Il genio e la circostanza

genio

di Pier Paolo Tarsi

Una delle costruzioni più dure a morire è l’esistenza del genio individuale, di qualunque natura: scientifico, filosofico, militare, politico, artistico… Ci sono scoperte, invenzioni, imprese e conquiste che identifichiamo con questo o quell’individuo a cui le attribuiamo strettamente solo perché prescindiamo dalla situazione, di fatto questa è una mera semplificazione, un’astrazione. “Io sono io e la mia circostanza”, e con ciò Ortega Y Gasset disse sostanzialmente tutto.

Se guardiamo una regione dall’alto vedremo forse dal principio il profilo addensato e unitario di una città, un agglomerato a cui possiamo dare un comodo nome: una diremo che è Darwin, l’altra Einsten, una Dante, l’altra Cartesio o Steve Jobs e così via.

Tutto questo può essere molto utile e sbrigativo, permettendoci di prescindere dalle circostanze. Ma ovunque ci prendiamo cura di fare l’ingrandimento, se scendiamo per terra e mettiamo i piedi nella storia, ci accorgeremo che non esiste alcuno che possa portare legittimamente da solo il nome di quella città, frutto del contributo di molti uomini che in varie epoche edificarono una via qua, una piazza là, elementi che poi uno trovò il modo soltanto di unire facendone un percorso unitario, quando i traffici intorno a lui premevano per quella soluzione.

È questa propriamente che consideriamo l’atto creativo, la scoperta. Per dirla con Poincaré: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. L’uomo non è un dio creatore ma un demiurgo che plasma il mondo e con ciò se stesso. Se davvero pensiamo, per porre un caso, che della “selezione naturale” ci abbia parlato di bello e buono Darwin è solo perché siamo a digiuno dei discorsi tra gentiluomini dell’epoca o trascuriamo le pratiche umane di allevamento che esistevano da millenni prima del nostro, o ancora molto semplicemente non abbiamo mai aperto “L’origine delle specie”.

Con ciò non si vuole negare il merito ad alcuni individui, si vuole solo restituire questi ultimi al tempo e alla storia, ossia a una data relazione e circostanziata interazione con altri simili che propriamente li ha abilitati, li ha resi più o meno capaci in questo o in quello.

Mitigare l’idea del genio e demistificarla non è un atto di invidia ma è un atto liberatorio per le forze cooperative dell’umanità, un atto con una portata etica che dovrebbe informare sempre l’educazione in quanto pone di fronte alla verità che si deve restituire all’umanità nella misura in cui ogni atto creativo è disporre con fatica della circostanza, ossia degli elementi creati dalle fatiche altrui.

Ciò significa che tutto appartiene all’umanità in generale, che tutto ciò che si è fatto dal principio dei tempi si è fatto almeno in due, o non sarebbe mai venuto alla luce.

Pertanto il bene, la fama o la ricchezza che potrebbero conseguire per l’individuo che vogliamo – giustamente – libero e intraprendente per sé stesso, padrone dei frutti della propria iniziativa e fatica, sono piantate nelle fatiche degli altri, dell’umanità tutta, e per definizione sono crediti di questa comunità che vanta interessi.

Decidere il loro ammontare è il fatto politico della giustizia sociale.

 

L’Università del Salento al tempo della Buona Scuola

immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/
immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/

di Pier Paolo Tarsi

Il nostro ateneo al tempo della Buona Scuola: alcune domande che il Magnifico Rettore dell’Università del Salento dovrebbe porsi urgentemente.

Leggo spesso di una perdurante e avanzante crisi del nostro ateneo dovuta a varie e diversissime ragioni, strutturali e contingenti. Una di queste ragioni è la spesso menzionata carenza di una fitta ragnatela di connessioni stabili e produttive con il tessuto territoriale. Non oso minimamente addentrarmi nelle difficoltà che la delicata questione implica, basti qui il richiamo ad una relazione evidente sulla quale certamente converremmo tutti e che non necessita di ulteriori giustificazioni: ogni passo indietro, di qualunque tipo e natura, sia compiuto dall’Università del Salento, costituisce un passo verso il baratro per il nostro territorio. E viceversa naturalmente. La consapevolezza di questo condiviso destino è la ragione per cui bisogna guardare all’ateneo salentino se si tiene alla crescita continua di questo territorio: un progetto questo semplicemente impossibile senza un’operosa università che abiti e vivifichi il contesto con saperi e competenze utili. Proprio a tal proposito un modesto spunto dal punto di vista di un insegnante vorrei fornirlo, sperando di non risultare con ciò supponente. Faccio il docente in una scuola superiore ai “confini” del nostro territorio, Manduria, una cittadina che si sente “leccese” pur essendo “tarantina”. La scuola italiana, come noto, è stata recentemente riformata in molti aspetti, pessimamente a mio parere, ma qua soprassiedo e considero solo un elemento positivo: la formazione continua dei docenti. Ogni insegnante a tal proposito avrà annualmente una somma di 500 euro a disposizione per spese legate solo ed esclusivamente (pena la restituzione) alla sua formazione e all’aggiornamento: libri, strumenti informatici, corsi di formazione. 500 euro per tutti i docenti, di tutti gli ordini e gradi, di ogni disciplina, di ogni scuola del territorio! Mica bruscolini! Al di là di ogni valutazione sulla questione bonus che in questa sede tralascio, credo che questa possa essere un’opportunità concreta intorno alla quale edificare una connessione costante tra università del Salento e insegnanti che operano sulle scuole del territorio. L’offerta di corsi, anche online, creati ad hoc da enti accreditati o altro, è praticamente già sterminata, la qualità degli stessi è spesso però discutibile. Alla luce di ciò, e andando subito al dunque, la questione da porre e affrontare quanto prima per il nostro ateneo è allora, credo, la seguente: cosa offre l’Università del Salento alla luce dei cambiamenti del contesto scolastico che interessa anche il nostro territorio? Cosa fa per intercettare il bonus di migliaia di docenti che vivono qua? Cosa offre l’ateneo alla massa di docenti che vogliono veramente approfittare dell’occasione di una cifra utile a formarsi? Cosa offre l’ateneo a quanti non vorrebbero soltanto comprare un pc all’anno oppure arricchire semplicemente un curriculum di titoli e relativi punteggi da esibire al prossimo dirigente scolastico che dovrà scegliere il suo staff? L’ateneo salentino sta organizzandosi per rispondere adeguatamente con un’offerta formativa pensata per quei docenti che, agendo in tutte (tutte!) le scuole del territorio, intendono innalzare il proprio livello culturale, premessa per meglio formare coloro che costituiscono il futuro del territorio? Non sono forse gli insegnanti gli unici che possono fortificare la preparazione di coloro che un giorno potrebbero rappresentare l’utenza stessa in ingresso dell’ateneo? Facciamo degli esempi concreti che solo chi lavora a scuola può fornire. Attualmente le aree di intervento del docente di sostegno sono di fatto abolite. Il che vuol dire che un docente di chimica impegnato sul sostegno potrebbe dover supportare un alunno con difficoltà di apprendimento in filosofia, o un docente di filosofia dovrebbe spiegare un circuito elettronico a un suo studente. L’Università del Salento, come ogni altro ateneo, offre corsi su singoli insegnamenti. Al momento sono un insegnante di sostegno in un agrario, mi piacerebbe allora molto – e tornerebbe molto utile sia a me che ai miei studenti – poter svolgere esami singoli di chimica organica, di zoologia, di biologia molecolare ecc. senza svenarmi e senza incappare in mille difficoltà organizzative per frequentare quei corsi. Non mi basta – e se mi bastasse non mi accontenterei comunque – quanto ascolto dai pur ottimi e collaborativi colleghi per aiutare i miei studenti in quelle materie: semplificare una lezione implica un possesso di conoscenze ulteriori, un orizzonte molto più ampio sulla disciplina di riferimento della quale si trattano specifiche nozioni o aspetti. Infatti, se c’è qualcosa che è difficile realizzare e richiede padronanza di una materia, è proprio il render semplice un contenuto, il riformularlo in mille maniere agevolando il processo stesso di apprendimento! E se domani passerò in un tecnico industriale? Quali nuove sfide dovrò attrezzarmi ad affrontare sul piano dei contenuti per far meglio il mio mestiere? Magari vorrò e dovrò impratichirmi in elettronica, mai studiata però all’università e nemmeno al liceo, avendo fatto lo scientifico! E quale miglior luogo dell’Università per colmare le mie lacune conoscitive? Così, ad esempio, mi domando: l’Università sta pensando a convenzioni con i docenti e con le scuole in questo senso? Fare un esame singolo attualmente ha un costo di 25 euro a CFU a Lecce, un esame da 9 CFU mi costerebbe 225 euro, poi dovrei acquistare i libri per studiare ecc. Che sia troppo dispendioso per un docente chiamato a formarsi continuamente e su molti, diversissimi, saperi? A Milano mi costerebbe meno, dal secondo insegnamento in poi quasi nulla! Che si possa pensare a convenzioni specifiche per i docenti delle scuole del territorio? Ancora, ammesso che il prezzo mi paia alla portata del mio bonus (lo stipendio è già impegnato, mi serve per sopravvivere ahimé!), come faccio a frequentare quei corsi se non vengono coordinati con le attività mattutine della scuola e spostati nel pomeriggio? Cambiamo esempi, e domande. Oltre ai corsi disciplinari già esistenti, è possibile che l’Università non possa concepire pacchetti formativi interdisciplinari, eterogenei e specifici per singoli aspetti della professione dei docenti, ossia organizzati tanto nei contenuti quanto nei tempi e nell’organizzazione per le particolari esigenze formative di chi opera in una scuola in continuo cambiamento? Perché, per esempio, per un corso di aggiornamento sulla dislessia o sulla valutazione nella programmazione per competenze devo affidarmi a questo o quell’ente formativo, a questa o quella Università online, quando l’ateneo salentino potrebbe predisporre – tanto in presenza quanto online – sulla base di personale e competenze di ogni disciplina di cui dispone, un’offerta formativa costantemente aggiornata, puntuale, mirata, concordata magari con le scuole stesse, meticolosa nella risposta ai bisogni formativi del contesto territoriale, delle scuole e delle reti già costituite fra queste? Perché università e scuole non si incontrano in queste forme di condivisione e scambio dei saperi e delle competenze, della programmazione formativa oltre che sul piano della ricerca sperimentale e persino degli spazi? Perché l’Università non si fa itinerante, non va incontro al territorio, per esempio non pretendendo che i professionisti vadano nelle sue strutture ma inviando le proprie risorse umane nelle strutture altrui per formare in loco, dove opportuno e richiesto? Perché questi steccati così vetusti e limitanti che qualunque ente di formazione ha già superato? In un mondo ormai fondato sulla formazione professionale permanente, cosa offre il nostro ateneo per i professionisti del territorio, a cominciare dagli insegnanti? Perché un’anziana signora che si laurea fa ancora prima pagina nel nostro territorio? Perché l’Università del Salento è organizzata solo intorno al cliché dello studente giovane e disoccupato? Siamo sicuri che un’utenza del genere è l’unica immaginabile o quella su cui primariamente puntare in un paese a natalità zero e in un mondo in cui la formazione si conclude con l’inumazione al camposanto? Le risposte operative a queste domande configurano delle possibilità a mio avviso realizzabili, aprono ponti percorribili, in breve, possono rappresentare spunti in grado di innescare un circolo virtuoso a vantaggio di tutti coloro che intendono vivere, formarsi e credere nel futuro di questo territorio.

Carmare e craminare

di Armando Polito

Ogni lingua è un organismo vivente, proprio come chi la usa e, perciò, alcune sue cellule muoiono e si rigenerano in continuazione, perché la natura ha dotato l’organismo di tale capacità; per altre, come i neuroni, la perdita è irreversibile e si potrà sperare, forse, in una parzialissima compensazione da parte degli altri con il loro intervento solidale che comporterà, comunque, un abbandono, quanto parziale è difficile dire, della loro specializzazione. Qualsiasi cellula, poi, può impazzire, per ragioni endogene (patrimonio genetico) o esogene (ambiente) o per entrambe.

Anche il dialetto, che sempre lingua è,  non può sfuggire a questa condanna  e la conclusione cui giunge Pier Paolo Tarsi in  L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene, saggio pubblicato recentissimamente nella rivista di questa fondazione  Il delfino e la mezzaluna, anno IV, nn. 4-5, agosto 2016, pp. 229-256, parrebbe  angosciante per i cultori di ogni dialetto e per chi si adopera a mantenerne e a rivalutarne  l’uso. Pier Paolo osserva come lo scollamento tra il significante (la parola) e il contesto culturale in cui quella parola è nata o al quale essa per lungo tempo si è riferita, magari pure in un’ampia gamma di significati tutti, però, legati al concreto del momento, implica inevitabilmente la sua morte. Tutto vero, anche quando l’autore si spinge ad estendere tale fenomeno dal microcosmo della singola parola al macrocosmo del vernacolo nel suo complesso, rinvenendone la causa sostanzialmente nella fine della civiltà contadina. Ineccepibile, anche se il fenomeno ha da sempre coinvolto ogni lingua, solo che oggi i processi di trasformazione (oggi come allora di natura economica …) sono vertiginosi e mi pare che la filosofia dell’usa e getta inevitabilmente ha finito per prevalere anche nel linguaggio in senso esteso. In passato il malinteso (per chi conosceva l’italiano …) senso d’inferiorità del dialetto si manifestava anche a livello ufficiale con improbabili italianizzazioni della voce dialettale che non aveva corrispondente formale in italiano (emblematico è il caso proposto nel suo saggio da Pier Paolo di Via degli Zoccatori a Copertino; esilarante, poi,a Nardò, il via Scapigliari. di cui ho avuto occasione di parlare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-scapece-e-una-forse-indebita-illazione-toponomastica/), con equivoci propiziati dall’omofonia e da parziali congruenze semantiche; vedi nello stesso saggio per carmare l’indebito passaggio dal significato originario di incantare (carmare è  dal calabrese carmu=formula magica, dal latino carmen=formula magica, incantesimo, da cui l’italiano carme, con regolarizzazione della desinenza1 e il francese charme; carmen probabilmente è da un *canmen, da cànere=cantare2)  a quello di calmare, proprio per italianizzazione per influsso (in linguistica incrocio) della voce italiana. E proprio l’etimologia di calmare (da calma, a sua volta dal greco καῦμα=calura; riferimento, dunque, ad una calma climatica contraddistinta da atmosfera secca e cielo limpido) mostra il terremoto semantico che ha sconvolto  il primitivo carmare (che trova il suo corrispondente semantico e parzialmente formale nell’italiano carminare, del quale, a sorpresa, dirò alla fine, anche se la veste esteriore è assolutamente identica). Da quel malinteso senso di inferiorità del dialetto rispetto all’italiano si sta passando oggi ad un malinteso (questa volta lo dice uno che non parla l’inglese, ma lo traduce facilmente e fedelmente con l’aiuto di un semplice vocabolario grazie ad una conoscenza appena sufficiente  dell’italiano, del latino e del greco, di fronte ai quali l’inglese è … non voglio dire che cosa) complesso di inferiorità generalizzato dell’italiano rispetto all’inglese, con l’aggravante che, anche e soprattutto chi ci rappresenta, pur ignorando l’esatto significato di parecchi vocaboli della lingua nazionale (alcuni fino a qualche decennio  piuttosto elementari), esprime i suoi concetti in un italiano che, per quanto riguarda la semplice struttura, ha le sembianze di chi è appena uscito da un grave incidente; in più si presenta costellato con luminosità (?) crescente di vocaboli inglesi, anche quando (e per me questo è un dettaglio fondamentale) non è necessario. Se si pensa poi che in questo mondo lo spirito di emulazione sembra alimentato solo dai modelli negativi, o quanto meno discutibili, e in numerosi casi assolutamente idioti …

A riprova di come la lingua possa geneticamente produrre equivoci, fraintendimenti ed errori, ispirato proprio da carmare, mi accingo ad introdurre  craminare. Prima però debbo dire che il Rohlfs riporta nel suo vocabolario (datato 1976) due lemmi carmare distinti, l’uno col significato di calmare, l’altro di incantare, senza etimologia. Più avanti, però, è riportato il brindisino carmisciari col significato di incantare le serpi e con l’indicazione etimologica dal citato carmen. Debbo dedurre, anche se il Rohlfs non lo scrive esplicitamente, che a carmen si colleghi pure il secondo carmare. Direi, in conclusione di questa fase,  che l’antropologa copertinese abbia corroborato con i dati antropologici raccolti sul campo l’etimo del Rohlfs e non sapremo mai se è stato proprio il filologo tedesco o, come vedremo, qualcun altro a darle l’abbrivio (pardon, l’input …). Anzi, per dare completamente a Cesare quel che è di Cesare, va detto che:

1) il carmisciari rohlfsiano reca la sigla B4 che corrisponde a Francesco Ribezzo, Il dialetto apulo-salentino di Francavilla Fontana, in appendice alla rivista Apulia, v. II-IV, 1911-1912, p. 87. Carmisciari è dal tema carm– di carmare+il suffisso (con valore intensivo-iterativo) –isciare, che è dal latino –idiare (in italiano –eggiare, come in maneggiare), a sua volta dal greco –ίζω (-izo).

2) il carmare rohlfsiano, che è quello che ci interessa più da vicino reca come fonte la sigla L9 che corrisponde a Etimologie neritine nella rivista Giambattista Basile, anno II, 1884, pp. 85-87. In queste tre pagine del neretino Luigi Maria Personè compaiono 15 vocaboli di Nardò ed uno di questi è proprio carmatu, col significato di stregato. A scanso di equivoci mi preme dire che in stregato qui c’è stato un passaggio dal significato passivo tipico di qualsiasi participio passato di un verbo transitivo a quello attivo. Stregato, perciò, è da intendersi non come ammaliato ma come in grado di ammaliare, così come in italiano dotato  (concetto passivo) evolve verso un significato attivo: dotato di poteri  (particolari o meno)  è colui che ha ricevuto il potere (da Dio, per chi ci crede, dalla natura, dagli uomini, dalla credulità popolare …) ma poi  è in grado di espletare sugli altri (concetto attivo) il potere ricevuto.

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La stampa antica raffigura San Paolo; per comprendere la presenza dei serpenti e i rapporti con carmare, che pure possono essere intuiti, consiglio di leggere il saggio di Giulietta Livraghi Verdesca Zain (Tre santi e una campagna, Laterza, Roma, 1994; il lettore più pigro  troverà un estratto del pezzo che ci interessa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/30/origine-e-discendenza-dei-carmati-ti-santu-paulu/) e quello di Pier Paolo.

Dopo aver detto  che le precedenti  precisazioni non intendono certamente sminuire la grandezza dell’antropologa(salicese di nascita, romana prima e copertinese infine di adozione)  e il metodo magistrale con cui Pier Paolo ha sfruttato il suo taglio antropologico  per dimostrare filosoficamente (con un linguaggio tanto chiaro ed essenziale che credo di aver capito tutto pure io), la sua tesi, dopo aver sottolineato che le stesse precisazioni non vogliono neppure esaltare, in un empito di umano, ma nell’occasione più che mai stupido, campanilismo, il mio concittadino Luigi Maria Personè, passo a craminare.

La voce corrisponde (con sola metatesi car->cra-) all’italiano carminare, sinonimo di cardare, cioè districare le fibre delle materie tessili. Oggi il mercato offre materassi di ogni tipo: a molle, ad aria, ad acqua, di lattice, etc. etc. Fino ad un sessantennio  fa il più sofisticato (e per questo non riservato a tutti) era quello ripieno di lana, che periodicamente, insieme con quella dei cuscini, veniva scompattata e liberata dalla polvere, cioè craminataCraminare è dal latino carmen, omofono del precedente, col significato di pettine per cardare, a sua volta da càrere=cardare.

 

immagine tratta da http://isolana.altervista.org/?page_id=331
immagine tratta da http://isolana.altervista.org/?page_id=331

 

A riprova di quanto affermato da Pier Paolo: c’è da meravigliarsi se ormai solo qualcuno prossimo a diventare centenario ricorda (arteriosclerosi permettendo …) la parola ed il suo significato?4

E, d’altra parte, è perfettamente normale che la parola non sia non dico usata ma neppure ricordata da chi non ha vissuto quell’esperienza femminile del tempo che fu, nemmeno evocata, in chi osserva una foto antica o una recente ad uso e consumo dei turisti o un presepe,  vivente o no.

immagine tratta da https://www.rivieraoggi.it/2005/01/03/9075/presepe-vivente-di-grottammare-le-foto/
immagine tratta da https://www.rivieraoggi.it/2005/01/03/9075/presepe-vivente-di-grottammare-le-foto/

 

Fra poco, con le fibre sintetiche e con l’utilizzo sempre più ridotto della lana destinata a prodotti di nicchia, perciò costosissimi (amara rivincita della civiltà contadina …), anche l’italiano carminare diventerà obsoleto. Resterà, invece, in vita [Tromba ti culu sanitate ti cuerpu (tromba di culo salute del corpo) recita la traduzione salentina di uno dei principi della scuola medica salernitana], favorito dalla sua natura tecnico-specialistica (e dalle multinazionali del farmaco …), carminare (da cui l’aggettivo carminativo) che significa  promuovere l’eliminazione di gas dall’intestino; ho detto omofono, perché esso non è dal secondo carmen (pettine per cardare) ma dal primo (canto) messo in campo per carmare, con riferimento alle formule magiche che in passato, direi di regola nella medicina popolare, accompagnavano i medicamenti.5

Più in bellezza di così non potevo chiudere …

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1 Nell’immaginario grammaticale contadino salentino –u ed –a sono, rispettivamente, le desinenze del singolare maschile e femminile (così è anche in italiano per la gran parte delle parole, le quali derivano dalla prima, seconda e, per i maschili, dalla quarta declinazione latina). Qui la regolarizzazione è stata estesa ad un sostantivo derivante dalla terza declinazione, con carmen>carme>carmu.

2 Per analogia di formazione con fulgère=brillare>*fulgmen>*fulmen (=fulmine); lucère>=splendere>*lucmen>lumen (luce) o flùere=scorrere>flumen (fiume) o sèrere (seminare)>*sermen>semen (seme), etc. etc.

3 Il valore dei suoi studi secondo la mia, pur modestissima, opinione non ha trovato fino ad ora,  anche da parte degli addetti ai lavori, il dovuto riconoscimento  e addolora il cuore prima ancora che la mente pensare al destino delle sue ricerche rimaste manoscritte ed amorevolmente custodite dal marito Nino Pensabene, scomparso anche lui, quasi tre anni fa. E su Nino mi piace sadicamente (per le osservazioni che farò, anche se a  qualcuno posso sembrare blasfemo; ma lo faccio anche, forse soprattutto, per questo …) riportare quanto si legge in Umberto Eco, Il costume di casa, evidenze e misteri dell’ideologia italiana degli anni sessanta, nel capitolo intitolato L’industria del genio italico, Bompiani, Milano, 1973, s. p. : Il piacere si fa ricco di informazioni quando si leggano poi in quotidiani o settimanali a diffusione non esattamente nazionale lunghe cronache, ad esempio, di sessioni dell’Associazione internazionale di poesia, dove alla presenza di note personalità del mondo letterario (cito da una cronaca: “Comm. dott. Armando De Santis e signora Velia, prof. Mario Rivosecchi, Donna Acsa Balella, dottor Nino Pensabene, eccetera”) l’attrice Maria Novella dà lettura delle ultime liriche di Lorena Berga fattori (Ad ogni ora che passa) definite dall’oratore ufficiale affini per certi versi alla lirica leopardiana e rispondenti al dettame del Croce secondo cui “la poesia è verità”.

Un quadro sarcastico in cui Nino (a meno che non si tratti di un omonimo) appare come una delle tante marionette che, loro sì, sembrano popolare certi cenacoli o, per scendere più in basso, certe manifestazioni editorial-pseudo  culturali di oggi,  in cui il recensore di turno si abbandona senza pudore a giudizi reboanti, sempre entusiastici,  e magari non ha letto nemmeno la metà della pubblicazione oggetto del suo intervento. Umberto Eco, prima di far esplodere il suo solito sarcasmo, che in più di una circostanza, non solo qui, sconfina nella pura supponenza, avrebbe fatto meglio a trarre qualche informazione sui personaggi nominati. Quello che segue, però, è, secondo me, più interessante e indicativo di quanto ho appena detto.

In queste occasioni, nelle pagine delle riviste citate, e nei volumi a cui le riviste rimandano, raro è trovare scrittrici che portino nomi brevi e banali come Elsa Morante, Anna Banti, Gianna Manzini. Le poetesse hanno sempre due cognomi, come le professoresse di matematica, e si chiamano Alda Mello Caligaris, Antonietta Damiani  Ceravolo, Maria Pellegrini Beber, E. Ghezzi Grillini (per citare i nomi più recenti del catalogo Gastaldi), oppure Giselda Cianciola Marciano (autrice delle liriche Polvere di stelle), Antonietta Bruno di Bari (Azzurro Corsiero), Carlotta Ettorè Tabò (Sinfonia di vita e di morte), Edvige Pusineri Chiesa (Mesti palpiti).   

– Capra! – avrebbe detto Vittorio Sgarbi – mi citi questo carnoso popò (non po’ po’ …) di nomi e dimentichi Giulietta Livraghi Verdesca Zain? -.

Qui, secondo me, la spocchiosità ha ceduto alla paura che la salentina, leggendo, gli rispondesse a tono, riscuotendo gli interessi anche per il marito …

4 Ancor meno probabile che una madre dica al figlio che si appresta ad uscire – ‘Ddo’ sta’ bbai tuttu  scramignatu? – (Dove stai andando tutto spettinato?), anche perché quella spettinatura, d’autore, è costata alla famiglia, orgogliosa del figlio alla moda, un occhio della testa … Scramignatu è, anzi è stato …, participio passato di scramignare, che è da *excramineare, composto da ex privativo+cramineare, per metatesi da *carmineare, a sua volta da carminare.

5 Tuttavia per Walther von Wartburg anche questo carminare si ricollega a carmen=pettine per cardare, quasi fosse un’operazione di districamento dell’intestino. E io aggiungo, senza per questo avanzare preferenze definitive, che carmen (pettine per cardare) da càrere (cardare) mostra una formazione più regolare e scorrevole (ma può non significare granché)  rispetto a quella indicata nella nota precedente, in cui solo flumen non presenta, come in questo caso càrere>carmen, il passaggio in più.

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Il tedesco in vacanza

da amando.it
da amando.it

 

di Pier Paolo Tarsi

Lo noti il tedesco in vacanza, e non solo per i suoi calzini. Non appena varca i confini del suo Paese e frau Merkel non può più vederlo, il suo super-Io germanico allenta il consueto rigidissimo controllo o se ne resta addirittura in patria insieme al lavoro, traspare allora da ogni gesto o movenza sciapita un nuovo essere umano rilassato; non gli par vero a questo nuovo tedesco di poter svoltare in auto senza “freccia”, gli si stampa in faccia un sorrisetto da monello impunito quando parcheggia un po’ fuori dalle strisce, e quando non c’è nessuno nei dintorni son sicuro che getti anche carte per terra, anzi, sospetto se le porti ogni mattina appositamente in tasca per dar sfogo alla sua nuova libertà. Se ne vedete uno è facile riconoscerlo in genere dal sorrisetto beato e dall’occhio ridente; se non siete del tutto sicuri che sia un tedesco in vacanza potete ricorrere a un test immediato, divertente e semplice semplice: accostatevi al presunto tedesco in vacanza con discrezione e, nel mentre combina una delle sue marachelle, urlate a caso qualche tenera parola della sua madrelingua. Non c’è bisogno di andare a lezione di tedesco, basta un “achtung” o, per i più arditi, un “Sie sah sie“: se vedrete che si il tipo si impala sull’attenti nel tempo compreso tra 1 e 5 nanosecondi, se gli si intristisce immediatamente il volto e se infine la sua schiena diventa un obelisco piantato in mezzo alla strada, ebbene, avete beccato senza alcun dubbio il vostro tedesco in vacanza.

Sullo spettacolo di Taurino

di Pier Paolo Tarsi

(http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/26/antonello-taurino-e-lo-scherzo-del-secolo-a-gallipoli/)

Foto di scena 1

Non giriamoci attorno e andiamo subito alla domanda che il pubblico pagante si fa di fronte a uno spettacolo comico: fa ridere? Si, fa ridere eccome, fa ridere tanto davvero. E già questo, a molti, potrebbe giustamente bastare, sebbene non a Taurino, sospettiamo. Per chi non si accontentasse potremmo dire qualcosa di più intorno a questo far ridere, per esempio potremmo chiederci: fa ridere tutti?

Qua le cose si complicano, e come spesso capita nella vita è proprio la sfiga, quella che ci segue anche a teatro, a regalarci le risposte e le intuizioni migliori sulle cose: in sala (in realtà il meraviglioso Chiostro di San Domenico a Gallipoli) c’era un solo ragazzino, uno solo. Indovinate dove era seduto? Già, alle spalle di chi scrive!

Non era uno spettacolo per lui, tant’è che dopo mezz’ora il ragazzetto parlottava ormai solo, faceva acrobazie scomposte e rumorose sulla sua sedia e delirava preoccupantemente, rifiutandosi ormai anche sua madre di spiegargli perché lei e l’amica se la ridessero tanto. Certo, non pareva un tipo molto sveglio per dirla tutta, ma questo, in ogni caso, ci dice qualcosa sul “come” arrivi a regalarci risate Taurino, ossia qualcosa sulla sua specifica vena comica che non ne fa uno spettacolo per tutti, seppur decisamente per molti. Un limite questo? Niente affatto, una caratterizzazione semmai, da cui partire per qualificare i modi dell’arte di Taurino in questo spettacolo scritto, costruito e interpretato da lui.

Arte, e niente affatto solo arte comica. Anzi, di fronte alla coscienza chiara di questo fatto ci mette la costruzione che Taurino tiene in piedi per quell’ora e mezza che vola, letteralmente: far divertire il pubblico è una cosa molto seria e le competenze da mettere a frutto sono davvero tante, da ricercare anche laddove non ce le aspetteremmo mai. Nell’universo e nella cassetta degli attrezzi dello storiografo per esempio: Taurino, dal mare di Gallipoli, ci trasporta sin dai primi minuti nel porto di Livorno, e lo fa come fosse uno storico di professione, con rigore di fonti, dettagli, documenti di ogni genere, e con in più la capacità di far divertire mentre per mano ci conduce a rivivere il processo da cui, sin dal 1500, emerge un’identità corale, lo spirito, la forma mentis del popolo livornese.

Ci svela così il farsi storico di quella tipicità ridanciana dei livornesi, inconfondibile, provinciale e un po’ sboccata, quel loro sguardo “vernacoliere” sulle cose che alleggerisce tutto, l’origine di quello scarto che rende la vita meno greve, meno pisana per dire, ché con la gravità, si sa, i pisani hanno sempre avuto i loro problemi. Con tali premesse, con questo ricorso ai modi di uno storiografo sui generis, Taurino ci immette nella cornice giusta per rivivere fino in fondo quanto accaduto nei giorni di una noiosa estate dell’84, per comprendere cioè il capolavoro assoluto, il fatto storico per eccellenza dell’uomo livornese, l’apoteosi di quel suo modo di stare al mondo e prendersene gioco: sono i giorni in cui tre ventenni prenderanno in giro la città, la nazione, il mondo intero. Complice il caso, magistrale regista di una storia che si complica ad ogni snodo, si arricchisce di toni e sfumature (persino giallistiche a tratti), di protagonisti, attori e profili più o meno comici – e tragici; e complice un Black&Decker ovviamente, quello con cui i tre realizzarono una delle tre finte teste di Modigliani ritrovate nel canale, intaccando la pietra e la reputazione dei più illustri studiosi.

Quello che ne seguirà sarà “l’undici settembre” della storia e della critica dell’arte italiana e non solo. E se credete che non ci sia nulla di peggio dell’undici settembre, è solo perché non ricordate cosa accadde il 13 settembre dell’84 in quel di Livorno: ve lo spiegherà Taurino, se vorrete.

L’intreccio delle vicende, narrato con padronanza della scena, è complesso e ricco di colpi di scena fino all’ultimo, ma all’attore riesce una difficilissima semplicità e di quanto fosse contorto il mosaico non ve ne accorgerete nemmeno. Giovano alla riuscita anche costanti ausili: sul palco vengono proiettate foto, reperti, stralci di giornali, la voce di Taurino riporta altisonanti giudizi di critici d’arte e pomposi discorsi di assessori “alla scultura”, creando spesso dissonanze assurde e comiche con quanto intanto l’occhio vede o lo spettatore viene scoprendo sui falsi di Modì.

Alla fine vi alzerete molto divertiti, ma anche pieni di dubbi e domande che Taurino stesso sollecita e lascia volutamente aperte: chi ha veramente fatto lo scherzo a chi? Tutto ciò è un dramma, tessuto da un destino un po’ beffardo, o una commedia voluta almeno in parte da uomini? Il problema dell’arte (e non solo) è l’essere o il riconoscimento? Il vero autore di un’opera d’arte è colui che sa tenere lo scalpello in mano (o il Black&Decker) o è il corale tessere di un riconoscimento in cui tutti siamo artefici, più o meno credibili o smentibili?

Libri| Nostro ulivo quotidiano

scattidautore

 

E’ stato pubblicato pochi giorni fa il volume di Elio Ria, Nostro ulivo quotidiano, a cura di Marcello Gaballo, per le edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, inserito nella collana Scatti d’Autore, n°2. in quarto| 112 pagine| colore, cartonato. Impaginazione di Mino Presicce, fotocomposizione Biesse – Nardò, stampa Pressup. Foto di Fabrizio Arati, Mauro Bellucci, Maurizio Biasco, Lucio Causo, Coordinamento Forum Salute, Stefano Crety, Marcello Gaballo, Roberto Gennaio, Linda Iazzi, Walter Macorano, Lucio Meleleo, Tommy Mezzina, Francesco Politano, Mino Presicce, Pier Paolo Tarsi. Foto di copertina di Maurizio Biasco.

ISBN: 97888 906976 8 5

Edizione non commerciale, riservata alle biblioteche e ai soci della Fondazione.

 

Prefazione di Marcello Gaballo – Fondazione Terra d’Otranto

Scatti d’Autore è la nuova collana edita da Fondazione di Terra d’Otranto, che persegue l’obiettivo – attraverso le parole e le immagini – di valorizzare e promuovere la cultura salentina con i suoi autori più rappresentativi in ambito letterario, filosofico e artistico.

La grandezza della parola dipende dallo splendore delle immagini e dalla capacità cognitiva di raccogliere argomenti misuratori del Salento, che è luogo blindato di generosità e splendidezza, ma è anche sostanza d’ispirazione per poeti e artisti. Il mare, i porti, le chiese, i campanili, le piazze, i vicoli, i paesi, sono le cartoline di un mondo fiabesco che incarnano la pazienza del tempo e non hanno necessità di urgenza di fare a pezzi le tradizioni e i costumi di una comunità sempre devota a Dio.

Il secondo volume “Nostro ulivo quotidiano” dedicato all’albero di ulivo è scritto da Elio Ria. Le immagini sono di vari fotografi salentini che hanno voluto donare i loro scatti a corredo del presente lavoro.

Ria si distingue per la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una poesia metafisica che sembri lo affascini e lo nutri di piacere del sapere. Attento osservatore della propria terra sa incastonare le quotidianità della vita con le tradizioni che tuttora resistono e s’impongono nel Salento. Riservato e incline al silenzio, rifugge da ogni moda stravagante di letteratura, indagatore e archeologo delle parole crede nella modernità con moderazione, ha un naso eccezionale per le cose interessanti, ha la capacità di condensare minuziosamente i concetti e di sintetizzare le complessità esistenziali libero da ogni condizionamento politico e/o religioso. Ama narrare ciò che è invisibile per attualizzarlo e declamarlo in forma poetica. Offre ai suoi lettori un intrattenimento di lettura piacevole poiché ogni sua cosa è realizzata da un intimo godimento, il giubilo di chi fa ciò che gli piace fare.

Nelle sue omissioni volute si può cogliere la riflessione come fonte di emozione poetica e l’erudizione come retorica cortese – ma mai come pedanteria. Guarda sempre con passione tutto ciò che è minore in confronto a ciò che è maggiore, giacché dalle cose minime risultanti insignificanti sa estrapolare significativi e sostanziali frammenti di allegorie e di memorie.

Il libro è un mondo racchiuso in sé stesso, con le immagini dell’albero di ulivo e di una campagna in sofferenza; dove però prevale innanzitutto il senso civico di responsabilità del poeta per la sua terra, il quale avverte l’impegno di un agire per il meglio, nonché il monito ad una scelta di vita più consona alle regole della natura. Xilella fastidiosa è il killer che decreta la morte degli alberi, mettendo in serio pericolo l’ecosistema. Nelle parole del libro si addensano le atmosfere recondite e quelle sonore dell’uomo che riflette sulla realtà e tenta di interpretarle, poiché incombe un futuro senza futuro e il Salento rischierebbe una menomazione ambientale incommensurabile.

L’ulivo è l’albero simbolo del Salento, il gigante, che nei secoli ha germogliato ricchezza, orgoglio di natura, bellezze figurative, idea di poesia. L’omaggio editoriale è tutto per esso, significando in tal modo l’attenzione e l’interesse di questa Fondazione ai beni naturali della propria terra.

Le mie donne

mimosa

di Pier Paolo Tarsi

A capo del sistema per cui lavoro vi è una donna (Giannini, ministro del Miur). A capo della mia scuola una donna, la preside. A capo del comune in cui vivo una donna, il sindaco (o la sindaca, per usare una boldrinata). A capo della famiglia in cui sono cresciuto una donna, mia madre. A capo di questi anni della mia esistenza una piccola donna, mia figlia. A me sembrano più indifesi e deboli i panda francamente. Ma non insisto, soprattutto oggi che ho fatto una concessione anche io al significato di questo giorno.

Da due anni faccio sempre lo stesso tragitto, la incontro sia all’andata che al ritorno là, a volte seduta per terra, a volte seduta dentro una vecchia e grossa carretta grigia con targa straniera. Che ci sia pioggia, vento o sole, è sempre al suo posto come fosse un elemento del paesaggio, come gli ulivi che le stanno dietro o il segnale stradale che subito dopo indica la svolta per la mia destinazione. Ho comprato un ramoscello di mimosa anche io oggi, uno solo. Mi sono fermato sul ciglio della strada, nonostante la paura fottuta che passasse qualcuno che potesse riconoscermi e fraintendere. Ho preso il ramoscello comprato per lei e l’ho consegnato senza dirle niente altro che “ciao”, prima di ripartire, lasciando che sia lei a dare il senso che vuole al mio gesto.

Non ne ho alcuno da imporre del resto, non sapendo nulla del perchè sia là, se quella donna senta un qualche bisogno di emancipazione oppure no, se quella condizione sia una sua libera scelta oppure no.

Posso presumere solo che lo abbia gradito dal sorriso in cui si è illuminata, dal bagliore che per un attimo ha ravvivato quegli occhi azzurri e assenti che ogni giorno, al mio rapido passaggio da perenne ritardatario, mi guardano senza davvero vedermi. E dubito sia solo per la velocità.

Nessuna passione. Nemmeno l’ombra di questa: solo l’urgenza

Hans Memling, 1471 circa
Hans Memling, 1471 circa

 

di Pier Paolo Tarsi

Nessuna passione
Ultimamente, parlando con più di qualche persona amica di attivismo politico, mi sono sentito rivolgere queste parole che iniziano a ricorrere nei giorni miei: “…lo fai per passione”, dette, sia chiaro, con l’intento benevolo di proferire cosa gradita. Ho taciuto, e chi tace sembra acconsentire, anche quando non è così. Quelle parole però, seppur amichevoli, sono quanto di più lontano da ciò che sento e avverto intimamente. Posso avere passione per i sigari ben umidificati o per le pagine di un filosofo tedesco, per i piccoli borghi deserti o per i paesaggi di campagna, per le more o per le lettere di Seneca, insomma, per tante cose importanti e altrettante assolutamente amene. Ma non avverto in me alcuna traccia, nemmeno lontana o minima, di ciò che si potrebbe dire una passione per l’attività politica. L’unico sentimento che vivo in questo fare latu e strictu sensu politico è la costrizione. Lo dico senza retorica, non ho la presunzione di ravvedere nemmeno traccia di altruismo nella mia motivazione all’azione politica (a meno che non sia altruistico preoccuparsi talvolta per il futuro dei propri figli), né alcunché di meritevole.

Non mi paiono minimamente giustificate le lodi, esattamente come i rimproveri di chi biasima, più comuni.

Semplicemente, di questo attivismo ne farei a meno con immenso piacere soltanto potessi deporre le armi, sarei veramente molto lieto di farlo, perché questo significherebbe che non vi sarei più costretto, significherebbe per esempio che nessuno interra rifiuti nella terra in cui vivo, nessuno avvelena l’aria che respiro, i cibi che mangio, e cosi via, l’elenco sarebbe stancante e noioso. E se non vi fossi finalmente costretto potrei dedicarmi a tutte quelle cose meno urgenti ma per me più appaganti e attraenti. Ho iniziato a fare questa cosa chiamata attivismo (un tempo si chiamava militanza) quando ho compreso (a posteriori, molto a posteriori) che non sarebbe davvero venuto mai nessuno a pulire quella discarica di amianto sotto casa, quando ho visto che non sarebbe servito a nulla scrivere l’ennesimo pezzo di denuncia su questo o quell’angolo del mio mondo, quando ho capito che non potevo più delegare a un potere legittimo ma che non rispetta il mandato di chi lo ha legittimato: onestamente, avevo votato Sel (mi è bastata la prima volta), e non capivo più che fine avesse fatto quella “e” che stava per ecologia nell’azione di quel governo. Eppure la mia scelta era per quella parte là dell’acronimo. È così che ho iniziato, ed ancora sono prigioniero di questa costrizione per nulla piacevole che è il mio attivismo politico.

Credete davvero che a me piaccia occuparmi che so, delle nuove rilevazioni di diossina dell’Ilva, invece che di buoni vini rossi e di cinema? Credete forse che non preferisca le pagine di Seneca ai comunicati di qualche assessore o alle litigate con questo? O peggio, credete davvero che nei miei tanti dubbi, interrogativi e domande sulla vita collettiva mi senta ricompreso dentro i confini di una piattaforma ideale e di azione comune che può esprimere un qualunque movimento, partito, una qualche associazione a scopi politici di qualunque colore, anche fosse la migliore al mondo? Non è così, e credo che non sia così nemmeno per molti “avversari” della politica, quelli più rispettabili e meno sempliciotti: quando ci si incontra in un’esperienza di attivismo politico per realizzare degli obiettivi comuni si rinuncia a tante parti di sé per poterne tradurre in azione altre in un progetto condiviso.

Questo incontro è infatti (lo è stato per me e credo per molti altri) tanto piacevole quanto luttuoso, perché ampio è il cimitero delle possibilità d’essere da lasciar perire o rinsecchire per dare vita a un percorso di azione con altri; bisogna rinunciare a delle prospettive che potremmo essere, che abbiamo maggior piacere e talvolta persino maggior talento di essere; bisogna scegliere, amputarsi, determinarsi controvoglia e piegarsi a delle più umili urgenze: ciò significa ad esempio negare qualcos’altro che vorremmo più intimamente essere per come siamo fatti.

No, nessuna passione signori. Nemmeno l’ombra di questa: solo l’urgenza di alcune cose senza le quali non è possibile dedicarsi ad altro di più elevato nella mia gerarchia personale. C’è forse ancora qualcuno al mondo che si illude di essere libero dai vincoli dettati dall’essere in quanto uomo o donna un animale politico. Eppure tutto è azione politica, anche scegliere cosa mangiare stasera lo è, anche non-agire, o passare oltre una discarica incontrata come se nulla fosse, per dedicarsi a ciò che più gradiremmo fare. Attivismo è solo prendere in carico questo aspetto della vita di tutti, tanto di chi voglia riconoscerlo, tanto di chi voglia rimuoverlo e dunque solo subirlo.

Sul Parlangeli

immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/
immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/

 

di Pier Paolo Tarsi

Distinzioni minime: spazio e luogo

Come un uomo non è riducibile al suo corpo, così un luogo non è riducibile a uno spazio fisico. Perché questo sia un luogo occorre anzitutto almeno una motivazione che lo abiti e lo organizzi, ci vuole almeno un significato complessivo che lo animi dotandolo di una identità funzionale minimale. Questo è un luogo per lo studio, quello un luogo di culto, quell’altro un luogo per lo svago, ogni luogo è tale per almeno un fine che gli attribuiamo, ossia per un significato totale, identitario, connotante, sulla base del quale lo spazio è palesemente organizzato nei suoi elementi tangibili. Il luogo è dunque la forma che organizza lo spazio fisico, la sua entelechia. È nel luogo che si accomodano e si incontrano propriamente le persone, è ai luoghi che ci affezioniamo, è questo, e non lo spazio, lo sfondo sul quale si stagliano le nostre esperienze vissute. Tali esperienze si sedimentano nel tempo in memorie che, nel persistere identico per tutti dello spazio, ampliano invece continuamente i confini dell’altro, lo diversificano e lo pluralizzano in tanti micro-luoghi quante sono le persone e i loro incontri, apportandovi inoltre motivazioni ulteriori non ricomprese nel fine originario. Si da allora il caso che vi siano, persino nel recinto circoscritto delle nostre case, porzioni di spazio che non sono mai diventate porzioni di un luogo per noi o qualcuno. Ci sono intere sale o angoli che non si sono mai prestati ad un nostro sguardo interessato, ad un significato qualunque, ad un frammento di memoria; ci sono vedute su questo spazio tracciato dai geometri e dai documenti che possiamo scoprire con stupore e possiamo abitare solo dopo questo nuovo ingresso. Il nostro luogo-casa è ritagliato entro lo spazio-casa complessivo, ma non coincide mai con esso. Ciò di cui possiamo veramente dire “è il posto in cui viviamo” è il nostro luogo personale, un ritaglio entro uno spazio oggettivo di cui sanno qualcosa solo gli atti notarili o i contratti d’affitto ma che noi di fatto non viviamo, non abbiamo conosciuto né testimoniato, non abbiamo mai investito di vissuti e significati, uno spazio che non ci è mai appartenuto, nel quale non vi abbiamo mai preso dimora. Ciò di cui possiamo testimoniare è solo il nostro luogo in quello spazio. La sedia che è lì, la porta che le è accanto sono elementi nello spazio a tutti accessibile. Ma il filo di ricordi che dipana da quella sedia, il suo significare per me, la connessione che mi riporta a chi me l’ha donata, mi appartengono personalmente come una parte del luogo in cui soggiorno solo io. Posso cedere, vendere o affittare il mio spazio-casa ma non il mio luogo-casa, perché questo emana da tutta la mia personalità e dalla mia storia di singolo e dalla storia di chi mi è intorno: è più di un semplice bene immobile il cui possesso mi è riconosciuto dalle leggi o dai costumi, è un bene personale, è mio in un senso più inalienabile della proprietà, non posso che portarlo necessariamente con me come fosse il mio corpo, mi appartiene come un’estensione personale, è un habitus su misura.

Parlangeli: lo spazio

Il Parlangeli è un posto raccapricciante. Ogni volta che ne varco la soglia, qualunque sia il mio stato d’animo, percepisco come fosse la prima volta chiaramente lo scandalo di questo orrore spigoloso, di questo nido grigio e monotono di cemento, di questo incubo ordinato e immobile. Il palazzo è una coazione a ripetere di poche figure squadrate con una sola concessione alla rotondità: una rampa di scale a chiocciola posta a intervalli regolari, una spirale psichedelica che sfocia in una cupola nera. Ogni scala è una voragine, una pausa posta tra le geometrie quadrate prima che riprenda lo spartito, il ritornello ossessivo di rettangoli e quadrati riproposti in identiche proporzioni ed esibiti nelle medesime, costanti combinazioni. Qui un ingresso vale l’altro, un piano vale l’altro, un ascensore vale l’altro (a meno che uno non funzioni per davvero!), una rampa di scale vale l’altra, un’aula vale l’altra, uno studio vale l’altro, una finestra vale l’altra: ogni cosa è perfettamente indistinguibile dalla corrispondente, ognuna è perfettamente equivalente all’altra per forma, dimensione, incolore e pallore. Ovunque si diriga lo sguardo la scena che si offre è quella di uno spettacolo di un fiume amorfo e ipnotico di regolarità tra cui non ha alcun senso preferire qualcosa a un’altra, non ha senso scegliere nulla. Tutto è predisposto alla luce di una maniacale uguaglianza, ogni elemento sembra cospirare contro il principio logico dell’identità degli indiscernibili, come se tutto volesse tendere al tentativo di una sua falsificazione fisica: il risultato è un’empirica congiura architettonica a Leibniz, una smentita del suo sistema. Se non vi fossero quelle targhette incise ad indicare con un numero decimale il piano, con una unità la successione e, infine, con una lettera il settore, nessun essere umano potrebbe minimamente orientarsi nel mezzo di un universo così privo di segni distintivi o differenze a cui ancorarsi per collocarsi, nessuno potrebbe capire in qualche altro modo da dove viene e dove va: mi domando se non sia proprio per queste ragioni e per una cinica allusione che sia stato scelto quel dannato palazzo per insediare proprio il corso di laurea in filosofia.

Parlangeli: il luogo

Che ci si creda o no, ed è una prova ulteriore della distinzione iniziale, anche in uno spazio così terrificante possono sorgere luoghi importanti, significativi, piacevoli e irrinunciabili per chi vi soggiorni. Per descrivere questi luoghi dovrei certo restituire al lettore ragnatele di memorie di molti anni della mia esistenza, da studente prima e, dopo anni trascorsi altrove, da dottorando poi; dovrei così far nomi e cognomi di amici e compagni preziosi, narrare aneddoti e fatti più o meno improbabili. Ma è preferibile credo limitarmi a qualche fotografia, a qualche istantanea che lascia supporre, suggerisce, testimoniando per frammenti qualcosa che è stato, come fanno le immagini fisse estrapolate da una storia più vasta e vivida di una generazione di studenti, una delle tante che appartengono irrimediabilmente al luogo. Ed allora ciò che prima restava indistinto, anonimo, impersonale e ripetitivo nella resa dello spazio, immediatamente si colora di decise distinzioni se coi ricordi mi addentro nello stesso palazzo sub specie loci. Ora ogni cosa è davvero unica e irripetibile, ha un colore netto ed una personalità definita e conosciuta, familiare, racchiude una memoria chiara. Il quarto piano ad esempio, non era affatto un piano come gli altri, era il “nostro” piano, quello cioè della tribù degli studenti in filosofia. Anche il secondo ci apparteneva molto, soprattutto fino a quando c’era lì il bar di R., un tipo bravino nel fare il caffè ma straordinario nel rullarsi perfettamente la sigaretta con una sola mano. L’altra gli mancava. Mi chiedo ancora oggi come diavolo ci riuscisse. Il secondo piano era dunque un avamposto, una frontiera tra studenti di filosofia e iscritti ad altri corsi di laurea e pertanto indegni della minima considerazione da parte di menti impegnate nella ricerca della verità come noi, intellettualmente disprezzati, ma solo intellettualmente trattandosi spesso di graziose studentesse di pedagogia o simili. Il primo e il terzo piano non erano invece affar nostro. Per quanto mi riguardava sentivo talmente estranei quei piani che, per dirne una, se dovevo correre in bagno e si dava il caso che al quarto o al secondo fossero tutti occupati, mi era difficile persino rendermi conto che c’erano altre possibilità. Si dice che i filosofi vivano nei cieli: ma come si fa ad essere piantati per terra quando ci si è formati al secondo piano di un palazzo senza un primo piano a reggerlo, e con un quarto piano edificato senza un terzo? Nemmeno nell’Iperuranio si starebbe talmente sospesi!

Il piano terra era invece territorio di tutti, era soprattutto quello delle biblioteche e di qualche aula più capiente. Nelle biblioteche non esistevano badge elettronici e tesserini magnetici: al loro posto c’era essenzialmente lui, S., il bibliotecario dalla memoria infallibile o “lulliana”. S. ti trattava come un vecchio zio brusco ma infinitamente buono, ti dava pazientemente i libri, e senza segnarsi nemmeno il tuo nome un giorno ti beccava nel bar e ti guardava male al punto che il caffè che stavi sorseggiando ti andava storto: quello era il segnale che il prestito era scaduto da molto, troppo tempo. Non era necessario che un software inviasse email automatiche alla tua casella elettronica come avviene oggi. La tecnologia era tutta lì, nella memoria e negli sguardi di S. Non occorrevano nemmeno parole spesso. Forse però è ora di finirla, prima che queste istantanee diventino un album di ricordi o peggio prendano a rincorrersi in un flusso nostalgico. Menzionerò soltanto l’ironia che il Parlangeli sa riservare. Tornandoci anni dopo per il dottorato, ad esempio, mi trovai a frequentare quasi esclusivamente il terzo piano. Chi l’avrebbe mai detto?

Al mio ritorno incontrai S. all’ingresso, seduto su un parcheggio in ferro per biciclette. La cosa mi colpì per la sua stranezza e così mi fermai, scoprendo che il mio primo giorno da dottorando coincideva col suo primo da pensionato. Per la prima volta in quella circostanza scambiammo due parole non riguardanti prestiti librari in sospeso. Non seppe resistere quel giorno alla forza di un’abitudine scavata una vita. Come non comprenderlo? Lo salutai con un affetto sentito ma non manifestato, proprio come si fa con uno zio burbero che non si vede da anni, anche se credo che lui non sapesse il mio nome. Ma su questo non ci scommetterei, con una memoria del luogo come la sua non si sa mai. Un’ultima cosa resta da dire, in merito alla provvisorietà eterna del Parlangeli, ormai proverbiale. Anche all’inizio di quest’anno, come negli ultimi diciotto, ossia sin dal tempo in cui ero una matricola, è stato puntualmente annunciato l’imminente sgombero delle attività universitarie dal palazzo. Non passo da lì da molti mesi ormai, sono però sicuro che anche l’anno prossimo leggerò lo stesso annuncio: su questo ci scommetterei, puntando tutto stavolta.

Il Salento dei tumori e la “decarbonizzazione”: un nodo sempre più intricato per Emiliano

Ulivi vita millenaria da salvare - ''l'Ulivo urlatore'' - Salento, entroterra otrantino, ARCHIVIO FORUM AMBIENTE E SALUTE
ARCHIVIO FORUM AMBIENTE E SALUTE

 

di Pier Paolo Tarsi

 

C’è del marcio nel Salento, c’è da molto tempo ad esser proprio pignoli, il fatto nuovo è che adesso… c’è del marcio nel Salento! Confusi? Tranquilli, si tratta solo di una normalissima esperienza di déjà-vu oppure, peggio, il preludio di un eterno ritorno. È la stessa sensazione alla quale i salentini si stanno già abituando, ad esempio leggendo dei risultati del clamoroso Report Ambiente Salute, recentemente reso pubblico alla presenza di Emiliano in persona. Questo Report infatti non svela ma al più aggiorna, conferma e precisa uno scenario cupo di cui il territorio è ben consapevole da anni: come a dire, repetita iuvant. Del resto, tutto ciò non dovrebbe sorprendere nemmeno i lettori del nostro sito: basta loro una ripassata di questo nostro articolo comparso meno di tre anni fa per accedere al déjà-vu (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/05/vieni-a-ballare-in-puglia-se-ne-hai-il-coraggio/). Tuttavia, l’aspetto forse innovativo in questo Report rispetto al passato sembra essere la sua più esplicita indicazione e la modellizzazione di relazioni tra il triste primato salentino per tumori polmonari, la specificità geografica del territorio e il contestuale inquinamento dell’aria. Emerge (eureka!) da tale quadro la necessità di una rapida “decarbonizzazione” pugliese per ridurre i contaminanti: per Emiliano è ormai una parola d’ordine, un imperativo. Sorgono qui per noi almeno due piste di interrogativi e riflessioni.

La prima pista è quella che guarda d’obbligo all’epoca appena conclusasi in Puglia, il decennio di Vendola. Un nodo centrale della sterminata ragnatela di narrazioni delle quali dava prova l’ex-governatore SEL di Puglia era sicuramente l’ecologia, tanto da fregiarsene nel nome stesso del suo partito. Viene il dubbio però che si trattasse soprattutto di ecologia oratoria o nominale. Come mai infatti durante questa lunga stagione non si è avviato alcun profondo processo di “decarbonizzazione” della Puglia? Non se ne ravvedeva l’urgenza? Eppure, già nel 2006, quando Vendola ancora rodava il suo primo governo, in un rapporto INES disponibile sul sito dell’ARPA Puglia (Si veda “LE EMISSIONI INDUSTRIALI IN PUGLIA – Rapporto sulle emissioni in atmosfera dei complessi IPPC”, Cap. 3”) erano riportati dati che, ci pare, avrebbero suggerito il palese bisogno di un energico processo di riconversione a chiunque, figuriamoci ad un ecologista!

Vediamone alcuni: la Puglia da sola produceva il 91,96% di tutte diossine prodotte in Italia, mentre una regione come Lombardia raggiungeva il 4,32%. Il primato assoluto italiano della Puglia valeva anche per emissione di anidride carbonica (il 21,23 %, una regione come la Lombardia si fermava al 13,24%, il Lazio al 6,07%), emissioni di Monossido di Carbonio (81,11%, seconda la Lombardia con il 3,69%), emissioni di Particulate Matter (Puglia 62,23%, seconda classificata la Sardegna, con il 7,91%), ancora, emissioni di Benzene col 46,13% (seguiva la Sicilia col 26,16%, terza la Lombardia col 9,87 %), ossidi di azoto (prima la Puglia, col 19,63%, seguita da Sicilia, con l’11,65%), ossidi di zolfo (prima classificata ovviamente la Puglia con il 23,27%).

La seconda pista di riflessioni tende a guardare all’oggi e all’immediato futuro, un orizzonte le cui variabili iniziali sono le più audaci conclusioni nelle penne di chi stende i report e un anti-renziano al governo della Puglia al posto di Vendola, divenuto quest’ultimo nel frattempo un baby privilegiato interessato a X-Factor e alla farneticazione cosmopolitica. Chi si dedica a questioni più importanti e urgenti per il destino dei pugliesi, tipo la vicenda TAP, sa che Emiliano ha avanzato formalmente una controproposta in modifica del progetto avallato dal governo centrale.

Il piano di Emiliano – preannunciato in campagna elettorale, presentato a dicembre e da allora in attesa di un una risposta di Renzi – prevede uno spostamento dell’approdo del gasdotto da San Foca (Lecce) a Brindisi, una mossa questa che spianerebbe la via della decarbonizzazione e della riconversione al metano dei siti più inquinanti presenti proprio a Brindisi (Cerano e Petrolchimico) e a Taranto (Ilva, convertibile in parte). Oltre a placare le forti proteste degli ambientalisti salentini, preoccupati dell’impatto ambientale devastante di TAP a San Foca (tanto sulle coste quanto sulle distese di uliveti dell’entroterra già assediati peraltro per la questione Xylella), questo piano ridimensiona anche i margini di argomentazione polemica degli oppositori come i pentastellati, i quali guardano sostanzialmente a una “decarbonizzazione” senza gas. In questo contesto preciso si inserisce il già menzionato Report di alcuni giorni fa. Prima della sua declamazione ufficiale il quadro era il seguente per Emiliano: da una parte c’era l’attesa di una risposta di un Renzi per nulla propenso a darla vinta all’inviso interno, l’ideatore di un probabilmente felice compromesso dei bisogni del governo e del territorio; dall’altra vi era un fronte di protesta in parte sopito e in parte circoscritto dal compromesso proposto dal governatore di Puglia. Il clamore e le varie reazioni a catena innescate dal Report giungono dunque come un rullo compressore che preme sia sul silenzio di Renzi, sempre più imbarazzante di fronte alle cifre da eccidio salentino per tumore, sia come un ulteriore colpo ai già risicati margini argomentativi dei pentastellati. L’urgenza della “decarbonizzazione”, rimarcata e amplificata dal Report, si ripercuote immediatamente sulla questione TAP, anello centrale nella visione di Emiliano e chiave di volta per chiudere molti conti. Questi ne è talmente consapevole che, negli stessi giorni in cui forte risuona l’eco e l’impressione di questo Report, da una parte propone la via di un decreto speciale per recepire le sue proposte di modifiche (http://www.ansa.it/puglia/notizie/2016/02/18/emilianosi-dl-per-approdo-tap-brindisi_134a5971-17a8-431f-acb1-41b2b3ee0eba.html), dall’altra tratta di TAP anche in Commissione parlamentare antimafia (http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&opz=display&id=20000), inanellando il collegamento da un discorso all’altro come fosse alle prese con il più tipico percorso di una tesina da esaminando: in succo, la realizzazione di un approdo della TAP a San Foca favorirebbe secondo Emiliano gli interessi mafiosi nel territorio, dunque la soluzione auspicabile è ancora una volta la sua, Brindisi! Consegnando questo Report all’opinione pubblica alla sua stessa presenza, il governatore preme insomma con un solo colpo su Renzi affinché non ignori ulteriormente la controproposta, smorza il potere polemico che potrebbe crescere intorno agli scetticismi dell’opposizione pentastellata e segna il primo vero punto agli occhi di molti pugliesi sul suo predecessore, battendolo su una battaglia dalle tinte ecologiche, un attributo quest’ultimo che da nominale diverrebbe forse più ontologicamente fondato nell’azione di Emiliano. Tutto fin qua lascia presagire uno scacco matto con una sola mossa sui tavoli da gioco di tutti gli avversari, esterni e interni, passati e futuri. Sembra vicina la luce per Emiliano finché non arriva, proprio in queste ore, il colpo di scena, l’imprevisto capace di rimettere tutto o almeno molto in discussione, complicando enormemente la partita in gioco.

Cosa? È presto detto: la firma in data 24 febbraio 2016 dell’intesa per un nuovo gasdotto con approdo previsto nell’incantevole Otranto, nei pressi di San Foca! Ancora un déjà-vu? L’inizio di un ennesimo eterno ritorno? Giudichino i lettori. Di certo gli argomenti di Emiliano sugli interessi mafiosi sono già vanificati, colpiti a distanza di poche ore dalla capitale. Di certo nel Salento ambientalisti e i sostenitori di una via alla decarbonizzazione senza gas avranno nuove importanti ragioni dalla loro, e non poche, ci pare. Renzi può forse riprendere fiato, ma i salentini? Ciò che Renzi prospetta loro è un futuro terribile, da incubo: un Salento che respirerà la stessa aria di oggi e in più terra d’approdo di gasdotti (almeno due al momento) che avranno un impatto negativo sull’attrattività locale e sul paesaggio. E mentre i pentastellati rifiutano l’uno e l’altro (“decarbonizzazione” senza metano), Emiliano si colloca in mezzo: TAP si, ma a Brindisi, primo passo di un (non sappiamo quanto fattibile ma comunque annunciato) percorso di “decarbonizzazione” dei poli maggiormente inquinanti.

Un compromesso finora ragionevole e vincente agli occhi di chi scrive (non proprio un simpatizzante di Emiliano) in quanto accoglie il gasdotto come vuole il governo centrale, smorza le proteste che si addensano intorno a San Foca per il territorio, e appare più concreto e meno utopico della visione pentastallata, soprattutto dopo l’impressione suscitata dal nuovo Report Ambiente Salute (non a caso, crediamo, reso pubblico alla presenza di Emiliano) che evidenzia l’urgenza di una decarbonizzazione in riferimento ai tassi di tumori polmonari nel Salento.

Il fatto nuovo è questa intesa appena firmata a Roma per un nuovo gasdotto che interessa Otranto. Questo crea una crepa nella soluzione del governatore, il quale portando TAP a Brindisi non risolverebbe comunque il problema dell’impatto di un approdo nel basso adriatico salentino. Una crepa che, se da una parte fa sorridere forse Renzi, dall’altra potrebbe ridonare vigore all’idea più radicale di una “decarbonizzazione” senza gas, una proposta magari meno immediatamente traducibile in azione ma unicamente in grado di salvaguardare al contempo la salute e il paesaggio salentino.

Il Salento e… la polvere nascosta sotto il tappeto

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di Pier Paolo Tarsi

Ai pugliesi, e in particolare ai salentini (li osservo da anni, fidatevi di quello che dico), piace vivere nel meraviglioso mondo di Amelie. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, li hanno compresi bene e fanno di tutto per tenerli in quel recinto incantato e carezzevole come fruitori e amplificatori di una immagine che compiace i locali mentre trascina turisti e muove in parte l’economia. Non bisogna negare infatti che tutto ciò ha i suoi lati positivi: chi scrive ha fatto il commesso abbastanza a lungo per non sapere che il venditore più convincente è quello intimamente convinto del valore di quanto propone. Pubblicate un video che celebra le bellezze nostrane o le ricchezze enogastronomiche di questo lembo e vi ritroverete un esercito di gente sinceramente convinta che con quello appesta i social o gli smartphone degli amici lontani, persino quelli degli zii emigrati che torneranno in estate. Ora, questa orda di fondamentalisti convinti in buona fede della propria rappresentazione porta benefici indiscutibili, e porterebbe sostanzialmente quelli se fosse minimamente consapevole del suo carattere riduttivo, parziale, soprattutto strumentale e immaginifico.

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Gli stessi salentini che spediscono e condividono tera-giga di video in cui si celebra tanta bellezza (indiscutibile seppur patinata) detestano infatti che si ricordi loro che quell’idea somiglia alla sala con la polvere nascosta sotto il tappeto in occasione delle visite degli ospiti: una polvere che va sicuramente tenuta nascosta all’invitato, ma che prima o poi bisogna adoperarsi a spazzare via! Niente, non vogliono saperne della polvere, di vivere nella regione con l’aria più inquinata d’Italia secondo tutti i dati ufficiali, non vogliono sentirsi dire che calpestano una terra di fuoco, deturpata dall’abusivismo, consumata da modelli di sviluppo anacronistici, asfissiata dai fumi dell’Ilva, dal carbone di Cerano, violentata dai pesticidi, insomma, una terra ferita che ha le stesse prospettive di un malato terminale. Niente, a loro basta la prospettiva in cui li pone il video del giorno, detestano anzi chiunque li riporti ad una immagine più realistica e comprensiva sulla quale dovrebbe innestarsi una qualunque possibilità di un futuro. Questo esercito, apparentemente innocuo nella sua buona fede e persino utile a smuovere l’economia, finisce dunque per fare il gioco di una certa politica che della rimozione ha fatto il suo atteggiamento premiante e vincente: la macchia, il lato oscuro, il problema sono tratti da rimuovere e affibbiare ai perdenti che ne parlano, oscuri sentimenti e presagi non contemplati e non compatibili con un intaccabile e ottuso ottimismo in cui pascere elettori al motto renziano de “al bando i gufi”. A proposito, oggi è questo il video da gustare, la Puglia di oggi è quella del Bit, siamo salvi anche oggi da quella reale:

Costruzioni a secco che caratterizzano fortemente il nostro territorio

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di Pier Paolo Tarsi

Avere un tesoro…e non saperlo!
Le pagghiare o pajare o furnieddhi sono delle costruzioni a secco che caratterizzano fortemente il nostro territorio tanto quanto i sacri ulivi, dai quali sono spesso circondati, anche nel nostro immaginario. Costituiscono un patrimonio storico, culturale e paesaggistico di cui non siamo spesso consapevoli noi stessi.

I furnieddhi sono stati i rifugi per i contadini che hanno edificato la nostra civiltà con fatica ed oggi sono testimoni importanti del nostro sentire più intimo e del nostro passato. Anche se non è noto a tutti, queste dimore si differenziano fortemente per dimensioni, caratteristiche strutturali e soluzioni architettoniche adottate da zona in zona, pertanto una pagghiara presente nel territorio di Copertino non sarà affatto uguale ad una del territorio di un altro Comune (ci sono ottime pubblicazioni per chi fosse interessato ad approfondire). In quanto copertinesi, abbiamo allora il dovere di difendere e valorizzare questo patrimonio di cui siamo gli unici eredi e custodi, preservandolo dalla sua scomparsa dovuta al tempo, all’incuria o peggio alla volontà folle di chi abbatte i furnieddhi o addirittura li sostituisce furbescamente con costruzioni moderne camuffate da antiche dimore a secco per raggirare le leggi.

Un’azione saggia e intelligente di tutela e valorizzazione collettiva non solo è un atto dovuto, nel rispetto dei nostri avi e del nostro paesaggio, ma è un’azione che avrebbe ricadute ottime per ogni copertinese in quanto: 1) incrementerebbe il valore delle campagne; 2) si incentiverebbe il flusso di visitatori e turisti nelle nostre zone; 3) si instaurerebbe un circolo virtuoso che permetterebbe il ritorno di antichi mestieri che vanno del tutto scomparendo (i costruttori di muretti a secco e furnieddhi) e che invece potrebbero occupare nuove giovani leve, a vantaggio dell’economia di tutti e di un benessere sostenibile, rispettoso della natura e della storia.

Se non ci credete, provate a comprare una pagghiara a pochi passi da casa, ossia nelle zone di Leuca o in altri posti del Basso Salento dove la coscienza del valore di questo tesoro è stata acquisita, scoprirete che costano talvolta più di una villa di lusso con piscina!

La barchetta

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di Pier Paolo Tarsi

Erano due le ragioni per cui quello era divenuto il mio posto. La prima era la gravità. Uscendo da quella scuola che si affacciava su una strada in pendio si poteva procedere in salita o in discesa. In salita, verso destra, si andava verso un bar fighetto. Lì la musica di sottofondo era sempre quella del momento, i baristi e le bariste erano belli e giovani, sorridevano mentre servivano professionisti ben vestiti con le loro valigette 24ore. Tutto tintinnava e brillava là dentro, il corvino dei capelli di una ragazza alla cassa, i bicchieri, le tazze, le macchine per fare la cioccolata. Era tutto così pulito e armonico da vedere, persino le coreografiche decorazioni sulla schiuma di latte nelle tazzine erano impeccabili. Insomma, era tutto tremendamente insopportabile. Uscendo procedevo spedito a sinistra, spedito perché in discesa, non per altro. La mia ora buca, la mia ricreazione, le mie attese in vista di una riunione pomeridiana le trascorrevo con Battista, l’anziano barista dell’altro posto. La seconda ragione. Si stava soli nella sua bettola, e si chiacchierava o si stava in silenzio, a seconda della giornate. Ci si comprendeva al volo. La storia era semplice: quattro ripiani, un frigo, una macchina da cui quello, da secoli, mungeva come da una dea madre un caffè vero, nero, forte, una cosa che avrebbe steso almeno tre o quattro checche dell’altro bar in un solo sorso. Si poteva anche fumare là dentro, Battista le sue Muratti, io il mio mezzo toscano, tanto non sarebbe venuto nessuno a romperci i coglioni, a parte sua moglie di tanto in tanto. Eravamo a 30 metri dalla mia scuola e ancor meno dalla stazione, ma non sarebbe venuto nessuno, si poteva star tranquilli. Beh, oggi sono venuto io però, a trovarti Battista. Dopo tanti anni, costretto a passare dal tuo paese, mi sono poi spinto fin là per te. E tu mi muori così, senza nemmeno un ultimo caffè, senza una delle tue invettive su Berlusconi o un panegirico sulle fabbriche di scarpe che erano state la gloria del tuo paesino. E pensa, che ti ritrovo? Un bar fighetto, come quello là sopra, colorato e lindo, con una ventenne spalmata di fondotinta che sorride e serve birre alla moda a tutti. Per un attimo ho pensato fosse una tua nipote. Macché. Nuova gestione mi dice, e tu da un paio d’anni hai mollato tutto, pure la pelle. Va bene Battista, fatti questo viaggio se così deve essere. In discesa, mi raccomando, dove porta questa prima o poi ci si rivede. Arriverò su questa barchetta che ho fotografato per te, quando vorrà prendere il largo.

Sono veramente, indiscutibilmente, arrivate le feste!

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di Pier Paolo Tarsi

Mi infilo in quello sgabuzzino che apro tre o quattro volte l’anno e raccolgo quei sacchi neri dove avevo riposto tutto, giusto un po’ prima della scorsa Pasqua. Libero l’angolo dove il mio capolavoro dovrà venire alla luce e anometiddiu comincio. Faccio la prova della prima serie di luci, non funziona, figurati! Per un attimo mi compiaccio profondamente che siano sottopagati quei fottuti operai cinesi, imparassero a fare cose durature! Mi ricordo del cacciavite, il mio unico attrezzo per ogni lavoro di casa (dovrebbe dare l’idea della mia intraprendenza nel fai-da-te). Non è a croce, e nemmeno a taglio, è semplicemente spezzato, non pervenuto insomma, per le mie necessità è sempre stato abbastanza però, potrei persino difendermi da un armadillo inferocito un giorno, vi pare poco? Provo con quello a smontare la scatolina in cui termina il filo delle lampadine e addirittura ci riesco. Provo a collegare un filo staccato, collego alla presa e per poco non ci resto secco nella sfiammata che ne segue. “Fanculo, non ci esco di casa manco morto”, decido di farmi bastare l’altra serie (già, l’altra serie!). Comincio a comporre l’opera, apro l’albero artificiale, ne distendo i rami, ci appendo le solite palle rosse decorate e tutte le carabattole variopinte, qualche angelo e qualche pigna finta. Dopo una mezzoretta, ai piedi ci metto una capanna, due pecorelle che non stanno in piedi, una madonna e un sangiuseppe, un bue e un asinello, una culla e due re magi (il terzo è disperso, non esco, non esco ho detto!). “È fatta quasi, è fatta dai..” – nemmeno il tempo di pensarlo e suonano al citofono. No! Lo zio M., lo zio M. cazzo! Lo zio M. ha deciso da un paio di mesi a sta parte di fare finalmente il gran salto dal telefonino allo smartphone, e ha deciso naturalmente che dovrò immetterlo io nella nuova era. Col computer ho impiegato solo sette anni a fargli capire come si manda una mail, e ciò nonostante mi chiama ogni volta che deve inviarne una. Niente, respiro profondamente e mi rassegno a una mezzora di inutile consulenza informatica e divagazioni sul senso della vita. Sono ad ogni modo là col puntale di polistirolo dell’albero in mano, pronto a godermi il momento imminente in cui dovrò riporre la ciliegina sulla mia torta quando, alle spalle, sento la voce dello zio M. che entra: “Hei, hai visto che hai una ruota della macchina forata?”. “Forata?”. “Si, vieni a vedere”. Esco col puntale dorato e brillantato in mano e non ci sono più dubbi: sabato sera andato! Impossibile trovare un gommista aperto! Una illuminazione mi risolleva: anche se molto sgonfio ho visto un ruotino prima in quello sgabuzzino e vado a prenderlo. C’è, che culo, c’è! Seppure molto sgonfio c’è davvero! Lo zio M. decide saggiamente di tornare un’altra volta ed io mi metto a smanettare, sudo come un camionista australiano finché non riesco a infilare quel ruotino. Vado a raccogliere crick e l’altra ferraglia necessaria a cambiare la gomma e a quel punto mi accorgo che il cane sta sgranocchiando quel che rimane del puntale di polistirolo che avevo poggiato per terra! Ormai è ridotto a brandelli! “Porc….nel canile ti dovevo lasciare, nel canile, maledetto!”. Fa nulla, “anche senza un puntale sarà un lavoro accettabile” penso mentre rientro a casa soddisfatto! Le mani imbrattate come un minatore mi costringono a un’ultima incombenza prima di dedicarmi a gustare il mio capolavoro, lavarle. Sapone finito, ecchecazzo! Non importa, anche zozzo voglio contemplare l’opera, me lo merito: vado a collegare la seconda serie di luci (ve la ricordate?!) e niente, buio totale, nemmeno un bagliore nell’universo oscuro! L’imprevisto sul lavoro di riparazione della prima serie mi aveva distratto e non ho più pensato a testare l’altra prima di procedere all’addobbo! Tutto da rifare, non ci posso credere! Sporco e sudato me ne sto accovacciato al buio sotto l’albero a chiedermi: quali scienza che indaga il caos può spiegare tutte queste sfighe intrecciate? Nessuna, solo questa è la ragione: sono veramente, indiscutibilmente, arrivate le feste!

Storia di Pallo, pesce rosso filosofo

 

da acquariodigenova.it
da acquariodigenova.it

di Pier Paolo Tarsi

Quando ero piccolo andavo ripetendo che da grande avrei fatto il “dottore degli animali” (veterinario era parola impronunciabile per me), andavo pure collezionando album di figurine del WWF (e non di calciatori) e riviste sugli animali. Il primo libro che mi feci deliberatamente comprare si intitolava “L’enciclopedia del cane”, dovrei ancora conservarlo da qualche parte. Un librone che mi feci mandare per corrispondenza tramite una cartolina preaffrancata che avevo trovato su qualche settimanale che circolava per casa, un acquisto che fu peraltro l’innesco di un invio continuo mensile di libri non richiesti, protrattosi per anni nonostante le disdette, insomma l’inizio di un incubo per tutta la famiglia che si chiamava “Club degli Editori” o qualcosa del genere. Questa però è un’altra storia, che interrompiamo subito. Tra i pochi oggetti del desiderio di un futuro “dottore di animali” c’era anche un grande acquario per i pesci. Andavo continuamente ripetendo a cinque anni o giù di là che ne volevo assolutamente uno. Ebbene, qualcuno se ne ricordò a dir poco tardivamente il giorno del mio diciottesimo compleanno, quando un imponente acquario mi venne regalato, seppur ai miei occhi una cosa del genere era ormai poco più di un ingombro di cui non avrei saputo proprio che fare. Ad ogni modo onorai quel regalo fingendo di apprezzarlo come avrebbe fatto quel bambino che ero stato; comprai, seppur senza convinzione e voglia, una colonia variegata di pesci di ogni tipo e provenienza, delle piante acquatiche e qualche sasso con cui arredare il mio acquario. Sistemai il tutto lungo una parete di quello che era il mio studiolo, proprio di fronte alla scrivania dove da lì a poco avrei iniziato a studiare filosofia. È così che nella mia vita entrò Pallo. Pallo è il nome che quel pesce non ebbe mai da vivo e che gli ho dato ora, mentre scrivo, un po’ come comodo espediente narrativo, un po’ come riconoscimento postumo. Tra i ricercati, raffinati, coloratissimi e costosi pesci esotici che avevo acquistato per riempire di vita quell’acquario, Pallo era invece l’unico esemplare del più comune, umile e banale essere acquatico che potesse esserci in commercio, cioè l’unico pesciolino rosso. Ma non solo: Pallo divenne molto presto anche l’unico superstite di quella colonia di pesci, tutti morti nel giro di una sola settimana dall’acquisto, tutti tranne lui! Dall’ottavo giorno, dopo la suddetta moria, iniziai a entrare in quello studiolo con una speranza che non osavo all’inizio confessare nemmeno a me stesso, per un certo senso di colpa che ne scaturiva: la mia giornata di studio iniziava cioè con l’attesa di veder galleggiare Pallo privo di vita come tutti i compagni che lo avevano preceduto e potermi così liberare senza macchia di quell’acquario, rivendendolo in fretta. Un’attesa però puntualmente tradita: ogni mattina Pallo era là, testardamente attaccato alla vita, alla quale si tenne aggrappato a lungo! Intendiamoci, non che avessi nulla contro il povero Pallo, semplicemente mi inquietava il suo andare avanti e indietro dentro quelle pareti di vetro col suo sguardo fisso sempre addosso a me, seduto là di fronte a lui, piegato sui libri e costretto a star così per non vederlo. Nei riflessi della prigione d’acqua di Pallo iniziai infatti a vedere molto presto la mia miseria da studente, costretto a stare in quei tre metri quadrati di puzzo di fumo e poca luce tutto il santo giorno. Ma non era solo per questo che la sua presenza mi inquietava, c’era molto di più; il suo vano passaggio che non avrebbe mai condotto ad alcuna meta giunse infatti molto presto a valere per me come una denuncia incontestabile della condizione di ogni essere, me compreso: un affannarsi senza senso e senza uno scopo ultimo e definitivo, un girovagare inutile interrotto solo qua e là da momenti di gioia passeggera. Per Pallo quei momenti consistevano in qualche manciata di mangime che ogni tanto mi alzavo a gettargli. Io ero un po’ la sua sorte benevola che ogni tanto si affacciava a gettare il pizzicotto di manna, ed anche questo mio ruolo non voluto mi inquietava, un’attribuzione non richiesta della parte del dio provvidenziale che mi pesava non poco. Se riuscivo a sopravvivere al passaggio nelle pagine di Pascal, di Nietzsche, se riuscivo a non soccombere al pessimismo di un Leopardi o di uno Schopenhauer o all’angoscia di un Kierkegaard, al nichilismo di questo o quell’altro, la visione di Pallo non mi dava invece alcuno scampo. Qualunque espediente intellettuale cui ricorressi per non annegare nel non-senso del vivere che quelle grandi menti con lucidità denunciavano negli scritti che dovevo per forza studiare, nulla poteva invece contro l’inconfutabile argomento che Pallo mi sbatteva in faccia col suo semplice e inconsapevole galleggiare di qua e di là. Mi bastava alzare gli occhi e incontrare il suo sguardo fisso, nudo e crudo come l’amara e spietata verità che rispecchiava, per rinunciare a qualunque lotta e arrendermi all’accettazione, all’infrangersi di ogni mio moto di negazione e ribellione. Vi domandate, immagino, quando sia morto Pallo? Ebbene, Pallo stava là, implacabile e indifferente, il giorno in cui mi laureavo, e là stava ancora mentre accumulavo titoli post-laurea e altre stupidaggini: fu l’ombra di un percorso di studio durato molti anni, e mi lasciò infine soltanto quando insegnare iniziava a divenire il mio compito, quando soprattutto la lezione della sua ombra era divenuta per me serena premessa del buon vivere. Caro maestro terribile che galleggi chissà dove, coi tuoi occhi che scrutavano senza turbamento o un batter di ciglio una verità che ha fatto invece tremare, impazzire e disperare i migliori tra noi uomini, accetta questo mio tardivo riconoscimento, e perdonami se finora non ho avuto l’intelligenza di tributarti l’onore del nome, quello di Pallo, il vero filosofo la cui ombra inquietante mi ha guidato.

Difesa di un ateo dell’ora di religione cattolica a scuola

Caravaggio San Tommaso

di Pier Paolo Tarsi

Spiego, da docente di fede atea e di professione filosofica agnostica, perché ritengo utile e più attuale che mai l’insegnamento della religione cattolica apostolica romana a scuola. È certamente doveroso studiare anche le altre religioni e dare spazio a tutte, non solo perché nelle classi ci possono essere alunni di diverse fedi che in tal senso si vedranno accolti e riconosciuti, ma anche perché ognuno comprenda le visioni e le idee degli altri cittadini del mondo, prerequisito per (ri)conoscerle veramente.

Laicità non vuol dire eliminare tutte le fedi ma tutte accoglierle, nel presupposto unico e irrinunciabile che tutte accolgano, a loro volta, il principio di esistenza e libera manifestazione delle altre. E allora, perché non trasformare semplicemente l’ora di religione cattolica in qualcosa come la storia e l’analisi dei sistemi religiosi? Perché sarebbe un errore da almeno tre punti di vista intrecciati l’un con l’altro: storico-sociologico, formativo e didattico.

Sarebbe un errore storico perché la società italiana vive da tempo quel che si dice un inarrestabile processo di secolarizzazione. Ciò significa che sempre più sfilacciato si fa il tessuto della pervasività della visione religiosa cattolica e dei suoi principi nella pratica e nella conoscenza diretta dei futuri cittadini italiani. Ebbene, proprio perché si manifesta un simile processo, è importante affrontare oggi una sfida culturale (e non religiosa!), formativa (e non catechistica!): i futuri italiani avranno sempre più difficoltà ad accedere al linguaggio teologico cristiano e nei tanti mezzi in cui esso si esprime (arte, architettura, filosofia, letteratura, ecc.).

Togliete al lettore di Dante o Manzoni, togliete a chi contempla le tante opere d’arte delle nostre città, a chi studia Tommaso e Sant’Agostino – ovviamente – ma anche un Giordano Bruno o un Nietzsche una conoscenza approfondita della cultura cristiana e avrete combinato un disastro! Questo è appunto l’errore formativo.

Sarà in una certa misura inutile portare gli studenti a visitare musei, cattedrali, affreschi, come inutile sarà analizzare con loro tanti testi letterari e filosofici se li avrete privati del linguaggio con cui sono in parte (o in polemica al quale sono) costruiti, edificati e scritti i primi.

Molti dei poeti, degli artisti, pensatori, scrittori o pittori immensi che li apriranno alla vita dello spirito si esprimono proprio con l’alfabeto cristiano, del quale non possiamo e non dobbiamo allora privarli.

Del resto, vi domando, fareste un viaggio di arricchimento e conoscenza in Giappone senza aver prima letto o provato a capire qualcosa sul buddismo zen? Cosa cogliereste veramente di tanta parte del teatro, della poesia, dell’architettura, della pittura, dei giardini, dei rituali e dei costumi giapponesi senza passare da là? Nulla credo, o almeno non abbastanza da gustarne duraturi frutti. E allora, come potete pensare che i nostri figli possano, invece, incontrare tutti i giorni un mondo da due millenni cristiano senza conoscere a fondo il cristianesimo? Come potrebbero, inoltre, giungere a metterlo in discussione senza averlo prima almeno compreso? Veniamo così all’errore didattico, che a questo punto dovrebbe essere molto evidente.

Non è ammissibile dedicare allo shintoismo o all’islam o al buddismo lo stesso tempo che è invece giusto (per quanto detto sopra) dedicare alla religione cristiana cattolica! Quando i nostri alunni saranno fuori dalle aule – almeno nel momento storico in cui scriviamo – non incontreranno moschee né templi buddisti e shintoisti ma chiese, arte sacra ispirata al cattolicesimo, simboli e riferimenti di una civiltà cristiana.

Se è al mondo reale che abbiamo il dovere in primis di formarli, a una comprensione dello stesso, allora è didatticamente importante e indispensabile che il poco tempo da dedicare allo studio della religione sia utilizzato maggiormente (ma non esclusivamente!) per quella cultura religiosa che serve loro più delle altre a comprendere ciò che hanno intorno: il cattolicesimo appunto.

E questo vale anche per quegli alunni di altre fedi che abitano le aule: ciò che vedranno intorno a loro non dipenderà dai valori che professano o che hanno ereditato dalla propria famiglia. Uno studente buddista non incontrerà attorno a sé templi né opere d’arte ispirate ai principi del Budda: non prendere in considerazione questo dato di fatto, non riconoscerlo è assurdo e fallimentare sia per i formatori che per i genitori.

È strano come, a settanta e più anni da un celebre scritto di Croce – non certo un filosofo bigotto!- si rivela oggi, credo, ancor più urgente e attuale ribadire perché non possiamo -nemmeno io, ateo- non dirci cristiani. Le persone comprendono benissimo come 20 anni appena di Internet abbiano cambiato le loro vite, ma le stesse poi, stranamente, credono di non essere affatto lambite (dentro e fuori si sé) da 2000 anni di cristianesimo.

Molti, mi pare, nel timore di tradire i presupposti laici e pluralisti della democrazia e della scuola pubblica italiana, sacrificano così in questi giorni una ragionata e pacata riflessione all’altare del furore laicista, opposto dogmatico di un altrettanto sterile bigottismo.

Il ragionamento che qui invito a fare intende invece sfuggire a questa radicalizzazione paralizzante e cieca delle posizioni, l’una contro l’altra armata: non è affatto il punto di vista di un oltranzista e tradizionalista uomo di fede, ma quello di chi deve responsabilmente formare (come genitore e docente) dei ragazzi italiani a comprendere il proprio mondo, ossia un mondo intero frutto di secoli di opere, modi di pensare e concepire l’individuo, l’essere delle cose, i rapporti umani, il diritto, l’arte ecc. cristiani!

Non c’è nulla di più ingenuo che non tenerne conto, niente di più cieco dell’idea di poter o addirittura dover oggi fare a meno della cultura cattolica quale strumento essenziale per la lettura del nostro immediato reale. E a ricordarlo, per una volta, lasciate che sia un ateo, un ateo cristiano si potrebbe dire, nel senso che è proprio rispetto all’universo cristiano-cattolico in cui sono cresciuto che ho elaborato persino il mio ateismo, la mia forma intima e personale.

Anche questo è un dato di fatto, da cui non si può prescindere nell’inconsapevole e ingenua illusione obiettivista e laicista che per essere giusti e imparziali si debba, o soltanto si possa, parlare “da nessun luogo”, “da nessun punto di vista”.

 

Parole e immagini: un connubio nuovo di comunicare emozioni

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Il dire ulteriore. Immagini e parole

Scatti d’autore di Mauro Minutello – testi di Elio Ria

prefazione di Pier Paolo Tarsi, a cura di Marcello Gaballo

Edizioni Fondazione Terra d’Otranto – Collana Scatti d’autore n°1

formato A/4, cartonato, 84 p., stampa colore

ISBN: 978-88-906976-4-7

 

La lettura del libro  e il godimento delle immagini rimanda ad un ulteriore dire in un panorama ampio di dettagli della terra salentina. Un libro “incompiuto” dove l’esaltazione dell’insieme è demandata al lettore. Il poeta e il fotografo hanno sottolineato ciò che hanno voluto secondo i propri interessi, in condizioni di imparziale attenzione, assumendo anche le vesti di spettatori trasognati.

Indubbiamente le immagini e i testi sono frutto delle abitudini e ossessioni degli autori: difatti in qualsiasi trattazione tematica fotografica e testuale  affrontata,  parlano in fondo di sé stessi, del proprio bisogno di trarre dalla geniale creazione di Dio un frammento concettuale per magnificare la sua opera.

La voglia di dire e di raccontare qualcosa che sfugge all’attenzione, e di cui non si avverte il valore, è palesemente suffragata dall’impegno del poeta Elio Ria e dal fotografo Mauro Minutello, i quali hanno dimostrato come la bellezza di un fiore resta tale anche se non c’è nessuno a contemplarla.

L’opera tenta di agganciare il lettore all’intorno di un mondo  come l’odierno   in cui tutto è uguale a tutto in osservanza della soddisfazione dei bisogni. Decelerare, soffermarsi a contemplare il significato della reale bellezza dei luoghi diventa un esercizio che rafforza le certezze di un’idea, sviluppatasi non solo per meravigliare gli occhi ma anche per traslare significati di architettura della natura. Il linguaggio dei luoghi è affine a quello della lingua.

Traspare nel volume edito da Fondazione di Terra d’Otranto il criterio di non deviare sia in parole che in immagini dal verisimile, rispettando ciò che gli occhi hanno visto – e comunque –  in una sorta di res ficta o argumentum,  vale a dire la res ficta è inventata sì, ma entro i limiti del verisimile, seppure in alcuni testi la poesia tende a colpire con lo splendore della forma: mirando a  immaginare fantasie ma anche cose incredibili. Il poeta giustifica in questo modo la propria licenza di trattare cose impossibili al fine di rendere sorprendente e interessante la sua opera. Di converso il fotografo ha estrapolato da un contesto più ampio un dettaglio che – a parere suo – potesse illuminare con la fissità dell’immagine qualcosa che sfugge all’abitudine degli occhi. Si può dire che  entrambi gli autori sono riusciti a dissimulare e a rendere gradevole persino l’assurdo, infrangendo le regole visive della verità, inducendo gli occhi a ragionare concetti di bellezza e di ulteriore dire, nel tentativo di conquistare gli occhi degli altri. Lo stupore dell’impossibile è un bisogno dell’uomo e i testi quando ne sono ricchi svolgono un compito preciso. Ricorrere alla finzione vuol dire allargare per un momento lo spazio del reale, muovere passi in zone normalmente vietate entro la logica della narrazione che si mantiene in un sistema coerente  di rapporti tra possibile e impossibile.

Il volume, di pregevole fattura, assume l’onere della divulgazione conoscitiva di alcuni luoghi del Salento, rendendo partecipe il lettore alla realtà, la quale è assumibile a un modello che descrive la riconducibilità della vita umana a essa. Modello che può anche fornire chiavi critiche, che può favorire un’evasione, oppure appagarsi della sua contemplazione o riportarlo alla realtà che esso produce fittiziamente.

Il palcoscenico è l’immagine tratta da uno scenario naturale, la parola è il sostegno ad essa per coniugare nuove visioni e una validazione della fantasia. Il libro è da considerarsi a tutti gli effetti un coraggioso tentativo di connubio poetico-artistico che fa da contraltare  ai canoni classici della letteratura e della fotografia, dimostrando che è possibile muovere insieme immagini e parole in un contesto regolato dalla ciclicità degli eventi naturali; inoltre la reversibilità del tempo, gli scambi reciproci fra immaginazione e vita, moltiplicano all’infinito i rapporti soggetto-oggetto. Ria e Minutello hanno teso al massimo il filo che collega il reale all’irreale: amplificando, modellando, cose quotidiane di un creato che può ancora meravigliare.

L’esiliato dei Pazzi: un libro di Antonio Errico

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di Pier Paolo Tarsi

 

Una poesia è tale quando nulla, nemmeno un silenzio, una pausa, possono essere tolte, e null’altro, non una virgola, una parola o un solo concetto possono essere aggiunti: cosa dire di ulteriore rispetto a quanto contenuto nelle pagine di questo libro senza far loro torto? Cosa, in quelle righe, potrebbe risultare superfluo o perfettibile? Per trarmi fuori da questa forma di imbarazzo che solo la letteratura autentica pone, mi limiterò a suggerire una modalità di approccio che mi auguro sia rispettosa della natura più intima di questa fatica di Antonio Errico.

Il primo elemento che suggerisco è un invito a non considerare questo libro solo un romanzo storico, come è scritto in retrocopertina, e nemmeno propriamente solo come un romanzo, come scritto invece in copertina. È certamente l’uno e l’altro, ma il libro non è affatto ricompreso in tali definizioni.

È tale, perché del romanzo storico ha tutti i tratti, la precisione del dettaglio storiografico o la verosimiglianza sia rispetto ad alcune vicende del rinascimento fiorentino sia rispetto a fatti e personaggi storici della fine del XV secolo salentino, alla vigilia cioè della presa di Otranto da parte dei turchi; del romanzo in genere ha poi una struttura narrativa, una trama che appassiona, un intreccio che crea suspense, uno svolgimento. Anzi, ne ha più d’uno: da una parte è infatti il racconto di vicende reali connesse alla celebre congiura dei Pazzi che coinvolse in prima persona il protagonista, l’io narrante, ma dall’altra è la traccia di un flusso di coscienza in divenire, la storia e la testimonianza del percorso soggettivo di sofferenza e rinascita di un uomo condannato ingiustamente all’esilio da colui che era stato suo intimo amico e signore, Lorenzo de Medici, il Nobilissimo signore a cui si rivolge l’io narrante con una formula di deferenza che apre la maggioranza dei capitoli, il destinatario per il quale il protagonista scrive.

Ma non è tutto, anzi, vorrei dire, non è nemmeno l’essenziale di questo libro ciò che quelle definizioni – romanzo, romanzo storico – colgono. Troverà infatti il lettore in queste pagine un denso breviario meditativo, un tormentato diario filosofico sul vivere, ossia la testimonianza di un dialogare interiore sull’esistenza che rievoca nello spirito le Confessioni di un Agostino o i Pensieri di un Pascal, lo svolgimento sofferto di un percorso esistenziale che l’io narrante condurrà a partire proprio dalle cose e dalle persone che incontrerà nella terra in cui si ritrova esiliato, a partire dunque dallo slancio che l’incontro con la Terra d’Otranto produrrà in questo agiato fiorentino del Quattrocento caduto in disgrazia.

E vi troverà ancora e soprattutto il lettore di questo libro uno sguardo da poeta con cui contemplare ciò che ci circonda, assaporarlo; troverà un modo non retorico per guardare a ciò che questa terra di indicibile gli mette quotidianamente sotto gli occhi assuefatti, annebbiati dalle faccende in cui siamo tutti immersi. Vi troverà gli elementi più sfuggenti e più preziosi che ancora, nonostante tutto, caratterizzano il luogo in cui viviamo, un luogo che l’Esiliato definisce efficacemente Santuario e Bordello, ossia un misterioso, paradossale e antinomico coesistere di contrari che solo qui sembra riescano a tollerarsi l’un l’altro, a convivere, inspiegabilmente: il coesistere di emozione e ragione, il coesistere di follia e senno, il coesistere dell’amarezza e della dolcezza, dell’immobilità e dello scorrere della vita, il coesistere di un corteo funebre e di un corteo carnevalesco. Vi troverà ancora tratteggiato perfettamente il silenzio impenetrabile tipico del Salento che Errico riesce a rendere con la scrittura un oggetto palpabile, sensibile, ascoltabile; vi troverà la descrizione delle sue ombre, della luce particolare che qui emana, della qualità specifica dello scorrere del tempo; vi troverà un modo di guardare con stupore al cielo, al mare, alla natura delle pietre e della terra di questo luogo. Di fronte a tutto ciò, che pure è già qui e ora sotto i suoi occhi, il lettore vi si troverà soprattutto con l’incanto della prima volta, con la meraviglia dello straniero che tutto ciò non ha mai potuto mirare prima. Ecco perché al principio di questa pagina ho scomodato la parola poesia, cioè sguardo capace di squarciare l’apparente banalità per trovarvi l’incanto, sguardo che permette di sottrarsi allo stordimento tipico del fluire della vita, quell’accecamento per cui non siamo più in grado di guardare la straordinarietà di ciò che è intorno, ciò che essendo sempre lì accanto scivola nell’invisibile. Questo libro è dunque un denso trattato poetico sull’arte del saper vivere, un manuale filosofico per imparare a cogliere il momento, ad aprirsi a questo svelamento autentico del terribile splendore delle cose che sono sempre intorno. E della poesia queste pagine non hanno solo lo sguardo, la forza più profonda, hanno anche il ritmo, la cadenza, lo spessore densissimo delle parole, ognuna scelta accuratamente e pazientemente per tessere frasi e ricamare periodi intorno a pensieri talvolta profondi come abissi, vere e proprie sentenze filosofiche a cui accostarsi necessariamente con lentezza, prendendosi cioè tutto il tempo che occorre per comprendere le cose di cui si parla, l’essenziale, come lo chiama l’Esiliato. Ecco allora l’ultimo suggerimento sul modo di accostarsi al libro: leggerlo con lentezza estrema, la struttura stessa del testo – composto di piccolissimi capitoli di due, tre, a volte persino una pagina – invita a gustare l’opera senza fretta: poche pagine al giorno, anche una soltanto, cogliendo però ognuna esattamente come dovremmo imparare a fare con gli attimi dell’esperienza che ci è dato vivere.

La perfetta spirale

Drop of Water Creating Ripples

di Pier Paolo Tarsi

Capita di incappare in certi libri (o in certi fatti, non importa) navigando intorno a una domanda. Poi, nelle varie circonvoluzioni in cui passano i mesi, e talvolta gli anni, può accadere che le correnti e tutto ciò che le determina e muove (esperienze, incontri, discorsi, il caso, o quello che si vuole insomma) ci portino di nuovo tra le stesse pagine (o gli stessi eventi, non importa), facendoci ritrovare quasi esattamente al punto di partenza, quasi, perché nulla si ripete veramente, nemmeno una volta. Ripassare da lì non è come passarci per la prima volta, e tornarci in futuro sarà ancora un po’ diverso. Nel nuovo passaggio, ci pare come se la comprensione della prima volta fosse rimasta acerba, non sbagliata, ma come stordita, immatura, parziale rispetto alla nuova. E in questa perfetta spirale, ripassando quasi sempre dalle stesse parti nel passare dei giorni, godiamo degli unici veri benefici che regala nel tempo ogni domanda inappagabile: ci vediamo acerbi in ciò che eravamo, e con ciò vediamo chiaramente che in futuro questo nostro comprendere attuale apparirà di nuovo e sempre acerbo. Tutto ciò continua solo però nella misura in cui non si ferma il nostro domandare, è solo quest’ultimo che ci permette di vedere acerbo domani quello che oggi si ritiene maturo. Navighiamo ogni giorno nello specchio delle stesse acque, finché continuiamo a guardarvi dentro, accettando il movimento, quelle rifletteranno a ogni nuovo tentativo un altro volto, quasi lo stesso di ieri, quasi. Quel quasi ci da la misura di una soddisfazione momentanea che deve invecchiare in fretta per non diventare ottusa fissazione, ignoranza del saccente: quella della peggior specie, quella che non si sa tale, quella a cui è esposto chi, giunto in cattedra, lì sta come un punto di arresta e non di nuove ripartenze.

Il delfino e la mezzaluna. Si presenta oggi il terzo numero

Il  delfino e la mezzaluna

Sarà presentato oggi, alle ore 10.30, presso la chiesa di San Domenico a Nardò, il terzo numero della rivista della Fondazione Terra d’Otranto “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto“.

Saranno gli stessi Autori a presentare il proprio saggio, coordinati dal direttore della rivista Pier Paolo Tarsi.

Particolarmente ricco questo numero, che si sviluppa in 256 pagine,  tutte dedicate alla Terra d’Otranto, dalla preistoria ai nostri giorni. In formato A/4, con copertina cartonata, offre al lettore anche alcune selezioni fotografiche di alcuni validi collaboratori: Fabrizio Arati, Maurizio Biasco, Stefano Cretì, Ivan Lazzari e Mauro Minutello.

Come per i precedenti numeri, la rivista non è in commercio, essendo riservata ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che potranno ritirarla in questa occasione. Chi non potrà intervenire può richiederla a info@fondazioneterradotranto.it, versando un contributo volontario tramite conto corrente postale o tramite bonifico. Per i soli soci è previsto anche il dono di una delle pubblicazioni finora edite dalla Fondazione.

Iscritta con numero 17 al Registro della Stampa del Tribunale di Lecce, la rivista è inserita nel catalogo delle pubblicazioni periodiche con codice ISSN 2200-1847. E’ premura della Fondazione, come già successo per i precedenti numeri, di depositarne copia, oltre quelle legali previste per legge, presso le principali biblioteche italiane.

Questi i saggi pubblicati, oltre l’Editoriale del Direttore:

Mariangela Sammarco, Sul santuario rupestre di Santa Maria della Rutta ad Acquarica del Capo (Lecce) : epigrafi, segni e simboli devozionali

Domenico Salamino, Il capitello dell’aquila leporaria nella cattedrale di Taranto: l’itinerario contemplativo dell’anima

Francesco G. Giannachi, Classificazione delle forme verbali perifrastiche del perfetto e del piuccheperfetto usate dagli ellenofoni di Terra d’Otranto

Giovanna Falco, Mario de Raho, cavaliere leccese della Militia Christiana dell’Immacolata Concettione

Domenico L. Giacovelli, Vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum. Riflessioni su un devoto dipinto francescano

Stefano Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per fra’ Angelo da Copertino (1609-1685 ca.). La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò

Elio Ria, L’arciprete di Lucugnano

Marino Caringella, Un Sellitto misconosciuto tra i “Capolavori dei Girolamini a Lecce”

Ugo Di Furia, Opere inedite in terra salentina di Antonia e Teresa Palomba, sorelle pittrici

Gian Paolo Papi, Dal Salento alla Valnerina: una vicenda, un pittore, due tele

Rosario Quaranta, Francesco De Geronimo e la rapida diffusione della fama di santità e delle gesta meravigliose nei paesi del Nord Europa

Luciano Antonazzo, La cappella ed il dipinto dell’Immacolata coi santi apostoli Pietro e Paolo dell’antica parrocchiale della Trasfigurazione di Taurisano

Maurizio Nocera, Dal mito di Aracne al rito del tarantismo

Marcello Gaballo – Armando Polito, L’obelisco di Porta Napoli a Lecce

Rocco Boccadamo, A Giorgio Cretì: ciao, fratello cantastorie!

Cosimo Barbaro, La fondazione dello spazio funebre nell’Ottocento in Terra d’Otranto

Francesco Tarantino, Maglie “città di giardini”

Gianni Ferraris, A colloquio con Mario Perrotta, per parlare di teatro e di Salento

Restauri. Lavori di restauro di due dipinti su tela della chiesa matrice di Muro Leccese (Alessandra Coppola – Francesca Romana Melodia)

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’antico orgoglio di Minervino di Lecce (Armando Polito)

Araldica in Terra d’Otranto. Uno stemma carmelitano a Lecce (Lucia Lopriore)

Segnalazioni. Eugenio Maccagnani e due statue di san Pietro e san Paolo (Valentina Pagano)

Miscellanea. Sei francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della Civitas Neritonensis (Marcello Gaballo)

Edizioni della Fondazione Terra d’Otranto

 

Elio RiaE’ sempre meriggio nel Sud

 

La ricerca ossessiva del nesso salentino negli affari dell’universo

salento

di Pier Paolo Tarsi

 

Dall’Alpi alle Piramidi,

Dal Manzanarre al Reno,

Di quel securo il fulmine

Tenea dietro al baleno;

Scoppiò da Scilla al Tanai,

Dall’uno all’altro mar.

Se un tempo questi famosi versi manzoniani identificavano per tutti lo spirito a cavallo dell’epoca che fu al secolo Napoleone alle prese con la conquista del mondo, oggi sarebbero di gran lunga più adatti a qualificare un qualunque anonimo salentino. Se storicamente i nostri conterranei, come tutte le genti meridionali, si sono sempre spostati dalla propria terra d’origine per ogni dove del pianeta alla ricerca di lavoro o possibilità negate in casa propria, oggi sono presenti ovunque e in qualunque circostanza per qualunque ragione. Non trovereste infatti praticamente nessun angolo del globo, nemmeno una qualche zona interna dell’Amazzonia non ancora antropizzata o deforestata, in cui possiate esimervi dall’incontrare qualcuno che, sollazzandosi, non vi passi accanto indossando l’immancabile e pacchiana maglietta con annessa scritta dialettale che funge ormai da carta d’identità salentina esibita con orgoglio. Insomma, all’onnipresenza di noialtri, crediamo che ogni abitante del pianeta terra sia ormai lautamente assuefatto.

Dalla pizzica propinata ai cinesi, al pasticciotto speciale per il presidente degli Stati Uniti d’America, fino ai cori da ultrà del Lecce impartiti ai bambini del Sudan in Africa (http://www.youtube.com/watch?v=4lBfpFv-k4s), crediamo non sia rimasto più nessuno da salentinizzare a questo mondo. Ma qui è il punto, a questo mondo abbiamo detto! Non siamo forse nel XXI secolo avanzato? Non siamo nell’epoca della conquista della via lattea e dei suoi corpi, siano questi comete o pianeti? E volete che questo non solletichi il nostro bisogno compulsivo e ossessivo di presenzialismo ubiquitario?

Allora, come soddisfare queste impellenti e irresistibili necessità di salentinizzare il cosmo quando la terra intera è ormai colma in ogni dove di ritornelli dei Sud Sound System, di tamburelli di Torre Paduli e di ogni altra nostra specialità? Come potremo salentinizzare Marte, Saturno o Plutone date le oggettive difficoltà per ogni forma di vita di organizzare laggiù una Notte della Taranta?

Non è il caso di scoraggiarsi, fratelli e sorelle, non c’è problema la cui soluzione non si possa trovare con un po’ di ingegno, di spirito di adattamento e di creatività, virtù che ad esempio i giornalisti nostrani hanno saputo ereditare dai propri avi e di cui sanno dare prova praticamente ogni giorno, scovando e disseppellendo dalle brume della dimenticanza il nesso salentino nei fatti tutti della storia e dell’universo oggi conosciuto. Allora, come Buzz Lightyear prima di spiccare il volo nel cartone di Toy Story, non ci resta che lanciarci con entusiasmo e determinazione “verso l’infinito…e oltre”: basta trovare l’appiglio, la leva con cui sollevare l’universo, il trampolino per la conquista salentina di ogni remoto anfratto del cosmo, lo spunto per appagare il nostro affamato protagonismo.

Ed allora procediamo: l’Agenzia Spaziale Europa nella recente missione Rosetta ci dona il primo accometaggio della storia? Ebbene, sapendo cercare nelle pieghe degli eventi come solo i nostri giornalisti sanno fare, qualcosa di salentino ci sarà da evidenziare in questa impresa storica. Infatti, ci fa notare il “Quotidiano” in prima pagina, una delle ricercatrici che avranno l’onore di analizzare le polveri che saranno riportate sul nostro pianeta è nata nel Salento. Embè, sono soddisfazioni no? Ecco, ad ogni modo, servito il nesso salentino, ecco soddisfatto il nostro bisogno di presenziare: noi ci siamo sempre tra i piedi degli eventi, ed è bene che lo si evidenzi!  O ancora: per la prima volta nella storia una donna italiana parte per lo spazio? Si, è vero, è una donna milanese ahinoi, eppure, eppure…a ben guardare, una volta, nel 2007 precisamente, costei è passata proprio dal Salento per svolgere un addestramento nell’aeroporto militare di Galatina!

A svelarci il prezioso nesso ci ha pensato stavolta Leccesette (http://www.leccesette.it/dettaglio.asp?id_dett=23405&id_rub=68), giornale online che ci ricorda come il vezzo del nesso nascosto non interessi solo la vecchia carta stampata ma anche la rete e i nuovi media! Eccoci, sollevati e appagati anche stavolta dunque. Insomma, se non fosse ancora chiaro a qualcuno il Salento c’è, ovunque, in ogni circostanza, in ogni piega del cosmo, in ogni evento della storia umana, in ogni fatto rilevante o meno, eccome se c’è!

A latere di questa spasmodica ricerca di un nesso che sveli in ogni modo concepibile la traccia salentina in qualunque circostanza – anche a costo di esporsi al ridicolo – una domanda tuttavia (e forse qualcuna in più) sorge spontanea, come un invito a pensare: che senso ha questa puntuale esibizione di una qualche prestazione salentina in tutte le vicende umane? Quale è la ragione di un così puntuale e pervasivo bisogno di riconoscimento di sé tipico di noti disturbi della personalità qui elevati alla dimensione corale e collettiva?

Il Salento c’è,  ebbene, forse troppo è il caso di dire? C’è anche quando è veramente fuori luogo il nesso con la sua esistenza, c’è anche quando è francamente ridicolo il modo di esserci: abbiamo davvero bisogno di simili continue prove ontologiche della nostra esistenza da offrire agli altri e noi stessi? Un tempo tali prove ontologiche le si riservavano al Padreterno, ed erano a dirla tutta assai più profonde di quelle che emergono dal dibattito tra eminenti scienziati come Zichichi o Veronesi di questi tempi.

Ma noi, noi salentini, da queste testimonianze di presenza a tutti i costi non potremmo serenamente esimerci? A meno che non è di una teologia salentina che sentiamo veramente il bisogno- che so, di una qualche prova che Dio avesse un cugino che usava villeggiare nel Salento, o della prova che Cristo non si sia fermato veramente a Eboli ma sia giunto fino a Leuca per assaggiare un pasticciotto – non possiamo semplicemente limitarci ad essere talvolta dei meri spettatori dei fatti del mondo, come capita a tutte le genti?

 

 

Basterebbe laissez faire tante volte…

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di Pier Paolo Tarsi

 

Spesso, più di quanto si possa immaginare, abbiamo necessità di fare cose complicate solo perché non abbiamo lasciato fare semplicemente all’ordine delle cose. Dobbiamo fare in modo di liberarci delle zanzare, ma soltanto perché non abbiamo lasciato fare alle ragnatele che ci obblighiamo a eliminare dagli angoli delle case; dobbiamo fare in modo che le montagne non franino, ma soltanto perché non abbiamo lasciato fare alle radici degli alberi; dobbiamo fare in modo che i fiumi non straripino dai loro argini, ma solo perché non abbiamo lasciato fare al loro naturale percorso da noi alterato…basterebbe laissez faire tante volte, e non sto parlando di economia politica, ma di un’economia mentale, il cui principio è questo: lasciar semplicemente essere le cose nel loro ordine.

8 consigli per la primavera

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di Pier Paolo Tarsi
Dopo gli 8 consigli per non rovinare l’estate dei vostri contatti fb (che riporto nel commento per chi volesse rinfrescare la memoria), ecco a voi i nuovi 8 consigli per la primavera.
1) Il 21 marzo potresti tranquillamente ignorare Vivaldi come fai durante tutti gli altri giorni dell’anno, non sei obbligato a linkare “La primavera”. Pensaci.
2) I tuoi contatti si accorgeranno che i campi e gli alberi fioriranno anche senza il contributo dei  tuoi 22 album fotografici sul te…ma. Fidati.
3) Non cedere all’impulso improvviso di scrivere stati poetico-amorosi proprio in quei giorni di rigoglio vitale: il subbuglio ormonale si placherà in un paio di settimane al più, quel che avrai scritto segnerà invece le nostre menti e la tua reputazione per sempre.
4) Metterci a conoscenza delle varie forme di allergie ai pollini di cui potresti soffrire e dei più svariati sintomi non ti renderà una persona più felice.
5) Molto probabilmente inizierai a fare passeggiate e corsette in bici o a piedi: non occorre per questo tediare i tuoi contatti, soprattutto i più pigri, con la riscoperta della mens sana in corpore sano. Del resto lo sai bene che non durerà molto, come sai anche che noialtri del club “amici del colesterolo alto e dei trigliceridi alle stelle” ti terremo riservato il posto, certi del tuo repentino ritorno.
6) Proverai quasi sicuramente una certa attrazione per i prati verdi su cui distenderti e farai dei pic-nic all’aria aperta: non sentirti in dovere di convincere i tuoi contatti con post o foto che la cosa ti farà divertire come un bambino. Ricorda inoltre: sedersi a mangiare là dove un’ora prima è passato un gregge di pecore ghiotte di bifidus actiregularis quanto la Marcuzzi non ha mai reso un uomo migliore o più in armonia con la natura.
7) Verso Pasqua è altamente probabile che uova di cioccolato o dolciumi vari appestino ogni bacheca, non c’è bisogno di contribuire a questo flagello. Prima di postare il tuo album pasquale ricordati che non vi sei costretto.
8- Quando il primo maggio andrai a Kurumuny nessuno ti costringerà a farti fotografare con il jambè in mano circondato da tipi rasta. Se proprio ci cascherai anche quest’anno, non postare almeno le foto, disponiamo già di quelle perfettamente identiche degli ultimi 5 anni. Infine, tornato a casa, non postare stati sul fatto che Kurumuny non è più quello di una volta. Pare non sia mai stato quello di una volta.

Pierpaolate…

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di Pier Paolo Tarsi
Dalle aule di sociologia ai peggiori bar di borgata si dice che il mondo oggi cambia sempre più rapidamente, che tutto è ormai così veloce che non si riesce a star dietro.
Puttanate, solo immense puttanate.
Il mondo va sempre alla stessa velocità, se non più lento del solito; è solo il rumore o un qualche strato trascurabile della superfice del mondo ad andar veloce, a passare fulmineo, senza lasciare alcuna traccia rilevante di sé.
Questi sei mesi le notizie notevoli di tale… superficie sono che gli hipster hanno rivalutato esteticamente la barba, il selfie (termine che solo sta settimana ho sentito 5 volte, significa farsi delle foto da solo col cellulare) è la tendenza più in crescita tra i giovani – tanto che su Repubblica leggevo che a vincere non so quale importante concorso tecnologico è stato un bastoncino per prendere il cellulare e farsi le foto comodamente a un metro di distanza -. Insomma, puoi startene in coma nove anni di questi tempi, e non sarà cambiato proprio nulla, se non il modello di app e simili.
Al di sotto della superficie, più o meno la stessa roba, almeno da 40 anni. Si può dormire tranquilli, non ci si perde nulla.

Vivere, non sopravvivere

libertà

di Pier Paolo Tarsi

In 35 anni ho imparato poche cose su quel film 3d che chiamiamo vita, su tutte dubito, tranne su una, ed è questa:

per vivere bisogna conquistarsi la libertà, nei posti di lavoro, nei rapporti interpersonali, nei discorsi che facciamo, insomma in tutto il dominio che abbiamo interiorizzato nella forma della sudditanza verso qualcuno.

Dobbiamo vivere, non sopravvivere.

La schiavitù non può essere abolita con una legge, la schiavitù è una pratica che perpetuiamo con la nostra esistenza, e che spetta ad ogni singolo abbattere.

Ogni passo verso la libertà renderà non più ricchi, non più agiati, non più tranquilli, nemmeno più sereni, renderà semplicemente più liberi, e con ciò intendo dire più uomini.

È facile sorprendersi, difficile è meravigliarsi

elefante

di Pier Paolo Tarsi

 

È facile sorprendersi, difficile è meravigliarsi.
La meraviglia o lo stupore di cui hanno parlato spesso i filosofi non ha nulla in comune con la sorpresa, anzi, è quanto di più lontano possa darsi da quest’ultima. La sorpresa è legata all’extraordinario che colpisce lo sguardo nella misura in cui rimaniamo affondati nelle cose e nelle situazioni. Stai guidando l’auto nelle trafficate vie di una nostra città, arrivi ad un incrocio, fai la coda, e all’improvviso un branco di giraffe attraversa la strada. Sei sorpreso vero? Dannatamente sorpreso, spiazzato e disorientato dall’incontro inatteso con quanto in quella data situazione sta capitando: quel passaggio all’incrocio di una città è quanto di più possa stridere con le tue attese in quella circostanza precisa, ed è proprio restando nella situazione, attaccato al mondo e agli eventi extraordinari che cadono sotto il tuo sguardo che la sorpresa ti coglie così forte. Scommetto che molti di voi a quell’incrocio avranno persino cercato di prendere in mano l’iphone o qualche diavoleria simile per immortale l’evento, per condividere la sorpresa. Comprensibile. Ma andiamo oltre. La meraviglia non ha nulla a che vedere con ciò, non si possono fotografarne i momenti né si può condividerla con gli amici. La meraviglia sorge nell’ordinario, dal trascendimento delle cose nell’ordinario, non dall’extraordinario, nasce dalla distanza che in un momento si stabilisce tra la situazione ordinaria e te: la meraviglia è straordinaria, non extraordinaria. Nemmeno un passaggio di elefanti rosa all’incrocio potrà condurti in uno stato di meraviglia. No, uno stato di meraviglia non sorge da effetti speciali, emerge invece da uno slancio nella pura e semplice ordinarietà del vivere, è un moto con cui ti trasporti con immediatezza fulminea al di sopra della totalità della consueta situazione in cui fino a un attimo prima eri immerso, così che questo banale quadro quotidiano in cui da sempre esisti diviene d’improvviso inconsueto e oggetto di una contemplazione totale e vertiginosa. Allora, tornando al tuo incrocio, attendi il passaggio di qualche auto. Fai la fila insieme agli altri, non succede nulla di insolito, e nulla deve succedere come detto; poi d’un tratto t’accorgi della indicibile straordinarietà che c’è in ciò che sta ordinariamente accadendo. All’improvviso prendi distanza dall’ordinario, lo osservi come se ci fossi cascato dentro per la prima volta, e ti domandi: che senso ha tutto questo nostro andirivieni senza sosta in delle scatolette mobili? Che ci facciamo qua? È sorta allora la tua meraviglia, lo stato di stupore, una condizione propriamente mistica, laddove mistico non vuol dire lontano e irraggiungibile, ma, al contrario, e sottolineo al contrario, alla portata di tutti, talmente alla portata di tutti e talmente legato all’ordinario da abissarsi quasi sempre, da diventare ineffabile e invisibile perché troppo alla portata, troppo ovvio, perché proprio lì sotto il tuo naso da sempre. Ecco perché chi ha uno sguardo stupito vi darà sempre l’impressione di un bambino incantato dalle più enormi banalità o di uno buono solo a complicare l’ovvio: è naturale, perché è dall’ovvio che lui si lascia impressionare e trasportare nello stato a cui perviene con quella torsione dello sguardo sul vivere. L’ovvio è esattamente l’infinito e ineusaribile, unico e stupefacente mistero da comprendere, è lì sotto gli occhi di tutti, e per questo è più d’ogni altra cosa sfuggente. Il fatto stesso che qualcosa in generale sia, è questa la meraviglia massima per chi si risveglia nello stupore, o la massima ovvietà per gli altri. L’attitudine filosofica autentica non è che la capacità di sprofondare negli abissi senza fine dell’ovvia totalità in cui sempre stiamo.

Capitan Black (1869-1905). La notte de santu Martinu

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di Pier Paolo Tarsi

La notte de santu Martinu (alcuni stralci)

Linda, sientime a mmie, ssettate a cquai,
ca ogghiu cu tte cunfidu nu penzieri;
prima de tuttu nu ppenzare a uai
e ppenza cu tte bbii st’autru bicchieri.

Cu cquantu desederiu ieu studiai
cu sacciu ccenca bè la verità,
na cosa sula intantu me mparai:
ca lu mundu ete tuttu vanità!

Intru tutti li libri aggiu mparatu,
ca l’omu cchiù ssape, chiù nde sballa.
Comu lu muscaritulu s’ha ccriatu?
comu nasce de lu erme la farfalla?

Tante de stidhe ca nci suntu a ncelu,
quale la mente le sape mmesurare?
perché la verità porta nu velu,
ca l’omu nu lu pote spugghecare?

Dimme quale scenziatu l’ha capita
comu se forma a ncapu lu penzieri?
comu ccumenza a ll’uemmni la vita?…
Ma penza cu tte bii st’àutru bicchieri! [….]

E quandu la mente ole mbrazza lu celu,
de pùrvere a mmanu se troa na francata;
e quantu cchiù bàutu ole spicca lu uelu,
cchiù mutu alla terra se sente nferrata!

E giurnu pe giurnu ni etimu na cosa
cadire sbiadita de cqua intru llu core;
fugghiazza, fugghiazza se spronda la rosa
lassandu lu russu, perdendu la ndore! [….]

Capitan Black (1869-1905), il più grande e dotto poeta (contadino!) salentino (leggeva filosofi e poeti di ogni nazione europea e non solo), morto a solo 36 anni non compiuti, chiaramente ignoto ai più, mai studiato nelle scuole nostrane (si preferiscono poeti dialettali di altre regioni) e mai letto dal 99% dei tanti intellettuali di cui abbonda la provincia.

Un salentino tra gente di lidi nordici

pizzica

di Pier Paolo Tarsi

Conviene a volte essere tipi stereo. Capita infatti di trovarsi unico salentino tra gente di lidi nordici, con donzelle che ti guardano come fossi un animale esotico, convinte soprattutto che in culla la nonna ti faceva ballare la pizzica dalla mattina alla sera, prima ancora di insegnarti a camminare. Tu assecondi, per non rinunciare al loro interesse per l’esotico, non ci pensi proprio a dire la scomoda verità.

Poi, una sera di bagordi, verso la fine, dalle casse parte la pizzica. Tutte a quel punto si voltano a guardarti, aspettandosi qualcosa di meraviglioso e ipnotico a cui darai vita. Ora, tu sai benissimo che tra i tuoi pochi e scomposti schemi motori acquisiti disponi solo di un vago e sgraziato gesto che deve rispondere alle più svariate esigenze di ballo, dal tango argentino alla mazurca emiliana, dalla dance internazionale alla pizzica o ai balli tirolesi.

Ripensi in quell’attimo a tutte le cose che hai scritto contro la pizzica nel corso degli anni, a tutti gli strali scagliati in direzione della notte della taranta, ed anche allo sguardo severo che gli amici storici ti rivolgerebbero se fossero lì e se ti azzardassi a fare quel che tutte si attendono. Disperato devi tuttavia sorridere, e cercare rapidamente una soluzione.

Non possono valere scuse relative a improvvisi dolori a una gamba o a un’emicrania folgorante. Riguardi le donzelle, chiedi scusa agli amici storici in cuor tuo, e finalmente scomodi il tuo schema motorio “modalità ballo”: “signori, questa che sto per fare è la più antica pizzica che si conosca, altro che le cose moderne che vedete alla notte della taranta, su all together, suuu, venite tutti”. Cerchi di sopprimere le lacrime che vorrebbero scendere, tiri su col naso e ti lanci in un obbrobrio scombinato e insensato per qualche secondo, il tempo che le donzelle si mettano a ballare la pizzica.

Poi t’arresti, assecondi quasi le lacrime “scusate, scusatemi, la nostalgia di casa ragazzi, la lontananza…la nonna che la ballava sempre mentre nfilava tabacco…cambiate canzone per favore, cambiate”

Ma quale capitale della cultura, cari amministratori

lecce piazza duomo

di Pier Paolo Tarsi

 

Con questa vorrei segnalare lo strano e stridente accostamento leccese tra il dirsi “Capitale della Cultura” e un “Capodanno dei Popoli” boicottato, respinto alle periferie, ridotto quasi al silenzio, privato dei profumi dei piatti del mondo, delle luci dei banchetti d’artigianato, delle note delle tradizioni musicali e delle voci della gente, delle possibilità di incontri proficui che quell’evento generava. Nel caos mondano di veglioni, petardi, abbuffate, traffico e nottate nei locali o in discoteca, il capodanno (o Festival Internazionale) dei Popoli era negli anni andati una delle rare occasioni culturali leccesi sensate e costruttive, una festa condivisa, aperta a tutti, a persone di ogni età, ceto sociale, provenienza culturale. L’evento rappresentava con semplicità oltre che un momento di piacevole divertimento anche e soprattutto un invito a concreti e pacifici propositi culturali costruttivi per l’anno che sarebbe iniziato. I suoi valori erano evidenti, schietti e da tutti condivisibili, pienamente radicati nell’ideale universale dell’incontro e in quelli salentini dell’ospitalità per l’altro: ideali incarnati con semplicità e freschezza da una festa che accomunava culture e genti che da ogni dove giungono o transitano in questo porto del Mediterraneo.

Alla festa tutti erano invitati a contribuire, apportando un tassello delle proprie tradizioni culinarie, della propria musica, del proprio artigianato, insomma una porzione qualunque di sé da offrire agli altri in un processo di immediato incontro e conoscenza reciproca, al fine di delineare un mosaico di fratellanza che avrebbe arricchito tutti in modo piacevole ed autentico, senza retoriche, senza bandiere di fazioni e senza tediose teorie dell’integrazione professate da questo o quel cattedratico, da questo o quel politico di ogni colore. Non è certo sufficiente un momento del genere per rispondere a quelle ardue problematiche attuali – se non cronachistiche – che l’incontro interculturale pone. È ovvio. Tuttavia è un grave errore credere che non sia anche necessario.

Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce

Proverò a mostrarlo con un semplice esempio. Il I gennaio 2014, al capodanno pur mesto e scuro dei Popoli, mia figlia, che ha solo 13 anni, ha potuto fare la conoscenza di Halima, una giovane marocchina (che di lavoro fa l’ottico); ha così potuto parlare in inglese con qualcuno che non fosse la sua insegnante di scuola, comprendendo, sulla propria pelle e per esperienza in prima persona, quanto sia veramente utile studiare altri idiomi per rapportarsi a chi non parla la sua lingua. Alla fine lei ed Halima si sono scambiate le mail, e forse con ciò la mia piccola ha sperimentato anche il fatto che internet non serve solo a chattare e condividere foto con le proprie amichette sui social networks, potendosene fare spesso pure un uso migliore.

Tutto ciò non sarà certo sufficiente perché lei possa comprendere la rilevanza dell’incontro e della conoscenza dell’altro o la ricchezza posseduta da Halima, ma è un passo necessario, fatto con naturalezza, con la piacevolezza di un momento festoso ed autentico, senza dispositivi pedagogici artificiosi, senza le mie ciance paternalistiche che avrebbero forse solo risuonato come un vociare noioso rispetto alla conoscenza diretta di una persona.

Non si sottovaluti poi l’importanza del connotarsi come momento di festa di un evento del genere, un evento che in quanto simbolico e festoso trascende l’ordinario, il quotidiano.

Gli incontri con l’altro in un mondo globalizzato sono di certo giornalieri, ed è ovviamente nella quotidianità che gli amministratori devono profondere i maggiori sforzi politici per agevolare la maturazione di un processo interculturale costruttivo; tuttavia la dimensione extra-ordinaria di una festa comune predispone ad un contatto di per sé gioioso, senza barriere, incline alla possibilità di una fratellanza di fondo, qualcosa che l’ordinario spesso non può concedere con altrettanta facilità. 

Ecco, è senza retorica e con la forza di un esempio piccolo ma, credo, importante che vorrei difendere la rilevanza di un momento come questo, praticamente ormai cancellato dall’agenda “culturale” leccese. Un’occasione di incontro, perché possa essere tale, va fortemente sostenuta dagli amministratori: costoro non possono e non devono pretendere che siano solo i volenterosi a cercarla, hanno il dovere di fare in modo che l’occasione si offra di per sé ai più, se non addirittura fare in modo che i meno disposti al dialogo ci incappino: a questo servono le azioni politiche! Non ha alcun senso pertanto smobilitare dal centro cittadino un evento culturale del genere (culturale, e non puramente festaiolo, ossia privo di contenuti civili, come tanti se ne vedono sotto la pasticciata e abusata etichetta del “culturale”).

Non ha senso relegarlo a condizioni destinate a pochi volenterosi, magari in periferia, per la semplice ragione che proprio chi non è disposto pregiudizialmente al dialogo non avrà così modo di incontrare una Halima. Del resto, non ha senso nemmeno per Halina, me lo ha detto lei stessa, fare nuovamente un lungo viaggio a proprie spese per essere avviata verso un appartamento nella provincia (ad Aradeo) in cui vengono stipati in pochi metri quadri tutti gli artisti e gli assistenti provenienti dal suo Paese, venuti qui per offrire un assaggio della loro antica arte, dei loro costumi tradizionali, dei loro strumenti e canti a sparute persone. Le ho chiesto se sarebbe mai più tornata a Lecce, mi ha risposto che lo avrebbe fatto al massimo come turista, ed un attimo dopo, ripensandoci, ha invitato mia figlia e me ad andare a trovarla con la motivazione che forse sarebbe stato più semplice rivedersi e approfondire la conoscenza reciproca in Marocco!

E come darle torto in quel contesto? Su quali altri fatti evidenti avrei potuto contraddirla in quel momento? Tutto ciò mi è pesato come un macigno, sentendomi profondamente offeso dalla circostanza proprio in quanto salentino, ossia persona orgogliosa della radicata disposizione storica all’ospitalità della mia gente, abitante di una terra che è per definizione ponte tra i tanti popoli che nei millenni vi hanno transitato disseminando tracce confluite nella ricchezza culturale di cui oggi noi possiamo godere. Mi auguro – ed è un augurio di un buon anno di lavoro rivolto a tutti gli amministratori chiamati in causa – che questi vogliano assumersi le proprie responsabilità nell’impegno di non far morire quel che di buono questa città già aveva da offrire. Fa parte del lavoro di coloro che sono al servizio dei cittadini anche questo, così come fa parte del loro lavoro costruire e far nascere ex novo quel che di buono in questa città è sempre mancato. Vivere in una Capitale della Cultura è per noi leccesi una meta al momento remotissima, più remota di quanto lo sia mai stata francamente, non certo una realtà. E il perché di questo può mostrarlo anche un semplice esempio come l’incontro tra Halima e mia figlia, un incontro che molte ragazze leccesi non hanno avuto modo di vivere.

Buon anno di lavoro, cari amministratori, vi sono cose perdute da ricostruire, prima ancora che nuove da edificare.

La vigilessa

vigilessa

di Pier Paolo Tarsi

 

Abbassa la paletta e si avvicina al mio finestrino con una sicurezza da fare invidia a Chuck Norris, lei, la vigilessa. Si abbassa un po’ per guardarmi in viso e controllare che abbia messo le cinture, poggiandosi sul gomito, lei, la vigilessa. Mi chiede i documenti, dopo una ventina di minuti li trovo. Lei nell’attesa è impassibile, la vigilessa, come Ken della scuola di Hokuto in mezzo alla battaglia. Prende i documenti e si allontana per scrutarli con due sopracciglia spietate, all’ombra delle quali ti chiedi da quanti anni non paghi il bollo, da quanti non fai una revisione e altre cose più o meno inquietanti. Con un avanzare tosto come Yosemite Sam, lei, la vigilessa, si riavvicina e mi rivolge la parola. “Dovrei farle la multa, lo sa?”. “Perchèaueue?”, biascico liquido e stremato io. “Perché ha l’assicurazione esposta sul lunetto laterale, è obbligatorio metterla sul parabrezza anteriore”. “Ah. Non lo sapevoueo, mi scusieoue, rimedieròueo”. “Per questa volta la lascio andare”! “Oh, grazieuoe, molto gentiueleo”. Il tempo di rimettere in ordine tutte le carte che avevo tirato fuori alla ricerca del libretto (ossia certificati di battesimi, scontrini, bollette di quella che fu la SIP, biglietti promozinali del circo Orfei per lo spettacolo di Natale scorso e altre cose indicibili), il tempo di rimettere la cintura, rimettere in moto…e vedo lei, la vigilessa, ripartire in auto col suo collega alla guida. Entrambi senza cinture, si immettono in strada senza segnalare con la “freccia”. Hai capitoeauo?

Il libro che mi porterò all’inferno

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ph Mauro Minutello

di Pier Paolo Tarsi

Le classifiche dei libri sono ridicole, come tutte le altre, e forse anche un po’ più delle altre. E tuttavia non ho dubbi che il libro che mi porterò all’inferno sarà l’unico scritto da un uomo quasi sconosciuto che si chiamava Fernando Manno, Secoli tra gli ulivi. Ecco, l’ho detto.

Se il Salento perderà gli ulivi non avrà più ragion d’essere

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di Pier Paolo Tarsi

 

Se il Salento perderà gli ulivi non avrà più ragion d’essere. Avrà perso semplicemente tutto.

Ci renderemo conto della visione fatua che la ribalta turistica ci restituiva, ci renderemo conto di quello che davvero contava, ci renderemo conto che non siamo mai stati votati al mare, ma sempre e soltanto alla terra.

Questo dramma potrebbe risvegliare più dei vani discorsi di ogni anno, ma forse e soltanto per una contemplazione irrimediabile di morte.

Vieni a ballare in Puglia… se ne hai il coraggio!

Torre Specchia di Marcello Moscara
Torre Specchia di Marcello Moscara
di Pier Paolo Tarsi
Vieni a ballare in Puglia, qui troverai accoglienza, mare, sole e divertimento. Già, ma non è tutto. Qui troverai anche la più alta emissione di anidride carbonica d’Italia, ossia il 21,23 %, una regione come la Lombardia ne produce solo il… 13,24% ,una come il Lazio il 6,07%. Qui troverai anche il 91,96% di tutte diossine prodotte in Italia.
Si, hai letto bene: il 91,96% della TOTALITA’ prodotta in Italia! In Lombardia solo il 4,32%. Ed ancora in Puglia troverai il 95,48% di IPA, seconda l’Umbria col suo 2,98%. Hai letto bene? Rileggi per favore! Non ti basta?
Bene, allora preparati, perché siamo solo all’inizio: emissioni di Monossido di Carbonio, 81,11% in Puglia, seconda la Lombardia con il 3,69%. Capito? Lo 3,69% la Lombardia! Emissioni di Particulate Matter: Puglia 62,23%, seconda classificata la Sardegna, con il 7,91%.
Emissioni di Benzene: prima classificata la Puglia, col 46,13%, segue la Sicilia col 26,16%, terza la Lombardia col 9,87 %. Ossidi di azoto: prima la Puglia, col 19,63%, seguita da Sicilia, con l’11,65%. Ossidi di zolfo, chi sarà prima?
Indovinato! La Puglia ovviamente, con il 23,27%. E visto che ti piace il Salento, sappi che la provincia più devastata non è Taranto, ma quella leccese: qui si supera oltre ogni limite che tu possa immaginare la media nazionale del numero di tumori che colpiscono i polmoni e le vie respiratorie.
Ti stupiscono questi dati? Beh, anche a me, eppure pare sia da vent’anni che alcuni eroici signori ignorati da tutti (leggi, ad esempio, l’oncologo Serravezza) lo denunciano, il problema è che nessuno li vuol sentire nelle grandiose regie delle Istituzioni dello Stato Italiano. Qua ci stanno ammazzando da decenni, altro che rifiuti tossici interrati e quel maledetto ethernit con cui riempiono le campagne migliaia di ignoranti figli di p.!
Ovviamente troverai dei geni che attribuiscono lo stato di salute dei salentini al fumo di tabacco. Se avrai avuto la capacità di leggere questo articoletto, avrai anche quella di giudicare tu certe espressioni di genialità!!!
Al primo link i dati ufficiali che ho usato, il secondo link per gli amanti di Lecce!

3×2

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di Pier Paolo Tarsi

 

Un fenomeno ormai diffuso e assestato è la mania delle persone di far affiggere manifesti 3×2 per ogni evento: un compleanno, la maturità, l’esame di patente, un matrimonio, l’anniversario di morte di un caro estinto, spesso fotografato in presunte pose fighe (ci manca solo la scritta Leccenight talvolta). E tra la lista dei sacramenti non ci manca nemmeno la prima comunione, come mi ha fatto scoprire ieri Patricia. Questa è pornografia autentica, altro che seni generosi e sode chiappe per le pubblicità

Ciao Nino

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Caro Nino,

sapessi quanto mi è difficile scrivere queste righe. Riuscirò a dire l’amaro che lasci andandotene così? Riuscirò a colmare con le sole parole il vuoto in cui l’animo scosso sprofonda? Macché amico mio, la penna non va oggi, non scorre nulla da queste mani. “Il peggio è passato” mi hai detto al telefono l’ultima volta, con una voce finalmente allegra che annunciava un imminente ritorno dalla capitale e dall’incubo in cui l’improvvisa malattia ti aveva condotto, un incubo da far annegare e cancellare definitivamente in quel primo caffè che avremmo dovuto goderci al tuo ritorno. Sappiamo entrambi come sarebbe dovuta andare poi, tu dopo il caffè avresti preteso una camminata, ed io avrei preteso un sigaro al sole, Marcello, invece, la sua bionda multifilter. E alla fine, come sempre, saremmo giunti al solito tacito compromesso, avremmo cioè camminato per poche decine di metri fino al muretto che circonda il castello e lì, per un’ora o fino all’imbrunire, avremmo parlato di Giulietta, dei vostri anni romani, delle ricerche etnografiche a cui avete dedicato la vostra intera esistenza, avvolta in quella condivisa e laboriosa solitudine. Mi avresti poi parlato delle tue e delle sue poesie, e di queste ultime mi avresti recitato qualche verso a memoria, fino al verso che, così ogni volta, ti avrebbe fatto piangere. Con quale fulmineo rivelarsi sarebbero sgorgate quelle lacrime, e quanto rapidamente le avresti asciugate, con pudore, come a chiedere scusa, tirando fuori un fazzoletto dalla tua borsetta scura. Poi mi avresti guardato con un sorriso tra quella tua barba lunga di cui andavi così fiero, vanitoso e buffamente dandy come sapevi essere, e che solo la malattia impietosa ti avrebbe potuto sottrarre; a quel punto avremmo iniziato a guardare come sempre al futuro e ai progetti da realizzare, ai meravigliosi inediti di Giulietta da far conoscere al pubblico, alle trascrizioni e alle ricerche da farsi su quei dannati fogli ingialliti che custodivi con l’amore di marito e con la cura di un padre. Invece no, amico mio, nulla di tutto ciò ci è stato concesso. Non tornerai mai più da noi, nemmeno per farti condurre al tuo sepolcro, accanto alla tua Giulietta come credo tu avresti preferito. Andrai nella tua città natale ci hanno fatto sapere, la Reggio Calabria dei tuoi sereni ricordi d’infanzia, a dormire per sempre cullato dal dondolio del mare che si frange sullo stretto. Forse è giusto così, o forse no, non saprei, ma quaggiù, noi, Marcello, Giovanna, Fabrizio e tutti gli altri amici che ti hanno voluto bene, dove mai potremo andare a riporre un fiore per te? Sai Nino, mi ha chiesto Marcello, per telefono, nel pomeriggio – dopo avermi annunciato quanto non avrei mai voluto sapere – di scrivere un doveroso necrologio da pubblicare sul sito. Certo, ho compreso subito quanto fosse doveroso, ma in quel momento non ho potuto immaginare quanto sarebbe stato doloroso. Me lo hai sempre rimproverato che sono troppo facilone nel prendere gli impegni, e devo darti ancora una volta ragione. Ogni lettera e ogni parola, mentre scrivo, si trasformano in uno scenario, un’immagine, un ricordo preciso collocato nel tempo trascorso con te, e questo soffermarsi consapevole e lento sui ricordi a cui mi costringe la scrittura si sta rivelando uno strazio. Sono passate sei o sette ore da quella telefonata, ed eccomi ancora qua a tentar di dire malamente, a balbettare parole che non potrai mai leggere. Un’ora fa ho dovuto prendere la macchina, così ne ho approfittato per svoltare nella piazza dove si affaccia il vicolo che porta a casa tua. Tra i rumorosi bar frequentati da ciurme di ragazzi e ragazze pieni di vita e di speranza, solo uno scorcio di veduta sul vicolo di casa tua, avvolta dal buio e dal silenzio greve, forse lambito soltanto dai sospiri di qualche coppia di giovani innamorati nascosti all’oscurità. Ci hai lasciato da quasi due giorni a quanto mi dicono, ma non un manifesto ancora, né un fiore ho intravisto per te. Mi è venuta in quell’istante in mente l’immagine che ci fece incontrare la prima volta, quell’affresco della Madonna del Buon Consiglio che io mi ero avvicinato incuriosito a guardare, affissa lì, proprio in quel vicolo, accanto all’ingresso di casa tua, la casa dei Poeti. Ripensare oggi a quel momento non è stato facile Nino, accidenti! Ricordo che d’un tratto poi  fuoriuscisti dal monumentale portale d’ingresso, con una pesante vestaglia rosso porpora, una lunga barba da eremita, la faccia tanto severa da intimorire, il volto scuro, impenetrabile e pensieroso di chi non è più abituato alle persone da anni. Don Nino, o il Professore, come ti chiamano ancora in questo paese, in tutta la sua (presunta) austerità e nel suo alone misterioso si rivelò in carne ed ossa di fronte a me, ed io ero imbarazzato come un mocciosetto scoperto a curiosare in casa altrui. Chissà quanti anni erano trascorsi dall’ingresso di qualcun altro prima di me nel tuo palazzo. Vi entrai verso le tre di pomeriggio credo. Me ne andai di sera, dopo le nove. Ci mettemmo un attimo a riconoscerci già amici, e dopo due attimi eravamo addirittura in cucina (il posto vietato da sempre a qualunque ospite), dove mi recitasti poesie e mi leggesti lunghe pagine delle vostre ricerche. Ricordo che stetti tutto quel tempo senza osar fumare, e quando mi offristi un bitter non ce la feci proprio più, azzardai la richiesta di un accendino. Con un sorriso mi dicesti “Perché non l’hai chiesto prima? Chissà come avrai sofferto tutto questo tempo, anche io fumavo sai?!…”. Quella cucina, così modesta al cospetto delle antiche sale del palazzo, non ti serviva tanto a preparare pietanze, ma a lavorare, era divenuto il tuo studio da quando Giulietta se n’era andata. Ricordo che rimasi  di stucco nel vedere che trascrivevi i manoscritti giallastri e dal forte odore di umido con quella Olivetti nera. Non vedevo una macchina da scrivere da quando ero ragazzino. Chi l’avrebbe mai detto che ti avrei convinto mesi dopo a comprare un pc? E chi l’avrebbe detto che ti saresti trasformato addirittura in un vero e proprio smanettone in grado di usare posta elettronica, social network, forum e tutto il resto? Ricordo quando andammo a comprare il mobile per il pc e, tornati a casa tua, montai e collegai monitor, stampante e tutto il resto. Finalmente eravamo pronti per iniziare il tuo battesimo nella nuova era. Accesi il pc, aprii una pagina bianca del programma di scrittura e ti chiesi di prendere il mouse. Lo stringesti in mano intimorito e quando ti chiesi di provare a muovere il cursore sollevasti al cielo entrambe le braccia  e mi guardasti con una faccia da pesce lesso: me la feci quasi addosso dal ridere, e al contempo mi disperai, pensando a quale lungo tirocinio informatico ci avrebbe atteso.

 

Porto Cesareo 1974, Nino e Giulietta
Porto Cesareo 1974, Nino e Giulietta

 

Caro amico, nella tua vita romana che tanto amavi raccontarmi, hai conosciuto grandi poeti, famosi scrittori e dottissimi professori, una folla che avrebbe saputo davvero scrivere un necrologio all’altezza dei tuoi meriti e della tua persona, una massa di maestri della parola che avrebbero saputo soffermarsi con freddezza, perizia e con dovuti dettagli sui tuoi lavori, sulla intensa attività culturale svolta negli anni vissuti con Giulietta nella capitale, sui riconoscimenti ottenuti con le poesie, sui risultati delle vostre successive ricerche etnografiche. E invece nulla, accidenti, è toccato a me questo compito, che non sono né grande né dotto ed anzi non riesco oggi nemmeno ad organizzare il pensiero per tratteggiare che so, almeno una pallida idea della persona, dello studioso e del poeta che sei stato. Mi spiace Nino, ma certe responsabilità non dovrebbero toccare agli amici intrappolati dal dolore e faciloni, questi, al più, ti sanno scrivere un’ultima lettera. Oggi vorrei solo abbandonarmi al ricordo del tuo sorriso quando si andava a spasso o per i caffè pomeridiani, quando ti liberavi per qualche momento del peso di quelle tue carte e inspiravi profondo come a fare scorta di ossigeno prima di tornare allo sfibrante lavoro in quel tuo amato e odiato antico palazzo, il santuario polveroso della memoria della tua Giulietta, custodita con quasi ossessa pignoleria. Non stare in pena per il vostro  lavoro, non preoccuparti per quel mondo di memorie faticosamente consegnate alle lacere carte, Marcello ed io non le lasceremo sprofondare in quell’oblio che tanto ti atterriva pensando a cosa sarebbe successo dopo la fine dei tuoi giorni. Te lo prometto amico mio, faremo di tutto per portare avanti il tuo progetto, custodirlo e rinnovarlo, se soltanto ce ne daranno modo. Sarà questo il fiore che noi vorremmo portare un giorno sulla sua tomba, il fiore più gradito e importante per te, come ben sa chi ti è stato accanto, il fiore che tu e Giulietta avete curato fino all’ultimo respiro e che noi tutti ci sentiamo in obbligo di tenere in vita e portare allo splendore della luce che merita. Tu, intanto, pensa a riposare in pace amico mio, quel caffè ce lo berremo quando sarà tempo, semmai vorrai affacciarti a trovarmi nel bar dei dannati, sulla terra c’è ancora molto da fare per me e per gli altri nel tuo nome e in quello di Giulietta. Spero che esista davvero quel dio di cui pure mi parlavi ogni tanto, spero che esista soprattutto quel suo paradiso, lo spero per te Nino, perché vorrei saperti finalmente stordito, invasato, posseduto e ubriaco fradicio di quella felicità che soltanto l’abbraccio della tua Giulietta potrebbe donarti. Ciao Nino.

Tuo Paolo

 

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Orgoglio salentino

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di Pier Paolo Tarsi

L’orgoglio geneticamente provincialista dei salentini, che fa incazzare o fa sorridere (ma di tristezza) è davvero ineusaribile. Da un paio di giorni sono tutti esaltati da un pezzo (che peraltro fa veramente cacare) che tratta di una visita di 36 ore a Lecce pubblicato sul New York Times. Son così i salentini. Hai voglia a fare studi e riviste serie sul territorio, hai voglia a fare denunce sulle malefatte nostrane, loro…leggono solo il New York Times, sono mica provincialotti, guardano in grande, al mondo, all’immagine che questo dona della loro terra, una dipinta con un pasticciotto qua, una facciata barocca di là, quattro note di pizzica e contorno di quattro minchiate.

Pier Paolo e il limone

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di Pier Paolo Tarsi

C’è un particolarità unica nella relazione che possiamo stabilire con le piante: a differenza di qualunque animale, anche il più piccolo e appena percepibile, loro non ti possono venire incontro, non possono richiamare la tua attenzione in alcun modo.

Per instaurare una relazione con una pianta tutto dipende dalla tua attiva disposizione, dalla tua capacità di attenzione e consapevolezza: la devi notare, osservare, devi decidere di decifrarne i segnali di rigoglio o di una qualche mancanza, e così via. Proprio nelle conseguenze della tua cura o incuria vi è l’unica possibilità di una relazione con loro, conseguenze che sta a te percepire e cogliere.

Poco fa il mio limone, che è lì piantato da anni da chissà chi senza che io nemmeno me ne avvedessi, e che qualche settimana fa era ormai in procinto di seccare, mi ha ringraziato dell’acqua datagli in questi giorni con il primo limone quasi ingiallito, un dono che mi ha fatto trovare per terra, come un uovo appena fatto. Riconoscenza, espressa a modo suo.

Prima di offrire una birra pensateci bene…

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di Pier Paolo Tarsi

Ora immagina di portarti uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi per un’uscita serale con gli amici, anzi, osiamo, addirittura il padre stesso della filosofia occidentale, il buon vecchio Socrate. Ecco cosa accadrebbe. “Socrate prendiamo na birra, te la offro io cussì te rilassi” Ma lui “E’ giusto che sia tu a offrirla? Che cosa è giusto?” “Va bene, nu cuminciare, paga tie”. “Se la offro io, che forma d’amicizia sarà mai la nostra? Costruita sull’utile? Che cosa è mai la vera amicizia?” “Va bene Socrate, ognuno si catta la sua, ok?” “Ma se ognuno comprasse la sua birra, non sussisterebbe la gratuità del dono, di cui l’autentica amicizia si nutre”. “Vabbè Socrate, ce ammu fare?” “Vedi quel fiumiciattolo, sediamoci lì accanto, e proviamo insieme a districare la questione” “Senza nemmeno na birra?” “Certo, la prenderemo quando avremo compreso cosa sia giusto fare”. “Ok, Socrate, ane annanzi che arrivo subito, spetta eh, arrivo sicuro”. Morale: lasciate il filosofo che è in voi a casa, e pure i filosofi che non sono in voi, se volete godervi un po’ la vita.

Da Copertino a Santa Barbara fino a Collemeto, di notte

Bici

di Pier Paolo Tarsi

In bici, con Cosimo, di notte, da Copertino a Santa Barbara fino a Collemeto. Sei o otto chilometri, non lo abbiamo ancora capito, su strade di campagna. Frazioni di Galatina ignote ai più, borghi da far west, quelli in cui mi sento a casa. Verso la festicciola. “Signora, per piacere, ci controlla le bici che non abbiamo i lucchetti?” E quando certe anziane signore ti dicono “si” ti puoi fidare. Tornati ore dopo, con le luci ormai spente della festa, lei e le sue commari sono ancora lì, sbadigliando, ad aspettare, e raccomandarsi infine di stare attenti, di accendere le luci, di badare agli ubriachi in macchina. Chissà perché gli ubriaconi in bici come noi sono tollerati da tutti, e forse persino graditi al mondo. A Collemeto ci si incontra con gli altri due amici giunti in auto, erano stati a Nardò, ma la situazione era troppo chic, non è roba per noi. Abbiamo individuato il bar più spranto in pochi secondi, col l’istinto di rabdomanti. Campeggiava la scritta “Peroni”. È decisamente il nostro posto. Prima di sederci abbiamo acquistato noccioline sbucciate, mardorle e pistacchi. “Li morti loru quantu costanu!”. Lei, naturalmente, la cummare Anna, ex-modella in pensione dedita oggi all’arte delle imprecazioni. Poi giù di birre, a pochi metri dalla piazza in cui suona un gruppo dei gloriosi anni 70, di quelli che piacevano alle nostre madri, di quelli la cui musica era la colonna sonora dei loro amori puri ed eterni coi nostri padri. Le orme. Infine il ritorno. La notte assoluta, perfetta. La mezza luna, i grilli, cicale nottambule, ed una volpe sbigottita. I cani che all’andata ci avevano inseguito ormai dormono e si sono rotti le scatole, o semplicemente non siamo più estranei per loro. Il fresco. Le costellazioni, talmente evidenti che potrei persino io provare a imparare i loro nomi una buona volta. E venere, la bella, il pianeta che si concede a occhio nudo. Non chiedo altro. Una nottata quasi perfetta, quasi, ma questa è un’altra storia.

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