelmo il prof, Mino Ianne dell’Università di Bari, l’avv. Giorgia Marrocco (Centro Studi Tecné) e la prof.ssa Tatiana Kirova (Università di Torino), membro permanente del CIVVIH-ICOMOS dell’UNESCO.

Grande attenzione è stata prestata dall’uditorio proveniente dalle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto alla prima relazione di Mino Ianne, che ha parlato sul tema :”Ambiente e paesaggio storico-antropologico del Salento”, alla seconda tenuta da Giorgia Marrocco  sul tema “La pietra leccese fra tradizione e innovazione”, e soprattutto alla terza,la relazione  di Tatiana Kirova, tema “Il Salento tra i siti UNESCO: le possibilità concrete”. Se, infatti, grande affidamento, a detta dell’organizzatore Raffaele Cazzetta, si fa nella esperta guida della prof.ssa Tatiana Kirova per il lavoro preparatorio per l’iscrizione del sito salentino ai Beni UNESCO entro il 2017, l’aspetto cruciale consisterà nell’approntare un Piano sinergico di autofinanziamento, una volta raggiunta l’iscrizione, per ogni attività che si intenderà programmare in maniera continuativa sul territorio con possibilità concrete di occupazione giovanile  in questo lembo di terra  tra lo Jonio e l’Adriatico. Una sfida ardua, ma non impossibile.

Tanto vale riprovarci, questa volta con feroce determinazione. Ed è ciò che è stato con chiarezza ricordato agli astanti nelle puntuali conclusioni dell’avv. Raffaele Coppola.

I tufi di Puglia

di Angelo Micello

La Puglia è una monotona distesa di calcari e di una infinita varietà di pietre derivate dalla disgregazione del calcare principale, dette calcareniti. Duri e marmorei i primi, tenere e porose le seconde.

I piccoli granelli di calcare, staccatisi dal banco compatto per diversi fattori (erosione, gelo, ecc..) sedimentati generalmente in ambienti marini e consolidati da leganti carbonatici, riacquistavano nuovamente una discreta consistenza. A seconda della quantità e qualità del legante, dalla durezza e pulizia dei granuli sedimentati e della differente porosità dello strato consolidato si riscontrano famiglie di calcareniti con caratteristiche geotecniche molto differenti.

Si passa da pietre mazzare o carparine, anche difficili da cavare e tagliare a misura, alle calcareniti medie (diffuse su buona parte della Puglia) fino a quella consistenza che sconfina con le sabbie vere e proprie che , appena portate in superficie, si disfano alla pioggia e al vento in pochi anni. Queste ultime le potete riconoscete guardando per esempio i muretti di campagna tra Uggiano ed Otranto sempre in eterno sfarinamento.

Non sempre la calcarenite presenta una consistenza omogenea. Lo strato consolidato può avere stratificazioni con differenti caratteristiche visibili a occhio nudo. E non sempre l’area di affioramento del banco omogeneo è sufficientemente estesa. Là dove lo strato consolidato omogeneo è sufficentemente profondo e di buona estensione, in quel posto è nata sicuramente una cava. Da piccole cave aperte per ricavarci i conci per recintare il fondo o farci il piccolo ricovero di campagna o la volta della cisterna, alle cave he hanno fornito pietra ad una intera città o a tutta una provincia. I segni delle cave nel territorio sono diversissimi. Dai segni appena impercettibili dei tagli per estrarre pochi conci, alle microcave diffuse, in genere in parte rinterrate, fino ad arrivare alle spettacolari buche nel terreno delle cave di produzione vere e proprie. Tutte comunque venivano chiamate tagliate (tajate, tagghiate, ecc..) perchè il tufo appunto si tagliava. Ci sono strati che presentano migliori capacità tecniche scendendo di profondità e allora la cava è profonda, sembra quasi non fermarsi mai.  Oppure addirittura sotterranea. Se invece lo strato migliore era in superficie l’aspetto finale è una cava estesa diffusa nel territorio. I conci, filati a mano sui tre lati con la punta sottile del piccone (zoccu, pico, zappune), ecc.  e poi scalzati da sotto con la lama larga, venivano tirati su a mano o al massimo con l’argano in legno (spitu) o in ferro.  Fino all’avvento del motore a combustione nessun mezzo a traino animale era capace di tirare su un carico di conci dal fondo della cava. Per questo i  percorsi dei traini (tràini) sono rimasti invariati per millenni. Dalle cave agli abitati il percorso era quello e solo quello, col minimo di pendenza perchè il tiro dei cavalli o delle vacche non poteva superare grossi dislivelli. Su queste strade, ovviamente anch’esse di calcarenite, i passaggi delle ruote e degli zoccoli formavano veri e propri binari (cazzature) incassati da cui era impossibile deviare.  Sulla  vecchia via tra Ortelle e Poggiardo ormai il traino scompariva dalla vista infossandosi completamente. Al centro il solco degli zoccoli, sui lati quelli delle ruote, a mezza altezza la risega dei mozzi che strisciavano ormai per terra.

L’enorme base calcarea e calcarenitica ha condizionato l’intero assetto idrogeomorfologico della Puglia. Dal regime delle acque superficiali pressoché assenti, al carsismo sotterraneo, alla civiltà ipogea e la cultura dello sfruttamento delle risorse locali.

L’attività di cavare la pietra tenera da taglio è antichissima.  Dal VIII secolo avanti Cristo in poi l’uomo ha cominciato ad abbandonare i ricoveri in legno e a cominciare a costruire i ricoveri con la pietra. L’avvento del ferro ha consentito il taglio estensivo del banco tufaceo e la produzione di conci sempre più regolari. In alcuni affioramenti sono ancora conservati i tagli di cave di epoca messapica. Nella foto  sotto si vendono i segni di una antica attività estrattiva.

Le pezzature del periodo messapico (ellenistico) sono caratterizzate da dimensioni notevoli.  Blocchi di 50×60x180cm erano lo standard per la costruzione delle mura di cinta delle città fortificate di Muro Leccese, Ugento, Vaste, Castro, Manduria, Cavallino e altre città messapiche. Ancora più grossi sono i conci del Cisternale di Vitigliano. Immensi i blocchi spartani di Taranto, che Virgilio dice posati dal mitico Ercole in persona.

La Puglia non ha mai avuto il gusto della pietra irregolare. Quella al massimo era buona per i muretti di campagna. L’arte messapica e poi romana e l’abbondante disponibilità di tufi hanno creato nei secoli maestranze sopraffine, col gusto dell’assetto, della taglia, dell’immorsatura, dell’intaglio, fino a complicarsi l’esercizio muratorio con le tipiche  facciate barocche o le volte in muratura dette appunto alla leccese.

Della cava non si buttava via nulla.  La polvere del tufo prodotto  dagli infiniti tagli, vagliata ai farnari o alle rezze, si usava per le malte (malte di calce).  Le pezzature strane andavano in fondazione, i conci rotti, a volte impastati col bolo (argille fini con poca calce) riempivano i rinfianchi delle volte o i sacchi interni delle murature più spesse. Era una tecnica derivata dalle fortificazioni aragonesi che associavano un paramento esterno in conci ben squadrati e un nucleo spesso a volte anche molti metri di un conglomerato impastato formato da pietrame, argille rosse finissime (bolo, boliu, ec..) e calce bastarda. Una volta asciugato e cementato diventava monolitico e aveva la giusta plasticità per assorbire senza danni i colpi di cannone. Essendo monolitico non generava spinte laterali e in molti ruderi medievali è più facile che si sia conservato questo nucleo di pietrame che non la facciata esterna di conci squadrati, già crollata da tempo.  Contrariamente a quanto si pensa, se la pietra delle facciate non era eccezionale, anche i castelli e le torri erano intonacate e scialbate a calce. Nel nostro immaginario il castello è fatto di dura pietra mentre molto spesso la pietra più dura era riservata ai soli cantoni, ai decori e alle merlature. Il resto era molto più arrangiato ed economico e spesso intonacato.

Quando mi trovo ad operare in zone agricole, cerco sempre di leggere i segni più apparenti del paesaggio per capirne la natura profonda. Dal tipo di terreno agricolo, se rosso, chiaro, compatto, argilloso, dalla vigoria e dalla taglia degli  alberi piantati, dalla presenza di cisterne scavate e infine dai muri di cinta. I muri raccontano come un libro aperto la caratteristica del terreno. Se non ci sono muri sui confini ci si deve aspettare che lo strato roccioso sia profondo o inesistente a profondità accettabili per la cavatura. Se i muretti sono fatti con pietrame informe la roccia calcarenitica è spesso affiorante o poco profonda, ma non buona a cavarsi perchè non omogenea e facile a spezzarsi. Se sui muri di cinta noto dei grossi blocchi quasi regolari allora in quei fondi o in quelli vicini si è cavato. Spesso si è cavato senza la certezza assoluta di trovare un banco omogeneo e compatto. Si tirava via lo strato superiore (spesso più compatto e tenace, ma non sempre) per esplorare le linee di cava inferiori e di quei primi strati superiori si tiravano fuori velocemente grossi blocchi molto pesanti. Non importava la taglia, la modularità o il peso, venivano velocemente portati sui confini del fondo e allineati in piedi in fila indiana per lungo o per corto. Dalle mie parti quel tipo di concio è chiamato “pentime” e con pentime si indica sempre un concio esagerato fuori misura.

Foto di Carlo Mariano da Picasa Web – Salento

Spesso, sotto il primo cappellaccio nervoso, disomogeneo o venato di durissima calcite, non si trovava il tesoro sperato e la cava veniva abbandonata. Quei cappellacci compatti, quasi dei lastroni di cemento, scalzati e posizionati su altri lastroni hanno formato i dolmen. Per questo i dolmen si addensano su parti ben precise del territorio pugliese, proprio là dove la chiancara è affiorante, distinguibile e già naturalmente scollata dal fondo sottostante. Se il lastrone è pure leggermente sollevato rispetto al terreno, nello strato tenero inferiore ci fanno le tane le milogne (i tassi) o le volpi che vi allargano le filature della roccia e creano dei sistemi di tane con più ingressi e ambienti. Quei fondi spesso prendono il toponimo di “rutte” o “rutticeddrhe”.

La stratificazione e il consolidamento quasi orizzontale nelle acque marine determina dei possibili piani di scollamento ben definiti. Se i lastroni dei dolmen si scollano per dimensioni importanti e per spessori considerevoli, ci sono altre calcareniti, che come la più famosa ardesia, si spaccano in sottili lastre e si usano per rivestire pareti o pavimentare spazi esterni. La più famosa è la pietra a spacco di Alessano, un centro del Basso Salento che dal punto geologico presenta singolari eccellenze. La pietra a spacco di Alessano è la più tenera delle lastre con cui si confronta sul mercato. E’ molto più tenera del porfido o della scorsa di Trani, e viene ancora estratta a mano da volenterosi contadini sulla serra di Alessano che scollano gli strati affioranti e li vendono al quintale.

La proprietà di rompersi secondo un determinato piano, in Geologia è detta clinaggio e le lastre di Alessano si scollano in spessori anche di pochi centimetri sul piano orizzontale, quello appunto di sedimentazione. Il porfido si rompe su ben tre piani tra loro ortogonali (e per questo è facile farci i cubetti dei sanpietrini), e proprio più avanti sulla cresta della serra di Alessano che scollina sul paese di Acquarica è facile vedere calcareniti  compatte rotte in tanti piccoli parallelepipedi quasi regolari. Sono fratturazioni da stress che caratterizzano le pietre più dure e che spesso si osservano proprio nei banci di calcare vero e proprio. Le ho osservate anche sulle strade ad ovest di Spongano, sulla Corigliano-Galatina, e sulla costa di Porto Cesareo e nei lunghi viaggi per Bari dove il calcare o la calcarenite più dura si affacciano spesso  sulla statale.  E’ grazie al clinaggio che è possibile ricavare le sottili lastre che coprono i trulli della Valle d’Itria. Anche questa è terra di buoni calcari: qui si cava e si vende  per esempio la pietra di Cisternino.

Ogni provincia ha le sue cave: Cisternino, Fracagnano, Taranto, Massafra, Lecce, Ugento, Acquarica, Alessano, Fasano, Mottola, Grottaglie, Lizzano, Palagianello, Gravina, Montemesola, Monopoli, Castellaneta, Spinazzola, Copertino, Portocesareo, Gallipoli, Cutrofiano e Canosa. Con queste cave si è costruita mezza Puglia. Le pietre dure (calcaree) hanno il loro regno al nord nel tranese e nella foggiana Apricena. Nel Basso Salento sono famosi i calcari scuri di Soleto, quelli bianchi porcellanei di Castro e Santa Cesarea Terme. Ma è più facile che i nuovi basolati che vanno ricoprendo le piazze della Puglia siano fatti da una delle tante varianti di pietra di Apricena che i tranesi vendono ancora con la vecchia denominazione di pietra di Trani.

Tornando alle nostre calcareniti, che volgarmente usiamo chiamare tufi, e i più pignoli tufi calcarei per distinguerli dai tufi veri e propri che sono propriamente di origine vulcanica e risultano dalla compattazione dei lapilli e delle ceneri vulcaniche (diffuse nel Lazio e in Campania), le cave che ho avuto modo di visitare sono tutte nel Basso Salento. In particolare le cave di Matine che molti confondono col paese di Matino, ma che in realtà è una località a nord di Alessano e che ha fornito all’edilizia una delle pietre più sfruttate per ogni bisogno. Gialla, dura ma ancora lavorabile al taglio della mannara per farci i conci sagomati delle volte (mpise e petre lamie). Sono rimaste poche cave, quasi tutte a conduzione familiare, e per assurdo la pietra superiore rossiccia è quella più apprezzata dalla clientela. Prima la si scartava, non piaceva ai muratori e si passava velocemente alle taglie inferiori più dure e giustamente colorate.

Scollinata la serra di Alessano si ritrovavano le cave a nord di Acquarica. Oggi sembrano un paesaggio lunare. Tanti piccole cave di scarsa profondità a cercare la pietra che valeva la pena tagliare, sperando di cacciare il pezzo da vendere intero dopo tanta fatica a filarlo. I più vecchi per dare del testardo a qualcuno usano dire che aveva la testa dura come la pietra di Acquarica. A noi, cresciuti sulla roccia viva di Castro e Santa Cesarea, non sembrava poi un’offesa tanto grave. Ad Ugento ancora si cava su poche aree ma con una certa professionalità. I proprietari sono dei cavatori storici. Sono le famiglie di Taurisano che coltivano anche le cave sulla Alezio-Gallipoli, le famosissime cave della località Madre Grazia, il più bel carparo in assoluto della Puglia. E’ tanto bello che non lo si vende più a conci, viene tagliato in fette sottili per rivesterire con lo stesso concio quanta più parete possibile. E’ ricercato da artisti e artigiani per farci qualunque cosa. Le pietre di Matine, Acquarica e Ugento si assomigliano, sono gialle e carparine, ma rozze, mentre il Madre Grazie tanto è duro, omogeno e perfetto da sembrare quasi finto.

L’attività dei cavatori non è monopolio dell’interno della penisola. Tracce di cave si trovano anche sulle scogliere carparine ( Torre dell’Orso, Santa Cesarea, ecc.) dove si possono vedere i segni del piccone anche mezzo metro sotto il livello del mare. Dove la calcarenite prende il posto del calcare sulla linea del mare lo spettacolo è assicurato. L’erosione diventa più capricciosa formando falesie, scogli, grotte come nel Gargano, Torre dell’Orso, Porto Miggiano.

Troverete molte descrizioni di varietà e sottovarietà dei tufi calcarei salentini, quello da sapere è che alla fine il muratore faceva solo tre distinzioni pratiche.

La pietra mazzara, quasi un dispregiativo, una iattura da lavorare. La macchina quadratufi si piantava, la mannara, quell’ascia a doppio taglio col manico curvato per non ferirsi le nocche delle mani, anche se usata dal lato del filo più piccolo, faceva solo fumo e scintille. Si teneva da parte per infilarlo intero da qualche parte o per farci qualche rinforzo dove le pressioni nelle murature erano più elevate. E mazzaro finì che divenne l’epiteto che si dava alle persone gravi, poco sensibili, rozze. Era raro che si cavasse e quasi scartato all’origine. Solo l’avvento delle macchine da taglio con motore elettrico nelle cave permetteva di continuare il taglio regolare delle bancate anche passando attraverso strati di pietra mazzara.

La pietra carpara era la pietra di eccellenza per la costruzione. Robusta ma ancora lavorabile. Proprio perchè dura era possibile estrarla in conci molto lunghi. La lunghezza del concio è un fattore estremamente importate nell’arte muratoria. Più è lungo il concio, e maggiore è il meccanismo di ingranaggio per attrito che si crea tra i vari filari. Quasi una tirantatura naturale che coi modesti conci dei tagli attuali non è più possibile ottenere. Chi costruisce oggi in muratura, specie le volte, è costretto a tirantare tutto con pilastri e cordoli di calcestruzzo armato.  Un concio di carparo può arrivare anche alla lunghezza di 4 palmi, quasi un metro. Questi pezzi speciali si usavano per ante sulle porte, per legare angoli, aggettare sbalzi. I menhir sono il monumento alla calcarenite cavata. Un concio medio sui 3 palmi pesa 70 chili e se bagnato anche di più, e  potete capire perchè le scale dei muraturi sono così buffe  coi loro scalini stretti stretti. Un passo alla volta per salire di pochi centimetri senza piegare troppo i muscoli delle gambe. Un manipolo ne tirava su centinaia al giorno, caricandoseli da solo sulla spalla. Li lasciava sulla muratura in costruzione, in fila davanti al  suo maestro. Il maestro era la cucchiara e il suo sforzo non era da meno. Calare quei conci coi soli muscoli delle braccia o dei polsi su ponti di  legno aggiustati alla buona era proprio da maestri.  L’occhio era importante.  Se si dosava la giusta quantità di malta  alla  calata del pezzo bastavano poi pochi colpi di martello pesante per piombarlo e assettarlo. Se le cose andavano male bisognava tiralo su in qualche modo e rimediare. I polpastrelli alla sera erano un misto di calli e sangue. Il carparo non si taglia alla sega. I più teneri, se non contenevano fossili,  si potevano accorciare alla misura col serracchio a due mani, ma più spesso era la mannara a fare la misura. Dopo l’intacca continua sul contorno, il colpo definitivo per lo spacco e poi la rifinitura a squadro della testa.

La peculiarità dei prospetti in pietra carpara era quella di poter rimanere a vista, e di poter essere anche scalpellata per fare ornati anche se più grossolani di altre pietra da scalpello. Molte chiese salentine hanno i prospetti principali e secondari a facciavista. Il carparo, ben accostato, difficilmente faceva passare le acque di pioggia e dopo un po’ si impermeabilizzava completamente con la formazione di uno strato superficiale di muffe ed efflorescenze. Un buon carparo resisteva senza problemi all’erosione dei venti. Il carparo esposto alla pioggia si antica virando sul grigio perdendo il colore originario.

Al livello più basso di durezza della pietra da cantiere era quella tenera, quella sola che il muratore chiamava col termine tufo. Le cave per antonomasia erano quelle di Cutrofiano nel leccese e di Fracagnano nel tarantino. Due pietre quasi simili, bianche, tenere, buone per farci le tramezzature interne o i conci sagomati delle volte. Negli anni settanta si cominciò ad usarlo anche sugli esterni, ma richiedeva per forza l’intonacatura. Negli anni ottanta le cave ipogee di Cutrofiano quasi smisero di produrre e i tufi furono garantiti dalla pietra appena un po più dura di Fracagnano. La pietra, bianca,  è tenerissima, segabile e addirittura gli aggiustamenti di pochi centimetri si potevano fare con la raspa (striglia). Spesso la presenza di fossili (gusci di molluschi, conchiglie, ecc.) ne deprezzava proprio questa caratteristica. I valori geotecnici si riducevano di molto, la pietra lasciata all’esterno senza protezione poteva anche erodersi in breve tempo,  ma la lavorabilità era ineguagliabile.

Una famosissima calcarenite è anche la Pietra Leccese o Pietra di Cursi, il liccisu (o liccisa). Contiene un po’ di marne nella pasta finissima e omogenea e si presta a molte lavorazioni particolari. Essendo conosciutissima per i lavori artistici di molte case, palazzi e chiese salentine,   non mi dilungo sulla sua descrizione.

La struttura di una costruzione poteve essere mista. Pietrame poco squadrato, messo di coltello (di punta, di testa, di taglio, ecc.) serviva per la parte in fondazione. Costava qualcosa meno e fino a pochi decenni fa era ancora possibile trovare un prezzo più basso per questi murature nei contratti edili. Oggi costa tutto uguale perchè i conci, anche quelle artificiali, sono tutti selezionati. La struttura portante poteva essere in qualunque tipo di tufo calcareo, dipendeva molto dalla prossimità delle cave  e dal tipo di pietra che vi veniva cavata. A Lecce o nella Grecia Salentina, vista l’abbondanza quasi esclusiva di Pietra Leccese, si costruiva interamente in pietra leccese. Fondazioni, murature, volte e opere di decoro. Più ci si allontanava dalle cave di pietra leccese (liccisu) e più ne diminuiva l’impiego. Solo le committenze più ricche potevano inviare i traini per chilometri a prendere i blocchi della pietra da scalpello per eccellenza. Nelle costruzioni più modeste ci si limitava ai pochi decori e spesso venivano imitati pure con pietre più povere. Indispensabile e diffusissima era la lastra (chianca) di Pietra Leccese o di Cursi (due grossi bacini di affioramento della calcarenite marnosa)  che veniva ricavata col taglio a sega dal concio base delle dimensioni di 25×35×50 cm circa. Se ne ricavavano quattro, cinque o sei per concio secondo lo spessore desiderato.  Le più spesse potevano essere usate per pavimenti interni. Subivano molto l’abrasione, si consumavano moltissimo lungo le zone di passaggio e si pulivano male. Quando arrivò il cemento furono sostituite quasi integralmente dai massetti di cemento più o meno artistici (seminati, alla veneziana, ecc..).  Sopravvivono solo alcuni esempi di pavimenti di chianche in alcune vecchie case in genere non utilizzate o ristrutturate da moltissimi anni. Oggi il pavimento di chianche viene riproposto anche grazie ai trattamenti consolidanti e idrofughi offerti dalla chimica. Lo si può trovare anche perfettamente calibrato per un montaggio senza giunto. Le lastre più sottili impermeabilizzavano le volte delle coperture e il sistema è ancora oggi reputato tra i migliori sistemi di copertura. Le chianche sostituirono  completamente la copertura a cocciopesto (triula), una sorta di intonaco con capacità idraulica (induriva e non si scioglieva in acqua) che ricopriva i cozzi delle volte in muratura. I livellini di pietra leccese sui parapetti delle coperture (petturrate) furono invece un lusso quasi recente.

Il concetto costruttivo alla base era molto semplice. Si ricorreva al concio di migliore resistenza o di dimensioni superiori allo standard  (i due palmi del cosidetto palmatico  di 20×25x50cm ) solo quando era strettamente necessario. Il maestro migliore era quello che realizzava la migliore struttura partendo dalla stessa dote di pietra in cantiere. Perchè a costruire solo con le pietre migliori, selezionate, lunghe e ben squadrate erano bravi tutti. Se i lastroni di pietra leccese  costavano troppo per  coprire un piccolo corridoio ci si ingegnava a realizzarlo a botte con i conci ordinari. Se l’altezza non lo permetteva si ricorrerava alle tecniche della malizia e se proprio non se ne poteva fare a meno solo allora si mandavano i traini alle cave più lontane per avere il concio lungo monolitico.

Potendosi scegliere la pietra di cantiere, di carparo si realizzavano le murature esterne ed interne, che poi si intonacavano o si scialbavano a calce, in pietra leccese le cornici e i fascioni e tutti i decori esterni, pure i lastroni di copertura dei piccoli ambienti e i gradini delle scale. Spesso pure le appese (‘mpise), cioè i primissimi conci delle volte che sopportano le pressioni maggiori e che  era opportuno fossero ricavate da un unico concio più grosso, fuori misura, opportunamente conformato. Di pietra leccese erano spesso i voltini (‘moichi) delle porte e delle finestre. La pietra più tenera si teneva per le volte dove ogni concio andava lungamente sagomato per fatti suoi per potersi inserire in un complesso incastro di volte a crociera con una particolare cuola ellissoidica al centro. Ogni concio poteva avere il suo nome. Cappello di prete era per esempio il concio che terminava l’unghia d’angolo della volta a squadro, ‘Sammureddrhu era il concio finale delle mpise.

La dimensione dei conci si è standardizzata nel periodo aragonese su quasi tutto il meridione. Dall’unità di misura superiore della canna si passava a quella del palmo. Sulle misure dei conci troverete in rete molte indicazioni (parmaticu, piezzottu, curiscia, testa, ecc.) e anche sulla modalità di posa per realizzare le murature (purpitagnu, muraja, de puntu, ecc..)  Anche la tecnica muratoria si è standardizzata nella dominazione spagnola. Se osservate una chiesa seicentesca o un vecchio castello ci trovate già tutti gli elementi tipici delle costruzioni in muratura dei secoli successivi, dalla misura dei conci alla forma delle volte.

Come dicevano all’inizio, l’arte della muratura a sacco si consolida in periodo aragonese. La matrice dell’impasto è formata da una miscela di argille fini selezionate e calce spenta. E’ la stessa composizione della malta dei giunti delle murature e se ne impastava in grandi quantità quando c’era da riempire le intercapedini interne o i rinfianchi delle volte. L’impasto era chiamato murtiere e il termine è rimasto come sinonimo di insozzamento incontrollato. Nell’impasto fresco si accostavano per bene le pietre di ogni pezzatura e forma compattando meglio possibile realizzando una sorta di calcestruzzo ciclopico. Potendo disporne, perchè in Puglia i depositi naturali erano molto scarsi, si aggiungeva pozzolana, un legante idraulico già conosciuto dai Romani. L’impasto una volta consolidato raggiungeva una ottima consistenza e se fatto con la pozzolana o altro legante idraulico poteva anche non sciogliersi più anche se nella muratura o nelle volte ci fossero state infiltrazioni di acqua. La tecnica era notissima ai Romani, anzi già una legge del 105 a.C. la “lex puteolana faciundo”, poneva l’obbligo di rendere idraulica tutta la malta di calce dei riempimenti murari e altre disposizioni successive posero dei limiti allo spessore dei muri a sacco per consentire l’indurimento (carbonatazione) della malta di calce.  Il termine “calcis structum” latino da cui è derivato il termine calcestruzzo indica proprio l’impasto interno alle murature a sacco (murti tunicati).  Sulla chimica delle malte non mi dilungo perchè merita un articolo a parte. Ricordo solo brevemente che il calcare (puro) cotto è il componente esclusivo della calce usata in edilizia e che il moderno calcestruzzo è una miscela intima di argilla e calcare cotti fino a incipiente vetrificazione.  

 Le infiltrazioni di acque all’interno della struttura o del concio sono spesso letali. Tutte le prove di laboratorio dimostrano che la calcarenite perde almeno il 30% delle propria resistenza a compressione e a trazione se bagnata. E pure un pessimo rinfianco fatto solo di argille e pietrame senza consolidante si poteva liquefare con l’intrusione di acqua e ingenerare spinte laterali maggiori di quelle previste. Pure la malta di sola argilla rossa (bolo) poteva liquefarsi e il tutto si trasformava in una pericolosa disarticolazione degli elementi della struttura. Molte costruzioni di campagna, appena non hanno avuto la solita cura dei lastricati e dei prospetti, sono andate in malora. Quasi sempre è proprio il crollo dei rinfianchi a manifestarsi per primo. Nel passato la malta è stato il punto debole delle murature. In origine non serviva per incollare i conci tra loro, ma solo per realizzare uno strato di contatto e di ripartizione delle tensioni tra un concio e l’altro. Se due conci dovessero poggiare soltanto su pochi punti di contatto la rottura dei due conci sotto i carchi sovrastanti è inevitabile. Per questo si stendeva un feltro di qualunque cosa, terra rossa, tufo o malta di calce vera e propria.

Le malte avevano caratteristiche tecniche inferiori ai conci e per questo la presenza di uno strato troppo grosso di malta (o terra) riduceva la capacità portante della muratura nel suo insieme. L’unico modo per ovviare al deprezzamento statico della muratura era curare la planarità delle facce e l’accostamento accurato dei giunti fino a ridurli a uno spessore di pochi millimetri. Nelle costruzioni in pietra calcarea o in pietra leccese, dove la scelta di un ottimo materiale di base denotava fin dall’inizio il bisogno di ottenere una muratura di capacità medio-alte, il filo del giunto è appena visibile. Questo richiedeva dimensioni perfette dei conci (alla taglia) e la posa in opera con maestria. Tutti noi sappiamo quale è il termine che indica la malta nel dialetto salentino, ma se questa aggiustava le cose in qualche modo, compensando la scarsa qualità dimensionale dei conci o l’imperizia del muratore, la presenza di grossi giunti squalificava di molto l’opera. Nei primi decenni del secolo passato una delle prove per accettare l’opera era quella di infilare un coltellino nei giunti e regolarsi di conseguenza circa la profondità dello sprofondamento. Con l’avvento del cemento, che pure nelle malte da costruzione si è affermato con molto ritardo, qualunque malta di sabbia e cemento ha capacità superiori alla migliore pietra calcarenitica disponibile e il problema non si pone più.

L’acquisto dei tufi era un momento importante nella vita di un pugliese. Se nel periodo della fanciullezza il padre si premurava di acquistare per il figlio maschio un lotto edificatorio (sidile) alla maggiore età si  cominciava ad accatastare i conci per la futura costruzione. Nell’edilizia dei secoli passati la spesa della muratura in opera era quasi il costo dell’intera casa. Oggi è l’esatto contrario. I conci caricati a mano nella cava e scaricati ancora a mano venivano preventivamente quadrati ad uno ad uno a mano per ridurli alla taglia. Negli anni questo lavoro fu affidato alle quadratufi  e oggi molte cave producono conci perfettamente rettificati già al primo taglio di cava.

“tagliate” dismesse in territorio di Nardò

L’avvento dei solai piani e la produzione dei blocchi per muratura confezionati col calcestruzzo pressovibrato, poi dei laterizi alveolati e infine dai calcestruzzi alleggeriti o termoisolanti hanno dato un duro colpo all’attività estrattiva dei tufi.  Anche le norme sulla tutela della salute dei lavoratori hannno contribuito a far scomparire dai cantieri il  pesante concio di pietra naturale. Una risorsa, culturale ed economica, che a fronte del danno derivante dalla trasformazione di parte del territorio interessato all’attività estrattiva restava tuttavia ecocompatibile quasi al 100%. Nessun petrolio per cuocerli nessuna discarica speciale per riaccoglierli a fine carriera. Se ancora una casa degli anni cinquanta è possibile demolirla e ricavarci farina di tufo quasi al 100%, le attuali case sono rifiuto speciale al 100%.

Se avete lo sguardo curioso vi sarete accorti che da qualche anno si rivedono in giro nuovamente edifici col rustico realizzato in tufo. Nessun laterizio o blocco di cemento. I loro padroni non sono i soliti nostalgici del passato, ma gente che si è messa a fare bene i conti e ha scoperto che il sedicente progresso costa e non mantiene tutte le promesse. Ma di questo parleremo negli articoli successivi, molto più tecnici e specialistici ai quali questo articolo è solo una veloce premessa.

Terminologia: tajata, filatura, zoccu, pico, zappune, palancu, palamina, cugnu, spitu, nsartu, trozzula, rezza, farnaru, piezzu, cuccettu, pentime, parmu, liccisu, mazzaru, carparu, tufu, tufaru, sapunaru, pilumafu, cuzzaru,  tinciularu, quadrare, basciatura, parmaticu, purpitagnu, muraja, testa, chiamentu, schiamentu, misura, scarciu, vantaggiatu, spalla, marteddrhu, mazzetta, squadru, chianula, brusca, strija, chiummu, rivellu, cucchiara, cardarina, consa, cauce, cimentu, pala, roddrulu, triula, irmice, utticeddrha, sterna, scarda, ligna, corda, taja,  pedimenti, chianca, chiancune, scalune, pede e malizia, arcu e malizia, volta, maddrhotta, a squadru, a spigulu, a utte, cavetta, sammureddrhu, mpisa, cappeddrhu e prete, petre lamie, lamia, liama, mescia, cozzu, chiai, petturrata, rivellinu, mojcu, murtieri, inchimentu,  cazzafitta, traìno, quadratufi, manipulu, frabbicature, mannara,  capicanale.

 

per gentile concessione di Angelo Micello, che si ringrazia per la cortesia. Grati anche a Carlo Mariano per la foto contenuta nell’articolo. L’articolo è stato pubblicato sul blog dello stesso Autore, cui si rimanda: http://www.micello.it/?s=tufi+di+puglia   e su Spicilegia Sallentina n°7.

Salento che lavora. La pietra leccese

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Tarantino & Lotriglia – Sogni in pietra leccese

 

di Gianluca Fedele

 

Chi, come me è salentino non può non conoscere l’azienda Tarantino & Lotriglia; chi lavora di design, a maggior ragione, non è giustificato qualora non fosse mai stato all’interno dell’azienda T&L, in contrada Castellino a Nardò.

Per questo, in una bella giornata di novembre, ho deciso di visitare quei laboratori che ritengo siano tra i più importanti opifici di lavorazione della pietra leccese. Una volta dentro, ciò che ho visto mi ha colto impreparato: alcuni artigiani lavoravano a mano un blocco di pietra, che stava prendendo la forma di un capitello: non era un prodotto industriale ma lavorato con martello e scalpello come una volta!

Giuseppe Tarantino

Questo aspetto non era nel mio immaginario e mi ha piacevolmente impressionato, se non altro perché nella “botteguccia” il tempo pareva essersi fermato lì, su vecchi bozzetti a mano, utensili in legno e persino nella polvere bianca che mi si appiccicava alle scarpe.
Claudio Lotriglia, uno dei proprietari, mi ha subito accolto con fare simpatico e disponibile e si è prestato ad illustrarmi l’attività dell’azienda, rispondendo così ad ogni mia domanda e curiosità.
Mi ha condotto nello show-room dov’erano disposti innumerevoli ornamenti e complementi d’arredo, in carparo e leccese. Mi ha spiegato che l’azienda “Tarantino & Lotriglia” è nata circa venticinque anni or sono, dall’incontro casuale e fortunato fra Mimino Lotriglia, congegnatore meccanico e Giuseppe Tarantino, “mastro” scalpellino di lunga esperienza.

Mimino Lotriglia

Il primo, nasce professionalmente come mobiliere con la ditta “A.M.M.A.”, successivamente congegnatore meccanico presso l’ITALSIDER (oggi ILVA) per 14 anni. Giunto alla fine dell’esperienza lavorativa, ma comunque pieno di energie e voglia di fare, Mimino decide di allestire in un piccolo locale di circa 70mq dove mettere a frutto la preparazione acquisita nel campo della meccanica. Una semplice rimessa diventa presto un laboratorio nel quale Mimino realizza macchinari da taglio atti alla lavorazione della pietra, in particolar modo di tavelle per lastricati solari e cornici.

Caso volle che a pochi metri da Lotriglia abitasse “mesciu Pippi” e che anch’esso, nelle poche ore libere dall’attività edile che svolgeva, si dedicasse in maniera hobbistica alla creazione di manufatti artistici in pietra leccese.

L’incontro tra i due non è difficile da immaginare, ma ha comunque un velo di magia se si considerano le coincidenze; Lotriglia si trova a passare dinanzi all’officina di Tarantino, che a quell’ora è all’interno a scalpellare su una lastra di pietra leccese alla quale dà le fattezze di una cornice,  incuriosito si affaccia scoprendo un brillante “concorrente” al quale chiede informazioni sui prodotti, i metodi di produzione, i quantitativi e le tempistiche di realizzazione, intraprendendo così quella che, da lì a poco, sarebbe stata considerata la più fortunata conversazione nella “Tarantino & Lotriglia s.r.l.”, conclusasi così: <<béh Pì, ndì mintimu a società?>> (béh Giuseppe, creiamo una società?).

il piccolo Ivano Lotriglia nella bottega paterna

Claudio continua il suo racconto, un po’ tramandato e un po’ vissuto, con notevole trasporto ed emozione parlandomi del padre, oramai è venuto a mancare, come una figura a cui lui tutto deve, sia umanamente che professionalmente. Mi descrive i primi anni di attività come una sorta di “assestamento d’impresa”, un periodo di rodaggio nel quale le attrezzature per la lavorazione non erano altro che prototipi congegnati da Mimino per l’occasione. I grossolani prodotti delle macchine venivano poi rifiniti e particolareggiati da Giuseppe che rendeva ad ogni pezzo l’esclusivo valore dell’artigianato. Collaborazione intinta in una sorta di sana competizione tra i due fondatori, continuamente pronti a battibeccare su come affrontare le nuove richieste di lavori, sempre più numerose e sempre più complesse, nell’epoca in cui il “passaparola” era il mezzo pubblicitario più rilevante; agonismo che non intaccava mai la reciproca stima.

Mentre metri e metri cubi di pietra passavano attraverso gli anni dalle mani, questi maestri realizzano che quel passatempo, avviato per svago, era divenuto una realtà professionale più importante delle loro più rosee aspettative iniziali. Per continuare a far fronte al crescendo di richieste bisognava assoldare altre braccia e qui entrarono in gioco i figli, rispettivamente, Claudio e Ivano Lotriglia ed Adriano e Dario Tarantino.

I due capostipiti conoscevano bene le qualità dei loro figli e decisero quindi di impiegare ognuno di essi allo svolgimento di specifiche e definite mansioni che i quattro svolgono tuttora.

Ivano organizza la produzione gestendo la manovalanza, negli anni, sempre più qualificata; Adriano sviluppa gli schemi e gli elaborati tecnico-progettuali, Claudio raccoglie l’eredità del padre, predisposto com’era per lo sviluppo della fabbricazione, inserendo la tecnologia e l’informatica all’interno della ditta; infine Dario che con la sua fantasia professionalmente canalizzata nel disegno e nella scultura, come Giuseppe prima di lui, rende aggraziato l’effetto finale delle sue opere.

Il balzo tecnologico che la società ha compiuto di anno in anno, sino all’utilizzo in tempi recenti di mezzi informatici, ha permesso alla “Tarantino & Lotriglia s.r.l.” di diventare un’importante realtà nel panorama dell’artigianato e dell’industria salentina con i suoi prodotti (cornici, colonne, capitelli balaustre ecc.), adatti a saziare i più svariati gusti architettonici dei progettisti: dal barocco, al moderno e contemporaneo, passando attraverso un’eclettica moltitudine di forme e di esclusivi complementi d’arredo (camini, tavoli, applique, arredo urbano, ecc.). Così l’azienda ha adottato “Industria e Arte per l’Architettura” quale slogan rappresentativo.

Claudio Lotriglia

Oggi l’impresa si muove con professionalità e presenzia a quelle che sono le più esclusive fiere del settore come il SAIE 2 a Bologna o la Fiera del Levante di Bari, oltre che essere presente con autorevolezza in molte rassegne locali. Partecipazioni che hanno traghettato la Tarantino & Lotriglia verso importanti lavori, anche su mercati internazionali; pochi esempi per tutti i diversi rivestimenti esterni inviati a Vancouver (Canada) e complementi d’arredo per Toronto, Portorico, Germania, Grecia e tutto il nord Italia.

Conclusasi la conversazione saluto Claudio e lo ringrazio per l’infinita disponibilità, certo di poter inserire presto loro prodotti all’interno di un mio progetto. Quella che mi è stata raccontata pare essere la storia semplice di sinceri sognatori, ma si respira a pieni polmoni quella forza di volontà e la passione profusa che è intrisa di amore per il proprio territorio e per i prodotti che da esso ne derivano. Una storia vera!

Delle colombe il non volo

di Wlma Vedruccio

Aveva lavorato di fino lo scalpellino e dalla pietra eran nate due colombe, vicine affiatate confidenti, parlavan fitto fitto tutto il giorno, beccavano frutti di pietra e nella notte intrecciavano il respiro.

Intorno a loro angeli, santi e frutti opulenti, tutti immortalati nella pietra, sempre lì, ad ogni ora di ogni giorno del mondo, presenti.

Le due colombe sognavano il mondo infinito, se lo raffiguravan nei dettagli, progettavan viaggi nei giardini d’Eden di cui doveva esser fatto, giardini in cui maturavan frutti uguali a quelli che eran lì da sempre nella pietra, ne immaginavano l’odore, ne prefiguravan i colori stagione dopo stagione.

Gli angeli lì intorno con la loro immobilità e col silenzio, sembravan confermare i sogni, certo non li  contraddicevano. E i passeri che eran lì e poi non c’erano, come i viaggiatori nelle stazioni, accertavano coi loro racconti la presenza dei giardini nel mondo, la ricchezza e la varietà dei frutti, la loro dolcezza, i loro succhi.

Le due colombe eran certe, un giorno avrebbero volato libere nel cielo, avrebber sorvolato i giardini in cui occhieggiavan frutti maturi fra le fronde, avrebber raggiunto le nuvole in cui si nascondevan gli angioli con le piume di vapore per poi rituffarsi nell’azzurro del cielo verso le acque luminose come specchi.

Avrebber conosciuto i luoghi e le genti, di cui da sempre avevan sentito narrare stando immobili in quell’angolo dell’altare. La magnificenza di Dio si sarebbe rivelata ai loro occhi, alle loro ali, in tutti gli odori, nella varietà dei sapori, nella varietà delle forme.

Forse la pioggia avrebbe sciupato le loro piume ma avrebber poi  potuto farsi asciugare dal sole. Certo la tempesta un po’ le spaventava, le spaventava il diluvio ma avevan sentito dire di un’arca e di colombe che portavano pace da oltre il nulla delle acque.

No, senz’altro il mondo di fuori era fatto di mirabilie più che di pericoli.

Presto avrebbero volato.

Intanto continuavano a beccare i frutti di pietra come sempre, e a sognare fra le foglie scolpite nell’altare.

Più di tutto le rapiva il desiderio del firmamento nelle notti, non l’avevan mai veduto, chiuse fra arcate di pietra, pur preziose, lontane da vetrate un po’ opache, non avevan mai guardato gli occhi della notte, la brezza non le aveva mai sfiorate.

Sì, i passeri che dormivan fra le fessure dei finestroni, avevan detto a volte di mille luci lontane ma non avevano saputo spiegare. E le parole antiche, che risuonavan fra le panche, parlavano di “lumi infiniti”, parlavano di “luce”, parlavano di un “ricamo di luce” che Dio aveva fatto, originariamente.

Le colombe conoscevan ricami di pietra, preziosi, con foglie e piume cesellate ma il ricamo di luce non l’avevan mai veduto e di figurarselo non erano capaci. Ma il desiderio, sì, le aveva prese.

E aspettavano.

Aspettavan che lo scalpellino desse i due tre colpi necessari a staccare dalla pietra le ali perchè fossero libere di volare.

Aspettavan ogni ora del giorno, ogni giorno del mondo e nelle notti il desiderio era sospeso nel buio e al mattino tornava a riempire il loro cuore di pietra ed era tanto che quasi lo polverizzava.

Venne infine lo scalpellino, le colombe eran pronte al volo, non avevano paura, anelavano al cielo.

Non vibrarono i colpi che le avrebber rese libere, l’uomo lavorò di fino per ridare loro purezza nelle forme. per ridare il colore della pietra e riparò ferite e rafforzò il legame con l’altare.

Insieme alle impurità della pietra, insieme alle croste, furono grattati via i sogni delle tenere colombe.

L’incantesimo continuò a tenerle lì, senza volo, per sempre.

La pietra leccese a Bucarest

 

di Gianluca Fedele

Nardò, per le potenzialità che possiede, necessita di una serie di trampolini di lancio. Alcuni neretini in diverse occasioni si sono dimostrati sia trampolini che brillanti tuffatori del variegato oceano delle arti e della cultura. Nella rubrica “Neretini da combattimento” del giornale online “Porta di Mare” si legge spesso di concittadini abili e coraggiosi visitatori del mondo, uomini e donne di buona volontà che, armati di coraggio e perseveranza, coscienti delle loro capacità, si spingono in cerca di una fortuna fuori dai confini del territorio natio. A noi che restiamo, ci compiace sentire in un’intervista la frase: “vengo da Nardò, nella Provincia di Lecce”. Noi che restiamo ammiriamo quegli impavidi che ci rimettono del loro per poter avere notorietà e darne altrettanta alla nostra Nardò. Li ammiriamo perché rappresentano lo strumento che fa parlare di noi dovunque, il mezzo utile per avere il nostro appagante tornaconto se a domanda un conoscente risponde:

Santa Croce in Lecce, emblema del barocco

di Teodoro De Cesare

Santa Croce è il monumento simbolo del barocco leccese, è l’edificio che incarna lo spirito artistico dell’architettura nel Salento. La chiesa è famosa per la decorazione ricca e sfarzosa della sua facciata, in particolar modo nella parte superiore.

Non è una chiesa barocca edificata ex novo, essa è stata infatti edificata in epoche precedenti. Si pensa che la sua origine possa risalire addirittura al XIV secolo: i gigli intorno al rosone centrale dovrebbero rappresentare i gigli donati dalla corona di Francia alla popolazione e alla prosperità dei celestini. Quei gigli, dunque, sarebbero un richiamo alla prima fondazione, all’epoca in cui Gualtieri VI di Brienne era conte di Lecce, il quale richiese al vescovo, per conto dei padri celestini, di lasciar ad essi una chiesa di proprietà del vescovo stesso. Il conte volle che la chiesa fosse intitolata a “Santa Maria Annuntiata” e a “San Leonardo confessore”, ma poiché la chiesa era già conosciuta con il nome di Santa Croce, a livello popolare rimase questa titolazione . Gualtieri morì nel 1356 e i lavori furono interrotti; i documenti scarseggiano su una possibile prosecuzione del’opera.

È certo che la chiesa fu nuovamente sottoposta a lavori di costruzione a partire dal 1549 su sollecitazione dei padri celestini. Qui comincia la storia della chiesa che arriverà agli anni della conclusione barocca nella facciata. La ricostruzione della chiesa di santa Croce, dunque, ebbe luogo a partire dal 1549 grazie all’architetto Gabriele Riccardi che ne predispose il progetto. Egli creò la struttura della basilica e compì anche la parte inferiore della facciata, di equilibrio classico e con richiami all’architettura romanica nella cornice ad archetti ciechi. La parete è divisa da sei colonne con capitelli zoomorfi ed è sormontata da un fregio di ispirazione classica. Nel 1606, per opera di Francesco Antonio Zimbalo, si aggiunsero una sorta di protiro a colonne binate su plinti e i due portali laterali. La parte superiore fu eseguita da Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo intorno al 1646. Essa si poggia su una balconata sostenuta da cariatidi zoomorfe o simboliche, la balaustra è composta da 13 putti recanti emblemi. Il grande rosone centrale risente della tradizione romanica ed è circondato da una ricchissima cornice; quattro colonne hanno una decorazione fantasiosa; a queste si affianca il fregio, le cui lettere infrascate caratterizzano il nome dell’abate committente, don Matteo Napolitano ; due colonne sorreggono le statue di san Pietro Celestino e san Benedetto. Tutto è unito da una resa plastica di sfrenata fantasia e libertà inventiva, senza per questo risultare troppo ridondante ed eccessivamente abbondante, infatti la struttura risulta, nella sua ricchezza, semplice e chiara. Questa leggerezza nella ricchezza è dovuta sicuramente alla pietra leccese, facile da lavorare, di un colore chiaro che rende vivace la composizione. Queste brevi notizie ci fanno comprendere che solo la vicenda costruttiva della facciata occupa uno spazio temporale di circa cento anni.

 

(continua…)

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6. Verrà riproposto su Spigolature Salentina in più fasi.

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